Cantine Casabella di Castell’Arquato e A.v.p.g. – Azienda Vitivinicola Gazzola Pietro e Stefania di Travo sono al centro di un’inchiesta dei carabinieri del Nas di Parma coordinata dalla Procura di Piacenza, che ha avuto anche riflessi su personalità di spicco dell’ente certificatore Valoritalia. L’ipotesi è la contraffazione di vini Dop dei Colli Piacentini e la frode in commercio. Gutturnio, Ortrugo, Barbera, Malvasia e Trebbianino sarebbero stati mescolati con vini di altre zone – le percentuali che variano dal 20 al 53% – contro quanto stabilito dai disciplinari di produzione dei vini a denominazione di origine controllata (Doc) o a Indicazione geografica protetta (Igp).
COLLI PIACENTINI: CONTRAFFAZIONE E FRODE SU 500 MILA BOTTIGLIE
Secondo l’accusa, le aziende avrebbero contraffatto 60 mila litri, per un totale ipotizzabile di circa 80 mila bottiglie. Le due cantine, che operano in modo assiduo con la Grande distribuzione, per esempio con insegne come Carrefour Italia, sono riconducibili alla holding Piacenza Wine Group, di cui è titolare l’imprenditore Pietro Gazzola. La notizia dell’indagine è stata diffusa per la prima volta nei giorni scorsi dal quotidiano locale Libertà.
PIACENZA WINE GROUP DI PIETRO GAZZOLA NEL MIRINO
Il gruppo è stato fondato nel 2019 dall’unione della cantina di Gazzola, A.v.p.g., e Cantine Casabella. Un’operazione che non è passata inosservata nel mondo del vino piacentino ed emiliano-romagnolo: 7 milioni di euro il patrimonio netto della holding e 11,5 milioni di euro il valore stimato della produzione, all’epoca dell’accordo. In seguito alle prove raccolte dai Nas di Parma nelle due aziende vinicole, sono dodici le persone indagate dalla Procura di Piacenza. Si tratta del titolare e di alcuni dipendenti, tra cui un agronomo e un enologo.
SILURATO IL DIRIGENTE DI VALORITALIA A PIACENZA
Nel mirino anche il dirigente dell’ufficio di Piacenza di Valoritalia, silurato dai vertici dell’ente con licenziamento per giusta causa. Allontanati anche due ispettori dell’agenzia piacentina, consulenti esterni responsabili di negligenze durante i controlli effettuati nelle cantine. Pratiche scorrette scoperte grazie a un’indagine interna dell’ente certificatore, che dichiara di aver collaborato sin da subito con gli inquirenti. Alla base della contraffazione di vini Dop dei Colli piacentini ci sarebbe infatti una sistematica alterazione dei registri di cantina, utile a giustificare le giacenze dei vini Dop e Igp.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Non è poi così “infinito” lo “Zero infinito” di Pojer e Sandri. I vignaioli di Faedo (TN) hanno comunicato ieri alla clientela di aver venduto l’ultima bottiglia dell’ormai celeberrimo Metodo ancestrale da uve Solaris (Piwi).
“L’appuntamento per la nuova annata è sempre il 21 marzo”, 2020 s’intende. Questo il commento alla fotografia che, sulla pagina Facebook della cantina, ritrae un Mario Pojer e un Fiorentino Sandri “in splendida forma”. I due brindano sorridenti, su una pila di cartoni di “Zero infinito”.
Una foto scattata prima che l’etichetta – 24.500 bottiglie totali per la vendemmia 2018, solo 200 in più rispetto al 2017 – finisse sold out. Il tempo dei flash e puff. Come le star sul red carpet. In 5 mesi tutto “finito”. Senza più “in”.
IL FENOMENO “ZERO INFINITO”
E pensare che questo rischiava d’essere un vino di contrabbando. “L’impianto di Solaris – confida Mario Pojer in esclusiva a WineMag.it – è stato fatto nel 2009, ancor prima che questa varietà Piwi, già diffusa in Alto Adige, fosse inserita tra quelle autorizzate in Trentino”.
Abbiamo giocato sporco, insomma – scherza oggi il vignaiolo – ma la cosa ancor più bella è che quando abbiamo prodotto le prime 6 mila bottiglie, nel 2013, l’impianto sulla carta aveva appena 2 mesi: il tempo trascorso dall’autorizzazione del Solaris alla vendemmia. In realtà le viti avevano già 4 anni!”.
Spettacolare la zona di produzione. Siamo a Maso Rella, a Grumes, in alta Val di Cembra. A un’altezza compresa tra gli 800 e i 900 metri sul livello del mare. E in forte pendenza, come nella maggior parte dei vigneti di questa straordinaria area vitivinicola del Trentino. Nasce qui un vino dai mille significati per Mario Pojer.
“L’etichetta non è casuale – spiega – bensì il simbolo che il giornalista Francesco Arrigoni fece al termine della sua scheda di degustazione, quando venne qui a trovarmi. Gli parlavo di ‘zero chimica’, ‘zero solfiti’, ‘zero interventi’ e lui disegnò il simbolo dello ‘Zero infinito’, sul foglio su cui prendeva appunti. Era il maggio del 2011″.
“Tre mesi dopo – ricorda Pojer – Francesco morì prematuramente. L’anno successivo chiesi alla moglie il permesso di usare quel simbolo sull’etichetta di ‘Zero infinito’. Permesso che mi fu accordato”. Non a caso, ancora oggi si brinda con l’ancestrale di Pojer e Sandri al Premio Francesco Arrigoni, organizzato in memoria del cronista scomparso.
Del resto, Pojer e Sandri, non sono certo gli inventori del Metodo ancestrale. I due vignaioli trentini hanno saputo interpretare in maniera unica e originale l’onda delle bollicine “col fondo”, che trovano nell’area del Prosecco la loro terra d’elezione.
Lo hanno fatto col garbo e la cognizione di chi ama la propria terra. E con lo spirito di chi sa di essere solo di passaggio. “Zero infinito – spiegano i due vignaioli trentini – è un vino ancestrale a zero impatto chimico. Zero in campagna e zero in cantina”.
Il risultato di ottant’anni di lavoro di ricerca, tra Francia, Russia e Germania – continuano – e trentanove vendemmie in cantina, a Faedo, per arrivare alla purezza: il frutto della vite trasformato in vino, senza aggiunta esogena”.
“UN CONSIGLIO AI PROSECCHISTI? GUARDATE ALLA CHAMPAGNE” “Ma ‘Zero infinito’ – sintetizza bene Mario Pojer – è soprattutto un vino che condensa in sé il futuro rappresentato dai vitigni resistenti Piwi come il Solaris, e la tradizione del vino che si imbottigliava con la luna calante di marzo e rifermentava in vetro, senza essere sboccato, protetto solo dall’anidride carbonica”.
Vini come il Prosecco “Col fondo”, per l’appunto. Ma anche la Bonarda dell’Oltrepò pavese o il Gutturnio dei Colli Piacentini. “Non abbiamo scoperto noi questa tecnica – sottolinea Pojer – ma prima di produrre ‘Zero infinito’ abbiamo appreso molto dalle vecchie generazioni di produttori di Prosecco”.
“Mi riferisco ai vari Gregoletto e Bortolin di Valdobbiadene – evidenzia il vignaiolo trentino, classe 55 – gente che ha più di 80 anni, perché oggi è difficile parlare di tradizione coi giovani produttori veneti, che sono cresciuti con l’esempio del Prosecco in autoclave”.
Proprio a proposito delle note bollicine del Veneto, per le quali si temono prezzi in picchiata per la vendemmia 2019, Mario Pojer ammonisce: “Agli amici veneti dico che non bisogna essere ingordi. A un certo punto occorre chiudere a nuovi ettari, a nuove bottiglie e ad altri miliardi. Il nostro mondo è fatto di rinunce e di limiti”.
“Fate piuttosto un bel giro in Champagne – suggerisce il vignaiolo trentino -. Al CVC, ovvero il Centre Vinicole Champagne, dove sono stato più di 30 anni fa, ho scoperto che la produzione annuale guarda fermamente al mercato: chiede 330? Si produce 299. Continuare sulla falsa riga odierna, per il Prosecco non è pensabile. È follia”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
BORGONOVO VAL TIDONE – C’era una volta il Gutturnio da osteria. Brioso e spumeggiante. Da sbicchierare al volo, quasi dalla damigiana. Senza far troppo caso alla qualità. C’era una volta e c’è ancora, nel Piacentino. Ma a Cantina Valtidone la coscienza impone altro: tante bottiglie, tanta qualità.
Una formula non sempre scontata, nell’Italia delle cooperative vitivinicole. Un obiettivo che invece centra in pieno la coop di Borgonovo Val Tidone. Una vera e propria “cantina territorio“, capace di promuovere una viticoltura di precisione, per certi versi eroica.
Il Cda guidato dal presidente Gianpaolo Fornasari, entrato in carica nel 2014, ha dato una sferzata determinante alle sorti della “sociale”. Con il “Progetto 20-20”, il nuovo team, piuttosto giovane e dinamico, punta a una crescita del fatturato fino a 20 milioni di euro. Entro il 2020.
IL NUOVO CORSO
All’appello, secondo i piani del direttore commerciale Mauro Fontana (nella foto, a sinistra), manca un milione e mezzo di euro. Un obiettivo che potrà essere centrato grazie all’ampliamento della platea di conferitori (oggi sono 223) e la disponibilità di nuovi vigneti.
Nell’ultimo quinquennio Valtidone sta ai viticoltori della zona come il miele alle api. Il pagamento riconosciuto per le uve conferite è davvero allettante: attorno ai 70 euro al quintale nel 2017, contro i 39,90 medi dalla precedente gestione. Cifre che le altre cooperative piacentine non riescono a eguagliare.
Oggi la produzione di Cantina Valtidone è di 7 milioni di bottiglie annue, garantite da 1.100 ettari. Ne servono altri per centrare l’obiettivo di 9,5 milioni di “pezzi”, entro il 2020. Ma non sarà un problema.
LA LINEA EROICA “50 VENDEMMIE”
Un quarto della superficie vitata della Val Tidone è già sotto il controllo della cooperativa fondata nel 1966, che punta ancora più in grande dopo le Nozze d’Oro del 2016. Cinquant’anni celebrati dalla nascita dalla linea di vini “50 Vendemmie”, che costituisce uno dei punti più alti della produzione.
Ortrugo frizzante, Malvasia frizzante e ferma e Gutturnio frizzante e fermo ottenuti da vigne di oltre 50 anni, di proprietà di una quindicina di viticoltori associati alla cooperativa. Tutte etichette riservate all’Horeca, ovvero le enoteche e la ristorazione selezionata.
La cosa più semplice sarebbe stata quella di espiantare questi vecchi vigneti in favore di nuovi impianti più produttivi – commenta il direttore commerciale Mauro Fontana – ma abbiamo voluto preservare questo patrimonio storico per produrre una linea di alta qualità”
LA DEGUSTAZIONE L’assaggio dell’intera linea non lascia spazio ad interpretazioni. Il packaging moderno e accattivante è il biglietto da visita di calici di grande rigore enologico, sul filo conduttore del rispetto del terroir. Si passa dalla garbata aromaticità della Malavasia alla consistente freschezza e mineralità dell’Ortrugo.
Note che connotano anche il rosso principe del Piacentino, il Gutturnio, nelle sue due versioni. Stupisce il frizzante, giocato proprio sulla mineralità, con il frutto rosso tipico di Bonarda e Barbera (che compongono il blend) a fare quasi da “contorno”. Il tutto completato da una gran facilità di beva, senza scadere nella banalità.
Cantina Valtidone si conferma specialista della Denominazione anche grazie al Gutturnio “Bollo Rosso”, il vino rosso dal taglio più internazionale, adatto ad accompagnare formaggi di lunga (e lunghissima) stagionatura, superiore anche ai 100 mesi. Un vino reperibile anche al supermercato, col plus dell’ottimo rapporto qualità prezzo.
Così come figura sugli scaffali della Grande distribuzione l’ottima “Luna di Candia“, altra chicca di casa Valtidone. Si tratta di una Malvasia di Candia passita che, nonostante il residuo zuccherino importante, mantiene una splendida freschezza. Complesso il quadro aromatico, che spazia dai fiori di zagara all’albicocca sciroppata, passando per le percezioni fumé.
Più snello e verticale “Perlage” Vsq Metodo classicoBrut base Pinot Nero, vero e proprio vanto dell’enologo Francesco Fissore, emigrato nel piacentino dopo l’esperienza a La Versa. Uno spumante che valorizza ancora una volta il vitigno, come non tutti riescono a fare neppure in Oltrepò pavese, la terra più vocata per il Pinot Nero “con le bollicine”.
Non a caso sono in corso sperimentazioni su affinamenti più lunghi, con l’intento di dar vita a un Pas Dosé entro il prossimo anno. Un’altra scommessa vinta – c’è da scommetterci – quasi in partenza.
IL FUTURO Ma tra le sfide del futuro c’è anche l’export. Oggi le esportazioni di Cantina Valtidone riguardano soltanto l’1% del fatturato complessivo, suddiviso equamente tra il canale moderno, la DO, e quello tradizionale, l’Horeca (2 i milioni generati dalla sola vendita diretta in cantina).
Mercati internazionali su cui la cooperativa piacentina si affaccia solo con le proprie forze, complice la situazione non proprio rosea del Consorzio di Tutela, da cui Valtidone si è chiamata fuori nel 2014.
“L’Emilia Romagna – evidenzia Mauro Fontana – è nota nel mondo soprattutto per il Lambrusco. Un vino strappato a basso costo dai buyer esteri. Con lo stesso approccio ci viene richiesto il Gutturnio, oltre agli altri vini tipici dei Colli Piacentini”.
La nostra idea, per non cadere nella trappola del prezzo e dei facili abboccamenti, è quella di perpetrare una crescita lenta ma basata su garanzie solide: non andremo mai a svendere il nostro prodotto all’estero, continuando piuttosto a puntare tutto sulla consolidazione del brand in Italia”.
Già, l’Italia. La vera America, sino ad ora, di Valtidone. La cantina piacentina è presente in maniera “forte” in sole tre regioni (e mezzo) del Bel Paese: Lombardia, Piemonte, Liguria e metà Emilia Romagna. “Bologna è già estero per noi”, ammette Fontana. Ma l’obiettivo è crescere anche fuori da questi territori. Sfruttando proprio i tanto bistrattati supermercati.
“Grazie alla Grande distribuzione – precisa il direttore commerciale Fontana – ci stiamo facendo conoscere in altre zone. Siamo per esempio sbarcati in Sardegna, mercato ostico per qualsiasi cantina, con Conad del Tirreno”. Ma l’esempio più clamoroso è quello della rossista Valtellina.
In un anno, il nostro agente di zona ha venduto appena 500 euro all’Horeca. Iperal, insegna locale della distribuzione organizzata, ha scontrinato 170 mila bottiglie nel 2018. E’ la prova che il potenziale dei nostri vini c’è. E la Gdo non può che essere una leva per sfondare in nuovi mercati, checché ne dicano i produttori con la puzza sotto il naso”.
Un approccio sincero e realistico, che si riversa tutto nel calice dei vini di Cantina Valtidone. Del resto, Mauro Fontana è un cercatore di funghi provetto. Uno abituato a sporcarsi le mani tra le le foglie d’autunno. Uno “con la camicia”, ma coi piedi per terra. Un po’ come potrebbero essere dipinti, idealmente, i vini di Cantina Valtidone.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Nuova edizione, stessi obiettivi di sempre. Anche nel 2017 “Enologica – Salone del vino e del prodotto tipico dell’Emilia Romagna”, unirà vino e cibo della regione con le tradizioni, la cultura e l’identità della regione del centro italia. Un “discorso corale, territoriale e popolare che identifica e rende unica l’Emilia Romagna”, assicurano gli organizzatori.
Appuntamento a Bologna, dal 18 al 20 novembre, nel centralissimo Palazzo Re Enzo, con oltre 100 tra produttori, consorzi e cantine. Sono previsti anche seminari e degustazioni tematiche, per raccontare il vino dell’Emilia Romagna, dai principali vitigni ad alcuni autoctoni tutti da scoprire.
Ci sarà inoltre il “Teatro dei Cuochi”, con gli chef che si racconteranno, anche attraverso le proprie creazioni gastronomiche in abbinamento ai vini. Inoltre, “Carta Canta”, il premio rivolto a ristoranti, enoteche, bar, agriturismi e hotel situati in Italia o all’estero, che propongono un assortimento qualificato di vini della regione. E “Panino d’Autore”, con lo chef Daniele Reponi, che realizzerà panini gourmet utilizzando esclusivamente prodotti Dop e Igp made in Emilia Romagna.
IL FORMAT
Quello di Enologica è ormai un format consolidato, frutto dell’esperienza di Enoteca Regionale Emilia Romagna, capace anche quest’anno di offrire una chiave di lettura originale dell’evento. A Enologica 2017 saranno protagoniste anche le creature fantastiche, ovvero la rappresentazione popolare della natura, delle paure, dei sogni, delle “cose inspiegabili” e familiari della storia dell’uomo, un patrimonio di storia e tradizioni tramandato oralmente fino ai tempi moderni.
Come si legge nell’introduzione del catalogo, scritta dal curatore di Enologica Giorgio Melandri: “Noi siamo per un racconto ‘quotidiano’, pieno di cose vere, di gente e storie. Il racconto del vino vive dentro alle giornate della gente e noi abbiamo il dovere di lasciarcelo. Siamo una regione dove è il quotidiano a essere straordinario, dove un fosso può nascondere una creatura fantastica, dove un albero può nascondere un segreto, dove un vino può raccontare tante storie”.
VINO E VITIGNI Ad accogliere i visitatori di Enologica 2017, sotto al loggiato d’ingresso di Palazzo Re Enzo, ci sarà un grande pannello (circa 6×4 metri) con delle originali “sculture di terra”, realizzate da I.TER di Bologna.
Si tratta di rappresentazioni artistico-scientifiche dei principali suoli che ospitano la pianta della vite in Emilia Romagna e che si trovano percorrendo la via Emilia da Sud a Nord, partendo quindi dalla provincia di Rimini per arrivare fino a quella di Piacenza (con una sola piccola deviazione nel territorio ferrarese).
Diversi tipi di terreno che corrispondono ai sette vitigni principali della regione, da dove nascono i vini a denominazione: Albana e Sangiovese per la Romagna, Pignoletto per il bolognese, Fortana per il ferrarese, Lambrusco per il modenese, il reggiano e il parmense, Malvasia per il parmense e il piacentino, Gutturnio per il piacentino.
Per ogni vitigno c’è poi la rappresentazione grafica dei profumi e dei sapori principali che connotano i vari vini (attraverso immagini di fiori, frutti, ecc.) per aiutare i visitatori nella ricerca di quelle determinate caratteristiche anche nel momento della degustazione.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Da pagina Facebook a vero e proprio brand, capace di presentarsi nei supermercati Auchan e Simply con una linea di vini “a marchio”. Quella del “Milanese Imbruttito” è una scalata senza battute d’arresto.
Tre i “Vini imbruttiti” in vendita al supermercato: l’Ortrugo dei Colli Piacentini “Mollami!”, il Gutturnio Superiore “Oh, mi stai asciugando!” e l’immancabile bollicina, un Prosecco, dal nome di fantasia quasi scontato: “Oh, si sboccia o no?!”.
A produrre i primi due è la Fratelli Bonelli di Rivergaro, in provincia di Piacenza. Una interessante realtà che ha nel suo portafoglio, tra gli altri, due vini “bio” dall’ottimo rapporto qualità prezzo, in vendita da Lidl.
L’EPOPEA DEL MILANESE IMBRUTTITO E’ il 7 marzo 2013 quando compare su Facebook il primo post della pagina goliardica dedicata a Milano e al particolare “slang” dei suoi abitanti. “Il Milanese Imbruttito non ha amici ma contatti”. Quasi una profezia. Di “contatti”, la pagina, ne macina milioni. In pochissimo tempo.
Passa da poco più di 200 “like” ai 16 mila ottenuti il 9 marzo 2017, a quattro anni dall’esordio. Nel “Case History” del Milanese Imbruttito si alternano campagne di sensibilizzazione per conto di Amsa – l’azienda che si occupa dello smaltimento di rifiuti a Milano – nonché per la community di carsharing “Car2Go”, ma anche per la chat di incontri “Happn”.
E’ luglio 2015 quando il sito del Milanese Imbruttito promuove Zalando. Seguono campagne su colossi come Mercedes-Benz Milano, Samsung, Goodyear, Tucano Urbano e Vodafone. Poi l’elaborazione di due “cocktail imbruttiti”, con big del calibro di Martini & Rossi (Gruppo Bacardi) e Campari Spa.
Un libro con Rizzoli, un diario per studenti firmato Pigna, un panettone con Vergani in vendita da Eataly Smeraldo. Tornei di calcio. E, infine, una linea di food & wine destinata ai clienti di due insegne del gruppo Adeo.
I VINI IMBRUTTITI
“L’idea di una linea di prodotti food a marchio ‘Il Milanese Imbruttito’ nasce circa un anno fa – spiega Marco De Crescenzio, uno dei tre fondatori – da una mail inviataci da Cristina Mazzariello di Simply/Auchan. Ci veniva chiesto di addentrarci in questo mondo. Dopo una serie di incontri, il progetto ha visto la luce ad aprile”.
“In occasione della Pasqua – continua il founder – abbiamo presentato tutte le referenze durante un evento in uno dei più grandi Simply di Milano. Patatine, zucchero, cioccolato, birra, Prosecco, la colomba e, ovviamente, i due vini, Gutturnio Superiore e Ortrugo dei Colli Piacentini”.
Una linea che punta tutto sull’immagine e sulla riconoscibilità del brand. “Il target – evidenzia De Crescenzio – è abbastanza ampio. L’acquisto del ‘Vino Imbruttito’ è d’impulso, per via delle frasi che ci sono scritte sopra, che sono poi la nostra caratteristica distintiva. Del resto facciamo ridere sui social, non siamo nel settore vinicolo”.
Vignaioli no, ma imprenditori sì, quelli del Milanese Imbruttito. Eccome. Inutile chiedere le “misure” del business: “Il fatturato chiama! Ora vado, ciàciàcià…”, è la risposta del fuggente De Crescenzio.
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E’ il “Cru” di Casa Testa, il vino più “esclusivo”. Quello nato da vigneti che godono della migliore esposizione. Parliamo del Gutturnio Superiore Doc la Gobba, prodotto e imbottigliato all’origine dalla Casa Vinicola Cav. Italo Testa Snc di Castell’Arquato, in provincia Piacenza. Abituati dai supermercati – specie nel Nord Italia – a vini Gutturnio mossi, spesso venduti a prezzi risicati che ne denotano la scarsissima qualità, il passaggio a un Gutturnio Superiore, senza “effervescenza”, può costituire un’esperienza unica per i winelovers meno esperti. Una sorta di scoperta delle potenzialità di uvaggi spesso bistrattati, per logiche di commercio, come Croatina e Barbera. Chiariamo, innanzitutto, che al contrario dei “cugini effervescenti”, il Gutturnio Superiore Doc si presta a diversi anni di invecchiamento, proprio perché vinificato alla maniera dei grandi rossi italiani.
Sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it finisce, di fatto, la vendemmia 2011. Tredici gradi e mezzo il titolo alcolometrico. Vino importante, dunque. Che si presenta nel calice di un rosso tra il rubino e il porpora, con riflessi granati. Al naso è schietto, mediamente fine: gli uvaggi si distinguono chiaramente, attraverso note che risultano pulite, nonostante il tempo trascorso in bottiglia. E’ il primo segnale della sublimazione di un prodotto storicamente “contadino” come il Gutturnio, vino della tradizione piacentina, che con il Superiore La Gobba si toglie di dosso le vesti polverose. E indossa la cravatta della domenica.
Al naso fa eco un palato di grande energia. Buona struttura, buon corpo. Con i profumi di ciliegia e prugna che si tramutano in gusto, giocando testa a testa con i fiori di viola e le note evolute di sottobosco (mirtillo, lampone maturo). Spazio, con l’ossigenazione, anche per terziari raffinati di vaniglia e cioccolato, avvolti al palato in tannini morbidi ma tutt’altro che spenti, uniti alla grande freschezza (e chi se l’aspettava, ancora?) conferita da un’acidità autorevole. L’idillio piacentino, da affiancare a importanti portate di carne rossa, dall’arrosto alla cacciagione, passando per la griglia. Alla temperatura dei grandi rossi: 18-20 gradi.
LA VINIFICAZIONE
Non è un caso se il Gutturnio Superiore Doc La Gobba della Casa Vinicola Testa viene prodotto solo nelle annate climaticamente fortunate. Quelle in cui il blend ottenuto al 70% da uve Barbera e al 30% da uve Croatina (Bonarda), garantisce i risultati migliori in bottiglia. I vigneti sono di tipo argilloso e calcareo, con esposizione privilegiata a Sud. L’allevamento a Guyot semplice. La tecnica di vinificazione prevede una pigiadiraspatura delle uve, accuratamente raccolte a mano, la fermentazione con lieviti selezionati in tini di acciaio a temperatura controllata e la macerazione per circa 20 giorni.
L’estrazione di colore, aromi e struttura tannica sono garantiti da rimontaggi giornalieri che evitano la creazione di sgradevoli sentori. L’affinamento si protrae per almeno 38 mesi, con passaggio di 4-6 mesi in botti di rovere di Slavonia, prima di un ulteriore affinamento in bottiglia che precede la commercializzazione. Ottimo vino, il Gutturnio Superiore La Gobba, dopo i 4-5 anni dalla vendemmia.
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Il Gutturnio Riserva, vino fermo, di struttura, affinato in legno, è un prodotto difficile da reperire sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Siamo andati a trovare una famiglia di viticultori piacentini che produce vini dagli anni Venti, tra cui proprio un Gutturnio Riserva finito sotto la nostra lente di ingrandimento, nelle scorse settimane. Ci troviamo a Rezzano di Carpaneto Piacentino, in località Buffalora, nel pieno della Val Chero, sul territorio collinare che si apre a pochi chilometri dall’Autostrada A1, non lontano dal borgo medioevale di Castell’Arquato e da Velleja Romana.
Ad accoglierci c’è Ilaria Montesissa, 37enne cotitolare dell’azienda di famiglia, sorta su quello che all’inizio dello scorso secolo era un bosco. “Pian piano – spiega – la famiglia ha iniziato a impiantare vigneti e a vendere uva al mercato. Poi siamo passati alla vinificazione, con vendita di vino sfuso alle osterie di Piacenza.
In seguito, con l’avvento di mio nonno Francesco, di mia nonna Alma Franchini e dei loro figli Roberto e Gianluigi, mio padre e mio zio, l’azienda vitivinicola Montesissa ha iniziato ad abbandonare le damigiane e a dedicarsi all’imbottigliamento”. Una vera e propria rivoluzione quella apportata in cantina, ma che parte in realtà dalla vigna. Siamo a 200 metri sul livello del mare, in una zona collinare dal terreno limoso argilloso.
Ottima l’esposizione dei vigneti, su tutti e quattro i punti cardinali. Trenta ettari totali, di cui oltre venti vitati. La Montesissa coltiva le varietà principali del Piacentino. Dunque Malvasia, Ortrugo, Barbera e Bonarda, oltre agli internazionali Chardonnay, Merlot e Syrah.
La casa-cantina della vinicola Montesissa, con una superficie di 500 metri quadrati, si affaccia su un terrapieno vitato, alla base del quale scorre il torrente Chero. Il vento sferza la valle e regala a questa porzione di territorio del Comune di Carpaneto Piacentino l’inequivocabile nome: Buffalora.
“Tutte le uve vengono conferite qui durante la vendemmia – spiega Ilaria Montesissa – vinificate, imbottigliate e vendute. In base alle annate, produciamo tra le 180 e le 200 mila bottiglie. Solo una piccola parte, circa il 2%, finisce nella grande distribuzione organizzata. In particolare abbiamo raggiunto un accordo con la catena Il Gigante”.
IL RAPPORTO CON LA GDO
Ed è proprio sugli scaffali del gruppo milanese di Bresso che abbiamo pescato l’ottimo Gutturnio Riserva Costa Pancini, vendemmia 2010, prodotto dall’azienda vitivinicola Montesissa. Un rapporto piuttosto turbolento, tuttavia, quello con la catena di supermercati presieduta da Giancarlo Panizza.
“Per via di alcune incomprensioni – spiega Luca Montesissa, 34 anni, cugino di Ilaria e cotitolare dell’azienda – molto probabilmente si terminerà entro breve la nostra avventura in gdo, per lo meno con la catena attuale”. Problemi che riguarderebbero l’etichettatura delle bottiglie da un lato, “poco gradita al buyer, nonostante l’invio di numerose altre etichette differenti, con layout più moderni”.
Mentre dall’altro le “difficoltà nella gestione degli ordini e delle consegne”, che finiscono per appesantire il lavoro di quella che – tutto sommato – è una piccola azienda a conduzione famigliare, in cui il 60 % del fatturato è rappresentato dalle vendite nel canale Horeca (dunque enoteche e ristorazione) e il restante riguarda la vendita a privati e al dettaglio, soprattutto in provincia di Piacenza.
“Non avevamo mai lavorato prima con la Gdo – aggiunge Ilaria Montesissa – soprattutto perché abbiamo prezzi medi un po’ più alti degli altri produttori della zona, con un produzione più piccola e tesa verso la qualità. I supermercati chiedono prezzi più bassi. Abbiamo deciso comunque di provare, incanalando in gdo la vendita di alcuni nostri prodotti: Bonarda, Barbera, Gutturnio ‘base’ e Riserva, oltre all’Oltrugo.
In generale, non possiamo certo definire negativa questa esperienza, anche se ci spiace un po’ vedere il prodotto deprezzato, quando è posto in promozione!”. Nella zona, del resto, sono molti i produttori che hanno deciso di investire nella grande distribuzione.
“Il supermercato – commenta Ilaria Montesissa – non è più visto come luogo dove poter reperire solo vini di bassa qualità, con prezzi bassi. C’è molta scelta, dunque il cliente può trovare anche vini da 30 euro, di qualità buona. Vendere vino al supermercato, insomma, non è più penalizzante a livello d’immagine per le aziende vinicole”. Come si fa, allora, a contrastare chi accetta di vedere il proprio Bonarda o il proprio Ortrugo a 1,99 euro nei supermercati?
“Noi abbiamo sempre creduto nella qualità più che nella quantità – risponde piccata Ilaria Montesissa – e nonostante avessimo sin dagli anni passati prezzi più alti rispetto agli altri, i clienti ci hanno sempre dato costantemente la soddisfazione più grande: costa di più ma torno da voi, ci dicono in molti, perché il vostro vino è più buono, il mattino seguente non ho il mal di testa, non mi viene il mal di stomaco e posso berne un bicchiere in più senza star male! Negli anni la qualità non è cambiata, anzi è in costante miglioramento. E alla fine sono le persone che ti fanno capire che se lavori bene ne vale la pena, anche in periodi di crisi come questo”.
Un mercato in crescita, anche per la Montesissa, è quello dell’estero. “Abbiamo un commerciale in Cina – spiega Ilaria – e stiamo cominciando a stringere rapporti commerciali con il Paraguay, mercato che si sta aprendo e in cui riponiamo speranze.
In Cina abbiamo un collaboratore italiano che ha inserito i nostri vini in una sorta di catena di enoteche, il cui titolare era alla ricerca di prodotti italiani dal medio-basso livello fino all’alto livello. Dunque ha fatto un groupage in varie zone d’Italia, tra cui Piacenza, decidendo di inserire i nostri vini. Non sono quantità grandissime, ma siamo presenti con prodotti di qualità che ci assicurano un buon ritorno, anche a livello di immagine”.
L’UVA, LE VIGNE, LA VINIFICAZIONE
Un’azienda che sta cercando nuovi mercati nell’estero, dunque, la vitivinicola Montesissa. Ma che gioca in maniera consapevole il suo ruolo anche nel Piacentino, evitando di contribuire al declassamento di prodotti come il Bonarda o l’Oltrugo dei Colli Piacentini, divenuti ormai veri e propri concorrenti sulla tavola dei consumatori del Nord Italia, alla stregua del Bonarda o del Pinot dell’Oltrepò Pavese.
“Ed è un peccato – evidenzia Ilaria Montessissa – che in zona non si riesca a fare squadra, per far conoscere anche nel Sud Italia un vino di pregio come può essere il Gutturnio, che in meridione in pochissimi conoscono”. Negli anni, di fatto, la Montesissa, dopo aver tentato di cambiare “il verso delle cose” assieme ad altri produttori della zona, ha deciso di uscire dal Consorzio Vini Doc Piacentini.
“Non siamo più iscitti da due anni – spiega Ilaria Montesissa – in quanto riteniamo che non serva a nulla essere iscritti a un ente che negli anni non è riuscito a promuovere a dovere la cultura del vino piacentino, al di là dei confini della stessa provincia. Del resto è la burocrazia, più in generale, che sta ostacolando lo sviluppo di tante aziende vitivinicole serie”.
La produzione d’eccellenza della Montesissa è certificata del resto dalle tante botti presenti nell’area della cantina vecchia, la parte storica dell’azienda che risale agli anni Sessanta. “Il nonno Francesco – commenta Ilaria – è un amante dei vini fermi e affinati in botte, per cui non poteva dedicare parte della produzione al Gutturnio Riserva, ma anche a un Bonarda Riserva, non venduto in gdo, che molti apprezzano e che costituiscono assieme il vero fiore all’occhiello della nostra azienda”.
Il Bonarda, denominato “El Ladar“ è ottenuto mediante affinamento in barrique di quasi 12 mesi, per poi maturare ulteriormente in bottiglia per un anno, prima della commercializzazione. Dal 2003, nelle annate migliori, ne vengono prodotte circa 2 mila bottiglie l’anno e non mancheremo di fornire ai nostri lettori l’esito della degustazione di una bottiglia della vendemmia 2009.
“Raccogliamo l’uva dopo averla fatta sovramaturare sulla pianta – spiega Ilaria Montesissa – e poi la vinifichiamo. È l’esatto opposto del consueto Bonarda piacentino: un vino ‘gnucco’, di gran corpo, che raggiunge anche i 15,5 gradi di alcol in volume. Il 2003, peraltro, si sta ammorbidente adesso…”.
Del resto, tutti sanno ormai che l’ultima frontiera del vino sono le bollicine. E anche alla Montesissa non stanno a guardare.
I clienti moderni chiedono sempre più spesso vini facili da bere – ammette Ilaria – è dunque abbiamo cominciato sin dal 2003 a provare uno spumante metodo classico e, da ormai tre anni, produciamo anche un Pinot Nero vinificato in bianco col metodo Charmat“.
“Effettivamente un mercato in crescita, con la produzione praticamente duplicata nel giro degli ultimi due anni, riducendo la produzione dei fermi affinati in legno. Come del resto è in crescita la produzione di un Gutturnio Classico Superiore, vino fermo più facile da bere rispetto al Riserva, anche per la sua gradazione che non supera i 13,5 gradi”. Insomma, alla Montessissa si guarda al futuro con le bollicine. Tenendo sempre lo sguardo e la mente fissi alla tradizione piacentina Doc.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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