FOTONOTIZIA – Federvini, Unione italiana Vini e Comité Vins hanno presentato in mattinata a Vinitaly 2022 la piattaforma digitale U-label. Sviluppata in 24 lingue, consente di fornire ai consumatori in modo chiaro e trasparente, tutte le indicazioni nutrizionali e la lista degli ingredienti dei vini.
La piattaforma U-label prevede il rilascio di un QR Code per ciascun prodotto registrato. Una volta inquadrato con il proprio smartphone il QR Code presente sull’etichetta, il consumatore potrà accedere alle informazioni organolettiche e nutrizionali del prodotto, ai messaggi sul consumo responsabile e all’etichettatura ambientale degli imballaggi.
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La domanda globale di acido tartarico sintetico, tra gli ingredienti consentiti per la produzione di vino, crescerà del 4,8% nei prossimi 8 anni. Il giro d’affari è di 531,4 milioni di dollari dalla fine del 2018 e registrerà un tasso annuo di crescita del 4,8% nel periodo 2019-2027.
Lo riferisce uno studio condotto dalla società di consulenza statunitense Persistence Market Research (Pmr). I dati hanno a che fare principalmente con i cambiamenti climatici, che costringono i viticoltori di tutto il mondo a fare i conti con livelli più alti di pH. Dunque minore freschezza, essenziale soprattutto nei vini bianchi.
L’acidità è infatti correggibile con l’aggiunta di acido tartarico, regolamentata da precise normative, diverse in base all’area geografica. Il rapporto statunitense, tuttavia, “fornisce una valutazione del mercato globale dell’acido tartarico sintetico e la sua suddivisione sulla base di diversi tipi di applicazioni”.
Non si parla, dunque, solo di enologia, ma anche – per esempio – del segmento dei prodotti da forno, per mantenere la qualità del prodotto e prolungarne la shelf-life. A contribuire all’incremento sarà anche l’industria farmaceutica, che lo utilizza nella preparazione di compresse effervescenti, polveri e granulati.
L’ACIDO TARTARICO NEL VINO
“Negli ultimi anni – evidenzia lo studio del Persistence Market Research – abbiamo assistito a un significativo aumento del consumo di vino in tutto il mondo. Per soddisfare questa domanda e mantenere alta la qualità, la domanda di additivi, come regolatori del pH ed esaltatori di sapidità per citarne solo alcuni, è aumentata”.
“L’acido tartarico sintetico – ricorda Pmr – viene utilizzato come regolatore del pH nell’industria vinicola. Pertanto, a causa della crescente produzione di vini in tutto il mondo, la domanda di acido tartarico sintetico dovrebbe aumentare, nel periodo di previsione”.
Un fenomeno che, secondo la ricerca americana, sarà favorito dagli “sforzi delle varie agenzie governative e ministeri preposti in ogni nazione, volto a semplificare il processo di approvazione dell’utilizzo di eccipienti, che spingerà ulteriormente la crescita del mercato dell’acido tartarico sintetico, dai costi non eccessivi”.
L’aumento della domanda e del consumo di alternative a base biologica ed ecologica, specie in Europa e Nord America “ostacolerà la crescita del mercato dell’acido tartarico sintetico tra il 2019 e il 2027”. Vino e farmaci guideranno il boom, con un tasso annuo di crescita compreso tra il 4,7% e il 5,1%.
Un ruolo da gigante sarà giocato, come prevedibile, dalla Cina. Nel Paese del Dragone, il mercato dell’acido tartarico sintetico avrà una quota dominante, sia in termini di mercato che di indice di crescita. Interessanti, sempre secondo lo studio statunitense, le previsioni che riguardano l’India.
Dalle parti di Nuova Delhi il mercato è “più frammentato, ma costituirà un alto valore aggiunto, sia nel settore del vino sia in quello farmaceutico”. Europa occidentale e Nord America sono invece considerati “mercati relativamente maturi”.
“Pertanto – evidenzia Persistence – si prevede che registreranno un tasso di crescita moderato. Si prevede inoltre che i paesi dell’America Latina e dell’area del Golfo rimarranno redditizi tra il 2019 e il 2027”.
IL COMMENTO DELL’AGRONOMO MAURIZIO GILY
“L’utilizzo di acido tartarico in enologia – commenta l’agronomo Maurizio Gily (nella foto) – è da considerarsi una pezza, più che una soluzione. Manca acidità? La metti. L’acido tartarico, del resto, è già presente nel vino e la sua aggiunta, consentita come quella dell’acido citrico, costituisce un intervento meno invasivo rispetto a tanti altri”.
“Nonostante ciò – continua Gily – la previsione di crescita con cifre così circostanziata pare un po’ un azzardo, pur essendo più che probabile l’aumento dell’utilizzo di acido tartarico in enologia, per via soprattutto dei cambiamenti climatici, ma anche di altre ragioni legate alle scelte compiute nella selezione clonale o nel risanamento da virus”.
In Italia, il problema dell’acidità dei vini ha generalmente riguardato le regioni del sud. Oggi il fenomeno coinvolge anche il nord, perché il clima è cambiato. Le uve maturano di più e si riduce l’acidità.
“Nel Nord Europa è vietato aumentarla – ricorda Gily – così come nel sud diminuirla. I cambiamenti climatici, a tal proposito, aprono alla necessità di rivedere questi criteri. In Borgogna, Champagne e Loira, così come in Germania, sono ormai all’ordine del giorno i problemi di acidità troppo bassa”.
Nei vitigni a maturazione precoce come Müller Thurgau o Pinot Bianco, l’acidità crolla a causa delle alte temperature. “Giusto dunque aprire un dibattito per rivedere le normative relative ai trattamenti di acidificazione e disacidificazione, che comunque devono essere annotate sui registri, se effettuati”.
È quanto prevede la legge, proprio per evitare che l’aggiunta di acidi organici diventi uno strumento appannaggio dei sofisticatori e dei professionisti dei vini fatti “col bastone”. Maurizio Gily suggerisce però altre soluzioni, alternative e, per certi versi, drastiche.
“Il modo migliore per ottenere un buon equilibrio tra acidità e zucchero è scegliere i vitigni giusti nell’ambiente giusto, in questo momento di clima impazzito. Pianti il Pinot Bianco in Calabria? Beh, aspettati un’acidità ridicola”. L’esempio, secondo il noto agronomo piemontese, arriva dai Paesi del Nuovo Mondo.
“Diversi produttori dell’Australia o del Sud America – spiega Gily – stanno propendendo per l’impianto di vitigni autoctoni del Sud Europa o della Francia del Sud per rispondere all’esigenza di di una naturale freschezza dei vini, legata a una buoan gradazione alcolica”.
Ecco dunque la riscoperta di vitigni come il francese Mourvedre, diffuso in Provenza, o il Verdelho spagnolo. O, ancora, Negroamaro, Primitivo, Verdicchio e Vermentino, tipici del centro sud Italia. “L’acido tartarico – conclude Maurizio Gily – è un rimedio che funziona fino a certo punto, perché salifica e precipita, non è soluzione perfetta”.
Un palliativo, insomma, che si riflette poi nelle caratteristiche organolettiche del vino. L’acidità aggiunta, come conferma lo stesso Gily, si percepisce come qualcosa di scomposto e separato dal resto dei descrittori.
Una freschezza che non pare “naturale”, unita solitamente a un finale – e dunque a un retrogusto – tendenzialmente amaro. Semplici campanelli d’allarme, senza certezze che può garantire solo un esame di laboratorio.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
STRASBURGO – La Federazione europea dei Vini di Origine (Efow) ha presentato all’Intergruppo Vini dell’Unione europea una proposta di autoregolamentazione sulle indicazioni nutrizionali e gli ingredienti del vino in etichetta.
Il commissario Andriukaitis ha accolto i rappresentanti della European Federation of Origin Wines il 12 marzo, nella sede del Parlamento europeo di Strasburgo.
“Il settore del vino – spiega Il presidente di Efow, Bernard Farges(nella foto) – ha presentato una proposta ambiziosa per fornire ai consumatori le informazioni più rilevanti sul processo di trasformazione dell’uva in vino, inclusi gli additivi e il valore energetico derivante dall’alcol e dagli zuccheri residui”.
Una discussione destinata ad accompagnare il mercato del vino almeno per i prossimi 3 anni. La timeline dell’Efow, di fatto, si estende fino al 2021. Se la proposta venisse accettata, i consumatori potrebbero trovare sull’etichetta del vino le informazioni relative al suo contenuto calorico. Come accade oggi per i succhi di frutta o le merendine.
Così, oltre alle informazioni obbligatorie sul contenuto di solfiti, su uno spumante Brut potrebbero comparire formule come questa: 100ml: E= 301kJ/72kcal.
Un ulteriore ausilio ai consumatori potrebbe essere fornito dal web. E’ infatti allo studio una piattaforma sulla quale poter trovare tutte le informazioni nutrizionali sul vino prodotto nei Paesi dell’Unione europea. Uno degli strumenti al vaglio è il portale di WineinModeration, che potrebbe essere indicato sulle etichette di vino.
“I produttori non hanno nulla da nascondere ai consumatori – ha precisato Farges – e sono orgogliosi di rispettare severi regolamenti sulle pratiche enologiche che si applicano ai vini a denominazione di origine protetta. I diversi tipi di vini sono disciplinati dalle normative UE, per garantire che i consumatori non siano fuorviati negli acquisti e nel consumo”.
“Con questo ci riferiamo anche al contenuto alcolico derivante dalla fermentazione e agli allergeni. Domani, per esempio, sarà indicato anche l’uso in alcuni vini di sostanze edulcoranti”.
Solo gli additivi del vino che non sono considerati come processing aids (ovvero “ausiliari di elaborazione” o “coadiuvanti tecnologici”) durante il processo di vinificazione, come definito nell’OIV, devono essere inclusi nell’elenco degli ingredienti, ai sensi dell’articolo 20 del regolamento UE n. 1169/2011.
Farges ha precisato che “il settore intende innovasi attraverso la dematerializzazione e l’informatizzazione, che renderebbe le informazioni disponibili in molti lingue, senza danneggiare la competitività degli operatori”.
“Speriamo che questa proposta di la regolamentazione sarà integrata in un quadro giuridico europeo per salvaguardare il mercato unico – ha concluso il presidente Efow – ma anche per rendere più trasparenti le pratiche di produzione dei vini importati. Pratiche come l’aggiunta di acqua, che a volte divergono da quelle dell’Ue”.
In Italia vigila sul dibattito la Federazione italiana vignaioli indendenti (Fivi), che si batte per vedere approvate – quantomeno – alcune deroghe ed esenzioni per i piccoli produttori.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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