Capita, di rado in verità, di scoprire vini che paiono libri. Li versi nel calice. E sembrano sussurrarti all’orecchio una storia. Un aneddoto segreto, che si svela piano. Sarà forse per quel nome a metà tra la realtà e la fantasia, ma è l’effetto che fanno i Chianti Classico e il Sangiovese di Podere Scheggiolla. Manuali di una filosofia che fa del distacco dal giudizio tecnico il motivo – supremo, altissimo, rivoluzionario – per cercare la perfezione artigianale.
E come ogni antico manuale che si rispetti, non può mancare il bigino. “LP01 Esordio” è il vino che racconta, in poche righe (pardon, “sorsi”), l’evoluzione dell’approccio alla viticoltura di Luciano Pagni e Maria Rosaria Guarini, giunti nel 2000 sui dolci colli toscani di Castelnuovo Berardenga (SI).
Un’etichetta che «nasce da un’urgenza ribelle». Quella di «liberare il nostro vino dal confine dei confronti». «Per noi, enoici amanti del vino – spiega la coppia– ‘LP01’ è il legame con chi lo sceglie, per raccontarci l’emozione». «Si astenga chi ricerca il virtuosismo tecnico e il giudizio supremo», il premuroso avvertimento.
Abbiamo ascoltato la natura imparando ad usare le sue parole e la sua sintassi, ascoltato la forza e le vibrazioni di una terra madre roboante e generosa e, infine, condiviso questa attesa. La condivisione avviene ogni giorno, con chi arriva qui, in questo ‘piccolo stivale’ nello stivale. Con chi beve brindando alla vita. Con chi riconosce questo percorso bevendo nel silenzio il nostro vino e ascoltando».
Una “filosofia” che prende vita tra le 7500 viti di Podere Scheggiolla, nome che deriva dall’omonimo torrente che scroscia poco lontano dalla tenuta, situata a 300 metri sul livello del mare. Radici ben solide le loro, aggrappate a una terra ricca di scheletro, tanto cara all’uva quanto all’ulivo.
«Forse i “grandi progetti”, saggiamente interpretati, aiutano a salvare i nostri cuori, ma in genere i risultati importanti si ottengono con la pazienza delle piccole cose, – sostengono Luciano Pagni e Maria Rosaria Guarini – percorrendo sentieri che passano per il “bello”. Per arrivare ad un obbiettivo, magari senza nemmeno dichiararlo, si deve però cominciare ascoltando. E abbiamo ascoltato». Ecco, forse, perché certi vini sanno di libri.
LA DEGUSTAZIONE
Rosso Toscana Igt 2018 “Lelle”, Podere Scheggiolla: 91/100 La vinificazione in solo acciaio chiarisce l’obiettivo, ancor prima di stappare la bottiglia. Un’esplosione di fiori e frutto, tannino elegantissimo. Beva agile, generosa, quasi “pericolosa”.
Toscana Igt 2015 “LP01 Esordio”, Podere Scheggiolla: 95/100
Il rosso impenetrabile preannuncia tanto la generosità del nettare, quanto la necessità (quasi una preghiera, annegata ma presente sul fondo di quel colore scuro) di saperlo attendere. Un vino che chiede tempo, ma che è in grado di ripagare ogni centesimo di secondo a chi si accosta alla degustazione senza fretta.
Trae in inganno con un naso subito intenso di frutta, che solo l’ossigenazione rende ricco e variegato. Stesso discorso vale per un palato abbondante in ingresso, più per il peso che per l’estensione. Dargli qualche giro di lancetta è un esercizio che ne sgranchisce l’opulenza, riequilibrando il nettare a suon di freschezza e complessità.
Chianti classico Docg Riserva 2012, Podere Scheggiolla: 93/100
Rubino luminoso. Naso ampio, generoso, fresco, balsamico. Si spazia da una ciliegia grondante di succo al muschio, dalla castagna cotta al fungo fresco. Frutti di bosco, ribes, fragolina, marasca, ma anche l’agrume rosso maturo. Una nota ferrosa, sanguigna, unita alla viola mammola.
L’ossigenazione ancora una volta è una preziosa alleata, che libera risvolti umami. Ingresso di bocca denso ma teso, con allungo immediato sul frutto e sul balsamico. Tannino setoso ma presente, in una chiusura dominata dal frutto e dalla spezia, in particolare da ritorni di marasca e pepe nero.
Chianti classico Docg 2013 Gran Selezione, Podere Scheggiolla: 96/100
Si tratta di un cru di solo Sangiovese, frutto di 3 mila viti presenti in una vigna di 1 ettaro e mezzo. Un Chianti classico Gran Selezione che si distingue per opulenza, struttura e concentrazione degli aromi.
Il tutto senza la minima sbavatura e nel segno della consueta precisione, vero tratto distintivo di Podere Scheggiolla. Sorprende, infine, per la prontezza di beva complessiva, data dall’equilibrio perfetto tra le componenti, nonché per le ottime prospettive di ulteriore affinamento, più che mai positivo.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Cinque enti certificatori affiancheranno VinNatur nel tortuoso processo verso un disciplinare condiviso con circa 200 produttori di “vino naturale”. Questa la novità comunicata in esclusiva a vinialsuper durante Villa Favorita 2018, andata in scena a Sarego (VI) lo scorso weekend (qui i migliori assaggi).
Angiolino Maule (nella foto), fondatore di VinNatur, spiega i dettagli: “Nell’ottica di non essere ricordato come un giustiziere, bensì come un formatore, ho deciso di farmi affiancare da CCPB, Valoritalia, Suolo e Salute, QCertificazioni e Icea nella verifica dei criteri di ammissione e permanenza in VinNatur dei nostri associati”.
“Se dal punto di vista burocratico sono gli ispettori che stanno formando me – continua Maule – in un’ottica pratica sono io che formo loro. Quello che voglio fare capire ai produttori è che non vogliamo ‘far fuori’ nessuno attraverso controlli che riguardano soprattutto i livelli di pesticidi nel vino, bensì avere un quadro generale di come si sta evolvendo l’associazione. E decidere se è il caso di allargare o stringere la cinghia”.
A detta di Maule, le cose stanno andando per il verso giusto. Un esempio? “Viste le numerose richieste di deroghe ricevute lo scorso anno – risponde il fondatore VinNatur – ho proposto all’assemblea generale di venerdì 13 aprile un piccolo aumento della quantità di solforosa ammessa per i vini a lungo affinamento in botte e la possibilità di effettuare filtrazioni”.
“Con mia grande soddisfazione le due deroghe sono state bocciate al termine di una discussione accesa ma molto proficua: la solforosa resta a 30 mg e le filtrazioni vietate. Ciò significa che stiamo lavorando bene sulle teste e sulla mentalità dei produttori VinNatur, che da un anno all’altro stanno capendo sempre più il senso di questa associazione”.
La decisione di allargare a cinque il numero di enti certificatori (erano due lo scorso anno) è dovuta proprio ai risultati dei primi test, che hanno interessato un campione di 10 aziende aderenti al circuito vinnaturista.
“Ebbene – ammette Maule – abbiamo generato il caos! Ma ce lo aspettavamo, perché con questo tipo di controlli abbiamo avvicinato due mondi che non si erano mai parlati prima: il produttore con un’ideologia diversa da quella dell’industria e l’ispettore che non sa di cosa stia parlando l’altro. La formazione degli ispettori è necessaria proprio per ridurre ulteriormente questo gap”.
SCIENZA O FILOSOFIA? La scienza torna dunque utile ai produttori di vino naturale. “Puoi fare filosofia quanto vuoi – chiosa Angiolino Maule commentando il nostro articolo sulle dichiarazioni di Josko Gravner – ma poi devi studiare enologia! Non ci si può improvvisare produttori soltanto con la filosofia. Il gusto di un alimento è dato dal rapporto tra suolo, sole, insetti e uomo. Non possiamo imbrigliare tutta questa complessità dietro a un’ideologia. Il filosofo non fa il vino: è una cosa troppo complessa, che va conosciuta per essere rispettata a fondo”.
Uno dei segreti del successo crescente di VinNatur è proprio il coinvolgimento delle Università. “Aver coinvolto il mondo scientifico, mettendolo a disposizione dei contadini – spiega Maule – ci ha concesso un bel salto avanti. Il mondo dei personaggi anni Ottanta con la barba lunga, i capelli unti e il maglione a uncinetto è finito. Il nuovo interprete del naturale è colui che si è rimboccato le maniche e ha fatto il salto in avanti nella conoscenza scientifica: l’unica che ti consente di lavorare con consapevolezza”.
Maule non la manda a dire a chi critica il disciplinare VinNatur: “Siete fifoni. Possiamo dare assistenza sia in vigna sia in cantina. E dare lo spazio di crescere moltissimo, con vini equilibrati e una viticoltura molto più degna di chiamarsi naturale”.
Un esempio? “Dico solo che in Finlandia è uscito un bando per un vino che, tra le sue caratteristiche, deve avere ‘il bollino VinNatur’. Dare una garanzia maggiore agli ispettori e ai buyer è uno dei nostri obiettivi. Facendo le cose per bene rischiamo, come succede, di sentirci dire che siamo dei tosti, dei duri. Ma questa è la strada per crescere nel rispetto dei nostri principi”.
IL GIUSTO COSTO DI UN VINO NATURALE I controlli sui vini promossi dall’associazione VinNatur, assieme al crescente successo del vino bio e naturale (specie tra i Millennials) comporterà un aumento del costo delle bottiglie di vino naturale? Maule assicura di no. E non usa giri di parole.
“Il prezzo corretto di una bottiglia di vino – dichiara – è di massimo 5 euro. Tutto quello che si fa pagare di più è il prestigio e la ricerca. E’ la richiesta che fa salire il prezzo, indipendentemente dalla zona d’origine: Barolo o Montalcino non fa differenza”.
Un costo, 5 euro a bottiglia, che Maule calcola così. “Facciamo finta che sono imprenditore. Compro 3 ettari e non voglio sporcarmi le mani. Li faccio lavorare da un operaio, che 3 ettari, anche da solo, sapendo lavorare, se li mangia! Mettiamo che si producano 10 mila bottiglie per ettaro, come molti Champagne”.
“Il nostro campo di 3 ettari produrrà 30 mila bottiglie in totale. Il guadagno, supponendo che il costo della bottiglia sia di 5 euro, si assesterà sui 150 mila euro. Con 30 mila euro pago l’operaio. Con altri 20 mila, per sparare alto, pago l’ammortamento dei trattori e dei macchinari. Poi aggiungo qualsiasi altro costo. Altri 20 mila per l’imbottigliamento? Perfetto. Non arriverò mai a 150 mila euro con le spese, portando comunque a casa un gran bel guadagno!”.
“Si può anche fare il calcolo per 10 euro. Con 5 mila bottiglie prodotte per ettaro, perché voglio fare qualità. Noi a Biancara facciamo per esempio 35-40 hl a ettaro, sicché il prezzo del nostro vino è di 6-7 euro. Il ‘Pico’, molto richiesto, lo vendiamo a 11 euro, perché ne produciamo solo solo 10 mila bottiglie. Come fa uno ad arrivare a prezzi superiori? E’ la richiesta che lo spiega. Ma il prezzo di partenza è sempre 5 euro”.
Per Maule, “produrre vino naturale non costa più del convenzionale”: “Il produttore che fa trattamenti sistemici indebolisce la pianta di anno in anno. L’anno dopo aumentano i costi. Ma sto parlando di costi che ha il convenzionale e noi no. Prima della vendemmia si porta in cantina i lieviti, gli enzimi: spende, credo, una fortuna su questo. Noi spendiamo la stessa cifra, ma in manodopera”.
AMICI NEMICI
Frasi, quelle di Maule, che lasciano il segno in un dibattuto sempre aperto e acceso. Anche all’interno dello stesso mondo dei vini naturali, che si è letteralmente spartito il weekend pre Vinitaly, spremendo energie in una costellazione di eventi collaterali, antagonisti tra loro.
Anche su questo argomento, il fondatore di VinNatur non le manda a dire. “Io ho fondato ViniVeri. E nel loro statuto c’è scritto ‘Associazione che produce cultura e la regala’. Non è certo facendo un convegno che fai cultura (quello con ospite Josko Gravner, ndr). La cultura la fai lavorando sul campo, lavorando in modo scientifico. Osservando i problemi e cercando di risolverli, lavorando in prevenzione”.
“VinNatur – aggiunge Maule – fa questo. Fa da 11 anni l’analisi dei pesticidi. Martedì sono stato invitato a Vinitaly a parlare davanti a 40 giornalisti stranieri: mi hanno obbligato a ospitare alcuni produttori del ViVit. Ho risposto ci sto, ma li seguo io i produttori, perché non voglio sedermi al tavolo di uno che è stato cacciato da qua ed è entrato in altre associazioni”.
“La prima scrematura in atto – conclude Maule – è quella che deriva dal disciplinare. Salire sulle scale di un palazzo costa fatica, ma il panorama che vedi, più vai in alto, più diventa bello. Ovviamente quelli che stanno al piano terra ti invidiano… Ma io ho faticato per arrivare qui. Ecco cosa sta succedendo al nostro mondo. Altro che negatività!”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Corrado Cattani, Aldo Dallavalle e Pietro Nera sono stati nominati componenti del Consiglio direttivo dell’associazione Consorzi tutela vini lombardi con delibera approvata dalla Giunta regionale su proposta del presidente Roberto Maroni.
“Con le nomine di oggi – dichiara l’assessore regionale all’Agricoltura Gianni Fava (nella foto) – completiamo il consiglio direttivo di Ascovilo. La professionalità e l’esperienza dei tre consiglieri rispecchia la filosofia di Regione Lombardia, che punta a rilanciare il ruolo di questa importante associazione che negli anni aveva conosciuto qualche periodo di difficoltà, ma che con la presidenza di Mamete Prevostini ha registrato una fase di grande rilancio, tornando ad esercitare un ruolo significativo nel panorama della produzione del vino lombardo”.
“I tre neo consiglieri – aggiunge Fava – rappresentano altrettante grandi aree vinicole: l’Oltrepò pavese, la Valtellina e le colline moreniche mantovane. A loro va un sincero augurio di buon lavoro nell’interesse del comparto lombardo e della continua battaglia sui mercati internazionali per l’affermazione della qualità dei nostri grandi prodotti”.
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Un grande risultato per Ais e per tutti i sommelier che, da anni, con professionalità, prestano servizio in lungo e in largo in Lombardia, e non solo. Il Comune di Milano ha conferito ieri all’Associazione italiana Sommelier l’Abrogino D’Oro 2016. L’attestato di Benemerenza civica è stato consegnato dal sindaco del capoluogo lombardo, Giuseppe Sala, al presidente della delegazione Ais di Milano, Hosam Eldin Abou Eleyoun , in occasione di una solenne cerimonia al Teatro Dal Verme. “Questo attestato – ha sottolineato Eleyoun – è merito di tutti i nostri 1853 soci e del gruppo di lavoro che si impegna ogni giorno dell’anno nel comunicare il vino. La passione, la professionalità, l’abnegazione sono solo poche parole per rappresentare la squadra di Ais Milano premiata con questo riconoscimento”. Una candidatura, quella alla prestigiosa Benemerenza meneghina, fortemente sostenuta nei mesi scorsi da Enrico Marcora, consigliere comunale della lista Sala e socio Ais.
IL SOMMELIER E’ “POP” Un riconoscimento all’impegno di tanti giovani, dunque. Ma anche a una filosofia che, in un mondo come quello del vino, spesso tacciato d’essere autoreferenziale e “snob”, ha saputo aprirsi – specie negli ultimi anni – a un pubblico sempre più eterogeneo. Incontrando così il favore degli appassionati. Basti pensare che è proprio l’Associazione italiana sommelier a formare il personale delle enoteche di molte catene della Gdo. Non ultima la milanese Esselunga.
“Al supermercato – commenta di fatto Fiorenzo Detti (nella foto), presidente Ais Lombardia – è assolutamente possibile bere bene. Devo dire che questa Gdo, al suo interno, è composta da persone qualificate che sanno comprare e comprano sempre meglio, spuntando il prezzo migliore perché, a differenza dei piccoli esercizi, acquista vini in grosse quantità. In questo modo la Gdo riesce a proporre all’utente finale numerose etichette molto valide, a prezzi vantaggiosi. E’ ormai confermato il trend che vede sempre più aziende blasonate aderire al circuito della grande distribuzione”.
Un fenomeno che, secondo Fiorenzo Detti, non è destinato a esaurirsi. Anzi. “Sono sicuro – continua il presidente Ais Lombardia – che oggi e sempre meglio nel futuro la Gdo saprà proporre prodotti di qualità al giusto prezzo. Io stesso acquisto da sempre vini al supermercato. E non è un caso se Ais cura la formazione enologica del personale che opera in questi grandi gruppi. D’altro canto – conclude Fiorenzo Detti – devo ammettere che da loro abbiamo avuto modo di apprendere molto, soprattutto in merito alle strategie di marketing che adottano. Insomma: più li conosciamo, più ci convincono che sono davvero bravi”.[sg_popup id=”1″ event=”onload”][/sg_popup]
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Entri a Zymè. E le lancette dell’orologio sembrano impazzire. I vini che hanno fatto la storia della Valpolicella classica, ben ordinati nelle teche di vetro. Tutt’attorno, un contesto architettonico moderno. Al limite del futuristico. E’ il rendez vous della memoria col progresso. Dell’uomo, con la natura. Una scommessa piazzata quasi 15 anni fa da Celestino Gaspari, sul tavolo da gioco della Valpolicella classica. Oggi, Zymè rappresenta una delle migliori espressioni (di sempre) del vino veneto. Di certo la più eclettica. Un magnifico esemplare di husky precede Gaspari di qualche gradino, al piano ‘alto’ di Zymè, a forma di pentagono. Un saluto agli ospiti venuti dalla Russia, dalla Polonia e dall’Alto Adige per visitare la cantina. Poi, il silenzio del suo ufficio. “Zymè – spiega il viticoltore – nasce come aspirazione a vini di ricerca, di sperimentazione. Vini, se vogliamo, anche di provocazione. Sono partito da Harlequin, poi è arrivata l’Oseleta, poi Kairos. E i classici solo in secondo momento, in un’interpretazione che sappia di passato”. Una filosofia a metà tra l’istinto di conservazione e la voglia di ribellione.
Gaspari, oggi 53enne, sposa la figlia di Giuseppe Quintarelli, compianto re dell’Amarone a cui deve tanto, umanamente e professionalmente: “Undici anni da mio suocero nel segno del bando alle tecnologie, t’insegnano che ciò che vale davvero è l’esperienza da una parte, e la materia prima dall’altra, qualitativamente”. Per Celestino Gaspari anche due anni alle Cantine Bertani, come consulente: “L’occasione per fare un passo all’indietro nel tempo, nella storia, degustando vini fino al 1926. Ma anche per cogliere altre informazioni da quella che è l’azienda storica della Valpolicella, con 250 anni di vendemmie alle spalle, capace da sempre di dare un’interpretazione molto interessante all’Amarone: aristocratica”. Guai, dunque, a chiamare “innovativi” i vini di Zymè. “L’ho letto addirittura sul Decanter, ma non è vero niente”, chiosa Celestino Gaspari. “Chiamiamola piuttosto una rivisitazione del metodo e del blend storico in chiave moderna, attuale”. Perché a Zymè, tutto sommato, si parla ancora di uvaggio classico, di lievito indigeno, di temperatura naturale, di vinificazione in cemento. Di tempi di criomacerazione e fermentazione che vanno oltre i tre mesi. E di botti gradi di rovere di Slavonia. Di rendez vous tra passato e presente.
L’HARLEQUIN COME PROVOCAZIONE
Una cosa è certa. A Celestino Gaspari, l’appetito è venuto mangiando. Anzi, sorseggiando il primo ‘morso’ di Harlequin. L’Igp Veneto Rosso che ha sparigliato le carte, ottenuto dal blend di un minimo di 15 vitigni: Garganega, Trebbiano toscano, Sauvignon Blanc, Chardonnay, Corvina, Corvinone, Rondinella, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syraz, Teroldego, Croatina, Oseleta, Sangiovese e Marzemino. “A me hanno insegnato a scuola che chi copia arriva secondo – commenta Gaspari – e quindi è molto più soddisfacente prendersi dei rischi ma cercare di percorrere una strada nuova. Così, se hai fortuna, crei un distinguo nel tempo. E rendi dura la vita, se non impossibile, a chi prova a copiarti. Ricordo che da Quintarelli, le uve che usavamo non erano tanto diverse da quelle di altri produttori. Quello che cambiava era ciò che avveniva dal momento in cui veniva staccato il grappolo, lavorato e messo in bottiglia: macerazione, metabolismo naturale, affinamenti lunghi che stabilizzano il prodotto e portano in bottiglia aromi diversi dagli altri”. Lasciare spazio a Madre Natura non solo in vigna, ma anche in cantina, è uno dei segreti di Zymè. “Ma devi avere certezza che la cosa funzioni”, precisa Gaspari. “Noi facciamo un solo passito bianco, solo nelle annate migliori. Pigiamo le uve a fine gennaio ed effettuiamo una decantazione statica, per effetto del freddo. Poi prendiamo il mosto, lo mettiamo in barrique da 100 litri di rovere di Slavonia, sigilliamo e per tre anni non lo apriamo più. Cosa succede nel frattempo? Per rispondere a questa domanda serve solo una cosa: l’esperienza. Il tempo fa tutto. Anche in un mondo dominato dalla fretta”.
E in effetti, la storia di Zymè è anche quella di una coscienziosa attesa del risultato migliore. Oggi il paradiso di Celestino Gaspari conta 30 ettari totali di terreno vitato, in gran parte in affitto, nella Valpolicella classica. Altri vigneti sono situati nelle zone limitrofe a Verona, nonché a Vicenza: più esattamente a Lonigo, Colli Berici, dove è in atto dal 2006 una partnership con la cantina Puntozero della famiglia De’ Besi, divenuta nel 2015 una realtà autonoma. Nel gioco perpetuo tra storia e presente sembrano lontani, eppure ancora così vicini, i tempi di “un ufficietto e 10 barrique”, che segnano l’inizio del sogno ad occhi aperti di Celestino Gaspari. Un aspetto che non dev’essere sfuggito a Moreno Zurlo, giovane architetto di Padova cui è stata affidata la realizzazione della cantina Zymè, così come la vediamo oggi. “Una felice alleanza tra natura e cultura”, come piace definirla al padrone di casa. L’edificio sorge su una cava di pietra calcarea risalente al 1400 d.C. Una cavità carsica domina la scena, accanto a decine di barrique, raggiungibili sotto il livello del terreno grazie a un ascensore a forma di tappo. Il suono di una piccola cascata e di un ruscello culla il prezioso nettare (nel video), a cui viene assicurata assenza di luce solare e una straordinaria stabilità termica naturale. Vista dall’alto, la struttura della cantina ricorda la forma a pentagono di una foglia di vite, il logo di Zýmē (dal greco “lievito”, vera genesi dell’enologia tutta). Natura, uomo, tempo. Coerenza. Quella del filosofo vignaiolo, Celestino Gaspari.
NO AL BIO. GDO, PERCHE’ NO? Una dottrina, quella del viticoltore di San Pietro in Cariano, scevra da qualsiasi formalismo e preconcetto. Perché chi guarda alla qualità, può fregarsene del puro marketing: quello di facciata. “Il biologico? Non mi interessa”, dichiara perentorio. “E’ una macchia nera nella viticoltura – precisa Gaspari – perché molti hanno iniziato a produrre in regime biologico solo per logiche di ‘moda’, di mercato e di marketing. Le scienze hanno regalato all’uomo la possibilità di curarsi dalle malattie: in nome di cosa non dovrei curare una vite malata, o meglio prevenire le potenziali malattie? Resta il fatto che a Zymè concimo con stallatico, uso solo minerali se devo intergrare (solfato di potassio o magnesio, ndr), rame di miniera, zolfo di miniera, bacillus thuringiensis per prevenire botrytis o tignoletta. Però, se mi capita un anno come il 2014 in cui hai delle fasi critiche per via di un meteo instabile, preferisco difendermi in vigna piuttosto che portare in cantina porcheria. Fa più male un frutto malsano o il fatto che abbia eseguito due trattamenti per prevenire eventuali malattie?”. Un altro motivo per cui Gaspari ammette di rinunciare al “vino biologico” è la burocrazia.
“Non nascondo che negli scorsi mi era passata per la testa l’idea di una certificazione green della produzione. Mi dicevano che sarebbe stato semplice. Ma quando ho approfondito la questione, mi sono reso conto che avrei avuto bisogno di assumere una persona da impegnare esclusivamente alla compilazione di scartoffie varie. Sono nato nell’epoca in cui non esisteva la chimica e tutte le operazioni, in vigna, venivano eseguite in base all’esperienza. Biologico e biodinamico, al giorno d’oggi, sono ancora in fase sperimentale: con tanti errori e passaggi generazionali, forse, un giorno, saremo tutti pronti a questa grande conversione”. Mentre Gaspari parla, l’occhio cade sull’orto realizzato alle sue spalle. Proprio sul tetto della “hole” della cantina. “Coltivo piselli, rapanelli, carciofi, patate, insalata. La terra in cui affondano le radici è stata prelevata a 1,40 metri di profondità, a Romagnano, per evitare contaminazioni”.
Non disdegna invece la Gdo, il vignaiolo Fivi Celestino Gaspari. “Siamo già presenti in alcune catene – evidenzia – come i supermercati Rossetto (8 province tra Veneto, Emilia e Lombardia, per un totale di 24 punti vendita, ndr) oltre a Famila ed Esselunga. Pur essendo i rapporti discreti, credo che a questi gruppi non interessi tanto vendere il mio vino, quanto averlo in assortimento, come una sorta di ‘specchietto per le allodole’. Ma un motivo per il quale sostengo la Gdo sono i ricarichi applicati dalla ristorazione e dall’horeca in generale, che arrivano fino al 2-300%. Tutto ciò è assurdo. Un ristorante che meriti di chiamarsi tale dovrebbe guadagnare sul piatto, al posto di speculare sul vino dei produttori. Anche perché, i ristoratori, mi pagano a 60 giorni. Ma al cliente del ristorante presentano il conto al termine esatto della cena”. Celestino Gaspari, schietto e senza peli sulla lingua, rivolge poi una richiesta al mondo dei buyer della gdo e all’e-commerce: “Seguite l’esempio di Signorvino, che nella sua catena di wine shop e ristoranti fa pagare il vino esattamente quanto lo si pagherebbe in cantina, andandolo a prendere direttamente dai produttori. E, per la cronaca, io non sono un loro fornitore”.
LA DEGUSTAZIONE Igp Veneto bianco From black to white (13%): Blend ottenuto da Rondinella Bianca (60%), Gold Traminer (15%), Kerner (15%) e Incrocio Manzoni (10%). Gaspari trova in una vigna in stato di abbandono quello che scoprirà essere un clone bianco del vitigno Rondinella, diverso tuttavia da quello utilizzato per la produzione dell’Amarone. Decide di allevarlo. Oggi può contare su circa 3 ettari vitati di Rondinella Bianca, inserita di recente nella lista delle varietà autoctone. E’ la base di questo blend, cui conferisce grande aromaticità, sia al naso sia al palato. Eccellente come aperitivo, From black to white accompagna tutto il pasto, in particolare piatti a base di asparagi.
Valpolicella Dop Reverie (11,5%): E’ il classico “vino rosso di tutti i giorni”, adatto in particolare al periodo estivo per la sua facilità di beva e per il basso tenore alcolico. Ottenuto al 40% da Corvina, 30% di Corvinone, 25% di Rondinella e 5% di Oseleta, vinificate in acciaio. Può essere conservato anche in frigorifero e accostato a primi leggeri di pasta.
Valpolicella Classico Superiore Dop (13,5%): Ennesimo blend di Corvina (40%), Corvinone (30%), Rondinella (25%) e Oseleta (5%). La fermentazione avviene a cavallo tra i mesi di settembre e ottobre a temperature naturali. A gennaio una seconda fermentazione sulle bucce dell’Amarone con il tradizionale metodo del “Ripasso”, per una durata di 14 giorni. L’affinamento avviene in botti grandi di rovere di Slavonia per almeno 3 anni. Sei mesi in bottiglia anticipano l’immissione in commercio. Vino che colpisce per la grande freschezza regalata da una spiccata acidità, per l’utilizzo di un “Ripasso” volto a conferire carattere e fragranza alla beva, al posto della classica morbizzezza e rotondità. Molto persistente. Un Valpolicella Classico Superiore perfetto con salumi, formaggi a media stagionatura, minestre e carni bianche.
Igp Veneto Rosso Cabernet 602020 (15%): Cabernet Sauvignon 60%, Cabernet Franc 20%, Merlot 20%. Ecco servito il taglio bordolese alla veneta di Zymé, ottenuto dai vigneti situati a Lonigo, Vicenza, Colli Berici. La vendemmia avviene in maniera manuale tra la terza decade di settembre e la prima di ottobre. Le uve atte alla produzione del 602020 sono le ultime a essere raccolte. Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon vengono pigiati in giornata, mentre gli acini di Merlot vengono riposti in piccole casse a riposare per circa 20-30 giorni, concentrando così gli zuccheri. La vinificazione avviene in vasche di cemento a temperatura naturale e lievito indigeno, per 40 giorni circa. L’affinamento è affidato a barriques nuove, per minimo 24 mesi. Un ulteriore anno in bottiglia prima della commercializzazione. Questo Igp Veneto è una delle sorprese più piacevoli di Zymè. Vino avvolgente, rotondo, eppure austero. La perfezione nei contrasti crea un equilibrio memorabile tra le note di confettura (prugna, lampone, more) e il tannino vivo, ma elegante. Nel finale una vena speziata, accompagnata dai classici sentori vegetali del Cabernet. Da abbinare a carne grigliata, arrosti e a formaggi a media stagionatura.
Igp Veneto Syrah Virgola (14,5%): Appassimento di un mese in cassetta per le uve 100% Syrah che costituiscono Virgola, più due anni in barrique nuove. Ne risulta un rosso potente, ma estremamente elegante. Dalle grandi potenzialità di invecchiamento. Particolare la mineralità che riesce a esprimere il vitigno nei Colli Berici. Ottimo con carni rosse, selvaggina e formaggi di grande personalità. O a fine pasto, con cioccolato e frutta secca.
Igp Provincia di Verona Oseleta 2009 (13,5): Mentre la 2010 affina ancora in vetro, prima della commercializzazione, degustiamo la vendemmia 2009 di questo straordinario autoctono riscoperto e valorizzato al meglio da Celestino Gaspari. Zymè, di fatto, è la prima azienda a produrlo in purezza. Perché? Occorre il raccolto di due piante per produrre una singola bottiglia. La resa, di fatto, si assesta dui 60 quintali per ettaro. Tre anni in barrique completano un quadro già di per sé idilliaco. L’Oseleta di Gaspari è un vino che oseremmo definire “tattile”, in cui il tannino è grande protagonista. Anche perché, prima ancora, ammalia al naso con i suoi richiami alla frutta rossa di sottobosco. Spezza gli induci in ingresso, al palato, mostrando i muscoli d’un gigante. Il vino perfetto da dimenticare in cantina. Sfoderandolo, poi, al cospetto di pesce grasso, bolliti, carni grigliate, arrosti e formaggi a media stagionatura.
Igp Veneto Rosso Kairos (15%): Vino ottenuto da un minimo quindici vitigni, 4 bianchi e 11 rossi: Garganega, Trebbiano toscano, Sauvignon Blanc, Chardonnay, Corvina, Corvinone, Rondinella, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syraz, Teroldego, Croatina, Oseleta, Sangiovese e Marzemino. Per l’intera vendemmia possono occorrere fino a 40 giorni. Le uve, colte ognuna in epoche di diverse, a seconda della perfetta maturazione, riposano nel frattempo in plateaux, “per il solo tempo necessario a concludere l’intera raccolta”. E’ il rosso di Gaspari in cui risulta più ‘accentuata’ la percezione zuccherina (zuccheri residui 5 g/l, acidità totale 5,7 g/l, estratto secco 33 g/l, pH 3,50). Al naso confettura di frutta rossa, fiori e spezie: tutte note di grande pulizia. Al palato, attendibile, una grande morbidezza che conferma le attese.
L’etichetta, realizzata come tutte quelle di Zymè da Lucia, figlia maggiore di Celestino Gaspari, “mostra il legame col progetto dell’Harlequin: il vestito di Arlecchino è fatto di pezze di molti colori, così come il vino è fatto con 15 uve diverse, ciascuna con le proprie caratteristiche. In greco antico Kairos significa ‘conveniente, opportuno, per il momento giusto’. L’aggiunta della meridiana e dell’orologio esprimono il concetto del tempo esatto”. Tempo, appunto. Un elemento che torna sempre, prepotentemente, a Zymè. E il tempo di Kairos, in cucina, è quello dei piatti importanti ma delicati di carni bianche e rosse, con salse robuste e speziate. Ottimo con formaggi saporiti, stagionati, e cacciagione.
Amarone Classico della Valpolicella Dop Riserva “La Mattonara” (16%): Ottenuto da uve provenienti da vigneti di età compresa tra i 20 e i 50 anni, delle varietà Corvina (40%), Corvinone (30%), Rondinella (15%), Oseleta (10%) e Croatina (5%). L’annata in degustazione, in particolare, è la 2004. Nove anni in botte grande per questo straordinario Amarone, prodotto solo in annate “straordinarie”. La vinificazione prevede l’appassimento naturale (senza l’uso di deumidifi catori) per circa 3 mesi. Segue la pigiatura, nel mese di gennaio. Vinificato “rigorosamente secondo il metodo tradizionale in vasche di cemento”, per almeno 2 mesi a contatto con le bucce. La fermentazione avviene con lievito indigeno, a temperature naturali.
Dopo la svinatura, “La Mattonara” riposa come detto per circa 9 anni in botti grandi e tonneaux di rovere di Slavonia e viene imbottigliata al suo decimo anno di età. Il lungo invecchiamento favorisce un’ulteriore riduzione degli zuccheri residui. Segue l’affinamento in bottiglia per minimo 1 anno. Una Riserva in grado di assicurare, ancora, la piacevolezza delle note fruttate, unita a una straordinaria vena balsamica e speziata (cacao, liquirizia, pepe). Autentico vino da meditazione, accompagna egregiamente piatti importanti a base di carne (selvaggina, cacciagione) ma anche formaggi come Parmigiano Reggiano e Grana padano.
Igp Veneto Rosso Harlequin 2008 (15%): L’etichetta per Kairos, il nome per Harlequin, a indicare il mix tra un numero incredibile di uvaggi. Ben 15 quelli che compongono il blend: Garganega, Trebbiano toscano, Sauvignon Blanc, Chardonnay, Corvina, Corvinone, Rondinella, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot, Syraz, Teroldego, Croatina, Oseleta, Sangiovese e Marzemino. E’ il vino top di gamma di Gaspari. Raccolte a mano grappolo per grappolo, le uve vengono selezionate personalmente dall’enologo e riposte in plateaux da 0 a 40 giorni, secondo il momento della raccolta, in ambiente naturale, senza ausilio di macchine per la ventilazione forzata o per la deumidificazione.
Vengono dunque pigiate tutte insieme, senza diraspatura. Le uve fermentano in vasca di cemento con lievito indigeno per circa 30 giorni. Seguono follature, delestages “e soprattutto il controllo visivo, olfattivo e uditivo da parte dell’uomo”. Si procede poi alla svinatura e alla decantazione per circa 10 giorni. Segue un duplice processo di affinamento per un totale di 30 mesi utilizzando barriques nuove di rovere francese da 225 litri (200%), senza alcun travaso. Il vino viene imbottigliato senza effettuare chiarifica e subisce un ulteriore affinamento in bottiglia per almeno due anni.
Il risultato è un vino di unica avvolgenza, che inebria ancor prima d’essere condotto al naso: frutta rossa matura, spezie, liquirizia, cuoio. Una complessità straordinaria che si ritroverà poi al palato, dove Harlquin si conferma caldo, pieno, morbido, avvolgente. Il punto forte? La definizione di ogni singolo dettaglio. Una fotografia scattata alla massima risoluzione, ad ogni singola percezione. Una perla, nel mare luminoso dei migliori vini italiani ed internazionali.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
“I disciplinari del vino? Sono dei limiti. E chi segue i disciplinari finisce per diventare vittima degli stessi. Il vino è libertà”. Un sillogismo anarco insurrezionalista meditato, enunciato e sottoscritto a lettere cubitali quello con cui Fausto De Andreis t’accoglie a Rocche del Gatto. La sua piccola, grande Christiania. Siamo a Salea, frazione del Comune di Albenga, provincia di Savona. Riviera Ligure di Ponente, of course. L’appuntamento è nei pressi dello svincolo autostradale, più a valle. Cinture allacciate e giù il pedale dell’acceleratore, in fretta. Stare dietro a De Andreis è già un’impresa, tra le curve in salita e in discesa che conducono al suo quartier generale. Roba che potevi – anzi dovevi – aspettarti da uno che produce Pigato anarchico e lo chiama Spigau. Con la “s” di “sfida” davanti, giocando coll’accezione dialettale ligure “pigau”. Se non segui le regole del vino e produci vino, perché badare al codice della strada quando sei al volante di un’auto? Il punto è proprio questo. Il vignaiolo Fausto De Andreis guida come fa il vino. Senza freni. Senza badare a cartelli stradali o limiti di velocità. Così capisci che Rocche del Gatto è la Livigno savonese: la zona franca del vino libero. Kryptonite per i “burocrati” dei Consorzi. E allo stesso tempo baccanale per gli amanti delle macerazioni spinte. Un viaggio del corpo e dell’anima sul fiume Acheronte. Presi per mano e trascinati nella voluttuosa, anarchica corrente dal figlio dell’Erebo e della Notte: Fausto De Andreis.
LA CROCIATA SPIGAU “Si sono inventati l’alcol test per fare cassa, quando fior di professori hanno dimostrato che l’etilometro è una truffa”. Una stretta di mano veloce, quasi timida. Poi cominci a pensare che sia incazzato col mondo, l’anarchico del vino ligure, quando inizia a sentenziare contro il “sistema Italia”. Ma il tono è sommesso. Quasi un mormorio. Le parole scandite senza foga. Quella di Fausto De Andreis non è rabbia. Ma il principio di un’enunciazione filosofica, forse un po’ prolissa, che porterà, con impressionante coerenza, al dunque: il suo vino. “Hanno trasformato in un inferno il mestiere più bello del mondo”, commenta il viticoltore. “Quest’anno sono ormai alla mia 63a vendemmia – aggiunge – dato che a novembre compirò 70 anni. Ma non avrei immagino che le cose potessero finire così”. Tecnico elettronico, De Andreis negli anni ’80 lavora all’Olivetti di Ivrea, ramo ingegneria di produzione. Nel 1982 la svolta. “Mi sono chiesto: perché aspettare la pensione per fare esclusivamente quello che voglio fare nella vita? Così ho dato vita a Le Rocche del Gatto, nome scelto in onore di mia moglie Caterina, sempre circondata da una marea di gatti che sfama come figli, forse per farmi perdonare il fatto che ci siamo sposati troppo presto, all’età di 51 anni…”. Oggi l’azienda agricola di Salea d’Albenga produce 75 mila bottiglie l’anno. Il bruco diventa farfalla nel 1995. Anno in cui De Andreis vede respinta la classificazione Doc per il suo Pigato. Che diventa così Spigau, arricchendosi di un altro nome di fantasia: “Crociata”. Un vino incazzato. Un vino anarchico. Di carattere. Ma soprattutto un capolavoro d’enologia. Una mela perfetta. Anche senza il “bollino”.
Da uno che fermenta a freddo pure il Nostralino, il vino della tradizione contadina ligure, “per esaltarne l’eleganza”, ci si può aspettare di tutto. Anche per il Pigato. Di fatto, è grazie allo Spigau che Fausto De Andreis entra nell’olimpo dei vignaioli indipendenti italiani, alla stregua dei Walter Massa, per intenderci. Dalla bocciatura della Doc, ha saputo trarre il meglio: raccogliendo il successo della perseveranza. Del coraggio. Della follia. “E’ solo grazie alla memoria storica che si riesce a rendere attuale l’etica”, spara dritto al cuore De Andreis, mentre spilla dalla vasca d’acciaio dei Vermentino e dei Pigato memorabili. “Fino al 2010 mi spingevo fino a 10 giorni di macerazione sulle bucce – spiega il vignaiolo ligure – poi ho deciso di arrivare fino a 21 giorni. I vini bianchi, così, hanno un grosso vantaggio: guadagnano in complessità ma non coprono il piatto, a differenza dei rossi. Troppi bianchi, anche in Liguria, rispondono a un gusto comune, risultando ‘bananalizzati’, ovvero resi banali e standardizzati da sentori come quello di banana, che piacciono tanto al grande pubblico”.
I vini di Rocche del Gatto, invece, paiono tutti austeri, gastronomici, complessi. Utilizzo “giusto” di solforosa e concentrazione assoluta di aromi evoluti sconosciuti al gusto ligure, riscontrabili piuttosto nei canoni stilistici di aree vinicole come la Mosella. E dunque nettari che arrivano ad assumere colori dorati, regalando al naso gas, idrocarburi. Ma anche burro e tostature. Il tutto in un quadro che mantiene comunque tinte fruttate di pesca e albicocca, capaci di vestirsi pure d’agrumi (buccia di cedro). O dar vita a richiami vegetali tipici della macchia mediterranea (rosmarino, alloro) e balsamici (mentuccia). Fino ad arrivare all’apice dell’anarchia: uno Spigau 2005, che equivale ad Armagnac puro. Il tutto, classificato a livello legislativo come “vino da tavola”. Vini infiniti, insomma. Immortali. Vini gloriosi, come la fama che merita Fausto De Andreis. L’anarchico di Albenga.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
E’ una salita fra gli alti cipressi, tanto ripida quanto romantica, a condurre all’azienda agricola Col di Bacche. Siamo a Magliano in Toscana, piccolo comune in provincia di Grosseto. E quell’irto, faticoso cammino, che conduce al punto più alto di strada di Cupi, nella piccola frazione di Montiano, è il simbolo più fulgido dell’avventura di Alberto Carnasciali e Franca Buzzegoli. Marito e moglie, uniti anche nella cantina fondata nel 1998. Anno in cui Alberto Carnasciali si sfila di dosso l’abito da imprenditore edile e decide di sognare ad occhi aperti. Dando vita a Col di Bacche. La prima vendemmia, nel cuore delle terre del Morellino di Scansano, risale al 2001. Sono passati 15 anni, ormai. Quindici anni che hanno incoronato Col di Bacche tra le cantine dell’Olimpo Toscano del vino. Ne è consapevole Franca Buzzegoli, che ci accoglie in cantina con la fierezza di chi sa d’aver svoltato. Non solo nella vita. “Noi siamo di origine chiantigiana – spiega – nati e vissuti nel Chianti fino alla fine degli anni Novanta, quando abbiamo deciso di cominciare questa avventura in Maremma. Mio marito era titolare di un’impresa edile e, anche per questo, sapevamo che intraprendere un’attività nel settore vitivinicolo nella nostra zona era molto complicato. Ma abbiamo sempre bazzicato in Maremma. Quando siamo arrivati qui, non c’era niente. O meglio: c’era un poggio vuoto, che faceva parte di un podere. Ci piacque tantissimo questa location e così l’acquistammo. Nel ’98 impiantammo i primi vigneti. Poi – prosegue Franca Buzzegoli – costruimmo l’annesso agricolo che oggi ospita la prima cantina. Nel 2001 gli ultimi vigneti, che hanno subito reso troppo piccoli i locali per la vinificazione. Diciamo che ci siamo fatti prendere un po’ la mano! E così, tra il 2004 e il 2005, abbiamo realizzato la cantina attuale, trasformando la prima cantina in sala per le degustazioni e adattandola ad altre funzioni”. Sessantanni lui, cinquantadue lei. L’età giusta per sognare, ancora. Sin dagli albori, Col di Bacche si avvale dell’esperienza dell’enologo Lorenzo Landi, che assieme ad Alberto Carnasciali, sommelier Ais, impianta ad uno ad uno quattordici ettari totali di terreno. Si tratta principalmente di Sangiovese. Ma anche di Syrah e Cabernet Sauvignon. Nella parte bassa dell’azienda, dove il Sangiovese non maturerebbe bene, i coniugi Carnasciali decidono di allevare Merlot. Una scelta più che mai azzeccata. Il riscontro di critica e mercato di Cupinero, Merlot Igt Maremma Toscana, è sin da subito eccezionale. Il vero e proprio fiore all’occhiello dell’azienda agricola Col di Bacche. Un Merlot impiantato a cordone speronato alto, con sistema fogliario libero di crescere sulla ‘testa’ del grappolo. Accorgimenti che evitano a un vitigno precoce nella maturazione di assumere sentori di confettura che poco avrebbero a che fare con la ricerca di eleganza e finezza di Cupinero. Ma il vero segreto della ‘chicca’ di casa Col di Bacche è il ruscello che scorre a pochi metri dal Merlot. Garantendo un’efficace e benevola escursione termica.
LA FILOSOFIA Terreni ricchi di scheletro e sabbiosi, situati dai 120 ai 230 metri sul livello del mare, sono l’habitat dei vini di quest’azienda agricola toscana che fa della riduzione delle rese del vigneto un vero dogma. “Prendiamo ad esempio il Morellino di Scansano – commenta Franca Buzzegoli -. Il disciplinare ci consentirebbe una resa di 90 quintali per ettaro, mentre noi lo produciamo a 60-70. I nostri sono vini territoriali che aspirano a dimostrare come in Maremma si possano ottenere produzioni molto interessanti, pur non essendo la zona nota al grande pubblico, come quella del Chianti. In Toscana ci sono denominazioni più prestigiose rispetto a quelle maremmane, ma non è detto che tutte le aziende che operano in contesti prestigiosi lavorino secondo il principio della qualità. Quello che noi cerchiamo invece di fare quotidianamente”. Ogni anno, Col di Bacche sforna dai suoi 14 ettari di vigneti circa 60 mila bottiglie annue. Il Morellino ‘base’ costituisce il cuore della produzione, assestandosi sul 40%. Seguono Morellino Riserva, Merlot e, da quattro anni, Vermentino di Toscana. Prodotto inizialmente acquistando uve da terzi, Col di Bacche si è resa nel tempo autosufficiente, impiantando appositi vigneti: neppure un ettaro, che garantisce una produzione di circa 5.500 bottiglie l’anno. “Un bianco che sta andando molto bene – evidenzia Franca Buzzegoli – ottenuto da due particelle che non sono esattamente adiacenti al resto dell’azienda agricola, ma che si trovano in un’ottima posizione, con un’ottima esposizione”. Il mercato di Col di Bacche si svolge per il 65% in Italia. Il business funziona, ma Franca Buzzegoli non risparmia qualche stoccata al ‘sistema’. “In questa zona – evidenzia la ‘donna del vino’ – lottiamo con il fatto che quella del Morellino di Scansano è una denominazione che si è un po’ fermata negli ultimi anni. Grandi aziende sono venute qui a investire da tutta Italia, ma gli sforzi economici compiuti non sono affatto ricaduti sul territorio, o sulla valorizzazione della denominazione di origine controllata e garantita. I prezzi, anche a causa dell’arrivo di questi colossi, sono al ribasso. E non è facile competere. Fare vino in Toscana è un privilegio, pone in una situazione di intrinseca superiorità rispetto ad altre regioni italiane – ammette Franca Buzzegoli – soprattutto quando si va a proporre i propri vini nel mondo. Ma a livello di Consorzio si potrebbe fare ancora di più, soprattutto nelle politiche che riguardano gli imbottigliatori. Così come si potrebbe fare di più a livello di promozione del territorio, che è basata principalmente su pochi eventi, tutti molto costosi per le aziende e, per questo, sempre appannaggio dei soliti pochi noti”. Il futuro di Col di Bacche è comunque luminoso, con il figlio 24enne, laureando in Storia dell’Arte, pronto a rimboccarsi le maniche in un settore diverso da quello degli studi. Eppure così affine: un buon vino, non è forse un’opera d’arte?
LA PRODUZIONE COL DI BACCHE La degustazione, guidata da Franca Buzzegoli, inizia come si consueto bianco. In questo caso con il Vermentino Igt Toscana 2015. Le uve vengono vendemmiate nel corso della prima decade del mese di settembre. La vinificazione avviene in acciaio, a temperatura controllata. Il Vermentino Col di Bacche affina per 6 mesi, sempre in acciaio. Prima della commercializzazione, un ulteriore affinamento in bottiglia. Ottimo per l’aperitivo, il Vermentino Col di Bacche si abbina a piatti di pesce e carne bianca. Franca Buzzegoli propone poi l’assaggio del Morellino di Scansano 2014. La vendemmia del Sangiovese (90%) e degli altri vitigni a bacca nera (un 10% tra Syrah, Cabernet Sauvignon e Merlot) avviene tra la seconda metà di settembre e la prima settimana di ottobre: una vendemmia verde, in corrispondenza dell’invaiatura. La fermentazione si compie a temperatura controllata, per 20 giorni. L’affinamento è affidato all’acciaio per il 60% del vino; la parte restante matura in barriques di terzo e quarto anno. Un passaggio, questo, che rende il Morellino ‘base’ Col di Bacche apprezzabile con le sue caratteristiche peculiari anche a distanza di qualche anno dall’imbottigliamento. La grande centralità del frutto nella beva e la particolare attenzione alla pulizia negli esercizi di cantina sono palpabili e completano un quadro più che apprezzabile. Perfetto con i primi saporiti della cucina tradizionale toscana, si fa apprezzare a tutto pasto e con formaggi salati, di media stagionatura. Saliamo i gradini dell’eccellenza con Rovente 2012, il Morellino di Scansano Riserva Col di Bacche. Un prodotto ottenuto da un 90% di Sangiovese addizionato a un 10% di Syrah, vendemmiati tra la seconda metà di settembre e la prima settimana di ottobre da vigneti che registrano una resa di 55 quintali per ettaro, diradati sino al 50% in corrispondenza dell’invaiatura, ovvero nel periodo in cui gli acini iniziano ad assumere il colore tipico dell’uva. La vinificazione prevede una diraspapigiatura soffice e una fermentazione alcolica in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata, variabile tra i 28 e i 30 gradi. Continui rimontaggi e délestages precedono la macerazione sulle bucce, che si prolunga tra i 18 e i 21 giorni. L’affinamento del Rovente avviene in barriques di rovere francese, in parte nuove e in parte usate, per circa 12 mesi. Un ulteriore affinamento in bottiglia anticipa la commercializzazione. E sul mercato finisce un vino dall’ottimo rapporto qualità prezzo (13 euro all’horeca), con note fruttate fresche intense impreziosite da una delicata speziatura, un tannino elegante e rotondo e una capacità di invecchiamento medio lunga. In cucina ama piatti corposi, con cui mettere alla prova la un’ottima struttura: la cacciagione e i formaggi stagionati sono solo alcuni degli abbinamenti utili a valorizzare Rovente. Nella ‘verticale’ della produzione Col di Bacche, ecco arrivati a Cuponero, l’indicazione geografica tipica Maremma Toscana, vero fiore all’occhiello della vinicola di Magliano. La base (90%) è costituita come detto dal fortunato Merlot, cui viene aggiunto un 10% di Sauvignon: una percentuale variabile di anno in anno. La vendemmia proposta è la 2011, in grande forma già all’esame visivo col suo rosso rubino intenso. Al naso, alle note di frutta rossa fa eco un fresco sottobosco, invitante. Corrispondente al palato, regala un elegante e persistente finale. La vinificazione di Cupinero comincia dall’attenzione riservata agli acini durante il loro sviluppo. Le uve subiscono una diraspapigiatura soffice e una fermentazione alcolica in serbatoi di acciaio inox, a temperatura controllata variabile tra i 28 e i 30 gradi. Si cerca di favorire l’estrazione delle sostanze fenoliche con rimontaggi e délestages, prima di una macerazione sulle bucce della durata variabile tra i 18 e i 21 giorni. L’affinamento di Cupinero prevede l’utilizzo di barriques di rovere francese, in parte nuove ed in parte usate. Dura circa un anno. Alcuni mesi di ulteriore affinamento in bottiglia regalano agli amanti del Merlot (ma non solo) un’espressione unica del vitigno. L’espressione maremmana. Tutto da provare anche il Passito di Sangiovese Col di Bacche, ottenuto col classico metodo dell’appassimento delle uve al sole, cui viene fatto seguire l’affinamento in barrique. Ottima anche la grappa Riserva di Merlot, distillata dalle vinacce di Cupinero e affinata per 18 mesi in barrique.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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