(3,5 / 5) Inclinare la bottiglia verso il basso, roteare il fondo per favorire la sospensione dei lieviti , stappare e degustare. Queste le istruzioni per assaporare al meglio lo spumante extra dry non filtrato Crudoo di Giorgi Wines, oggi sotto la nostra lente di ingrandimento.
Bollicina davvero particolare che nasce da un procedimento brevettato che si ispira alle birre crude. Da qui il nome “Crudoo”.
Una intuizione fortunata della cantina nel 2011, anni in cui i vini naturali, col fondo non erano alla ribalta e tantomeno destinati ad un ampio pubblico.
Un vino “naturista” col Rolex, non improvvisato e realizzato con l’ausilio della tecnologia moderna. Meno “steinerista” ma decisamente commerciale e con una storia da raccontare.
LA DEGUSTAZIONE Lo Spumante Extra Dry Crudoo di Giorgi si presenta nel calice di colore bianco carta leggermente velato. Il perlage è poco fitto ma mediamente fine e di buona persistenza.
Naso molto fruttato di mela cotogna e banana matura. Accenni di maggiorana ma anche un sentore di lieviti molto forte, al limite del formaggio, tipo camembert. In linea con la tecnica di produzione.
Ma è al palato che lo spumante Crudoo di Giorgi dà il meglio di sé, risultando cremoso e godibile. Sorso burroso con ritorni di banana e sensazioni di noci brasiliane.
Il dosaggio zuccherino armonizza il tutto e la beva prende un ritmo “sincopato” che può incontrare il favore di molti, anche dei meno addetti ai lavori. Aperitivo fuori dall’ordinario, si presta anche a tutto pasto.
LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve Pinot Nero e Chardonnay allevate a Guyot su terreni calcare argillosi esposti a sud, sud est. Vendemmia manuale in cassette. Dopo la pressatura soffice e la fermentazione il vino sosta in autoclave per 12 mesi sui lieviti e viene imbottigliato senza filtrazione.
Giorgi Wines si trova a Canneto Pavese e dispone di circa sessanta ettari vitati. Dalla lunga tradizione vinicola produce una ampia gamma di vini, rossi, bianchi e spumanti oltre alla linea di Gerry Scotti.
Prezzo pieno: 8,90 euro
Acquistato presso: Famila/Carrefour
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Pace fatta, ma alle condizioni di Fabiano Giorgi & Co. Clamorose indiscrezioni dall’Oltrepò pavese. Il Distretto del Vino di Qualità sarebbe pronto a ricucire la frattura con il Consorzio di Tutela, a patto che questo accetti alcune condizioni.
La notizia non è confermata da fonti ufficiali. Secondo ben informati, tuttavia, sulla scrivania dell’assessore Fabio Rolfi sarebbe già presente una lettera d’intenti che sancirebbe la ritrovata unità istituzionale dell’Oltrepò. Una trattativa in cui rientrerebbe anche Ersaf, attraverso il direttore regionale Massimo Ornaghi.
Ora la palla passa al Consorzio di Tutela, che dovrà accettare le condizioni dettate dal presidente del Distretto, Fabiano Giorgi. Tra queste, sempre secondo indiscrezioni, ci sarebbe l’aumento del numero di Consiglieri del Cda di Riccagioia, da 15 a 20 teste. Ben 9 di queste dovrebbero provenire dal Distretto, col benestare di Regione Lombardia.
Sempre su suggerimento di Rolfi dovrebbero essere rivisti i meccanismi di rappresentatività all’interno del nuovo Consorzio, in modo da allargare il potere decisionale della base.
Un aspetto sollevato sul finire del 2018 dallo stesso esponente del governo regionale, in un’intervista esclusiva rilasciata all’altra testata del nostro network, vinialsupermercato.it.
Nel mirino del Distretto ci sarebbero poi le finanze consortili. Un tema caldissimo, per il quale sarebbe stato silurato l’ormai ex direttore del Consorzio di Tutela, Emanuele Bottiroli, che ha comunque impugnato il provvedimento.
E I TAVOLI DI DENOMINAZIONE?
E mentre l’Oltrepò del Buttafuoco Storico si prepara all’esordio in massa a Milano, altre indiscrezioni giungono dai Tavoli di Denomazione, lo strumento avallato da Regione Lombardia per fare ordine tra le vigne oltrepadane.
Clamoroso quanto starebbe avvenendo in un tavolo relativamente “minore” come quello del Riesling. L’Italico, l’unico vero Riesling autoctono dell’Oltrepò pavese, rischia di non essere incluso nell’elenco dei vitigni della Doc e dell’Igt Pavia.
Le etichette prodotte con Riesling Italico sarebbero dunque relegate al ruolo di “vino da tavola”. L’obiettivo sarebbe quello di favorire l’affermarsi della produzione di Riesling Renano dell’Oltrepò pavese.
Una scelta che guarda alla notorietà qualitativa e (soprattutto) commerciale del Renano, che fa a pugni con l’obiettivo di valorizzare il terroir e i vitigni locali, primo obiettivo dichiarato dei Tavoli di Denominazione.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Gerry Scotti ci ricasca. E questa volta calca la mano, come non mai. Nuova sfacciata pubblicità ai vini di Cantine Giorgi a Chi Vuol Essere Milionario. Il conduttore fa chiaro riferimento ai vini dell’Oltrepò pavese di cui è testimonial. Nel mirino la puntata di venerdì 1 febbraio.
Grande sfacciataggine anche da parte di Cantine Giorgi, che pubblica sul profilo Facebook il video della trasmissione. Con un commento che non lascia spazio a interpretazioni: “A Chi Vuol Essere Milionario si parla del nostro Oltrepò Pavese e del mitico Pinot Nero! Grazie Gerry, sei un vero grande testimonial!”.
Eppure, in Oltrepò, c’è chi continua a pensare che il conduttore possa portare visibilità all’intero territorio. Non a caso, Scotti è stato di recente nominato cittadino onorario di Canneto Pavese (PV), Comune dove ha sede proprio Cantine Giorgi.
Nel dettaglio, è proprio Gerry (come dimostra il video della puntata, che pubblichiamo sotto) a spostare l’attenzione degli spettatori di Chi Vuol Essere Milionario dall’Oltrepò (inteso come “territorio”) ai vini di Cantine Giorgi che in etichetta riportano il suo viso.
“Allora hai assaggiato i miei vini? Avete capito perché lo ho invitato? solo per parlare bene dei miei vini”. Una beffa bella e buona all’Antitrust, che tra i suoi compiti ha il “contrasto alle pratiche commerciali scorrette nei confronti dei consumatori e delle microimprese”, oltre alla “tutela delle imprese dalla pubblicità ingannevole e comparativa“.
Come recita il vademecum dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato, “sono incluse nella nozione di pubblicità quelle forme di comunicazione che, anche se non tendono immediatamente a spingere all’acquisto di beni o servizi, promuovono comunque l’immagine dell’impresa presso il pubblico dei consumatori. La pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile come tale”.
La pubblicità – continua l’Agcm – può trarre un indebito vantaggio se si ‘traveste’ da qualcos’altro. Infatti, se pensiamo che quella che stiamo osservando sia informazione o spettacolo, quindi una comunicazione neutrale o comunque non finalizzata a stimolare l’acquisto di prodotti, saremo molto più portati a credere che ciò che ci viene detto sia vero o che almeno sia detto in modo disinteressato”.
“La stessa considerazione vale anche per il comunicatore del messaggio. Il giornalista che fornisce informazione, o il protagonista di uno spettacolo, non deve, o non dovrebbe, perseguire gli interessi economici di alcuna impresa, mentre svolge il suo specifico lavoro. Il comunicatore pubblicitario è invece, in qualche modo, il portavoce dell’impresa che lo retribuisce”.
Ma il passaggio più interessante è quello che segue: “Questi ruoli devono restare ben distinti, ma non sempre ciò accade. Può darsi che quello che si presenta come un imparziale professionista stia in realtà facendo pubblicità senza dichiararlo esplicitamente“.
LE REGOLE SONO CHIARE, EPPURE…
Sempre dal vademecum Agcm: “Come si è visto, non vi è nulla da obiettare, almeno dal punto di vista dell’ingannevolezza, se un personaggio famoso fa da testimonial per una impresa: la pubblicità è ormai entrata nel costume. È grave però se il consumatore non viene avvertito, da elementi che lo segnalano con evidenza, che quello che gli giunge è un messaggio pubblicitario”.
Per questo motivo gli stacchi pubblicitari al cinema, alla radio o in televisione sono introdotti da un’apposita sigletta musicale, oppure riportano l’indicazione ‘pubblicità’, ‘messaggio promozionale’. Ciò risponde a un generale obbligo di evidenziare in maniera trasparente quando lo scopo della comunicazione è pubblicitario e non informativo”.
Proprio sul rispetto di quest’obbligo verte il controllo sulla trasparenza della pubblicità esercitato dall’Autorità garante. “Un’altra forma insidiosa di pubblicità non trasparente – conclude l’Agcm – è quella che, in termini tecnici, viene chiamata product placement. Consiste nello sfruttare l’immagine insistita o la ripetuta citazione di un prodottoo di un marchio, senza un particolare motivo, durante una trasmissione o un film che non ha scopi pubblicitari”. Chi ha ancora dubbi sul caso Gerry Scotti – Cantine Giorgi alzi la mano.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Diciotto milioni di euro netti di ricavi nel 2009. Poi giù. Nel buio più profondo. Fino ad arrivare a una voragine dal diametro impressionante.
Un buco (finanziario) da 12 milioni di euro, consolidato dal bilancio 2016. E un vuoto (morale) ancora più disorientante, allo scattare delle manette ai polsi dell’eterno presunto Messia, giunto dalla Franciacorta: quell’Abele Lanzanova capace, secondo la GdF, di “appropriarsi di ingenti somme sottraendole alle scarse risorse finanziarie della Cantina, peraltro già interessata da procedimenti prefallimentari”. Era il 21 luglio 2016.
L’araba Fenice dell’Oltrepò pavese ha un nome solo ed è La Versa. Evocativo. Tattile. Come i trattori dei contadini in canottiera che, nella culla del Pinot Nero italiano, passano accanto a quel blocco di cemento di 15 mila metri quadrati, pronti a tornare a popolarsi di uomini, di passioni, di idee.
Ci credono in molti – ma forse ancora in troppo pochi – nel rilancio della storica cantina pavese ad opera della nuova società costituita da Terre d’Oltrepò e Cavit. In questo quadro, in una terra che da troppi anni è un puzzle di buoni propositi e di ottimi progetti individuali annegati nell’incapacità di “fare rete”, la cooperazione pare l’unico asso nella manica.
Lo sa bene Andrea Giorgi, personaggio a metà tra il cow boy e il sindaco sceriffo: presidente della newco scioglilingua “Valle della Versa”, partecipata al 70% dai lombardi e al 30 dai trentini. Ironia sottile, silenzi dosati. Risposte mai banali o scontate. A volte pungenti. Un giardiniere pronto a seminare nel deserto. Un minuto Gandhi, il minuto dopo William Wallace (a parole) prima di Bannokburn. Senza però sfociare nel bipolarismo.
Al suo fianco Marco Stenico, il mediatore. Il direttore commerciale per antonomasia. Trentino d’origine, è lui il braccio destro di Giorgi. L’uomo perfetto per riconquistare il mercato.
E non importa se, al 24 agosto, i due non sappiano ancora quali siano, esattamente, i bottoni da premere sul quadro elettrico per accendere la luce nel “caveau” di La Versa, intitolato allo storico presidente duca Antonio Denari. Per risorgere ci vuole tempo. E occorre fiducia. La ricetta? Ripartire dal passato, in chiave moderna.
“Questa è un’azienda nuova – precisa Stenico – costituita dai due soci. Terre d’Oltrepò e Cavit si sono prese carico, ognuna per le proprie competenze, di alcune attività. Noi seguiremo la parte commerciale, mentre i nostri partner trentini la parte tecnica, la vinificazione e la parte industriale, che sta per essere messa in attività a partire già da settembre”.
Dalla scorsa settimana, i conferitori della zona di Santa Maria della Versa e di Golferenzo hanno ricominciato a portare le loro uve a La Versa. “Tutto raccolto a mano – evidenzia Stenico – Pinot Nero, Riesling e Moscato”. La prima vendemmia della nuova società si assesta sui 25 mila quintali di uva. Masse certamente inferiori ai 450-500 mila quintali che Terre d’Oltrepò e i suoi soci sono in grado di produrre annualmente. Ma siamo, appunto, solo all’inizio.
La parte del leone spetta al Pinot Nero, con oltre 10 mila quintali. A seguire il Riesling, 5 mila. E infine il Moscato, con 7-8 mila quintali. Quantità risicate da maltempo e gelate che hanno interessato l’Italia, travolgendo anche l’Oltrepò Pavese. Cento i soci conferitori di quella che fu La Versa, cui si andrà a sommare la base sociale di Terre d’Oltrepò, costituita da oltre 700 soci. Tradotto in vigneto: 6 dei 13 mila ettari complessivi sono controllati da Valle della Versa, con un potenziale produttivo che supera il 55% dell’intera zona.
“Da questa vendemmia – commenta Andrea Giorgi – ci aspettiamo un prodotto da collocare nel più breve tempo possibile sul mercato con il marchio La Versa. Un’operazione strategica per Terre d’Oltrepò, che ha già due stabilimenti: uno a Broni, l’altro a Casteggio. Il primo ha un grande potenziale dal punto di vista tecnologico, che arriva fino alla trasformazione di 15 mila quintali di prodotto al giorno. Casteggio si sta invece specializzando nell’imbottigliamento di prodotti fermi. Qui a Santa Maria La Versa vogliamo invece sviluppare il marchio e destinarlo a prodotti spumanti e a frizzanti in genere”.
Il mercato di riferimento è chiaro. “Nella nostra strategia complessiva – risponde Giorgi – visti i quantitativi enunciati, possiamo abbracciare tutta la gamma, dalle enoteche ai supermercati, passando dai ristoranti. Stiamo accuratamente selezionando i canali nei quali entrare nel modo più redditizio possibile, per creare uno zoccolo duro sul mercato italiano e sviluppare l’estero, dal momento che l’export, oggi, riguarda solo una piccola parte. Quello che vogliamo fare è accontentare i diversi target di clientela, dando senso al lavoro delle nostre centinaia di conferitori”.
Al canale moderno, quello della distribuzione e della grande distribuzione organizzata (Do-Gdo) sarà affidato il 70-75% della produzione. Il resto alla nicchia della ristorazione e delle enoteche. Diverso il discorso per il marchio La Versa. Ed è qui che si gioca una delle partite fondamentali per il rilancio della cantina pavese.
IL TESORO NEGLI ABISSI Nei due piani sotterranei della cantina sono infatti custodite oltre un milione di bottiglie di metodo Classico oltrepadano (o futuro tale). Voci incontrollate assegnerebbero a questo scrigno un valore di 4,2 milioni di euro. Lo stesso per il quale la newco si è aggiudicata l’asta.
Una cifra che Giorgi e Stenico non confermano. E che, anzi, sembrano ridimensionare. Cosa ne sarà di questo bottino, vera carta da giocare anche nei confronti delle resistenze sull’operazione di Cavit in Oltrepò, da parte di una frangia di vignaioli delle Dolomiti? Cinque le annate custodite nel Caveau, comprese tra la 2004 e la 2015 , tra Docg e Vsq.
“Vorremmo identificare il posizionamento del prodotto in una fascia alta – precisa il direttore commerciale -. Canalizzeremo in Gdo La Versa, fatta eccezione per marchi storici come Testarossa e Cuvée storica, che invece saranno appannaggio del canale tradizionale. Sintetizzando, sia per la Gdo sia per l’Horeca, un posizionamento alto per i prodotti La Versa e numeri più bassi. Ristoranti, enoteche e bar di prestigio avranno l’esclusiva del top di gamma di La Versa, protetto dalle logiche dei facili volumi, su livelli dei grandi Franciacorta e dei grandi TrentoDoc”.
“A partire da ottobre inoltrato – dichiara Marco Stenico – saranno immesse sul mercato le prime 5-10 mila bottiglie selezionate in maniera tecnica e precisa, capaci di garantire senza ombra di dubbio quella qualità che avremo sicuramente fra tre anni. Il resto dello stock sarà venduto come prodotto di semi lavorazione ad altri produttori. Per noi questo milione di bottiglie ha un valore enorme e vogliamo portarlo a casa tutto. Devono essere il biglietto da visita di La Versa, ma soprattutto dell’intero Oltrepò, per il quale ci candidiamo a un ruolo di vero e proprio traino”.
LE ETICHETTE Le etichette, specie quelle destinate alla Gdo, sono ancora in fase di elaborazione. Sarà un lavoro di mediazione che interesserà le stesse insegne, avvezze a richiedere ai clienti layout ben precisi, secondo le moderne frontiere del neuromarketing.
Le prime bottiglie oggetto di restyling dovrebbero spuntare sugli scaffali di una nota catena italiana a cavallo tra i mesi di ottobre e novembre (manca solo la firma sul contratto). Saranno invece tutelate da qualsiasi ingerenza le etichette storiche di La Versa, cui sarà garantita “un’identità vecchio stile, o comunque della vecchia bottiglia”.
“Faremo dei piccoli cambiamenti – annuncia Marco Stenico – ma senza togliere riconoscibilità al marchio”. Grande attenzione al mercato italiano. Ma nel mirino, per l’estero, oltre agli Stati Uniti, si affiancheranno missioni su piazze importanti, come Germania e Inghilterra.
L’aspettativa? “Innanzitutto – risponde Stenico – portare a casa la pagnotta. Ma i nostri piani industriali prevedono una crescita di 6 milioni nel primo anno e di 10 nei prossimi 3-4 anni, con redditività”. Una parola magica, “redditività”, che riguarderà soprattutto un’oculata gestione dei costi e delle risorse.
Di fatto erano trentacinque i dipendenti de La Versa colata a picco. Sette i milioni di fatturato nel 2015, scesi poi a poco più di 4 milioni nel 2016, per pagare stipendi e mantenere gli standard infrastrutturali. Di fatto, oggi sono 6 i dipendenti effettivi di La Versa (un enologo e 5 cantinieri). E se di numeri si parla, basti pensare che Terre d’Oltrepò, con un fatturato di 40 milioni, ha oggi in carico 48 dipendenti.
“Una gestione scellerata quella del passato – evidenzia il presidente Andrea Giorgi – che ha portato alla distruzione del fatturato di La Versa. Scelte imprenditoriali e commerciali errate hanno condotto la società a un’esposizione esagerata. Ma tra le cause del fallimento bisogna citare anche una componente politica, perché è impossibile immaginare 35 dipendenti in una realtà da 4,5 milioni euro annui”.
IL CONSORZIO “La ripartenza di La Versa – dichiara Emanuele Bottiroli, direttore del Consorzio di Tutela Vini Oltrepò – è un nuovo inizio per un Oltrepò spesso percepito come schiavo di mille padroni e incapace di governare il proprio mercato. All’Oltrepò Pavese serve un marchio collettivo leader, La Versa può esserlo. In Oltrepò ci sono il Pinot nero, la storia spumantistica dal 1865, i terreni collinari tra i più vocati d’Italia, i borghi del vino più caratteristici e l’anima vera di ‘contadini diventati imprenditori’, come ricordava Carlo Boatti”.
“Tutti – prosegue Bottiroli – ripetono come dischi rotti che manca una strategia d’insieme. Per me, ferme restando le identità di tanti singoli produttori di filiera e le loro maestose composizioni, manca un direttore d’orchestra. Manca un leader che sposi un progetto di marketing e posizionamento a valore, forte dei numeri per competere in Italia e nel mondo”.
“In altre parole possiamo trascorrere i prossimi 10 anni a cercare di mettere insieme 1700 aziende vitivinicole, 300 delle quali vanno sul mercato con le loro etichette e un imbottigliamento significativo di una miriade di tipologie, oppure collaborare al rilancio di La Versa, perché torni a svolgere il ruolo di autorevole ambasciatore di un Oltrepò di alta gamma, come avveniva ai tempi del Duca Denari”.
La Versa, evidenzia Bottiroli, “ha testimoniato con il suo impegno e la sua storia l’eleganza e la longevità unica che può arrivare ad avere un grande ‘Testarossa, marchio La Versa per l’Oltrepò Pavese Docg Metodo Classico, pura espressione del Pinot nero d’Oltrepò. Ne abbiamo 3.000 ettari”.
“La nuova proprietà – esorta il direttore del Consorzio – deve coinvolgere il territorio in un percorso in cui tutti devono credere con passione, perché ripartire richiede progetti, massa critica, continuità e tempo. La Versa deve tornare a raccontare ed affermare cosa sia un grande spumante Metodo Classico italiano e un superlativo vino dell’Oltrepò”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
E’ affidata a un comunicato stampa la replica di Cantine Giorgi ai dubbi espressi dal prof Michele Antonio Fino sulla conformità della menzione “Vigna” sull’etichetta dei vini di Gerry Scotti (nella foto con Fabiano Giorgi).
“Dal punto di vista normativo – scrive la cantina di Canneto Pavese – la menzione ‘vigna’ può essere utilizzata solo se seguita da un toponimo, purché rivendicata in denuncia di produzione e il toponimo sia iscritto in un apposito elenco regionale. Il toponimo fa riferimento ad una specifica vigna identificata da una o più particelle catastali. Nel nostro caso, il nome ‘Nato in una Vigna’ è stato dato ad una linea di vini e non fa riferimento, in alcun modo, al tipo di vino o a uno specifico vitigno e non intende conferire una menzione superiore al vino stesso”.
“Questo nome – continua il comunicato della famiglia Giorgi – è strettamente legato alla storia personale del presentatore che, come riportato in contro etichetta, racconta di essere nato in campagna, e di avere un particolare e prezioso ricordo della vigna del nonno e di tutto ciò che la campagna ha significato per la sua famiglia. In sostanza quest’iniziativa nasce dal desiderio di Gerry Scotti di creare qualcosa di concreto che richiami le proprie origini e che gli ricordi in modo tangibile da dove viene”.
“In conclusione – aggiunge Cantine Giorgi – ‘Nato in Vigna’ è scritto solamente sulla parte frontale, nella quale non si fa alcun riferimento al vino. La scritta appare sopra la foto del presentatore. Per cui, a nostro avviso, si evince chiaramente che è riferita a lui e non al vino. Sulla contro etichetta, dove è indicato il disciplinare di riferimento, il nome non viene più riportato”. Resta dunque confermata la presentazione della linea di vini di Gerry Scotti, in programma il 10 aprile a Verona, durante la 51a edizione di Vinitaly.
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“L’utilizzo della parola ‘vigna’ sull’etichetta dei vini di Gerry Scotti viola le normative vigenti e l’imbottigliatore rischia una sanzione amministrativa fino a 4 mila euro”. E’ quanto sostiene Michele Antonio Fino, professore associato di Fondamenti del Diritto Europeo dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo.
Oggetto del contendere è la dicitura “Nato in una Vigna”, formula che il noto conduttore televisivo Mediaset ha deciso di apporre sull’etichetta della propria linea di vini. Una leggerezza che potrebbe costare cara allo Zio Gerry.
Per poter commercializzare i propri vini, il volto noto della televisione italiana dovrebbe rietichettare tutte le bottiglie. Una doccia fredda che arriva a pochi giorni dalla presentazione ufficiale della linea, fissata per il prossimo 10 aprile a Verona, durante Vinitaly. Riflettori che si accendono dunque anche sui partner del conduttore in questo progetto, le Cantine Giorgi di Canneto Pavese.
“In realtà – spiega Fino – il problema non è la menzione ‘vigna’ in sé. Piuttosto l’utilizzo in etichetta della formula ‘nato-in-una-vigna’. L’Oltrepò Pavese, come Denominazione di Origine, non prevede l’uso della menzione vigna, che si può trovare invece nel Barolo, nel Chianti e in molti altri. Quando si usa la menzione vigna bisogna sottostare a regole molto strette: bisogna produrre meno, tutta l’uva atta alla produzione di quel vino deve provenire da un singolo vigneto, deve essere separata per tutto il tempo della vinificazione fino all’imbottigliamento dal resto del vino dell’azienda. E solo a queste condizioni, dopo aver registrato il toponimo della vigna, nei modi stabiliti dal disciplinare, il produttore può imbottigliare rivendicando il nome della sua vigna e appunto la parola ‘vigna’. Nessuno in Oltrepò Pavese può utilizzare questo termine”. Insomma: quello che i francesi chiamano “cru”.
“Peraltro – continua il professor Fino – tale dicitura induce il consumatore a confondersi rispetto al fatto che quel vino provenga da un singolo vigneto. Poiché questo è normalmente un attributo della qualità, è evidente che si fornisca un’informazione errata. Siamo di fronte a un duplice errore: il primo relativo al disciplinare della Doc Oltrepò pavese e il secondo relativo al conseguente advertising della linea di vini di Scotti”.
L’etichettatura dei vini, per Michele Antonio Fino (nella foto), è pane quotidiano. E’ tra i fondatori di etichetteOK, servizio di supporto alle aziende vitivinicole nell’ambito delle attività del centro di ricerca Bi.lab di Guarene, in provincia di Cuneo. Nel portfolio di etichetteOK veri e propri mostri sacri della viticoltura italiana come Angelo Gaja in Piemonte, Gravner in Friuli Venezia Giulia e Cavalleri in Franciacorta. Un laboratorio, quello di Fino, pronto ad assumersi, in caso di errori, i costi di un’eventuale sanzione con lo slogan: “Se abbiamo sbagliato, la sanzione la paghiamo noi”.
Secondo Fino, la sanzione nei confronti di Gerry Scotti sarebbe inevitabile. “Non siamo di fronte a un nome di fantasia o generico come quello della selezione ‘Grandi Vigne’ di Iper la Grande I – spiega il professor Fino -, che non si riferisce a una vigna di una denominazione. Ovvio che l’uva provenga dalle vigne! Dire ‘Grandi Vigne’ non vuol dire nulla. Dire ‘Nato in una Vigna’, con sotto una denominazione che non permette questo utilizzo, vuol dire generare un vero e proprio cortocircuito logico. Se per dare un nome di fantasia a un vino utilizzo parole che sono regolate non dalla legge dei marchi, e dunque dal diritto privato o industriale, bensì dal diritto pubblico. Non vale nemmeno il fatto che si tratti di un nome di fantasia: la legge non ammette ignoranza. Lasciare la macchina in divieto di sosta perché devo far salire un disabile o scendere a comprare le sigarette comporta la pari una sanzione”.
Altro problema riscontrato da Fino è quello dell’assenza dell’annata sui vini di Scotti, sulla scheda tecnica. “L’annata ce l’avranno sicuramente sulla bottiglia – commenta il docente di Pollenzo – ma sulle schede tecniche diffuse da vinialsupermercato.it ieri non è dichiarata. L’indicazione di un tenore alcolico preciso per ognuno dei tre vini della linea di Scotti è curiosa per vini presentati senza annata, per di più abbinato al nome ‘Nato in una Vigna’. Perché il vino che ‘nasce in una vigna’ ogni anno è diverso. Un altro motivo di confusione all’atto dell’eventuale acquisto da parte dei consumatori”. AGGIORNAMENTO – Qui la replica di Cantine Giorgi.
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Bottiglie “fasciate” con la stagnola e lista “muta” dei vini in batteria. Tante conferme e qualche sorpresa alla degustazione alla cieca di vini dell’Oltrepò pavese organizzata dal Consorzio di Tutela oltrepadano. Ospiti del direttore Emanuele Bottiroli, abbiamo testato 57 referenze destinate agli scaffali dei supermercati italiani.
Quindici le tipologie: spumanti bianchi, rosati, Pinot nero vinificato in bianco, Pinot grigio, Bianco Provincia di Pavia, Riesling, Pinot nero vinificato in rosa, Bonarda, Rosso Oltrepò pavese, Pinot nero vinificato in rosso, Barbera, Buttafuoco, Moscato e, infine, Sangue di Giuda. Ecco dunque, suddivisi per categoria, i vini migliori per ognuna delle categorie. Al servizio Gaia Servidio, della Segreteria del Consorzio.
Spumanti bianchi (prima batteria): Brut Castel del Lupo s.a. Spumanti bianchi (seconda batteria): Gianfranco Giorgi 2013, Cantine Giorgi (vincitore assoluto di categoria)
Spumanti rosati (charmat): V.S.Q. Extra Dry Cuvée Eleonora, Giorgi Spumanti rosati (metodo Classico): Maison Royale 2012, Az. Agr. Tenuta Elisabet di Pagani Elisabetta (Terre Lombardo Venete Group) Spumanti rosati (menzione speciale): Rosé Mornasca, Cascina Gnocco
Pinot Nero vinificato bianco: Cantine Francesco Montagna (Broni)
Pinot Grigio e Bianco Provincia di Pavia: presenti solo – rispettivamente – La Diana di Cantine Giorgi e il Bianco di Tenuta Elisabet
Riesling: Giorgi 2015
Pinot nero vinificato rosa: Cantine Francesco Montagna (Broni)
Bonarda (batteria 2016): Bronis 2016, Terre d’Oltrepò (la spunta nel testa a testa con C’era una volta di Losito e Guarini); menzione speciale per La Brughera di Cantine Giorgi
Bonarda (batteria 2015, pari merito): Quaquarini e Conte Vistarino
Rosso Oltrepò Pavese: Avalon 2015, Tenuta Elisabet
Pinot nero in rosso: 7 stelle 2014, Az. Agr. Torti
Barbera: Az. Agr. Torti, vendemmia 2015; menzione speciale per Le Vignole della Società Agricola Fratelli Guerci di Guerci Claudio Cesare & C., Casteggio.
Buttafuoco: Quaquarini 2015
Moscato: Guarini per tipicità; La Signora 2016 di Castel Del Lupo (Calvignano)
Sangue di Giuda: Losito e Guarini
IL COMMENTO DEL CONSORZIO “Abbiamo registrato una grande adesione di aziende a questa degustazione con vinialsupermercato.it – dichiara il direttore Emanuele Bottiroli (nella foto, a sinistra), direttore del Consorzio di tutela vini Oltrepò pavese – sia perché è un media molto seguito, sia perché oggi la presenza in Gdo dei vini dell’Oltrepò pavese è ancora tutta da spiegare. Molte volte non viene percepita per come effettivamente si presenta a scaffale: ovvero con grandi produttori che abbinano un rapporto qualità prezzo eccezionale, e lo garantiscono al consumatore. Invece l’Oltrepò si vede ancora purtroppo per quei fenomeni di taglio prezzo sui quali anche il Consorzio è concentrato, con l’obiettivo di renderli sempre più un fenomeno residuale, accendendo l’attenzione rispetto alla qualità che invece in grande distribuzione organizzata i produttori, in particolare quelli di filiera, portano con le loro referenze”.
“Referenze – continua Bottiroli – che partono dal Bonarda dell’Oltrepò pavese Doc che all’anno rappresenta 23 milioni di bottiglie, per finire poi in altri ambiti di alta gamma, rappresentati dal Metodo classico, dal Pinot nero e da vini dal profilo qualitativo molto interessante come il Buttafuoco e il Buttafuoco storico, che in Gdo si colloca quasi alla stregua dell’enoteca. Per non dimenticare i Riesling, venduti a un rapporto qualità prezzo vantaggioso per chi acquista”.
Per il Consorzio di tutela Vini Oltrepò pavese, la Gdo è “un’opportunità”. “Perché si può fare story telling territoriale”, spiega Bottiroli. “Per farlo – spiega il direttore – bisogna lavorare molto sul brand. Il brand Oltrepò pavese dev’essere la garanzia di questo terroir di 13.500 ettari di vigneti, 1.700 aziende vinicole impegnate e, per lo più, una tradizione contadine che è anche valoriale. Dentro una bottiglia in Gdo di Oltrerpò pavese, c’è la storia di tante famiglie che, da generazioni, coltivano i vigneti per fare qualità. La grande distribuzione è quindi certamente il mercato del futuro. Un luogo, questi supermercati, dove si incontra il cliente che purtroppo si incontra sempre meno in enoteca e si incontra, con ulteriore difficoltà, nella ristorazione”. Ed è su questa “sfida” che si concentra gran parte dell’impegno del Consorzio Oltrepò pavese. Su quella che, per dirla con Bottiroli, è la “percezione delle nostre etichette”.
Ma come si garantiscono, assieme, gli interessi di chi vede la Gdo come la gomorra del vino e chi, invece, con la Gdo campa? “Fortunatamente – risponde Emanuele Bottiroli – il nostro territorio presenta diversi modelli aziendali. C’è chi coltiva l’esclusivo interesse di posizionarsi nel mercato dell’Horeca e chi ha bisogno di lavorare nella Grande distribuzione in equilibrio tra vini quotidiani e vini di fascia medio-alta. Per tutti il Consorzio sta cercando di dotare tutta la sua Doc di fascetta di Stato: uno strumento che è garanzia per il consumatore, in termini di tracciabilità e di autenticità. Il nostro Cda ha già approvato questo iter nell’ambito di una revisione dei disciplinari che è un piano molto ampio che sta arrivando a compimento. L’altro tema è cercare di smettere di demonizzare un canale in sé e per sé: oggi in grande distribuzione ci sono grandi Champagne, grandi bollicine italiane, grandi vini da lungo affinamento. E dunque è ora di smettere di dire che soltanto le enoteche o il ristoratore stellato può proporre vini di qualità”.
E-COMMERCE E GDO A CONFRONTO
E l’e-commerce del vino? “E’ un fenomeno – commenta Bottiroli – che vedo con un po’ di preoccupazione. E’ completamente spersonalizzante. Oggi è ormai comune vedere catene come Esselunga, Iper o Carrefour che dedicano corsie molto belle e molto attrezzate nell’ambito della comunicazione dei vini e dei loro abbinamenti in cucina, addirittura con indicazioni sulla temperatura di servizio. L’e-commerce rischia invece, al contrario, di allontanare una zona rurale come la nostra dal consumatore, lavorando solo sui brand. Credo che in questa Italia che guarda sempre più all’estero, ci sia un modo per valorizzare il vino agli occhi del consumatore italiano, anche dicendo alla casalinga di Voghera che può bere spendendo il giusto, non pensando però di comprare sempre vini in taglio prezzo al posto di vini venduti al giusto prezzo. Un dialogo che va cercato con strumenti e intensità nuova”.
LA DEGUSTAZIONE Parole tutte condivisibili, quelle di un direttore e di un Consorzio che, dal giorno seguente l’attentato alle Cantine Vistarino, sembrano aver preso in mano con il giusto piglio la situazione. E finalmente. Dalla parte dell’ente di via Riccagioia 48 a Torrazza Coste (Pv), l’indubbia qualità del vino oltrepadano. Espressa fuori e dentro la Gdo. Sugli scaffali dei supermercati italiani si trovano prodotti di assoluto valore come quelli di Cantine Giorgi. Lo spumante Metodo classico Pinot nero Docg Gianfranco Giorgi si porta a casa con 14,60 euro in Gdo. Un regalo. E’ ottenuto da uve Pinot Nero 100% provenienti dalle zone più vocate, nei comuni di Montecalvo Verseggia, Santa Maria Della Versa, Rocca De Giorgi, ad un’altitudine compresa tra i 250 e i 400 metri sul livello del mare, in terreni calcarei argillosi.
Ottimo anche, per rimanere tra i vini migliori decretati da vinialsuper nella categoria “Spumanti bianchi”, lo Charmat proposto da Castel del Lupo, azienda agricola di Calvignano che, per il suo Pinot Noir Brut biologico, fa seguire alla fermentazione delle uve in vasche d’acciaio un ulteriore affinamento sui lieviti di circa quattro mesi in autoclave, dopo la presa di spuma. Prezzo? 7,50 euro al supermercato.
Cambiamo categoria per assistere a un altro trionfo di Cantine Giorgi. Tra gli “Spumanti rosati Extra Dry” dell’Oltrepò la spunta Cuvée Eleonora: 7,90 euro il costo di un nettare fragrante come un biscotto.
Tra i Metodo classico Rosè ecco spuntare il Cruasè Maison Royal 2012 dell’azienda agricola Tenuta Elisabet di Pagani Elisabetta, gruppo Terre Lombardo Venete Spa. Un 100% Pinot nero proveniente dai vigneti di Borgo Priolo, Montebello della Battaglia e Torrazza Coste. Raccolta manuale, pressatura soffice dei grappoli anticipata da una preziosa criomacerazione delle uve a 5 gradi. Lieviti selezionati e fermentazione in acciaio per 20 giorni, prima dell’affinamento della durata di 6 mesi, sempre in acciaio, malolattica, tiraggio a marzo e maturazione sur lies per almeno 36 mesi. Uno spumante cremoso, dalla bollicina finissima, suadente già dai riflessi aranciati di cui colora il calice. Prezzo folle (in positivo, ovviamente): solo 8 euro al supermercato.
Menzione speciale (e approfondiremo quanto prima il discorso) per il Rosè Mornasca Spumante Metodo Classico Igt di Cascina Gnocco. Questa cantina di Mornico Losana stupisce con uno dei suoi prodotti di punta del Il “Progetto Autoctoni”, che “nasce dal desiderio di raccontare il territorio utilizzando solo uve originarie dell’Oltrepò Pavese, e in particolare una varietà di uva rossa, la Mornasca, che alcuni secoli fa si sviluppò in alcuni vigneti siti nel comune di Mornico Losana. Con questa idea in mente, da qualche anno abbiamo abbandonato la produzione di altri vini che, seppur ottimi e di gran successo, ottenevamo con uve non autoctone dell’Oltrepò Pavese”. Chapeau. E una promessa: verremo presto a farvi visita, in cantina.
Cantine Francesco Montagna di Broni sbaraglia la concorrenza alla cieca nella categoria Pinot nero vinificato in bianco. Da dimenticare c’è solo il packaging, che fa eco a un sito web di difficile lettura. Ma se ciò che conta è il vino, non si discute: il prodotto, sullo scaffale per soli 4,99 euro, è validissimo. Sottile e finemente fruttato. Un vino in giacca e cravatta, seduto alla tavola di tutti i giorni.
Il Pinot grigio è di Giorgi: La Diana 2016 è in vendita a 7,60 euro. Il Bianco Provincia di Pavia 2015 di Tenuta Elisabeth: bel bere, per meno di 3 euro.
Nella categoria “Riesling”, il 2015 delle onnipresenti Cantine Giorgi (euro 6,90) la spunta per un soffio sul frizzante 2016 della linea Bronis, Terre d’Oltrepò.
Il miglior Pinot nero vinificato in rosa è quello di Cantine Montagna. Del pack abbiamo già parlato. Del vino non ancora: gioca “facile” in batteria con la referenza proposta dall’azienda agricola Losito e Guarini, che con l’intera linea “Le Cascine” si gioca letteralmente la faccia in Gdo (ed è uno di quei marchi che non fanno certo il gioco dell’Oltrepò pavese, con continui tagli prezzo sotto i 2 euro). Meglio parlare, dunque, di chi trionfa. Il Pinot nero vinificato resè Op Doc di Cantine Montagna è un dignitosissimo vino da tavola, dal bouquet fruttato ed aromatico di sufficiente qualità. Prezzo: 4,99 euro.
Lunghissima, invece, la lista di Bonarda proposti in degustazione. La spunta, per la vendemmia 2016, l’azienda agricola Quaquarini Francesco di Canneto Pavese (5 euro), a cui è andato il riconoscimento come “Miglior cantina Gdo 2016” di vinialsuper. La consegna della pergamena a Umberto Quaquarini è avvenuta in Consorzio, proprio in occasione della degustazione. Nello specifico del tasting alla cieca di Bonarda, si tratta di un pari merito con Conte Vistarino di Pietra de’ Giorgi (prezzo che si aggira tra i 5,90 e i 5,95 euro al supermercato). Menzione speciale, tra i 2015 degustati, per il Bonarda Bronis: altro riconoscimento, dunque, per questa linea di Terre d’Oltrepò. E sorprende il Bonarda La Brughera di Giorgi, cui sentiamo di riconoscere il premio della critica, scevro dalle logiche della Gdo: vino, addirittura, di ossimorica prospettiva. Provate a scoprirne il tannino.
Passiamo alla categoria “Rosso Oltrepò pavese” per trovare sul gradino più alto del podio lo strepitoso Rosso Op 2015 Avalon di Tenuta Elisabet. Sapiente mix di Barbera e Croatina da terreno calcareo argilloso. Il segreto sta nell’affinamento, che avviene solo parzialmente in inox per 12 mesi, mentre il resto destinato a tonneau e botte grande. Segue assemblaggio e chiarifica, prima dell’imbottigliamento. Sullo scaffale per poco più di 2 euro: provatelo.
Il miglior Pinot nero vinificato in rosso è dell’azienda agricola Torti. “L’eleganza del vino”, è il claim della cantina di frazione Castelrotto 6, a Montecalvo Versiggia. Uno charme che si esprime nella vendemmia 2014 del Pinot nero Op Doc 7 Stelle. Un nobile, tra i nobili dell’Oltrepò: profumo etereo e buona complessità al palato lo rendono un vino degno di piatti importanti, anche al di là di quelli della tradizione oltrepadana. Prezzo: dai 9,50 ai 12 euro.
Altro successo per Torti nella categoria Barbera Doc, in vendita dai 9 agli 11,50 euro. La vendemmia premiata è la 2015. Menzione particolare per il Barbera Op Doc 2011 Le Vignole della Società Agricola Fratelli Guerci di Guerci Claudio Cesare & C. (Località Crotesi 20, Casteggio). Otto euro il prezzo a scaffale di questa vera e propria gemma, la cui vinificazione prevede una macerazione sulle bucce di 15 giorni. “Un tempo il vigneto più piccolo era anche il più curato e prezioso tanto da essere affettuosamente chiamato Vignola. Oggi in questo amato terreno la famiglia Guerci produce con passione la sua Barbera. Un vino profumato, di carattere. Un vino di cui innamorarsi”. Nulla di più vero delle parole usate dalla stessa azienda, per presentare il proprio rosso.
Per il Buttafuoco si presenta in degustazione il solo Quaquarini (dov’è Fiamberti?) con la vendemmia 2015. Il premio per il miglior Moscato si divide tra la tipicità di Losito & Guarini – che guadagna punti in Gdo con tutta la linea “C’era una volta”, capace di spuntarla nel tasting anche nella categoria “Sangue di Giuda” – in vendita tra i 5,90 e i 6,90 euro, e il caratteristico taglio del Moscato 2016 La Signora della società agricola Castel del Lupo di Calvignano (prezzo: 6,50 euro). Un taglio, per intenderci, che lo avvicina di molto a quello piemontese.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Salorno, Alto Adige. Settembre 2015. Tempo di vendemmia per Patrick Uccelli della tenuta Dornach. Il vignaiolo altoatesino viene messo in ginocchio da un gesto vile: i cassoni d’uva conferiti alla nota cantina Alois Lageder vengono sabotati. Le analisi chimiche non lasciano spazio a interpretazioni. Le uve sono contaminate da gasolio. Interviene Slow Wine. Patrick Uccelli, autore di uno straordinario Gewurztraminer, recupera solo una parte dei 33 mila euro di danni causati dal sabotaggio. C’è chi sostiene che i “vandali” non volessero colpire lui, ma direttamente Alois Lageder.
Una delle realtà più prestigiose dell’Alto Adige del vino, non solo nella stretta cerchia della viticoltura biologica e biodinamica. “I responsabili del gesto – commenta Uccelli – non sono mai stati individuati. Ovviamente ho denunciato l’accaduto. Oggi, di fronte a quanto successo ai danni della Tenuta Conte Vistarino, dico che i commenti non servono a nulla. Perché un gesto così non merita commento. Serve sostegno, non commenti”.
Incalzato, Patrick Uccelli entra nel dettaglio. “Non commento – spiega – perché non ho commentato quello che è successo a me e non inizierò a farlo ora. Tra l’altro, nel mio caso, non furono svuotate le vasche, bensì mi fu messo del gasolio in un cassone con dell’uva raccolta che, sversata in pressa assieme a dell’altra, andò a contaminare 90 quintali. Un quantitativo ben lontano dai 5.300 ettolitri della collega dell’Oltrepò. Anche il danno economico – precisa Uccelli – fu di almeno un decimale inferiore a quello presunto nel caso dell’altro giorno in Oltrepò. Insomma: sì, fu un sabotaggio, ma in tutto e per tutto diverso”.
Infine, un’esortazione. Accorata. “Date visibilità alla collega dell’Oltrepò, mettete in piedi una raccolta fondi. Quello vale molto di più che ricordare cosa successe a me”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Nomi affermati della viticoltura italiana, presenti o meno in Gdo, accanto a piccoli produttori per lo più sconosciuti al “grande pubblico”. Abbiamo affrontato così, ovvero “decidendo di non decidere” in anticipo le cantine a cui far visita, l’edizione 2016 di Vinitaly, andata in scena a Veroa dal 10 al 13 aprile scorsi. Una scelta da curiosi (ma ipercritici) turisti del vino, quella che abbiamo compiuto quest’anno. Con risultati davvero sbalorditivi. Citeremo di seguito le cantine e i prodotti che ci hanno lasciato qualcosa: un ricordo, un’emozione, una storia da raccontare. Il tour inizia dalla Lombardia. Tradotto: alle 9.15, il calice si tinge già del rosso intenso e impenetrabile delle Bonarda dei Fratelli Agnes. Una piccola realtà di Rovescala (Pavia) che in Gdo (Esselunga e Carrefour) distribuisce alcune (ottime) varianti del rosso più bevuto dai pavesi. Centotrentamila bottiglie l’anno per 21 ettari vitati esclusivamente a bacca rossa, allevati con rese che vanno dai 45 ai 70 quintali ettaro. Ci guida nella degustazione Sergio Agnes, appassionato e colto viticoltore, titolare assieme al fratello della cantina oltrepadana. Cresta del Ghiffi, vendemmia 2015, è un Bonarda frizzante, profumato e persistente, caldo e beverino. Sale l’asticella della qualità con il Bonarda fermo La Possessione del Console, cru 2013. Ottenuto da viti di 65 anni, risulta meno profumato ma di grande corpo, struttura e persistenza. Da provare anche Millennium 2009, un 100% Croatina che sull’etichetta ripercorre la storia millenaria della viticoltura a Rovescala, citando i passi salienti di un contratto di mutuo di epoca medioevale (anno 1192), saldato in vino piuttosto che in denaro: “Un attestato di qualità e vocazione alla produzione del vino a Rovescala”, commenta Sergio Agnes, uomo tanto colto e schivo quanto appassionato della sua terra. Un prodotto, Millennium 2009,affinato in barrique da 15 ettolitri, che regala un’ottima fotografia della longevità del vitigno autoctono pavese Croatina. Ancora vivo il tannino, fresca l’acidità, per un prodotto che sarà in grado di mostrare i denti ancora un paio d’anni, conferendo al contempo una grande centralità al frutto. Solo legno nuovo, invece, per Poculum 2011. Un vino 100% Croatina destinato principalmente al mercato estero, ma che piace anche in Italia. Loghetto 2013, ottenuto da una vigna che quest’anno compie i suoi 110 anni, subisce una macerazione di 60 giorni a freddo su lieviti autoctoni, prima della svinatura. Le vigne antiche pescano sino a 30 metri le sostanze nutritive, regalando al calice di questa Croatina una complessità aromatica e una mineralità notevole. Si parte invece dalle bollicine con il vicino Fiamberti, notissimo produttore dell’Oltrepò Pavese. Cruasè (24 mesi sui lieviti) e Brut (30 mesi) Metodo Classico convincono tutti, ma il dialogo si concentra sul rapporto con la grande distribuzione organizzata. “Siamo presenti in Esselunga, Carrefour, Iper e, solo in Umbria e nelle Marche, con Famila e A&O – commenta un raggiante Giulio Fiamberti – e devo ammettere che sono molto soddisfatto dal rapporto con questi gruppi. Abbiamo avuto la grande fortuna di entrare in questo mondo dalla porta principale, in due sensi: il primo è che non ci siamo proposti noi ma siamo stati avvicinati dai buyer, il secondo è che la prima catena che ci ha contattato è stata Esselunga, non appena aperto il suo punto vendita di Broni. Caprotti era alla ricerca di un produttore che gli garantisse tutta la gamma dell’Oltrepò e la cosa ci ha allettato, avendo queste caratteristiche. Per di più, Esselunga è una catena che premia e ricerca produttori più che semplici imbottigliatori. E dunque capisce cosa sta dietro alla singola bottiglia: ovvero il lavoro di chi produce vino, a cui sa dare il giusto valore. Quello ragionevole, pur trattandosi di Gdo”.
Pochi passi ed eccoci da un altro “mostro sacro” dell’Oltrepò Pavese. Fabiano Giorgi, il titolare, ed Enrico Rezzani, responsabile vendite della F.lli Giorgi di Canneto Pavese, ci guidano nell’assaggio di Cruasé, Crudoo e Giorgi 1870, annata 2011. Lascia il segno, in particolare, quest’ultimo: una bollicina tecnicamente perfetta, che non a caso fa incetta di premi: da 7 anni consecutivi “tre bicchieri” Gambero Rosso, da 4 anni “cinque grappoli” Ais, per citarne solo alcuni. Un Pinot Nero Metodo Classico che custodisce la memoria storica dell’azienda pavese, che conta su 75 ettari vitati nei terroir tra i più vocati dell’Oltrepò orientale. Ci spostiamo dunque in Valtellina, per l’esattezza a Castione Andevenno, Sondrio. Incontriamo ‘qui’ Walter Menegola, che ci fa assaggiare il suo Sforzato Riserva 2011. Dodici mesi di barrique “non sempre nuove”, più dodici mesi in botte grande. Milletrecento bottiglie totali per uno Sforzato che alza in cielo la bandiera dell’alta qualità e del rispetto dell’ambiente in Valtellina. “La nostra zona – evidenzia Menegola – merita solo e soltanto questo: qualità. In particolare lo Sforzato Riserva, nel nostro piccolo, ci sta dando grandi soddisfazioni, essendo di recente finito addirittura nell’enoteca di un ristorante stellato. Trattiamo il Nebbiolo come un bambino, che necessita di tempo per iniziare a parlare. Lo aspettiamo, fino a che esprime tutto il suo potenziale, senza commercializzare nemmeno una bottiglia prima che non sia come la vogliamo”. Alti standard qualitativi, grande rispetto per il vitigno. E un occhio di riguardo anche all’uso dei solfiti: “I nostri vini – dichiara ancora Menegola – registrano 24 milligrammi per litro di solforosa. Potremmo certificarci Bio, ma non lo facciamo perché questo è semplicemente il nostro modo di lavorare e di rispettare chi apprezza la pulizia dei nostri vini”. Accanto a Menegola troviamo Marco Triacca dell’azienda La Perla di Tresenda di Teglio, Sondrio. Ottimo anche il suo Sforzato Quattro Soli, in cui le note fruttate fresche costituiscono la peculiarità. “La filosofia – spiega il viticoltore – è quella di favorire l’impatto aromatico con il lavoro agronomico in vigna. A discapito di un po’ di struttura, caratteristica di tutti gli Sforzati, cerco di fare un vino che piaccia innanzitutto a me, dove la frutta sia messa al centro, oltre la botte”. Marco Triacca è modesto, struttura e complessità sono ben presenti, così come corpo e persistenza retro olfattiva. “Cerco di vinificare il prima possibile – precisa il viticoltore – per limitare il tasso alcolico e dare vita a un vino più fresco, di facile beva, che non stanchi dopo pochi sorsi”. Missione compiuta, grazie a una vinificazione che prevede 2 anni in botte grande e 12 mesi di affinamento in bottiglia.
Il viaggio il Lombardia fa tappa nella micro Doc Botticino, Comune della Provincia di Brescia noto al mondo per i suoi marmi più che per i suoi vini. Prendete nota, dunque. E andate a trovare i coniugi Cristian e Alessandra Noventa, che producono assieme ai suoceri (di lui) Pierangelo e Serena, degli interessantissimi blend costituiti almeno al 50% da Barbera, con Marzemino, Sangiovese e Schiava a fare da cornice. Certificata Bio dalla vendemmia 2014, anche se dagli anni 70 non utilizza diserbi, la Noventa Bioviticoltori in Alta Collina fa rimanere sbalorditi con Privilegio 50, ottenuto da vigne di 70-80 anni, affinato in botte vecchia per 50 mesi. La raccolta delle uve a fine ottobre e la lunga macerazione regalano uno straordinario rosso a una provincia, quella di Brescia, nota soprattutto per le bollicine Franciacorta. “Lavoriamo in una piccola zona vocata alla produzione dei vini rossi – evidenzia Cristian Noventa – e abbiamo la grande fortuna di poter coltivare una terra ricca di ‘marna’, ovvero calcare disgregato. Col marmo di Botticino, per intenderci, è stato realizzato l’Altare della Patria di Roma e la Casa Bianca negli Stati Uniti. Questo calcare, la nostra esposizione a sud, un anfiteatro di montagne, l’altitudine dei terreni tra i 300 e i 500 metri sul livello del mare, le rese basse di queste terre, tra i 30 e i 60 quintali per ettaro, oltre alla mano dell’uomo, eseguendo in campo potature verdi per tenere basse le rese e ottenere uve sane, sono gli elementi alla base dei nostri vini, che sono grandi vini. Tutti da scoprire”. Come dare torto a Cristian Noventa? Pià della Tesa e Privilegio 50 sono da assaggiare almeno una volta nella vita. Dieci ettari totali per l’azienda agricola Noventa Pierangelo, per 30 mila bottiglie annue totali. E una grande sfida per il futuro. “I margini di miglioramento sono ancora moltissimi – ammette il viticoltore – ma oltre a confermarci sul mercato con i nostri storici Botticino, abbiamo la grande ambizione di produrre una Barbera in purezza, a cui conferire assieme la morbidezza e l’eleganza del nostro terroir. Ma, soprattutto, intendiamo introdurre il Nebbiolo. Ho la sensazione netta che questo vitigno possa adattarsi alla grande alla nostra zona”. Piemontesi, siete avvisati.
Chi invece non ha bisogno di annunci è la casa vinicola Silvestroni di Camerata Picena (Ancona), che si è presentata a Vinitaly 2016 forte di un nuovo ingresso nella famiglia fashion della “Linea Travenasca”: dopo la Passerina “50 Sfumature”, ecco due splendide ragazze davanti allo stand della casa vinicola, a lanciare la new entry, ovvero il Pecorino “50 sfumature”. “Abbiamo avuto sin da subito un ottimo riscontro – evidenzia Francesco Patrignani, responsabile vendite della Silvestroni – anche grazie alla spinta delle nostre promoter”. Due catwoman in tuta “mimetica” nera, attillata, non potevano certo passare inosservate all’assetato pubblico del Vinitaly. E il vino in sé merita un assaggio: come aperitivo, in ogni occasione di convivialità, ma anche in abbinamento a piatti leggeri di pesce. Più strutturati i vini degustati da Masciarelli Tenute Agricole Srl, nota casa vinicola di San Martino Sulla Marrucina, Chieti, che a Vinitaly 2016 condivide un ampio spazio espositivo con Marina Cvetic, moglie del grande Gianni Masciarelli. Sono di Loreto Aprutino, in provincia di Pescara, i vigneti da cui si ottiene un buon Montepulciano d’Abruzzo a marchio Masciarelli (vendemmia 2014): vinificazione tradizionale in rosso, con temperature iniziali di fermentazione di 20 gradi, che salgono poi a 28, per conservarne la freschezza. Prima dell’affinamento in acciaio per un periodo di 10 mesi, il vino subisce la fermentazione malolattica. Passiamo dunque a due prodotti realizzati dall’azienda Luigi Valori (Sant’Omero, Teramo), di cui Masciarelli è distributore. Il Montepulciano biologico si fa apprezzare per la grande pulizia e le note spiccatamente fruttate. E anche Inchiostro, un Merlot 2010, prodotto in vigneti attualmente in conversione bio, è da provare: caldo e persistente, dotato di un tannino elegante e ancora “frizzante”. Passiamo dunque al padiglione dedicato ai vini pugliesi, dritti al banco del Consorzio Tutela Vini Dop Salice Salentino. Degustiamo qui il Selvarossa Riserva 2012 Due Palme, vino introdotto da qualche mese dalla catena Esselunga nei suoi store più prestigiosi. Naso fruttato caratteristico dei vini di Puglia, intenso, esprime anche al palato la gran carica fruttata di lamponi e fragole, in un concerto spiccatamente speziato, molto caldo, rotondo. Anche il retro olfattivo gioca tutto sulle note speziate. Buon vino, che per la sua sostanza risulta tuttavia difficile da bere se non accompagnato dal giusto abbinamento culinario. Così come risulta un po’ troppo caldo, a livello di alcolicità, Metiusco Salento Igp Rosso dell’azienda vinicola Palamà Srl di Cutrofiano, Lecce.
Sempre in Puglia, ci facciamo ospitare da Giacomo Di Feo, direttore commerciale delle Cantine Due Palme – Viticoltori del Salento (Cellino San Marco, Brindisi), per una dichiarazione sul rapporto con la Gdo. “Come cooperativa e azienda ormai di dimensioni medio grandi – evidenzia Di Feo – siamo in grado di produrre circa 10 milioni di bottiglie l’anno e, dunque, di avere rapporti con la grande distribuzione. Avendo però noi un orientamento fortissimo al marchio, attualmente privilegiamo nel rapporto con la Gdo la produzione di etichette dedicate e linee di private label. I prodotti principali vengono dunque destinati al mercato d’elezione, che è quello della ristorazione, mentre con prodotti specifici o creati ad hoc ci affacciamo alla grande distribuzione. Cosa che tra l’altro in questo momento è molto richiesta, soprattutto per un discorso di margine. Per il futuro, la cosa da migliorare è il controllo del prezzo. Una tematica che all’estero è molto più sentita rispetto all’Italia. Quasi mai, fuori dai nostri confini nazionali, un vino viene utilizzato come specchietto per le allodole, attirando i consumatori con prezzi stracciati, in maniera così sistematica. E la pressione sul promozionale, quando esiste, è molto limitata nel tempo, all’estero. In Italia, invece, registra anche punte del 90%: vuol dire che su 10 bottiglie vendute in Gdo, 9 sono in promo. In Paesi come la Svizzera, le vendite promozionali riguardano solo il 10% delle vendite. Ciò contribuisce ad alzare il livello di consapevolezza del consumatore, che paga il vino quanto vale davvero. Riducendo i prezzi con le promozioni, invece, avremo sempre da un lato una catena Gdo scontenta, perché non marginalizza abbastanza, e dall’altro un produttore soffocato dalla richiesta del prezzo”. Cantina Due Palme lavora con Esselunga, Il Gigante (Selex), Carrefour, Auchan, Sma: tutti player di livello nel panorama italiano. E del prezzo di vendita corretto fa una questione di orgoglio. Non a caso Selvarossa Riserva 2012 si sta riposizionando su cifre che si aggirano attorno ai 14,50 euro – destinate a crescere ancora – a fronte di un iniziale sell out di 13 euro. Sempre non a caso, il 90% del fatturato della cantina su questo prodotto va fatto risalire al canale Horeca. “Una catena che ben lo espone – ammette il direttore commerciale Di Feo – non può che essere per noi un valore aggiunto”. Tra i prodotti di punta della cantina brindisina c’è anche il Susumaniello Serre, premiato tra l’altro a Vinitaly 2014. Ma a proposito di quest’uvaggio autoctono non potevamo mancare una sorta di “verticale” da chi, il Susumaniello, lo ha fatto riscoprire al grande pubblico di appassionati del vino.
Parliamo delle Tenute Rubino di Brindisi. Romina Leopardi, responsabile Marketing e Comunicazione dell’ottima realtà pugliese, membro dell’associazione Donne del Vino, ci guida alla scoperta di questa splendida bacca rossa, che meriterebbe quotidianamente l’onore delle cronache. Tenute Rubino vinifica il Susumaniello in quattro versioni. Si comincia con Sumarè, metodo classico 2013, 24 mesi sui lieviti, 12% di alcol in volume. Un Rosè con cui darsi un appuntamento almeno una volta nella vita, prima che finisca: ogni anno la casa vinicola brindisina ne produce circa 3.200 bottiglie, dal 2012. Uno spumante di grande complessità aromatica, con un perlage fine, delicato al palato, che gioca tutto su note fruttate di bacche rosse. Si prosegue con Torretesta Rosè 2015, Susumaniello rosè presentato lo scorso anno a Vinitaly. Delicato per le note floreali di rosa, ciliegia e amarena, esprime calore nonostante gli 11,5% gradi. Punto forte? Un naso profumatissimo, inebriante. E una persistenza degna di nota, sulle note di lampone. Ecco dunque Oltremé, rosso classico a base Susumaniello, vinificato in acciaio. Rosso rubino impenetrabile, naso intenso, comunica anche in bocca la piacevolezza di un prodotto “piacione”, pensato appositamente per essere gustato da un pubblico vasto, non esclusivamente costituito da intenditori. Missione più che compiuta. E’ il preludio all’esplosione di gusto di Torretesta 2013, Susumaniello di 16% difficile da dimenticare, che ricorda (con i dovuti distinguo del caso) un Amarone della Valpolicella. Di una densità pesante, ruota nel calice diffondendo note di frutti rossi sotto spirito, anche in questo caso inebrianti e balsamiche. Tannino avvolgente, regala al palato un mix esemplare di frutta e spezie per il quale vale la pena amare il Susumaniello. “La gradazione alcolica così elevata, anche se non fastidiosa – evidenzia Romina Leopardi – è una caratteristica della particolare vendemmia 2013, mentre solitamente questo vino non supera i 13 gradi. E il segreto è l’appassimento di una parte delle uve per circa 15-20 giorni, poi unite al resto del mosto durante la vinificazione”. Chapeau. Da chi un uvaggio ha riscoperto passiamo a chi, di una terra, è ormai portabandiera nel mondo. Siamo da Gianfranco Fino, forse uno dei pochi che al Vinitaly 2016 è riuscito a concludere affari veri. Se ne sono accorti anche gli appassionati presenti allo stand del produttore pugliese, quando il tagliere con affettati e formaggi destinati ad accompagnare la degustazione di Es Primitivo di Manduria e Salento Negromaro 2014, è stato bruscamente sfilato per essere (prontamente) servito al vincino tavolo di un businessman giapponese, accompagnato dalla sua interprete. Questioni di stile. Un po’ come quella del vino di Fino, anche se declinata in altre forme: unica ed esemplare, anche per il Passito. Le lancette dell’orologio corrono impietose e ci spostiamo in altri padiglioni, tra il fiume di visitatori. Scopriamo così Paraxo (“Palazzo” in genovese) dell’Azienda Agraria Anfossi di Bastia d’Albenga, Savona. Lo avrete capito: siamo al padiglione Liguria. E Anfossi è uno dei pochi produttori a vinificare in bianco il vitigno Rossese. Ottimo prodotto, ben presentato da Luigi Anfossi, figlio del titolare dell’azienda nota alla Gdo anche per il pesto. Al padiglione Piemonte incontriamo una vecchia conoscenza di vinialsupermercato.it, Daniele Chiappone, dell’azienda Erede di Chiappone Armando di Nizza Monferrato, Asti. Manca l’ottima Freisa Sanpedra, ma al Vinitaly Daniele si presenta con Brentura 2010 e Ru 2010, i best seller della cantina: rispettivamente Barbera d’Asti e Barbera d’Asti Superiore Nizza Doc. Il produttore piemontese aderisce al “Giro del Nizza”, in programma domenica 17 aprile e vale la pena di passare a conoscerlo.
Il nostro Vinitaly 2016 si chiude dunque in bellezza, con la scoperta dell’Azienda Agricola Ricci di Costa Vescovato (Alessandria). Qui, Carlo Daniele Ricci, si è ormai specializzato nella produzione di un Timorasso eccezionale. Il viaggio tra i sapori (e i colori) di questo uvaggio a bacca bianca autoctono piemontese inizia con Terre del Timorasso 2013, vinificato in acciaio. Vino di un giallo dorato, sfodera un naso non particolarmente intenso, preludio tuttavia di un palato molto caldo e persistente. Si passa dunque a San Leto 2009, ottenuto mediante fermentazione e affinamento in acacia. San Leto 2006 stupisce per l’intensità olfattiva, che sfiora tinte balsamiche. Giallo di Costa 2011 scorre nel calice tingendolo di un ambra allettante, che in bocca diventa piacere tanto risulta morbido e rotondo, nonostante il calore dei suoi 14 gradi di alcol in volume. Giallo di Costa 2007, è l’eleganza fatta vino. E San Leto 2004 la ciliegina su una torta di una produzione di altissimo livello. “Lavorare bene in vigna – commenta il produttore Carlo Daniele Ricci – è il primo passo per ottenere vini di grande equilibrio. Conosco ogni singolo componente dei terreni che coltivo, avendo effettuato per anni delle ricerche accuratissime che mi permettono di capire come sarà il vino ancor prima di produrlo. Nell’area di produzione del Timorasso c’è grande rispetto per l’ambiente e unità. Siamo partiti come carbonari, contro tutti i commercianti di vino e le cantine sociali. Dopo 20 anni di fatiche e battaglie, possiamo finalmente affermare che il territorio ce l’abbiamo in mano noi, produttori attenti alla terra e all’ambiente”. Uno spirito battagliero che Vinitaly 2016 ha saputo valorizzare.
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(4 / 5) Eleganza e carattere. Non è facile trovare al supermercato delle bottiglie di Bonarda che alzino l’asticella della qualità. C’è quello troppo frizzante, che perde di concretezza e sostanza. Oppure quello tutto schiuma, che si rivela poi inconsistente all’assaggio. Per gli amanti del buon vino (e in generale della buona tavola) vale dunque la pena spendere qualche euro in più. E accaparrarsi, magari in promozione, una bottiglia di Bonarda Doc Conte Carlo Giorgi di Vistarino 1674.
L’omonima azienda che lo produce, in frazione Scorzoletta a Pietra de’ Giorgi, in provincia di Pavia, aderisce al Consorzio di Tutela Vini dell’Oltrepò pavese. Una garanzia pressoché assoluta del rispetto dell’identità di questo rosso vivace, simbolo dei vini della Lombardia e della stessa regione del Nord Italia. Il Bonarda Doc Conte Carlo Giorgi di Vistarino si presenta nel calice di un colore rosso porpora: profondo, scuro, cupo, violaceo. Sembra già di assaporarne le note di frutti di bosco mentre la schiuma, voluminosa e generosa, si lascia sopraffare dall’ossigeno, evaporando in pochi secondi.
I profumi sono quelli caratteristici del Bonarda, con note intense (appunto) di viola, mora e marasca. Ma è al palato che questo Bonarda stacca la concorrenza, almeno nella grande distribuzione organizzata. Buon corpo e struttura, eppure grande leggerezza; le note di frutti di bosco sono persistenti, eppure piacevoli e delicate. L’abbinamento, scontato, è con i piatti della tradizione pavese: antipasti di salumi e formaggi di buona stagionatura, primi con sughi anche elaborati di carne, risotto alla Lomellina (con fegatini) e risotto ai funghi, nonché a piatti come il cotechino, il salame cotto e le carni rosse, cassoeula e bolliti.
“L’origine del nome Bonarda – come spiega lo stesso Consorzio di Tutela Vini dell’Oltrepò pavese – è incerta. Secondo alcuni autori, il nome deriverebbe dal patronimico longobardo Bono con l’aggiunta di ‘hard’, che in longobardo significava ‘coraggioso e forte’. La ricostruzione si basa sul fatto che i Longobardi ebbero come capitale Pavia, con estensione del loro dominio anche in Oltrepò. Il vino Oltrepò Bonarda si ottiene da uva Croatina, la cui etimologia deriverebbe da ‘croatta’, ‘cravatta’, e starebbe a indicare che il vino ottenuto da Croatina si beveva nei giorni di festa, quando appunto veniva indossata la cravatta”. Una storia insita anche nella famiglia che produce il Bonarda finito quest’oggi sotto la lente di vinialsupermercato.it.
“Da Augusto Carlo Giorgi di Vistarino, che per primo, alla fine dell’Ottocento, avviò in Oltrepò la coltivazione del Pinot Nero, ai successori Ottaviano e Carlo, sino ad arrivare alla più recente generazione rappresentata oggi da Ottavia Giorgi di Vistarino – evidenzia l’azienda produttrice – continua a rimanere identica la volontà di perseguire la qualità attraverso la creazione di vini autentici ed eleganti, fedele espressione del territorio da cui hanno origine”. La proprietà si estende per oltre 826 ettari di cui 200 vitati, tutti iscritti all’Albo della Doc Oltrepò Pavese e coltivati a Pinot Nero, Riesling Renano, Pinot Grigio, Moscato, Croatina e Barbera.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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