Più vino spagnolo sfuso in Germania e Italia nei primi 10 mesi del 2024. Mese di ottobre positivo in valore per l’export di vino spagnolo (+9,7%), ma negativo in volume (-3%), fino a 303,2 milioni di euro (+26,7 milioni di euro) e 168,9 milioni di litri (-5 milioni di litri). Le esportazioni spagnole di vino sono aumentate in valore (+2,4%) e diminuite in volume (-4,5%), a 2.464,5 milioni di euro (+58,4 milioni) e 1.617,5 milioni di litri (-76 milioni). In valore sono diminuiti solo i vini liquorosi (-10%), mentre in volume sono aumentate solo le esportazioni di vini Bag in box (+6%).
PIÙ VINO SFUSO SPAGNOLO IN GERMANI E ITALIA
Interessanti anche gli insight diffusi dall’Osservatorio spagnolo del mercato del vino. Nel caso del vino sfuso, la Germania – uno dei mercati top per l’Italia – supera la Francia (+15,9 milioni di litri). E diventa così la prima destinazione del vino sfuso spagnolo, sia in valore che in volume. Spicca l’aumento registrato dall’Italia (+49,5 milioni di litri) e il calo dal Portogallo (-50,5 milioni di litri). Nel caso del vino confezionato, gli Stati Uniti sono la prima destinazione in valore (+2,7%) e il Regno Unito è il primo in volume (-0,2%).
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FOTONOTIZIA – Il vino spagnolo supera il vino italiano come vino più importato in Germania ed è anche quello che registra la crescita maggiore. Lo rende noto l’Observatorio español del mercado del vino, l’Osservatorio spagnolo del mercato del vino. Se è vero che la Germania ha ridotto le sue importazioni di vino del 4,1% in volume e del 14,4% in valore nel primo trimestre del 2024 – passando a 307,8 milioni di litri e 562,3 milioni di euro a un prezzo medio inferiore del 10,7% – la Spagna è stata senza dubbio il Paese fornitore più performante della top 10. Battuta così l’Italia, che perde il ruolo di primo esportatore in volume. Terzo posto, ma con largo distacco, per la Francia, che anticipa l’Austria, unico Paese, insieme a Spagna e alla sorprendenteUngheria, capace di crescere nel primo trimestre 2024 sul mercato tedesco.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Le vendite di vino italiano nei supermercati di Stati Uniti, Germania e Regno Unito virano timidamente in territorio positivo: +0,4% nei volumi (era a -0,2% nel semestre), per un valore totale di oltre 3,3 miliardi di euro. Nel complesso, nei tre Paesi scende a volume la domanda tendenziale degli sparkling tricolori (-2%) mentre salgono dell’1,2% i fermi (2,15 miliardi di euro), per un totale di 3,4 milioni di ettolitri pari a 452 milioni di bottiglie da 0,75/litri. È quanto emerge dalle elaborazioni dell’Osservatorio Uiv su base Nielsen-IQ relative ai primi 9 mesi dell’anno nella Grande distribuzione dei 3 principali Paesi buyer.
Il rendimento stazionario si riscontra in tutti i mercati, tra alti e bassi a seconda delle tipologie. Tra le buone notizie, la crescita volumica degli spumanti negli Usa (+3,7%) e quella del mercato dei vini fermi in Germania e Uk (attorno al +4%), grazie anche a sensibili miglioramenti di Primitivo, Montepulciano e Nero d’Avola. Per contro, nel primo mercato al mondo soffrono i fermi del Belpaese (-6,6%), mentre le variazioni degli spumanti in Uk e Germania sono negative e si attestano rispettivamente a -5,9% e a -1,4%. Il computo finale segna Uk stabile (+0,1%), Germania in terreno positivo (+3,9) e Usa ancora in calo (-3,5%).
Vini al supermercato è la rubrica dedicata al vino in vendita nelle maggiori insegne di supermercati presenti in Italia. Nella Gdo viene venduta la maggior percentuale di vino italiano. Qui potrai trovare recensioni, punteggi e opinioni sui migliori vini in vendita nella Grande distribuzione organizzata, valutati con cognizione di causa, spirito critico costruttivo e l’indipendenza editoriale che ci caratterizza. Inoltre, una rubrica sempre aggiornata sui migliori vini in promozione presenti sui volantini delle offerte delle maggiori insegne di supermercati italiani. Vini al Supermercato è la guida autorevole ai vini in vendita in Gdo, con una pubblicazione annuale delle migliori etichette degustate alla cieca dalla nostra redazione. Seguici anche su Facebook ed Instagram. Sostieni la nostra testata giornalistica indipendente con una donazione a questo link.
Le vendite del vino italiano tra gli scaffali della grande distribuzione e retail nei top 3 mercati al mondo tornano a respirare ossigeno, in tempi di apnea. Nel complesso, secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly che ha elaborato gli ultimi dati di Nielsen-IQ, le vendite tricolori in Usa, Germania e Uk chiudono il semestre con un risultato tendenziale piatto a volume (-0,2%) e con un lieve incremento a valore (+1,3%, a 2,2 miliardi di euro). La performance è migliore rispetto al primo trimestre (-4% volume e -1% valore) ma ancora insufficiente per dare reale respiro alle imprese di un settore tuttora fortemente penalizzato da un surplus di costi che incide per circa il 10% sul prezzo medio.
Il totale dei volumi commercializzati di vini fermi e frizzanti segna un +0,7%, complici gli incrementi in Uk (+3,2%) e soprattutto in Germania (+4,2%), sostenuta dalla forte domanda di frizzanti “low cost” tricolori. In controtendenza i fermi negli Usa, che cedono il 7,4%. Gli spumanti accusano invece un decremento del 2,8%, con gli Usa positivi (+2%), controbilanciati in negativo da Regno Unito (-6%) e Germania (-3,8%).
OFF TRADE VINO ITALIANO: PRIMATO PER LA GERMANIA
Dei 2,2 miliardi di euro commercializzati, 960 milioni (-0,3% tendenziale, -4,4% i volumi) sono frutto di acquisti di vino made in Italy nella Gdo statunitense. Oltre 840 milioni provengono dalla domanda Uk (+2,4%, con i volumi -0,5%) e 400 milioni dalla Germania (+2,9%, +3,7% i volumi). Il primato dei volumi spetta ai tedeschi (84 milioni di litri venduti su un totale di 231 milioni nei 3 Paesi) ma il prezzo medio allo scaffale di 4,7 euro al litro è 3 volte inferiore a quello degli Stati Uniti (14,3 euro) e meno della metà rispetto al dato Uk (10,5 euro).
In generale, è piatta la crescita dei listini per i fermi/frizzanti (+0,3%) mentre per gli spumanti l’aumento è del 4,9%. Il Prosecco, principale denominazione italiana commercializzata nel mondo, segna un -2% nei volumi (bene negli Usa, ancora negativa in Uk anche se in fase di recupero) e un +3,2% nei valori. Il tutto per un corrispettivo (675 milioni di euro) che incide per il 31% su tutto il vino made in Italy commercializzato sui canali dell’off trade dei 3 Paesi.
IL COMMENTO
«Occorre fare in modo – sottolinea l’ad di Veronafiere, Maurizio Danese – che le difficoltà congiunturali non si trasformino in strutturali. In queste situazioni diventa fondamentale la presenza e la promozione di bandiera del brand enologico italiano». «Rispetto al primo trimestre – aggiunge il segretario generale di Unione italiana vini (Uiv), Paolo Castelletti – riscontriamo una timida risalita, ancora però troppo debole se consideriamo le tensioni vissute dal settore».
Lo scatto in avanti dei volumi commercializzati in Germania è dovuto al raffreddamento dei listini, che nell’ultimo trimestre, anziché aumentare, sono scesi in media del 4%, con una contrazione anche rispetto al primo semestre del 2022. «Variazioni sul prezzo medio – conclude Castelletti – che riteniamo essere troppo deboli anche negli Usa e in Uk, rispettivamente del 4% e del 3%».
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Qual è il Paese che importa più vino biologico italiano? A rispondere è un approfondimento di Nomisma per Ice Agenzia e FederBio, secondo il quale è in assoluto la Germania il mercato di destinazione principale per il vino bio Made in Italy. Il 67% delle cantine interessate dalla survey – 110 in totale – lo indica come primo mercato di riferimento, seguito dai Paesi Scandinavi (61%). Al di fuori dei confini comunitari la fanno da padrone Svizzera, Stati Uniti e Regno Unito, seguiti da Canada e, sorprendentemente, da un Giappone che si trova dietro la pole position.
Se si va poi a vedere l’interesse da parte dei consumatori per i vini a marchio biologico, si nota come la domanda potenziale sia enorme e coinvolga tutti i principali mercati mondiali. A testimoniarlo sono i risultati di due ulteriori indagini che Nomisma ha condotto negli ultimi tre mesi sui consumatori scandinavi e giapponesi. Lo scopo è stato quello di mappare i comportamenti di consumo di vino e le potenzialità del bio e del binomio bio/Made in Italy su ciascun mercato.
IL VINO BIOLOGICO ITALIANO IN SVEZIA (E DANIMARCA)
Sulla base dei dati forniti dal Systembolaget, il monopolio svedese che gestisce le vendite di bevande alcoliche, un quarto delle vendite di vino è appannaggio di quelli a marchio bio, per un valore di 600 milioni di euro nel 2021 e un tasso di crescita medio annuo del +15% dal 2014 al 2021. In tale scenario, l’Italia è leader assoluto con un peso sul totale delle vendite di vino bio del 42% sia a valore che a volume.
Un successo da ricondurre in primis all’ottimo posizionamento di alcuni territori: Veneto (grazie al Prosecco in particolare, che rappresenta la denominazione a marchio bio più venduta in Svezia), Sicilia e Puglia, regioni che nel complesso intercettano ben il 24% delle vendite di vino a marchio biologico in Svezia. Il vino italiano infatti gode di un’ottima reputazione sul mercato scandinavo e l’Italia figura al primo posto tra i Paesi che producono i vini di maggiore qualità secondo il consumatore.
Il forte apprezzamento nei confronti del vino Made in Italy trova riscontro anche con riferimento al biologico. Dall’indagine condotta da Nomisma tra gennaio e febbraio 2023 su un campione rappresentativo di consumatori in Svezia e Danimarca (18-65 anni), è emerso come ben il 38% degli acquirenti scandinavi beva vino a marchio bio di origine italiana e più del 20% lo fa con cadenza settimanale. La propensione al consumo di vino bio Made in Italy cresce tra le famiglie benestanti (tra chi ha redditi medio-alti la quota di user di vino bio italiano cresce fino al 55%) e tra quelle in cui vi sono componenti con età compresa tra i 30 e i 44 anni.
Alla luce di queste rilevazioni, le opportunità per le aziende vitivinicole italiane sul mercato scandinavo sono ampie: a conferma di ciò, il 46% dei consumatori sarebbe difatti interessato a provare un nuovo vino italiano a marchio bio mentre il 35% sarebbe disposto a spendere un differenziale di prezzo superiore al 5% rispetto a un vino italiano non bio. Gli indecisi (34%) sarebbero attratti, oltre che da promozioni e prezzi bassi, anche da brand famosi, da informazioni sul basso impatto ambientale e dalla presenza di confezioni eco-sostenibili.
IL VINO BIO ITALIANO IN GIAPPONE
Il Giappone è il secondo mercato in Asia per consumo di vino (3,4 mln di ettolitri nel 2022) e rappresenta un mercato indubbiamente interessante per i produttori italiani visto che è il quinto importatore mondiale di vino – dopo Stati Uniti, UK, Germania e Canada – con un valore degli acquisti dall’estero pari a 1,7 miliardi di euro. Tra i vini stranieri i consumatori giapponesi mettono al primo posto quelli francesi, lasciando all’Italia la seconda posizione quando devono indicare i Paesi che producono vini di maggiore qualità.
Dalla survey condotta da Nomisma tra febbraio e Marzo 2023 sui consumatori giapponesi (18-65 anni), emerge comunque un forte potenziale per il nostro vino bio: se è vero, infatti, che ad oggi quasi un consumatore di vino su due (il 45% del totale, per la precisione) ha acquistato o ordinato un vino italiano almeno in un’occasione nell’ultimo anno, la quota di chi ha avuto modo di sperimentare il binomio biologico/Made in Italy per il vino è stata solo del 10%. Grossi spazi di crescita, dunque, per il vino bio italiano, che dal 1° ottobre 2022 può contare sulla certificazione biologica “Jas”, già conosciuta dal 41% dei consumatori giapponesi di vino.
Complessivamente il settore del vino biologico in Giappone, pur essendo ancora di nicchia, presenta secondo Nomisma «ampi margini di crescita e potenziali opportunità». Più di un terzo dei consumatori giapponesi sarebbe infatti disposto ad acquistare un nuovo vino bio made in Italy se lo trovasse nei punti vendita in cui effettua abitualmente la spesa alimentare mentre gli indecisi (41% del totale) sarebbero attratti oltre che da prezzi più accessibili, anche da una maggiore comunicazione sui canali tradizionali come radio/tv. Infatti, tra i principali fattori che oggi frenano l’acquisto di vino biologico Made in Italy vi sono la scarsa informazione sulle caratteristiche distintive dei prodotti biologici italiani ma anche la carenza di referenze sugli scaffali della grande distribuzione.
IL VINO BIOLOGICO ITALIANO
Le superfici bio vitate risultano in continua crescita tra i principali produttori europei. Il peso del biologico sul totale è triplicato in 10 anni. Il dato emerge dalla piattaforma online di dati e informazioni per l’internazionalizzazione del vino biologico Made in Italy curata da Nomisma e promossa da ICE Agenzia e FederBio. Il vino biologico è un fenomeno tutto europeo, almeno sul fronte produttivo. In questo scenario, con 126 mila ettari di vite con metodo biologico nel 2021, l’Italia detiene il primato per incidenza di superficie vitata biologica (21% del totale).
La concorrenza europea è però agguerrita, tanto che nel giro di un decennio le superfici bio in Italia sono cresciute del +141% (2020 vs 2010) contro il +148% degli spagnoli e ben il +218% della Francia. Rilevante anche il ruolo del vino bio italiano sui mercati internazionali: 626 milioni di euro il valore dell’export di vino biologico italiano nel 2022 secondo le stime Nomisma (+18% rispetto al 2021) e un peso sul totale dell’export vitivinicolo italiano (bio + convenzionale) pari all’8%.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Circa 39 milioni di bottiglie vendute per un fatturato totale di 489 milioni di euro. Sono i numeri del 2022 delle 200 cantine riunite nell’associazione tedesca VDP – Verband Deutscher Prädikatsweingüter, il più antico gruppo di aziende vitivinicole al mondo. Un anno complicato dagli strascichi della pandemia e dalle nuove sfide del conflitto Russia-Ucraina, oltre che dagli aumenti generalizzati dei costi di produzione (gas, energia, vetro). Buona comunque la tenuta sui mercati delle aziende dell’Aquila, che in media hanno fatturato 2,45 milioni di euro a testa.
I dati diffusi dalle VDP Prädikatsweingüter in seguito all’appuntamento con la VDP.Weinbörse 2023 di Mainz (23-24 aprile) dimostrano la «buona sopravvivenza» del gruppo di cantine al periodo ostile. Nel 2022 tengono prezzi e quota percentuale rispetto al totale della produzione dei quattro livelli di classificazione: Vdp.Gutswein a 11,00 euro (63%), Vdp.Ortswein a 14,00 euro (20%), Vdp.Erste Lage® a 20,00 euro (12%) e Vdp.Grosse Lage® a 37,00 euro (5%). Il prezzo medio di una bottiglia di vino tedesco è infatti pari a 3,71 euro al litro (2,84 in Italia e 5 euro in Francia, secondo un recente studio Unicredit-Nomisma).
EXPORT IN CRESCITA PER LE CANTINE VDP
Le vendite si sono concentrate per il 73% sul mercato interno, con un calo rispetto al 79% del 2021. Sale infatti al 27% l’export, in crescita rispetto al 21% del 2021. La classifica dei principali Paesi di esportazione dei vini Vdp vede in testa la Scandinavia (Danimarca e Norvegia), seguita da Stati Uniti e dal duo Paesi Bassi – Belgio. L’analisi del vigneto 2022 mette in evidenza la diminuzione delle rese, passate dai 71 hl/ha del 2018 ai 62 hl/ha della vendemmia 2022.
Un trend comunque in crescita, come dimostrano le raccolte intermedie del quinquennio (52 hl/ha nel 2019, 55 hl/ha nel 2020 e 53 hl/ha dell’annata 2021. Circa 5.588 gli ettari complessivi a disposizione delle 200 cantine del Vdp (circa 28 ettari a testa) pari a circa il 5,5% della superficie viticola tedesca. Mentre il gruppo dell’Aquila lavora all’obiettivo 2025 della certificazione sostenibile per il 100% degli associati – la risoluzione risale al 2021 – al momento sono 76 le tenute VDP che lavorano con metodo biologico o sono in fase di conversione.
VDP VERSO IL 100% DI CANTINE CERTIFICATE SOSTENIBILI ENTRO IL 2025
Il che significa che poco meno del 40% della superficie viticola VDP è coltivata con metodo biologico, contro il 12,5% del vigneto tedesco. Il 16% della superficie viticola biologica tedesca è coltivata dalla VDP. Sono 17 le tenute che optano per la viticoltura biodinamica, mentre il numero sale a 43 per la certificazione di sostenibilità (1.881 ettari complessivi, pari al 34% della superficie viticola VDP).
Siamo grati che il nostro approccio artigianale sia apprezzato anche in tempi difficili – commenta Steffen Christmann, presidente della VDP – e che i nostri vini orientati al territorio siano molto richiesti. Le restrizioni, ma anche la chiara profilazione degli ultimi anni, stanno dando i loro frutti. Tuttavia, siamo preoccupati per la situazione economica generale, soprattutto per la viticoltura tedesca nel suo complesso».
«Il fatto è che l’enorme aumento dei costi, così come le normative sempre più severe, si scontrano con mercati in cui il potere d’acquisto della popolazione nel suo complesso sta sprofondando. Siamo ancora più convinti – conclude Christmann – che i vini di alta qualità provenienti dai nostri paesaggi vitivinicoli siano un grande successo e non siano intercambiabili con altri».
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I consumi di vino pro capite in Germania sono calati tra il 2021 e il 2022. Nel periodo preso sotto esame (agosto 2021 – luglio 2022), i tedeschi hanno bevuto circa una bottiglia di vino in meno a testa, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che spiega anche il calo delle vendite e dei volumi dei vini italiani nella Gdo tedesca, certificato dall’Osservatorio del Vino Uiv-Vinitaly, con Chianti, Lambrusco, Montepulciano d’Abruzzo tra le denominazioni del Bel Paese più penalizzate.
Come riporta l’Istituto Tedesco del Vino (DWI), l’attuale analisi del consumo di vino mostra un volume di 19,9 litri di vino consumati pro capite in Germania negli ultimi 12 mesi. Rispetto all’anno precedente, ciò corrisponde a una diminuzione di 0,8 litri di vino (4%) per persona e per anno. Il consumo pro capite di vino spumante è rimasto costante nello stesso periodo, con un volume di 3,2 litri.
Oltre agli acquisti di vino al dettaglio (retail-Gdo), l’ultima l’analisi del consumo di vino pro capite in Germania comprende anche le vendite Horeca. Il calcolo si basa su 16,7 milioni di ettolitri di vino e 2,7 milioni di ettolitri di spumante consumati in Germania.
Convertito per la popolazione totale tedesca, che è cresciuta di quasi un milione di persone a 84,1 milioni di abitanti rispetto all’anno precedente, si ottiene un consumo di vino pro capite di 23,1 litri di vino e spumante all’anno. Secondo il DWI, le novità relative al consumo di vino in Germania possono essere attribuite al cambiamento demografico e ai cambiamenti nel comportamento dei consumatori.
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Secondo stime Wine Monitor, l’export di vino italiano ha raggiunto gli 8 miliardi di euro nel 2022, con una progressione rispetto all’anno precedente del 12%. Anche la Francia è risultata in crescita, arrivando così a 12,5 miliardi di euro di export vinicolo, mentre la Spagna (terzo esportatore mondiale) si è dovuta “accontentare” di un aumento di circa il 6% (raggiungendo i 3 Miliardi di euro).
La nona edizione del Forum Wine Monitor di Nomisma, che si è tenuta oggi a Bologna, si è posta l’obiettivo di decifrare i trend del momento per individuare le possibili traiettorie di sviluppo per il settore vinicolo italiano. Il 2022, in definitiva, sarà ricordato come l’ennesimo anno in “chiaro-scuro”. A buoni risultati di mercato raggiunti dalle imprese, si affiancano criticità in grado di minarne le prospettive future.
VINO ITALIANO E POSIZIONAMENTO PREZZO: LE DIFFERENZE CON LA FRANCIA
Rispetto al posizionamento di prezzo dei vini italiani, il differenziale esistente con quelli francesi permane elevato: il nostro prezzo medio all’export dei vini fermi imbottigliati è risultato inferiore del 40% nell’anno appena trascorso, il medesimo gap esistente già dieci anni fa (e non ancora chiuso). Non a caso, risale allo scorso anno il monito di Lamberto Frescobaldi, proprio sulla redditività degli ettari di vigneto italiano, a confronto con quelli d’Oltralpe.
Sul mercato interno, i dati forniti da NielsenIQ hanno invece mostrato come il 2022 abbia visto una flessione nelle vendite dei vini venduti nel canale della Distribuzione a Libero Servizio soprattutto a volume (-6,4% rispetto all’anno precedente) a fronte di un calo a valori dell’1,8%, sebbene occorra segnalare come i livelli di vendita siano risultati superiori (sia nei valori che nelle quantità) a quelli pre-pandemici del 2019.
È indubbio – ha dichiarato Denis Pantini, Responsabile Wine Monitor di Nomisma – come sul trend dell’export e delle vendite nel canale GDO in Italia abbiano pesato diversi fattori come l’inflazione, il cambio euro/dollaro e il rallentamento economico, ma gli stessi andamenti sottendono anche uno spostamento nei consumi del periodo estivo e di inizio autunno verso il fuori-casa, trainati altresì dalla ripresa del turismo dopo gli anni più critici della pandemia».
VINO ITALIANO: FOCUS DI WINE MONITOR SUL MERCATO TEDESCO
In merito al rallentamento economico, un focus di approfondimento del Forum ha riguardato la Germania, vale a dire il secondo mercato per valore dell’export di vino italiano. Grazie ad un’indagine originale sul consumatore tedesco, sono emersi spunti importanti per capire quali potranno essere i trend del 2023.
«Se è vero, come era presumibile, che i tedeschi ridurranno i consumi di vino a seguito dell’incerta congiuntura economica – ha evidenziato Emanuele Di Faustino, Senior Project Manager Wine Monitor di Nomisma – è anche vero che questi cali non saranno indifferenziati ma riguarderanno soprattutto i consumi fuori-casa e toccheranno meno i vini bio e sostenibili. Anche per quanto riguarda l’origine, saranno soprattutto i francesi a pagare pegno, mentre quelli italiani dovrebbero soffrire meno, al pari dei vini locali».
IL RALLENTAMENTO ECONOMICO FRENA (ANCHE) IL VINO
Proprio il rallentamento economico rappresenta la principale minaccia che incombe sulle prospettive di crescita del settore vinicolo nell’anno appena iniziato. Un rallentamento previsto da mesi anche se le ultime previsioni di dicembre della Banca d’Italia stimano un PIL a +0,4% sul 2022 rispetto ad una variazione negativa (-0,2%) ipotizzata ad ottobre dal Fondo Monetario Internazionale.
Certo è che se le quotazioni del gas (oggi pari alla metà del picco raggiunto a novembre scorso) non dovessero subire ulteriori fiammate, così come il prezzo del petrolio dovesse assestarsi (e qui molto dipenderà dalla situazione economica e relativa domanda energetica della Cina), anche l’inflazione – che già a dicembre ha mostrato un primo segnale di flessione – dovrebbe ridursi, portando con sé minori restrizioni nella politica monetaria europea e che, unita agli investimenti che saranno messi in atto grazie alle risorse del PNRR, fornirebbero quello slancio necessario alla ripresa dei consumi, vino compreso.
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Annata 2022 degli icewine tedeschi in chiaroscuro. La novità rappresentata dall’utilizzo sempre più cospicuo di varietà Piwi come Souvignier Gris, Cabernet Blanc e (per la prima volta) Johanniter, fa i conti con la sostanziale crisi della produzione, in diverse regioni vinicole della Germania. Toccherà alle varietà resistenti alle malattie fungine invertire questo trend, in futuro? Nel frattempo, emerge tra luci e ombre il quadro generale dei vini di ghiaccio tedeschi.
AHR
Tra chi sta portando a termine la vendemmia 2022, non mancano le buone notizie. La scorsa notte, a -8 gradi, il team guidato dall’enologo Peter Kriechel, titolare dell’omonima cantina di Walporzheimer, nell’Ahr, ha raccolto l’uva ghiacciata nel vigneto di Bachemer Wingert. «La sensazione è fantastica – commenta il vulcanico Kriechel -. Finalmente, quest’anno, dopo più di 20 anni, abbiamo avuto le condizioni per raccogliere l’uva per il nostro icewine. Siamo molto contenti».
FRANKEN/FRANCONIA
Scendono a -11 i gradi in Franconia. Christian Reiss , dalla sua Würzburg, spera di ottenere 80 litri di icewine, che sarà disponibile da aprile o maggio. Secondo l’enologo, le uve Silvaner avevano un valore elevato di 205 gradi Oechsle, unità di misura della densità del mosto. Il valore minimo per gli icewine è di 110 – 128 gradi Oechsle, a seconda della zona di coltivazione.
Anche l’azienda vinicola Göbel di Randersacker, che ha potuto raccogliere le uve di Pinot nero congelate, si è detta soddisfatta dell’annata 2022. Eppure, secondo l’Associazione dei viticoltori di Franken, quest’anno in Franconia solo pochi viticoltori hanno lasciato in pianta le uve per i “vini di ghiaccio”.
HESSISCHE BERGSTRASSE
Nella regione vinicola tedesca Hessische Bergstraße, l’aria fredda dell’Odenwald penetra tra i vigneti pianeggianti dell’Heppenheimer Stemmler e assicura temperature gelide a dicembre. A -10 gradi, i viticoltori della Bergstraße hanno raccolto le uve della varietà Piwi Souvignier Gris, il 13 dicembre. Le prime misurazioni hanno mostrato un peso del mosto di 179 °Oechsle.
NAHE
I produttori di vino della regione vitivinicola di Nahe non hanno registrato alcun vigneto per la produzione di icewine in occasione dell’annata 2022. In Germania, questa è una condizione preliminare per poter produrre vino di ghiaccio, normata a livello di legge.
PFALZ
«Dopo una vendemmia 2022 generalmente anticipata – conferma l’Associazione degli agricoltori e dei viticoltori della Renania-Palatinato meridionale – solo poche aziende sono interessate a procedere alla raccolta delle uve per i vini di ghiaccio». Quest’anno gli icewine del Rheinhessen saranno un prodotto ancora più esclusivo. Secondo la Camera dell’Agricoltura, solo 35 aziende della Renania-Palatinato (RLP) hanno registrato porzioni di vigna per la produzione del vino di ghiaccio, su un totale di 152 viticoltori.
RHEINHESSEN
Nella più grande regione vinicola della Germania, solo dieci viticoltori del Reno-Hessen hanno registrato vigneti per la raccolta 2022 degli icewine. La vendemmia è iniziata comunque il 13 dicembre e si protrarrà nei prossimi giorni della settimana, grazie alle temperature ideali.
SACHSEN E SAALE-UNSTRUT
A sorpresa e con largo anticipo, numerosi viticoltori delle due regioni vitivinicole nord-orientali di Saale-Unstrut e della Sassonia sono riusciti a coronare l’annata 2022 con una “vendemmia di ghiaccio” di successo, nella notte del 20 novembre. Temperature tra i -7 e i – 9 gradi Celsius: le condizioni erano perfette per gli icewine. Lo spettro varietale delle uve raccolte va dal Riesling e dal Traminer al Cabernet Blanc e al Blauer Zweigelt.
WUERTTEMBERG
Nel Württemberg, il team di Fellbacher Weingärtner eG si è recato in vigna nelle prime ore del 12 dicembre per raccogliere per la terza volta consecutiva gli acini per la specialità dolce. Le uve di Pinot nero erano perfettamente sane e congelate. Secondo Thomas Seibold, Ceo di Weingärtner eG, «pendevano più vitali che mai sulla vite» e hanno portato sulla bilancia un peso del mosto di 179 gradi Oechsle. In totale, si prevede che Fellbacher sarà in grado di produrre quasi mille bottiglie di vino di ghiaccio.
Nella Remstal, le uve Lemberger e Riesling ghiacciate sono state raccolte nella cantina Beurer di Kernen-Stetten, mentre le uve Kerner sono state raccolte nella cantina di Jürgen Ellwanger: «Circa 150 litri di Kerner Eiswein con 180 gradi Oechsle provengono dal freddo Winterbacher Hungerberg», riassume Felix Ellwanger.
Achim Stilz della Weingut im Hagenbüchle di Weinstadt-Schnait riferisce che le uve del vitigno Johanniter, altra varietà Piwi interessata alla produzione di icewine, hanno registrato 144 gradi sulla scala Oechsle. «Potrebbe essere il primo icewine prodotto con uve Johanniter», afferma Achim Stilz. Anche Sven Ellwanger della Großheppacher Weingut Bernhard Ellwanger riferisce di «uve molto sane, con Syrah a Großheppach e Cabernet Cubin (Incrocio Blaufränkisch × Cabernet Sauvignon) a Geradstetten ormai pronte per la raccolta 2022».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Quattordici luglio 2021. Un mercoledì d’estate come tutti gli altri, se non fosse stato per quelle strane foto di barrique galleggianti nel fiume Ahr che iniziavano a diventare virali tra gli abitanti di Bad Neuenahr-Ahrweiler, nel tardo pomeriggio. Di lì a poco, attorno a mezzanotte, l’unico posto sicuro sarebbero diventati i tetti delle case. La città, d’improvviso, si era ritrovata in apnea. Inghiottita da una marea alta due metri. Acqua, mista a fango e detriti.
L’Ahr, esondato ben oltre l’allerta diramato dalle autorità locali, mieteva 134 vittime in 6 ore. Un’interminabile conta dei danni per la città capoluogo del Landkreis Ahrweiler, nel Rheinland-Pfalz, la Renania-Palatinato, 50 minuti a sud di Colonia. A distanza di poco più di un anno dalla tragedia sono i produttori di vino dell’Ahr, principali attori del tessuto agricolo della zona, tra i più danneggiati dall’alluvione del 14 e 15 luglio 2021, ad aver voglia di «normalità». Le carte in regola per tornare a vedere la luce, «anzi trasformare la catastrofe in un’opportunità», ci sono tutte.
AHR: PINOT NERO ASSO NELLA MANICA
L’asso nella manica dei vignaioli dell’Ahr è il Pinot Nero. La varietà originaria della Borgogna, chiamata localmente Spätburgunder, occupa il 65% dei 530 ettari totali della regione vinicola (344 ettari). I vini assumono caratteristiche uniche e distinguibili rispetto a quelli prodotti in Francia. Il merito è del suolo, ricco di sedimenti di origine vulcanica, ardesia, calcare e grovacca. Ma anche del particolare microclima. L’Ahr è infatti la zona vinicola vocata ai vini rossi situata più a nord in Europa.
In un’epoca contraddistinta dai cambiamenti climatici, i produttori locali riescono a preservare le caratteristiche aromatiche della loro uva regina, senza dover intervenire sull’acidità, in cantina. Che il Pinot Nero ami il clima temperato, del resto, è noto anche in Alto Adige. Non a caso, nella regione vinicola italiana più vocata al “Noir“, è già iniziata la caccia ai vigneti di alta quota (alla stregua del Kerner).
LE CARATTERISTICHE DEI GRAND CRU DEL PINOT NERO DELL’AHR
Un altro elemento che rende unico il Pinot Nero dell’Ahr è il rigido sistema di classificazione dei Grand Cru, sul modello francese. In Germania vengono chiamati Grosses Gewächs (abbreviato GG). Costituiscono il vertice della piramide di qualità del VDP (Verband Deutscher Prädikatsweingüter), una sorta di consorzio che raggruppa 200 aziende vinicole tedesche, votate alla qualità assoluta.
Anche se il nome del GG può essere utilizzato in etichetta da aziende che non aderiscono al VDP, l’assaggio dei Pinot Nero dell’Ahr provenienti dai diversi vigneti chiarisce quanto il sistema sia efficace nel caratterizzare a livello organoletticoi singoli Grand Cru.
I vini provenienti da Sonnenberg risultano molto espressivi sul fronte del frutto, più maturo e “pieno” rispetto ad altre vigne: in una parola sono “pronti” prima di altri. Pfarrwingert raggiunge solitamente gradazioni alcoliche di mezzo grado o un grado superiori rispetto alla media. Regala vini fruttati, potenti e di prospettiva, pur elegantissimi, profondi ed equilibrati in tutte le componenti.
I Pinot Nero dell’Ahr di Rosenthal sono croccanti, salini; dal tannino leggermente più pronunciato rispetto a quelli di altre zone (anche se più “pronto” di quelli del fresco cru di Alte Lay, noto fino al 2017 come Domlay). Presentano spesso ricordi balsamici e di liquirizia. A Gärkammer, il Grosses Gewächs (GG) più piccolo dell’intera Germania con i suoi 0,68 ettari (monopolio di Weingut J.J. Adeneuer, inserito nel più vasto comprensorio di Walporzheim) eleganza, gran polpa, possibilità garantita di lungo affinamento e note di grafite più pronunciate che altrove.
Una espressione simile si rileva a Kräuteberg, non lontano appunto dal micro appezzamento di Gärkammer. I terreni ricchi di ardesia, localmente chiamata Schiefer, non lasciano spazio ad equivoci sulla matrice del suolo che si riflette nel calice. Silberberg, in posizione più fresca – al pari di Alte Reben, Grand Cru dove è piantato molto Riesling – esalta il mix tra il frutto rosso tipico del Pinot Noir, la mineralità del loess (löss) e caratteri fenolici e speziati accentuati. Vini dunque meno “immediati”, rispetto a Sonnenberg.
IL FRÜHBURGUNDER DELL’AHR: UN PINOT NERO PRECOCE, “QUASI AUTOCTONO”
I produttori locali stanno investendo molto anche su un’altra varietà di uva di origine francese, frutto di una mutazione del Pinot Nero. Si tratta del Frühburgunder, Pinot Nero precoce che matura circa 2, 3 settimane in anticipo rispetto al Noir. Una varietà “quasi autoctona” per la zona, diffusa nei dintorni di Bad Neuenahr-Ahrweiler dalla notte dei tempi. E salvata dall’oblio dall’Istituto di Ricerca di Geisenheim negli anni Settanta del Novecento (rischiava di estinguersi perché poco produttiva).
La fetta maggiore dei 240 ettari di Frühburgunder presenti al mondo si trova proprio nell’Ahr. Qui occupa il 6% del vigneto locale (32 ettari). Una varietà che ha anche sinonimi italiani: Luglienga Nera, Luviana Veronese, Maddalena Nera, Uva de Trivolte. Così come il Pinot nero, anche il Frühburgunder ha i suoi Grand Cru, o meglio i suoi Grosses Gewächs – GG.
Marienthaler Rosenberg regala vini splendidi, aperti, sin dal primo naso sulla tipica frutta rossa croccante del vitigno (ciliegia, ribes, lampone) e su una spalla acida da vino “glou-glou”, perfetto a tavola (anche) con le zuppe di pesce. Da non perdere anche alcune espressioni di Frühburgunder dell’assolata vigna GGSonnenberg, dove il Frühburgunder, da buon “Pinot Nero precoce”, matura perfettamente. I vini ottenuti da questa porzione abbinano un frutto pieno a tinte speziate e balsamiche, che ricordano la mentuccia.
NON SOLO PINOT NERO E FRÜHBURGUNDER NELL’AHR
Le idilliache colline vulcaniche della Valle dell’Ahr, votate alla viticoltura eroica e meta di turisti che amano perdersi tra vigneti e boschi, soprattutto nella stagione autunnale, non accolgono solo varietà a bacca rossa come Pinot Nero e Frühburgunder. Il 2,7% dei 530 ettari vitati della regione vinicola sono occupati dal Portugieser, varietà oggi molto diffusa in Ungheria. Non mancano in Ahr i vitigni a bacca bianca.
La fetta maggiore è riservata al Riesling (8,2%, ovvero 44 ettari), che qui assume caratteristiche completamente diverse da zone d’elezione come la Mosella. Molto più interessante l’interpretazione dei produttori locali del Pinot Bianco (Weissburgunder, 20 ettari complessivi). Gran parte dei vini prodotti in purezza con questa varietà risultano freschi e succulenti, molto versatili nell’abbinamento a tavola. E soprattutto poco alterati dall’esuberanza alcolica del vitigno, che qui mette in mostra – piuttosto – la sua buona acidità.
LA FRAMMENTAZIONE DEL VIGNETO DELL’AHR
Sono cinquanta le cantine private attive nell’Ahr. Sette aderiscono all’Associazione delle Aziende vinicole di Qualità tedesche (VDP). Ben 3 le cooperative, tra cui la più antica della Germania. Si tratta di WG Mayschoß – Altenahr (Winzergenossenschaft Mayschoß – Altenahr), fondata nel 1868 (nella foto sopra, i soci fondatori) e completamente distrutta dall’alluvione dell’Ahr del 14-15 luglio 2021, in tutte e tre le sue sedi.
Sono già state riattivate la vinoteca e uno spazio per le degustazioni, oltre a parte della produzione che accoglie le uve di circa 400 soci viticoltori, per un totale di 150 ettari. Può contare sulla stessa superficie vitata la seconda cooperativa locale, Dagernova (Die Winzergenossenschaft Dagernova aus Dernau), ma con un numero maggiore di soci, ben 600. Ahrweiler Winzerverein raggruppa invece 78 soci per 24 ettari.
Un quadro di grande frammentazione, quello del vigneto dell’Ahr. Le cantine private si dividono 206 dei 530 ettari complessivi della regione vinicola, dove vasti “corpi unici” di vigna sono cosa molto rara. Un’areale fortemente legato alle vendite in cantina (moltissimi gli enoturisti dalla vicina Olanda: Amsterdam è ad appena 300 Km). Con l’export che si assesta attorno al 5% della produzione complessiva, pari a 31.700 ettolitri annui (circa 4,2 milioni di bottiglie).
Lukas Sermann, 32 anni, è il volto della riscossa di questa fetta di Germania. Sguardo deciso, di chi sa cosa vuole, ferito ma non piegato dal torto subìto da madre natura. A giudicare dalla cantina e dal bistrot che ha aperto la scorsa settimana per la prima volta al pubblico, l’alluvione è ormai alle spalle. Eppure, tra le barrique che galleggiavano nel fiume come mosche in un bicchiere, c’erano pure le sue.
Le sale di affinamento di Weingut Sermann, ad Altenahr, piccola comunità di 1.600 abitanti nella parte “alta” della Valle dell’Ahr, sono state tra le prime ad affogare nel fango. Il fiume, che solitamente ha una profondità media di 80 centimetri, ha raggiunto in questa zona i 5 metri, attorno alle ore 20 del 14 luglio. Superando gli 8, nella notte. Impossibile pensare a barrique e bottiglie in affinamento quando l’unico obiettivo è salvare la pelle.
Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo rilanciato – spiega Lukas Sermann – riaprendo la cantina e dando vita a un bistrot. I piatti sono stati pensati per l’abbinamento con i nostri vini, ma è possibile scegliere anche etichette provenienti da altre regioni tedesche».
Questo giovane vignaiolo dell’Ahr promuove uno stile improntato su freschezza e beva. Lo ottiene attraverso una meticolosa scelta del periodo di raccolta delle uve, sua vera e propria “ossessione”.
TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT SERMANN
Altenahrer Übigberg Weissburgunder 2021 “Auf Graben”. Pinot Bianco in purezza. Varietale in gran luce, nonostante l’affinamento in legno nuovo. Note finissime d’agrumi, sorso polposo e allungo salino. Vino di gran gastronomicità. Ottima anche la versione “d’entrata”, per la quale è stato scelto legno usato.
Spätburgunder Rosé de Noir 2021 “Gypsy 2”. La prova che l’Ahr sia in grado di produrre anche rosati d’eccellenza da Pinot Nero. Come sopra: ottimo anche il “base”, vinificato in legno usato.
Altenahrer Eck Spätburgunder 2021 “im Eck 2021 Alte Reben”. Pinot nero da vigne di 80 anni. Un manifesto al vitigno principe dell’Ahr e alla sua immensa eleganza. Delicatissime nuance di spezia sul frutto rosso croccante e chiusura balsamica che ricorda la liquirizia fusa.
Ha perso tutto, con l’esondazione dell’Ahr del 14 e 15 luglio 2021, Weingut Kreuzberg. “Tutto”, al punto di dover trasferire la produzione e lo stoccaggio in un capannone industriale. Per l’esattezza a Meckenheim, poco meno di mezzora di strada da Bad Neuenahr-Ahrweiler. Zona di mele, più che di vigne e vino. Ça va sans dire, un indirizzo temporaneo.
«Vogliamotornare in valle il prima possibile – spiega a winemag.it Lea Kreuzberg (nella foto sopra) -. Il progetto della nuova cantina è già approvato, ma non riusciremo a stabilirci lì prima di dicembre 2023. Tutte le nostre attrezzature sono andate distrutte. Se abbiamo potuto metterci al lavoro subito dopo l’alluvione è stato solo grazie alla solidarietà di altri produttori, che ci hanno donato le strumentazioni».
Lea, 23 anni, sorride mentre cammina tra le vasche di acciaio e le barrique arrivate da ogni angolo di Germania. C’è anche una costosissima pressa pneumatica. Il tetto del capannone è alto decine di metri. Ma la figlia del fondatore di Weingut Kreuzberg, Ludwig Kreuzberg, è un gigante. Di spirito e volontà d’animo. «Mi faccio forza, anche perché papà ha deciso di darmi ancora più fiducia dopo il disastro», sottolinea sorridendo, timida. Il futuro è tutto suo.
TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT KREUZBERG
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Spätburgunder 2020 Devonschiefer. Colore leggermente più più carico dei precedenti. Il vino trascorre 16 mesi barrique usate ed è un manifesto al Pinot Nero dell’Ahr e ai suoi terreni ricchi di scisto. Per definizione, un “vino di terroir”. Si apre e progredisce sul frutto, croccante, goloso, che danza sulla spina dorsale minerale. Da provare anche “Devonschiefer R”, sua versione riserva, prodotta in tiratura limitatissima: meno di 400 bottiglie l’anno. Struttura tannica e salinità a fare da spina dorsale sul tipico frutto rosso, con i richiami di legno a dare respiro internazionale al sorso, senza snaturarlo.
Spätburgunder 2020 Silberberg GG. Vigna singola, connotata da un suolo ricco di scisto, condito col loess. Lievi richiami fenolici e struttura tannico-minerale a fare da ossatura. Bel centro bocca sul frutto rosso, che si spinge sino un finale lungo, fresco, in cui i ricordi di ribes e fragolina di bosco appena matura giocano con la consueta vena salina del terreno.
Frühburgunder 2020 Walporzheimer. Vino che è frutto dell’assemblaggio delle uve di tre vigne della zona di Walporzheimer. Abbina l’intrigante morbidezza fruttata del vitigno e la consueta agilità di beva a note speziate conturbanti, che ravvivano e tendono il sorso. Splendido finale salino, lungo, su un tocco di pepe e grafite. Quello che ci vuole per riempire ancora il calice.
È una delle cantine dell’Ahr che aderiscono al VDP, ma soprattutto l’ennesima realtà che sta giovando del ricambio generazionale. Oggi, alla guida di Weingut Nelles c’è Philip Nelles (nella foto sopra), 37enne le cui idee cominciano a pesare in azienda. Sia dal punto enologico, che organizzativo.
C’è il suo zampino nella stilistica della gamma di vini, fedeli all’espressione delle singole vigne, in piena filosofia VDP. Ma anche nella scelta di investire in un’ampia e moderna sala di degustazione, spazzata via dall’alluvione dell’Ahr, a poche settimane dall’inaugurazione. Non si è salvato nulla. Tantomeno le sale di affinamento, poste nei sotterranei.
Nei giorni del disastro, oltre a centinaia di volontari giunti da tutta la Germania, ha fatto visita a Weingut Nelles anche Olaf Scholz, in qualità di ministro delle Finanze, prossimo a ricoprire il ruolo di cancelliere. Un’ulteriore spinta a rimboccarsi le maniche per Weingut Nelles, cantina nata dalle ceneri di una cooperativa il cui anno di fondazione affonda nella notte dei tempi: quel 1479 che campeggia, tuttora, sul logo aziendale.
TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT NELLES
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Spätburgunder Burggarten GG 2020 “B-52”. Chiarissima sin dal primo naso la matrice vulcanica che caratterizza i suoli di questo Pinot Nero dell’Ahr, proveniente dal Grosses Gewächs (GG) Burggarten. Altrettanto chiara l’estrema eleganza che si snoda dal primo naso al retro olfattivo, nonostante il vino sia solo all’inizio del suo lungo percorso di vita. Pregevole la speziatura che accompagna l’incedere delle note di fragolina di bosco, ribes e lampone, perfettamente mature e piene (la vigna ha 40 anni), su una freschezza dirompente. Chiude su una sottilissima percezione tannica che, unita alla vena sapida, chiama il sorso successivo. Legno nuovo (15 mesi) usato con grande sapienza, per conferire ancora più complessità a un nettare di “partenza” di elevatissima qualità.
Spätburgunder Schieferlay GG 2020 “SL”. La sigla sintetizza il nome del Grosses Gewächs (GG) di provenienza delle uve, ovvero Schieferlay. Stessa tecnica di vinificazione di “B-52”, ma suolo che in questo caso è ricco di calcare. Il nettare si presenta nel calice del tipico rubino luminoso. Naso aromatico, di grandissima pienezza. È il palato a confermare il perfetto bilanciamento tra frutto e acidità, con la salinità a fare da spina dorsale, ancora una volta specchio fedele del terreno nei vini di Weingut Nelles. L’alcol aiuta ad ammorbidire le durezze e, con l’elegantissima trama tannica, contribuisce a chiarire le doti di lungo affinamento del nettare.
Spätburgunder Rosenthal GG 2020 “R”. Suolo di scisto, molto sassoso al Grosses Gewächs (GG) di Rosenthal. Vino in cui domina la componente fruttata e in cui giunge netto il richiamo alla liquirizia e a un tocco di vaniglia. Note tostate in chiusura e retro olfattivo. Tra i vini di Nelles, “R” è quello che rivela con maggiore chiarezza l’utilizzo di legni nuovi. Una scelta spiegabile dal maggiore apporto fenolico e tannico delle uve di Rosenthal rispetto ad altri GG. Nel complesso un vino giovanissimo, a cui dare tempo è un obbligo, oltre che una scelta che si rivelerà azzeccata: anche “R” darà grandissime soddisfazioni nella sfida col tempo.
Peter Kriechel gestisce con il fratello Michael la cantina di lunga tradizione famigliare, nel cuore di Bad Neuenahr-Ahrweiler. Presiede l’associazione dei produttori locali e crede tanto nel Pinot nero dell’Ahr quanto nelle potenzialità del Frühburgunder.
Non a caso, Weingut Peter Kriechel possiede ben 4 ettari di questo “Noir” precoce. E grazie a un lungo lavoro di selezione è riuscito ad ottenere il proprio clone di Frühburgunder, che riesce a maturare addirittura circa una settimana prima di quello” classico”.
Un vitigno con cui Kriechel sta sperimentando in campo anche fuori dai confini della Germania, ovvero in Svezia e Olanda. La cantina, completamente sommersa dall’esondazione del fiume Ahr del 14 e 15 luglio 2021, ha un’altra particolarità. È l’unica, cioè, ad utilizzare per l’affinamento legni “autoctoni” della piccola regione vinicola tedesca, da 1.300 litri.
Non è finita qui. Grazie ai 30 ettari complessivi e allo spirito rivoluzionario e innovatore della famiglia, Weingut Peter Kriechel ha avviato da qualche anno la produzione di due spumanti Metodo classico (Sekt) da uve Meunier (Brut e Nature), che vale la pena di scoprire.
TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT PETER KRIECHEL
Marienthaler Rosenberg Frühburgunder 2020. Splendido naso di ciliegia appena matura, oltre a lampone e ribes. Espressione del frutto che conquista anche al palato, consistente, fresco, goloso, impreziosito da speziatura elegantissima e terziari composti. Un vino prodotto solo nelle annate migliori.
Ahr Spätburgunder 2020 “S”. Avete presente il vino che vorreste trovare fresco e servito sul tavolo, al ritorno a casa dopo una giornata nera? Eccolo. Deliziosa espressione del Pinot Nero dell’Ahr, in una delle sue versioni più agili e beverine, ma non per questo banali. Nella gamma di Weingut Peter Kriechel, il vino d’entrata: occhio, però, a non sottovalutarlo.
Ahrweiler Rosenthal Spätburgunder 2020. L’ennesimo spaccato delle potenzialità del Pinot nero in questa piccola regione vinicola tedesca, in particolare nelle sfaccettature di Rosenthal. Naso intrigante e stratificato, dal fiore al frutto alla spezia. Sorso profondo, proprio grazie ai ritorni della componente speziata, e centro bocca di gran eleganza, stuzzicato da salinità e freschezza. Tannino modellato sulla polpa, tanto da frenarne l’incedere esuberate, in punta di spada. Persistenza lunghissima, fresca, tesa, speziata, balsamica di liquirizia (marcatore di Rosenthal) e mentuccia.
Marc Adeneuer, ex presidente dell’associazione di produttori dell’Ahr, è uno che non le manda a dire. Dentro e fuori dal calice cerca la purezza dell’espressione, che spesso passa dalla parola e dalla forma più diretta. Porta avanti una visione di vino, di cantina e di territorio che si spiega in una parola: “Purist“. Il nome prescelto per una linea dei suoi vini.
Weingut J.J. Adeneuer è il riflesso di questa filosofia. A condurla, assieme a Marc (nella foto sopra), c’è il fratello Frank. I due hanno preso in mano le redini dell’azienda di famiglia, con una tradizione centenaria in Valle Aurina, nel 1984. Da allora è cambiato molto. Anzi, tutto. L’adesione al Verband Deutscher Prädikatsweingüter (VDP) è stato quasi scontato.
Un sigillo sull’idea di qualità che la cantina di Ahrweiler intende difendere e portare avanti. Se l’avvento di Marc e Frank ha portato con sé anche l’innovativo avvio della produzione dei vini bianchi, lo stile dei vini rossi di Weingut J.J. Adeneuer è tra i più tradizionali dell’Ahr. La ventata di novità sarà quella di Tim, rappresentante dell’ultima generazione di questa appassionata famiglia di produttori.
TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT J.J. ADENEUER
Spätburgunder Walporzheimer Gärkammer GG 2020. Con i suoi 0.68 ettari nel più vasto comprensorio di Walporzheim, Gärkammer è il Grosses Gewächs (GG) più piccolo per estensione della Germania ed è monopolio di Weingut J.J. Adeneuer. Viti di 80 anni di età media, tra cui alcune centenarie a piede franco. Il nome del “Grand Cru”, tradotto in italiano, suonerebbe come “Camera” (Kammer) “di fermentazione” (Gär). Il termine designa il particolare microclima della parcella, caratterizzato da ardesie che catturano il calore diurno e lo sprigionano alle piante nella notte. Il calice dello Spätburgunder Gärkammer GG 2020 è uno dei biglietti da visita più autentici del Pinot Nero dell’Ahr. La concentrazione del frutto (non solo rosso, presente anche ricordi di mora matura) la fa da padrona, sulla spina dorsale della salinità, e su una profondità elegante. Ricordi di grafite rendono ancora più intrigante Gärkammer, assieme a una lunghezza da Noir di caratura internazionale.
Spätburgunder Alte Lay GG 2020. È proprio ad Alte Lay che Mark e Frank Adeneuer impiantarono il loro primo vigneto su terrazzamenti, nel 1984. Fragolina di bosco e lampone danzano nel rubino luminoso di quest’altro “Grand Cru” di J.J. Adeneuer, più “timido” di Gärkammer ma non per questo meno espressivo. Tannini soffici, ma presenti. Bella espressione giovanile di un Pinot nero di gran prospettiva, frutto di un cru connotato da un microclima più fresco rispetto a molti altri nell’Ahr. Una zona ancora meno influenzata dai cambiamenti climatici che sembrano riguardare in maniera solo marginale questa regione vinicola tedesca, unica nel mondo per la sua naturale vocazione alla produzione di grandi vini rossi.
Frühburgunder Sonnenberg GG 2020. L’inclinazione del vigneto e la perfetta esposizione a Sud fa di Sonnenberg uno degli appezzamenti privilegiati per la maturazione ottimale del “precoce” Frühburgunder. Suoli ricchi di arenaria, grovacca e loess per l’appezzamento a disposizione di J.J. Adeneuer. Ecco la bella presenza di sole anche nel calice: frutto pienamente maturo (fragolijna di bosco, ma anche ribes nero), e bella speziatura tipica della varietà in retro olfattivo, oltre a un tocco di liquirizia salata. Anche in questo caso, vino all’inizio del suo percorso di vita.
UN PO’ DI ITALIA NELL’AHR
Si chiamano Alex Eller, Felix Brüggert e Niklas Körtgen e hanno tutti 26 anni. Sono i fondatori di quella che è, senza ombra di dubbio, la cantina della regione vinicola tedesca dell’Ahr con la più bassa età media: Jungwinzer Next Generation. Un nome, un programma. I tre giovani enologi condividono un progetto enologico comune, pur essendo impiegati rispettivamente in tre diverse aziende vinicole del territorio, dopo essersi formati in Italia, per l’esattezza in Alto Adige.
Alex Eller lavora a Weingut Jean Stodden e ha effettuato il suo tirocinio da Castelfeder, a Cortina. Felix Brüggert, enologo di Weingut Paul Schumacher, si è fatto le ossa a Kellerei Eisacktal, ovvero Cantina Valle Isarco, a Chiusa, non lontano da Bressanone. Niklas Körtgen, in forza a Winzerhof Körtgen, è tornato in Ahr dopo l’importante occasione formativa da Kellerei Tramin, a Termeno.
L’idea di Jungwinzer Next Generation è quella di proporre al mercato vini di facile comprensione e, soprattutto, dal costo contenuto. Il tutto senza rinunciare alla qualità, dalla vigna (un solo ettaro) alla cantina. Le etichette, dalla grafica moderna, colorata e accattivante, chiariscono un concetto confermato anche dagli assaggi del Pinot Nero (Spätburgunder), proposto in ben sei versioni: rosso, riserva, rosé (fermo e spumante Brut) e blanc de noir (fermo e spumante Brut). Completa la gamma l’altra bollicina Müller Turbo Sekt dry.
Non manca un po’ di Italia neppure nella ristorazione della regione vinicola dell’Ahr. Damiano Tucci, 59 anni, gestisce assieme alla moglie Erika Verses, 50 anni, la pizzeria Pizza Da… Miano. Siamo nel cuore del capoluogo Bad Neuenahr-Ahrweiler, all’altezza di Ahrhutstraße, 40. La coppia, giunta in Germania ormai 6 anni fa da Rovigo, ha superato indenne il periodo del Covid-19, per poi vedere il proprio piccolo locale completamente distrutto dall’alluvione del 14-15 luglio 2021.
Oggi la pizzeria Pizza Da… Miano è diventato un punto di riferimento per la pizza nel circondario, servita al trancio a pochi passi da St. Laurentiuskirche, la splendida chiesa attorno alla quale si concentra il maggior numero di locali, ristoranti e birrerie tradizionali della zona, con vista sulle colline del Pinot Nero dell’Ahr.
«Le cose adesso vanno molto bene – racconta – ma non ce l’avremmo fatta senza l’aiuto di tantissimi giovani giunti da tutta la Germania, sin dalla ore successive al disastro, e agli aiuti del governo. Il peggio è alle spalle e ora la zona può rinascere, grazie ai suoi straordinari vini».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
La vendemmia 2022 in Germania sarà «eccezionalmente precoce». Merito del meteo costantemente soleggiato, che ricorda la calda annata 2018. Secondo il German Wine Institute (DWI), le prospettive per un’annata 2022 di alta qualità sono comunque «molto promettenti».
«Questo spiega l’Istituto tedesco – perché gran parte dei vigneti hanno risposto bene all’estrema siccità. Le uve godono di buona salute e finora non si sono verificate grandi eventi atmosferici capaci di compromettere il raccolto».
Le varietà di uva a bacca rossa, in particolare, starebbero beneficiando del tempo soleggiato. Il che, sempre secondo le previsioni del DWI, farebbe «ben sperare in vini rossi corposi e ricchi di colore». Le varietà di uva a bacca bianca presenterebbero già «un ottimo corredo aromatico, unito a un’acidità moderata».
Si può ipotizzare che la vendemmia 2022 in Germania procederà abbastanza rapidamente – commenta il German Wine Institute -. Il contenuto di zucchero negli acini aumenterà rapidamente con il tempo soleggiato e molte varietà raggiungeranno la maturità vendemmiale nello stesso momento. La raccolta si concluderà con il Riesling, che dovrebbe essere pronto per la raccolta a metà settembre».
VENDEMMIA 2022 IN GERMANIA: SICCITÀ, SFIDA IMPORTANTE
Tuttavia, la siccità rappresenta una grande sfida per i viticoltori della Germania. Le condizioni delle viti, come in altre zone del mondo, sono estremamente eterogenee all’interno delle regioni vinicole tedesche.
Mentre i vigneti più vecchi godono al momento di un buono stato di vigoria produttiva, grazie al loro sistema di radici profonde, le viti più giovani soffrono in modo significativo per la mancanza d’acqua.
«Un fenomeno – precisa l’Istituto – che si verifica soprattutto su terreni leggeri, che non sono in grado di trattenere molta acqua. Anche la maturazione dell’uva è molto più lenta. Le piante giovani vengono irrigate dove possibile. Nei vigneti molto stressati è addirittura necessario rimuovere i grappoli d’uva per proteggere le viti o, per lo meno, per mantenerle in vita».
Un altro effetto della siccità è riscontrabile dalla grandezza degli acini, che rimangono relativamente piccoli. «Questo – conclude il German Wine Institute – ci fa prevedere rese piuttosto moderate, nonostante i grappoli siano complessivamente buoni». Le piogge moderate delle prossime settimane potrebbero avere un effetto positivo sulla vendemmia 2022 in Germania.
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Svelati i vini che si sono aggiudicati le medaglie in palio alla 19° edizione del Concorso Internazionale Vini Müller Thurgau. Tra i 24 vini premiati, 12 sono prodotti in Trentino, 2 in Alto Adige, uno in Valle d’Aosta. Nove le etichette estere sul podio: 6 dalla Germania, 2 dalla Svizzera e una dalla Repubblica Ceca.
MÜLLER THURGAU: I VINI PREMIATI AL CONCORSO INTERNAZIONALE 2022
Vigneti delle Dolomiti Müller Thurgau 2021, Azienda Agricola Casimiro
Igt Vigneti delle Dolomiti Müller Thurgau 2019, Azienda Agricola F.lli Giorgio e Federico Paolazzi
Riesling Sylvaner Rebgut 2020, Jacob Schmid Kaspar Wetli
Aos Müller Thurgau 2021, Wolfer
Müller Thurgau 2021 Select harvest sweet, Lahofer
EDIZIONE RECORD PER NUMERO DI CAMPIONI ISCRITTI
“Un’altra conferma – ha commentato Renzo Folgheraiter, Presidente del Comitato Mostra Valle di Cembra, che organizza il Concorso – dell’elevato standard qualitativo che ormai caratterizza le etichette concorrenti a questa competizione internazionale, sempre più apprezzata e partecipata».
Va infatti sottolineato che quest’anno erano ben 82 le proposte in concorso. Un numero davvero importante e nettamente superiore alla media degli ultimi anni. Con un’alta presenza di cantine straniere, ben 26, che di conseguenza ci ha consentito di premiare più vini rispetto al passato, Anche se, va detto, sempre con il limite del 30% del totale partecipanti».
«Un regolamento – ricorda ancora Renzo Folgheraiter – in base al quale non abbiamo potuto consegnare Medaglie d’Oro e d’Argento a diverse cantine, che le avrebbero meritate per il punteggio conquistato. Ricordiamo infatti che l’ultimo dei premiati ha ottenuto 85,5 punti».
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Italia e Francia alleate in un’operazione promozionale «per rafforzare la cultura del vino rosé in Europa». Questi i termini di Rosé Connection, progetto che prenderà vita a maggio 2022 con iniziative dirette ai consumatori di Germania, Olanda e Belgio.
Unica area vinicola che dedica fino al 91% delle sue potenzialità al rosé, la Provenza ha voluto come partner italiano la Valtènesi, territorio di mille ettari vitati sulla riviera bresciana del lago di Garda, dove il rosé è una tradizione ormai ultracentenaria (circa 2 milioni di bottiglie e crescita del 10% in valore e in quantità, +17% nel 2021).
«Per il nostro Consorzio – commenta il presidente del Consorzio Valtènesi Alessandro Luzzago – questa iniziativa rappresenta un salto di qualità enorme in termini di immagine, percezione e riconoscibilità internazionale».
Con Rosé Connection, la Valtènesi viene di fatto accreditata dalla Provenza, regione leader a livello mondiale, come punto di riferimento imprescindibile nella produzione italiana di rosati italiani di altissima qualità, di forte vocazione tradizionale ed identità storica».
PROVENZA E VALTÉNESI INSIEME IN CENTRO EUROPA
«Rafforzare il successo dei vini Aop dalla Provenza a livello europeo insieme alla bellissima regione vinicola della Valtènesi – afferma il presidente Civp, Eric Pastorino – è per noi un grande orgoglio. Le nostre due regioni, da diversi secoli specializzate nel vino rosé a denominazione, uniscono i loro know-how, i loro paesaggi, la loro arte di vivere».
Con un’importante ambizione comune: quella, cioè, che i vini di Provenza e Valtènesi siano riconosciuti come i punti di riferimento assoluti per i vini rosé sulla base del loro eccezionale livello qualitativo».
A tenere a battesimo questa nuova partnership a Milano è stata Ais Lombardia, che la scorsa settimana ha coinvolto oltre cento associati professionisti in un’ampia degustazione guidata delle due denominazioni.
«Questo approfondimento sui vini rosati di due zone così intimamente legate a questa tipologia – commenta il presidente dell’Associazione italiana sommelier Lombardia, Hosam Eldin Abou Eleyoun – ci ha consentito un confronto e un’analisi davvero imprescindibile per la nostra formazione».
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Sarà la Germania ad ospitare il 10° Simposio internazionale dell’Institute of Masters of Wine. L’appuntamento è a Wiesbaden nel 2023. Quattro giorni, dal 29 giugno al 2 luglio, in cui il Deutsches Weinstitut (Dwi), farà gli onori di casa nella città dello stato federale di Hessen.
Il Dwi collaborerà con le 13 regioni vinicole e il Verband Deutscher Prädikatsweingüter (Vdp) per accogliere gli ospiti. Il Simposio è l’evento di punta dell’Institute of Masters of Wine, che in Germania conta 10 rappresentanti. Ci sono anche loro tra i sostenitori della candidatura di Wiesbaden per l’evento del 2023.
«Siamo entusiasti di accogliere gli ospiti internazionali dell’Imw in Germania – commenta Monika Reule, direttore generale del Deutsches Weinstitut – e di far loro conoscere il carattere unico, la qualità e la diversità dei vini tedeschi e la bellezza delle regioni vinicole. Gli ospiti sperimenteranno gli spettacolari terroir e i luoghi turistici della Germania. Saranno testimoni del dinamico progresso del business del vino in Germania, che rende il nostro paese uno dei più avanzati».
«Non potrei essere più felice per questa fantastica scelta per il prossimo simposio dell’Imw – aggiunge il presidente dell’Institute of Masters of Wine, Neil Hadley -. Ho piena fiducia che questa veneratissima nazione vinicola, con tutta la sua storia e i suoi meravigliosi vini pregiati, sarà il luogo perfetto per un simposio di livello mondiale che affronterà le principali questioni e tendenze del commercio globale del vino nel 2023».
Il simposio dell’Institute of Masters of Wine si svolge solitamente ogni quattro anni. Il precedente si è tenuto in Spagna, nel 2018. Il Simposio del 2022, inizialmente previsto ad Adelaide, in Australia, ha dovuto essere rinviato a causa della pandemia Covid-19.
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Prime stime per la vendemmia 2021 in Germania. L’Istituto tedesco del vino (Deutsche WeinInstitut – Dwi) parla di produzione in leggero calo rispetto al 2020, ma di buona qualità. Nelle 13 regioni vinicole tedesche sono stati prodotti 8,7 milioni di ettolitri di vino. Un dato che si discosta di poco dalla media nazionale.
«I viticoltori – spiega l’amministratore delegato di Dwi Monika Reule – hanno dato il massimo quest’anno e hanno affrontato bene le grandi sfide che si sono presentate, in particolare le abbondanti precipitazioni. Dopo le estese misure di protezione delle piante durante l’estate, l’elevato carico di lavoro nei vigneti è continuato fino alla vendemmia, che è iniziata relativamente tardi».
«Per ottenere uve sane – continua la rappresentante del Dwi – è stato fatto molto lavoro di preselezione a mano ed è stata necessaria molta pazienza per permettere alle uve di maturare il più a lungo possibile. Per le varietà a maturazione più tardiva come il Riesling, la vendemmia è durata fino alla fine di ottobre e continuerà fino a novembre, in alcune cantine».
GERMANIA, DALLA VENDEMMIA 2021 VINI FRUTTATI E BEVERINI
La vendemmia posticipata ha avvantaggiato gli aromi delle uve, che hanno potuto svilupparsi durante le calde giornate autunnali e le notti fresche. «I vini 2021 – commenta ancora l’Istituto tedesco – sono corrispondentemente ricchi di frutta. Sono anche molto più magri rispetto alle ultime annate, molto calde. E hanno un’acidità fresca e vivace».
Le differenze regionali sono ampie, in termini di resa. A seconda delle condizioni microclimatiche e del successo delle misure fitosanitarie, le quantità di raccolto all’interno delle singole regioni variano da “estremamente basse” a “straordinariamente buone”.
«Le differenze di resa – spiega il Dwi – sono relativamente alte tra regione e regione in occasione della vendemmia 2021 in Germania. Sul Medio Reno e in Franconia, per esempio, si prevedono rese molto buone, che sono rispettivamente circa un terzo e il dodici per cento sopra la media a lungo termine»,
A Baden, invece, le gelate tardive hanno causato grandi perdite di resa, soprattutto nel sud della regione. Ci si aspetta una diminuzione del 20% per la regione, rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Rese ridotte del quindici e dieci per cento anche in Saale-Unstrut e Nahe.
L’AHR CONFORTATA DALLE BUONE RESE
Buone rese nell’Ahr, regione colpita da un vero e proprio alluvione che ha distrutto cantine e abitazioni. I produttori possono contare su una produzione di circa 39 mila ettolitri, anche grazie alla grande disponibilità e solidarietà di innumerevoli volontari che hanno contribuito alla vendemmia 2021.
Soddisfazione anche tra viticoltori del Württemberg, forti di una resa media che, nonostante le gelate e la grandine, è «nettamente superiore alla vendemmia eccezionalmente esigua del 2020». Nelle altre regioni viticole tedesche, le rese dovrebbero essere in linea con le rese medie.
«In vista di una produzione di vino in Europa che dovrebbe assestarsi su 171 milioni di ettolitri nel 2021 (- 13% rispetto al 2020) – conclude il Dwi – i produttori di vino tedeschi si vedono in una posizione di partenza relativamente buona sul mercato nazionale e internazionale del vino, a fronte dei dati della vendemmia 2021».
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Bruxelles non è sola nella battaglia alle tariffs aggiuntive imposte dagli Stati Uniti, in risposta alla controversia Airbus-Boeing. E gli alleati sono proprio all’ombra della Casa Bianca. Attraverso una lettera inviata al neo presidente Joe Biden, duemila chef e ristoratori di tutti gli Stati americani chiedono al Governo Usa di «eliminare i dazi sul vino europeo».
Si tratta della prima delle azioni della neonata Coalition to Stop Restaurant Tariffs, che si batte non solo per il vino ma tutti i prodotti agroalimentari sottoposti a dazi doganali dall’ormai ex presidente Donald Trump.
A capo della “coalizione” ci sono nomi noti della ristorazione americana come Daniel Boulud, Chris Bianco, Nina Compton, Mark Firth, Andrew Fortgang, Thomas Keller, Cheetie Kumar, Mike Lata, Neal mccarthy, Danny Meyer, Kwame Onwuachi, Steven Satterfield, Chris Shepherd, Alice Waters, nonché Mashama Bailey & Johno Morisano. Una battaglia sostenuta dall’Us Wine Trade Alliance (Uswta).
L’associazione guidata da Benjamin Aneff (nella foto sotto) raccoglie importatori, grossisti, agenti di vendita, ristoranti e produttori di vino americani e ha già ottenuto l’appoggio del Washington Post, che attraverso due editoriali ha esortato il presidente eletto Biden a «rimuovere i dazi sul vino europeo nell’ambito di uno sforzo complessivo volto a portare un rapido sollievo all’industria della ristorazione».
Al contempo, l’Us Wine Trade Alliance lavora già ai “commenti” da sottoporre all’attenzione dell’Ustr all’apertura della discussione delle tariffs di febbraio 2021. Un altro appuntamento fondamentale per migliaia di produttori di vino europei, in cui i dazi potrebbero essere rivisti – al rialzo o al ribasso – eliminati, o confermati senza modifiche.
L’obiettivo dell’Alleanza è fare in modo che il team di Joe Biden faccia il suo ingresso all’agenzia del Commercio degli Stati Uniti (Ustr) accompagnato da un largo movimento di protesta contro le tariffs, sostenuto da più fronti.
Una battaglia contro il tempo, dal momento che l’ufficializzazione della candidatura dell’esponente favorito da Biden e dai Democratici per i vertici dell’Ustr, Katherine Tai, non avverrà in tempo per supervisionare il carosello dei dazi di metà febbraio 2021. Attendere agosto 2021, data successiva per la discussione delle tariffs, sarebbe un azzardo.
Dobbiamo convincere il presidente eletto Biden che lo sgravio tariffario dovrebbe essere una delle principali priorità delle sue prime settimane in carica, e questo non è un compito da poco», ammette Benjamin Aneff per conto dell’United State Wine Trade Alliance».
Nel frattempo, il 31 dicembre, l’Ustr ha annunciato la revisione dei dazi a carico di Francia e Germania. Nelle modifiche, che vedono ancora una volta graziato il vino italiano, sono incluse le nuove categorie di vini fermi e distillati come il Cognac, provenienti dai due Paesi.
In precedenza venivano calcolate tariffs del 25% sui vini fermi non oltre i 14% di alcol in volume e con formati non superiori ai 2 litri, provenienti da Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Nell’elenco sono stati inclusi anche i vini fermi di Francia e Germania con una percentuale di alcol superiore ai 14% in volume, oltre a quelli di imbottigliati in contenitori superiori ai 2 litri.
Tra i codici doganali inseriti anche quello che riguarda il “vino frizzante” – dunque non lo spumante – non particolarmente in voga nelle importazioni Usa dall’Ue. I vini provenienti dalla Spagna o dal Regno Unito con una percentuale di alcol superiore al 14% o di dimensioni superiori a 2 litri rimangono esenti da dazi. Lo stesso vale per gli sparkling, compreso lo Champagne.
«Questa non è la notizia che volevamo sentire – commenta Benjamin Aneff – ma sottolinea la necessità per l’amministrazione di Joe Biden di apportare modifiche alle politiche tariffarie ricevute in eredità dal suo predecessore, in particolare quelle che arrecano danni sproporzionati alle imprese statunitensi, in questo momento di crisi».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Cinquantadue giorni in più di dazi su vino e cognac di Francia e Germania. Così gli Usa hanno deciso di modificare nuovamente le tariffs sui prodotti Ue, nell’ambito della controversia sugli aeromobili civili di grandi dimensioni Airbus-Boeing. Ancora una volta esclusa l’Italia, che tira un sospiro di sollievo specie nel comparto agroalimentare.
La lista esatta dei prodotti soggetti a dazi aggiuntivi sarà diffusa a gennaio 2021 dall’Ufficio esecutivo dell’United States Trade Representative (Ustr). Oltre a vini e distillati, saranno incluse parti di fabbricazione di aeromobili dei due Paesi dell’Unione europea.
Quello odierno è solo l’ultimo adeguamento degli Usa su alcuni prodotti importati dall’Ue, dopo l’autorizzazione del Wto a imporre dazi per circa 7,5 miliardi di dollari, nell’ottobre 2019.
Gli Stati Uniti ritengono di aver “implementato le proprie contromisure in modo moderato, utilizzando i dati commerciali dell’anno solare precedente per determinare la quantità di prodotti da colpire”.
Nel settembre 2020, l’Ue è stata a sua volta autorizzata dalla World Trade Organization, l’Organizzazione mondiale del Commercio, a imporre tariffs per 4 miliardi di dollari nei confronti dei prodotti importati dagli Stati Uniti.
“Nell’attuazione delle sue tariffe, tuttavia – denuncia l’Ustr – l’Ue ha utilizzato dati commerciali di un periodo in cui i volumi degli scambi erano stati drasticamente ridotti a causa degli orribili effetti sull’economia globale del virus Covid-19”.
Il risultato di questa scelta è stato che l’Europa ha imposto tariffe su molti più prodotti di quelli che sarebbero stati coperti se avesse utilizzato un periodo ‘normale’. Sebbene gli Stati Uniti abbiano spiegato all’Ue l’effetto distorsivo del periodo di tempo selezionato, l’Ue ha rifiutato di modificare il proprio approccio“.
Di conseguenza, “per mantenere le due azioni proporzionate tra loro”, gli Usa sono costretti a cambiare il proprio periodo di riferimento, adottando lo stesso utilizzato dall’Unione Europea.
“Tuttavia, per non aggravare la situazione – sottolinea l’United States Trade Representative – gli Stati Uniti stanno adeguando la copertura del prodotto a un importo inferiore rispetto al totale che sarebbe giustificato utilizzando il periodo di tempo scelto dall’Ue”.
Sempre secondo gli Stati Uniti, l’Unione europea avrebbe “fatto una scelta che ha ingiustamente aumentato la quantità di ritorsioni, escludendo peraltro dal calcolo il commercio nel Regno Unito e aumentando così ingiustamente le ritorsioni per i 52 giorni in cui il Regno Unito è rimasto all’interno dell’Ue a fini tariffari per effetto della Brexit“. “L’Ue – avvertono gli Usa – deve prendere alcune misure per compensare questa ingiustizia“.
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Cos’è un “Eiswein“? Il termine tedesco – “Icewine” o “Ice wine” in inglese – indica i “Vini di ghiaccio“, ottenuti da uve lasciate a congelare sulla pianta, nei mesi più freddi dell’anno. Vini speciali, tipici delle zone fredde come il Canada. Anche la Germania è rinomata nella produzione degli Eiswein e non ha rinunciato a questa tradizione in occasione della vendemmia 2020. Una raccolta che si è rivelata particolarmente precoce.
La raccolta è iniziata il 30 novembre e ha visto impegnati i viticoltori di diverse regioni vinicole tedesche come Nahe, Rheinhessen, Pfalz, Franken e Rheingau. Una data relativamente precoce che, come suggerisce l’Istituto del vino tedesco, andrà a vantaggio della qualità degli Eiswein 2020.
L’ottimo stato di salute delle uve ha offerto ai viticoltori le migliori condizioni per ottenere Icewine di alta qualità. Sono state raccolte principalmente uve Riesling, particolarmente adatte alla vinificazione “in ghiaccio” per via della loro maturazione tardiva.
Negli ultimi anni, i produttori hanno spesso dovuto attendere fino a gennaio, o addirittura febbraio dell’anno successivo, per raccogliere alla temperatura minima richiesta di – 7 gradi Celsius.
Ben 66 ettari di vigneti sono stati preparati nel 2020 per la produzione di Eiswein nella sola regione Rhineland-Pfalz (Renania-Palatinato). Solo una parte della raccolta è già avvenuta, dal momento che non tutte le zone hanno raggiunto la temperatura minima richiesta per legge. Il gelo, infatti, concentra aromi e zuccheri delle uve.
Nella Franken (Franconia) il termometro è addirittura sceso a meno – 12 gradi Celsius, nei giorni scorsi. Un dato che non è sfuggito ai produttori locali, che attendono il momento giusto per la raccolta della nobile specialità dolce. Del resto, non tutte le vendemmie in Germania terminano con gli Icewine.
Quando possibile, nascono nettari dal sapore unico e pieno, ma livelli alcolici relativamente bassi. Gli Eiswein hanno un contenuto di zucchero residuo naturale molto elevato (oltre 100 grammi per litro) ma la percentuale d’alcol in volume si assesta generalmente al 7%.
Altro elemento che caratterizza gli Eiswein tedeschi e gli Icewine internazionali è il perfetto equilibrio tra la dolcezza e l’acidità, che rende i “Vini di ghiaccio” ottimi compagni dei dolci, ma anche dei formaggi più pregiati.
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La classificazione dei vini tedeschi cambierà presto. Da un lato per uniformarsi alle norme dell’Unione europea. Dall’altro – e soprattutto – per rilanciare l’export e i consumi nazionali, in stallo anche prima dell’emergenza Coronavirus del 2020.
L’annuncio della ministra all’Alimentazione e all’Agricoltura della Germania, Julia Klöckner (nella foto, sotto) riguardante l’emendamento alle leggi nazionali sul vino, ha generato reazioni contrastanti a Berlino.
Si tratta, di fatto, di una vera e propria rivoluzione. Per dirla con le parole dell’esponente del Unione cristiano democratica tedesca (CDU), “si passerà da un sistema di classificazione dei vini ‘germanico’ a quello ‘romano’, che mette al centro dell’etichettatura l’origine del vino”.
La nuova classificazione dei vini tedeschi, grossomodo, guarda come modello al sistema dei Qualitätswein mit Prädikat (QmP), l’apice dei vini di qualità della Germania. Alla base della nuova piramide qualitativa ci saranno i vini sfusi e da tavola, senza denominazione, che recheranno la scritta “Deutscher Wein“, ovvero “Vino tedesco“.
Salendo ci saranno i vini a “Indicazione Geografica Protetta” (Igp), prodotti nelle 26 regioni (Landwein) già riconosciute dall’Unione europea.
Tutti i vini su cui si troverà il nome di una regione vinicola (come per esempio Ahrtaler Landwein, Badischer Landwein oppure Rhine Landwein) offriranno – e offrono tuttora – la garanzia che almeno l’85% delle uve provenga da quella determinata zona. Fa eccezione l’Ahr Valley Landwein, che assicura il 100% dell’origine locale dei grappoli.
All’apice della piramide ecco la “Geschützte Ursprungsbezeichnung” (Gu), ovvero la “Denominazione di Origine Protetta” (Dop). Sono 13 le Denominazioni di origine protetta, in Germania.
Questa categoria sarà a sua volta suddivisa in quattro livelli gerarchici riguardanti – dal basso verso l’alto – la regione stessa di produzione (per esempio “Mosel“, la Mosella), una sottozona di quella regione (“Michelsberg“), per proseguire con il Comune in cui si trova il vigneto (“Minheim“) e il nome o la posizione esatta del vigneto (nell’esempio specifico, “Burglay“).
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[Weingut Gehring Nierstein]Vacanze 2020? Dove, se non in vigna? L’idea arriva dalla Germania. Il German Wine Institute (Dwi) ha pensato di mettere a punto una mappa delle cantinecamper friendly, ovvero che hanno la possibilità di ospitare i camper. Un progetto che interessa tutte e 13 le regioni vinicole tedesche, senza eccezioni.
Secondo un primo sondaggio effettuato del German Wine Institute tra i produttori di vino tedeschi, sono 35 le cantine già in grado di offrire ai viaggiatori almeno una piazzola per camper. “Pensiamo che ci siano molte più aziende che offrono questo servizio, ma non tutti hanno partecipato al nostro sondaggio”, ammette Frank Schulz dal quartier generale di Wines of Germany.
Per un numero minimo di tre piazzole, alle cantine basterà richiedere un “permesso di costruzione” alle autorità tedesche per realizzare un’area di sosta per camper, realizzabile già in vista delle vacanze 2020.
Generalmente viene garantita una connessione elettrica e idrica. Una soluzione che, grazie all’iniziativa del Dwi, è destinata a diventare sempre più popolare in Germania. Non solo tra i winelovers tedeschi.
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Nel primo trimestre del 2020, i tedeschi si sono sempre più affidati ai vini prodotti in Germania. Le vendite di vini tedeschi sono aumentate del 4% e il fatturato del 2% rispetto allo stesso trimestre del 2019. Lo rivela un’indagine dell’istituto Nielsen, commissionato dal German Wine Institute (Dwi) per monitorare i consumi di vino in Germania.
Le restrizioni legate a Coronavirus, nel solo mese di marzo, hanno contribuito a un aumento di circa il 9,5% in in volume e valore, rispetto allo scorso anno. Il prezzo medio dei vini stranieri è risultato di 3,48 euro al litro, con una flessione dell’1% rispetto allo stesso trimestre del 2019. La cifra sale a 3,64 euro al litro per i vini delle regioni tedesche, in questo caso in flessione del 2%.
L’indagine trimestrale sull’industria vinicola tedesca, condotta dall’Università Geisenheim su un campione di 844 aziende di varie dimensioni, ha dimostrato che durante il lockdown da Coronavirus le vendite di vino sono passate dall’Horeca alla Grande distribuzione organizzata (Gdo).
Rispetto all’anno precedente, le cantine che operano al di fuori del circuito dei supermercati hanno perso il 50% delle vendite nella ristorazione e il 23% nel sistema delle enoteche. La portata globale della crisi ha condizionato anche le esportazioni di vino, diminuite del 33% in Germania.
Al contempo, le vendite online sono balzate al +42%, pur compensando solo una piccola parte delle perdite.
“A causa delle continue restrizioni alla vita pubblica di aprile e maggio – evidenzia il German Wine Institute – si prevede che le cantine e le cooperative subiranno perdite significativamente più elevate, mentre i produttori più grandi dovrebbero continuare a beneficiare della crescita nella Grande distribuzione”.
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Premiazione online per “I migliori vini rosati e spumanti 2020 della Germania“. L’esito del tasting, che ha coinvolto 15 esperti da altrettanti Paesi, sono stati annunciati ieri dal German Wine Institute (DWI) in un video messaggio della Managing director Monika Reule. Una soluzione alternativa al “live” della Prowein Trade Fair 2020, rimandata al 2021 per via dell’emergenza Covid-19.
Nella categoria “Spumanti”, la giuria ha selezionato il Pinot nero Rosé Brut 2017 dalla tenuta Wilhelmshof a Siebeldingen, Pfalz. Secondo posto per il Pinot Nero Rosé Brut di Eymann a Gönnheim, Pfalz, seguito da Le Grand Rosé Extra Brut 2015 di Schloss Sommerhausen, nella cittadina di Sommerhausen, in Franconia.
Tra i produttori di vino rosato, Braunewell-Dinter di Essenheim in Rheinhessen è stato insignito del premio “Miglior rosé” per il suo “der Rosé“. Al secondo posto il Rosé Fumé 2018 di Weingut Dr. Heger a Ihringen, Baden. Medaglia di bronzo per Johanninger di Biebelsheim, in Assia Renana (Rheinhessen), per i suoi Spätburgunder e Frühburgunder Rosé ottenuti dal vigneto Kreuznacher Junker.
“Quest’anno – spiega Monika Reule – volevamo ottenere esattamente questo effetto sorpresa con il nostro focus sui rosé. Molti esperti, soprattutto all’estero, non sono ancora consapevoli di quanto lo stile dei vini rosati tedeschi sia cambiato negli ultimi anni”.
“Oggi – continua Reule – sono molto più motivati, pieni di carattere e sempre più presenti nel segmento premium. Vengono sempre più spesso proposti in abbinamento a menu eccellenti e non più percepiti esclusivamente come vini estivi”. Il DWI darà seguito alla campagna sui rosati “Made in Germania”, ovvero a “Drink Pink!“, a ProWein 2021.
Oltre ai tre vini vincenti e agli spumanti, la giuria ha selezionato i seguenti rosati tra i primi 20
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Nessun giro di parole, nessuna risposta di circostanza. Monika Reule, Managing Director del Deutsches Weininstitut (DWI – German Wine Institute), l’organizzazione che si occupa della comunicazione e del marketing dell’industria del vino in Germania, risponde alle 10 domande di WineMag.it e disegna i contorni di una Prowein Trade Fair 2020 sfumata al 2021. Reule non sfugge neppure a un commento sulla scelta di Veronafiere di posticipare Vinitaly a giugno: “È destinato ad essere cancellato – sostiene – alla luce degli sviluppi dell’emergenza Coronavirus Covid-19“.
Dalle risposte, sincere e schiette, emerge tuttavia il peso differente che le due “Fiere” del vino hanno nei rispettivi Paesi. Sbagliato, dunque, considerare il “modello tedesco” (rinvio al 2021) come un esempio assoluto, specie dal punto di vista etico. ProWein, per la Germania, non vale quanto Vinitaly per l’Italia.
Lo dicono i numeri di un comparto, quello del vino, che nel Bel paese vale circa 11 miliardi di euro, ovvero l’8% circa dell’intero segmento Food&Beverage. Sono circa 2 mila le imprese attive, capaci di generare 6,4 miliardi di export. I tedeschi si fermano a poco più di 300 milioni di euro, cifra record assoluta stilata nel 2019. Di seguito l’intervista integrale, disponibile anche in lingua inglese.
Monika Reule, può chiarire ai lettori italiani qual è lo scopo del Deutsches Weininstitut (DWI)?
Il Deutsches Weininstitut (DWI), o German Wine Institute, è l’organizzazione di comunicazione e marketing dell’industria vinicola tedesca, responsabile della promozione generica della qualità e delle vendite del vino tedesco sul territorio nazionale e all’estero.
In primo luogo, si tratta di relazioni con la stampa e pubbliche relazioni; realizzazione di campagne informative, compresi eventi dedicati; partecipazione a fiere nazionali e internazionali, nonché organizzazione di presentazioni ed eventi enologici in tutto il mondo, in collaborazione con produttori di vino tedeschi.
Inoltre, l’Istituto tedesco del vino fornisce regolarmente servizi di informazione e pubblica opuscoli informativi, pubblicazioni e materiale promozionale; conduce programmi di formazione e seminari, in particolare per l’industria del vino e dell’ospitalità, nonché ricerche di mercato.
DWI fornisce inoltre consulenza all’industria vinicola su questioni relative alla promozione delle vendite nazionali e internazionali. Oltre alla sede dell’istituto a Bodenheim, ci sono uffici “Wines of Germany” in 14 importanti mercati esteri per le esportazioni di vino.
Quali sono le dimensioni del settore vitivinicolo tedesco?
La Germania ha 13 regioni viticole con una superficie totale di vigneto di 103.079 ettari (2019). Due terzi dei vigneti sono coltivati a varietà di vino bianco (68.911 ha). Il Riesling è la più importante varietà di vino bianco tedesco (24000 ha).
Circa il 40 percento di tutti i Riesling nel mondo proviene dalla Germania. In termini di vino rosso, il Pinot Nero (Spätburgunder) è la varietà più importante. Con una superficie di 11.700 ettari, la Germania è il terzo produttore di Pinot Nero al mondo. La media decennale della vendemmia in Germania è di 8,8 milioni di ettolitri.
Tutte le 13 regioni viticole tedesche sono classificate come Denominazione di Origine Protetta (Dop). Una media dell’88% di tutti i vini tedeschi soddisfa lo standard di qualità Dop. L’anno scorso i vini Dop hanno raggiunto una produzione di 7,6 milioni di ettolitri in totale. Sono generalmente etichettati come “Qualitätswein” (vino di qualità) o “Prädikatswein” (“Spätlese” o “Auslese”).
Tutti i vini Dop subiscono analisi annuali di controllo qualità. La quota rimanente è commercializzata come vino a Indicazione geografica protetta (Pdi) etichettata anche come “Landwein”, o come “vino tedesco”, senza alcuna indicazione geografica. In media un milione di ettolitri di vini tedeschi sono stati esportati negli ultimi cinque anni.
Nel 2019 il valore totale delle esportazioni è stato di 305 milioni di euro. Gli Stati Uniti sono il più importante mercato di esportazione del vino in Germania: nel 2019, l’obiettivo delle esportazioni di vino tedesco negli Usa era di 65 milioni di euro, pari al 22%.
Al numero due la Norvegia (26 milioni di euro) seguita da Regno Unito e Paesi Bassi (25 milioni di euro ciascuno). Il valore delle esportazioni di vino verso il quinto mercato di esportazione più importante della Germania, la Cina, è di 17 milioni di euro.
Quanto vale il giro d’affari del vino, in Germania?
Il mercato del vino tedesco ha un volume totale di 19,5 milioni di ettolitri, suddiviso in 16,7 milioni di ettolitri e 2,8 milioni di hl di vino frizzante. Il consumo pro capite di vino è di 20,1 litri, più 3,3 litri di vino spumante. La Germania è il più grande mercato di consumo di vino spumante al mondo.
Per quanto riguarda la produzione e il consumo di vino tedeschi, la Germania non può produrre abbastanza vino per il mercato interno. L’anno scorso i vini tedeschi avevano una quota di mercato del 45% degli acquisti totali di vino.
Tra i fornitori internazionali, i vini italiani risultano molto richiesti, con una quota di mercato del 16%, seguiti da quelli francesi, con il 12%, e da quelli provenienti dalla Spagna, con il 9%.
A causa di tale situazione di mercato, la Germania è il più grande Paese importatore di vino al mondo e il mercato del vino tedesco è molto competitivo. L’anno scorso sono stati importati 14,6 milioni di hl, per un valore di 2,5 miliardi di euro. I vini italiani hanno la quota maggiore con 5,55 milioni di hl, per un valore di 925 milioni di euro.
ProWein rinviato al 2021: quali conseguenze dal punto di vista economico, secondo il Deutsches Weininstitut?
Oggi è ancora troppo presto per stimare le conseguenze economiche del rinvio di ProWein per le aziende vinicole tedesche. Con il rinvio della fiera al 2021, quest’anno manca un’importante piattaforma nazionale e internazionale per il settore vitivinicolo tedesco sui mercati nazionali ed esteri.
In alternativa, molti produttori inviano campioni dei loro nuovi vini ai loro clienti per posta, o presentano i loro vini tramite videoconferenze. Numerosi visitatori, soprattutto dall’Europa, hanno anche preso appuntamenti con i nostri produttori di vino nelle cantine, perché i voli per la Germania erano stati ormai prenotati.
Cosa significa ProWein per il Deutsches Weininstitut?
Il German Wine Institute è lo sponsor concettuale della fiera ProWein e sosteniamo appieno la decisione del suo rinvio. ProWein è la fiera del vino più importante del mondo. La consideriamo una piattaforma ideale per informare rivenditori, acquirenti e sommelier internazionali sulle tendenze e le innovazioni attuali delle regioni vinicole tedesche. Quest’anno, per esempio, abbiamo voluto attirare l’attenzione del pubblico commerciale tedesco e internazionale sui vini rosati e biologici delle regioni vinicole tedesche.
Pensa che il “business del vino” tedesco e quello italiano possano essere messi a confronto?
No, penso che le differenze siano troppo grandi. L’Italia produce molto più vino della Germania ed è il più maggiore produttore di vino al mondo. La Germania contribuisce solo all’1,4% alla produzione mondiale di vino.
Cosa pensa della decisione di Vinitaly (Veronafiere) di rinviare la fiera a giugno?
Non credo che il rinvio sarà confermato, alla luce degli sviluppi più recenti (dell’emergenza Coronavirus Covid-19, ndr) in Italia. Ma spetta agli organizzatori di Vinitaly decidere su questo. Durante la discussione su un possibile rinvio della fiera ProWein, il business del vino tedesco non ha sostenuto affatto questa opzione.
Quale pensa possa essere la risposta dei buyer tedeschi per Vinitaly a giugno?
Non abbiamo alcuna informazione al riguardo.
Quali sono i “punti chiave” per i produttori di vino tedeschi, nel 2020 e nei prossimi anni?
A causa dei cambiamenti climatici e delle temperature in aumento, è importante che i produttori di vino tedeschi mantengano la leggerezza e la freschezza come caratteristiche distintive dei loro vini bianchi, perché i consumatori preferiscono questo tipo di vino. Inoltre, le condizioni meteorologiche estreme sfidano il business del vino tedesco.
Secondo i dati in possesso del Deutsches Weininstitut, gli esportatori tedeschi di vino prevedono quest’anno una maggiore concorrenza sui mercati internazionali del vino, in particolare in considerazione delle tariffe commerciali statunitensi del 25% sui vini tedeschi, dell’impatto della Brexit e delle incertezze presentate dal Coronavirus.
Esiste un nuovo “stile” o una “nuova tendenza” rilevante nella produzione vinicola tedesca?
I vini delle regioni tedesche vengono sempre più offerti in stili “secchi”. La quota di vini secchi “Qualitätswein” e “Prädikat” è arrivata al 48% nel 2018. Nel 2000, solo un terzo dei vini è stato imbottigliato in questo stile. D’altro canto, la percentuale di vini medio-secchi al 21% è rimasta sostanzialmente invariata per quasi 20 anni.
Lo stile e l’immagine del vino rosato tedesco sono cambiati significativamente negli ultimi anni. Oggi, l’attuale generazione dei nostri rosati convince con molta più frutta e carattere. Inoltre, sono sempre più posizionati nel segmento “premium”. Oltre a ciò, non sono più semplicemente percepiti come puri vini estivi.
Sono invece apprezzati durante tutto l’anno, in tutte le fasce demografiche dei consumatori. Negli ultimi anni, il 10% di tutti i vini acquistati in Germania erano rosati. Infine, la produzione tedesca “Sekt” ha registrato un notevole aumento della qualità negli ultimi anni.
I nostri “Sekts” sono spesso sottovalutati, sebbene possano competere con gli spumanti internazionali. Una specialità è il nostro “Winzersekt” (“Winegrower’s Sekt”) ottenuto da uve vinificate col metodo tradizionale. Con 9 milioni di litri, detengono una quota del 3% del consumo totale tedesco di Sekt di circa 275 milioni di litri.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
PESCHIERA DEL GARDA – Cresce il Lugana nei mercati mondiali e chiude l’ultima campagna di commercializzazione con un +27% sull’anno precedente, raggiungendo le 22 milioni di bottiglie vendute. La Doc conferma ancora una volta il proprio primato dell’export, con oltre il 70% di imbottigliato che oltrepassa il confine e quote maggioritarie da attribuire ancora una volta alla capolista Germania e agli Stati Uniti.
Ma sono soprattutto gli USA a mostrare per la Doc performance senza precedenti, con un +15% di bottiglie importate rispetto al 2018, e a confermarsi quindi come mercato di maggior potenziale e interesse per le esportazioni vinicole del Lugana, che continua a guardare a ovest senza timore e anzi con fiducia e ottimismo.
Il Consorzio di tutela ha infatti deciso di aumentare gli investimenti e intensificare le iniziative promozionali che interesseranno le principali piazze del vino degli States, da New York a San Francisco, da Seattle a Denver, da Miami a Boston.
Certamente preoccupa il tema dazi, che rischia di diventare un conto molto salato anche per i produttori gardesani, in una situazione che a tutti gli effetti mina l’intero comparto vinicolo continentale. E il discorso vale soprattutto per il vino italiano, che resta tra i vini imbottigliati più richiesti dal consumatore medio statunitense.
“La temporanea tregua raggiunta in questi giorni tra USA e Francia ci fa sperare – afferma il Direttore del Consorzio Andrea Bottarel – La tendenza sembra infatti quella di prendere il giusto tempo per raggiungere accordi che tutelino i reciproci interessi, come nel caso Brexit. Il vino italiano esportato in USA e UK muove di fatto un indotto importante anche per gli operatori del settore dei paesi di destinazione. È doveroso essere prudenti, ma sarebbe altresì controproducente arrestare ora la promozione in un momento di effettiva crescita”.
La Doc Lugana non registra soltanto un trend di vendite decisamente positivo, ma anche in termini di posizionamento guadagna il podio per essere il vino bianco italiano con il prezzo medio allo scaffale più alto sfiorando quota 8 Euro a bottiglia, con un aumento del 35,7% in valore e del 31% in volume sull’anno precedente (dinamica che in effetti ha interessato l’intero comparto, provocando cambiamenti significativi nei trend di acquisto nazionali e internazionali).
Un grande obiettivo per il Consorzio, che proprio negli ultimi mesi si è esposto in favore di interventi e comportamenti, da parte di ogni attore della filiera produttiva, che salvaguardassero ed aiutassero ad aumentare il valore economico della Denominazione Lugana.
“siamo soddisfatti dei risultati e pronti ad affrontare la prossima campagna in un clima di serenità commerciale, in un mercato che si prospetta equilibrato, a fronte anche delle misure di governo richieste e messe in atto in vista dell’ultima vendemmia” – Dichiara il Presidente Ettore Nicoletto.
Infine il Consorzio del Lugana apre il programma promozionale 2020, come sempre ricco e variegato, al fianco di Slow Wine, nell’ambito degli apprezzati tour che portano l’eccellenza vitivinicola italiana nel mondo, precisamente il 3 febbraio a Monaco di Baviera e dal 18 al 25 febbraio negli Stati Uniti.
Il Lugana torna in scena agli immancabili appuntamenti con Prowein a marzo e Vinitaly ad aprile, per proseguire a maggio con due masterclass aperte a stampa ed operatori ad Amburgo e Vienna – che si aggiungono a due panel di degustazione in collaborazione con la rivista di settore di lingua tedesca Vinum – e con la London Wine Fair (UK).
Il primo e intenso semestre di attività della Denominazione del Garda si chiuderà con l’attesa kermesse itinerante dedicata esclusivamente al Lugana, declinato in tutte le sue tipologie, Armonie Senza Tempo, che quest’anno ha scelto come proscenio l’eclettica e dinamica piazza di Milano.
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Nel triennio 2020-2023, i vini con maggiori potenzialità di crescita sono quelli da vitigni autoctoni per i consumatori italiani, i domestic wines per gli statunitensi e i vini sostenibili per i tedeschi. È quanto emerge da una ricerca Wine Monitor.
I vini bio seguono a ruota in tutti e tre i mercati. Per gli italiani, i vini sostenibili sono ancora qualcosa di “indefinito” a differenza di tedeschi e americani, mentre gli spumanti non sembrano ancora aver esaurito la loro corsa.
“Più preoccupante – commenta Denis Pantini di Wine Monitor – la ‘riscoperta nazionalista’ dei propri vini di tedeschi e statunitensi, in un momento di dazi e rallentamento economico come quello attuale”. Il questionario di circa 20 domande è stato sottoposto ad un campione di oltre mille consumatori, stratificati per genere, età e reddito.
Negli Usa il campione di 1.500 consumatori ha interessato solo gli stati della California e New York, i due principali bacini di consumo dell’intera nazione, mentre per Italia e Germania il campione è rappresentativo dell’intera popolazione.
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Pecorino Romano, Pecorino Sardo o Fiore Sardo? Quale Pecorino scegliere? Qual è la differenza? Di certo, i Consorzi che tutelano i tre noti formaggi italiani, hanno deciso deciso di unirsi per la comunicazione e promozione all’estero.
Dal 5 al 9 ottobre il Consorzio per la Tutela del formaggio Pecorino Romano Dop, il Consorzio per la Tutela del formaggio Pecorino Sardo Dop e il Consorzio per la Tutela del formaggio Fiore Sardo Dop si presentano ad “Anuga“, il salone biennale leader del food & beverage che rappresenta da anni un appuntamento irrinunciabile per gli operatori del settore agroalimentare in Germania. L’edizione 2019 di Colonia è quella del centesimo anniversario.
Riuniti in un unico stand, C/068nel padiglione 10.1, i tre Consorzi dei pecorini avranno l’opportunità di interfacciarsi con gli operatori di settore presenti in questa importante manifestazione.
Un’occasione unica per valorizzare il progetto di comunicazione “3 Pecorini”, nato grazie all’unione delle tre realtà consortili volto a promuovere le caratteristiche e le virtù delle tre denominazioni sul mercato europeo e negli Stati Uniti. Diversi paesi, un unico messaggio: “Non le solite pecore, non i soliti formaggi”.
Lo chef Matteo Barbarossa animerà lo stand collettivo, creando delle stuzzicanti ricette a base di questi tre formaggi, capisaldi indispensabili nella buona riuscita dei principali piatti della cucina italiana. I visitatori potranno anche scoprire la qualità e il gusto unico dei tre prodotti al naturale.
Con questo evento si dà il via alla terza annualità della campagna voluta dai tre consorzi Pecorino Romano, Pecorino Sardo e Fiore Sardo. Italia, Germania, Francia, Regno Unito e Stati Uniti sono i mercati target. In ciascuno di questi paesi e fino a giugno 2020 continueranno le attività di valorizzazione volte a diffondere la conoscenza e le caratteristiche dei 3 Pecorini attraverso eventi, giornate di degustazione, attivazione digitale per citarne alcune.
LE DIFFERENZE TRA IL PECORINO ROMANO, SARDO E IL FIORE SARDO
Con oltre tre milioni di capi, la Sardegna è la principale regione di allevamento ovino. I tre tipi di formaggio sardo Pecorino Romano DOP, Pecorino Sardo DOP e Fiore Sardo DOP sono prodotti con latte di pecora al 100% e sono contraddistinti dal marchio di qualità europeo DOP – Denominazione di Origine Protetta. Questi formaggi a pasta dura uniscono tradizione antica, alta qualità e un forte radicamento nella loro regione d’origine.
Pecorino Romano Aop: questo formaggio di peso compreso tra i 20 e i 35 chili viene prodotto in Sardegna, nel Lazio o nella provincia toscana di Grosseto. Rappresenta l’80% della produzione italiana e il 50% della produzione europea di formaggio di pecora. Nel periodo compreso tra ottobre 2017 e luglio 2018 sono state prodotte più di un milione di forme.
Il 95% del latte da cui si ottiene il Pecorino Romano DOP proviene da pecore di razza sarda, note per la loro robustezza e adattabilità. Già nell’antica Roma il Pecorino Romano DOP è stato elogiato per il suo metodo di produzione tradizionale, rispettato scrupolosamente da secoli. Il Pecorino Romano è riconoscibile per il suo tipico sapore aromatico e speziato, e per la crosta marchiata su tutta la superficie, che identifica il nome e la DOP.
Pecorino Sardo Dop è uno dei più antichi formaggi italiani. Il latte utilizzato per la sua produzione proviene esclusivamente da pecore sarde, che pascolano sulle abbondanti praterie della regione. Questo formaggio delizia i suoi amanti con due varianti, differenziate per metodo di produzione, dimensioni, grado di maturazione e qualità organolettiche.
Mentre il “Dolce” pesa circa due chili ed è aromatico e delicato, il “Maturo” pesa tra i tre e i quattro chili ed è più speziato e piccante. Tutte le forme al momento dell’immissione al consumo sono identificate con un contrassegno alfa-numerico posto sull’etichetta che le identifica una ad una.
Il contrassegno verde viene utilizzato per il Pecorino Sardo Dolce, il contrassegno blu per il Pecorino Sardo Maturo. Nel 2018 sono state prodotte 651.951 forme, con un incremento di oltre il 12% rispetto all’anno precedente. Circa il 60% è rappresentato dal Pecorino Sardo Maturo, mentre il 40% dal Pecorino Sardo Dolce.
Fiore Sardo Aop: è sempre stato il formaggio dei pastori sardi. Le sue forme da 3,5 chili sono prodotte con latte di pecora Sarda al 100%. Questa razza locale è ancora oggi allevata all’aria aperta in determinate zone d’Italia. Il formaggio, che può essere consumato anche grattugiato, è una delizia per gli amanti dei formaggi dai forti aromi.
Il nome Fiore pare derivi dall’uso del cardo per favorire la fermentazione, oppure dall’uso di stampi in legno sul cui piatto veniva intagliato un fiore per ornamento e distinguo del formaggio. Tra gennaio e settembre 2018 sono state prodotte 166.350 forme, la maggior parte delle quali sono state consumate nel mercato interno italiano.
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L’Institute of Masters of Wine ha annunciato otto nuovi Masters of Wine da cinque differenti nazioni.
I nuovi menbri dell’IMW sono Julien Boulard MW (RP Cinese), Thomas Curtius MW (Germania), Dominic Farnsworth MW (UK), Lydia Harrison MW (UK), Heidi Mäkinen MW (Finlandia), Christine Marsiglio MW (UK), Edward Ragg MW (RP Cinese) e Gus Jian Zhu MW (USA). Sono così ora 300 i Master of Wine, in 30 nazioni.
I nuovi Master of Wine hanno dimostrato la loro capacità di comprendere ogni aspetto del vino superando l’esama di Master of Wine, esame noto a livello mondiale per il suo rigore e standard elevato. L’esame di Master of Wine consiste in tre prove e termina con la presentazione di un articolo di ricerca, uno studio approfondito su di un qualunque argomento relativo al vino in un qualunque campo della scienza, arte, scienze umanistiche e sociali.
Oltre al superamento dell’esame i nuovi Master of Wine sono tenuti a firmare il Codice di Condotta prima di essere titolati ad utilizzare le lettere MW. Il Codice di Condotta impone ai MW di agire con onestà ed integrità e di utilizzare ogni occasione per condividere con gli altri la loro conoscenza del vino.
I nuovi Master of Wine si aggiungono a Edouard Baijot MW (Francia), Nicholas Jackson MW (USA), Brendan Jansen MW (Australia), Jonas Röjerman MW (Svezia), Harriet Tindal MW (Irlanda) and Jonas Tofterup MW (Spagna) che furono annunciati a Febbraio. Sale così a 14 il numero dei Master od Wine nominati nel 2019. Tutti saranno ufficialmente accolti nel IMW alla cerimonia di Londra di quest’anno.
Le nomine del 2019 mostrano un incremento nell’internazionalizzazione del IMW. Le sei nazioni più rappresentate sono Australia, Francia, Germania, Nuova Zelanda, UK e USA.
I NUOVI MASTER OF WINE
Julien Boulard MW (PR China)
Nato in Alsazina arriva in Cina nel 2003 dopo aver studiato Mandarino all’università. Dopo un Master in “international affairs” ha lavorato per 5 anni per un importatore di vini a Nanning prima di fondare la sua azienda Zhulian Wines, specializzata in Wine Education. Non soddisfatto dalla sola padronanza di una lingua esotica ha iniziato a studiare il vino sino a diventare insegnate accrediato presso la Bordeaux Wine School in Cina nel 2008. Ha ottenuto il doplona WSET nel 2012 ed ha iniziato il percorso MW nel 2013. Il suo Mandarino fluente sia scritto che parlato, la sua fama sui social media cinesi (Weibo and WeChat), la sua competenza ed esperienza come wine educator lo hanno reso uno dei più noti professionisti del vino sulla scena cinese. Giudice per moltre wine competitions in Cina ed Hong Kong scrive sporadicamente quando a tempo fra insegnamento, degustazioni ed il prendersi cura della figlia. Articolo di ricerca:
Exploring the potential of Marselan production in China.
Thomas Curtius MW (Germany)
Thomas è prima di tutto un esperto di PR, digital communications e business development. Ha studiato Economia e Comunicazione alla University of Mainz ed ha iniziato la carriera come giornalista TV per n-tv, il primo canale televisivo in Germania. Successivamente è entrato nell’automotive entrando lavorando nell’ufficio comunicazione di un produttore di automobili di Stoccarda occupandosi successivamene di eventi, fiere e comunicazione digitale nel settore truck, bus e van. Thomas è inoltre nel business del vino da oltre due decadi vedendo grandi opportunità nel legare insieme la sua competenza in strategia, change management e comunicazione digitale e la sua conoscenza del vino. Ha ottenuto il diploma WSET nel 2010 ed è membro del WSET International Alumni Advisory Board. Lavora come consulente ed insegnante, è giudice nelle wine competitions, conduce seminari e masterclass per professionisti e scrive articoli. Quando non viaggia o sviluppa nuove idee di business ama correre nei vigneti intorno casa o lavorare nel suo giardino. Articolo di ricerca:
Current opportunities and threats for ProWein, Vinexpo, Vinitaly and London Wine Fair: An investigation into ProWein exhibitors’ attitudes towards European wine trade shows.
Dominic Farnsworth MW (UK)
Dominic è partner al London law firm Lewis Silkin dove è specializzato in proprietà intellettuale e la sua attività si focalizza sulla sulla protezione del marchio, pubblicità e sport agendo per numerosi business nel beverage. Il suo interesse per il vino è partito passando davanti al negozio di Lay & Wheelers lungo il tragitto per la scuola. Sembrava più una libreria d’antiquariato che un retail e le file di etichette illeggibili aumentavano il fascino. Aggiungendo il fatto che il vino è tendenzialmente prodotto nei posti più belli del mondo da persone interessanti il gioco è fatto. Ha seguito il programma WSET e quindi, nella scelta fra passare l’esame di MW o scalare le vette Himalyane, ha scelto l’opzione più semplice. Sposato con due figli vive nel Sud Ovest di Londra ed i suoi altri interessi riguardano la musica, i viaggi e la montagna. Articolo di ricerca:
The threats posed by government regulation to the sale of wine in the United Kingdom.
Lydia Harrison MW (UK)
Lydia è nata e vive a Londra, dove gode della diversità dei vini disponibili. Ha iniziato a lavorare nel mondo del vino dopo l’università quando è entrata nel Majestic Wine dove ha lavorato per sei anni fino alla posizione di senior manager per il Battersea branch. Durnate quel periodo ha completato il WSET Level 3 ricevendo meriti per il suo esamen, ha viaggiato ad Jerez e nel Douro inseguendo il suo amore per i vini fortificati. Si è unita alla WSET School London nel 2013 e insegna con specializzazione su Bordeaux, vini fortificati e tecnica di degustazione. Organizza programmi di degustazione ed è ambasciatrice per il Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux (CIVB). Articolo di ricerca:
Online wine education – comparing motivations, satisfactions and outcomes of online vs. classroom students.
Heidi Mäkinen MW (Finland)
Heidi attualmente lavora ad Helsinki come ambasciatrice per una compagni di wine import. A studiato teatro e dramma all’università e dopo la laurea ha seguito la sua grande passione lavorando dell’opitalità ed imparando mlto sul vino. Ha lavorato 12 anni in sala ristorante sia in Finlandia che in UK. Forte della sua esperienza professionale e della competenza data dai numerosi concorsi per sommelier prosegue il suo lavoro di mentore. Appassionata di cibo, vino e viaggi Heidi è sempre alla ricerca di nuove opportunità per esplorare il mondo. Articolo di ricerca:
A critical assessment of Finnish on-trade wine education – satisfaction levels and opportunities for development and improvement.
Christine Marsiglio MW (UK)
Christine è canadese e risiede a Londra dove è wine educator e programme manager alla WSET School London,e mamma di due bambini. Prima di scoprire il suo amore per l’insegnamento era degustatrice per Decanter per il quale organizzava il Decanter World Wine Awards. Durante la sua preparazione per il WSET ed il MW ha ricevuto borse di studio da parte di Family of Twelve, Freixenet, e Derouet Jameson Memorial Foundation. Ha una laurea in enologia e viticultura dalla École Supérieure d’Agriculture d’Angers, Francia, con una tesi di laurea sull’identificazione del Brettanomyces. Ha inoltre una laurea in chimica presso la University of Alberta in Canada. Christineè cuoca, viaggiatrice e runner sulle lunghe distanze. Articolo di ricerca:
The sensory effects of different lactic acid bacteria on wine.
Edward Ragg MW (PR China)
Edward è co-fondatore della Dragon Phoenix Wine Consulting a Pechino con la moglie e partner Fongyee Walker MW. Edward è diventato degustatore alla cieca all’università di Cambridge scrivendo un PhD sul poeta e bevtore di Borgogna americano Wallace Stevens. Ex capitano del Cambridge blind-tasting team, scrive regolarmente per la Cambridge University Guide to Blind-Tasting. Ex docente presso la Tsinghua University (2007-2017), ha completato il WSET nel 2012 ed ha iniziato il programma MW nel 2015. Insieme a Fongyee è l’altro tutor autorizzato dal WSET in cina. Edward è stato inoltre giudice per il McLaren Vale Wine Show (2012) ed ild Perth Royal Wine Show (2019). Articolo di ricerca:
Portfolio management strategies of major Chinese wine importers: an analysis of the evolving mainland Chinese import market 2008-2018.
Gus Jian Zhu MW (USA)
Gus è diventato wine educator sotto il tutoraggio di Fongyee Walker MW e Edward Ragg MW, ti co-fondatori di Dragon Phoenix Wine Consulting. Combina così la sua esperienza da educatore alla sua laurea in enologia presso la UC Davis, alla sua esperienza di vitucultore alla Cakebread Cellars di Napa Valley ed alla esperienza da venditore per Hall Winery in Napa. La sua esperienza accademica è evidenziata nel suo lavoro per l’articolo di ricerca del MW sulla scienza dei sensi nel vino e da “A Quarter Century of Wine Pigment Discovery” pubblicato dal Journal of Food and Agriculture. Gus è educatore presso Gus Zhu Wine Consulting. Lavora a livello internazionale come consulente sull’educazione al vino come WSET qualificato. È docente presso Dragon Phoenix in Beijing e Napa Valley Wine Academy. Articolo di ricerca:
The impact of acidity adjustments on the sensory perception of a Californian Chardonnay.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Sarà per il suo profilo aromatico che varia a seconda delle botaniche utilizzate, sarà per il largo uso che se ne fa nei drink (favorito, per l’appunto, dai diversi aromi che porta in sé), sarà per la sua facilità di beva anche in un semplicissimo “gin tonic”. Fatto sta che il Gin sta attraversando anni di grande successo tanto in Italia quanto a livello internazionale.
Lo scorso 3 e 4 luglio abbiamo visitato Rutte & Zn, piccola distilleria di Gin e Genever che si trova a Dordercht, in Olanda. Meno di un milione di bottiglie all’anno (nulla a che vedere coi colossi del Whisky scozzesi o americani da milioni di ettolitri anno) per una realtà che può vantare ben 150 anni di storia sulle spalle.
Fondata nel 1872 da Simon Rutte, titolare di un caffè a Dordrecht che acquistava spezie, frutta esotica ed erbe aromatiche che da tutto il mondo giungevano nel vicino porto di Rotterdam per utilizzarle in distillazione nel suo retrobottega. Gin e Genever, i due distillati tipici dei Paesi Bassi. Un secolo e mezzo dopo Rutte è presente coi suoi prodotti in oltre 100 mercati in tutto il mondo.
LA DISTILLERIA Vriesestraat 130, 3311 NS Dordrecht. La distilleria è ancora lì, nella sede originale, nella bottega che fu di Simon Rutte. Un pittoresco edificio dal sapore tipicamente nederlandese che sembra uscito da un dipinto di Rembrandt, completamente in legno che fortuna vuole non abbia mai subito incendi nonostante gli alti rischi insiti nel processo di distillazione.
È la Master Distiller a guidarci nella visita. Myriam Hendrickx, leva 1965, Master Distiller di Rutte dal 2003. Ottava generazione di Master Distiller Rutte. Depositaria dei segreti di ogni prodotto. Una donna dal sorriso aperto ed i modi gentili che ben dissimulano un carattere deciso, indispensabile per ben svolgere quello che ancora oggi molti, erroneamente, considerano “un lavoro da uomini“.
Affascinate la storia di Rutte, ma più affascinate ancora ascoltare e toccare con mano il processo produttivo. Vedere l’unico alambicco della distilleria in funzione, cercare di capire le logiche che Myriam segue per perseguire la massima qualità dei prodotti.
GIN O GENEVER?
Chiara e semplice anche la spiegazione fra Gin e Genever. Mentre il Gin è un ri-distillato che utilizza alcol neutro di grano cui vengono aggiunte le varie botaniche con una prevalenza di ginepro, per il Genever (o Jenever, in un certo senso “il papà” del Gin) si utilizza alcol sia da grano che da malto e fra le botaniche il ginepro non è così prevalente come nel Gin. Il Genever inoltre, per disciplinare, può essere prodotto solo in Olanda, Belgio e piccole regioni di Francia e Germania.
Rutte è incredibilmente attenta alla scelta delle botaniche, la maggior parte delle quali viene utilizzata fresca. La scelta di utilizzare alcune “dry” è legata solo o all’impossibilità di reperire quella materia prima “fresh” (per problemi di conservazione) o perché quella data botanica nel processo di essiccazione concentra i propri aromi, risultando quindi migliore. Una curiosità: il ginepro utilizzato è sempre e rigorosamente di origine italiana.
Ogni botanica viene studiata nel laboratorio di Rutte sia per garantire costanza qualitativa nella produzione che per sperimentare nuove soluzioni in una continua ricerca di nuovi profili aromatici che arricchiscano la gamma della distilleria.
Talune botaniche vengono utilizzate in infusione prima della distillazione o del blending, tali altre direttamente in distillazione. Ed è qui una delle grandi abilità di Myriam: saper leggere le erbe e le spezie per poter permettere loro di regalare il meglio al prodotto finale.
Il processo di distillazione avviene tradizionalmente in un unico alambicco discontinuo in rame. O per meglio dire il processo di ri-distillazione; Rutte, come la maggior parte dei produttori di Gin, non distilla direttamente l’alcol puro da grano o malto ma lo acquista da fornitori di fiducia su filiera controllata, principalmente per una questione di tassazione.
Ogni singola fase del processo produttivo, dalla selezione delle botaniche fino all’affinamento, avviene all’interno della piccola bottega di Dordrecht. Solo imbottigliamento e confezionamento avvengono in un impianto lì vicino per problemi di spazio.
“Blending a true love for the past with a nose for the future” (“mescolando un sincero amore per il passato con un naso rivolto al futuro”). È così che a volte Myriam definisce il proprio lavoro e lo spirito di Rutte mentre ci guida nella degustazione di alcuni dei prodotti più iconici di Rutte.
LA DEGUSTAZIONE Old Simon Genever. Un’antica ricetta messa a punto dallo stesso Simon Rutte a fine ottocento. Fra le botaniche anche noci e nocciole tostate, macis, liquirizia, angelica e coriandolo.
Naso fresco e fruttato di frutta gialla con una nota boisé probabilmente data dalla tostatura. Man mano che gli si permette di aprirsi lasciandolo nel bicchiere la nota legnosa tende a calare lasciando maggior spazio alla parte fruttata e ad un sentore speziato. Pulito e morbido al palato.
Dry Gin. Anche qui abbiamo a che fare con una ricetta tradizionale della famiglia Rutte che prevede oltre a ginepro e coriandolo anche angelica, radice di iris, cannella, scorza d’arancia fresca e finocchio. Dritto e preciso come un Dry Gin deve essere. Profumi compatti fra cui si distinguono accanto al ginepro una nota agrumata di pompelmo ed una leggere dolcezza floreale.
Celery Gin. Sempre un Dry, ma qui la ricetta è stata messa a punto proprio da Myriam Hendrickx che ha visto nel sedano l’alleato ideale per la realizzazione di questo prodotto. Il risultato è un gin freso e sapido con un piacevole profumo di menta piperita, sedano, prezzemolo ed una nota citrica. Lasciato un attimo nel bicchiere ecco emergere note di agrumi e di pesca. Sorso leggero e scorrevole.
Old Ton Genever. Ricetta del 1918 recuperata dai vecchi documenti della distilleria. Limone, zenzero, cannella, ginepro, foglie di arancio, assenzio. Al naso risulta evidente la nota maltata che regala una dolcezza che sposa le note fresche ed agrumate. Avvolgente il sorso.
Paradyswyn Genever. Mela, lampone, ciliegia, ginepro, angelica, semi di coriandolo. 100% alcol da malto ed invecchiamento in legno per un perioda da 4 ad 8 anni.
Un prodotto sui generis, quasi l’anello mancante fra il gin ed il whisky. Accanto alle note di malto e spezie tipiche del legno ecco emergere frutta tropicale, albicocca disidratata e frutta secca.
Sloe Gin. Ginepro, galanga, fiori d’arancio, genziana, vaniglia e prugne selvatiche (da cui il colore). Molto molto fruttato, quasi come un liquore, ma supportato da una fresca acidità tanto al naso quanto al palato. Buona persistenza con chiusura leggermente amaricante.
IL FOOD PAIRING
Non solo degustazione in purezza. I distillati di Rutte sono stati protagonisti anche di interessanti accostamenti di food pairing, tanto in purezza quanto in drink dedicati. Dal pesce fresco crudo abbinato al Genever consumato con semplicità all’aperto lungo i canali di Dordrecht (esperienza assolutamente da provare) alle fritture tradizionali accostate ad un semplice gin tonic.
Non ultime le sofisticate preparazioni preparate dal ristorante In de keuken von Floris di Rotterdam accostate a cocktail a base Rutte o a Gin e Genever in purezza. Che il food pairing con distillati in purezza o drink sia davvero la nuova frontiera delle esperienze Gourmet?
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
ROMA – Al ristorante, in Germania, si beve meno vino italiano di fascia alta ma si spende di più rispetto al passato. A dirlo è lo studio “Tendenze e prospettive per i fine wines italiani presso la ristorazione tedesca”, commissionato dall’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi all’Osservatorio Wine Monitor di Nomisma e presentato oggi a Roma nella sede dell’Associazione stampa estera (scaricabile integralmente qui).
Sotto la lente, 200 ristoranti (di cui il 78% di fascia medio-alta) segnalati dalle principali guide di settore e un campione di 1000 consumatori che normalmente bevono vino fuori casa.
Due filoni d’indagine da cui emerge come principale tratto comune una vera e propria ‘svolta campanilista’ verso lo stile alimentare tradizionale tedesco a discapito di quello straniero. Di fronte alla scelta del vino da inserire in carta, infatti, il 34% dei ristoratori sceglie principalmente in base all’origine tedesca e poi alla popolarità del vitigno (33%) e alla notorietà del brand (23%).
Sul versante dei consumatori, l’acquisto dei vini premium al ristorante (prezzo a bottiglia superiore ai 30 € per i bianchi e ai 40€ per i rossi) segue il criterio della tipologia (23%) e quello del territorio di produzione (21%) con in testa, nell’ordine, Germania, Francia e Italia.
Senza alcuna sollecitazione da parte degli intervistatori, i clienti dei ristoranti tedeschi coinvolti dall’indagine sono stati in grado di indicare solo alcune tipologie di vino italiano: Chianti, Lambrusco, Barolo, Primitivo e Montepulciano, a riprova del buon lavoro compiuto dai Consorzi, dai produttori e al netto della notorietà già acquisita da queste denominazioni.
Più in generale, su 2,5 miliardi di euro di vino importato nel 2017 in Germania, terzo mercato più importante dopo Usa e UK, il 36% è made in Italy. Negli ultimi cinque anni, in linea con il trend globale, i vini fermi imbottigliati provenienti dall’Italia sono calati in volume del 10%.
Ma hanno comunque registrato una quasi equivalente crescita in valore (+9,8%), a riprova di un evidente riposizionamento qualitativo in un Paese come la Germania, che dal canto suo sta riscoprendo una predilezione verso i local wine, bianchi in testa.
IL COMMENTO “Nell’ultimo quinquennio – spiega Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor – si sta assistendo ad un calo dei livelli di consumi (-1,5%) che rischia di diventare strutturale per diverse ragioni. Prima tra tutte, la mancata sostituzione generazionale tra i consumatori stessi”.
“Come per il mercato italiano, la popolazione tedesca che invecchia sta aumentando e, di conseguenza, beve meno, mentre i più giovani prediligono la birra, avvicinandosi al vino in età più matura. A ciò va aggiunta la riscoperta dei vini locali, che sta spingendo il consumatore a guardare sempre meno ai prodotti stranieri”.
“Non a caso, mentre l’import dei vini imbottigliati scende di oltre il 4% a volume, il consumo di vino tedesco tra il 2012 e il 2017 è cresciuto del 3%. Ma c’è poi una terza motivazione legata invece alla percezione del vino tricolore, che evoca tra i consumer essenzialmente un concetto di convivialità, mentre invece non sembra soddisfare a pieno il rapporto qualità-prezzo”, continua Denis Pantini.
“Emerge infatti che per molti degli intervistati i vini made in Italy proposti dalla ristorazione evidenziano prezzi in crescita non giustificata da incrementi qualitativi o legati all’innovazione. Va da sé quindi che il 53% dei ristoratori (63% tra quelli di fascia alta) dichiara di aver aumentato le vendite di vini tedeschi, malgrado gli italiani siano quelli maggiormente diffusi nelle wine list (li ha in carta l’88% degli esercizi intervistati)”.
Secondo l’indagine, sono dunque i teutonici, premium compresi, a primeggiare per il livello qualitativo percepito (35% delle preferenze), seguiti dai francesi (33%) e con distacco dagli italiani (14%). Una valutazione che trova corrispondenza anche nei rispettivi livelli di consumo.
Ma a detta dei ristoratori, la voglia dei clienti di bere sempre meno vini provenienti da altri Paesi, Italia inclusa, dipende principalmente dalla mancata conoscenza: basti pensare che alla domanda rivolta ai consumatori away from home su “quale vino italiano hanno bevuto nell’ultimo anno”, ben 6 su 10 non sono stati in grado di indicare né un brand né una denominazione.
In tal senso, sia per i ristoratori che per i consumatori interpellati, risulta quindi strategica l’organizzazione di eventi e degustazioni, anche se la proposta di inserire in carta brand che non si trovino contestualmente nei supermercati è in cima alle priorità espresse dal 35% dei ristoranti monitorati. Senza però dimenticare che in Germania, oltre l’80% dei vini viene venduto nei canali off-trade, discount in primis.
“Da tempo avvertiamo questo gap e anche un cambio di rotta sul mercato tedesco, ormai in continua evoluzione – dichiara Piero Mastroberardino, presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi, che riunisce diciannove tra le più importanti cantine del Belpaese – e l’indagine che abbiamo commissionato a Wine Monitor di Nomisma ci fornisce una conferma inequivocabile sul fatto che occorre lavorare sempre più sulla promozione, con azioni mirate sulla ristorazione, che di fatto rappresenta il principale canale di vendita dei fine wines in Germania.
“Negli ultimi anni – conclude Mastroberardino – abbiamo già organizzato diverse iniziative a Berlino, Amburgo, Colonia e Monaco alla presenza degli stessi produttori, proprio per raccontare in prima persona e far conoscere ulteriormente la tradizione, la cultura e l’altissima qualità del made in Italy enologico che la nostra compagine è in grado di rappresentare al meglio. Ma è evidente che occorre intensificare gli sforzi, perché il consumatore tedesco ha bisogno di conoscere la nostra grande varietà e i diversi territori di appartenenza”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Oktoberfest, la più famosa festa della birra al mondo, inizia oggi, 22 settembre, a Monaco di Baviera. Un’occasione ghiotta per i supermercati per proporre birre in offerta, non solo tedesche.
Alcune catene (Tigros, Famila, Auchan, Pam, Carrefour) presentano riferimenti all’Oktoberfest già nei volantini in corso. Sono solo 6 i birrifici storici di Monaco di Baviera autorizzati ad etichettare la loro birra tipo Marzen come Oktoberfestbier: Paulaner, Spaten, Hofbräu (noto anche come HB), Hacker-Pschorr, Augustiner e Löwenbräu.
I PREZZI A VOLANTINO HB Oktoberfestbier compare, in bottiglia da 50 cl, sui volantini Tigros a 1,19 euro e Famila a 0,79 euro. Più articolata l’offerta di Paulaner presente in bottiglia da 50 cl, lattina da 50 cl e lattina+boccale da 1 litro.
Bottiglia presente in Tigros e Famila allo stesso prezzo (1.29€), non così invece la Lattina da 50cl proposta da Tigros (1,19 euro), Famila (0.69 euro) ed Auchan (1,39 euro). Litro+boccale presente in Tigros a 7,90 euro, Pam 8,90 euro e Carrefour 9,95 euro.
Se Famila fa meglio di Tigos su HB, la situazione si inverte su Löwenbräu la cui bottiglia da 50 cl è in offerta da Tigros a 1.19 euro e da Famila a 1,49 euro. Il birrificio più presente è Spaten, la cui bottiglia da 50 cl è in promozione da Tigros e Carrefour a 1,19 euro, da Auchan a 1,29 euro e da Famila a1,49 euro.
L’OKTOBERFESTBIER
La birra dell’Oktoberfest è una birra tipo Marzen, cioè un pale lager a bassa fermentazione tradizionalmente prodotta a marzo (da cui il nome) al termine della stagione brassicola. Birra di medio corpo ha note più marcatamente maltate rispetto alle lager e meno luppolato delle pils.
Qualitativamente le 6 oktoberfestbier di Monaco sono paragonabili e decretare la migliore è questione di gusto personale. Liberi quindi di acquistare in base al prezzo, alla fiducia del punto vendita, al gusto o anche alla volontà di provare l’offerta di Paulaner per bere la propria birra da un boccale da litro, così come viene servita nei tendoni dell’Oktoberfest.
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