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Rapitalà, Alessandro e la mafia di Camporeale: cosa dicono le carte dell’inchiesta di Palermo

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Non c’è solo Rapitalà nelle carte dell’inchiesta della Dda di Palermo sul mandamento mafioso di San Giuseppe Jato e sulla famiglia mafiosa di Camporeale. Nelle carte compare anche il nome di Alessandro di Camporeale, cantina “vicina di casa” di Tenuta Rapitalà, mai menzionata da altri organi di stampa, sino ad ora. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Lirio Conti, acquisita e analizzata nel dettaglio (forse solo) da Winemag, compare sì quella che è una
delle più importanti cantine della Sicilia, parte del Gruppo Italiano Vini (GIV), il cui ruolo viene ampiamente dibattuto nelle oltre 400 pagine dell’inchiesta.

Ma c’è anche l’azienda agricola oggi guidata dai tre cugini Benedetto – “il nero” e “il rosso” – ed Anna Alessandro. Il gip definisce «di estremo rilievo» le evidenze investigative su Rapitalà, raccolte sin dal 2019. «Gli interessi economici di Cosa Nostra camporealese nel settore della produzione e della vendita di prodotti vinicoli», sarebbero tuttavia evidenti nei rapporti dei mafiosi con «diverse cantine della zona».https://www.alessandrodicamporeale.it/chi-siamo https://www.gruppoitalianovini.it/it/brand/tenuta-rapitala

RAPITALÀ E ALESSANDRO DI CAMPOREALE: NESSUN INDAGATO

Tra gli indagati non figura alcun dirigente delle due aziende vinicole. Ma dalle carte dell’inchiesta appare evidente chi – e cosa – leghi Rapitalà e Alessandro di Camporeale. Si tratta dell’intermediario di Cosa Nostra Giuseppe Bologna, che figura con il fratello Pietro Bologna nella lista degli indagati per i quali sono stati emessi gli ordini di custodia cautelare (solo 6 su 33 indagati totali). Con loro Antonino Sciortino, capo della famiglia mafiosa, già detenuto a Saluzzo, in provincia di Cuneo, in Piemonte; il reggente Antonino Scardino; e i “bracci operativi” della cosca, Giuseppe Vinci e Raimondo Santinelli​. Giuseppe Bologna, secondo quanto scrive il gip Conti, avrebbe ricevuto con largo anticipo la notizia di ispezioni nelle due cantine Rapitalà e Alessandro di Camporeale. Consentendo a queste di prepararsi per tempo, evitando eventuali sanzioni amministrative. Il tutto grazie ai contatti (di Bologna) con Leonardo Caruso, funzionario dell’Azienda sanitaria provinciale ASP di Palermo.

DIPENDENTI DI RAPITALÀ ASSERVITI ALLA MAFIA DI CAMPOREALE

È possibile stabilire con esattezza chi fossero i sodali dell’esponente di Cosa Nostra all’interno della cantina Rapitalà. Più nebulosa la posizione della cantina Alessandro di Camporeale, sempre secondo quanto risulta dagli atti ufficiali. «L’attività di indagine – si legge nell’ordinanza – permetteva di accertare come la contiguità dei dipendenti dell’azienda Tenuta Rapitalà di Camporeale ad esponenti della locale famiglia mafiosa fosse funzionale al godimento, da parte dell’azienda stessa, di un trattamento di favore anche da parte di pubblici dipendenti».

Emergeva chiaramente infatti come Giuseppe Bologna fosse riuscito, grazie all’interessamento di Leonardo Caruso, dipendente dell’Asp di Palermo preposto ai controlli sanitari presso le aziende vinicole presenti nell’agro di Camporeale o nei comuni limitrofi, ad avvisare Alfio Tomarchio di un imminente controllo amministrativo, facendo da tramite tra i due per la consegna di documentazione utile per sanare alcune irregolarità aziendali. Ed, in tal modo, consentendo di fatto alle Tenuta Rapitalà di sottrarsi ad eventuali sanzioni».

Alfio Tomarchio, deceduto l’11 gennaio 2022 a causa di un carcinoma, è stato sostituito da Ignazio Arena. Il gip Lirio Conti parla di un loro «sostanziale asservimento agli interessi del gruppo criminale capeggiato da Antonino Scardino». Entrambi i dipendenti «erano soliti fissare degli incontri periodici ed abituali, ripetuti con scrupolosa cadenza mensile con Scardino, nonché con altri affiliati tra cui i fratelli Bologna, al fine di garantire loro cospicue forniture di vino e nafta agricola provenienti dall’azienda (Rapitalà). Ed, in alcune occasioni, anche di somme di denaro». Soldi che, tra l’altro, sarebbero serviti anche a finanziare le spese legali del capo detenuto Antonino Sciortino – si parla di almeno una transazione da 7 mila euro – finendo direttamente nelle casse della moglie, Anna Maria Colletti, “colomba nera” utile a veicolare all’esterno del carcere i messaggi del capomafia, soprattutto rivolti al reggente Antonino Scardino.

VINO E MAFIA A CAMPOREALE: IL RUOLO DEL DIPENDENTE DELL’ASP DI PALERMO

Dall’analisi di alcune conversazioni ambientali e di intercettazioni a bordo della Jeep Cherokee di Giuseppe Bologna, emerge come l’esponente di Cosa Nostra abbia condiviso informazioni fornite dal funzionario provinciale Leonardo Caruso, noto come “Dino”, «in favore dei direttivi delle aziende vinicole Rapitalà ed Alessandro. Quest’ultima azienda, attiva dal 2017 nel settore vinicolo con sede a Camporeale in contrada Mandranova, aveva un capitale sociale pari a 3.000,00 euro». Il dipendente pubblico risulta di fatto indagato.

Il faldone del Tribunale di Palermo fornisce dettagli sullo stesso Leonardo Caruso, palermitano classe 1963: «Coniugato con Acquaro Paola, nipote di Acquaro Salvatore […] arrestato in data 20/03/1997 dai Carabinieri della Provincia di Palermo per violazione dell’art. 416-bis c.p. […] e, con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, irrevocabile il 07/03/2003, condannato per il reato a lui ascritto alla pena di 2 anni di reclusione. Acquaro Salvatore è altresì cognato di La Fata Antonino, classe 1955 nato a Partinico, appartenente alla locale famiglia mafiosa. Con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, irrevocabile il 06/12/2009, La Fata Antonino veniva condannato per il reato di associazione mafiosa alla pena di 7 anni di reclusione​».

LE INTERCETTAZIONI DEL DUO BOLOGNA-CARUSO

Particolarmente significativo risulta uno stralcio dell’ordinanza, riferito a un’intercettazione – avvenuta nel luglio 2021, ancora una volta sulla Jeep Cherokee in movimento sulle strade di Trappeto, sulla costa del Golfo di Castellammare – tra Giuseppe Bologna e Leonardo Caruso. «Quest’ultimo – scrive il gip Lirio Conti – oltre ad informare il primo che nel breve periodo funzionari dell’ASP di Palermo avrebbero effettuato dei controlli sanitari presso le cantine vinicole Alessandro e Tenuta Rapitalà, gli consegnava dei documenti da recapitare allo “zio Alfio”, identificato in Alfio Tomarchio, e ad Alessandro, da identificarsi nella proprietaria della omonima cantina vitivinicola Alessandro Anna, per metterli in condizione di apportare i necessari correttivi al fine di evitare di incorrere in sanzioni conseguenti all’imminente attività ispettiva».

Niente, ti sto dando questi due fogli uno glielo dai allo zio… (rumori di fogli di carta) allo zio Alfio… E l’altro glielo dai… a… No! Stanno facendo questi controlli, devono fare questi controlli in tutte le cantine. Non lo so se già da loro ci sono arrivati, siccome non ci siamo potuti vedere… Io non ho avuto tempo… sono apparecchiature a pressione. La comunicazione di messa in esercizio. Hai capito? Li devono fare… Se non l’hanno fatto, che li facciano perché stanno controllando tutte le cantine sotto questo aspetto qua… Va bene? Qua ci sono gli articoli di legge e tutte cose. Questo è già un verbale che hanno fatto a uno… È sempre l’ufficio quello mio ma non siamo noi è un altro tipo… un altro gruppo! Sì… sì controllano queste apparecchiature, queste cose e ci fanno subito la messa in esercizio all’Inail. Non ti scordare a darglieli, hai capito?».

Giuseppe Bologna, scrive il giudice per le indagini preliminari, «garantiva il suo impegno per veicolare la notizia riservata alle due cantine rappresentate da Alfio Tomarchio e Anna Alessandro, come caldamente sollecitato dal suo interlocutore: “Uno ad Alessandro e uno a quello, hai capito? A me degli altri non mi interessa niente. Poi loro, se lo vogliono dare agli altri glielo danno”». Ulteriori conversazioni telefoniche intercettate dimostrerebbero l’impegno di Caruso nel veicolare informazioni riservate attraverso Bologna: «”Quella cosa gliel’hai passata?”, chiedeva (Caruso) ricevendo risposta negativa (da Bologna): “No! Perché… intanto quel… non c’era quel, quel cristiano che io cercavo capito? Lunedì mattino ci passo, va bene Dino? Ciao!”. Il Caruso – scrive ancora il gip – si raccomandava di portare a termine l’incarico assegnato: “Va bene! Fammi sapere se già loro questo certificato lo hanno già avuto e magari…”».

ESPONENTI DI COSA NOSTRA A CASA DEI VITICOLTORI

C’è di più. Sempre nel luglio 2021, Bologna avrebbe incontrato il marito di Anna Alessandro, Giuseppe Camarda detto “Mauro”, dipendente della farmacia di Camporeale, presso la sua abitazione. «Oltre ad affidargli alcuni documenti che il giorno prima aveva ritirato da Leonardo Caruso – si legge nell’ordinanza del Tribunale di Palermo – lo invitava a consegnarli quanto prima a sua moglie Alessandro Anna, in modo tale da metterla in condizione di apportare i necessari correttivi in azienda, per evitare di incorrere in sanzioni conseguenti all’attività ispettiva preannunciata».

Nelle carte dell’inchiesta, pur completamente estraneo ai fatti, compare anche il nome dell’enologo siciliano Vincenzo Bambina, consulente di Bio Fattoria Augustali a Partinico (Palermo), della calabrese Statti a Lamezia Terme (Catanzaro) e di Manni Nössing in Alto Adige (Bressanone, Bolzano). Ancora una volta è il dipendente dell’ASP di Palermo a parlare con Giuseppe Bologna, pizzicato in un’intercettazione telefonica.

Stanno facendo tutte le cantine! L’altro giorno mi ha chiamato Vincenzo Bambina! Ci sono andati la settimana scorsa… inc… Ieri sono andato a farglielo e immaginavo che era questo. Stanno facendo tutte le cantine a livello regionale, quindi. Si sono accorti che mancano i certificati. Controllare tutte le apparecchiature a pressione e dovevano fare… Il problema è che quelli che hanno quelli vecchi ora gli viene difficile a metterli in regola! Hai capito?… Perché devono vedere pure chi è lo spessore del… i contenitori…».

RAPITALÀ: «COLLABORIAMO CON GLI INQUIRENTI»

«Lo stesso funzionario – scrive ancora il gip Lirio Conti – chiariva infine di aver pilotato la scelta degli obiettivi da controllare a favore delle due aziende di Camporeale, ovviamente per occultarne eventuali irregolarità e per evitare che altri funzionari dell’ASP meno compiacenti potessero irrogare nei loro confronti dure sanzioni: “Ma più che altro per questo per evitare che ci va un altro capito?”».

Gli accertamenti, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo, hanno dunque svelato il ruolo centrale di Cosa Nostra nel controllo di attività economiche nel settore dell’agricoltura – così come dell’allevamento, dell’edilizia e del fotovoltaico – anche grazie a stretti rapporti con la politica locale (tra gli indagati c’è anche il sindaco di Camporeale, Luigi Cino, rieletto nel 2022 con il 64,28% delle preferenze e vicino al partito Sud chiama Nord di Cateno De Luca). L’assenza di indagati appartenenti alle due cantine lascia intendere che il loro ruolo non sia stato considerato “attivo” dagli inquirenti. Bensì espressione del profondissimo radicamento della cosca negli affari della zona. A confermarlo è quanto dichiarato dal presidente di Rapitalà Spa, Laurent Bernard de la Gatinais.

«In relazione all’operazione giudiziaria che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nel comprensorio di Camporeale, Tenuta Rapitalà afferma la propria estraneità a contesti mafiosi. E dichiara di essere a disposizione degli investigatori e degli inquirenti per ogni accertamento opportuno e necessario». Il numero uno dell’azienda è, tra l’altro, il presidente uscente di Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce 100 aziende vitivinicole dell’isola – di cui fa parte anche Alessandro di Camporeale – che più di tutte si spende nella promozione del vino siciliano nel mondo, organizzando eventi di richiamo internazionale come Sicilia en Primeur. Entrambe le cantine prenderanno parte all’edizione 2025, in programma dal 6 all’11 maggio a Modica.

BENEDETTO ALESSANDRO: «SIAMO ESTRANEI A CONTESTI MAFIOSI»

Pronto anche il commento di Benedetto Alessandro. «Innanzitutto precisiamo fermamente di essere completamente estranei a contesti mafiosi – sottolinea il presidente del Cda di Alessandro di Camporeale -. Nessuno dei membri della nostra azienda, né tra i dirigenti, né tra i soci né tra i dipendenti, risulta indagato. Abbiamo immediatamente comunicato alla Dda di Palermo la nostra estraneità ai fatti e la piena disponibilità ad ogni accertamento, ove si rendesse necessario. In merito all’episodio in cui un dirigente dell’ASP di Palermo si sarebbe attivato per informarci di un controllo su specifici macchinari a pressione, desideriamo chiarire che non abbiamo mai richiesto avvisi di controlli. Quello in questione era già stato effettuato presso la nostra azienda circa un mese prima. Il documento cui si fa riferimento, contenente le procedure per l’adeguamento – conclude Alessandro – ci era già stato consegnato da un ispettore ASP, durante un precedente controllo dell’ente». https://www.assovinisicilia.it/

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Quello che non abbiamo ancora capito di Report


EDITORIALE –
Ha fatto scalpore l’ultima “inchiesta giornalistica” di Report, andata in onda il 22 dicembre. La trasmissione di Rai Tre è tornata a parlare di vino, a distanza di quasi un anno dalla puntata del 19 dicembre 2023, a cui fece seguito il “sequel” del febbraio 2024. Buona la terza? Neppure per idea. Report ha riproposto l’ennesimo pessimo servizio pubblico, mescolando sapientemente qualunquismo e noia mortale. Nel servizio “Vino su misura“, il duo Bellano-Ranucci getta il solito sasso nello stagno. Arrivando sì a circostanziare – come mai fatto prima – le presunte accuse. Ma compiendo il consueto errore – innanzitutto giornalistico! – di generalizzare e rendere il “mezzo gaudio”, mal comune. E se fosse proprio questo il punto? Se fosse questo lo scopo di una tv nazionale che dimostra di essere sempre più allo sbaraglio e in balia delle correnti? Quello che non abbiamo ancora capito di Report, ma che risulta piuttosto evidente a bocce ferme, è che l’interesse reale non è fare informazione o inchiesta, ma portare l’acqua al mulino di una retorica che Report non ha certo inventato, in cui il programma di Rai Tre si è “ficcato” a pieni polmoni. Sin dal dicembre 2023.

REPORT E LA RETORICA DEGLI ULTRA VINNATURISTI

Fateci caso. Tutto inizia con l’attacco alle Docg. Si prosegue con la ghigliottina di imbottigliatori ed enologi, definiti “piccoli chimici”. E il sipario, per ora, si chiude su Bolgheri, Sassicaia, Chianti Classico e Ornellaia. Report non ha alcuna intenzione di informare i telespettatori o di renderli più consapevoli nelle scelte. Lo scopo di Bellano e Ranucci è bruciare in piazza le Cattedrali del vino cosiddetto convenzionale. Un po’ come fece Martin Lutero nel dicembre 1520, con la bolla papale che ne annunciava la scomunica.

La retorica a cui si è accodato Report è quella degli ultra vinnaturisti. Di quelli che, da anni, provano a fare proseliti dichiarando la superiorità dei lieviti indigeni sui lieviti selezionati; delle fermentazioni spontanee su quelle controllate; dei corni di vacche vergini sul biologico certificato. Facile immaginare Bellano e Ranucci brindare più alle polemiche generate dal servizio all’interno del settore che ai risultati dell’audience. Col calice colmo d’un vino pieno di difetti spacciati per terroir, nel nome della Madonna del Brett. Maledicendo Cotarella e compagnia bella.

MA L’ULTIMA PUNTATA DI REPORT NON È TUTTA DA BUTTARE

Detto ciò, banalizzare la terza “sparata” del programma, mettendo sotto al tappetto i documenti forniti dalla fonte anonima, equivarrebbe a trattare il caso con la medesima superficialità degli autori del programma. Nella puntata del 22 dicembre, Report attacca una zona e una denominazione (Bolgheri) che nel 2019 ha messo nero su bianco la propria decisione di crescere, nel nome del mercato. I produttori, riuniti in Consorzio, l’hanno definita poeticamente «terza era»: quella in cui diversi ettari storicamente rivendicati Toscana Igt sono stati “tramutati” in Doc, senza ricorso alle consuete graduatorie. Il motivo? Consentire di aumentare la produzione di Bolgheri – ovvero il numero di bottiglie – per sostenere il positivo trend biennale dell’aumento dei prezzi in Horeca (+10% dal 2017 al 2019) e la crescita nella grande distribuzione organizzata (il mondo dei supermercati) pari al 19% in cinque anni (2015-2019).

Il tutto, a 25 anni esatti dal riconoscimento ufficiale della denominazione di origine controllata. Rai Tre scoperchia poi l’annoso tema della “vendita della carta”, che si trasforma in vino Doc e Docg, trasportato in cisterna lungo la rete autostradale italiana, generalmente da sud a nord. Problematiche che tutti, nel settore, conoscono. E alle quali, forse, sarebbe l’ora di trovare una soluzione drastica, definitiva. Semplificando normative e rendendo più agile, per i consumatori, il concetto stesso di vino, oggi assassinato quotidianamente da troppe ed inutili denominazioni di origine, indicazioni geografiche (vere o «presunte») e cantori al soldo delle cantine e dei distributori.

Una rivoluzione necessaria ad evitare che il manipolo di incendiari che considera Report una manna diventi un esercito, capace di allontanare anche gli ultimi bevitori da un settore che avrà pure tanti scheletri nell’armadio, ma che è anche – e soprattutto – qualità da raccontare e promuovere. In sintesi? Lasciamo pure che i preti vadano a processo. Ma salviamo la Cattedrali dal rogo.

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Trento Doc, «bollicine di montagna»? Inchiesta winemag.it: 96% vigneti in quota collina


Trento Doc
, «bollicine di montagna»? Eppure, il 92% dei vigneti si trovano sotto alla quota di collina. Ovvero ad altitudini inferiori ai 600 metri sul livello del mare. Il dato emerge da un’inchiesta esclusiva di winemag.it. Solo in 5 dei 62 Comuni in cui sono presenti vigne iscritte alla produzione dello spumante Metodo classico del Trentino si supera questa soglia. La media del vigneto Trento Doc si assesta piuttosto su 420 metri sul livello del mare.

Si tratta di dati ufficiali, elaborati dall’Organismo di Controllo dalla Camera di Commercio di Trento (CCIAA), sulla base delle evidenze della Provincia Autonoma di Trento, riferite alla vendemmia 2021. Lecito chiedersi se la comunicazione impostata negli anni dall’Istituto Trento Doc possa essere lesiva dei diritti dei consumatori? Il claim «bollicine di montagna» non è l’unico elemento a poter confondere le acque e creare un immaginario poco realistico.

«BOLLICINE DI MONTAGNA»: LA COMUNICAZIONE DEL TRENTO DOC

Il video pubblicato qui sopra a corredo dell’inchiesta di winemag.it accompagna l’apertura del sito web ufficiale dello spumante Trento Doc. In grande evidenza una serie di immagini che fanno riferimento ad altitudini elevate, in cui la viticoltura è impraticabile. Vette innevate e pendii inarrivabili utili però ad avvalorare la tesi di una produzione Trento Doc di “alta montagna”, più che a raccontare il territorio in cui, realmente, prendono vita gli spumanti trentini.

I dati raccolti da winemag.it confutano anche diverse informazioni presenti sul portale del Trento Doc. Si legge che le «bollicine di montagna» nascono da «vigneti situati ad un’altitudine fra i 200 e i 900 metri sul livello del mare, in un ambiente con climi caratterizzati da forti escursioni termiche giornaliere in grado di conferire alle uve complessità aromatica, eleganza e freschezza».

A RIVA DEL GARDA VIGNETI A 102 METRI SUL LIVELLO DEL MARE

Il vigneto più “basso” dello spumante trentino si trova nel Comune di Riva del Garda, ad appena 104 metri sul livello del mare (54.164 metri quadrati di Chardonnay). Il più “alto” è nel Comune sparso di Altopiano della Vigolana: appena 372 metri quadrati di Pinot Bianco, a 876 metri.

Per trovare gli altri vigneti di (vera) “montagna” bisogna spostarsi a Bleggio Superiore (30.053 m² a 647 m slm), Tenna (8.813 m² a 612 m slm), Stenico ( 326.256 m² a 609 metri) e Vallarsa (9.869 m² a 606 m slm). Tirando le somme, solo 50,4 ettari del vigneto Trento Doc si trovano ufficialmente in “montagna”, sui 1.294,82 ettari complessivi. Appena il 3,8% della superficie totale di produzione: 8 vigneti sui 127 iscritti in occasione della vendemmia 2021.

DOC TRENTO – VENDEMMIA 2021
SUPERFICI RIVENDICATE PER COMUNE E VARIETÀ
Comune Varietà Sup. raccolta
(metri quadrati)
Altitudine media
(metri)
ALTOPIANO DELLA VIGOLANA PINOT BIANCO                 372 876
PINOT BIANCO              4.173 724
CHARDONNAY         109.546 679
BLEGGIO SUPERIORE CHARDONNAY           30.053 647
PINOT NERO           15.141 639
TENNA CHARDONNAY              8.813 612
STENICO CHARDONNAY         326.256 609
VALLARSA CHARDONNAY              9.869 606
TRENTO DOC, «BOLLICINE DI MONTAGNA»? L’INCHIESTA DI WINEMAG.IT

Sempre secondo i dati ufficiali forniti a winemag.it dall’Organismo di controllo della Camera di commercio di Trento, appena 28 vigne si trovano tra 500 e 582 metri sul livello del mare. Molte di più quelle a 400 m: sono 41, per l’esattezza situate tra i 404 e i 487. Ventiquattro i vigneti tra i 301 e i 397 m slm. Altrettanti quelli presenti tra 104 e i 289 metri di “altitudine” (7 quelle sotto i 200). Da notare che in “vetta” ci sono due vigneti di Pinot Bianco. Ma è interessante anche il focus sulla produzione nelle varie fasce.

Se i numeri del reale “vigneto di montagna” del Trento Doc sono impietosi, fa ancora più effetto scoprire che solo 183,96 ettari si trovano tra 500 e 582 metri. La maggior parte del vigneto delle cosiddette «bollicine di montagna» si trova piuttosto tra i 500 e i 582 metri sul livello del mare (6.645.164 m², ovvero 664,51 ettari, con appena 9 appezzamenti sopra i 550 m slm). Sono poi 273,79 gli ettari tra i 300 e i 400 m; 122,12 gli ettari tra 104 e 289. Tradotto: dei 1.294,82 ettari rivendicati per la vendemmia 2021, 1.244 si trovano sotto la quota di “montagna”.

Grazie ai dati raccolti in esclusiva da winemag.it è possibile stilare la “Top 10” dei Comuni con la maggiore superficie vitata raccolta a Trento Doc lo scorso anno. Al primo posto Trento (258,21 ettari a 404 m di media slm). Medaglia d’argento a Madruzzo (89,38 ettari a 382 metri). Bronzo per Cembra Lisignago (51,39 ettari a 517 m). Seguono Mori (48,73, 414 m), Lavis (92,8 ettari fra 301 e 464 m), Rovereto (43,09 a 379 m slm) e Cavedine (41,91 ettari a 432 m). In coda Volano (39,09 a 254 metri), Vallelaghi (33,83 ettari, 409 m slm medi) e Stenico (32,62 a 609 m slm).

DOC TRENTO – VENDEMMIA 2021
SUPERFICI RIVENDICATE PER COMUNE E VARIETÀ
Comune Varietà Sup. raccolta
(metri quadrati)
Altitudine media (metri)
TRENTO CHARDONNAY      2.582.168 404
MADRUZZO CHARDONNAY         893.806 382
CEMBRA LISIGNAGO CHARDONNAY         513.958 517
MORI CHARDONNAY         487.386 414
LAVIS CHARDONNAY         480.498 301
ROVERETO CHARDONNAY         430.907 379
CAVEDINE CHARDONNAY         419.166 432
VOLANO CHARDONNAY         390.973 254
VALLELAGHI CHARDONNAY         338.374 409
STENICO CHARDONNAY         326.256 609
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Povero Marsala (parte 3): vini aromatizzati con etichette fuorilegge al supermercato


MILANO –
Etichette fuorilegge al supermercato per i vini aromatizzati a base Marsala. È quanto emerge dalla terza parte della nostra inchiesta sulle sfortunate sorti del vino simbolo della Sicilia. A sbagliare sono alcune insegne della Grande distribuzione organizzata, che sul cartellino del prezzo utilizzano la parola “Marsala” per descrivere quelli che, invece, sono semplici “vini aromatizzati” privi di Doc, come il “Cremovo” o il “Floriovo“.

Non succede al discount, ma nei punti vendita di grandi gruppi come Conad, Esselunga e Iper, La grande i (Finiper). La legge italiana non permette che vengano utilizzati a scopi pubblicitari o esplicativi i nomi che rimandano alle Denominazioni di origine, in accostamento a tipologie (di vini o di altri prodotti) che non rientrano nel disciplinare di produzione delle relative Doc, Dop e Docg.

Emblematico il caso dell’azienda friulana Schianchi Srl che, dal 2018, ha rinunciato all’utilizzo in etichetta del nome dei vini Doc utilizzati per la preparazione delle proprie “gelatine di vino“, per evitare di incorrere in sanzioni.

LA CONFERMA DELL’ESPERTO

“Il Marsala Doc – commenta Michele Antonio Fino, professore associato dell’Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo – è un ingrediente dei ‘vini aromatizzati’ in questione, come il Prosecco Doc può esserlo di uno Spritz”.

“Se uno imbottiglia dello Spritz e in etichetta ci scrive ‘Prosecco al Select’, ovviamente tutti ci scandalizziamo. La stessa cosa vale per le etichette eventualmente non rispettose della legge, o per i cartellini dei punti vendita che in modo poco accurato, invece di parlare di ‘bevanda a base di vino e uovo’, ancora parlino di ‘Marsala’ all’uovo”.

La più recente modifica del disciplinare di produzione del Marsala Doc, come ricorda Fino, risale al 2014: “Contrariamente a quanto era previsto nella legge del 1950, che fece del Marsala la prima Doc italiana giuridicamente regolamentata, e ancora nella legge di riforma 851 del 1984, oggi non esistono più quelli che venivano chiamati ‘Marsala speciali‘, prodotti con aggiunta di ingredienti diversi dall’uva e dall’alcool di origine viticola”.

“Il ‘Cremovo’, prodotto a base di Marsala Doc e uovo, che ancora era prevista nella legge del 1984 – aggiunge il professor Fino – viene oggi prodotto legalmente da diverse aziende che lo etichettano correttamente come bevanda a base di vino aromatizzato con uovo”.

Con l’autorizzazione del Consorzio di tutela – e solitamente a fronte del pagamento di somme relativamente ingenti – le aziende possono precisare che il vino utilizzato è Marsala Doc. “Tuttavia – conclude il docente di Pollenzo – non è corretto parlare di ‘vino’, nemmeno di ‘vino speciale’ e tantomeno di ‘Marsala Doc’ all’uovo”. Chi cambierà la musica?

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Gipi De Bartoli e Carlo Martinez a WineMag: “Ecco come rilanciare il vino Marsala”


EDITORIALE –
C’è un’immagine che descrive meglio di tutte la crisi del vino Marsala. Quella di un castello di sabbia, costruito troppo vicino al mare. Un maniero venuto su in fretta. Dalle palizzate ai merletti. Spazzato via dalla prima onda lunga, aiutata dal vento. Facile comprendere come possano sentirsi Carlo Martinez e Giuseppina “Gipi” De Bartoli. Due figli della storia del vino Marsala. Eredi di un patrimonio ridotto in cocci.

La “favola” del commerciante inglese John Woodhouse, che diede vita alla commercializzazione internazionale del Marsala, si scontra con le (il)logiche commerciali dell’industria e degli imbottigliatori.

Chi oggi invoca la “Marsala Revolution” come panacea di tutti i mali è lo stesso che, al supermercato, devasta la Denominazione con “primi prezzi” da vergogna. Senza neppure il garbo di firmare con nome e cognome l’etichetta, ma utilizzando sigle lecite, ma offensive per il consumatore.

Del resto, 3,59 al litro (prezzo a scaffale, Iva compresa) costituiscono un bel margine rispetto agli 80 centesimi attorno ai quali si aggira – secondo fonti locali di WineMag.it – lo sfuso atto a divenire vino Marsala, che esce dalle grandi cantine ad appena 4 mesi dalla vinificazione.

Un surrogato che solo in alcuni casi prende la via della bottiglia una volta fortificato, “degno” com’è di diventare piuttosto “ingrediente” nelle preparazioni delle peggiori cucine del mondo, o delle industrie alimentari e dolciarie.

Tra proclami per giornali e riviste prezzolate ed eventi utili ai “brand” più che alla Denominazione, il Marsala è senza un Consorzio di Tutela. E viene da chiedersi se, forse, non sia meglio così. Che cosa resta da “tutelare”? Intanto, nell’ombra, c’è chi prova a tener alta la bandiera. Ecco l’intervista a Carlo Martinez e Gipi De Bartoli.

Giuseppina De Bartoli, detta “Gipi”. Carlo Martinez. Chi siete?

Sono Giuseppina De Bartoli, ho 37 anni e sono la figlia di Marco De Bartoli, fondatore dell’omonima cantina che produce, tra le altre etichette, anche Marsala. Porto avanti l’azienda occupandomi della parte amministrativa, assieme ai miei fratelli Renato e Sebastiano che si occupano della produzione.

Sono Carlo Martinez, contitolare della Martinez Srl. Faccio parte insieme ai miei cugini, della quinta generazione della mia famiglia che da sempre gestisce la società. In cantina lavorano anche i nostri figli che appartengono alla sesta generazione.

Qual è la storia delle vostre aziende?

– Giuseppina De Bartoli. L’Azienda è stata fondata nel 1978 da Marco De Bartoli, con motivazioni non legate al business o alla moda. Mio padre usciva da due grosse aziende industriali di Marsala.

In quegli anni, si era reso conto che l’immagine di quel vino era ormai deviata e la Sicilia non era per nulla tenuta in considerazione, se non per lo sfuso o per i vini utili a tagliarne altri: erano gli anni della Sicilia “cantina d’Europa”.

Mio padre capì che era venuto il tempo di cambiare rotta. Puntò tutto sul serio lavoro in vigna, sugli autoctoni come il Grillo. In una parola, sulla “qualità”. Si mise così a fare il “vigneron” nel senso più alto del termine. Ripartì dal vino del territorio, quello ormai dimenticato: il Perpetuo, ovvero il Marsala delle origini.

L’obiettivo era quello di produrre un vino naturale, che non necessitava di gradazioni altissime o di fortificazioni, prodotto nel pieno dello stile ossidativo. Lo chiamò “Vecchio Samperi“, dal nome della vigna dove ora sorge la nostra cantina. Irruppe con quel vino, senza Denominazione, nel mondo delle industrie del Marsala.

Marco (nella foto) fu coraggioso: per amore del vino si dimenticò dei fatturati e difese il territorio, cercando di far capire a tutti che la Sicilia poteva e doveva fare ben altro, per emergere come meritava.

Intraprese solo in un secondo momento la strada del Marsala riconosciuto dal disciplinare, per l’esattezza nel 1984. Tra le 29 tipologie consentite, decise di puntare su tutto su “Oro” e “Superiore Riserva”, le due versioni che gli consentivano di portare avanti la sua visione, puntando tutto su lunghissimi invecchiamenti, ossidazioni ed evoluzione. Bandì così le tipologie “Ambra”, “Fine” e “Superiore”.

Ancora oggi lavoriamo il nostro Marsala come un grande vino da tavola: bassissime rese, vendemmie manuali, selezione, pressa soffice, lieviti indigeni. Mosto cotto e concentrato, per noi, mistificano il vino.

Il nostro fatturato si assesta su 1,5 milioni di euro, per una produzione complessiva di 120 mila bottiglie. Per quanto riguarda il solo Marsala, si tratta di 25 mila bottiglie all’anno per 400 mila euro.

– Carlo Martinez. Era il 1866 quando Carlo Martinez fondò a Marsala la sua azienda vinicola, destinata a diventare una delle più antiche della città. Originario di Palermo, dove conobbe e fu grande amico di Ignazio Florio, lavorò a Napoli come suo rappresentante della ditta di ceramiche.

Lì conobbe Angelina Miraglies, che poi sposò. Per sigillare questa amicizia, quando nacque il suo secondo figlio lo chiamò Domenico Florio Martinez. Un nome che si è ripetuto con gli altri discendenti.

In oltre 150 anni di attività la nostra azienda ha sempre mirato alla qualità, filosofia rimasta immutata negli anni. Produciamo una vasta gamma di vini Marsala, ma puntiamo soprattutto, da sempre, su prodotti a lungo invecchiamento ed antiche riserve.

Completano la nostra produzione anche i vini liquorosi Igt Terre Siciliane, i vini aromatizzati ed i vini da Messa. L’80% del nostro fatturato è destinato all’Italia, l’altro 20% al resto del mondo.

Le vostre aziende hanno rapporti con la Grande distribuzione organizzata, ovvero il mondo dei supermercati?

Giuseppina De Bartoli. No, la Marco De Bartoli non ha rapporti diretti con la Grande distribuzione. Abbiamo un distributore unico, Les Caves de Pyrene, che cura la commercializzazione.

Non è escluso che si possa reperire qualche etichetta nei supermercati più attrezzati, dotati di un reparto enoteca ben strutturato e organizzato. Di certo, tuttavia, non si tratta di contratti diretti con noi.

– Carlo Martinez. Il nostro rapporto con la Gdo è iniziato circa vent’anni fa, esclusivamente con Bennet, partner con il quale ci troviamo molto bene, con discreti volumi di vendita della sola tipologia “Fine”.

Cosa potrebbe fare la Grande distribuzione per il vino Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Dev’essere proprio la Gdo a fare qualcosa? È il suo compito quello di acquistare prodotti da rivendere, possibilmente col margine più alto possibile. Impossibile chiedere ai buyer di rifiutarsi.

Sono piuttosto i produttori che dovrebbero fare qualcosa, come per esempio rifiutarsi di produrre e vendere Marsala a basso costo, anche di fronte alle eventuali richieste della Gdo. La nostra azienda, tuttavia, non ragiona con la logica industriale.

L’etichetta che potremmo definire “base”, ovvero il Marsala Superiore Oro 5 anni “Vigna la Miccia”, potrebbe uscire sul mercato dopo 5 anni, ma in realtà l’affinamento si protrae sempre più a lungo. L’ultima annata in commercio, la 2012, è finita nel 2018.

Abbiamo cambiato l’etichetta, eliminando la dicitura “5 anni” ed uscirà millesimato: il 2016 sarà in commercio nel 2020. Per intenderci, l’altra vendemmia De Baroli attualmente in commercio è la 2004.

Imbottigliamo poi riserve degli anni 80 e 90, in edizioni limitatissime. Si tratta di etichette che non interessano neppure lontanamente alla Grande distribuzione: quelle su cui la Denominazione e i produttori dovrebbero puntare quotidianamente, per il bene del Marsala.

Carlo Martinez. Prima dovremmo fare tanto noi produttori. Poi dopo il nostro lavoro la Gdo potrebbe darci una mano veicolando il messaggio che vogliamo proporre.

Come giudicate il quadro dipinto dalla nostra inchiesta sul Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. È un quadro molto coraggioso e realistico, che raramente viene dipinto dalla stampa, specie quella del settore enogastronomico. Si preferisce piuttosto nascondersi dietro un ago. Non ci si focalizza mai sugli aspetti da voi evidenziati.

L’unica cosa che chiederei ai miei colleghi produttori è la coerenza, perché ognuno con disciplinare fa quello che vuole, nel rispetto della legge. È giusto che ci siano piccole cantine e grandi industrie, ovunque.

Ma serve coerenza e sincerità: servire due padroni non è una cosa che si può fare. L’immagine realista che emerge dall’inchiesta di WineMag.it è esattamente quella contro cui noi sbattiamo la testa quotidianamente.

Non abbiamo letto nulla di inventato, anzi una ricerca così documentata serve ad andare a fondo su una realtà in profonda crisi come quella del Marsala. A voi va il nostro ringraziamento.

– Carlo Martinez. Il vostro servizio ha rappresentato purtroppo chiaramente e realmente quella che è l’attuale situazione del mercato della Gdo. Ci sono però altre realtà, come le enoteche ed i negozi specializzati che, avendo delle persone competenti ed esperte, riescono a far conoscere ed a far apprezzare questo vino.

Una Denominazione che, soprattutto per le tipologie a lungo invecchiamento, sorprende tutti quelli che la degustano per la prima volta. Purtroppo molta gente pensa che il Marsala sia quello all’uovo che si usa nello zabaione.

Quali sono i costi di produzione del Marsala, nelle varie tipologie?

Giuseppina De Bartoli. I nostri costi sono diversi da quelli di altri produttori, in quanto non agiamo secondo logiche industriali. Non possiamo nemmeno decifrarli al momento, in quanto non li abbiamo mai calcolati.

Per dare comunque qualche metro di paragone, il nostro vino “base”, ovvero il già citato “Vigna la Miccia”, esce all’ingrosso a 16 euro più Iva per la bottiglia da mezzo litro. Un prezzo basso rispetto al valore dell’etichetta.

– Carlo Martinez. Il Marsala, nella tipologia “Fine”, ha costi relativamente contenuti. Mai quanto quelli del vino della prima fascia di prezzo e comunque non bassissimi, perché ha un invecchiamento minimo in botti di legno di almeno un anno. Le tipologie “Superiore” e “Vergine”, in special modo quelle che subiscono lunghi invecchiamenti, hanno dei costi di produzione piuttosto alti.

Quanto dovrebbe costare un Marsala di qualità, a scaffale?

– Giuseppina De Bartoli. A scaffale almeno 20 euro, stando bassi. Ma non perché “spari il prezzo”, tentando un’operazione di marketing sull’etichetta: mi riferisco al reale valore della bottiglia, al suo minimo sindacale, qualora tutta la filiera produttiva venisse rispettata a dovere.

– Carlo Martinez. Esistono, purtroppo, Marsala di elevata qualità ed altri meno. Un Marsala perché di qualità, nella tipologia “Superiore”, in bottiglia da cl. 75 e venduto al supermercato, non dovrebbe costare meno di 8 euro.

Credete che i “vini aromatizzati” che contengono Marsala danneggino l’immagine della Denominazione o siano un veicolo utile al “brand” Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Queste tipologie costituiscono, per la nostra visione del Marsala, un grande “dolore”. Fortunatamente, però, non contengono in etichetta la parola “Marsala” e devono essere chiamati “vini aromatizzati” o “creme”.

Per quanto mi riguarda non hanno senso di esistere. Hanno inficiato l’immagine del Marsala, dagli anni 50 in poi. La loro produzione e diffusione ha generato la fine di questo vino, dal punto di vista qualitativo.

Gran parte della colpa della crisi è da addebitare a questo tipo di sottoprodotti. Sono persino sorpresa che esitano consumatori intenzionati ad acquistarli, motivo per il quale vengono evidentemente prodotti.

– Carlo Martinez. Danneggiano sicuramente l’immagine del vero vino Marsala. Le tipologie aromatizzate si possono produrre tranquillamente con altri tipi di vini. Se si usa come base il Marsala non dovrebbe essere specificato in etichetta ma citato solo come uno degli ingredienti. La differenza dovrebbe farla il bicchiere.

Marsala e Mixology: giusto trattarlo da “ingrediente” per i cocktail?

– Giuseppina De Bartoli. Se i barman usassero un grande Marsala per fare grandi cocktail, o gli chef usassero un grande Marsala per fare grandi piatti, sarebbe il massimo. Invece finisce come al solito: in cucina, nove volte su dieci, finisce il marsalaccio.

E per i cocktail, come succede per gin e distillati vari, gran parte dei bar si accontentano dell’etichetta a minor costo. Queste dinamiche generano produzione di Marsala di bassa qualità. Non sono contro al cocktail “figo”, anzi. Ma credo che la mixology non sia la soluzione. Bisogna fare altro per renderlo più appetibile e famoso.

– Carlo Martinez. Più che ingrediente penso dovrebbe essere la base per una tipologia di cocktail ben precisa. Dovremmo essere noi produttori, sicuramente con l’aiuto di barman professionisti e di alto profilo, ad individuarne una sola tipologia con un solo nome ben definito.

Cambiereste qualcosa del disciplinare di produzione del Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Questo è un argomento caldissimo. Se ci penso bene, però, è un po’ come lottare contro i mulini da vento. Pensare di cambiare le cose porta a quanto successo a mio padre Marco: gliene hanno fatte di ogni. Brutto da dire, ma per certi versi ci abbiamo anche rinunciato.

Abbiamo una sorta di consapevolezza che è impossibile cambiare lo stato attuale delle cose. Noi siamo nulla. Comandano i fatturati nei Disciplinari. Nel nostro piccolo, ogni giorno lavoriamo per far conoscere il Marsala. Viaggiamo, facciamo degustazioni. Anche questo è il nostro dovere, da produttori. Ma ci siamo forse un po’ arresi.

Tuttavia, secondo noi, dal disciplinare sarebbe bene togliere la tipologia “Fine” ottenuta dai vini sfusi che escono dalle cantine dopo 4 mesi, o quantomeno togliere un nome che poi finisce nelle peggiori cucine e industrie mondiali.

Dovremmo preservare in qualche modo questo vino dall’immagine di “ingrediente da cucina”, riportandolo alla sola immagine che gli è consona, ovvero quella del “vino da bere”. Così però toglierei il fatturato a molte cantine, che con lo sfuso di Marsala campano.

Molto si potrebbe fare abbassando le gradazioni alcoliche minime: perché ancora 18 gradi? Tutto ciò è legato all’aspetto storico del Marsala, legato al fatto che gli inglesi fortificavano per proteggerlo dai lunghi viaggi in nave.

Oggi è anacronistico. L’alcol aggiunto evidenzia un lavoro non eseguito in vigna, copre le mancanze. E ne serve di più, se il vino base viene lavorato male in vigneto. Punterei ad abbassare la soglia alcolica a 16 o 17 gradi. Sarebbe quantomeno un segnale.

Infine, leverei dal disciplinare anche la tipologia “Ambra”. Bisogna puntare sul lavoro dei viticoltori e meno sull’acquisto di vino già pronto, di bassa qualità, da conciare in cantina prima della commercializzazione.

– Carlo Martinez. Quattro cose secondo me hanno la priorità assoluta. Innanzitutto si dovrebbero razionalizzare le varie tipologie di produzione. Attualmente, ne esistono 29, che si differenziano per caratteristiche, colore e contenuto zuccherino. Sono sicuramente troppe: confondono il consumatore.

Seconda operazione: diminuire le zone di produzione delle uve. Altra cosa che ho proposto tanti anni fa è fare diventare Docg la tipologia più nobile, che è quella Vergine. Ultima, ma secondo me la più importante: cambiare leggermente il nome al Marsala “Fine”.

Non chiamarlo più completamente Marsala, ma modificarlo leggermente così da differenziarlo dai Marsala di pregio, cioè le tipologie “Superiore” e “Vergine”, che sono dei veri e propri vini da meditazione e non solo.

Sul nome penso di avere anche un’idea che potrebbe mettere d’accordo tutti i produttori, quelli conservatori (i più difficili da convincere) e quelli che la pensano come me e tanti altri.

La tipologia “Fine” viene usata come ingrediente (sì di alto livello, ma sempre di un ingrediente si tratta) dai ristoratori in cucina, dalle aziende di dolciumi ed anche dai salumifici, perché è un conservante naturale. Noi dalla grafica dell’etichetta lo facciamo capire. Se si vuole cambiare il trend dei consumi, bisogna guardare non ad oggi ma al domani.

Di chi sono le responsabilità di questa crisi?

– Giuseppina De Bartoli. Si tratta degli effetti della degenerazione industriale, dagli anni 50 in poi. Qui in Sicilia è iniziata, a un certo punto, una guerra fratricida a chi lo facesse pagare meno, non a chi producesse il miglior Marsala.

Chi vuole risparmiare toglie tutto: qualità, lavoro in vigna, invecchiamenti. E lavora invece su altri canali: più sfuso, più uovo, più fragola, più banana, per venderlo al più basso prezzo possibile. Ecco cosa condiziona oggi la produzione di qualità del Marsala: il Dio Denaro.

– Carlo Martinez. Essenzialmente di noi produttori. Dovremmo fare sistema, lavorare insieme dentro un Consorzio che stabilisca le strategie e detti le linee guida.

Perché il vino Marsala non ha un Consorzio?

– Giuseppina De Bartoli. Colpa nostra non è, perché non siamo mai stati considerati. Prima c’era un Consorzio. Ora lo si rimpiange: mi chiedo perché. Non ha mai fatto nulla per la tutela del vino Marsala e questo è sotto gli occhi di tutti, mi pare.

Neppure sul fronte internazionale il Consorzio è riuscito ad essere efficace, dal momento che si può produrre Marsala negli Usa. Inoltre, questo vino è in sostanza in mano ad alcuni imbottigliatori. I protagonisti del Consorzio, oggi, sarebbero gli stessi di ieri.

Ma c’è la volontà di ricostituirlo. Noi siamo stati invitati a partecipare alla prima riunione, questa primavera. Mio fratello Renato ha preso la parola, dicendo chiaramente quanto sto condividendo con voi, in questa intervista.

Renato andò oltre, chiedendo di limitare lo strapotere delle cantine sociali e delle tipologie di Marsala consentite dal disiciplinare. Apriti cielo, tutti a imprecare.

Così, prima della convocazione della seconda riunione, abbiamo inviato una lettera, dichiarando che non intendiamo essere solidali con produttori che non hanno i nostri stessi scopi. Ad impedircelo sono visioni completamente diverse sul futuro del Marsala e sulla strada da intraprendere per il rilancio.

Non siamo degli ipocriti, dunque non intendiamo prendere parte al Consorzio. Magari ci fosse un ente che tutelasse la produzione. Il problema è che non si hanno visioni comune, nemmeno tra le gradi industrie, che tra loro hanno rivalità commerciale. Il nostro auspicio è per un Consorzio che salvaguardi i vignaioli del Marsala.

– Carlo Martinez. Le aziende del vecchio Consorzio (che non ha mai funzionato, infatti la quasi totalità dei produttori, come noi, poi è andata via) hanno sempre guardato al poco di oggi, per non toccare gli interessi di nessuno, anziché al futuro che sarebbe potuto essere sicuramente più prestigioso per tutto il comparto.

Significative le parole del notaio Salvatore Lombardo, presidente della Strada del Vino, riportate proprio dalla vostra testata: “O si riesce a ricreare un Consorzio serio del Vino Marsala, che investa e lo rilanci, oppure sarà difficile godere di nuovi benefici legati al vino”.

“E su questo – ha aggiunto Lombardo – tutti i produttori di Marsala devono essere d’accordo. I grandi vini da meditazione come Madera, Porto e Sherry sono legati a una città e non possono fare a meno di raccontarla. I vini non si bevono solo perché buoni, ma soprattutto perché nel calice si ritrova il territorio e la sua storia”.

Ecco, oltre all’aspetto tecnico-normativo, cosa deve fare il Consorzio che speriamo possa nascere al più presto. Lavorando bene, come hanno fatto di recente al Consorzio Sicilia Doc, si ottengono i risultati sperati.

Quante bottiglie di Marsala si può stimare vengano prodotte complessivamente, nelle varie tipologie, al giorno d’oggi? Quante in passato, all’epoca “d’oro”?

– Giuseppina De Bartoli. Secondo dati in nostro possesso, oggi si parlerebbe di circa 70 mila ettolitri, ovvero circa 6 milioni di bottiglie. All’inizio del secolo scorso, la cifra era nettamente superiore: 1,5 milioni di ettolitri.

– Carlo Martinez. A questa domanda non posso rispondere con precisione, per mancanza di dati ufficiali. Il Consorzio, che al momento non esiste, ha anche il compito di raccogliere tutti i vari dati su produzioni e vendite. I volumi di Marsala venduti tanti anni fa erano sicuramente maggiori.

Riguardo invece quelli dell’imbottigliato, secondo me il dato non è molto differente tra passato ed oggi. Attualmente penso che le bottiglie vendute, nelle varie tipologie, siano intorno a 6 milioni.

Cosa significa per voi il Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Un grande vino, territoriale. Deve sentirsi il sole, il calcare. Il Marsala è un vino naturale, invecchiato. Un Marsala deve sopravvivere, non deve essere venduto subito. Per questo occorre effettuare un grande lavoro in vigna, sulla varietà Grillo. Il Marsala dev’essere un vino non dico eterno, ma quasi.

– Carlo Martinez. Il Marsala è la storia ed il patrimonio della mia famiglia e della mia città. Il vero Marsala, è il risultato della gente, della terra, della storia da cui nasce e da cui è circondato.

È il mare che lo profuma, il bottaio che crea l’ambiente più giusto per farlo maturare, il sole, gioioso ed onnipresente, che ne prepara il futuro. Un prodotto che regala una austerità ed una severità commovente, fatta di lunghi riposi in botti di legno e di tempo, tanto tempo necessario per raggiungere espressioni di altissimo gusto.

Cosa significa “vino Marsala” per i trapanesi, ieri e oggi?

– Giuseppina De Bartoli. Secondo me c’è molta ignoranza sul Marsala, anche qui da noi. Non c’è l’idea concreta di cosa sia, dei vitigni col quale lo si produce e delle varie tipologie esistenti. Se vai in molti ristoranti, non ti chiedono né tipologia né vitigni, né produttore: te ne rifilano uno generico.

È un vino poco conosciuto anche a Marsala, perché non si dà importanza a tutte le sue sfumature, andando nel profondo. Tutti sanno che è un vino Doc, sì. Ma nel concreto lo scenario del Marsala si conosce poco, nel bene e nel male. Si consuma anche poco. E si va su prodotti economici. Ci sono eccezioni, ma la percentuale è molto bassa.

– Carlo Martinez. Non vorrei passare per campanilista: direi piuttosto per i marsalesi che per i trapanesi. Marsala contraddistingue la parte estrema della nostra isola. Nasce nel 397 a.C. (si chiamava prima Lilibeo) ed è la quinta città della Sicilia.

Tra i numerosi reperti archeologici si trovano innumerevoli anfore e giare (contenitori di terracotta) che servivano per il trasporto del vino. La nostra provincia (la più vitata d’Italia) ed il vino sono un’unica cosa ed il Marsala, per quanto è conosciuto nel mondo, è il vino più famoso. Ricordo che è stato il primo prodotto italiano riconosciuto come Doc.

Quale provvedimento ritenete più urgente per sollevare le sorti del vino Marsala?

– Giuseppina De BartoliNoi come debartoliani, lavorare su prodotto bene: uve, prodotto di eccellenza e qualità.

– Carlo Martinez. Fare chiarezza sulle tipologie di produzione, essenzialmente semplificarle, così da indirizzare il consumatore alla tipologia da lui preferita. Differenziare il nome per la tipologia “Fine”, così da guidare il consumatore a bere le tipologie “Superiore” e “Vergine”.

Come si muove l’azienda sui mercati per promuovere il Marsala?

– Giuseppina De Bartoli. Degustazioni in cantina ed enoturismo molto selezionato: accogliamo qui da noi circa 2 mila persone all’anno. In cantina non ospitiamo mai più di 20 persone per gruppo. Un “pacchetto” che si può tranquillamente definire tecnico e concettuale, sia al momento della visita sia della degustazione.

Non a caso dura 2 ore: chi viene qui da noi è perché è fortemente interessato a conoscere una dimensione diversa. Inoltre viaggiamo molto e lavoriamo a stretto contatto con i nostri importatori. Il turista, del resto, ha un’ampia offerta in centro città, dove ci sono aziende bellissime da visitare per vedere la grande produzione.

– Carlo Martinez. Stiamo puntando molto sull’enoturismo come veicolo di divulgazione della cultura del Marsala. Nell’ultimo decennio, infatti, abbiamo aperto le porte della nostra cantina per accogliere non solo i nostri clienti ma anche i consumatori.

Un modo per far sì che possano conoscerci da vicino e apprezzare quei piccoli grandi segreti della nostra azienda, che siamo lieti di condividere con chi viene a trovarci. In tanti sono diventati “ambasciatori” del nostro Marsala, che come tutti i Marsala di qualità sono patrimonio di tutti noi italiani.

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Povero Marsala: Cantine Pellegrino guida i prezzi più bassi al supermercato


MILANO –
Da un lato i prezzi più bassi al supermercato. Dall’altro l’organizzazione di cene nei ristoranti “in”, per proporre la “Marsala Revolution” attraverso alcune referenze dal packaging accattivante. Misteri del marketing. Fatto sta le storiche Cantine Pellegrino – al secolo Carlo Pellegrino & C. Spa – guidano il triste primato del Marsala a basso costo nella Grande distribuzione organizzata italiana.

È quanto emerge dall’inchiesta di WineMag.it tra le corsie delle maggiori insegne nazionali della Gdo: da Auchan a Conad, da Carrefour ad Esselunga, passando per Bennet, Coop, Eurospin, Lidl, Penny Market e Iper, La grande i.

C’è di più. Quasi mai, il nome “Cantine Pellegrino” appare per intero sulle etichette “primo prezzo”. Più facile trovare la sigla “C.P.C. Spa”, col riferimento della sede aziendale (via del Fante 39, Marsala). Si tratta appunto dell’acronimo della Carlo Pellegrino & C. Spa.

Tutto lecito, in un’Italia e in Europa che impone etichette “Chiare, Semplici e Leggibili”, ma che consente alle aziende di usare delle sigle, al posto del nome per esteso.

Un “escamotage” che molte cantine da milioni di bottiglie di vino a prezzo stracciato, destinato a supermercati e discount – impegnate però a promuovere quel paio di etichette destinate all’Horeca – conoscono bene.

Del resto, giusto vergognarsi di un Marsala che costa persino meno di quello degli imbottigliatori con sede legale a Piacenza (vedi quello di Giarola Savem) e Milano (quello di Giovanni Bosca Spa). Il record negativo spetta infatti alla referenza di Cantine Pellegrino proposta nei supermercati Esselunga.

Si tratta del Marsala Dop Fine I.P. Alagna – “Marca depositata Pietro Alagna e Figlio”: 3,58 euro risultano il prezzo più basso della Grande distribuzione italiana, per la bottiglia da un litro. Viene da chiedersi se Pietro Alagna, oggi novantenne presidente di Cantine Pellegrino, lo sappia.

A dire il vero, gli attenti buyer di Esselunga strappano il record per un solo centesimo ad Eurospin (avete presente? Quelli della campagna dei vini “Integralmente prodotti”, promossi da Luca Gardini) e Lidl, dove il vino simbolo della città trapanese (e della Sicilia intera) è in vendita a 3,59 euro al litro.

Clamoroso anche il prezzo del Marsala Fine Italia Particolare ambra secco di “F.F. Marsala” (Fratelli Fici): altra bottiglia da litro in vendita a 3,59 euro negli ipermercati di Iper, La grande i (Finiper).

Più in generale, come spesso accade nelle corsie del vino al supermercato, il quadro organizzativo del banco registra più di una pecca. Non è difficile trovare bottiglie di Marsala di vecchie annate, dimenticate sul fondo dello scaffale al posto di essere vendute prima dell’arrivo degli ordini della “vendemmia” più recente.

Per i clienti più attenti e preparati risulta così semplice procurarsi delle vere e proprie “verticali di Marsala“, come quella raccontata nei mesi scorsi dall’altra testata del nostro network, Vinialsupermercato.it (la polvere sulle bottiglie non si paga e le bottiglie risultano nel 90% dei casi molto ben conservate, nonostante i pregiudizi). Anche la costruzione del display, in molti casi, lascia a desiderare.

Tralasciando la violazione di Conad e di Iper, La grande i (che espongono un “vino aromatizzato” come il “Floriovo” indicando sull’etichetta la parola “Marsala”, cosa che del resto fa anche la nota enoteca online Bernabei) va sottolineato che solo i francesi di Auchan dedicano ai “vini liquorosi” una vera e propria “voce” a scaffale, ben visibile grazie alla cartellonistica.

Per il resto, il Marsala si trova spesso decontestualizzato dalla corsia dei vini. Nella maggior parte dei casi, le referenze presenti sono collocate tra i distillati o le creme liquorose, con risultati imbarazzanti per la nobile Denominazione siciliana.

Curiosa la scelta di Esselunga, che in ottica cross-marketing espone il Marsala su testate adiacenti la pasticceria, vicino a Passiti e vini spumanti dolci come il Moscato e il Brachetto d’Asti o frizzanti come il Sangue di Giuda dell’Oltrepò pavese. Ecco, nello specifico, la situazione riscontrata in occasione della nostra inchiesta, insegna per insegna.

IL MARSALA AL SUPERMERCATO, INSEGNA PER INSEGNA


Auchan

Ampio l’assortimento e ben esposto in verticale, in una sezione dedicata ai “vini liquorosi”. In alto due referenze di Carlo Pellegrino, linea “Baglio Kelbi”: 4,69 euro per entrambe le bottiglie da 75 cl (6,25 euro al litro).

Si tratta del Marsala fine I. P. Semisecco Dop e del Marsala Superiore S.O.M. Ambra secco Dop. Appena sotto, ad altezza presa, a 3,79 euro per la bottiglia da 75 cl (5,05 euro al litro) il Marsala fine imbottigliato da Casano Sas di Marsala.

È il Marsala fine ambra Semisecco “Antichi Bagli“. Accanto a lui il Cremovo di Pellegrino, sempre linea Baglio Kelbi, a 3,99 euro (5,32 al litro). Appena sotto, ecco il VecchioFlorio 2014: 75 cl a 7,99 euro (10,65 euro al litro). Due vendemmie a scaffale: 2014 davanti e 2012 dietro.

Più sotto, sempre in verticale, il “Terre Arse” vergine 2002. Presenti anche alcune bottiglie del 2000, mal esposte sul fondo: 11,29 euro il prezzo del mezzo litro (22,58 al litro). Ripiano più basso per “Targa riserva 1840”, altra etichetta di Florio: 11,43 euro la vendemmia 2003, bottiglia da 0,50 (22,86 al litro).

Bennet

Buon assortimento. Il Marsala superiore dolce Dop “Garibaldi” di Pellegrino è ad altezza presa (4,39 euro, bottiglia da 500 ml, 8,78 al litro), tra un Picolit da 11,85 euro e una grappa di Franciacorta.

Appena sotto nel display, in perfetta verticalizzazione, il Marsala fine Doc ambra semisecco di Martinez Srl, tra un Sangue di Giuda dell’Oltrepò pavese e una grappa gentile di Chardonnay.

Base dello scaffale riservata ad altre due referenze: il VecchioFlorio secco 2014 a 6,95 euro (750 ml) e il Marsala Ambra Semisecco “Gibò”, imbottigliato in zona d’origine per Giovanni Bosca Spa, Azienda con sede in piazza Diaz 1, a Milano: costo di 4,99 euro per la bottiglia da un litro.

Carrefour

Due referenze che paiono dimenticate nell’angolo basso dello scaffale, contro una colonna. Sono il VecchioFlorio 2014 (6,90 euro la 750 ml) e il Marsala fine I. P. “Liberti”, imbottigliato da D.D.S. Spa in via Florio, a Marsala (bottiglia da 1 litro a 4,49 euro).

Si tratta della sigla che “cela” Duca di Salaparuta, marchio che riunisce alcuni brand storici siciliani come Corvo e la stessa Florio. Certamente più rispettoso l’approccio alla Denominazione, rispetto a quello di Cantine Pellegrino.

Coop

Il Marsala si trova nella corsia dei superalcolici, per l’esattezza sul ripiano più basso dello scaffale. Due le referenze. Il VecchioFlorio a 6,85 euro (9,13 al litro), presente nel caos con ben tre vendemmie (2012, 2013 e 2014 esposte in ordine inverso rispetto alla basilare regola del first in first out) e il Marsala Fine Ambra Semisecco “Lilibeo” di C.P.C. Spa: 4,99 euro il litro. Riecco dunque Cantine Pellegrino a cimentarsi nel primo prezzo.

Nel supermercato Coop preso in analisi per la nostra inchiesta, le bottiglie di Marsala risultano esposte tra un “Anice forte” venduto a 5,89 euro e il Martini rosato perfetto per i cocktail, in vendita a ben 8,39 euro.

Conad

Due referenze, oltre al Floriovo (che in etichetta viene erroneamente indicato come “Marsala”). Ad altezza presa il Marsala Superiore Old Marsala Ambra secco, di Cantine Pellegrino: 5,25 euro per la bottiglia da 0,50 (10,50 al litro). Più in basso il Marsala Fine I. P. imbottigliato da F.F. Marsala (Fratelli Fici) per conto di Giarola Savem, azienda vitivinicola di Piacenza (5,29 euro la 75 cl).

Esselunga

Due referenze, ad altezza piedi, alla base di una testata condivisa con spumanti dolci, passiti e vin santo, intervallate dal “Cromovo” di Pellegrino. Si va dai 3,58 euro del Marsala Fine di “C.P.C.”, che offre appunto il primato del Marsala a basso costo della Grande distribuzione organizzata a Cantine Carlo Pellegrino, agli 8,39 euro del Marsala superiore Doc Secco VecchioFlorio, vendemmia 2014 (formato da 1 litro).

Eurospin

Ancora una volta decontestualizzato dalla corsia vini, il Marsala si trova poco lontano da una “crema di banana” da 4,29 euro (“liquore cremoso e avvolgente”) e da un passito di Pantelleria da 4,99 (Cantine Pellegrino), accanto a un vino aromatizzato all’uovo dello stesso brand. Una sola referenza, “Baglio delle Torri” in formato da 1 litro: 3,59 euro il prezzo.

Iper, La grande i (Finiper)

VecchioFlorio apre la linea a banco, ad altezza presa. Due le vendemmie presenti: 2014 davanti e 2013 dietro. Prezzo di 6,95 euro per la bottiglia da 75 cl (9,27 al litro). Il Marsala ha accanto una crema alla nocciola da 3,99 euro e il “Floriovo” Florio a 5,99 euro (altra etichetta fuorilegge del punto vendita, in cui è indicata la parola “Marsala”).

Più sotto, posizionato correttamente, un altro Marsala a 3,59 euro bottiglia da litro: è il Fine Italia Particolare Ambra secco di F.F. Marsala (Fratelli Fici).

Lidl

Ancora una volta il Marsala decontestualizzato dal banco destinato all’esposizione dei vini e collocato tra i distillati. Siamo tuttavia su un lungo lineare, che dal centro del punto vendita arriva a lambire le casse, interessando anche l’ampio assortimento che la catena tedesca riserva alle birre (anche “artigianali” italiane). Una sola referenza di Marsala, accanto a un Gin da 6,49 euro: il costo è di 3,59 euro per la bottiglia da litro.

Penny Market

La referenza è esaurita nel punto vendita visitato, ma gli addetti del supermercato confermano che in assortimento c’è un solo Marsala. Il costo è 3,59 euro, ma la bottiglia è da 0,75 cl (4,79 euro al litro).

Il Marsala è inserito nella corsia dei distillati, tra una grappa barricata da 5,99 euro e un surrogato dello Jägermeister prodotto in Germania, a 5,29 euro. Tant’è. Povero Marsala.

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Prosecco business: uve Glera dalla Sicilia contro le gelate

PALERMO – A cosa servono 400 quintali di uve Glera provenienti dalla Sicilia a un “grande gruppo vitivinicolo veneto”? La risposta sembra scontata, dopo una vendemmia segnata dalle gelate di aprile.

Ad ammettere la trattativa, andata in porto per 95 euro al quintale, è V.R., produttore palermitano rintracciato nel pomeriggio, in esclusiva, da vinialsupermercato.it.

“Nelle mie vigne – dichiara il viticoltore della provincia di Palermo, a cui garantiamo l’anonimato – riusciamo ad anticipare di molto la raccolta di uve Glera, ottenendo profumi eccezionali: cose che in Veneto, nella zona del Prosecco, possono solo sognare! Per di più con percentuali residuali zuccherine pari a zero”.

L’inchiesta di vinialsuper prende spunto da un annuncio pubblicato dal sito web Uvaevino.it, rilanciato in giornata sui social da un produttore veneto. Un portale “interamente dedicato al commercio di uva e svino sfuso tra le aziende agricole, imbottigliatori, viticoltori, enoteche eccetera”.

Il sito funge da intermediario (con commissione a pagamento) per la regione Toscana. Ma offre spazi gratuiti di domanda e offerta per gli utenti residenti nelle altre regioni italiane. Un vero e proprio servizio gratuito, tout court.

I DETTAGLI
Tra le offerte di vino sfuso della regione Sicilia si scorgono Nero d’Avola, Catarratto, Viognier. Ma anche quella di Glera Igt da 12%, annata 2016, prodotta nella zona di Palermo. Il prezzo è di 100 euro ad ettolitro, con una disponibilità massima di 300 ettolitri. L’annuncio risale al 14 agosto e non è l’unico inserito da V.R., che nella zona di Palermo alleva 2,5 ettari di Glera, in vigneti di proprietà che assicura essere “fantastici”.

Arriviamo a lui, con tanto di numero di cellulare, grazie all’impiegata del sito Uvaevino.it, che ci risponde dalla Toscana, più esattamente dagli uffici di Grosseto. Ci fingiamo interessati all’acquisto del vino sfuso. Il gioco è fatto.

Il cellulare di V.R. squilla, il produttore risponde, ma rimanda la telefonata di qualche minuto. Richiamiamo e raccogliamo la testimonianza. “Non vi direi a chi ho venduto la Glera nemmeno se mi metteste 100 mila euro sulla scrivania”, incalza.

Ma è chiaro che si tratti di una delle “big” che in Veneto producono Prosecco. “Non c’è nulla di cui sorprendersi – commenta la nostra fonte – basta piuttosto farsi due conti e pensare alle conseguenze delle gelate. D’altro canto c’è una crisi che fa paura attorno al vino in bottiglia: in cantina ho 40 mila bottiglie invendute. Vinificare, qui da me, costa 40 euro al quintale. Imbottigliare ed etichettare circa 2,20 euro a bottiglia. Ecco perché si ricorre alla vendita dello sfuso”.

L’annuncio, tuttora online su Uvaevino.it, riguarda infatti il vino, non le uve. Quelle, il vignaiolo siciliano, le ha “già vendute tutte a settembre”. “E si trattava interamente di uve raccolte a mano nei nostri vigneti”, precisa V.R.. “Da parte nostra – aggiunge il produttore palermitano – siamo a posto con la coscienza. Abbiamo venduto con tutte le certificazioni. Poi ognuno è libero di farci quello che vuole con le uve, in Veneto come in altre regioni”.

LA PROSECCO MANIA
Secondo i dati di Assoenologi, in Veneto e Friuli Venezia Giulia (le due regioni dove vengono prodotte uve Glera assieme alla Sicilia, che le annovera nelle Igt Avola, Camarro, Salina, Valle Belice e Terre Siciliane) si è registrato nel 2017 un calo tra il 15 e il 20% rispetto alla vendemmia 2016.

Un “buco” che ha rischiato di far impennare i costi delle uve atte alla produzione di Prosecco, nonché dello sfuso. Secondo i dati della Camera di Commercio locale, i prezzi per il vino “base” si aggirano attorno ai 2 euro al litro per la Doc.

Cifre che salgono a 2,40 per la Docg Asolo e a 2,80 per la Docg Conegliano Valdobbiadene. Nel 2008, la Glera si acquistava invece per 50 centesimi al Chilo. Quattrocentodieci i milioni di “pezzi Doc” imbottigliati nel 2016, con una previsione di 450 milioni entro fine anno, forte delle vendite in crescita nel primo semestre 2017 (+8%).

L’obiettivo, dalle parti di Treviso, è quello di arrivare a 500 milioni di bottiglie entro la fine del 2018. Tradotto: mezzo miliardo. Seguono a ruota le Denominazioni di origine controllata e garantita: 90 milioni per il Prosecco di Valdobbiadene e 9 milioni per la “piccola” Asolo. Un business che fa gola a molti.

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Pavia, Cantina La Versa: vino, fatture false e droga. Il declino della famiglia Lanzanova

Avrebbe messo in piedi “un articolato meccanismo di frode e autoriciclaggio basato su fatture relative a operazioni inesistenti”. Con questa accusa è stato arrestato Abele Lanzanova, amministratore delegato de La Versa Spa, cantina attiva a Santa Maria della Versa (Pavia) dal 1905.

Le manette sono scattate giovedì 21. E venerdì anche la figlia dell’ad Lanzanova, Elena, è stata arrestata dalla Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Pavia. Nella sua abitazione sono stati rinvenuti 7 chilogrammi di marijuana. Le Fiamme Gialle proseguono l’indagine in Lombardia e, nelle ultime ore, anche in Emilia Romagna.

I militari stavano ricercando possibili legami tra Elena Lanzanova con le attività illecite del padre, quando hanno scoperto la droga a Urago D’Oglio, in provincia di Brescia, dove abita la donna. La Procura di Brescia ha convalidato l’arresto e fissato il processo per il prossimo 28 settembre. Gravi le accuse mosse ai due famigliari.

Abele Lanzanova, secondo quanto riportano le forze dell’ordine, “si sarebbe appropriato di ingenti somme sottraendole alle scarse risorse finanziarie della Cantina, peraltro già interessata da procedimenti prefallimentari”. Il colonnello Cesare Marangoni e i militari del comando provinciale della Guardia di Finanza di Pavia, hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Abele Lanzanova.

Quattro le persone indagate, oltre all’amministratore delegato. Due le richieste di fallimento presentate dalla Cantina La Versa Spa di via Crispi 15, Santa Maria della Versa, dinnanzi alla Procura della Repubblica di Pavia su istanza di due gruppi di soci e fornitori. Abele Lanzanova, in particolare, avrebbe riciclato denaro per alzare il capitale della Cantina, trasferendolo sui conti correnti de La Versa Financial International Spa.

“Abbiamo cominciato un percorso di rinnovo e di rilancio del marchio e dell’azienda La Versa – si può leggere anacronisticamente sul sito web della Cantina di Santa Maria della Versa -. Presto potrete fruire di tutto il mondo La Versa, vi ringraziamo per la pazienza e per il sostegno”.

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Terre d’Oltrepò di Broni: scandalo tra i vini Doc, Igp e Igt del Pavese in Lombardia

“Un Po’ di pazienza. Il nuovo sito sarà online a settembre”. O forse no. Nelle scorse ore, Guardia Forestale e Guardia di Finanza hanno perquisito la sede dell’azienda vinicola Terre d’Oltrepò, in via Sansaluto 81, a Broni, provincia di Pavia. Lo riferisce una nota dell’Ansa, secondo la quale sarebbero stati effettuati sequestri di vino all’interno della cantina, per un quantitativo totale di 16 milioni di litri di vino sfuso e settecentomila bottiglie.

L’intera annata 2014 della maggiore società cooperativa del settore in Lombardia è sotto la lente di ingrandimento degli inquirenti con l’ipotesi di aver tentato di “commercializzare imponenti quantitativi di Doc, Igp e Igt dell’Oltrepò Pavese, per origine, provenienza e qualità diverso da quello dichiarato e del tutto incompatibili con l’effettiva quantità e qualità di uva prodotta e conferita dai soci” della cantina.

L’inchiesta, partita nel novembre 2014, ipotizza un giro d’affari fraudolento per un ammontare totale di circa 20 milioni di euro. In sostanza, è come se un Barolo venisse prodotto e commercializzato con uve non Nebbiolo, indicate però in etichetta, sulla base del disciplinare. Proprio negli ultimi giorni, la cantina Terre d’Oltrepò aveva iniziato una massiccia campagna pubblicitaria e sui social network, come Facebook, dove può già vantare oltre 3.500 iscritti. Le autorità competenti escludono comunque rischi per la salute dei consumatori.

 

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