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Indicazioni geografiche, ministro Bellanova: “Dop e Igp perno politiche agroalimentare”

 

OriGin Italia (l’Associazione Italiana Consorzi Indicazioni Geografiche) sottolinea come l’azzeramento del canale Horeca a causa dell’emergenza sanitaria da Covid-19 stia provocando gravi ripercussioni alle produzioni Dop e Igp italiane. Ad oggi non è possibile valutare con certezza i tempi della Fase 2 ma la filiera Horeca (Ristorazione-Turismo) sarà enormemente condizionata almeno fino a fine 2020.

Si prevedono, già a breve termine, filiere di produzioni Dop Igp con cali delle vendite anche oltre il 50% a 3 mesi, improvvisa difficoltà per l’export e decine di imprese specializzate con cali ancora superiori. Nel lungo periodo invece ci sarà da fare i conti con la concorrenza di prezzo di prodotti sostitutivi.

Questa l’analisi della situazione delle Indicazioni Geografiche contenuta in un documento presentato alla ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova durante una video chat alla presenza dei Consorzi di tutela e dell’europarlamentare Paolo De Castro.

Nel documento le proposte a supporto del sistema italiano delle Dop e Igp da sviluppare nei prossimi mesi. Fra queste: una campagna di promozione del Governo per il consumo di prodotti DopP e Igp nel mercato italiano; un’azione straordinaria attraverso il ritiro di prodotti ad Indicazione Geografica eccedenti; l’ammasso privato di prodotti Dop e Igp per conservare il valore delle produzioni Made in Italy di qualità ed evitarne la svalutazione.

Indicazioni Geografiche italiane che con 825 prodotti, grazie al lavoro di oltre 180mila operatori e l’impegno dei 285 Consorzi di tutela riconosciuti, hanno portato la DopEconomy a valere oltre 16,2 miliardi di euro alla produzione, con un peso del 20% del valore agroalimentare nazionale, con un export che supera i 9 miliardi di euro pari al 21% nell’export agroalimentare italiano.

“I Consorzi di tutela – ha sottolineato il presidente di OriGin Italia Cesare Baldrighi – hanno un ruolo primario anche in questa fase di ripartenza del Paese, essendo il sistema di riferimento per la filiera produttiva, operano su base collettiva, hanno la conoscenza diretta di tutti gli operatori e delle azioni di mercato. È fondamentale in questa fase prevedere una semplificazione delle procedure amministrative, in coerenza con le attuali limitazioni e sfruttando al meglio le possibilità tecnologiche e di comunicazione agile”.

“Il sistema delle Indicazioni Geografiche – ha detto la ministra Teresa Bellanova – resta il perno fondamentale delle politiche di sviluppo agroalimentare del Paese. E su questo chiedo una collaborazione da parte di tutti, del mondo associativo, dei consorzi e delle singole imprese, perché dobbiamo lavorare insieme per rafforzare le filiere e i rapporti fra i produttori primari ed i trasformatori proprio per mettere a valore il sistema geografico. Ma dobbiamo pensare anche al mondo dopo il Covid e le vostre proposte sono importanti e da quelle dobbiamo trovare una sintesi”.

“Non c’è la giusta consapevolezza della crisi dei prodotti di alta qualità ed Indicazioni Geografiche – ha affermato Paolo De Castro, Coordinatore S&D commissione agricoltura del Parlamento Europeo – è opportuno anche in Europa rendere più chiara la situazione, sia per il canale Horeca sia per l’export. Necessario inoltre in questa fase fare alcuni aggiustamenti sull’ammasso privato dei prodotti Dop e Igp, con fondi adeguati, misure di mercato e la necessaria flessibilità”.

“E’ necessario attivare al più presto un tavolo tecnico-consultivo fra i Consorzi di tutela, attraverso OriGIn Italia, ed i responsabili degli uffici Mipaaf e altri enti preposti, per affrontare la situazione specifica delle varie filiere Dop e Igp – ha precisato Baldrighi – Ma anche incentivare la Gdo a promuovere e privilegiare non solo i prodotti nazionali  ma a creare delle specifiche piattaforme Dop e Igp che presentino in maniera ben riconoscibile i prodotti italiani di origine certificati. Prevedere infine uno studio sul cambiamento dei consumi per capire al meglio le diverse evoluzioni e dei comportamenti di acquisto e prepararsi per rispondere adeguatamente alle richieste di mercato”.

Fra gli aspetti organizzativi per far ripartire il settore, il supporto all’innovazione digitale delle piccole imprese in modo da favorire un loro adeguamento all’attuale scenario di mercato, recuperare una parte delle perdite sul fronte Horeca sul mercato on-line e consentire un rilancio più rapido nel post-emergenza.

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Vini al supermercato

Salento Igp Vermentino 2019, Notte Rossa

(5 / 5) Un’altra sorpresa nel cestello dei vini di qualità in vendita al supermercato. Il Salento Igp Vermentino 2019 Notte Rossa fa il suo esordio in questi giorni sugli scaffali della grande distribuzione italiana. A colpire, in linea col resto della gamma di vini salentini firmati Notte Rossa, è l’eccellente rapporto qualità prezzo di questo bianco.

Un Vermentino in grado di non far rimpiangere la più nota versione della Sardegna, al netto delle differenze legate al “terroir”. Rivelando l’anima più nascosta dei vini della Puglia: quella in “bianco”, spesso sovrastata da quella dei larghi e corpulenti vini rossi.

LA DEGUSTAZIONE
Alla vista, il Vermentino 2019 di Notte Rossa si presenta di un giallo paglierino limpidissimo, luminoso. Al naso è intenso, ma delicato. I richiami floreali sono quelli del biancospino; la frutta è un cesto d’arance e mandarini appena messo in tavola, mentre il vento porta in casa sbuffi di rosmarino e timo, uniti alla “salinità” tipica della brezza marina. Non manca un tocco esotico, tra il mango maturo e la banana.

Il Salento si ritrova nel calice anche all’assaggio, che merita attenzione per l’equilibrio. Le note di frutta perfettamente matura – corrispondenti al naso – giocano con la freschezza e la vena minerale, rendendo questo Vermentino perfetto per l’abbinamento a tutto pasto, specie con i piatti tipici della cucina mediterranea.

Più che mai adatto il pairing col pesce, dai primi alle fritture, oltre alle carni bianche. Quanto alla temperatura di servizio, quella perfetta è tra 10 e i 12 gradi, anche se il vino non si scompone neppure con un paio di gradi in più.

LA VINIFICAZIONE
Il Vermentino del Salento Igp Notte Rosse “nasce” nell’areale di Brindisi, da vigneti situati a circa 100 metri sul livello del mare del Salento. La zona è caratterizzata da un microclima temperato, in cui il calore del sole è mitigato, appunto, dalla presenza della distesa cristallina.

Il terreno è poco profondo, di medio impasto e a prevalenza sabbioso. Condizioni perfette per il vitigno “pirata” Vermentino, capace di adattarsi lungo le coste del Bel paese (e non solo) con risultati sempre interessanti e sfumature diverse, di regione in regione.

Le uve, raccolte nell’ultima settimana di agosto, vengono diraspate e mantenute a contatto con le bucce per qualche ora, a freddo, prima della pressatura. L’obiettivo dell’enologo di Notte Rossa, Davide Ragusa, è quello di “estrarre il massimo potenziale aromatico” dal Vermentino.

La fermentazione avviene in acciaio a 15° e si protrae per un periodo compreso fra 13 e 15 giorni, preservando integri bouquet e profilo aromatico naturale delle uve. L’affinamento in acciaio anticipa la commercializzazione.

Prezzo: 6,90 euro
Acquistabile presso: insegne in via definizione

***DISCLAIMER: La recensione di questa etichetta è stata richiesta a Vinialsupermercato.it dalla cantina, ma è stata redatta in totale autonomia dalla nostra testata giornalistica, nel rispetto dei lettori e a garanzia dell’imparzialità che caratterizza i nostri giudizi***

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degustati da noi vini#02

Marche Rosato Igp 2018 “Ophirosa”, Vini Firmanum

Produrre rosato è come cucinare: ti accorgi subito chi lo fa con amore. E chi tanto per fare. Il calice che si riempie del Rosato Igp 2018 “Ophirosa” di Vini Firmanum esprime appieno il concetto. Un vino dalla dignità propria, ottenuto nella zona di Fermo, nelle Marche, da uve Sangiovese e Ciliegiolo. Aggiungi il prezzo di appena 5 euro (in cantina) e la ricetta è servita: buon appetito.

LA DEGUSTAZIONE
Il Marche Rosato Igp 2018 “Ophirosa” si presenta di una tonalità che si avvicina al cerasuolo. Ottima corrispondenza tra le note avvertibili al naso e quelle che, poi, connotano il sorso. Un vino facile da bere, tutto sul frutto (melograno, ribes, lampone, fragolina) che sfodera una chiusura salina preziosa, capace di chiamare irresistibilmente il sorso successivo.

Sorprende per la precisione delle note fruttate e per l’intatta freschezza, anche quando la temperatura si alza di uno o due gradi nel calice, rispetto a quella consona per il servizio dei vini rosati (10-12°). Ottima a tutto pasto, questa etichetta di Firmanum si lascia gustare ancor meglio assieme a un brodetto o a un crudo di pesce.

LA VINIFICAZIONE
Un rosato non convenzionale, “Ophirosa”, sin dalle uve con le quale è stato ottenuto. Si tratta infatti di Sangiovese e Ciliegiolo che affondano le radici in terreni di medio impasto, esposti a Sud-Est, a 300 metri sul livello del mare Adriatico.

Le uve, raccolte a mano, vengono pressate in maniera soffice e poi vinificate senza buccia. La fermentazione avviene in acciaio, a temperatura controllata, per preservare tutti gli aromi primari. Anche la maturazione ha luogo in Inox.

“Ophirosa” è solo una delle etichette della “fenice” Vini Firmanum. La cantina, oggi privata, sorge infatti dalle ceneri dell’ex Aziende viticole associate dei Colli Fermani di Montottone, nei pressi di Fermo, nelle Marche: una cooperativa che è arrivata a contare circa 400 soci nel corso della propria storia.

La rinascita che si è concretizzata nel 2011, riducendo del 70% la produzione e dando avvio ai primi imbottigliamenti. La produzione si assesta oggi sulle 70 mila bottiglie annue su tre linee, distribuite nell’Horeca (è il caso di “Ophirosa”) e in Gdo. Prosegue, in parallelo, la produzione di vino sfuso dalle uve di alcuni ex soci.

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Food Lifestyle & Travel news news ed eventi

L’Amatriciana riconosciuta Specialità tradizionale garantita dell’Unione Europea

L’Amatriciana è stata riconosciuta definitivamente Specialità tradizionale garantita (STG) dell’Unione Europea. Un provvedimento volto a tutelarla da imitazioni e falsi. Lo rende noto la Coldiretti, nell’annunciare la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale Ue del 13 marzo l’iscrizione nel Registro europeo delle Denominazioni d’origine e Indicazioni geografiche (Dop-Igp) e Specialità tradizionali garantite (Stg) della celebre ricetta.

Si tratta del riconoscimento definitivo da parte dell’Ue di un piatto simbolo del terremoto del Centro Italia, con la salsa Amatriciana tradizionale ottenuta “secondo il metodo di produzione e la ricetta secolare del comprensorio di Amatrice“.

Un riconoscimento che arriva con consenso unanime visto che nei tre mesi a disposizione per eventuali osservazioni nessuno ha sollevato obiezioni di sorta. Il carattere tradizionale dell’Amatriciana è legato agli ingredienti impiegati e al metodo specifico di preparazione utilizzato tradizionalmente nel comprensorio dei Monti della Laga, dai quali la preparazione trae origine.

“Con l’iscrizione nel registro delle STG – rileva Coldiretti – diventa ancora più importante garantire l’utilizzo di ingredienti al 100% Made in Italy, dal grano nazionale per la pasta al pomodoro, dal pecorino fino al guanciale ottenuto da maiali allevati in Italia”.

Di fatto, si riconosce che la popolazione di Amatrice ha dato vita ad uno dei piatti più conosciuti della tradizione italiana rielaborando ed arricchendo un’antica preparazione pastorale, con l’introduzione del pomodoro intervenuta all’inizio del 1800.

“L’amatriciana – ricorda la Coldiretti – era il pasto principale dei numerosi pastori che vivevano sulle montagne di Amatrice che portavano nei loro zaini, pezzi di pecorino, sacchette di pepe nero, pasta essiccata, guanciale e strutto per preparare la cosiddetta gricia che con l’aggiunta del pomodoro è diventata l’amatriciana”.

Con questo riconoscimento l’Italia consolida il primato europeo nelle produzioni di qualità con 301 denominazioni Dop/Igp e Stg, ma anche 415 vini Doc/Docg, 5155 prodotti tradizionali regionali censiti lungo la Penisola.

Leadership italiana che riguarda anche il biologico, con oltre 60 mila aziende agricole biologiche, 40 mila aziende agricole impegnare nel custodire semi o piante a rischio di estinzione e il primato della sicurezza alimentare mondiale. Il tutto a fronte della decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati (Ogm).

“La tradizione gastronomica italiana – sottolinea Coldiretti – è il motore di una filiera agroalimentare estesa, dai campi agli scaffali e alla ristorazione, che raggiunge in Italia una cifra di 538 miliardi di euro, pari al 25% del Pil ed offre lavoro a 3,8 milioni di occupati”.

COME PREPARARE L’AMATRICIANA: LA RICETTA DEL COMUNE DI AMATRICE

Le dosi per 4 persone: 500 g di spaghetti, 125 g di guanciale di Amatrice, un cucchiaio di olio di oliva extravergine, un goccio di vino bianco secco, 6 o 7 pomodori San Marzano o 400 grammi di pomodori pelati, un pezzetto di peperoncino, 100 g di pecorino di Amatrice grattugiato, sale.

Mettere in una padella, preferibilmente di ferro, l’olio, il peperoncino ed il guanciale tagliato a pezzetti: la proporzione di un quarto, rispetto alla pasta, è “tradizionale e sacra” per gli esperti.

Inoltre, o si mette il guanciale – vale a dire la parte della “ganascia” del maiale – o non sono spaghetti all’Amatriciana. “Solo con esso avranno una delicatezza e una dolcezza insuperabili”, assicurano ad Amatrice.

Rosolare a fuoco vivo. Aggiungere il vino. Togliere dalla padella i pezzetti di guanciale, sgocciolare bene e tenerli da parte possibilmente in caldo, si evita il rischio di farli diventare troppo secchi e salati e resteranno più morbidi e saporiti.

Unire i pomodori tagliati a filetti e puliti dai semi (meglio prima sbollentarli, cosi si toglierà più facilmente la pelle e poi tagliarli). Aggiustare di sale, mescolare e dare qualche minuto di fuoco. Togliere il peperoncino, rimettere dentro i pezzetti di guanciale, dare ancora una rigirata alla salsa.

Lessare intanto la pasta, bene al dente, in abbondante acqua salata. Scolarla bene e metterla in una terrina aggiungendo il pecorino grattugiato. Attendere qualche secondo e poi versare la salsa. Rigirare e per chi lo desiderasse, passare a parte altro pecorino. [*foto dalla ricetta originale dello chef Cristiano Tomei]

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Vini al supermercato

Terre Siciliane Igp 2018 Vivitis Bio Rosso Senza Solfiti Aggiunti, Tenuta Gorghi Tondi

(5 / 5) Si fanno sempre più largo nelle scelte dei consumatori i vini biologici, così come quelli senza solfiti aggiunti. Anche i supermercati si adattano ai nuovi trend. Ecco allora sugli scaffali di Esselunga il Terre Siciliane Igp 2018 “Vivitis” di Tenuta Gorghi Tondi. Una realtà raccontata di recente da Vinialsuper (qui l’articolo).

LA DEGUSTAZIONE
Rosso rubino con unghia violacea, buona luminosità. Naso molto preciso, tutto sul frutto: note intense di ciliegia, lampone, mora. Accenno speziato molto gradevole, tra pepe nero, cannella, liquirizia e tabacco dolce. Ottima la corrispondenza gusto olfattiva.

Anche al palato, il Terre Siciliane Igp 2018 “Vivitis Bio Rosso” senza solfiti aggiunti di Tenuta Gorghi Tondi si rivela fruttato. Tannino elegante, perfettamente integrato. Il nettare chiude su un accenno salino piacevolissimo che, unito all’estrema freschezza, chiama il sorso successivo.

Ottima anche la persistenza, su ricordi di liquirizia che giocano sul frutto. Un rosso siciliano ottimo a tutto pasto, servito a una temperatura di 16 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Le uve provengono dalla Sicilia sud-occidentale, per l’esattezza dall’Agro di Mazara del Vallo. La vendemmia di “Vivitis Bio Rosso” inizia generalmente in occasione della terza decade di agosto.

I grappoli vengono selezionati manualmente. La vinificazione prevede la pigiatura senza l’ausilio della solforosa e un rapido avvio della fermentazione in acciaio, per ridurre i rischi microbiologici. Seguono la fermentazione alcolica e malolattica, prima dell’affinamento in acciaio per tre mesi.

Prezzo: 5,69 euro
Acquistabile presso: Esselunga

4.5/5 (2)

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Accordo Ue Cina: ecco le 13 Denominazioni del vino italiano tutelate

BRUXELLES – Tra i 100 marchi di origine dell’Unione Europea rientrati nell’accordo Ue – Cina ci sono anche 13 Denominazioni del vino italiano. Si tratta di Asti, Barbaresco, Bardolino superiore, Barolo, Brachetto d’Acqui, Brunello di Montalcino, Chianti, Conegliano-Valdobbiadene Prosecco, Dolcetto d’Alba, Franciacorta, Montepulciano d’Abruzzo, Soave e Vino Nobile di Montepulciano.

L’intesa è stata sottoscritta oggi fra il Commissario europeo all’agricoltura Phil Hogan (nella foto, sotto) e dal ministro del Commercio cinese Zhong Shan. Adesso l’accordo deve essere esaminato dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. La Commissione prevede che sarà operativo entro la fine del 2020.

La rappresentanza di prodotti enologici Made in Italy è cospicua se si considera che, in totale, sono 26 i marchi Dop e Igp riconosciuti dal Dragone. Nella lista bagnata da alcune tra le eccellenze enoiche italiane sono finiti anche alcuni fiori all’occhiello della gastronomia tricolore.

Si tratta di Aceto balsamico di Modena, Asiago, Bresaola della Valtellina, Gorgonzola, Grana padano, Grappa, Mozzarella di Bufala campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Prosciutto di Parma, Prosciutto di San Daniele, Taleggio e Toscano.

In “cambio”, l’Ue garantirà la tutela di prodotti cinesi come Pixian Dou Ban (pasta di fagioli di Pixian), Anji Bai Cha (tè bianco Anji), Panjin Da Mi (riso Panjin) e Anqiu Da Jiang (Anqiu Ginger).

La lista finale di vini, formaggi e salumi è stata pubblicata dalla Commissione UE al termine dell’incontro decisivo odierno. L’accordo prevede tuttavia l’estensione della lista per proteggere altri 175 prodotti, entro il 2024.

CHIANTI NELLA LISTA, PARLA BUSI: “UNA BUONA NOTIZIA”
“Quella di oggi – commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi – è una buona notizia. Il fatto che il Vino Chianti sia stato inserito nella lista delle 100 Dop e Igp che saranno tutelate in Cina è un tassello importante per l’espansione commerciale del nostro prodotto su un mercato importante”.

“L’accordo fra la Commissione europea e il Governo cinese – conclude Busi – definisce un quadro di regole certe che vanno a vantaggio dei nostri imprenditori. La Cina riconosce nel Chianti non solo un brand ma anche una grande Denominazione e le riconosce la protezione che merita”.

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degustati da noi news news ed eventi vini#02

Alla scoperta dell’Aglianicone. Il nuovo vino bandiera del Cilento in 6 assaggi


Un nome che ispira giovialità, ma che non deve trarre in inganno. L’Aglianicone, nuovo “vino bandiera del Cilento“, recuperato da un manipolo di fieri vignaioli e pronto ad entrare a pieno diritto nei disciplinari di produzione della Dop Cilento e delle Igp Paestum e Colli di Salerno, non va confuso col più noto Aglianico.

Dotato di una maggiore facilità e prontezza di beva, favorita da tannini più “dolci” e da un frutto più immediato, si sta ritagliando un posto d’onore tra i vini del Cilento – accanto dunque a Fiano e Aglianico – anche grazie alla sua presenza nella Dop Castel San Lorenzo. L’unica, al momento, in cui può essere indicato in etichetta.

Venerato dagli stranieri, a cui ricorda per certi versi il Pinot nero – accostamento che sentiamo di sottoscrivere solo parzialmente – conquista fette di mercato anche in Italia. Tanto da ‘costringere’ i produttori dell’Associazione Terre dell’Aglianicone a gestire con parsimonia gli ordini dei ristoratori locali, vista la produzione limitatissima.

Già, perché lo scopo dei vignaioli della provincia di Salerno è ora quello di far conoscere questo ‘nuovo’ ma antico vitigno al maggior numero possibile di consumatori. Raccontandolo come una delle bellezze imperdibili dell’areale cilentano. Una terra generosa di cultura, arte e architettura, oltre che di enogastronomia.

Gli investimenti privati delle singole cantine – spiega Ciro Macellaro (nella foto) presidente dell’Associazione Terre dell’Aglianicone – stanno cominciando a dare i loro frutti e abbiamo ottimi motivi per continuare a proporre questo straordinario vitigno come vera bandiera del Cilento“.

A dispetto di un’iscrizione nel Registro Nazionale che risale al 1971, la riscoperta del vitigno Aglianicone si deve in primis ad aziende come Tenute del Fasanella, che assieme a pochi altri privati ha avviato il lavoro di propagazione delle barbatelle, con il supporto della Regione Campania.

Oggi, l’Associazione Terre dell’Aglianicone conta ormai dieci aziende: Viticoltori De Conciliis, Cantina Rizzo, Azienda agricola Scairato, Tenuta Mainardi, Tenute del Fasanella, Tenuta Macellaro, Azienda agricola Silvaplantarium, Azienda agricola La Cantina dei Nonni, Nuova Val Calore e Cardosa di Marco Peduto.

LA VENDEMMIA DELLA CONSACRAZIONE

Solo 10 mila le bottiglie prodotte nelle ultime annate. La vendemmia 2019 sarà quella della consacrazione definitiva. “Contiamo di produrre un totale di circa 15 mila bottiglie – anticipa Ciro Macellaro – continuando nella crescita”.

Rosee anche le prospettive per la superficie vitata, con un numero crescente di produttori disposto a investire in nuovi impianti di Aglianicone, spariti nel corso dei decenni per far spazio ai più redditizi Aglianico, Sangiovese e Barbera.

Secondo i più recenti censimenti dell’Associazione, in Cilento sarebbero 30 gli ettari vitati complessivi. “Contiamo di raggiungere quota 60 ettari entro i prossimi 4, 5 anni”, annuncia ancora Ciro Macellaro.

Mano tesa ai produttori da parte del Consorzio Vini Salerno. “Valorizzare varietà come l’Aglianicone – riferisce a WineMag.it il presidente Andrea Ferraioli – è il nostro compito principale. Definirlo autoctono è persino sbagliato, per certi versi. Sarebbe meglio parlare di una ‘varietà storica’ per il nostro amato Cilento”.

“La portarono i Greci in provincia di Salerno – continua Ferraioli – e grazie all’impegno di alcune cantine, oggi, possiamo ancora parlarne. L’Aglianicone rientrerà nelle prossime modifiche ai disciplinari, nell’ottica di poter essere menzionato sulle etichette dei vini Dop Cilento e Igp Paestum e Colli di Salerno”.

Riteniamo infatti che la vera sfida per il vino italiano non sia più soltanto quella della qualità – precisa Ferraioli – ormai appannaggio di tutti grazie ai progressi della tecnologia, a livello internazionale. In provincia di Salerno vogliamo puntare sul valore aggiunto costituito da vitigni distintivi, unici e irripetibili, come l’Aglianicone”.

UNA VARIETÀ “FORTUNATA”

Le carte in regole ci sono tutte, anche dal punto di vista delle caratteristiche ampelografiche. Si tratta infatti di un’uva che matura prima dell’Aglianico, anche – e soprattutto – dal punto di vista fenologico.

“Nel corso delle nostre sperimentazioni – evidenzia Paola De Conciliis della cantina Viticoltori De Conciliis (nella foto) – siamo riusciti a dimostrare quanto l’Aglianicone sia predisposto alla produzione in regime biologico, grazie a una conformazione spargola del grappolo e allo spessore della buccia che conferisce una buona resistenza al crittogame”.

“Abbiamo così la possibilità di presentarci sul mercato con un’impronta del carbonio molto bassa – evidenzia ancora Paola De Conciliis – unita a una sostanziale certezza di vendita per via delle produzioni quantitativamente ridotte: esiste ormai una domanda che incontra un’offerta insufficiente, tanto da consentirci di spuntare prezzi attorno ai 20 euro“.

Il ritrovamento di diverse vecchie viti di Aglianicone in un’area molto vasta, compresa tra i comuni di Castel San Lorenzo, Castelcivita, Postiglione e Monteforte Cilento, dimostra inoltre la grande capacità di quest’uva di adattarsi alla variabilità pedoclimatica. Un altro punto a favore, nell’auspicato scacco matto al mercato. Prosit.

LA DEGUSTAZIONE

Castel San Lorenzo Dop Aglianicone 2018 “Albanuova”, La Cantina dei Nonni di Doto Michele

Rosso rubino intenso, riflessi violacei. Al naso frutto rosso, arancia sanguinella, leggero tratto selvatico ed ematico. Con l’ossigenazione spunta la macchia mediterranea sulla spezia nera e il corredo si fa balsamico. In bocca l’acidità è vibrante. Il vino si fa bere ad ampi sorsi, suggerendo un consumo a una temperatura più fresca della media dei rossi.

Castel San Lorenzo Dop Aglianicone 2017 “Indigeno”, Azienda Agricola Cardosa di Marco Peduto
Rosso rubino intenso, riflessi che sfiorano le tinte granata. Frutto nero al naso, oltre al rosso: mora e mirtillo sul lampone e il ribes. Frutta matura che gioca con un verde da mallo di noce, ma anche su descrittori scuri come la liquirizia.

Echi di resina e menta, un leggero selvatico. Un naso decisamente complesso. In bocca, la struttura non esasperata e l’acidità spinta finiscono per esaltare un tannino fine, anche se presente in maniera più netta rispetto al precedente assaggio. Buona prova sulla bilancia della longevità, a due anni dalla vendemmia.

Colli di Salerno Igp Rosso 2016 “Quercus”, Tenuta Macellaro di Ciro Macellaro
Rosso rubino intenso, riflessi violacei. Naso che evidenzia un’ottima pulizia e precisione delle note fruttate: ciliegia, lampone, arancia rossa. Intriganti le note di tabacco, ginepro, liquirizia e prugnolo.

Al palato, in perfetta rispondenza alle caratteristiche del vitigno, il vino convince per agilità più che per struttura e corpo. La netta corrispondenza gusto olfattiva si sviluppa su un’acidità vibrante, che si arricchisce di note di tamarindo. Chiusura sulla liquirizia e su note vagamente amaricanti.

Paestum Igp rosso 2015 Buxento, Azienda Agricola Silvaplantarium di Donnabella Mario
Rosso rubino carico. Naso inizialmente timido, ma che conviene di gran lunga aspettare. Perché poi si fa ampio e pronto ad arricchirsi di nuovi sentori regalati dall’ossigenazione, di minuto in minuto. Oltre ai consueti frutti rossi (lampone e ciliegia su tutti), si avvertono ricordi autunnali terrosi, di foglia bagnata, fungo porcino e humus.

In bocca colpisce per l’elegante ruvidezza del tannino, che assieme all’ormai consueta acidità gioca con la parte glicerica, molto ben integrata (13,5% vol.). Chiusura altrettanto fresca e fruttata, sul melograno appena maturo. Accompagnano tutte le fasi dei dosati accenni selvatici, sia al naso che al palato.

Paestum Igp Rosso 2015 “Alburno”, Tenute del Fasanella
Rubino carico, riflessi violacei. Tabacco, liquirizia dolce, salvia, rosmarino, ginepro, china: piace citare in sequenza le note che si susseguono in uno dei calici più convincenti della batteria. Un altro naso da aspettare, affinché possa esprimersi al meglio. E in bocca il nettare finisce per convincere ancor più del naso.

Un vino rispondente alla freschezza e acidità dell’Aglianicone: una struttura più corpulenta gioca a riequilibrare una parte glicerica presente (15% vol.) anche se per nulla disturbante. Chiude su un accenno di tannino, sottolineato per la prima volta da una liquirizia più verde (radice) che nera.

Misterioso, Viticoltori De Conciliis
Poco si sa su questa etichetta che degustiamo appositamente senza fare domande al produttore (per ora!). Il colore rubino e l’unghia violacea parlano di un nettare giovane, d’annata.

Anche il naso, scolpito su sentori pieni di frutti di bosco maturi (more, mirtilli, lamponi) fa pensare a una vendemmia recente. Bella la facilità di beva. Sapidità e leggero tannino (quest’ultimo in chiusura) fanno da spina dorsale a un nettare che, quantomeno, contiene una buona percentuale di Aglianicone.

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Primitivo rosato Salento Igp 2018, Notte Rossa


(5 / 5) Notte Rossa alza il tiro dei rosati in grande distribuzione e presenta la sua nuova etichetta: un rosato da uve Primitivo dal packaging accattivante, non ultimo per la scelta delle stelle “in rilievo” sul collo della bottiglia. Un nuovo vino che dimostra quanto la cantina del Salento creda nel progetto di vini di qualità in vendita al supermercato. Tra l’altro all’insegna di un (sempre) invidiabile rapporto qualità prezzo.

LA DEGUSTAZIONE
Convincente anche all’assaggio il Primitivo rosato Salento Igp Notte Rossa (o Notte “Rosa”, stando al gioco cromatico tra le “s” presenti in etichetta). Nel calice, il nettare si presenta appunto di un colore rosa, tra il salmone e il cipolla, luminoso e brillante.

Al naso, oltre alle piacevoli note fruttate di bosco (lampone, fragolina e ciliegia), paiono evidenti i richiami alle varietà più balsamiche della macchia mediterranea. Belle le tinte minerali, iodate, che riportano la mente al luogo di produzione, i vigneti accanto al mare.

Non mancano sbuffi floreali di rosa e di viola, calibrati e morbidi. Al palato, il Primitivo rosato Notte Rossa non si discosta molto da quanto già avvertito al naso, in un quadro di ottima corrispondenza.

Le note fruttate, quelle saline e i richiami alla macchia mediterranea, che sfociano in stuzzicanti nuances speziate, si fondono in un complesso armonico, piacevole, giustamente rotondo. La tipicità del Primitivo è più che mai esaltata da una vinificazione attenta a preservare le caratteristiche primarie dell’uva.

Ampio il ventaglio di possibilità di abbinamento. L’anima rinfrescante di questo rosato lo rende perfetto a tutto pasto, specie d’estate. Si spazia dagli antipasti all’italiana alle zuppe di pesce, passando per brodetti, pesce
al cartoccio o al forno, formaggi giovani o poco stagionati.

LA VINIFICAZIONE
I vigneti che Notte Rossa ha individuato per la produzione di questa etichetta di Primitivo rosato si trovano in Salento, in Puglia, a circa 100 metri sul livello del mare. L’area è caratterizzata da temperature elevate e da una piovosità medio-bassa.

Il terreno è a medio impasto argilloso, poco profondo e con buona presenza di scheletro. L’epoca di vendemmia coincide con la prima settimana di settembre. Dopo la svinatura parziale del mosto di uve Primitivo, rimasto in macerazione solo qualche ora, avviene la fermentazione in bianco che precede l’affinamento in acciaio.

Prezzo pieno: 6,90 euro
Acquistabile presso: Tigros, Basko, Famila, Sigma, Coop

***DISCLAIMER: La recensione di questa etichetta è stata richiesta a Vinialsupermercato.it dall’inserzionista, ma è stata redatta in totale autonomia dalla nostra testata giornalistica, nel rispetto dei lettori e a garanzia dell’imparzialità che caratterizza i nostri giudizi***

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Negroamaro Salento Igp 2018, Notte Rossa


(4 / 5) Torniamo a scandagliare la linea di vini pugliesi “Notte Rossa“. Questa volta sotto la lente di ingrandimento di Vinialsuper finisce il Negroamaro Salento Igp 2018. Un’etichetta che rientra appunto nella “Selezione Igp” della cantina di San Marzano (TA).

LA DEGUSTAZIONE
Rosso rubino piuttosto impenetrabile. Al naso richiami fruttati suadenti, di ciliegia e di frutti di bosco, oltre che di prugna matura. Non mancano richiami floreali di viola. Non mancano mai ricordi di macchia mediterranea nei vini, mediterranei, di Notte Rossa.

Al palato il vino mostra una perfetta corrispondenza tra olfatto e gusto. La frutta è matura, ma tutt’altro che noiosa e sgarbata. Merito della freschezza che connota il sorso di questo Negroamaro 2018. Bella la chiusura, su note di carruba e una venatura amaricante.

Un rosso che si può consumare anche leggermente fresco, dunque a una temperatura inferiore ai canonici 18 gradi. Accompagna alla perfezione tutto il pasto. Ottimo con antipasti a base di salumi, primi come la pasta, ma anche secondi di carne grigliata e formaggi di buona stagionatura.

LA VINIFICAZIONE
La zona di produzione del Negroamaro Notte Rossa è il Salento, in Puglia. I vigneti dell’omonimo vitigno si trovano a circa 100 metri sul livello del mare. Una zona con temperature medie alte e una bassa piovosità. I terreni sono a grana medio-argillosa, con profondità abbondantemente sotto il metro.

Le uve vengono vendemmiate tra la seconda e la terza settimana del mese di settembre. La vinificazione prevede una macerazione termo-controllata di circa dieci giorni. La fermentazione alcolica viene favorita dall’utilizzo di lieviti selezionati. Segue un affinamento in acciaio di qualche mese, prima della commercializzazione.

Prezzo: 4,99 euro
Acquistabile presso: Tigros, Basko, Poli Supermercati, Iperal, Coop, Famila, A&O, Iper la grande i, Sigma, Despar, Futura, Conad

***DISCLAIMER: La recensione di questa etichetta è stata richiesta a Vinialsupermercato.it dall’inserzionista, ma è stata redatta in totale autonomia dalla nostra testata giornalistica, nel rispetto dei lettori e a garanzia dell’imparzialità che caratterizza i nostri giudizi***

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Food Lifestyle & Travel

Filetto di maiale reinterpretato con formaggio Stelvio, mele e speck

BOLZANO La cucina alpina rappresenta ciò che i consumatori cercano oggi: piatti autentici a base di ingredienti di alta qualità.

La regione Alto Adige vanta un ampio ventaglio di prodotti contrassegnati dal marchio europeo di qualità.

Ad esempio, la “denominazione d’origine protetta” (DOP) del formaggio Stelvio o Stilfser che garantisce che il formaggio venga prodotto nella regione d’origine ed esclusivamente con latte di malghe altoatesine.

Oppure “l’indicazione geografica protetta” (IGP) della mela e dello speck altoatesini che attesta che almeno una fase di produzione abbia luogo nella regione di origine, seguendo determinati criteri.

In questo modo i prodotti sono riconducibili all’Alto Adige e tracciabili.

Queste specialità altoatesine possono essere gustate singolarmente o combinate in modo eccellente in un filetto di maiale reinterpretato. Ecco la ricetta.


Filetto di maiale con Formaggio Stelvio, Speck e Mele
Difficoltà: media – Preparazione: 25 minuti 

Ingredienti per 4 persone:

600 g di filetto di maiale
100 g di formaggio Stelvio DOP
100 g di Speck Alto Adige IGP a fette sottili
500 g di patate sbucciate
2 pezzi di Mele Alto Adige IGP (aromatiche e a bassa acidità per esempio la Pinova) sbucciate e svuotate
4 pezzi di cipollotto
timo, alloro
70 g di panna
50 g di latte
olio di semi
burro
sale e pepe


Preparazione
Per la salsa al formaggio: far bollire la panna, il latte e le foglie di alloro, incorporare il formaggio Stelvio DOP con l’aiuto di un frullatore a immersione e scaldare in una piccola casseruola. (importante: la salsa non deve cuocere).

Il Rosti di patate: tagliare le patate a listarelle e condirle in una ciotola con un po’ di sale. Compattarle con le mani e friggerle in una padella con un po’ d’olio di semi fino a quando raggiungono la giusta doratura, quindi girarle, ultimare la cottura e infine farle asciugare su un foglio di carta da cucina.

Mele : rosolare le Mele Alto Adige IGP in una padella con il burro e aromatizzarle aggiungendo un po’ di timo. Dimezzare il cipollotto, condirlo e stufarlo in olio d’oliva.

Il filetto di maiale: condire il filetto di maiale con il sale e avvolgerlo con le fette di Speck Alto Adige IGP, rosolarlo prima in padella e cuocerlo poi in forno a 180 ° C per 6-8 minuti. Infine, coprirlo con un foglio di alluminio e lasciarlo riposare per circa 10 minuti.

Disporre su un piatto la salsa al formaggio, il rosti di patate, le mele e il filetto di maiale tagliato in medaglioni: il piatto è pronto da gustare.

Con un paio di spiedini preparati con Speck Alto Adige IGP, formaggio Stelvio DOP e Mela Alto Adige IGP marinati in uno sciroppo di senape, una panna cotta alla Mela Alto Adige IGP con croccante di mandorla per dessert, potrete preparare velocemente un delizioso menù da abbinare ad un vino appropriato vino Alto Adige Doc.


I PRODOTTI DI QUALITA’ ALTOATESINI: MELA, SPECK, FORMAGGIO E VINO
La Mela Alto Adige IGP è riconosciuta dall’UE con indicazione geografica protetta dal 2005. Con 300 giorni di sole all’anno, abbondanti piogge in primavera, un’estate e un autunno generalmente miti, la regione offre le condizioni ideali per la coltivazione delle mele fino a 1.000 metri di altitudine.

Questo clima unico, unito ad una coltivazione controllata, naturale ed ecologica, conferisce alla mela altoatesina la sua tipica qualità succosa e croccante. Attualmente, 13 varietà portano il marchio IGP: Braeburn, Elstar, Fuji, Gala, Golden Delicious, Granny Smith, Idared, Morgenduft, Jonagold, Pinova, Red Delicious, Topaz, Winesap.

Lo Speck Alto Adige IGP ha ottenuto l’indicazione geografica protetta nel 1996. L’accurata selezione della carne suina, nonché chiare linee guida e controlli durante la produzione rendono lo Speck Alto Adige IGP inconfondibile.

Il motto dei produttori “poco sale, poco fumo e tanta aria fresca” fa parte della tradizione artigianale tramandata di generazione in generazione. Tipico dello speck altoatesino è il suo gusto piccante e leggermente affumicato – solo il miglior speck riceve il sigillo storico del marchio.

Il formaggio Stelvio o Stilfser DOP è riconosciuto dall’UE come l’unico formaggio altoatesino a denominazione di origine protetta dal 2007. Questo la dice lunga sulla qualità tradizionale e sul richiamo storico alla zona d’origine: la produzione dello “Stilfser” risale infatti al 1914.

È un formaggio tipico della regione e viene stagionato per almeno 60 giorni. La lavorazione del latte vaccino fresco viene effettuata nel giro di 48 ore nei masi montanari altoatesini, la maggior parte dei quali si trova a oltre 1.000 metri sul livello del mare. Lo Stelvio del marchio Mila è attualmente prodotto nello stabilimento di Brunico e nel caseificio alpino di Burgusio.

ALTO ADIGE DOC
La denominazione d’origine dei vini altoatesini esiste dal 1971. Oggi più del 98% dell’intera superficie vitata dell’Alto Adige è classificata Doc. Tutti i vini della Doc sono sottoposti a rigorosi controlli di qualità come la limitazione della resa massima, valori minimi di alcol e acidità e altri parametri.

Grazie alla sua posizione geografica e al mite clima continentale alpino, l’Alto Adige è una regione vinicola estremamente variegata con 5.400 ettari di vigneti. Qui crescono 20 diversi vitigni – circa il 60% sono bianchi e il 40% sono rossi.

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degustati da noi vini#02

Terre di Chieti Igp Malvasia 2017 “Clorofillae”, Zeropuro Orsogna Winery

(4 / 5) La sostanza oltre alla forma. Già, perché dietro a quel grembiulino da scolaretta “green”, dalle vaghe tinte radical chic, si nasconde un vino di carattere: la Malvasia 2017 “Clorofillae” di Orsogna Winery.

Un nettare dall’anima “ambientalista”, garantita dal brand “Zeropuro“: l’abitino-etichetta è facilmente separabile dalla bottiglia, per favorirne il riciclo attraverso la raccolta differenziata. La forma innovativa rispetta le normative di legge.

Pochi punti di colla, al posto della copiosa “inzuppata” dei vini convenzionali, la tengono ancorata al vetro. Molto più, insomma, dell’ormai sdoganato marketing sui vini da agricoltura biodinamica e “senza solfiti“.

“La sostenibilità come principio ispiratore e metodo pratico di lavoro”, per dirla con le parole della cantina abruzzese, certificata Demeter. Solo solfiti naturali, niente lieviti selezionati, fermentazione spontanea. Ma soprattutto un vino buono.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, la Malvasia Igt Terra di Chieti “Clorofillae” Zeropuro si presenta di un giallo paglierino con riflessi dorati, con velature leggere che ne rivelano il mancato filtraggio. Il naso è intrigante. I marcatori aromatici del vitigno risultano evidenti.

Ma alla frutta a polpa gialla, tendente al maturo, si affiancano preziose note che rimandano agli agrumi. Non mancano leggeri sbuffi speziati, che ricordano lo zenzero. Il sorso è corrispondente. Dopo un ingresso aromatico, il  centro bocca verte su una nota vagamente amara, prima dei ritorni di frutta matura e liquirizia.

Il tutto in quadro di buona freschezza e salinità leggera, che controbilancia in maniera ottimale la polpa. Una Malvasia, “Clorofillae”, che con queste caratteristiche guadagna in complessità e, al contempo, in termini di bevibilità.

Un vino perfetto a tutto pasto, che accompagna bene piatti a base di verdure come torte salate o tortini, oltre a zuppe, pesce e carni bianche. Da provare anche con formaggi di media stagionatura.

LA VINIFICAZIONE
Come tutti i vini di Orsogna Winery, anche l’Igt Terre di Chieti Malvasia “Clorofillae” rispetta alcuni principi fondamentali, garantiti dalla certificazione Demeter Italia.

L’anidride solforosa è usata al minimo dosaggio possibile. Vengono poi evitati coadiuvanti e additivi che incidono sull’ambiente e sulla salute, sia per il loro impiego sia per il loro smaltimento.

Inoltre, tutti i sottoprodotti che derivano dalla lavorazione delle uve, siano essi residui organici o acque reflue, sono gestiti in modo che gli effetti negativi sull’ambiente vengano minimizzati.

Da qui l’attenzione alle etichette, prodotte con una miscela di polvere di pietra (carbonato di calcio) e resine atossiche (polietilene ad alta densità) che agiscono come legante.

Nessun albero viene tagliato durante il processo di produzione della carta pietra perché si utilizza esclusivamente materiale inerte proveniente da scarti di lavorazione come base della sua composizione.

La carta pietra è fotodegradabile in un periodo di 14-18 mesi. È inoltre 100% riciclabile e recuperabile per produrre altra carta pietra, materiali plastici, materiali per l’industria edile e metallurgica e per l’agricoltura.

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Approfondimenti

Uiv pubblica l’XI edizione del “Codice denominazioni di origine dei vini”

Milano, 4 ottobre 2018 – A quattro anni dalla precedente pubblicazione, Unione Italiana Vini ha dato alle stampe l’undicesima edizione del “Codice denominazioni d’origine dei vini”.

Il Volume, nelle sue 1.760 pagine, raccoglie tutti i disciplinari di produzione dei vini Docg, Doc e Igt e riporta i titoli delle disposizioni comunitarie e nazionali sulle denominazioni di origine dei vini.

Nel volume sono poi elencate tutte le principali disposizioni Ue e nazionali collegate alle DOP e IGP comprese le circolari ministeriali interpretative che sono consultabili online.

Il mondo delle denominazioni di origine dei vini costituisce la punta di diamante del settore ed è in continua crescita quantitativa come testimoniano i dati produttivi degli ultimi anni che hanno superato i 15 milioni di ettolitri annui per le DOP e insieme ai vini IGP aggiunge una percentuale complessiva superiore al 60% sull’intera produzione vinicola nazionale.

In totale, in Italia abbiamo 526 disciplinari di produzione suddivisi tra denominazioni di origine controllata e garantita (73), denominazioni di origine controllata (335) e indicazioni geografiche tipiche (118).

Il Codice denominazioni di origine dei vini, a cura di Antonio Rossi, è il risultato di uno sforzo editoriale compiuto dall’Unione Italiana Vini per offrire uno strumento semplice e utile in ogni azienda vitivinicola tenuta a conoscere i disciplinari di produzione e le disposizioni che governano la complessa materia delle denominazioni di origine dei vini.

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degustati da noi vini#02

Puglia Igp Rosato Negroamaro 2014 Donnadele, Alberto Longo

Un altro rosato maturo, “brizzolato“, capace di stupire. E di convincere – chi ancora non ci credesse – che certi rosé sono ancora più buoni, con qualche anno sulle spalle. Altro che vini dell’estate, insomma, da bere presto, a pochi mesi dalla vendemmia indicata in etichetta.

Ennesima conferma quella offerta dal Puglia Igp Rosato 2014 “Donnadele” della cantina Alberto Longo. Siamo nel foggiano, più esattamente al Km 4 della Sp 5 di Lucera. E questa è la cronaca di un rosato che, da giovane, non ci aveva particolarmente entusiasmato.

LA DEGUSTAZIONE
L’idea, rivelatasi azzeccata, è stata quella di conservare una bottiglia per un assaggio più maturo ed evoluto. A distanza di 4 anni, la vendemmia 2014 si rivela uno spettacolo. Non solo a livello di concetto.

Se da un lato è risultata vincente la scommessa di aspettare in bottiglia quest rosé, dall’altro il Negroamaro si conferma vitigno capace di regalare grandi emozioni nel calice, non solo nella sua formula più comune, ovvero “in rosso”.

Certo, bisogna andare oltre al colore, di grande richiamo commerciale, di Donnadele. Che veste il vetro del classico rosato provenzale, con riflessi tendenti al buccia di cipolla. Il naso si rivela un po’ chiuso, di primo acchito. E non è colpa della temperatura di servizio, scelta appositamente attorno ai 14 gradi.

Presto il vino si apre, alla grande. Fiori di arancio e petali di rosa, poi richiami nuovamente agrumati, di bergamotto. Uniti a fragola, lampone e ribes. Leggera percezione minerale, che ritroveremo in un finale salino netto. Al palato, il rosato Donnadele di Alberto Longo entra piuttosto verticale, su un’acidità viva che finisce per ammorbidirsi in centro bocca, prima della chiusura iodica.

La fase determinante, di fatto, è quella centrale. Dominata dai ritorni di frutta a bacca rossa, precisa e tipica del Negroamaro. In un contorno piacevolmente glicerico, che si spegne piano, come per lasciar spazio al sale.

Un rosé che è maturato perfettamente in bottiglia, questo 2014 di Longo. E che ha ancora almeno un altro anno (abbondante) davanti, prima di avviarsi al naturale “scollinamento”. Perfetto per accompagnare piatti a base di verdure fritte, come i fiori di zucca in pastella, o ancora meglio delle polpette di tonno e ricotta, con panatura di pan grattato.

Bevuto giovane, con queste portate, lo stesso vino avrebbe quasi certamente stonato. Attendere i rosé, ormai, è un must di chi vuole andare “oltre”, in quelle magica esperienza chiamata “vino”.

LA VINIFICAZIONE
Uve Negroamaro 100% per Donnadele di Alberto Longo, ottenute in un vigneto impiantato nel 2002 a Masseria Celentano, a San Severo. Un terreno calcareo con tessitura franco argillosa, con una resa per ettaro che si aggira attorno ai 90 quintali.

Dopo la diraspatura, i grappoli vengono spremuti in maniera soffice e posti in criomacerazione per 4 ore, per preservare il varietale del vitigno. Quindi, decantazione statica a 0 gradi.

La fermentazione avviene in serbatoi di acciaio Inox, a temperatura controllata. Il vino viene mantenuto sulle fecce fini per tre mesi, prima di essere imbottigliato e commercializzato.

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Vini al supermercato

Tempranillo Bio Vegan Igp Vino de la Tierra de Castilla 2016

(4 / 5) Uno di quegli assaggi a cui ti accosti con sospetto, per poi ricrederti. Il Tempranillo Bio Vegan Vino de la Tierra de Castilla, in vendita nei supermercati Penny Market, in fin dei conti convince.

E lo fa nonostante il prezzo irrisorio e quei marchi (“Bio” e “Vegan”) che sembrano messi lì un po’ così: giusto come specchietti per le allodole. Scopriamo cosa racconta il calice di questo vino spagnolo distribuito da Quality Wine Select GmbH.

LA DEGUSTAZIONE
Prima avvertenza: si tratta di un vino con tappo a vite, segno del mercato internazionale di cui gode questa referenza nella galassia di punti vendita Penny Market. Un aspetto, questo, che non inficia assolutamente sulla qualità del vino. Anzi.

Nel calice, questo Tempranillo Bio Vegan si presenta di un rosso rubino luminoso e allettante, poco trasparente. Al naso sentori puliti di piccoli frutti a bacca rossa: fragolina di bosco, lampone, ribes.

Il nettare si rivela nella sua completezza dopo qualche minuto, sfoderando anche altri nuovi sentori che rimandano alla macchia mediterranea. Superati con abbondante sufficienza i primi due esami, ecco la prova del palato.

Il Tempranillo Igp Castilla di Penny Market regala un ingresso morbido, tutto giocato sulla fluidità di un frutto che si conferma più che pulito. C’è corrispondenza assoluta tra naso e bocca.

La nota dominante è quella di fragolina, prima di una chiusura leggermente astringente, non tanto per il tannino, quanto per l’acidità. Un vino più che mai equilibrato quello selezionato da Penny Market per un mercato italiano che, a questi prezzi, in molti casi regala referenze peggiori.

Il Tempranillo Bio Vegan Igp Vino de la Tierra de Castilla 2016 è adatto ad accompagnare la tavola a tutto pasto. Offre il meglio di sé con piatti non troppo elaborati a base di carne, dal ragù dei primi alle bistecche di manzo o bovino.

Prezzo: 1,99 euro
Acquistato presso: Penny Market

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Vini al supermercato

Puglia Igp Rosso Uva di Troia 2013 Citerna, Agricole Alberto Longo

(4,5 / 5) C’è uva e uva. E c’è uva di Troia e uva di Troia. Lo sa bene Alberto Longo, che con le sue Cantine di Terravecchia porta sugli scaffali di Penny Market un Rosso Puglia Igp da Uve di Troia dall’invidiabilissimo rapporto qualità prezzo. Senza pari nel calice, in confronto alla concorrenza.

Chiedere per credere al lavandino che si è bevuto, tutto d’un sorso, il Nero di Troia Daunia Igp “Capitolo” della Cantina Sociale di San Severo. Stesso uvaggio, stessa vendemmia (la 2013). Stesso prezzo. Stesso istante di apertura della bottiglia. Battaglia impari.

E non si tratta di tenuta della singola bottiglia. Ma di un preciso discorso di selezione. A partire dal tappo di sughero col quale le due bottiglie sono state tappate. Grossolana la qualità di quello della Cantina Sociale di San Severo.

Lungimirante il cork di Terravecchia, cantina concentrata (evidentemente) più sulle potenzialità d’invecchiamento del vitigno che su un canale distributivo da molti considerato “di serie B”, come la Gdo: dove tutto, o quasi, dev’essere bevuto “entro 6 mesi”. Tutt’altro. Tant’è, alla prova del calice.

LA DEGUSTAZIONE
Il Rosso Puglia Igp Uva di Troia 2013 Citerna delle Agricole Alberto Longo – Cantine di Terravecchia si presenta di un rosso rubino intenso con riflessi violacei, poco trasparente. Un colore che evidenzia, sin da subito, la buona tenuta del nettare in bottiglia. Mentre lo si versa, ancor prima di avvicinare il calice al naso, nell’aria si dipana il profumo tipico dell’Uva di Troia.

Quello dei piccoli frutti rossi in tinta balsamica, impreziositi da note vegetali (peperone verde e macchia mediterranea, in particolare rosmarino) e di spezia piccante (pepe nero). Corrispondenti le percezioni in un palato che regala un’acidità piuttosto viva. La beva è fresca e il sorso è invogliato dalla pulizia delle note fruttate, unite a una vena sapida piacevolissima.

Siamo davvero di fronte una vendemmia 2013, da meno di 4 euro? Pare di sì. Tutto bellissimo, ancor più se accompagnato dal piatto adeguato in abbinamento. Il Rosso Puglia Igp Uva di Troia 2013 Citerna delle Agricole Alberto Longo Terravecchia è da provare, per esempio, con una buona pizza salsiccia al finocchietto e gorgonzola.

LA VINIFICAZIONE
L’Uva di Troia che dà vita a questo vino rosso cresce in un vigneto di proprietà delle Cantine di Terravecchia, nei pressi di Lucera. Siamo nel cuore della Daunia, in provincia di Foggia. Le radici delle viti affondano in un terreno mediamente calcareo a tessitura franco-sabbiosa.

L’allevamento è a spalliera (cordone speronato), con densità d’impianto di 5.600 piante per ettaro e una resa per ceppo di 2,5 chilogrammi, corrispondente a circa 130/140 quintali di uva per ettaro.

La vendemmia avviene a piena maturazione, nella seconda decade di ottobre, mediante selezione e raccolta meccanica. La fermentazione alcolica avviene in vasi vinari di acciaio inox a temperatura controllata, favorendo il prolungato contatto delle bucce con il mosto.

La fermentazione malolattica si svolge nel mese di novembre, subito dopo la fermentazione alcolica. L’affinamento del vino avviene dapprima in vasi vinari di acciaio inox, poi per almeno tre mesi in vasche di cemento ed in seguito in bottiglia per un periodo minimo di tre mesi.

Alberto Longo ha scelto di recuperare, nella sua Lucera, un’azienda agricola dell’Ottocento come sede della propria attività collaterale a quella professionale vera e propria. Un casale ristrutturato “con l’obiettivo di produrre vini di qualità e offrire un’accoglienza qualificata e professionale”. Una mission che trova nell’Horeca terreno fertile, senza tuttavia disdegnare la tanto bistrattata Gdo.

Prezzo: 3,59 euro
Acquistato presso: Penny Market

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news ed eventi

Di vini e di vignaioli Fivi: i migliori assaggi al Mercato della transizione

Con 15 mila accessi in 16 ore, il Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi di Piacenza 2017 passerà alla storia come quello della “transizione”. Un passaggio dal “sogno” alla “consapevolezza” per gli oltre 500 produttori riuniti sotto la guida di Matilde Poggi.

Una realtà, Fivi, con la quale il vino italiano ha ormai l’obbligo di confrontarsi. Più che nei due giorni di “Fiera”, nei 363 giorni restanti. Sburocratizzazione, sviluppo dell’enoturismo, riscoperta e valorizzazione dei vitigni autoctoni dimenticati. Le battaglie di Fivi trovano a Piacenza (e da quest’anno, per la prima volta, anche a Roma) un teatro ideale dal quale gettare sfide concrete al Made in Italy enologico.

Non a caso, il Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi 2017 è stato contraddistinto dal motto “Scarpe grosse, cervello Fivi“. Come a sottolineare l’appartenenza alla “terra” delle battaglie portate avanti da Poggi&Co. A Roma come a Bruxelles, spesso al posto di sindacati blasonati, ma attenti più agli equilibri di potere che agli interessi della “base”.

Eppure, qualche scaramuccia interna ha preceduto anche il Mercato dello scorso weekend. Gli esiti più evidenti nell’assemblea di domenica mattina, quando la maggioranza dei vignaioli ha votato per l’estromissione dalla Federazione delle Srl “partecipate” da altri gruppi.

Di fatto, come precisa la stessa Fivi, “non è stato (ancora, ndr) fatto fuori nessuno. E’ stato approvato il nuovo regolamento e ora la Federazione nazionale valuterà le situazioni caso per caso, con l’aiuto delle delegazioni regionali”. Tradotto: per belle realtà come Pievalta, c’è ancora da sperare.

VINI E VIGNAIOLI
Che qualcosa sia cambiato, lo si avverte pure dall’altra parte dei banchetti. Osservando alcuni vignaioli e raccogliendo i loro commenti. Se un “bravo ragazzo” come Patrick Uccelli di Tenuta Dornach arriva a proporre sui social: “Tra 5 anni… Mercato dei vini FiVi solo per privati. Vinitaly solo per operatori. Sogno o realtà?”, ci sarà un motivo.

“Non stavo pensando a me – precisa poi il produttore altoatesino – pensavo a come poter far convergere le diverse aspettative/necessità delle due categorie, che solitamente in queste manifestazioni si sovrappongono per sommo dispiacere di entrambe”. Nulla di più sbagliato.

L’episodio (ben più grave) vede invece protagonista Nunzio Puglisi della cantina siciliana Enò-Trio. Che alla nostra richiesta di precisazioni sulle caratteristiche del vigneto di Pinot Noir sull’Etna, risponde stizzito: “Per un’intervista prendete un appuntamento per telefono o via mail e veniteci a trovare in cantina”.

“Ma siamo di Milano!”, precisiamo noi. “Sto lavorando, non ho tempo”, la risposta del fighissimo vignaiolo Fivi che ci scansa, rivolgendo la parola a un altro astante. Una macchia indelebile sull’altissimo tasso di “simpatia” e umiltà tangibile tra i vignaioli dell’intera Federazione.

Per fortuna, oltre agli incontri-scontri con vignaioli evidentemente troppo “fighi” per essere “Fivi”, il Mercato 2017 è stato un vero e proprio concentrato di “vini fighi”. Ve li riassumiamo qui, in ordine sparso. Ognuno meritevole, a modo suo, di un posto sul podio.

I MIGLIORI ASSAGGI
1) Bianco Margherita 2015, Cantine Viola (Calabria): Guarnaccia bianca 65%, Mantonico bianco 35%. Una piccola parte di Guarnaccia, a chicco intero e maturazione leggermente avanzata, viene aggiunta in acciaio a fermentazione partita. Bingo. Nota leggermente dolce e nota iodica perfettamente bilanciate. Vino capolavoro.

2) Verdicchio dei Castelli di Jesi 2015 “San Paolo”, Pievalta (Marche): Un tipicissimo Verdicchio, che matura 13 mesi sulle fecce fini e altri 7 in bottiglia, prima della commercializzazione. Lunghissimo nel retro olfattivo. Vino gastronomico. Nel senso che fa venir fame.

3) Vigneti delle Dolomiti Igt 2015 “Maderno”, Maso Bergamini (Trentino): Bellissimo esempio di come si possa produrre un vino “serio” e tutt’altro che “scimmiottato”, con la tecnica del “Ripasso” o del “Rigoverno”, veneto o toscano. Un vino prodotto solo nelle migliori annate, facendo rifermentare le uve Lagrein (già vinificate) sulle vinacce ancora calde di Teroldego appassito su graticci per 60 giorni.

Teroldego e Lagrein affinano poi assieme per un anno, in barrique di rovere francese, prima di essere imbottigliate nell’estate successiva. Il risultato è Maderno: vino di grandissimo fascino e di spigolosa avvolgenza.

4) Erbaluce di Caluso Spumante Docg Brut 2013 “Calliope”, Cieck (Piemonte): C’è chi fa spumante per moda e chi lo fa perché, a suggerirlo, sono territorio e uvaggio allevato. Dopo Merano, premiamo la splendida realtà piemontese Cieck anche al Mercato Fivi 2017.

Tra i migliori assaggi, questa volta, lo sparkling dall’uvaggio principe della cantina: l’Erbaluce di Caluso. La tipicità del vitigno è riconoscibile anche tra i sentori regalati dai 36 mesi di affinamento sui lieviti. Uno spumante versatile nell’abbinamento, ma più che mai “vero” per quello che sa offrire nel calice.

5) Sannio Rosso Doc 2010 “Sciascì”, Capolino Perlingieri (Campania): La bella e la bestia in questo fascinoso blend prodotto da Alexia Capolino Perlingieri, donna capace di rilanciare un marchio di prestigio della Campania del vino, come cantina Volla.

“Sciascì” coniuga la struttura “ossea” dell’Aglianico e la frutta avvolgente tipica dell’autoctono Sciascinoso. Rosso rubino, bel tannino in evoluzione, frutto elegante. Due anni in botte grande e tre in bottiglia per un vino di grande prospettiva futura.

6) Pecorino Igt Colline Teatine 2016 “Maia”, Cantine Maligni (Abruzzo): Forse l’azienda che riesce a colpire di più, al Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi, per la completezza dell’offerta e lo sbalorditivo rapporto qualità-prezzo (6 euro!).

Cantine Maligni – realtà che ha iniziato a imbottigliare nel 2011 e lavora 10 ettari di terreno, sotto la guida di Fabio Tomei – porta al tavolo un fenomeno su tutti: il Pecorino Maia, non filtrato.

Giallo velato con riflessi verdolini, profuma di frutta matura, mela cotogna, pera Williams. Note morbide che traggono in inganno, materializzando la possibilità di un’alcolicità elevata.

Maia si assesta invece sui 12,5% e regala un palato stupefacente, pieno, ricco, “ciccione”, con frutta e mineralità iodica perfettamente bilanciate. Un altro vino che fa venir fame del corretto abbinamento gastronomico.

7) Spumante Metodo Classico Pas Dosè 2010, Vis Amoris (Liguria): E’ il primo spumante metodo classico prodotto al 100% da uve Pigato. E la scelta pare più che azzeccata. Una “chicca” per gli amanti di vini profumati ma taglienti come il Pigato.

Coraggioso, poi, produrre un “dosaggio zero”. Segno del rispetto che Roberto Tozzi nutre nei confronti dei frutti della propria terra, che non stravolge nel nome delle leggi di un mercato che avrebbe preferito – certamente – più “zucchero” e più facilità di beva.

Intendiamoci: il Pigato Pas Dosè di Vis Amoris va comunque giù che è una bellezza. Ammalia al naso, come in Italia solo i migliori Pigato sanno fare. Per rivelare poi una bocca ampia, evoluta, di frutti a polpa gialla e mandorla. Sullo sfondo, anche una punta di idrocarburo (al naso) e un filo di sentori tipici del lievito, ben contestualizzati nel sorso.

8) Terre Siciliane Igp 2014 “Sikane”, Baronia della Pietra (Sicilia): Altra bellissima realtà fatta di passione e competenza, già incontrata da vinialsuper al Merano Wine Festival 2017. Tra i migliori assaggi del Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi 2017 brilla anche il vino rosso “Sikane”, blend di Nero d’Avola e Syrah (60-40%). Dieci mesi in barrique, minimo 3 in bottiglia prima della commercializzazione.

Altro vino dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, prodotto in zona Agrigento dalla famiglia Barbiera. Un rosso che si fa apprezzare oggi per l’eleganza: del tannino, nonché delle note fruttate pulite e nette. Una bottiglia “Made in Sicilia” da dimenticare in cantina e riscoprire tra qualche anno.

A dicembre sarà invece imbottigliato il Nero d’Avola-Merlot passito di Baronia della Pietra, in commercio a partire da marzo 2018. Bottiglie da 0,50 litri, “rotondeggianti”. Vendemmia 2015, 16-17% d’alcol in volume. Viste le premesse, si preannuncia una scommessa vinta in partenza. Ma ne parleremo nei prossimi mesi, dopo averlo testato.

9) Lappazucche, Berry And Berry (Liguria): “Pietra, fatica e passione” costituiscono il fil rouge di questa curiosa cantina di Balestrino, in provincia di Savona, condotta da Alex Beriolo. Un marketing fin troppo “spinto” sul packaging, forse, rischia di incuriosire il consumatore in maniera troppo “leggera”. Alla Berry And Berry, invece, si fa davvero sul serio. Si sperimenta e si valorizza vitigni autoctoni a bacca rossa come il Barbarossa, che rischiano di scomparire.

Lappazucche è appunto un blend, composto all’80% da Barbarossa e al 20% da Rossese, vinificati in acciaio. Le uve di Barbarossa, sulla pianta, sembrano Gewurztraminer per il loro colore rosa. Una nuance leggera, che ritroviamo anche nel calice.

Una tonalità che comunica la delicatezza del vitigno Barbarossa e del fratello Rossese, dotato di buccia poco spessa e particolarmente esposto al rischio malattie. Questo, forse, il senso di un calice che sembra parlare della fragilità della terra, in balia delle scelte dell’uomo.

Se è vero che Fivi è anche filosofia, Lappazucche potrebbe esserne il simbolo ideale. E quei richiami speziati, percettibili nel retro olfattivo e tipici del Rossese, la metafora perfetta delle battaglie ancora da intraprendere. Con coraggio.

10) Falanghina del Sannio Doc 2012 “Maior”, Fosso degli Angeli (Campania): Poche parole per descrivere un capolavoro. Un vino completo, a cui non manca davvero nulla. Neppure il prezzo, ridicolo per quello che esprime il calice. Naso tipico, giocato su richiami esotici.

Palato caldo, ricco, ampio, corrispondente, con l’aggiunta di una vena minerale che conferisce eleganza e praticità alla beva. Di Fosso degli Angeli, ottimo anche il Sannio Rosso Dop Riserva 2012 “Safinim”, ottenuto da Aglianico e Sangiovese cresciuti a 420 metri d’altezza sul livello del mare.

11) Azienda Agricola Alessio Brandolini (Lombardia): Dieci ettari ben distribuiti in due aree, suddivise con rigore scientifico per la produzione di Metodo Classico e vini rossi. L’Azienda Agricola Alessio Brandolini è una di quelle realtà tutte da scoprire in quel paradiso incastonato a Sud di Milano che è l’Oltrepò Pavese.

Alessio ci fa assaggiare in anteprima un Pas Dosè destinato a un futuro luminoso. Chiara l’impronta di un maestro come Fabio Marazzi, vero e proprio rifermento oltrepadano per tanti giovani che, come Brandolini, lavorano nell’umile promozione di una grande terra di vino, capace di sfoderare spumanti Metodo Classico degni dei più prestigiosi parterre enologici.

Di Brandolini, ottima anche la Malvasia secca “Il Bardughino” Provincia di Pavia bianco Igt: un “cru” con diverse epoche di maturazione che dimostra la grande abilità in vigna (e in cantina) di questo giovane vigneron pavese.

Da assaggiare anche il Bonarda Doc “Il Cassino” di Alessio Brandolini. Sì, il Bonarda. Quello che in pochi, in Oltrepò, sanno fare davvero bene come lui.

12) Calabria Igp 2013 “Barone Bianco”, Tenute Pacelli (Calabria): Chi è il Barone Bianco? Di certo un figuro insolito per la Calabria. Ma così “ambientato”, da sembrare proprio calabrese. Parliamo di Riesling, uno dei vitigni più affascinanti al mondo. Giallo brillante, frutta esotica matura e una mineralità che, già al naso, si pregusta prima dell’assaggio.

Al palato, perfetta corrispondenza con il naso. Un trionfo d’eleganza calabrese, per l’ennesimo vino Fivi “regalato”, in vendita a meno di 10 euro. “Barone bianco” è anche la base di uno spumante, “Zoe”, andato letteralmente a ruba a Piacenza.

Interessantissimo, di Tenute Pacelli, piccola realtà da 20 mila bottiglie che opera a Malvito, in provincia di Cosenza, anche il “taglio bordeaux-calabrese”, la super riserva 2015 “Zio Nunù”: Merlot e Cabernet da vigne di oltre 40 anni che, come per il Riesling, fanno volare la mente lontana da Cosenza. Verso Nord, oltre le Alpi.

13) Frascati Docg Superiore Riserva “Amacos”, De Sanctis (Lazio): Altro vino disorientante, altra regione italiana dalle straordinarie potenzialità, molte delle quali ancora da esprimere. Dove siamo? Questa volta nel Lazio, a 15 chilometri da Roma. Più esattamente nei pressi del lago Regillo. Per un Frascati da urlo, ottenuto dal blend tra Malvasia puntinata e Bombino bianco.

Un invitante giallo dorato colora il calice dal quale si sprigionano preziosi sentori di frutta matura. E’ l’antipasto per un palato altrettanto suadente e morbido, ma tutt’altro che banale o costruito. Anzi. I terreni di origine vulcanica su cui opera De Sanctis regalano una splendida mineralità a un Frascati fresco, aristocratico e nobile.

14) Verticale Valtellina Superiore Sassella Docg “Rocce Rosse”, Arpepe: Ve ne parleremo presto dell’esito, entrando nel merito di ogni calice, della verticale “privata” condotta a Piacenza Expo da Emanuele Pelizzatti Perego, “reggente” di quello scrigno enologico lasciato in eredità dal padre Arturo. Un vino, “Rocce Rosse”, già entrato di diritto nella storia dell’enologia italiana e mondiale. Un rosso proiettato nel futuro.

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vini#1

Aleatico Igp Puglia 2012 Vinaccero, Cantina Coppi

Vinaccero di Cantina Coppi è ottenuto da uve Aleatico 100%, coltivate in contrada Marchione, a Conversano, in provincia di Bari. Contrada molto nota, per via del famoso Castello Marchione, residenza estiva del Conte di Conversano.

Il terreno di quest’areale è quello tipico della valle d’Itria: calcareo-carsico, ben drenato. Il vino nel bicchiere si presenta di colore rosso scuro molto compatto, che ricorda la buccia della melanzana.

La fermentazione è controllata, con il contatto del mostro con le bucce, in modo da poter cedere il colore ed il tannino. L’affinamento avviene in acciaio, per 18 mesi. Ma risultano fondamentali i successivi 2 anni, in botte. La lavorazione del vino viene perfettamente letta nelle fasi di degustazione.

LA DEGUSTAZIONE
All’olfatto il vino è austero, complesso, spiccano i sentori di frutti rossi, ribes, amarene, more, ciliegie mature. Seguono le sensazioni di spezie come la cannella. Al gusto è abboccato, caldo, con un tannino ben presente ma elegante, che si integra perfettamente nella struttura del vino. Vinaccero di Cantina Coppi chiude con una leggera nota minerale.

Un vino da tutto pasto, ideale con i primi piatti conditi da sughi importanti (come le tagliatelle ai funghi porcini). Accompagna bene anche zuppe di legumi e cereali o dolci come la crostata ai frutti rossi. Si consiglia di aprirlo con largo anticipo o decantarlo, per apprezzarne gli aromi.

LA CANTINA
L’azienda Coppi nasce nel 1882. Nel 1966 entra in azienda un giovane enologo, innamorato del suo territorio ed appassionato del suo lavoro: è Antonio Coppi. Nel 1979 rileva la cantina che, a tutt’oggi, è di proprietà della famiglia.

Essendo tra i primi viticoltori della regione, Antonio compie immensi sacrifici per far conoscere i vitigni pugliesi e i suoi vini in tutto il territorio nazionale e non solo. Gli anni Settanta sono quelli in cui le uve pugliesi arricchivano i vini del nord e della Francia.

L’enologo Coppi è stato tra i primi a comprare un’imbottigliatrice, fermamente convinto della valore del suo lavoro e della sua terra. Un amore trasmesso anche agli eredi dell’azienda: i figli Lisia, Miriam e Doni.

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Vini al supermercato

Terre di Chieti Igp Cococciola 2016 Niro, Citra Vini

(5 / 5) L’Abruzzo del vino deve il suo successo, specie negli ultimi anni, al Pecorino (oltre al classico Montepulciano). Ma sul mercato si fa largo un vitigno autoctono abruzzese a bacca bianca: la Cococciola. E’ Auchan a portarlo alla ribalta sui propri scaffali. Obiettivo centrato non solo nello straordinario rapporto qualità prezzo.

La valorizzazione dei vitigni autoctoni da parte delle insegne di supermercati è un aspetto che troppi buyer ancora sottovalutano. Giù il cappello per il coraggio dimostrato dalla catena francese del gruppo Adeo. Ennesima riprova delle positive ricadute di una “buona Gdo” sul tessuto vitivinicolo.

LA DEGUSTAZIONE
Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper finisce così la Cococciola 2016 “Niro” di Citra Vini, consorzio di 9 cantine sociali che ha come obiettivo quello di “selezionare, controllare e valorizzare la migliore produzione enologica della provincia di Chieti”.

Nel calice, il vino si presenta di un giallo paglierino limpido dai riflessi dorati. Al naso, la Cococciola parla una lingua esotica, capace di scaldare il cuore: una spremuta d’agrumi, papaya e pesche. Un olfatto ammiccante, reso più serioso da evidenti note minerali e da interessanti richiami di foglia di pomodoro secca.

L’ingresso in bocca di “Niro” è morbido e fa pensare a quel 13% d’alcol in volume indicato in etichetta. Una percezione che limita a tradursi in seta per il palato, carezzevole, tutt’altro che stordente. Poi arriva il pizzicotto dell’acidità e della sapidità. Durezze perfettamente equilibrate in un sorso che si fa sempre più interessante.

Non stiamo certo parlando di un vino particolarmente “complesso” in termini d’aromi. Quel che colpisce è la sua evoluzione fatta di gradini netti e ben definiti, come l’incedere dei capitoli di un libro che svela piccoli segreti, prima della verità finale. Frutta e i richiami floreali freschi. Poi l’acidità. Quindi la sapidità.

Prima della scritta “the end”, la Cococciola 2016 di Citra Vini regala una lunga chiusura su note piacevolmente fresche e agrumate, capaci di chiamare il sorso successivo e di accompagnare il piatto in maniera quasi spasmodica.

Accompagnamento perfetto, quest’autoctono Igp Terre di Chieti, per piatti a base di mare: dalle insalate ai crudi, passando per i crostacei. Da provare con il sushi. Un’etichetta che non disdegna neppure la carne bianca. Purché si badi a una temperatura di servizio tra i 10 e i 12 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Di Cococciola, in Abruzzo, non ce n’è molta. Che la si chiami così, oppure “Cacciola” o “Cacciuola”, si parla di poco meno di 500 ettari. Citra Vini seleziona i grappoli e li raccoglie a mano. La tecnica di vinificazione di “Niro” prevede una pressatura soffice degli acini. Il mosto viene lasciato decantare diverse ore, prima della fermentazione a temperatura controllata.

Operativa dal 1973 in Contrada Cacullo a Ortona, in provincia di Chieti, Citra Vini si pone come “punto di riferimento” in un’area in cui la viticoltura è il pane quotidiano per molte famiglie. Non a caso, Chieti è la seconda provincia italiana (la prima in Abruzzo) per quantità di uva raccolta di vendemmia in vendemmia.

Prezzo: 5,13 euro
Acquistato presso: Auchan

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vini#1

Terre siciliane Igp Maldafrica 2013, Cos

Il Cabernet Sauvignon e il Merlot sono due tra i principali vitigni rossi internazionali (assieme al Syrah) che hanno contribuito a plasmare il gusto internazionale del vino. Non a caso sono i protagonisti di due veri big mondiali: il Bordeaux e i cosiddetti Supertuscan.

LA DEGUSTAZIONE
Proprio da questi due vitigni nasce il Maldafrica di Cos, Terre siciliane Igp che con la vendemmia 2013 si presenta nel calice di un rosso rubino fitto, intenso e luminoso. Il naso alterna note di frutta fresca, lampone, ribes e ciliegia a floreali di rosa, fino a sentori mediterranei e speziati di rosmarino, cioccolato, liquirizia.

In bocca è di medio corpo, estremamente scorrevole, fresco e croccante di frutta fresca. A discapito del nome sembra un vino del nord. Il tannino è un poco verde (il Cabernet Sauvignon è presente più in bocca che al naso), ma la morbidezza del frutto compensa egregiamente rendendo questo Maldafrica dannatamente piacevole.
È piuttosto corto, scivola via veloce, ma altrettanto velocemente chiama un nuovo sorso.

Si consiglia di degustarlo a non più di 12-14 gradi per esaltarne le note più fresche. Probabilmente si tratta di uno di quei vini che sfidano le rigide temperature di servizio “da manuale” e potrebbe addirittura essere servito dopo una sosta in frigorifero.

LA VINIFICAZIONE
Il Maldafrica è un blend in parti uguali di Merlot e Cabernet Sauvignon, da agricoltura biologica come tutti i prodotti della cantina Cos. Fermenta a contatto con le bucce, in anfore di terracotta su lieviti indigeni. Prima della commercializzazione riceve un affinamento in botti di Slavonia e poi in bottiglia.

Cos nasce nel 1980 a Vittoria, in provincia di Ragusa, quasi sulla punta sud orientale della Sicilia, dove i profumi e i colori dell’Africa si mescolano con fascino alla nostra tradizione. Gianbattista Cilia, Giusto Occhipinti e Cirino Strano, i tre amici fondatori, ne danno il nome.

I due capisaldi della produzione di Cos sono l’agricoltura biodinamica, e la vinificazione in anfore di terracotta. Nel 2005 è la prima cantina a vendemmiare rispettando la neonata Docg Cerasuolo di Vittoria, di cui Cos rappresenta un punto di riferimento imprescindibile.

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Vini al supermercato

Merlot del Veneto Igp 2016, Zaramella

(1,5 / 5) Dire Merlot è un po’ come dire Veneto (e viceversa). Alla base di numerose Doc, Docg, Igp, vinificato in purezza o assemblato con altri vitigni si produce principalmente nella parte centro orientale della regione.

Ma è solo uno e mezzo il “cestello della spesa” nella scala di valutazione di vinialsuper per il Merlot del Veneto Igp della Casa Vinicola Zaramella 2016, oggi sotto la nostra lente di ingrandimento.

LA DEGUSTAZIONE
Un rosso che si presenta limpido nel calice. Al naso è semplice, con sentori di frutti rossi, oltre a una nota vegetale di peperone verde. Una semplicità che si ritrova tutta al palato, dove si conferma un vino moderato dal punto di vista dell’alcolicità (11,5% alcol), della freschezza e della tannicità.

Coerente per fascia prezzo, tecnicamente esente da difetti, è da relegare a quel mondo d’oblio dei vini “ordinari” del supermercato. Il Merlot in cucina si accosta a risotti, paste asciutte, selvaggina, arrosto di pollame ed ai formaggi in genere.

LA VINIFICAZIONE
Il vino Merlot del Veneto Igp prodotto dalla Casa Vinicola Zaramella è ottenuto da una selezione delle uve Merlot, raccolte in Veneto a metà settembre. La fermentazione avviene in serbatoi di acciaio inox con macerazione delle vinacce per 10 giorni.

La Casa Vinicola Zaramella è situata in Veneto, a Cadoneghe, in provincia di Padova. Opera nel settore vinicolo dal 1890.  Da quasi un secolo è condotta dalla famiglia Fabbro, che seleziona e imbottiglia vini ad Indicazione Geografica Tipica (Igp) e a Denominazione di Origine Controllata (Doc) ottenuti da vitigni come Merlot, Raboso, Garganega, Cabernet franc, Chardonnay e Sauvignon provenienti dalle numerose regioni italiane.

Prezzo: 2,49 euro
Luogo d’acquisto: Interspar

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Approfondimenti news

Consorzio Grana Padano, strigliata a crudisti e vegani: “Mode legate alla psiche”

“Categorie di pensiero più radicate nella psicologia che nella scienza alimentare e frutto di temporaneità modaiola, che ritengo non saranno proiettate credibilmente e in modo duraturo nel futuro”.

Dichiarazioni che lasciano il segno quelle rivolte “ai crudisti, ai vegani, ai freegan e ai fruttariani” da Stefano Berni, direttore generale Consorzio Grana Padano.

Parole forti sul palco di Rimini, che il 21 agosto ha ospitato il convegno ”Cibo e salute: dai superfood ai vegani, dal biologico allo street food”.

LE DICHIARAZIONI
“Oggi – ha dichiarato Berni – al cibo non si chiede solo di essere buono, ma di essere soprattutto sano e sostenibile. Il consumatore deve essere informato con lealtà e trasparenza rispetto a cosa mette nel carrello della spesa, o a ciò che ordina al ristorante. Ecco perché risulta indispensabile accelerare il percorso che porta alla trasparenza assoluta sulle etichette dei prodotti e sui materiali o sugli strumenti di comunicazione utilizzati per descriverli”.

“In un certo senso – ha continuato Berni – il biologico, quando non frutto di millanterie importate, ha da tempo intrapreso questo percorso. Una strada certamente più costosa ma solida e credibile, che è percepita come completa ed equilibrata. Credo però non sia la stessa cosa per tutte quelle tendenze radicali e assai meno equilibrate di cui si sente parlare in questo tempo”.

“L’EMERGENZA FAST FOOD”
“C’è inoltre una nuova emergenza – ha aggiunto Berni – legata alla velocità e alla riduzione del tempo da dedicare all’alimentazione, oltreché alla sempre minor preparazione casalinga dei pasti . Infatti, nel 2016 il 35% della spesa dedicata all’alimentazione è avvenuta fuori casa presso la ristorazione di ogni livello dove, inevitabilmente, la scelta degli ingredienti è molto subita dagli avventori. Questo comporta, purtroppo, che spesso siano proposti prodotti similari a quelli DOP o IGP che svolgono lo stesso servizio, non si vedono e costano molto meno”.

Sempre secondo Berni, “esiste un solo denominatore comune condivisibile dai consumatori, che parla la lingua della genuinità, della salubrità e della qualità”. “Tutto il resto – ha concluso il direttore generale del Consorzio Grana Padano – è finto e non porta vantaggi né al mercato né soprattutto a chi quotidianamente da fiducia ai produttori italiani acquistando prodotti che crede originali ma che invece sono camuffati ad arte”.

Al meeting sono intervenuti anche Enrico Corali (presidente Ismea), Pompeo Farchioni (presidente e amministratore di Farchioni Olii Spa), Roberto Moncalvo (presidente di Coldiretti), Giancarlo Paola (amministratore Delegato di Gmf – Gruppo Unicomm).

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Vini al supermercato

Nero di Troia Rosé Igp Puglia 2016, Torre Quarto Cantine

(3,5 / 5) Un buon rosato nel rapporto qualità prezzo. Parliamo del Nero di Troia Igp Puglia 2016 di Torre Quarto Cantine. Il vino si presenta nel calice di colore cerasuolo compatto. All’olfatto sprigiona profumi essenzialmente floreali (violetta, rosa, fiore del cappero) seguiti da delicate note fruttate, con un rimando alla ciliegia, colore del vino.

Al gusto rispecchia le aspettative della sua giovane età (vendemmia 2016). Si presenta moderatamente strutturato, tutto sommato abbastanza fresco e sapido.

Il rosé Nero di Troia Igp 2016 di Torre Quarto Cantine si abbina con il cacciucco di pesce e, in generale, con piatti leggeri dove vi è la presenza del pomodoro. Per questo è un vino consigliabile con la pizza Margherita. La tempeatura di servizio aggirarsi tra i 10 e i 12 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Ottenuto al 100& da uve Nero di Troia, il rosé di Torre Quarto destinato alla grande distribuzione è vinificato in maniera tradizionale, per l’ottenimento di un rosato. La fase più delicata è il breve contatto del mosto con le bucce, a seguito della pigiadiraspatura.

Un’azienda storica, Torre Quarto, che ha sulle spalle i mutamenti del mondo del vino di Puglia. Non è certo un mistero che i mosti pugliesi, per lungo tempo, abbiano contribuito a migliorare i vini del nord Italia e francesi, creando alcuni veri e propri blasoni dell’enologia mondiale.

Torre Quarto, sita in Cerignola, non fa eccezione. Le uve di questa cantina per anni hanno preso la via della strada ferrata, per raggiungere le aziende vitivinicole del nord.

Grazie agli enormi passi scientifici che fatti nelle scuole agrarie della Puglia, all’ammodernamento dei sistemi di vinificazione e alla coscienza del grande potenziale enoico locale, i viticoltori pugliesi hanno iniziato a vinificare le proprie uve all’interno dei confini regionali. Con grandi risultati.

L’ azienda Torre Quarto è una delle innumerevoli realtà pugliesi che hanno puntato sulla territorialità, sulla qualità di tutti i processi produttivi, sin dalla vigna. Con una cura maniacale del vigneto, allevato a spalliera, con potatura guyot. L’azienda registra basse rese produttive, principalmente di uve autoctone (Primitivo, Negramaro, Uva di Troia), ma non disdegna anche vitigni internazionali come lo Chardonnay.

Prezzo: 3,80 euro
Acquistato presso: Famila

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Food Lifestyle & Travel

#stopCETA: Consorzi di Tutela Dop e Igp in rivolta

Dall’extravergine Toscano alla  Nocciola del Piemonte, dal Salame di Varzi al Salame d’Oca di Mortara, dal Pecorino Crotonese al formaggio Castelmagno, dal Basilico genovese al Radicchio di Treviso, dal Pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino al pane di Altamura e molti altri.

E’ scoppiata la rivolta della stragrande maggioranza dei Consorzi di tutela delle denominazioni di origine italiane da tutte le Regioni nei confronti dell’accordo di libero scambio con il Canada che lascia senza alcuna tutela dalle imitazioni ben 250 delle 291 denominazioni dei prodotti agroalimentari Made in Italy riconosciute dall’Unione Europea (Dop/Igp).

Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare che con l’approfondimento e la conoscenza dei contenuti sta crescendo rapidamente l’opposizione al trattato Europeo di libero scambio con il Canada che ora l’Italia è chiamata a ratificare. Si stanno moltiplicando – continua la Coldiretti – le sollecitazioni da parte dei Consorzi di Tutela delle produzioni italiane piu’ tipiche nei confronti dei parlamentari per salvaguardare denominazioni storiche frutto del lavoro di intere generazioni.

Ad esprimere contrarietà sono tra l’altro – continua la Coldiretti – i Consorzi di Tutela dell’insalata di Lusia, del Marrone del Mugello, della Casatella Trevigiana, dell’asparago di Badoere e di Cimadolmo, del marrone del Combai e del marrone del Monfenera, della Castagna Cuneo, della ricotta romana e del Consorzio abbacchio romano, della Melannurca Campana, del Limone d’Amalfi, del Provolone del Monaco, dell’extravergine Aprutino Pescarese, dell’Arancia di Ribera, del Fungo di Borgotaro, del fagiolo di Cuneo, del Prosciutto Veneto Berico Euganeo, de Vini Doc dei Colli Euganei, dei Vini Corti Benedettine, del Fagiolo di Lamon, del formaggio Piave del miele Dolomiti Bellunesi e molti altri che rappresentano l’eccellenza alimentare italiana nel mondo.

Da chi è quotidianamente impegnato a difendere il valore del proprio territorio vengono dunque smascherate – sostiene la Coldiretti – le bugie interessate sui contenuti di un accordo che concede la possibilità di chiamare con lo stesso nome produzioni del tutto diverse legalizzando di fatto la pirateria agroalimentare, il peggior nemico del Made in Italy all’estero.

Per la prima volta nella storia dell’Unione peraltro – continua la Coldiretti – si accorda a livello internazionale un esplicito e formale il via libera alle imitazioni dei nostri prodotti più tipici (dall’Asiago al Gorgonzola, dalla Fontina ai prosciutti di Parma e San Daniele fino al Parmigiano nella sua traduzione di Parmesan).

“Un gravissimo precedente per i futuri accordi commerciali con altri Paesi come dimostra quello appena siglato con il Giappone che accorda protezione solo al 6% delle denominazioni europee mentre le altre sono destinate ad una ingannevole e dannosa volgarizzazione con prodotti aventi caratteristiche profondamente diverse che saranno chiamati con lo stesso nome”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo (nella foto).

“Si conferma dunque che l’accordo con il Canada è il cavallo di Troia delle politiche commerciali dell’Unione  – continua Moncalvo – per portare alla volgarizzazione delle produzioni agroalimentari nazionali custodite da generazioni di agricoltori. La presunzione di chiamare con lo stesso nome alimenti del tutto diversi è inaccettabile perché si tratta di una concorrenza sleale che danneggia i produttori e inganna i consumatori sui mercati internazionali dove invece l’Italia e l’Unione Europea hanno il dovere di difendere i prodotti che sono l’espressione di una identità territoriale non riproducibile altrove, realizzati sulla base di specifici disciplinari di produzione e sotto un rigido sistema di controllo”.

Per questo la Coldiretti annuncia la mobilitazione permanente per fare pressing, anche con email bombing e tweetstorm sui parlamentari che dovranno votare sulla ratifica del trattato con il Canada dal 25 al 27 luglio al Senato per poi passare alla Camera. A sostegno dell’iniziativa #stopCETA un ampio gruppo di altre organizzazioni (Cgil, Arci, Adusbef, Movimento Consumatori, Legambiente, Greenpeace, Slow Food International, Federconsumatori, Acli Terra e Fair Watch) che hanno manifestato a piazza Mntecitorio insieme a ex Ministri delle Politiche Agricole, parlamentari di ogni schieramento, presidenti e assessori regionali, sindaci ed esponenti della società civile.

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Food and Wine in Progress: alla Leopolda l’eccellenza agroalimentare

Dai migliori sommelier ai migliori chef italiani, passando per i barman e per i produttori di eccellenze enogastronomiche. Si presenta così la seconda edizione di Food and Wine in Progress, il grande evento promosso dall’Unione regionale cuochi toscani (Urct), dall’Associazione italiana sommelier Toscana e da Cocktail in the world, che questo anno si svolgerà ancora alla Stazione Leopolda di Firenze domenica 27 e lunedì 28 novembre con tante novità. A partire dagli organizzatori: andranno infatti ad affiancare le tre associazioni appena citate, anche la Confcommercio e la Coldiretti Toscana, due realtà che raccolgono il resto delle eccellenze toscane del settore dell’enogastronomia.

GLI OBIETTIVI
Fortemente voluto da AIS Toscana ed Unione Regionale Cuochi Toscani dopo l’esperienza positiva del 2015 in occasione del congresso Fic, Food & Wine in Progress si candida ad essere nel 2016 un progetto di promozione ed aggregazione delle eccellenze toscane tout court, in cui i produttori attraverso momenti di presentazioni, parlano di produzioni agricole, di vino, di alimenti, di qualità e di innovazioni, come denota l’utilizzo del termine “in progress” nel titolo dell’evento a testimoniare una volontà reciproca di aprirsi all’innovazione e allo sviluppo di nuove idee. In due giorni sono attesi 5 mila visitatori che potranno incontrare oltre centinaia di cuochi, tra i quali anche chef rinomati, oltre 130 aziende vitivinicole in esposizione e altrettante legate ai settori del beverage e del food. Inoltre  dibattiti, convegni e approfondimenti per avvicinare il consumatore al mondo dell’agroalimentare italiano con una formula mai sperimentata prima.

CUOCHI “IN PROGRESS”
Ricco il programma promosso dall’Urct che si snoderanno nel grande palco dedicato ai cooking show, che a rotazione durante l’arco di tutta la giornata si alterneranno sul palco centrale, tra cui chef stellati ai quali verrà consegnato il premio di “Ambasciatore della Cucina Italiana”. Ad alternare questi momenti, alcuni interventi di operatori del settore, produttori, ristoratori, che si alterneranno nel corner degli speach, parlando per pochi minuti di come con la loro esperienza hanno apportato un miglioramento al settore dell’enogastronomia di questo paese. Nel programma è previsto anche un momento dedicato alla Nazionale italiana cuochi, la squadra della Fic che ogni anno trionfa nei più importanti campionati di cucina a livello internazionale.

L’Associazione Italiana Sommelier Toscana, che ad oggi conta 4 mila soci e centinaia  di corsisti di cui circa il 40% donne, promuoverà all’interno di Food&Wine in Progress l’evento più significativo promosso durante l’anno, ”Eccellenza di Toscana” che prevede degustazioni guidate da Sommeliers Ais dei migliori vini delle 150 Aziende Vinicole Toscane facenti parte della Guida 2017 di Ais Toscana, a cui si aggiunge un ricco programma di incontri, come l’Ais Wine School per avvicinarsi al mondo dei sommelier, i tanti wine tour promossi durante la due giorni e i momenti di approfondimento e di degustazione sul futuro del vino toscano.

L’ESPOSIZIONE
Nei due giorni di Leopolda saranno presenti anche molti prodotti di nicchia che rappresentano l’eccellenza della toscanità in Italia e nel mondo nel rispetto della piramide alimentare. Quest’area esclusiva sarà riservata ai consorzi IGP, DOP, ecc. e ad  aziende medio/piccole che  rappresentano la qualità sia nel prodotto che nell’intera filiera. Inoltre ci sarà un’esposizione di piccoli macchinari ed attrezzature tecnologiche moderne per operatori del settore Food&Wine. Lo spazio di Italian Barman Style ospiterà eventi ispirati all’abbinamento tra cocktail e cibo, Barman Show a cura di Cocktail in the World, dimostrazioni di preparazioni classiche e nuove tendenze a cura di Mixology,  verrà altresì svolta attività di promozione del bere responsabile. Il programma dettagliato e tutte le informazioni per partecipare sono disponibili sul sito http://www.foodandwineinprogress.it/.

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Testo unico del Vino, ok della Camera. Pressing del Mtv per l’enoturismo

Tutto in uno, uno per tutti. Il percorso di semplificazione burocratica del settore vitivinicolo è al giro di boa, grazie all’approvazione del Testo unico sul vino approvato il 21 settembre alla Camera. Il documento approda ora al Senato. Maggioranza e opposizione unite nel voto per la razionalizzazione, in una sola legge di 90 articoli, di tutte le normative che regolano il settore vino in Italia. Ma non arrivano solo plausi: il Movimento Turismo del vino, per esempio, preme per norme che valorizzino il patrimonio enoturistico italiano. “Con questo provvedimento – commenta Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole – rendiamo il vino italiano sempre più forte e all’avanguardia in Europa. Il Testo unico è frutto di un lavoro parlamentare approfondito e condiviso, che dà alla filiera nuovi strumenti operativi. Avere in una sola norma di 90 articoli tutte le disposizioni, unificando, aggiornando e razionalizzando le leggi esistenti, rappresenta un risultato storico”. “Il testo unico sul vino – evidenzia il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo – taglia del 50% il tempo dedicato alla burocrazia che dal vigneto alla bottiglia rende necessario adempiere a più di 70 pratiche che coinvolgono 20 diversi soggetti che richiedono almeno 100 giornate di lavoro per ogni impresa vitivinicola per soddisfare le 4mila pagine di normativa che regolamentano il settore”. Moncalvo sottolinea come si tratti “del risultato di una lunga mobilitazione che auspichiamo possa giungere presto ad una approvazione definitiva con la conferma delle semplificazioni introdotte e il rapido esame da parte della Senato, a distanza di oltre due anni dall’avvio dei lavori parlamentari”.

Il testo unico porterà alla semplificazione delle comunicazioni e adempimenti a carico dei produttori, revisione del sistema di certificazione e controllo dei vini a denominazione di origine ed indicazione geografica con un contenimento dei costi, alla revisione del sistema sanzionatorio, l’introduzione di sistemi di tracciabilità anche peri i vini a IGT e norme per garantire trasparenza sulle importazioni dall’estero. “La burocrazia – aggiunge Moncalvo – è considerata dai vitivinicoltori il principale ostacolo al loro lavoro che nel 2015 ha consentito di realizzare un fatturato record di 9,7 miliardi soprattutto grazie all’export che è stato di 5,4 miliardi e risulta in ulteriore aumento del 3% nel primo semestre del 2016″.

COSA CAMBIA
Tra le novità inserite è prevista una disposizione sulla salvaguardia dei vigneti storici al fine di promuovere interventi di ripristino, recupero e salvaguardia specialmente nelle aree soggette a rischio di dissesto idrogeologico o di particolare pregio paesaggistico. Nuova è anche la disciplina dell’attività di enoturismo, che riguarda l’accoglienza e l’ospitalità dei turisti presso vigneti e cantine. Tra le principali innovazioni ci sono poi le semplificazioni per le comunicazioni da effettuare all’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) in merito alla planimetria dei locali degli stabilimenti enologici. Si prevede poi la facoltà per i vini DOP ed IGP di poter apporre in etichetta la denominazione di qualità, purché autorizzati dal Mipaaf d’intesa con la regione competente e si ribadisce che solo le denominazioni di origine possono prevedere l’indicazione di sottozone, oltre alla coesistenza di più DOCG e/o DOC o IGT nell’ambito del medesimo territorio. Inoltre è stato ridotto da dieci a sette anni l’arco temporale entro il quale un vino DOC può richiedere il riconoscimento DOCG e da quattro a tre le campagne necessarie alla richiesta di cancellazione della protezione qualora le DOP e IGP non siano state rivendicate o certificate.

A tutela del patrimonio viticolo nazionale viene stabilito che possono essere impiantate, reimpiantate o innestate soltanto le varietà di uva da vino iscritte al Registro nazionale delle varietà di viti e classificate per le relative aree amministrative come varietà idonee. Inoltre viene istituito dal Mipaaf uno schedario viticolo contenente informazioni aggiornate sul potenziale produttivo nel quale dovrà essere iscritta ogni unità vitata idonea alla produzione di uva da vino. È poi previsto un sistema sanzionatorio meno soffocante per le imprese grazie ad una risoluzione preventiva delle irregolarità attraverso il ravvedimento operoso, prevedendo la riduzione delle sanzioni amministrative pecuniarie nel caso di violazioni riguardanti comunicazioni formali e qualora non sia già iniziato un procedimento da parte dell’organismo di controllo. Infine vengono previste norme per la produzione e la commercializzazione degli aceti ottenuti da materie prime diverse dal vino e per uniformare la dicitura tra imballaggi e recipienti.

LE REAZIONI: UIV PLAUDE. CRITICHE DAL MTV
“Con l’approvazione unanime del documento – dichiara Antonio Rallo, presidente di Unione Italiana Vini – la Camera dei Deputati ha concluso la prima parte dell’iter necessario per avere una regolamentazione certa e completa del nostro comparto. Il settore chiedeva da tempo una rivisitazione complessiva delle norme con l’obiettivo di eliminare sovrapposizioni e conflitti legislativi, semplificare gli adempimenti burocratici a carico delle aziende assicurando comunque tracciabilità e controlli efficaci, rivedere il sistema sanzionatorio al fine di renderlo più equo anche attraverso l’introduzione, per la prima volta in agricoltura, di due importanti istituti, la diffida e il ravvedimento operoso. Il Testo Unico risponde adeguatamente a queste attese. Ora – conclude Rallo – il testo approderà al Senato. Il nostro auspicio è che venga approvato nella sua interezza senza ulteriori interventi, avendo lavorato di comune accordo le forze politiche, le parti sociali e il ministero per arrivare a un documento completo e totalmente condiviso”.

“Finalmente il concetto di enoturismo è entrato nel Testo Unico del Vino – dichiara il presidente del Movimento Turismo del Vino, Carlo Pietrasanta (nella foto) – ma non possiamo ancora dirci completamente soddisfatti. Manca infatti tutta la parte fiscale che regoli la nostra attività (art. 86bis), stralciata a causa del veto sollecitato da corporazioni che nulla hanno a che fare con la nostra filiera. Grazie soprattutto al lavoro dell’onorevole Colomba Mongiello, che ringraziamo e su cui confidiamo anche per il futuro, sarà possibile, previa segnalazione di inizio attività, somministrare in cantina anche prodotti non cucinati. Auspichiamo ora – ha proseguito Pietrasanta – che l’emendamento tolto possa rientrare attraverso una normativa specificatamente dedicata all’enoturismo, un fenomeno che rappresenta la front-line nel rapporto tra produttori e fruitori del vino italiano, con 13 milioni di arrivi in cantina e un fatturato di circa 2,5 miliardi di euro l’anno”. “Volendo guardare al bicchiere mezzo pieno – ha aggiunto Pietrasanta – un lungo passo avanti è stato fatto, nel bicchiere vuoto brucia invece la constatazione che non si sia trovata una soluzione definitiva in un testo che doveva rappresentare la sola e completa norma di riferimento per il settore vitivinicolo. Resta la speranza che la chiusura non sia definitiva. Siamo perciò fin da ora disponibili ad un incontro collegiale affinché si arrivi a una vera legge sull’enoturismo”.

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Approfondimenti

Italia sul podio mondiale della biodiversità con 504 specie di vite

L’Italia può contare su 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole. Ma sono state salvate da estinzione anche 130 razze allevate, tra le quali ben 38 razze di pecore, 24 di bovini, 22 di capre, 19 di equini, 10 di maiali, 10 di avicoli e 7 di asini, sulla base dei Piani di Sviluppo Rurale della precedente programmazione.

E’ quanto sottolinea Coldiretti in occasione della giornata mondiale della biodiversità, proclamata dalle Nazioni Unite il 22 maggio. Il Belpaese detiene il record europeo della biodiversità, con  55.600 specie animali pari al 30% delle specie europee  e 7.636 specie vegetali. Un primato raggiunto anche grazie agli 871 parchi e aree naturali protette che coprono ben il 10 per cento del territorio nazionale.

L’Italia, continua Coldiretti, “è l’unico Paese al mondo con 4886 prodotti alimentari tradizionali censiti dalle regioni ottenuti secondo regole tradizionali protratte nel tempo per almeno 25 anni, 282 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg ma ha conquistato anche il primato green con quasi 50mila aziende agricole biologiche in Europa ed ha fatto la scelta di vietare le coltivazioni ogm a tutela del patrimonio di biodiversità”.

Un’azione di recupero importante – prosegue Coldiretti – si deve ai nuovi sbocchi commerciali creati dai mercati degli agricoltori e dalle fattorie di Campagna Amica attivi in tutte le Regioni e che hanno offerto opportunità economiche agli allevatori e ai coltivatori di varietà e razze a rischio di estinzione che altrimenti non sarebbero mai sopravvissute alle regole delle moderne forme di distribuzione.

Si stima che “almeno 200 varietà vegetali definite minori, tra frutta, verdura, legumi, erbe selvatiche e prodotti ottenuti da almeno 100 diverse razze di bovini, maiali, pecore e capre allevati su scala ridotta trovino sbocco nell’attuale rete di mercati e delle fattorie degli agricoltori di Campagna Amica che possono contare su circa diecimila punti vendita”.

LA NUOVA LEGGE
“E’ questo il risultato del lavoro di intere generazioni di agricoltori impegnati a difendere nel tempo la biodiversità sul territorio e le tradizioni alimentari”, afferma il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “da quest’anno una nuova tutela viene dalla definitiva approvazione della proposta di legge per la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare avvenuta il 19 novembre del 2015”.

La nuova legge prevede l’Istituzione di un Sistema nazionale della biodiversità agraria e alimentare, l’avvio di un Piano nazionale sulla biodiversità di interesse agricolo, l’Istituzione di un Fondo di tutela per sostenere le azioni degli agricoltori e degli allevatori.

Inoltre all’interno del piano triennale di attività del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea) sono previsti interventi per la ricerca sulla biodiversità agraria e alimentare, sulle tecniche necessarie per favorirla, tutelarla e svilupparla.

Investire sulla biodiversità, secondo Coldiretti, “è una condizione necessaria per le imprese agricole di distinguersi in termini di qualità delle produzioni ed affrontare così il mercato globalizzato salvaguardando, difendendo e creando sistemi economici locali attorno al valore del cibo. Del resto l’agroalimentare italiano si fonda sui saperi delle nostre comunità e si sviluppa grazie alla ricerca che offre strumenti sempre nuovi di conoscenza della biodiversità”.

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news ed eventi

Ecco i numeri del vino made in coop: l’unione che fa la forza

187 aziende di natura cooperativa,  in rappresentanza delle principali Dop Italiane saranno presenti al Vinitaly a raccontare i loro prodotti. Il vino delle cooperative è un business che vale 4,3 miliardi di euro l’anno, di cui 1,8 miliardi di esportazioni. Proprio in occasione dell’appuntamento di Verona, l’Alleanza delle Cooperative Italiane  ha tracciato il quadro di quello che è il peso del vino della cooperazione, nelle diverse Dop e Igp italiane, prendendo spunto da una rilevazione Ismea che attribuisce al vino cooperativo il 52% del vino totale nazionale Dop ed il 65% del vino Igp. Quote addirittura superiori al peso delle cooperative sui vini comuni (50%). Fuori dal generico, cooperative Cantine riunite & Civ (547 milioni di ricavi nel 2015), Caviro (226 milioni), Cavit (167 milioni), Gruppo Cevico (112 milioni). Del Prosecco, è risultato che la metà della vinificazione è fatta da cooperative. Lo stesso accade nella vicina Valpolicella dove 3 bottiglie su 5 hanno origine sociale. Sempre in Veneto, l’80% del Soave Doc e il 53% del bianco di Custoza arrivano da coop. In Trentino le cooperative sono una forte presenza con oltre il 90% del prodotto per le Doc di Teroldego Rotaliano, Trentino, Valdadige e Casteller e un 24% per lo spumante Trentodoc. Ma anche in alcune regioni considerate fuori dal coro le cooperative hanno un peso discreto. Per il Piemonte, Barolo 20%, Barbaresco 22% e Dolcetto di Dogliani 42%. Per la Toscana a seconda delle denominazioni: solo 10% della produzione per Brunello di Montalcino, il 20% per il Chianti Classico Docg e il 50%  per il Nobile di Montepulciano. Non sorprende l’Emilia Romagna, la patria delle cooperative, con il 90% del Lambrusco e il 75% del Sangiovese di Romagna made in coop. Nel Lazio la Doc Vignanello è vinificata solo da cooperative e anche praticamente la Igt Colli Cimini a quota  98%. Scenario che si ripete in Puglia, dove si contano 6 Doc con valori pari all’80% dell’intera produzione, mentre il Primitivo di Manduria raggiunge quota 40%.
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Vini al supermercato

Peperosso Calabria Igp 2014, Cantine Spadafora

(3 / 5) Grafica accattivante, così come il nome di fantasia. Peperosso Calabria Igp Cantine Spadafora, blend tra Magliocco di Donnici e Merlot, fa bella mostra di sé nel ‘fuori banco’ di un noto ipermercato milanese, nel reparto macelleria. Sull’etichetta, uno dei simboli della Calabria: il peperoncino, raffigurato a ventaglio. Potevamo non cadere in tentazione? Eccoci dunque a degustare Peperosso, con il consueto scetticismo col quale ci accostiamo a vini che sembrano strizzare un po’ troppo l’occhio a un marketing accattivante. E, soprattutto, un prezzo che rasenta il sottocosto. Nel calice, Peperosso Calabria Igp 2014 Spadafora si presenta di un rosso rubino con unghia violacea poco trasparente, intenso, scorrevole. Al naso sentori mediamente fini di frutta rossa: ribes, lampone, ciliegia sotto spirito. Eppure in bocca il corpo è leggero, così come l’alcolicità. Rotonda la morbidezza, scarna l’acidità e la sapidità. Anche il tannino è soffuso, contribuendo a un quadro di sostanziale equilibrio, che si gioca tutto sulla semplicità e facilità della beva. La corrispondenza olfatto-gusto è evidente e si basa sulle note fruttate già avvertite al naso. Retro olfattivo invece sorprendente per la sufficiente persistenza (fino a 8 secondi, per intenderci), nuovamente giocata sui frutti rossi. L’abbinamento consigliato da Spadafora per Peperosso Calabria Igt è quello con i piatti e i salumi piccanti della tradizione calabrese: il Morzello catanzarese o la Nduja di Spilinga, gli insaccati saporiti come la Sopressata del Cosentino. Ecco dunque spiegato il gioco grafico (e commerciale) del mazzo di peperoncini a ventaglio. In realtà, questo vino può facilmente travalicare i confini della cucina regionale di Calabria, giungendo sulle tavole di tutta Italia come vino rosso pulito, sano (alcolicità e solfiti ben dosati) e di facile beva, da consumare decisamente a tutto pasto, certamente non nelle grandi occasioni.

LA VINIFICAZIONE
Di Peperosso Calabria Igp sono state prodotte 30 mila bottiglie, in occasione della vendemmia 2014. Il territorio d’origine delle uve Magliocco e Merlot è quello di Donnici, con selezionate e raccolta a mano. Le vigne vengono allevate ad alberello, con resa media ridotta volutamente a 80 quintali di uva per ettaro. La vendemmia ha luogo da fine settembre a metà ottobre. La vinificazione prevede pressatura soffice, successiva macerazione prefermentativa a freddo, tale da estrarre gli aromi verietali, il colore e le componenti polifenoliche più morbide. La fermentazione ha luogo in acciaio, con temperature controllate, così come l’affinamento iniziale, per una durata di 6 mesi. Segue poi un ulteriore periodo di affinamento in bottiglia, che precede la commercializzazione. Le Cantine Spadafora, che si occupano anche dell’imbottigliamento di Peperosso, hanno sede dal 1991 nella zona industriale di Piano Lago, frazione del Comune di Mangone, provincia di Cosenza. Nasce in realtà a Donnici, un paesino sulle colline a sud di Cosenza, nel 1915. In questa piccola struttura il capostipite dell’azienda, Ippolito Spadafora, commercializzava i vini sfusi prodotti dagli agricoltori della zona. Oggi, le uve conferite si aggiungono a quelle prodotte nei 40 ettari di proprietà dell’azienda, collocata su un’area complessiva di 20 mila metri quadrati, di cui 3 mila sono coperti.
Prezzo pieno: 3,95 euro
Acquistato presso: Iper la Grande I (Finiper)
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Approfondimenti

Wine e Food, l’Italia si conferma superpotenza Doc nel mondo

Una quantità certificata pari a 1,47 milioni di tonnellate di prodotti Food e 23 milioni di ettolitri per il comparto Wine. Con una produzione complessiva Food e Wine che raggiunge i 13,4 miliardi di euro, con una crescita del 4% su base annua e un peso del 10% sul fatturato totale dell’industria agroalimentare.

Questi i principali dati del tredicesimo rapporto Ismea – Qualivita sulle produzioni italiane agroalimentare e vitivinicole Dop, Igp e Stg (Specialità tradizionale garantita), presentato a Roma, presso l’Hotel Quirinale, alla presenza dei Presidenti delle Commissioni Agricole di Camera e Senato Luca Sani e Roberto Formigoni, del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dell’europarlamentare Paolo De Castro.

Il valore delle esportazioni è di 7,1 miliardi di euro, con un incremento di oltre l’8% su base annua, per un peso del 21% sul totale dell’export agroalimentare italiano (anno produzione 2014). L’Italia rimane leader mondiale per numero certificazioni, con 805 prodotti iscritti nel registro Ue, di cui 282 Food e 523 Wine (dati al 10.02.2016). Un sistema che garantisce qualità, sicurezza e trasparenza anche attraverso i 219 Consorzi di tutela riconosciuti dal Ministero, 124 per i prodotti agroalimentari certificati e 95 per i vini Dop e Igp.

NUOVE REGISTRAZIONI ITALIA – EUROPA
Oltre a detenere il primato per numero di nuove registrazioni nel corso del 2015 con 9 prodotti, l’Italia si conferma il Paese con maggior numero di prodotti Dop, Igp, Stg al mondo: al 10 febbraio 2016 si contano nel nostro Paese 805 pro­dotti certificati, 282 Food e 523 Wine, suddivisi in 569 Dop, 234 Igp e 2 Stg. Dietro di noi seguono Francia (658), Spa­gna (318), Grecia (250) e Portogallo (173).

Approfondendo l’analisi a livello territoriale, le regioni con maggior numero di certificazioni sono il Veneto e la Toscana con 90 prodotti, il Piemonte con 81, la Lombardia con 77 e l’Emilia Romagna con 73. Continua a crescere anche il numero delle Indicazioni Geografiche nel mondo: nel corso del 2015 sono stati registrati 62 nuovi prodotti, di cui due Extra Europei, segnando un incremento per il comparto Food del 4,9% rispetto al 2014.

Sul podio per maggior numero di prodotti registrati, si trova l’Italia al primo posto (+ 9 Ig), seguita dalla “new entry” Croazia (+ 8 Ig) e dal Portogallo (+ 8 Ig). A questi dati si aggiungono le nuove registrazioni dal 1 gennaio al 10 febbraio 2016: una Dop e 7 Igp, per un totale di 1.319 IG Food nel mondo (1.300 Ue + 19 Extra Ue), che si affiancano alle 1.579 denominazioni Wine.

IMPATTO ECONOMICO TERRITORIALE

L’analisi della distribuzione dei prodotti Dop Igp sul territorio nazionale offre un’informazione preziosa: non esiste un solo comune italiano “senza prodotti certificati”. Per il comparto Food, la provincia di Parma risulta il distretto con il maggior ritorno in termini economici, grazie al discreto nu­mero di filiere Dop Igp (12) che insistono nei comuni del territorio, ma soprattutto all’entità del valore economico ad esse collegato (basti pensare a prodotti come il Parmigiano Reggiano Dop e Prosciutto di Parma Dop).

Per il comparto Wine la stessa operazione restituisce un’Italia con “gradazioni di impatto” diverse sui territori: la provincia con mag­gior ritorno economico è quella di Verona, in cui si contano 24 denominazioni Dop Igp, con la presenza di prodotti dal grande peso in valore (su tutte il Prosecco Dop e il Conegliano Valdobbiadene-Prosecco Dop). Sempre secondo al rapporto Ismea-Qualivita, la produzione di vini di qualità in Italia è strutturalmente in crescita. Nel 2014 hanno ottenuto la certificazione Dop 13,4 milioni di ettolitri (+7% su base annua). Una lieve battuta d’arresto si è avuta nel comparto delle Igp, attestate a 9,5 milioni di ettolitri di cui quasi 1 milione è stato esportato all’estero sfuso.

La quantità certificata complessiva di quasi 23 milioni di ettolitri, vale 7 miliardi di euro alla produzione, per un +5% su base annua. Le esportazioni di vino DOP IGP hanno raggiunto un valore complessivo di 4,3 miliardi di euro (+4%): negli ultimi cinque anni il valore all’export (nella tabella sopra) ha avuto incrementi complessivi di oltre il +30% sia nel segmento delle DOP che delle IGP.

Circa 30 i milioni di euro investiti in comunicazione, secondo quanto dichiarato dai Consorzi di tutela rispondenti all’indagine, destinati soprattutto a pubblicità in televisione (52%), partecipazione a fiere (11%) e carta stampata (11%). I Consorzi dei Formaggi sono quelli che investono di più in comunicazione.

Risorse a parte, l’attività di promozione più presidiata dai Consorzi è la partecipazione a fiere (70% a eventi nazionali, 30% a eventi internazionali). Circa 4 Consorzi su 10 utilizzano Social Network (38%), in oltre la metà dei casi ricorrendo a più di un canale, con Facebook che si conferma lo strumento nettamente più diffuso.

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Vini al supermercato

Grillo Terre Siciliane Igp biologico 2014, cantina Calatrasi e Miccichè

(5 / 5) Dai recenti turbini giudiziari, agli scaffali del supermercato. Sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it finisce oggi Grillo Terre Siciliane Igp della Cantina Calatrasi e Miccichè.

I cui titolari, Maurizio e Giuseppe Miccichè, sono stati indagati dalla magistratura siciliana per truffa e riciclaggio, per aver presumibilmente distratto parte dei fondi ottenuti della Comunità Europea, pari a 1,5 milioni di euro, destinati alla ristrutturazione di una cantina acquisita nel 2007 in provincia di Brindisi, in Puglia.

Nulla a che vedere con la qualità dei vini distribuiti e tuttora commercializzati nei canali della grande distribuzione dalla holding Mediterranean Domaines and Estates di Contrada Piano Piraino a San Cipiello (Palermo), più che rilanciata dopo lo scandalo giudiziario che ha portato al fallimento della cantina Calatrasi e Miccichè di San Giuseppe Jato, nel luglio 2015.

Di fatto, il Grillo Terre Siciliane Igp, vino biologico, è un ottimo prodotto, tra i migliori presenti nei supermercati di tutta Italia nel rapporto qualità prezzo.

LA DEGUSTAZIONE
Vinificato in purezza, si presenta nel calice di un giallo paglierino, con riflessi dorati. Al naso è intenso, schietto e fine. Di una complessità fatta da note floreali, agrumate e lievemente speziate. Ricorda l’arancia, il limone, l’albicocca e richiama aromi tropicali di melone.

Al palato è ben strutturato, caldo: l’elevata percentuale di alcol in volume (14,5) si percepisce senza fastidio, contribuendo anzi a rendere eleganti le note che strizzano l’occhio alla terra di Sicilia, in primis arance e limoni. Rotondo, secco, tendente al fresco vivo, di buona sapidità. Grillo Terre Siciliane Igp di Calatrasi e Miccichè è vino equilibrato, che oseremmo definire armonico.

Ottime, di fatto, anche le sensazioni retro olfattive: intenso, fine, persistente. Pronta alla beva l’annata 2014, che mostra ottimi margini di miglioramento nel medio periodo. Perfetto l’abbinamento con i piatti a base di pesce della tradizione mediterranea, con i molluschi, il pollo, gli asparagi.

La raccolta delle uve, in vigneti “rigidamente coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica”, a un’altezza che varia dai 500 ai 700 metri sul livello del mare, avviene in maniera manuale. La pressatura è soffice e la prima fermentazione avviene in vasche di acciaio a temperatura controllata, che si aggira attorno ai 12 gradi.

Dopo circa quaranta giorni, il mosto viene lasciato sulle bucce per circa un mese, guadagnando in aromaticità e struttura. Seguono quattro mesi di maturazione in acciaio e altri due in bottiglia, prima della commercializzazione.

Prezzo pieno: 8,90 euro
Acquistato presso: Ipercoop

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