Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi sarà il nuovo presidente Federdoc dopo l’unanimità raggiunta dal nuovo cda. Raccoglierà l’eredità di Riccardo Ricci Curbastro che, dopo 24 anni di presidenza, ha deciso di non proseguire il suo percorso al vertice della Federazione dei Consorzi del vino italiano.
Giangiacomo Bonaldi, nuovo membro del cda Federdoc, oltre che vicepresidente del Consorzio del Prosecco Doc è presidente di Anb Coop ed è stato da poco riconfermato presidente di Confagricoltura Treviso.
FEDERDOC VERSO NUOVE SFIDE
Alla vicepresidenza confermato Francesco Liantonio, presidente del Consorzio di Tutela Vini Doc Castel del Monte. Al suo fianco nominato Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato.
È motivo di grande orgoglio per me ricevere una nomina così importante – dichiara Bonaldi – ma è soprattutto un’importante responsabilità e un impegno che intendo onorare al meglio, come Curbastro prima di me».
«Sono numerose le sfide che Federdoc dovrà affrontare nei prossimi anni – conclude il nuovo presidente – particolarmente in materia di sostenibilità e sicurezza per i consumatori. Abbiamo intenzione di raccoglierle con serietà e in maniera propositiva, per proseguire nel migliore dei modi il lavoro di chi ci ha preceduto».
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Introduzione della Barbera d’Asti Docg Riserva, inserimento delle unità geografiche aggiuntive (comunale o regionale “Piemonte”), e introduzione delle sottozone Calliano Monferrato e Casorzo Monferrato, accanto Tinella e Colli Astiani. Queste le novità che riguardano il disciplinare di produzione del Barbera d’Asti Docg, decise dall’assemblea del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato.
Le modifiche entreranno in vigore non prima della vendemmia 2023, per consentire a tutti i produttori di adeguarsi alla normativa. Il provvedimento passa ora al tavolo tecnico regionale. Toccherà poi al Ministero la valutazione giuridica e la discussione in Comitato vitivinicolo nazionale vini Dop, prima della definitiva pubblicazione delle modifiche al disciplinare del Barbera d’Asti Docg in Gazzetta Ufficiale.
MOBRICI: «PERCORSO CHE PARTE DAL VIGNETO»
A 14 anni dall’ottenimento della Docg, le novità rappresentano «una svolta nella storia» della Barbera piemontese. «L’obiettivo del pacchetto di proposte approvato dall’assemblea dei soci del Consorzio – commenta il presidente del Consorzio, Filippo Mobrici – è prima di tutto quello di ampliare e diversificare l’offerta al mercato nazionale e internazionale, con prodotti di qualità sempre più alta e identificativi della Docg.
Il fatto stesso che la tipologia Riserva potrà essere rivendicabile dopo un invecchiamento minimo di 24 mesi di cui almeno 12 in legno, dà l’idea dei parametri particolarmente esigenti richiesti per fregiarsi di questa denominazione.
Un percorso che parte necessariamente dal vigneto per arrivare in cantina. Testimonia la continua e costante ricerca di qualità che è la mission fondamentale delle oltre 400 aziende aderenti al nostro Consorzio».
L’ente tutela 13 Doc e Docg. Con 12 mila ettari e i 65 milioni di bottiglie rappresenta un terzo della superficie viticola a denominazione d’origine della regione Piemonte.
LE MODIFICHE AL DISCIPLINARE DEL BARBERA D’ASTI DOCG
Nel dettaglio, l’affinamento di minimo 2 anni per la tipologia Barbera d’Asti Docg Riserva partirà dal 1° novembre dell’anno in cui sono state raccolte le uve. «Seguendo il faro della crescita qualitativa dei vini e del territorio», l’assemblea del Consorzio è arrivata poi alle modifiche degli articoli 4 e 6 del disciplinare di produzione del Barbera d’Asti.
Sono stati aumentati i parametri qualitativi: il titolo alcolometrico minimo naturale delle uve è salito a 13% e 13.50% per la Barbera d’Asti Superiore. È stata quindi inserita la clausola di salvaguardia per le annate climaticamente sfavorevoli. Un provvedimento, spiega l’ente piemontese, che «permetterà al Consorzio di chiedere alla Regione di stabilire un titolo di mezzo grado inferiore».
Le modifiche all’articolo 6 incidono invece sui consumi. Il titolo alcolometrico totale minimo va a 13% e 13,50% per la Barbera d’Asti Superiore. L’estratto non riduttore passa a 25 g/l e 26 per la Superiore e a 27 per le Sottozone Colli Astiani-Astiano e Tinella.
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Una ricerca della Fondazione Qualivita promossa dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato delinea il percorso di crescita intrapreso dalla Denominazione. In particolare il valore della produzione certificata sfusa della Barbera d’Asti Docg è cresciuto del 28% nel corso ultimi 5 anni, attestandosi a 21 mln di euro a fronte di 164 mila hl di prodotto a denominazione. Quasi dieci punti in più del valore relativo a tutta la produzione a denominazione d’origine del Piemonte.
Due le principali motivazioni della crescita: una buona progressione dei prezzi e una buona tenuta dei mercati sia nazionali che esteri. Sul prezzo in particolare si assiste ad una variazione di +44% per la Barbera d’Asti Docg, considerando la media dei prezzi 2010-2014 e quella 2015-2019, a fronte di un incremento dei prezzi dei vini Doc-Docg italiani del +27%.
“Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato – ha dichiarato Filippo Mobrici, presidente del Consorzio di Tutela della Barbera, Vini d’Asti e del Monferrato – con le sue 13 denominazioni, può essere considerato il cuore unitario di un territorio unico e ricco di unicità enologiche, paesaggistiche e culturali, dal 2014 Patrimonio dell’Umanità Unesco. Uno scenario che rappresenta circa il 30% della superficie vitata a Denominazione del Piemonte, dove convergono lavoro, cultura e occupazione”.
Nasce da questa consapevolezza – prosegue il Presidente – la volontà di investire in un progetto di ricerca che, a cominciare dalla Barbera d’Asti Docg, prodotto di massima identità in termini economici e di immagini, arrivi a tracciare un quadro analitico circostanziato del Monferrato del vino; un lavoro che metta in evidenza le attività e i numeri del Consorzio e le prospettive dei nostri vini, importanti e blasonati ambasciatori del made in Italy nel mondo”.
La ricerca ha inoltre evidenziato le buone pratiche di questo percorso di crescita, valutando 4 pilastri fondamentali: la comunità, cioè il capitale sociale produttivo; il valore, cioè il capitale sociale di mercato; le azioni per il futuro, sintesi prospettica del capitale sociale produttivo e di mercato; l’identità, attraverso la condivisione di valore e cioè il capitale sociale ambientale.
Oltre 300 le aziende socie del Consorzio nel 2019, raddoppiate rispetto al 2014 a conferma del ruolo di aggregatore di interessi riconosciuto al Consorzio negli ultimi anni. Questo patrimonio relazionale, che combina le risorse e le competenze dei soci, permette di rendere più efficace ed efficiente la co-produzione di valore e lo sviluppo comune per costruire un vantaggio competitivo sostenibile e una conoscenza condivisa.
Tra le buone pratiche anche il progetto Barbera 2.0 condotto con l’Università degli Studi di Torino allo scopo di creare un’innovativa mappa sensoriale della Barbera d’Asti Docg attraverso l’analisi delle aree di produzione e delle caratteristiche chimico-fisiche e sensoriali del vino. Forte inoltre l’azione legale internazionale per la registrazione della Barbera d’Asti Docg nel mercato cinese a tutela dei veri produttori.
L’analisi conferma come la denominazione sia un simbolo del territorio. Secondo i risultati di una survey online somministrata ai referenti dei Comuni dell’areale di produzione della Barbera d’Asti Docg e del suo indotto il 46% degli intervistati trova che vi sia una relazione molto forte tra la Docg e il territorio.
In tal senso il turismo si rileva strategico per la Barbera d’Asti Docg: per il 58% del campione l’aumento dei flussi turistici è infatti il principale impatto che essa ha sul territorio. I dati sui flussi turistici mostrano un aumento negli ultimi 5 anni. Secondo dati Istat (variazione 2019 su 2014) nella provincia di Asti gli arrivi sono aumentati del +28% e le presenze del +15%, una crescita che porta con sé lo sviluppo di altri settori, dai servizi alle infrastrutture, fino alle ricadute benefiche su tutto il tessuto territoriale.
“La nuova ricerca, realizzata dalla Fondazione Qualivita per il Consorzio di Tutela della Barbera, Vini d’Asti e del Monferrato – ha affermato Mauro Rosati, Direttore Generale di Fondazione Qualivita – conferma come, anche in un momento di crisi come questo, i Consorzi di tutela siano strumenti di organizzazione e sviluppo che permettono di trovare soluzioni di crescita significative per tutto il territorio”.
“Per analizzare questi processi – ha concluso Rosati – abbiamo elaborato un modello di ricerca originale, basato su dati primari e secondari, indirizzato a cercare sia i dati economici che le altre dimensioni valoriali delle filiere legate alla zona di origine; turismo, sviluppo rurale, coesione sociale, sostenibilità ambientale sono solo alcuni degli ambiti in cui la Barbera d’Asti Docg ed in generale tutte le Indicazioni Geografiche più evolute riescono ad affermare dinamiche positive per i produttori e per un intero territorio”.
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Matteo Ascheri è stato eletto Presidente di Piemonte Land of Perfection, il superconsorzio piemontese che dal 2011 offre ai consorzi di tutela un tavolo di confronto continuo dove individuare operatività e strategie comuni per valorizzare la produzione enologica regionale. Ad affiancare il Presidente del Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani ci saranno Filippo Mobrici e Paolo Ricagno, in qualità di vicepresidenti.
“Ringrazio i membri del Consiglio per la fiducia che hanno voluto accordarmi – dichiara il neopresidente – e verso i quali mi impegno fin da oggi a rappresentare pariteticamente tutto il comparto del vino piemontese, a prescindere dalle differenze che inevitabilmente esistono in una regione così ricca e composita come la nostra”.
L’affermazione della nostra produzione vitivinicola sul mercato nazionale e internazionale è una sfida che può essere vinta solamente evidenziando la grande ricchezza e biodiversità che si esprime in ogni singola denominazione piemontese”.
“Per questo – conclude Ascheri – nel proseguire il lavoro promozionale fin qui svolto dai miei predecessori, che ringrazio, punterò a dare a ogni denominazione la massima importanza, valorizzandone le peculiarità all’interno di quella casa comune del vino piemontese rappresentata da Piemonte Land”.
Attualmente Piemonte Land raggruppa tutti i quattordici consorzi riconosciuti dal Mipaaf, coprendo la quasi totalità della superficie vitivinicola regionale, pari a 44.200 ettari. Con la presenza di circa 20 vitigni autoctoni storici, si producono 17 Docg e 42 Doc che rendono il Piemonte una delle eccellenze del panorama enologico mondiale.
COMPOSIZIONE DEL NUOVO CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DI PIEMONTE LAND OF PERFECTION
Presidente
Matteo Ascheri – Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani;
Vicepresidenti
Filippo Mobrici – Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato;
Paolo Ricagno – Consorzio Brachetto e Vini d’Acqui;
Consiglieri
Stefano Chiarlo – Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato;
Andrea Ferrero – Consorzio Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani;
Andrea Fontana – Consorzio Nebbioli Alto Piemonte, in rappresentanza del Consorzio Vini Docg Caluso Doc Carema e Canavese, Consorzio Alta Langa, Consorzio Vini Colli Tortonesi, Consorzio della Freisa di Chieri e Collina Torinese, Consorzio dell’Ovada Docg, Consorzio Colline del Monferrato Casalese, Consorzio vini Pinerolese Doc;
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VERONA – C’era una volta l’Ovada Docg, vino simbolo del Piemonte “pop” e “quotidiano”. Quello che da tutti è considerato il fratello minore del Nebbiolo, assieme al cugino di Alba, ha fatto il giro largo per l’esordio a Vinitaly, in occasione dell’edizione 2019 che si chiude oggi a Verona. La rampa di lancio per quella che viene definita Ovada Revolution.
Uno sbarco in carrozza nel padiglione del Piemonte, con una verticale-orizzontale dal 1991 al 2017 organizzata dal Consorzio di Tutela costituitosi solo nel 2013, presieduto da Italo Danielli e dal suo giovane vice, Daniele Oddone.
Già, perché l’Ovada Docg è una principessa che ha perso la scarpetta per strada. Ma che, pur scalza, ha saputo ritrovare la via maestra. Merito soprattutto di un ricambio generazionale che sta portando la luce del rinnovamento sulla Docg ovadese, spinta anche dalla scelta di Regione Piemonte di indicare il 2019 quale “Anno del Dolcetto“.
Un vino prodotto in 22 comuni collinari dell’Alto Monferrato Ovadese e negli immediati dintorni. Siamo tra Acqui e Gavi, in quel lembo di terra che dagli Appennini scivola verso la valle del Po, ad un’altitudine compresa tra i 200 e i 400 metri sul livello del mare (massimo ammesso dal disciplinare 600 metri).
Una Denominazione di origine controllata e garantita che conta una produzione annua complessiva di circa 100 mila bottiglie. Crescita a doppia cifra nell’ultimo biennio, con percentuali superiori al 20%. Un vino che trova in Italia il suo mercato fertile. Resta nel Bel Paese il 90% della produzione.
L’export, di fatto, è tra le sfide del futuro per la cinquantina di aziende produttrici (dato 2018), il 70% delle quali associate al Consorzio di Tutela dell’Ovada Docg, per un totale di 110 ettari vitati. La maggior parte delle cantine è a conduzione famigliare ed esegue internamente le fasi di produzione, vinificazione e imbottigliamento.
Le specifiche caratteristiche dei terroir dell’Ovadese e il particolare microclima della zona danno vita a un vino di notevole struttura, caratterizzato da robustezza e forza, in un mix di alcol, tannini e acidità. Un vino dal sapore generalmente concentrato e persistente.
L’abbondante carica antocianica garantisce una spiccata attitudine all’invecchiamento di questa Denominazione piemontese. Non di rado completa il quadro organolettico dell’Ovada Docg una mineralità sapida, per via del vento marino che soffia dalla Liguria attraverso i filari.
GLI INTERVENTI A VINITALY
“E’ un momento particolarissimo per il nostro territorio – ha sottolineato il presidente del Consorzio Italo Danielli – c’è tantissima emozione. Siamo certi di avere potenzialità incredibili nel nostro territorio. Dimostreremo che l’Ovada Docg non è una meteora, bensì un vino che è lì dalla notte dei tempi”.
Lo abbiamo perso per qualche anno – ha aggiunto Danielli – per colpa nostra. Ma adesso c’è un gruppo di persone che ha riconquistato l’entusiasmo e per raccontare con orgoglio quello che siamo e possiamo fare”.
“Ovada era forse la zona più vocata per il Dolcetto, in Piemonte – ha evidenziato Filippo Mobrici, presidente di Piemonte Land of Perfection, la Scarl che riunisce i Consorzi di tutela del vino del Piemonte – ma piano, piano ci siamo dimenticati tutti quanti di questo grande vitigno che ha rappresentato la storia del Piemonte vitivinicolo. A tavola il vino più bevuto era il Dolcetto, assieme alla Barbera. I vini quotidiani”.
“Il fatto che i produttori di Ovada abbiano deciso di prendere in mano il loro destino andando in giro a proporsi senza sentirsi gli ultimi – ha aggiunto Mobrici – dimostra il rinnovato orgoglio per le proprie radici e per il proprio territorio. Senza Dolcetto e senza Barbera nemmeno il Nebbiolo avrebbe fatto la sua strada”.
A Vinitaly anche Gianfranco Comaschi, presidente dell’Associazione Paesaggi vitivinicoli dell’Unesco. Una presenza utile a sottolineare il risultato ottenuto in seguito al Forum culturale Italia-Cina del 2017.
Nei giorni scorsi è stato infatti concretizzato il gemellaggio tra i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e i terrazzamenti di Honghe Hani, nella regione dello Yunnan in Cina. “Il ruolo del Dolcetto è importantissimo – ha commentato Comaschi – per la sua centralità nella storia della produzione del vino in Piemonte”.
Mario Arosio, presidente Enoteca Regionale di Ovada e Monferrato, ha evidenziato la compattezza del gruppo di produttori che sta animando la Ovada Revolution: “Oggi ho visto molti vignaioli qui a Vinitaly, partiti appositamente da Ovada per venire a Verona, pur non avendo uno stand. Significa che il territorio ha voglia di stare assieme e di fare squadra: questa è la strada maestra che ci porterà lontano”.
“Il bicchiere è pieno, o quantomeno si sta riempiendo. Per Ovada questo è un punto di partenza”, ha confermato il vicepresidente del Consorzio, Daniele Oddone, prima dell’inizio della verticale orizzontale alla cieca (i produttori non sono stati appositamente resi noti) guidata dal sommelier Ais Piemonte Paolo Novara. Ecco come è andata.
LA DEGUSTAZIONE
2017. L’annata in commercio. Rosso rubino, riflessi violacei. Naso di frutta rossa fresca, ciliegia, lamponi, poi corrispondenti in centro bocca, assieme al carattere tipicamente vinoso del Dolcetto. Tannino e sapidità controbilanciano, prima della chiusura, un alcol importante. Vino contraddistinto da un’acidità spinta e da una gran freschezza.
2016. Vino più violaceo, più profondo. In bocca meno spinta fruttata e ancor più verticalità e freschezza, opltre al consueto slancio vinoso. Tannino che taglia il sorso, che chiude appunto su una leggera nota amaricante. Giovanissimo, ma fa presagire un ottimo futuro.
2011. Rosso rubino, intenso. Al naso mostra sentori evolutivi, di terziarizzazione. Frutto maturo, ciliegie e prugne, ma anche fiori appassiti e una leggera spezia. Sbuffi balsamici. In bocca gran consistenza, tannino un po’ troppo invadente, ma ancora una volta l’alcol ci gioca bene sopra, bilanciandolo. Un vino che si rivela giovanissimo e con ottime prospettive di un positivo affinamento.
2004. Il vino più sorprendente del tasting organizzato dal Consorzio dell’Ovada Docg. Un Dolcetto dal colore rosso rubino scarico, tendente al granato, mediamente trasparente. Naso che evidenzia l’evoluzione: chiodo di garofano, pepe bianco, confettura, buccia d’arancia. In bocca la frutta si perde in maniera voluttuosa nel tannino, nella freschezza e nella spinta minerale salina. Un vino tattile, nel pieno della sua maturità, che può ancora migliorare.
1998. Granato trasparente. Vino che mostra la sua evoluzione al naso, con la frutta che lascia spazio a percezioni di tabacco e liquirizia dolce, cioccolato, spezia dolce, su sfumature ematiche nette, ferrose. E la frutta c’è ancora, ma sotto spirito. In bocca il tannino è dolce e fa il paio col calore glicerico. La chiusura è tendente all’amaro, che ricorda le erbe macerate e la china.
1991. Granato classico. Naso tra l’ematico e il frutto, con prevalenza di terziari di caffè, tabacco, di liquirizia dolce, ma anche di cereali. Al palato meno piacevole, con la percezione ematica che prende il sopravvento in centro bocca, complicata dal tannino. Meglio il retro olfattivo, tra il balsamico e il frutto sotto spirito.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
NIZZA MONFERRATO – Prima sottozona della Barbera d’Asti Superiore, poi Docg indipendente. Ora una mappa delle vigne che identifica i terreni storicamente più vocati.
Un processo di “Barolizzazione”, che consacra il Nizza Docg tra le grandi denominazioni del vino del Piemonte. Dopo i vini di Langa e verso l’obiettivo del milione di bottiglie.
Molto più di un semplice compitino da svolgere a tavolino quello commissionato alla casa editrice Enogea, presentato lo scorso sabato al Foro Boario di Nizza Monferrato.
Alessandro Masnaghetti ha visitato le aziende della zona. Consumando, per un anno, suole e matite. Obiettivo: disegnare una carta utile tanto ai consumatori finali del Nizza Docg, quanto ai produttori e agli esperti del settore.
In definitiva sono più di sessanta i cru identificati. La mappa delle vigne del Nizza elaborata da Enogea non stabilisce differenze tra una produzione o l’altra. Nessun commento, insomma, sulle caratteristiche dei vini ottenuti da Barbera in purezza, nei diversi cru.
Questa è una delle sfide che attendono i produttori, impegnati da anni in degustazioni alla cieca delle proprie etichette. L’Associazione produttori del Nizza contava 15 “tesserati” nel 2000. Oggi sono 51, con ulteriori tre richieste al vaglio.
Il primo presidente dell’Associazione produttori Nizza fu Michele Chiarlo. Uno dei portabandiera globali della Barbera d’Asti e del Nizza Docg. Una denominazione che punta a raggiungere il milione di bottiglie e a triplicare il vigneto, fino a 700 ettari. Ma senza perdere di vista la qualità, dettata da un disciplinare di produzione più restrittivo rispetto a quello della Barbera d’Asti.
I NUMERI DELLA DENOMINAZIONE I numeri sono tutti dalla parte del Nizza Docg. Tra le denominazioni italiane più performanti in assoluto. Non a caso, diversi produttori di Barolo stanno facendo shopping di vigneti nei 18 Comuni della zona Sud dell’Astigiano.
Secondo i dati ufficiali, il Nizza ha subito una vera e propria impennata dal 2015, in seguito al riconoscimento della Docg, avvenuta nel 2014. La superficie vitata è aumentata del 50% in tutti e due gli anni. Oggi tocca quota 196 ettari.
Numeri che si traducono anche in ettolitri. Nel 2017 la produzione si è assestata sugli 8.754 ettolitri di vino atto a divenire Nizza Docg. I mercati di riferimento sono gli Usa e la Svizzera. Ma i produttori riescono ad affermarsi anche a livello locale, soprattutto grazie a un turismo a caccia di eccellenze enogastronomiche.
Cifre rese possibili (anche) dal successo dalla Barbera d’Asti. “Il vino rosso piemontese – ricorda Filippo Mobrici, presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato – più esportato al mondo. Su oltre 21 milioni di bottiglie prodotte, il 50% raggiunge i mercati esteri e porta fuori dai confini nazionali il nome ‘Asti’, creando forte richiamo turistico di città del vino e di territorio da scoprire attraverso i suoi paesaggi vitivinicoli unici”.
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Una ‘casa’ promozionale del vino, con sede a Torino, e un coordinamento regionale degli eventi piemontesi del vino. E’ l’idea lanciata da Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte e dell’Arev, l’associazione che rappresenta le 75 regioni viticole europee, in occasione del debutto delle nuove etichette di ‘Piemonte Barbera, tradizione che si rinnova’. Un progetto della Cia di Asti in collaborazione con la cantina di Vinchio e il Consorzio della Barbera all’Enoteca regionale di Nizza Monferrato (Asti). “Stiamo pensando – ha spiegato Chiamparino – a una nuova rete strutturata dei numerosi eventi piemontesi legati al vino”. Chiamparino è stato il testimonial del “rilancio della denominazione, che ha bisogno di una nuova identità” ha aggiunto l’assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, Giorgio Ferrero. “Su 45mila ettari di vigneto in Piemonte – ha precisato il presidente del Consorzio della Barbera, Filippo Mobrici – 12mila sono coltivati a Barbera e da questi vengono prodotte circa 20 milioni di bottiglie, metà delle quali vengono esportate”. “Con la nuova etichetta Piemonte Barbera da oggi in commercio – ha concluso il presidente della Cia di Asti, Alessandro Durando – abbiamo voluto dare un giusto prezzo al prodotto e al lavoro dei produttori”. (foto Ansa)
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