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Nikka Distillery: il whisky giapponese in cinque mosse

“Dicono che il Giappone è nato da una spada. Dicono che gli antichi Dei hanno immerso una lama di corallo nell’oceano e che, al momento di estrarla, quattro gocce perfette siano cadute nel mare e che quelle gocce sono diventate le isole del Giappone”. Chi ha visto “L’ultimo samurai” ricorderà certamente questo passaggio.

Oggi sappiamo che non è così. Sappiamo che oltre alle quattro isole principali, l’arcipelago giapponese conta altre 6.578 isole. Sappiamo che le isole non son fatte di corallo, ma sono il frutto di centinaia di migliaia di anni di attività vulcanica e movimenti oceanici dovuti all’incontro di tre placche tettoniche (hai voglia che terroir!).

Sappiamo che il 73% del territorio non è ospitale e disabitato. Ma c’è qualcosa in questa leggenda che ci dice molto sulla mentalità giapponese, sul suo approccio al bello, sulla sua ricerca continua della perfezione in ogni campo. E tutto questo lo ritroviamo anche in un prodotto che, a prima vista, non ha nulla di giapponese: il Whisky.

UN MOVIMENTO IN CRESCITA
Per conoscere meglio la storia, le tipologie, i profumi ed i sapori del distillato nipponico, il Milano Whisky Festival ha organizzato lo scorso 9 maggio, presso il Bao Bab Caffè di via Pietrasanta 14, una serata di degustazione di ben 5 Japanese Whiskies della distilleria Nikka. A guidare la serata e la degustazione Sayumi Oyama, la brand ambassador per l’Europa della Nikka Distillery.

Sayumi, nel suo inglese dalla tipica cadenza nipponica, ci interroga subito chiedendoci se sappiamo quante distillerie attive ci sono in Giappone. Restiamo tutti attoniti quando scopriamo che sono ben 15, moltissime delle quali sono micro distillerie artigianali, di cui ben 5 ancora non commercializzano perché in fase di rodaggio, le altre sono riconducibili ai 2 grandi gruppi Nipponici del beverage: Santoy e, appunto, Nikka.

LA DEGUSTAZIONEI bicchieri sono già pronti davanti a noi, ma Sayumi ci ferma. A dispetto delle regole di degustazione “verticale”, la brand ambassador ci fa invertire i primi due Whisky. Così, dice, capiremo meglio. Ne degusteremo cinque, in totale. In un crescendo di emozioni.

Partiamo quindi dal secondo prodotto: Nikka Coffey Malt 45%. È ottenuto da un blend di diversi malti prodotti utilizzando la colonna Coffey acquistata dal nel 1961 (per la distillazione in continuo) ed invecchiati minimo 6 anni (è giusto dire che in Giappone il disciplinare non prevede un periodo minimo di invecchiamento come invece avviene in Scozia).

Nikka ha deciso di non sostituire questa colonna con impianti più moderni ed efficienti per non snaturare i propri prodotti e mantenere quella rotondità che li contraddistingue. Bel colore dorato carico, è un malto dolce e fruttato. Effettivamente rotondo sia al naso che in bocca rivela pian piano la propria dolcezza fino ad aggiungere sul finale una nota speziata. Potremmo definirlo “da dessert”.

Passiamo quindi al Nikka Coffey Grain 45% e capiamo perché Sayumi ci ha fatto invertire i bicchieri. Blend di Whisky di Grano ottenuti dalla stessa colonna Coffey si presenta immediatamente più dolce. Il colore è più scuro del predente, al naso emerge una bella nota fruttata ed una spezia morbida. Note di vaniglia. In bocca non tradisce le aspettative.

È invecchiato in botti ex Bourbon recharded (riparate) o retoasted (che hanno subito un processo di nuova tostatura all’inteno) ed è questa componente “americana” a regalare i sentori. Se lo avessimo bevuto subito forse non avremmo capito fino in fondo il Coffey Malt precedente.

È il momento di degustare il Nikka From The Barrel 51.4%. Il prodotto è un blend di 60% Grain Whisky (prodotto a Miyagikyo) e 40% Malt Whisky (prodotto in entrambe le distillerie) finissato in botti ex Bourbon. Colore tendente all’ambrato al naso rivela subito l’utilizzo della botte americana ma la vera sorpresa è all’assaggio. È potente nei suoi oltre 51 gradi eppure non perde di eleganza, è anche estremamente rotondo e morbido. Proprio per la sua eleganza non ci sorprende sapere che questo fu il Whisky che nel 1984 stupì a Parigi rivelando al mondo l’esistenza del Giappone.

Il quarto Whisky è Miyagikyo Single Malt 45%. Single Malt non torbato dal colore dorato. Al naso rivela tutta la maestria e la ricerca della perfezione tipiche della cultura giapponese. Pulito, fruttato. In bocca alcolicità ed acidità sono perfettamente dosate. È un “no age” ed è veramente difficile trovarlo in commercio in Italia, questo perché per lungo tempo l’export è stato bloccato. È questo infatti il malto che ha sancito la nascita ed esplosiva crescita del mercato interno giapponese.

Oggi nei magazzini di Miyagikyo riposano diverse partite in attesa di maturazione, per cui si spera di poterlo avere più facilmente in futuro. Il Whisky in invecchiamento riposa in botti ex Bourbon ed ex Sherry. Nikka (ma anche Suntory) non usa più le botti di Mizunara, la Quercia Giapponese (Quercus Mongolica), tipica di Hokkaido, il cui legno è molto duro e quindi difficile da curvare col rischio di continue rotture delle botti. La Mizunara però ha anche la caratteristica di essere estremamente porosa e quindi di donare al Whisky una maturazione (ci dicono) del tutto particolare.

Ultimo assaggio per Yoichi 10 y.o. 45%, l’unico malto giapponese torbato. 20ppm, una torbatura leggera ma ben evidente. Se Miyagikyo è la Geisha, Yoichi è il Samurai. Più forte, più deciso, ma altrettanto preciso. La distilleria è a meno di 1 Km dal mare e si sentono le note iodate. I caratteristici alambicchi di Yoichi hanno il “collo di cigno” rivolto verso il basso che dona una maggiore oleosità.

Una curiosità: unico caso al mondo gli alambicchi qui sono ancora riscaldati a fuoco diretto utilizzando carbone naturale, metodo che non consente certo lavorazioni rapide e che costringe a lunghi tempi di improduttività. Ancora una volta la millenaria cultura giapponese si rivela.

La serata si chiude sulla lunga persistenza del nostro Yoichi. Resta il tempo di salutare, ringraziare e rubare una foto a Sayumi. Ma nella mente i profumi e le parole vissuti ci accompagnano ancora a lungo mentre meditiamo su come lo straordinario incontro di due culture, di due gusti, di due mondi tanto diversi ha dato vita ad un prodotto, ad un’esperienza, così seducente.

LA STORIA DEL WHISKY GIAPPONESE
Il noto film di Zwick, con protagonisti Tom Cruise e Ken Watanabe, per quanto romantizzato in stile hollywoodiano, ci catapulta nella storia di questa affascinante nazione. Ed è da lì che dobbiamo partire per capirne il Whisky.

È il 1853 ed il Giappone, nazione fino ad allora chiusa al commercio ed allo scambio culturale con le nazioni estere, riceve la visita dell’Ambasciatore Americano che chiede al Giappone di aprire i propri confini. L’Ambasciatore si presenta con in dono due bottiglie, una di Bourbon e l’altra di American Irish Whiskey (il Whiskey irlandese prodotto per il mercato americano). È un successo! Fino ad allora l’unico alcolico consumato è stato il sakè (bevanda di riso fermentato) e negli anni seguenti a corte, e non solo, si fa a gara per accaparrarsi le poche bottiglie che le delegazioni straniere portano con se nelle visite ufficiali.

È il 1871 quando finalmente i trattati commerciali diventano operativi ed inizia l’import di Whisky ma è un import costoso, poche bottiglie a prezzi elevatissimi e così c’è chi prova ad organizzarsi per una produzione interna. Per farlo però mancano completamente le conoscenze ed i produttori di sakè iniziano a produrre un sakè corretto con spezie ed aromi nel vano tentativo di imitare il Whisky, finché nel 1918 un giovane ragazzo, Masataka Taketsuru, decide di partire per la Scozia per imparare l’arte della distillazione e dell’invecchiamento.

In Scozia Taketsuru studia a Glasgow e nello Spayside per poi lavorare in ben 4 distillerie diverse, dalle Lowlands alle coste del nord, producendo dai malti dolci ai malti torbati. Durante la sua permanenza in Scozia Taketsuru conosce, se ne innamora, e sposa Jessie Roberta Cowan, detta “Rita”, figlia di un’importante famiglia borghese. Questo amore, comprensibilmente contrastato dai di lei genitori, giocherà inconsapevolmente un ruolo di rilievo nella storia del Whisky made in Japan.

Nel 1923 Taketsuru e Rita rientrano in Giappone e lui viene immediatamente assunto come Master Distiller da Shinjiro Torii che stava giusto in quel momento fondando la prima distilleria, quella destinata a divenire l’attuale Suntoy. La fonda a Yamazaki per due ragioni: la grande presenza di acqua e la vicinanza con Osaka, la città più importante in quel momento, nella parte meridionale dell’isola di Honshu.

Il palato giapponese, il senso del gusto nipponico, è però toppo delicato per chi come Taketsuru si è forgiato nelle Glen scozzesi e questo lo porta sin da subito in contrasto con Torii. I primi prodotti sono infatti un fiasco commerciale e se Taketsuru vuole perseverare sapendo che quello è il modo di fare il Whisky, Torii vorrebbe ammorbidirlo per renderlo più gradito al mercato interno. Nel 1934 si consuma la frattura, Yamazaki continuerà a produrre in proprio il Whisky “alla Torii” mentre Taketsuru lascia l’azienda per fondarne una propria.

In realtà non riuscirà a fondarla subito per mancanza di capitali ed aprirà quindi una azienda di succhi di frutta, prevalentemente mela, che chiama “Dai Nippon Kaju” (contratto poi in Nikka). Solo nel 1940, coi soldi guadagnati, aprirà la sua distilleria e sceglie di farlo a Yoichi, sulla punta più settentrionale dell’isola di Hokkaido, quella più a nord. Lo fa lì per due validissime ragioni.

La prima è la presenza di una ricca sorgente di acqua purissima, indispensabile per fare il Whisky. La seconda è il terroir. Avete mai fatto caso che il Gippone è disposto in verticale? Le sue isole coprono ben 22 paralleli di latitudine e così se le isole più meridionali godono di un clima sub tropicale Hokkaido, a nord, è caratterizzata da inverni rigidi, estati fresche e precipitazioni. Hokkaido è una piccola Scozia!

Il contrasto che ha portato alla divisione fra Torii e Taketsuru è il motivo per cui Suntory e Nikka ancora oggi non si scambiano partite di Whisky, come invece avviene per i blend scozzesi, ed ognuna è costretta a prodursi da sola tutte le partite necessarie ai tagli. Così nel 1969 Nikka fonda la sua seconda distilleria, Miyagikyo, dove oltre agli alambicchi decide di installare anche una colonna Coffey del 1961, ancora oggi in funzione per produrre, appunto, alcuni dei whisky degustati con Sayumi Oyama.

Le due distillerie, Yamazaki e Yoichi, continuano e lentamente incrementano la loro produzione ma la domanda interna scarseggia ed il whisky si vende prevalentemente all’estero. Nel 1984 e 1985 accadono i due fatti che sconvolgeranno il mercato del Whisky nipponico.

Nel 1984 Nikka presenta in fiera a Parigi un prodotto: “Nikka Form The Barrel” 51.4% (che abbiamo degustato). È confezionato in una strana bottiglia quadrata, ancora oggi in uso, che attira l’attenzione e vince il premio per il miglior design. È un whisky morbido eppur deciso che non piace al mercato giapponese ma che unitamente al design riscuote un immediato successo internazionale. È l’inizio del grande export.

Nel 1985 una TV privata giapponese mette in onda uno sceneggiato dedicato all’amore romantico e contrastato di un giovane uomo giapponese ed una ragazza scozzese. Il riferimento a Taketsuru e Rita è palese, il Giappone scopre il proprio Whisky, è il boom della domanda interna. Professionisti e casalinghe non vedono l’ora di acquistarlo.

Considerata la limitata capacità produttiva di Nikka e Suntory e la grande richiesta data dalla sommatoria di domanda interna ed esterna è il collasso. Le due distillerie sono costrette a contingentare le esportazioni ed a sacrificare partite che riposavano tranquille in invecchiamento per soddisfare le richieste.

Questo il motivo per cui moltissimi Whisky Giapponesi oggi sono “No Age”, questo il motivo per cui il ricercato Yoichi 10 y.o. 45% è quasi introvabile così come lo è il Miyagikyo Single Malt (entrambi degustati).

Considerate che oggi Nikka produce annualmente circa 2 milioni di litri nelle due distillerie, Suntory ne produce circa 5 milioni. Sette milioni di litri è poco meno della produzione annuale della famosa distilleria Bowmore ad Islay. L’intero Giappone produce quanto una media distilleria scozzese, non c’è da stupirsi se è così raro da trovare sul mercato.

L’effetto di “under allocation” persiste, lo sanno bene importatori e distributori che vorrebbero poterne commercializzare di più, ma il mercato europeo è tenuto in grande considerazione dalle due case giapponesi e così Nikka riesce ad essere presente con ben 11 prodotti diversi, figli dei 2 malti di Yoichi e Miyagikyo e delle varie distillazioni a colonna.

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Vino naturale: la carica dei 170 a Villa Favorita con VinNatur

Centosettanta vignaioli da nove differenti Paesi del mondo. La sontuosa Villa da Porto detta “la Favorita”, a Sarego, in provincia di Vicenza, si appresta a diventare per tre giorni la capitale dei vini naturali. L’appuntamento è con VinNatur, che dall’8 al 10 aprile mette in scena la 14a edizione di “Villa Favorita”. Un grande banco d’assaggio di vini “prodotti nel pieno rispetto del territorio e dei cicli naturali”. L’occasione per assaggiare i vini, ma anche per conoscere direttamente i vignaioli e capire meglio le motivazioni e i valori che li hanno condotti a scegliere la viticoltura naturale.

“Essere soci VinNatur – spiega Angiolino Maule (nella foto sotto), presidente di VinNatur, associazione culturale con sede a Gambellara – significa produrre vini di qualità, secondo metodi naturali legati al territorio, senza forzature tecnologiche ma con un approccio scientifico. Questo comporta prendere ogni giorno decisioni coraggiose per procedere lungo una strada non facile. ma questa è la strada in cui crediamo. Il nostro obiettivo è quello di comunicare, con chiarezza e trasparenza, il nostro operato a chiunque acquisterà o berrà una bottiglia di vino naturale. Per questo ci siamo dotati di un disciplinare di produzione”.

NON SOLO VINO
Villa Favorita sarà anche l’occasione per assaggiare la selezione di sakè naturali della Yoigokochi Sake Importers, gli unici in Europa a importare sake junmaishu, prodotti a partire da solo riso, senza l’aggiunta di alcol o zucchero. All’interno della villa e in un’area attrezzata nel parco circostante si potranno gustare diverse eccellenze gastronomiche da varie regioni italiane. Si potrà assaggiare il Culatello di Fausto Brozzi da Colorno (Pr), i formaggi e i salumi de La Casara di Roncà (Vr) o l’olio d’oliva di Monti Lo Finocciu di Sorso (Ss).

Per i più golosi ci saranno le specialità veg di Basil&Co di Vicenza o le pizze de La Zangola di Cornedo Vicentino, la gastronomia e le selezioni di salumi di Tagliati per il gusto di Colà di Lazise (Vr) o i piatti preparati dallo chef Cosimo Bicchierri, del ristorante biologico Erbecedario di Badia Calavena (VR).

Per chiudere in dolcezza il cioccolato di Passion Cocoa di Rho (Mi). E per gli amanti delle birre, la produzione artigianale del birrificio Morgana. Il tutto accompagnato dalle esibizioni di gruppi musicali come il Ruggero Robin Quartet e il Timeless Trio. In linea con i valori di rispetto della natura e dell’uomo è la scelta dell’associazione di devolvere anche quest’anno parte del ricavato della manifestazione all’associazione Progetto Alepé di Suor Tiziana Maule, impegnata nell’assistenza medica e sociale degli abitanti della città di Alépé, in Costa d’Avorio.

INFO IN BREVE VILLA FAVORITA 2017
Data: dall’8 al 10 aprile 2017
Orari di apertura: dalle 10 alle 18
Luogo: Villa da Porto detta “La Favorita”, via Della Favorita – fraz. Monticello di Fara, Comune di Sarego (Vicenza)
Ingresso: 25 euro al giorno (acquistabile solamente all’ingresso dell’evento) comprensivi di guida della Manifestazione e calice da degustazione. I minorenni non pagano l’ingresso e non possono effettuare degustazioni.
Parcheggio: riservato ai visitatori del salone
Per chi arriva in treno: è prevista una navetta dalla stazione di Montebello Vicentino
Area sosta Camper: Camping Park La Fracanzana, Via Fracanzana 3, 36054 Montebello Vic.no (2,1km da Villa Favorita)
Cani: sono ammessi cani di piccola taglia

ELENCO VIGNAIOLI PRESENTI
Austria, South Styria: Ploder- Rosemberg. Francia, Alsazia: Domaine Geschickt; Beaujolais: Nicolas Dubost; Bordeaux: Chateau Pascaud Villefranche; Bourgogne: Domaine des Rouge Queues; Champagne: Champagne Christophe Lefevre, Champagne Tarlant, Domaine Laherte Frères; Herault: Mas Zenitude; Jura: Tournelle, Domaine Buronfosse, Domaine Labet; Languedoc: Domaine de Courbissac; Loire: Nathalie Gaubicher; Rhône: Eric Texier, Domaine de l’Amandier; Roussillon: Domaine Vinci. Germania, Rheinhessen: Weingut Schmitt.

Italia, Abruzzo: Ausonia, Fiore Podere San Biagio azienda agricola, Feudo D’Ugni, Marina Palusci Az. Aricola, Rabasco, Tenuta Terraviva; Alto Adige: Radoar az. Agr., Reyter, Weingut Ebnerhof; Basilicata: Musto Carmelitano az. Agr. Campania: Giovanni Iannucci, Il Cancelliere Azienda Vitivinicola, Masseria Starnali, Podere Veneri, Vecchio; Emilia Romagna: Cà de noci Az. Agr., Cà dei Quattro Archi, Cinque Campi Az. Agr., Donati Camillo Az. Agr., Il Farneto soc. agr., il Maiolo Az. Agr., Lusenti Az. Agr., Tenuta Mara.

Friuli: Terpin Franco, Lazio: Cantina Ribelà, Mario Maciocca, Podere Orto, Riccardi Reale soc. agr.; Lombardia: – Alziati Annibale Az. Agr., Bisi Az. Agr., Cà del Vent, Casa Caterina Az. Agr., Castello di Stefanago Soc. Agr., Fattoria Mondo Antico Soc. Agr., Martilde Az. Agr., Piccolo Bacco dei Quaroni, Pietro Torti Az. Agr., Tenuta Belvedere, Vercesi del Castellazo Az. Agr.

Marche: Il Gelso Moro; Piemonte: Andrea Scovero, Barale f.lli, Borgatta Az. Agr., Carussin di Bruna Ferro, Cascina ‘Tavijn Az. Agr., Cascina Roera, Cascina Zerbetta, Corte Solidale, Coutandin Daniele, Forti del Vento, Giulia Gonella, La Morella Az. Agr., Lo Zerbone Az. Agr., Roagna Az. I Paglieri, Rocco di Carpeneto, Rugrà – Luigia Zucchi, Valli Unite Soc. Coop. Agr; Puglia: Cantina Supersanum, Natalino Del Prete, Pantun, Tenuta Macchiarola; Sardegna: Meigamma soc. agr.; Sicilia: Biscaris Az. Vinicola, Bosco Falconeria, Bruno Ferrara Sardo, Etnella Soc. Agr. Presa, Gueli az. Agr, Il Mortellito, Lamoresca di Rizzo Filippo, Marabino, Marco De Bartoli & C SRL, Valdibella C.A.

Toscana: Carlo Tanganelli, Casa Raia Az. Agr., Casale Az. Agr., Fattoria Poggiarello, Incontri az. Agr., La Ginestra, La Torre alle Tolfe sas, Pacina Az. Agr., Pian del Pino Az. Agr., Podere Casaccia, Podere della Bruciata, Podere Giocoli, Podere Gualandi, Santa10, Taverna Pane e Vino, Tenuta Montiani Soc. Agr., Tunia Soc. Agr., Podere Borgaruccio, Podere Casanova, San Bartolomeo, Santa Maria Soc. Agr., Sequerciani;

Trentino: Salvetta az. Agr., Furlani. Umbria: Cantina Marco Merli, Carlo Tabarrini, Cantina Margò, Collecapretta, Fattoria Mani di Luna, Fongoli Soc. Agr., La Piccola Cantina dei Rossi, Vini Contestabile della Staffa, Piccolo Podere del Ceppaiolo, Roberto Lepri, Tiberi az. Agr., Vigneti Campanino. Veneto: Alla Costiera, Ca’ Lustra Az. Agr., Casa Belfi, Corte Sant’Alda, Davide Spillare Az. Agr., Del Rebene, Elvira Soc. Agr., Filippi, Il Cavallino di Maule, Sauro Az. Agr., Il Moralizzatore, La Biancara Soc. Agr., Marco Sambin Az. Agr., Masiero Soc. Agr., Meggiolaro Vini, Monteforche, Pialli az agr., Piccinin Daniele Az. Agr., Portinari Daniele, Santa Colomba, Sièman, Tenuta Dalle Ore, Tessère, Vignale di Cecilia, Vigne San Lorenzo – Tamie, Vini di Luce.

Portogallo, Bairrada: Filipa Pato, Muxagat, Vale da Capucha. Repubblica Ceca, Czech republic: Dva duby. Slovacchia, Nové Zámky: Strekov Organic Wine. Slovenia, Brda: Kmetija Štekar, Nando Azienda. Carso: Rencel; Istria: Klabjan; Sežana: Stemberger vini; Trenta: Ducal az. Agr. Spagna, Asturias: Dominio del Urogallo (nella foto sopra); Catalunya: Finca Parera; Murcia Bodega: Viña Enebro, Rafa Bernabé, Clos Lentiscus.

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Approfondimenti

La Puglia del vino in trasferta al Prowein di Dusseldorf

Straordinaria partecipazione, con oltre sessanta cantine espositrici, per la più importante fiera enoica mitteleuropea. Puglia che si candida tra le protagoniste del prossimo ProWein, manifestazione fieristica di rilevanza internazionale in programma a Düsseldorf dal 19 al 21 marzo, giunta alla sua 22esima edizione.

Eccellente la partecipazione dal Tacco d’Italia, con un incremento di oltre il 300% in dieci anni: saranno infatti oltre 60 le aziende vitivinicole pugliesi che, all’interno dell’area istituzionale della Regione Puglia – Unioncamere Puglia (Padiglione 16 stand A31), esporranno il meglio della loro produzione per rafforzare la propria presenza nel mercato tedesco e cogliere opportunità provenienti anche da altri mercati esteri.

Con 6257 espositori e 55.729 visitatori nella scorsa edizione, ProWein si riconferma la manifestazione di punta del settore a livello internazionale, richiamando nel cuore dell’Europa buyers, giornalisti e operatori da tutto il mondo.  Da sempre punto di riferimento anche per i produttori di vino pugliesi, da 16 anni ProWein vede la presenza collettiva di numerose aziende, coordinate dalla Regione Puglia e da Unioncamere Puglia “per consolidare il brand Puglia nel mondo”.

“A Düsseldorf per fare rete e presentare, nel corso di una vetrina internazionale, le eccellenze dei nostri vini – commenta l’assessore alle Risorse agroalimentari della Regione Puglia, Leonardo di Gioia -. Nel corso della più importante manifestazione enologica del Nord Europa, la Puglia, ne sono certo, confermerà il valore indiscusso del proprio prodotto, in un mercato, quello tedesco, che è già da anni punto di riferimento del nostro export. La collaborazione tra l’Assessorato regionale Agricoltura e Unioncamere, consentirà alle imprese che parteciperanno di non mancare un appuntamento importantissimo per i produttori di vino, non solo come occasione di promozione ma anche come chance per confrontare  l’offerta di prodotti di  qualità con la domanda da parte dei buyer di tutto il mondo”.

I VINI DI PUGLIA
Primitivo, Negroamaro, Nero di Troia: sarà concentrata sui tre principali vitigni autoctoni a bacca rossa la partecipazione della Puglia a questa edizione di ProWein. Una scelta motivata dalla volontà di rafforzare i fiori all’occhiello della produzione vitivinicola regionale, che caratterizzano fortemente il nostro territorio e sono sempre più apprezzati da consumatori ed esperti nazionali ed esteri per la loro straordinaria autenticità e tipicità.

Due quindi le attività principali che la Puglia proporrà durante la tre giorni fieristica, per catalizzare l’attenzione di buyer e giornalisti sulla propria offerta. La prima all’interno dello spazio Enoteca nel Padiglione 16 stand A31, al centro dell’area espositiva, dove la De.S.A. – Deutschland Sommelier Association, condurrà tutti i giorni, dalle ore 10 alle 18, degustazioni delle etichette storiche e delle ultime novità proposte dagli espositori. In più, oltre alle degustazioni libere, ogni giorno alle 12 e alle 17 si terranno in Enoteca dei focus di approfondimento rispettivamente dedicati a Primitivo(domenica 19), Nero di Troia (lunedì 20) e Negroamaro (martedì 21), in cui le degustazioni saranno accompagnate da racconti del territorio e presentazione di itinerari enoturistici, per promuovere la conoscenza a 360° delle zone vitate di Puglia.

WINE TASTING
Altra vetrina di prestigio per i vini di Puglia saranno i tre wine tasting in programma nel Padiglione 13 Stand C 39, nell’area dell’editore Vinum, guidati dal giornalista Christian Eder. I tre appuntamenti, uno per ogni giorno di fiera, percorreranno la storia di Primitivo, Negroamaro e Nero di Troia con la degustazione di alcune etichette rappresentative per ogni vitigno. Vinum è il più autorevole editore di lingua tedesca, sul mercato da oltre 30 anni. La rivista ha una tiratura mensile di oltre 41.000 copie distribuite in Germania, e raggiunge oltre 250 mila lettori specializzati (ristoratori, buyer, giornalisti, enoappassionati) anche via web. Per la ProWein la tiratura sale a 60.000 copie, con un’edizione speciale che conterrà un dossier sulla Puglia del vino, quest’anno articolato come un itinerario ideale in cui coniugare insieme bellezze paesaggistiche e tipicità vinicole del territorio. 
Subito dopo la ProWein, la Puglia sarà pronta a raggiungere con i suoi vini l’altra meta dell’enologia internazionale, Verona, con la cinquantunesima edizione di Vinitaly, in programma dal 9 al 12 aprile.

LA CARICA DEI 60
Ecco l’elenco delle 60 aziende vinicole pugliesi che parteciperanno a Prowein: Albea – Alberobello (Ba) |  Alberto Longo – Lucera (Fg) | Amastuola – Massafra (Ta) |Apollonio – Monteroni di Lecce (Le) | Ariano – San Severo (Fg) | Baldassarre – San Donaci (Br) | Beato – Oria (Br) |Bonsegna – Nardò (Le) | Candido – San Donaci (Br) | Cantina di Ruvo di Puglia – Ruvo di Puglia (Ba) | Cantina Le Grotte – Apricena (Fg) | Cantore di Castelforte – Manduria (Ta) | Castel di Salve – Depressa di Tricase (Le) | Cerfeda dell’Elba – Sava (Ta) | Cignomoro – Taranto | Colle Petrito – Minervino Murge (Bt) | Commenda Magistrale – Maruggio (Ta) | Conte Spagnoletti Zeuli – Andria | Coppi – Turi (Ba) | Cupertinum – Copertino (Le) | D’Agostino – Novoli (Le) | De Falco – Novoli (Le) | Erminio Campa – Torricella | Felline – Manduria (Ta) | Ferri – Valenzano (Ba) | Feudi di Guagnano – Guagnano (Le) | Giuliani Vito Donato – Turi (Ba) | L’Antica Cantina – San Severo (Fg) | Le Vigne di Sammarco – Cellino San Marco (Br) | Massimo Leone – Foggia | Miali – Martina Franca (Ta) | Nuova Santa Barbara – San Pietro Vernotico (Br) | Ognissole–Cefalicchio – Canosa di Puglia (Bt) | Paradiso – Cerignola (Fg) | Pietraventosa – Gioia del Colle (Ba) |Pliniana – Manduria (Ta) | Rivera – Andria | Romoaldo Greco – Seclì | Rubino – Brindisi | Santa Lucia – Corato (Ba) |Santi Dimitri – Galatina (Le) | Schola Sarmenti – Nardò (Le) | Severino Garofano – Copertino (Le) | Soloperto – Manduria (Ta) | Taurino Cosimo – Guagnano (Le) | Teanum – San Severo (Fg) | Tenuta Coppadoro – San Severo (Fg) |Tenuta Giustini – S.Giorgio Ionico (Ta) |  Tenuta Marano – Guagnano (Le) | Tenute Girolamo – Martina Franca (Ta) |Terra Calò – Sava (Ta) |
Torrevento – Corato (Ba) | Trullo di Pezza – Torricella (Ta) | Vagliomassa–Bellanoa – Lecce |Varvaglione Vigne &Vini – Leporano (Ta) | Vecchia Torre – Leverano (Le) | Vetrère – Taranto | Vigneti Reale – Lecce |Villa Schinosa – Trani | Vinicola Imperatore – Adelfia (Ba)| Vinicola Mediterranea – S.Pietro Vernotico (Br).

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Ferrari Trento e gli “enofighetti” di Natale: 10 domande su Gdo e promozioni

“Scandalo epocale in grande distribuzione: gli spumanti Ferrari in promozione a 10 euro”. Ogni anno, di questi tempi, i soloni del vino italiano si svegliano dal letargo. E pontificano. Postando tarantiniane fotografie di supermercati. Immagini crude, da censura. Che mostrano sanguinolente scene del crimine: gli eleganti “astucciati” della nota casa spumantistica trentina, in promozione. Che shock. Roba pulp. Per cuori forti. Scene da vietare ai minori.

Almeno quanto i commenti che seguono le immagini. Teatro dello scandalo sono i vari gruppi di discussione creati su quei moderni bar e osterie che solo gli “studiati” chiamano “social network”. “Sarà qualche bancale dimenticato in cantina, ossidato naturalmente”, sostiene baldo, il più intelligente. “Soprattutto in vista del Natale, se non se lo compra nessuno, mi sa che fanno prima ad abbassare la serranda”, ribatte un altro analista di microparticelle atomiche.

“Ferrari vale dalla Linea Maximum in su, quella è gassosa”, chiosa il milionario che fa colazione con i Tarallucci della Mulino Bianco (oggi senza olio di palma, se vi fosse sfuggito) pucciati nel Dom Pérignon, appena sciabolato. E così via. Per sfortuna loro, qualcuno prova a farli ragionare, anche in osteria. Pardon, sui social network. Ma chi, meglio di Massimiliano Capogrosso, Direttore commerciale di Ferrari Trento, può mettere i puntini sulle “i” sull’eno-cinepanettone che ogni anno, sotto Natale, va in onda sui social?

Veronese, quarantanove anni, una passione per il mondo vinicolo che ha segnato anche la sua carriera. Capogrosso proviene infatti da altre importanti realtà venete del settore, prima Valdo e poi Bertani. E’ approdato alle Cantine Ferrari dieci anni fa, per ricoprire il ruolo di Direttore vendite. Maturando col passare del tempo un’esperienza che, un anno fa, ha convinto la Famiglia Lunelli a nominarlo Direttore commerciale.

Dieci domande, dieci, quelle che gli rivolgiamo. Domande a cui Capogrosso risponde con dovizia di particolari. Dimostrando che per Ferrari – al contrario di molti altri “big” – la Gdo, è tutt’altro che un tabù.

1) Ferrari in Gdo: perché? Da quando?
Ferrari è il brindisi italiano per eccellenza, da sempre celebra appuntamenti istituzionali, sportivi e culturali tra più importanti del nostro Paese, così come i momenti più belli della vita di molti italiani. Vogliamo dunque che possa essere acquistato sia nel canale moderno che in quello tradizionale. E’ sempre stato così e ancora oggi l’azienda si impegna per dare a entrambi i canali distributivi la stessa importanza.

2) La gestione del “prezzo promo”: viene concordato di anno in anno con le varie catene, oppure si tratta di un’attività che prescinde dai contratti, gestita autonomamente dalle insegne?
Il Ferrari è uno di quei prodotti immancabili sulle tavole degli italiani durante le ricorrenze e spesso, dunque, viene utilizzato come “prodotto civetta”. E’ una scelta autonoma di ogni catena, che decide di impostare la propria campagna promozionale come ritiene più giusto per la sua clientela, a cui, in questo modo, può offrire un prodotto di altissima qualità a un prezzo davvero vantaggioso.

3) I volumi di Ferrari in Gdo
In Italia la nostra presenza si distribuisce in egual misura tra Gdo e Horeca. Si tratta di due mondi diversi, ma per noi ugualmente importanti, con logiche di vendita differenti tra loro.

4) In Gdo quale “tipologia” di prodotti Ferrari? Provocazione: quelli di “serie b”?
La regola imprescindibile di Casa Ferrari è quella di produrre solo prodotti di eccellenza, pertanto non parlerei assolutamente di prodotto di serie A e serie B. Basti pensare che la nostra referenza più classica, il Ferrari Brut Trentodoc è stato nominato recentemente “Miglior Blanc des Blancs al Mondo” a una competizione internazionale, tra le più importanti al mondo, dedicata solo alle bollicine: The Champagne&Sparkling Wine World Championships.

5) Ma le critiche arrivano sempre, puntuali e monocordi
Come ricordavo prima, Ferrari è un prodotto leader di mercato, che spesso dunque le catene della Grande Distribuzione utilizzano per attirare il consumatore. Sicuramente quello natalizio è il periodo più “sfruttato” per questo genere di promozioni, ma non possiamo che vedere queste operazioni come un indicatore dell’importanza del nostro marchio.

6) Ferrari intende proseguire il rapporto con la Gdo, intensificarlo/allentare la presa?
La politica commerciale delle Cantine Ferrari sarà quella di continuare a seguire con attenzione e uguale dedizione sia il canale Gdo sia il canale Horeca, in quanto riteniamo che entrambi siano fondamentali per il successo del nostro Gruppo.

7) Il ruolo di Ferrari nel panorama delle “bollicine” italiane ed europee
Ferrari è leader del mercato delle bollicine in Italia, con 4,5 milioni di bottiglie vendute all’anno e un incremento a doppia cifra dal 2015. All’estero continuiamo a crescere da anni e senza dubbio questo ultimo dato è indicatore anche dell’incredibile incremento della notorietà e dei volumi di vendita delle bollicine italiane nel mondo. Il Trentodoc, la prima Doc nata in Italia esclusivamente per il Metodo Classico, rappresenta il 35% della produzione nazionale di questa tipologia di bollicine e può vantare la propensione all’export più elevata, il 22% ( dati 2015 dell’Osservatorio Trentodoc). Ferrari è certamente trainante nell’accrescere a livello internazionale la conoscenza di queste straordinarie “bollicine di montagna”, che nascono più di un secolo fa proprio dall’intuizione di Giulio Ferrari.

8) Ferrari in Gdo anche con vini rossi fermi: una panoramica dei prodotti “collaterali” alle bollicine
E’ un’importante conferma che stiamo percorrendo la strada giusta. È opportuna però in questo caso una precisazione: i vini fermi trentini, toscani e umbri, non sono Ferrari (marchio dedicato esclusivamente alle bollicine Trentodoc), ma vanno sotto il marchio collettivo Tenute Lunelli. Si tratta comunque di un numero ridotto di bottiglie, il cui canale di distribuzione preferenziale è quello delle enoteche e dei ristoranti d’eccellenza, anche se può capitare di trovare alcune referenze in GDO.

9) Se la sente di dare qualche consiglio all’Oltrepò Pavese, patria del Pinot Nero, che prova faticosamente ad affermarsi e a diventare “grande”?
L’Oltrepò Pavese non ha sicuramente bisogno dei miei consigli, è un territorio di eccellenza e patria di grandi vini, ha solo bisogno di esprimere al meglio la sua personalità. Ogni territorio vocato alla produzione di vino ha delle caratteristiche uniche e irripetibili e proprio su queste credo sia necessario puntare: è la varietà la vera bellezza del nostro Paese.

10) Cosa beve a tavola, tutti i giorni, il direttore commerciale di Ferrari? Acquista vino al supermercato
Personalmente acquisto vini anche al supermercato, spesso mi capita di acquistare persino il Ferrari, quando non mi trovo a Trento. Per una cena tra amici amo portare il Ferrari Demi-Sec, la nostra bollicina più amabile e dalla marcata rotondità: il Trentodoc perfetto per esaltare il fine pasto, dal dolce alla frutta. (foto gallery Archivio Fotografico Cantine Ferrari)

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La Fortezza di Montepulciano rivive con 1,5 milioni di euro

E’ reale: la Fortezza di Montepulciano, storico edificio simbolo della città, è rinata completamente grazie all’impegno dei produttori di Vino Nobile di Montepulciano. Con il taglio del nastro di ieri per l’inaugurazione dell’Enoliteca del Consorzio e della nuova sede degli uffici consortili, l’edificio ha raggiunto il suo completo restauro ed è stato restituito completamente alla cittadinanza per essere sede ideale per mostre, eventi culturali, meeting di vario genere. “Un’opera che ha visto l’unanime adesione dei produttori di Vino Nobile – spiega il Presidente del Consorzio, Andrea Natalini – che in questi anni hanno di tasca propria investito in questa struttura continuando quel percorso di attenzione e sostenibilità per il territorio, per la sua storia e per la città di Montepulciano, che è il nostro valore aggiunto”.

“Il Consorzio del Vino Nobile – continua Natalini – ha sempre avuto un ruolo attivo nella tutela del patrimonio storico-artistico di Montepulciano. L’esempio più evidente di questo impegno, a cui i produttori associati sono stati invitati a partecipare dall’Amministrazione comunale insieme ad altri partner Istituzionali e privati, è la Fortezza, edificio di antichissime origini, la cui esistenza è già documentata addirittura nell’VIII secolo. Dai primi anni 2000, la Fortezza ha ospitato l’Anteprima del Vino Nobile; poi, nel 2007, è stato avviato un imponente progetto di restauro destinato a fare della struttura il punto di riferimento delle attività economiche del territorio nel settore vinicolo e delle produzioni tipiche e di qualità”.

Ieri, 8 ottobre 2016, in occasione dei festeggiamenti della Doc, è stata anche segnata la conclusione dei lavori in Fortezza, con il compimento della parte destinata all’Enoliteca e agli uffici del Consorzio. A quest’ultimo intervento, che ha riguardato il completamento del piano terra e la ristrutturazione del primo piano, il Consorzio del Vino Nobile ha contribuito in maniera consistente, insieme alla Kennesaw University della Georgia (USA) – che qui ha istituito la sua unica sede all’estero – e al Comune, per arrivare ad un totale di circa 1 milione e mezzo di euro. Complessivamente, la ristrutturazione della Fortezza, che ha visto il Consorzio impegnarsi anche nei due precedenti stralci, ha avuto una consistenza di quasi 3 milioni di euro, derivati anche da Fondi Regionali, Risorse CIPE e contributi GAL LEADER.

LE CELEBRAZIONI
L’occasione è stata data dalle celebrazioni per i 50 anni dall’ottenimento della Doc, prima in Italia, del Vino Nobile che per tutta la settimana hanno visto in festa l’intera città e che si sono concluse con il concerto di Omar Pedrini, ex cantante dei Timoria e grande amico del Nobile, proprio in Fortezza. Con un convegno celebrativo al Teatro Poliziano, al quale hanno partecipato numerose autorità, si sono ripercorsi i 50 anni che dal 1966 hanno fatto la storia di un vino che porta il suo territorio in tutto il mondo e che è un fortissimo traino per il turismo di qualità. Durante la mattinata si è esibita in via eccezionale la Divinorchestra condotta dal Maestro Luciano Garosi che ha eseguito l’Inno del Vino Nobile di Montepulciano scritto proprio dal Maestro dell’orchestra poliziana con il testo di Alamanno Contucci. Un’emozione unica che ha accompagnato prima al Teatro Poliziano, poi in Fortezza, prima del taglio del nastro.

IL PATRIMONIO DEL NOBILE
Cinquecento milioni di euro. E’ questa la cifra che quantifica il Vino Nobile di Montepulciano tra valori patrimoniali, fatturato e produzione. Nello specifico in oltre 200 milioni di euro è stimato il valore patrimoniale delle aziende agricole che producono Vino Nobile, 150 milioni circa il valore patrimoniale dei vigneti (in media un ettaro vitato costa sui 150 mila euro) e 65 milioni di euro è valore medio annuo della produzione vitivinicola, senza contare che circa il 70% dell’economia locale è indotto diretto del vino. Una cifra importante per un territorio nel quale su 16.500 ettari di superficie comunale, 2.200 ettari sono vitati, ovvero il 16% circa del paesaggio comunale è caratterizzato dalla vite. A coltivare questi vigneti oltre 250 viticoltori (sono circa 90 gli imbottigliatori in tutto dei quali 76 associati al Consorzio dei produttori). Oltre mille i dipendenti fissi impiegati dal settore vino a Montepulciano, ai quali se ne aggiungono altrettanti stagionali. Nel 2015 sono state immesse nel mercato circa 7 milioni di bottiglie di Vino Nobile (in linea con l’anno precedente) e 2,8 milioni di Rosso di Montepulciano Doc

IL MERCATO
In linea con gli ultimi anni, anche il 2015 si conferma anno dell’export con una quota destinata all’estero pari all’80 per cento di prodotto, mentre il restante 20% viene commercializzato in Italia. Per quanto riguarda il mercato nazionale le principali vendite sono registrate in Toscana per il 47%, dato al quale si aggiunge il 19 per cento delle vendite al Centro. Al Nord è stato venduto il 16% del totale, mentre è cresciuta del 4% toccando quota 17 per cento. Per quanto riguarda l’estero si assiste a una torta divisa a metà tra Europa e paesi extra Ue. La Germania torna a crescere del 3 per cento con il 46% per cento della quota esportazioni e resta il primo paese per le vendite del Nobile. Strepitosa performance anche per la Svizzera (+7%) che con il 17 per cento rappresenta un importante sbocco. Il dato più significativo arriva ancora una volta dagli Stati Uniti che segnano un + 10% nel 2015 arrivando a rappresentare il 20 per cento dell’export del Nobile. Successo anche per i mercati asiatici ed extra Ue con oltre il 7 per cento delle esportazioni.

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Arnad, oltre al lardo c’è di più: lo Chardonnay della Cooperativa La Kiuva

Grasso che cola. E per una volta non è quello dell’unico lardo a Denominazione d’origine protetta d’Italia. Ad Arnad, villaggio di 1.300 anime della bassa Valle D’Aosta, protetta da una gincana di stradine strette che conducono sulla riva di un torrente, opera la società cooperativa La Kiuva. Frazione Pied de Ville, civico 42, per i pignoli. Trecentosessantuno metri sul livello del mare, per i curiosi. E uno Chardonnay da far invidia alle più prestigiose case vitivinicole italiane, per chi mastica pane e vino. Sabrina Salerno e Jo Squillo per la colonna sonora: qui, ad Arnad, canterebbero che “oltre al lardo c’è di più”. Lo sa bene Ivo Joly, 43 anni, il dinamico presidente de La Kiuva. Una cooperativa che, oltre a competere con le prestigiose realtà private del vino valdostano, si è ormai inserita nel business della ristorazione, servendo menu a base di prodotti tipici proprio sopra i locali adibiti a cantina. Per trovare l’eccellenza vera, basta spostarsi nell’ampio wine store dotato di un moderno bancone per la degustazione dei vini. E chiedere uno Chardonnay. Anzi, due. La Kiuva produce infatti uno Chardonnay “base”, che definire “base” non si può. E un secondo, affinato in barriques: altro calice con cui varrebbe la pena di fissare un tête-à-tête. Prima o poi, nella vita.

Di colore giallo paglierino mediamente carico, lo Chardonnay La Kiuva presenta al naso note di frutta fresca a polpa bianca e gialla. Il caratteristico richiamo esotico all’ananas fa spazio con l’ossigenazione a sentori grassi, tipici del burro di montagna spalmato sul pane croccante. Una sorta di contrasto dolce-salato che si fa solido nel suo materializzarsi concreto. Preannunciando una beva di grande mineralità, struttura e persistenza. Per una “base” che “base” non è, come annunciato. Ed è questo il punto di partenza (d’eccezione) dell’altro capolavoro della cooperativa: lo Chardonnay barrique La Kiuva. Con la sua beva sapida e minerale resa ancora più morbida e rotonda dal legno cui è affidato l’affinamento del prezioso nettare, in grado di conferirgli inoltre un’apprezzabilissima vena balsamica. Vini che, bevuti giovani o più maturi (il barrique è un vendemmia 2011 perfettamente in auge), offrono il meglio dell’accoppiata costituita da terroir ed escursione termica, in questo angolo di Valle d’Aosta reso grande da Madre Natura. Lo stesso si può dire del Muller Thurgau, che sfodera senza ritegno una spalla acida invidiabilissima e una mineralità accentuata, ben calibrata con la piacevolezza delle note fruttate fresche. Meno significativi Pinot Gris e Petite Arvine, proposti in apertura di degustazione. Nettari comunque in grado di comunicare, seppur in maniera più soffusa, le peculiarità del marchio La Kiuva.

SPUMANTI E VINI ROSSI
Non mancano, per gli amanti delle bollicine, due metodo classico come il Seigneurs de Vallaise – 40% Chardonnay, 30% Pinot Noir e 30% Pinot Gris – dal perlage accattivante al palato e dal buon corpo (forse un po’ a discapito delle note fruttate) e l’ancora più interessante Traverse La Kiuva, spumante ottenuto al 100% da uve Nebbiolo. Quaranta mesi minimo di permanenza sui lieviti che conferiscono a questo “rosè” sentori di agrumi e crosta di pane, oltre agli accenni immancabili a piccoli frutti a bacca rossa. In bocca colpisce la gran sapidità, che gioca sottile su note eleganti di lime e pompelmo, nonché su una linea (rieccola) vagamente balsamica che richiama la mentuccia. Un corpo e una sostanza diversa da quella dei Nebbiolo rosé prodotti nel vicino Piemonte (per esempio nella zona di Ghemme, Novara), forse per quel calore nella beva espresso dai 13,5 gradi di percentuale d’alcol in volume. Capitolo rossi della Cooperativa La Kiuva di Arnad? A spiccare su tutti, ma agli antipodi tra loro, sono il Nebbiolo Picotendro e l’Arnad Montjovet Superior. Un Nebbiolo da assaporare giovane, il primo, che nel calice si mostra d’un rosso rubino intenso e che al naso evidenzia note di lamponi, fragoline di bosco e more mature. Corrispondente al palato, risulta morbido e avvolgente e dal tannino delicato, che ha comunque bisogno di qualche minuto per slegarsi completamente e conferire una dignitosissima eleganza alla beva. Ma se il Picotendro della Cooperativa La Kiuva è ottenuto mediante macerazione prefermentativa a freddo di 3-4 giorni e fermentazione a 30-32°, con macerazione delle bucce per 5/7 giorni e svinatura dolce, più complessa è l’elaborazione del Valle d’Aosta Doc Arnad Montjovet Superior. Vino rosso top di gamma de La Kiuva, è costituito da un 70% minimo di Nebbiolo, cui vengono aggiunti Gros Vien, Neyret, Cornalin e Fumin. La vinificazione è tradizionale, a cappello emerso, con lunga macerazione delle vinacce: sino a 15-20 giorni, a temperatura controllata, variabile tra i 28 e i 30 gradi. Fondamentale l’affinamento in legno per un periodo tra i 10 e i 12 mesi, cui vanno a sommarsi altri 6 mesi di maturazione in bottiglia, prima della commercializzazione. Un vino che nel calice si mostra d’un rosso rubino con riflessi granati, dal quale si sprigionano eleganti note fruttate (confettura), balsamiche e speziate. In bocca esprime tutta la potenza elegante del Nebbiolo: misurate ma intense le note balsamiche e speziate che ritornano anche al palato. E di nuovo un’accentuata sapidità, che chiama il sorso successivo. Solo cinquecento le bottiglie prodotte mediamente ogni annata, numero che sale a 5 mila per la “base” (che “base” non è).

“VIGNAIOLI PER PASSIONE”
Curioso scoprire dopo la degustazione che La Kiuva, nonostante il buon livello dei vini prodotti, costituisca l’attività “secondaria” dei quaranta soci della Cooperativa. “La maggior parte di noi – spiega il presidente Ivo Joly (nella foto) – non è dedita alla produzione di vino a tempo pieno. Si tratta di un’attività collaterale, affiancata a quella principale che può essere nel ramo dell’agricoltura o dell’artigianato. La sede principale è stata edificata nel 1975, una delle prime cantine concepite dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta. I primi conferimenti di uve e dunque la prima  vinificazione risalgono al 1979″. Dal 2008, anno nel quale La Kiuva ha deciso di produrre lo spumante metodo classico 100% Nebbiolo, la coop ha ridato vita ad alcune cantine storiche dislocate sul territorio di Arnad, oggi utilizzate principalmente come luogo per lo stoccaggio del vino in maturazione. “La sfida per il futuro – dichiara ancora il presidente Ivo Joly – è quella di offrire un prodotto che risulti concorrenziale sul mercato. Abbiamo prodotti di nicchia dei quali vantarci, capaci di conquistare anche mercati diversi da quello italiano. Esportiamo già negli Usa 20 mila bottiglie delle 100 mila prodotte complessivamente. L’interesse è crescente all’estero, sia sui vini da tavola sia sul nostro Picotendro. Sarebbe interessante, quindi, riuscire a consolidare ulteriormente la nostra presenza in Italia. Magari puntando tutto sul nostro Traverse. Superficie e potenzialità per incrementare ulteriormente la produzione ci sono – conclude Joly – ma dobbiamo innanzitutto tener conto della nostra realtà, tutto sommato giovane e costituita, appunto, da vignaioli per passione, più che per professione”. Basti pensare che, fino a 10 anni fa, i vigneti che conferivano alla Kiuva erano ancora a pergola. Oggi solamente filari. Splendidi. Pronti a perdersi, a vista d’occhio, con le montagne a fare da sfondo. O magari all’ombra del Forte di Bard. Tra i 13 ettari vitati che vanno da Hone a Montjovet.

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Brexit e Ue: nel mondo del vino c’è chi se ne frega

God save the wiine (doppia “i” voluta, adesso indovinate la pronuncia). E poi chi se ne frega della regina Elisabetta. Men che meno dei suoi sudditi, divisi tra leave o remain. Il vino unisce tutto. E tutti. Chiedetelo a Luisa Todini.

Presentazioni di rito lunghe come la Bibbia. Piene di contraddizioni a cui solo la fede (per l’anti politica) può dare una spiegazione. Logica, s’intende.

Dal 1994 al 1999 in Forza Italia come eurodeputata, viene proposta da Renzi come presidente di Poste Italiane nel 2014, pur essendo in quota Lega.

Ricopre nel contempo, dal 2012, l’incarico di consigliera nel CdA Rai, dal quale si dimette il 19 novembre 2014. Non prima d’aver votato contro il ricorso al decreto Irpef presentato dal governo italiano (presieduto da Renzi) nel mese di aprile: un ricorso che prevedeva il prelievo forzoso dalle casse dell’azienda televisiva per circa 150 milioni. Chapeau.

Ma è della Todini imprenditrice del vino che c’importa, in fondo. O no? A proposito, ultimo capitolo del curriculum: Luisa Todini è anche la titolare di Cantina Todini, che il 23 giugno ha annunciato a Londra la propria intenzione di “continuare a investire e a scommettere sul mercato britannico”.

DENTRO O FUORI
“Continuiamo comunque a investire in un luogo dove abbiamo sempre investito – dichiarava la Todini a un giorno del voto – e continuiamo a farlo anche ora. La mia speranza è che non ci sia la Brexit. Che tutti gli inglesi capiscano”. Secondo la Todini, il Regno Unito “continuerà a essere una piazza fondamentale per il made in Italy, anche con Brexit.

Io sono qui per raccontare un pezzo di territorio italiano, l’Umbria, e nello specifico Todi, presentando vini d’eccellenza a base di Sangiovese e Grechetto”. Grande risalto per queste dichiarazioni sui media italiani.

Così come grande risonanza è stata data dalla stampa italiana alla presentazione dei vini Todini in occasione di due eventi organizzati ad hoc: uno a Bianco43, ristorante al 43 di Greenwich Church street, Londra; l’altro al Novikov nel Mayfair, esclusivo distretto londinese. Presenti, tra gli altri, l’ambasciatore italiano Pasquale Terracciano e lo chef Giorgio Locatelli. Entrambi i ristoranti hanno i vini Todini in wine list.

“Per noi – evidenzia Luisa Todini al Sole 24 Ore – questo è un grande punto di arrivo, ma vuole essere anche un punto di partenza. Il mercato britannico ha riservato una calorosa accoglienza ai nostri vini Todini: nel giro di un anno, dopo il debutto nel 2015, i vini sono presenti in oltre 25 ristoranti su tutto il territorio, con una vendita di oltre 8 mila bottiglie prodotte da uve autoctone. L’intenzione ora è di ampliare la presenza a un numero ancora più grande di ristoranti e anche di arrivare sugli scaffali di una selezionata grande distribuzione. Le trattative sono già in corso”. Good save the (Todini) wiine.

IL BORDEAUX SALE, I BUYER GONGOLANO
Forse più preoccupazione regna in Francia. Secondo gli analisti economici del Regno Unito, il mercato del vino pregiato nel Regno Unito potrebbe registrare un arresto.

Brexit rende di fatto più costoso il vino dei Paesi Ue per gli acquirenti muniti di sterline. In un momento in cui il settore del vino mostrava segni di ripresa, la prima prima vittima del voto Brexit potrebbe essere la campagna francese per l’anteprima del Bordeaux 2015.

“L’incremento dei prezzi del Bordeaux era già stato paventato nelle scorse settimane, prima del referendum – evidenzia Justin Gibbs a Liv-ex, piattaforma di trading di vini con sede a Londra – ma con una sterlina debole possiamo aspettarci un ulteriore incremento del prezzo di oltre il 10%”.

Liv-ex segnala al contempo un boom di ordini di vino durante la scorsa notte. Un boom proveniente prevalentemente da Hong Kong, ma anche degli Stati Uniti. Semplice la spiegazione. I buyer di questi mercati pensano di poter contrattare con il Regno Unito prezzi d’affare per il vino nelle prossime settimane, se la sterlina rimane debole.

“Gli acquirenti muniti di dollaro – evidenzia Gibbs – potrebbero utilizzare questo come un’opportunità per accumulare vini”. L’analista ritiene comunque che “il mercato del vino pregiato è relativamente resistente agli shock rispetto ad altri settori. Le papille gustative dei clienti non sono cambiate durante la notte”.

Will Hargrove, imprenditore del settore del vino nel Regno Unito, sottolinea  che “ci vorrà tempo per conoscere le conseguenze di Brexit”. “Chiaramente – prosegue – l’incertezza nei mercati finanziari non giova a nessuno. Sento dire che in autunno sapremo veramente quali sono gli effetti dell’uscita dall’Unione europea. Ma nel frattempo l’anteprima Bordeaux è in gran parte diventata un esercizio di intermediazione”.

Secondo l’imprenditore inglese, il settore del vino britannico “voleva rimanere nell’Ue. Ma il popolo britannico si è espresso in altro modo, decretando l’apertura di un nuovo capitolo della nostra storia. Lavoreremo per aiutare il governo a preservare il nostro accesso al mercato unico, sostenendo le esportazioni e trattando per ottenere i migliori accordi di libero scambio internazionale”.

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Export di vino italiano: da gennaio a marzo 1,3 miliardi

Inizia sotto una buona stella l’avventura di Antonio Rallo alla presidenza dell’Osservatorio del Vino italiano. Il firmamento è quello dell’export di vino made in Italy. Che da gennaio a marzo vale 1,3 miliardi. Per gli amanti delle statistiche, una cifra che significa un +3% del comparto comparto, rispetto al 2015. “Il 2016 – commenta Rallo, succeduto da pochi giorni a Domenico Zonin – si prospetta un anno molto interessante per il vino italiano. E’ presto per parlare di bilanci, ma la tendenza è decisamente positiva. L’export cresce in valore del 3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, raggiungendo 1,23 miliardi di euro. In particolare, è in salita la domanda estera di vini italiani a denominazione che fa registrare +11% a valore e +7% a volume”. Qualche numero in più? Le bollicine confermano l’appeal di sempre per un valore di 230 milioni di euro (+21%) e 678 mila ettolitri (+26%). Il Prosecco guida questa domanda con un incremento del 31% a valore (174 milioni di euro) e del 33% a volume (461 mila ettolitri). Buoni risultati si registrano anche sui vini fermi Dop testimoniando come il successo degli spumanti italiani stia contagiando anche altri prodotti vinicoli, che continuano la crescita seppur a ritmi più sostenuti. Cifre diffuse da Istat ed elaborati da Ismea, partner dell’Osservatorio del Vino, relativamente all’export del vino nel primo trimestre 2016. “Anche se siamo solo al principio dell’anno, questi dati parlano chiaro – continua Antonio Rallo – è evidente che la qualità italiana sui mercati stranieri venga recepita in modo netto e che i nostri prodotti siano riconosciuti come ambasciatori del miglior made in Italy. Il calo ormai strutturale dell’export dei vini comuni e sfusi in favore dei prodotti di qualità, sollecita uno sforzo ulteriore che dobbiamo fare come sistema paese per conquistare nuove quote di mercato per i nostri vini a Denominazione di Origine (DO), non accontentandoci di crescere solo a valore proprio in virtù del fatto che la richiesta di vino è orientata verso prodotti i qualità. Il 2016 dovrà essere l’anno in cui si ricomincerà a vedere incrementi sui volumi dei vini a DO, migliorando ulteriormente le performance del valore delle esportazioni”. 

“La progressione dell’export – conclude il presidente Rallo (nella foto) – incide positivamente anche sulle quotazioni dei vini nel mercato interno, segno che la catena del valore del vino sta portando risultati positivi su tutti gli anelli della filiera. La cultura del consumatore sta cambiando in modo radicale, sia nel mercato interno sia in quello estero. L’imperativo, pertanto, è continuare a percorrere la strada della qualità per affermare, insieme al nostro vino, i nostri valori e le nostre tradizioni, unici al mondo e apprezzati da un pubblico sempre più ampio”. Vini e mosti nel complesso fanno rilevare ottime performance nelle esportazioni di questi primi 3 mesi 2016. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato in termini di esportazioni, che continua a crescere (sullo stesso periodo 2015) con un incremento in valore del 5% per un corrispettivo di 330 milioni di euro. Per il Regno Unito l’export vale 152 milioni di euro (+7%) mentre l’Austria fa registrare un lusinghiero +13% in valore (22,5 milioni di euro). Buone notizie dalla Cina dove il vino italiano cresce in valore del 15% (21 milioni di euro) e in volume del 17% (65 mila ettolitri). Nota positiva dalla Russia, che ha ripreso a crescere con un +6% in valore (11 milioni di euro) e un + 11,6% in volume (47 mila ettolitri). L’Import dei primi 3 mesi del 2016 vede una frenata significativa, segnando un -10% in valore (57 milioni di euro) e un -48% in volume (380 mila ettolitri).

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Solfiti nel vino: l’Efsa rassicura. Ma chiede lumi

Il livello cumulativo di sicurezza attualmente stabilito per sette solfiti utilizzati come additivi nel vino e in altri alimenti “è sufficiente a tutelare i consumatori”. Parte da questo dato di fatto l’European Food Safety Authority nell’impegnarsi a “rivedere comunque tale conclusione”. Efsa chiede le vengano forniti ulteriori “dati, provenienti da nuovi studi, per colmare le lacune nelle informazioni, ridurre le incertezze e confermarne pienamente la sicurezza per i consumatori”.

4I sette additivi alimentari – anidride solforosa E 220, solfito di sodio E 221, bisolfito di sodio E 222, sodio metabisolfito E 223, metabisolfito di potassio E 224, solfito di calcio E 226, bisolfito di calcio E 227 e potassio bisolfito E 228 – sono valutati insieme, “dal momento che si comportano in modo simile – spiega Efsa – dopo l’ingestione”.

Si tratta infatti di sostanze che si formano naturalmente durante la vinificazione e sono anche aggiunti a molti vini per bloccare la fermentazione e agire da conservanti. Il contenuto di solfiti nei vini bianchi e dolci è generalmente superiore a quello dei vini rosati, rossi e secchi. Vengono impiegati anche nel sidro, nei succhi di frutta e di verdura e nella frutta e verdure essiccate, in particolare quelle a base di ravanelli e patate.

“OCCORRONO DATI”
I dati scientifici sui solfiti e su ciò che accade loro all’interno dell’organismo sono tuttavia limitati. Se consumati negli alimenti possono innescare reazioni d’intolleranza e alcuni consumatori sono più sensibili di altri ai solfiti nel cibo.

L’attuale dose giornaliera ammissibile (Dga) si assesta sui 0,7 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo. Si applica cumulativamente a tutte le sette sostanze. Le stime dell’esposizione alimentare a queste sette sostanze per consumatori della maggior parte delle fasce d’età “sono talvolta superiori a tale quantitativo – evidenzia l’Efsa – in particolare per i forti consumatori”.

Il gruppo di esperti scientifici sugli additivi alimentari raccomanda che “la Dga temporanea di gruppo venga valutata nuovamente entro cinque anni, dopo aver effettuato nuovi studi per produrre i dati mancanti”.

Il gruppo scientifico suggerisce inoltre che “l’etichettatura riporti l’effettivo livello di solfiti o anidride solforosa nei singoli prodotti, per aiutare i consumatori sensibili o intolleranti a contenere la propria assunzione”. La legislazione dell’Unione europea impone oggi di indicare sulle etichette alimentari la dicitura “contiene solfiti”, senza tuttavia specificarne la quantità, quando eccedano i 10 milligrammi per chilogrammo o per litro.

NUOVE VALUTAZIONI
I regolamenti UE richiedono che l’Efsa valuti ex novo entro il 2020 la sicurezza di tutti gli additivi alimentari autorizzati prima del gennaio 2009. Mentre l’Efsa ha completato la nuova valutazione di quasi tutti i coloranti alimentari e prevede di completare la valutazione di altri additivi alimentari in programma entro il 2016.

Restano ad oggi in lista di attesa “oltre 100 additivi alimentari”, sempre secondo i dati Efsa. “Nonostante dal 2006 siano stati pubblicati diversi bandi sia generici sia specifici per la ricerca di dati sugli additivi alimentari – conclude l’European Food Safety Authority – permane una carenza di dati sulla tossicità delle sostanze impiegate come additivi alimentari e sui loro tenori negli alimenti”.

I produttori e gli utilizzatori di additivi alimentari sono pertanto sollecitati a fornire tutte le informazioni a loro disposizione per consentire la valutazione della sicurezza degli additivi alimentari, al fine di proteggere adeguatamente i consumatori”.

Tutto ciò mentre è ormai accertato che “più del 97% dei campioni di alimenti” valutati nel 2013 dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare “contiene livelli di residui di pesticidi che rientrano nei limiti di legge”, con “poco meno del 55% dei campioni privo di tracce rilevabili di tali sostanze chimiche”.

I risultati fanno parte della relazione annuale dell’Efsa sui residui di pesticidi negli alimenti, comprendente i risultati per quasi 81 mila campioni di alimenti provenienti da 27 Stati membri dell’UE, Islanda e Norvegia.

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Mentre l’Italia semplifica con il testo unico sul vino, l’Europa complica la vita ai piccoli produttori

Mentre in Italia si punta alla semplificazione con il varo del testo unico sul vino, a Bruxelles si lavora a nuovi oneri burocratici per fermare le esportazioni dei piccoli produttori di vino che in Italia rappresentano lo zoccolo duro del settore. E’ quanto ha denunciato la Coldiretti al Vinitaly di Verona dove al proprio stand, nel Centro Servizi Arena (corridoio tra i padiglioni 6 e 7) è stata aperta la prima ”cantina dell’orrore” per denunciare nuovi e incredibili casi di contraffazioni ed imitazioni dei nostri vini piu’ prestigiosi. L’Unione Europea – sottolinea la Coldiretti – sta lavorando ad una nuova definizione di piccolo produttore di vino escludendo quanti esportano che perderebbero cosi tutti i benefici di semplificazione con obbligo anche all’utilizzo del documento doganale informatizzato. Un danno che – precisa la Coldiretti – colpisce gran parte del sistema vitivinicolo nazionale che dovrebbe affrontare i ritardi provocati dal nuovi carichi burocratici con pesanti costi aggiuntivi per le tantissime imprese di dimensioni ridotte che hanno puntato sull’export. A oggi – spiega la Coldiretti – su un totale di 48mila produttori di vino solo 2.500 superano i 1.000 ettolitri di produzione che li obbliga a questi adempimenti mentre al contrario sono ben 45.500 quelli che ne sarebbero colpiti. Si tratta di una iniziativa, nell’ambito del processo di revisione dei regolamenti, applicativa dell’Organizzazione Comune di mercato (Ocm) Unica per adattarli alle modifiche intervenute al processo di Lisbona e per rispondere alle esigenze di semplificazione secondo la Commissione. In realtà la misura – denuncia la Coldiretti – colpirebbe il vino italiano proprio all’indomani del record storico raggiunto nelle esportazioni che nel 2015 hanno raggiunto la cifra record di 5,4 miliardi di euro (+5%). Grazie al grande processo di qualificazione del settore oggi si beve piu’ vino italiano all’estero. Il risultato è che oggi nel mondo 1 bottiglia di vino esportata su 5 è fatta in Italia e il 66% delle bottiglie di vino spedite oltre le frontiere sono Doc/Docg o Igt. La Coldiretti evidenzia una fortissima preoccupazione per la introduzione di una nuova definizione di piccolo produttore (diversa da quella dell’art. 40 della direttiva delle accise) secondo cui chi esporta vino non è più piccolo produttore perdendo tutti i benefici di semplificazione ad esso connessi e eliminando la possibilità di usare il documento di trasporto cartaceo denominato ”MVV”, oggi utilizzato dai piccoli produttori per gli scambi intra-Ue (che in Italia sono il 95% del totale) in alternativa e deroga al sistema doganale dell’E-AD, obbligando di fatto tutti all’utilizzo del documento accise informatizzato . La burocrazia – precisa la Coldiretti – è considerata dai vitivinicoltori il principale ostacolo al loro lavoro che nel 2015 ha consentito di realizzare un fatturato record di 9,7 miliardi (+3%) soprattutto grazie all’export che è stato di 5,4 miliardi (+5%) che ha superato per volumi e valore il mercato interno caratterizzato da anni da una sostanziale stagnazione. Un pericolo denunciato a ridosso del primo via libera parlamentare del testo unico sul vino che si pone l’importante obiettivo di tagliare del 50% il tempo dedicato in Italia alla burocrazia che dal vigneto alla bottiglia rende necessario adempiere a più di 70 pratiche che coinvolgono 20 diversi soggetti che richiedono almeno 100 giornate di lavoro per ogni impresa vitivinicola per soddisfare le 4mila pagine di normativa che regolamentano il settore”, secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo che ha commentato positivamente l’approvazione in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati del Testo unico del vino. ”Un testo ampiamente condiviso che raccoglie molte nostre proposte che consentono di ridurre gli oneri anche economici a carico delle imprese senza abbassare la soglia di garanzia qualitativa attraverso i controlli”, ha precisato Moncalvo. Il Testo unico tra l’altro porterà alla revisione del sistema di certificazione e controllo dei vini a denominazione di origine e indicazione geografica con un contenimento dei costi, ma anche semplificazioni sulla normativa accise da lungo tempo attese e norme per garantire trasparenza sulle importazioni dall’estero e – continua la Coldiretti – a sostegno delle esportazioni del vino Made in Italy. Una revisione che arriva proprio a 50 anni dal riconoscimento del primo vino Doc italiano. Grazie al DPR 930 del 1963, la prima produzione di vino ad avere il riconoscimento di denominazione di origine controllata è stata infatti la Vernaccia di San Gimignano, con la pubblicazione il 6 maggio 1966 in Gazzetta Ufficiale. Da allora l’incidenza delle Doc sulla produzione italiana complessiva è passata in mezzo secolo da appena il 2 per cento al 32 per cento di oggi, in altre parole una bottiglia su tre. L’Italia – conclude la Coldiretti – ha conquistato nel 2015 il primato mondiale nella produzione di vino con 47,4 milioni di ettolitri e dal punto di vista qualitativo puo’ contare sul primato in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 Docg, 332 Doc e 118 Igt).
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Chiamparino: “A Torino una casa promozionale del vino”

Una ‘casa’ promozionale del vino, con sede a Torino, e un coordinamento regionale degli eventi piemontesi del vino. E’ l’idea lanciata da Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte e dell’Arev, l’associazione che rappresenta le 75 regioni viticole europee, in occasione del debutto delle nuove etichette di ‘Piemonte Barbera, tradizione che si rinnova’. Un progetto della Cia di Asti in collaborazione con la cantina di Vinchio e il Consorzio della Barbera all’Enoteca regionale di Nizza Monferrato (Asti). “Stiamo pensando – ha spiegato Chiamparino – a una nuova rete strutturata dei numerosi eventi piemontesi legati al vino”. Chiamparino è stato il testimonial del “rilancio della denominazione, che ha bisogno di una nuova identità” ha aggiunto l’assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, Giorgio Ferrero. “Su 45mila ettari di vigneto in Piemonte – ha precisato il presidente del Consorzio della Barbera, Filippo Mobrici – 12mila sono coltivati a Barbera e da questi vengono prodotte circa 20 milioni di bottiglie, metà delle quali vengono esportate”. “Con la nuova etichetta Piemonte Barbera da oggi in commercio – ha concluso il presidente della Cia di Asti, Alessandro Durando – abbiamo voluto dare un giusto prezzo al prodotto e al lavoro dei produttori”. (foto Ansa)
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Wine Monitor: Francia leader mondiale export (e import) di vino

I dati elaborati dal Wine Monitor, l’Osservatorio Nomisma sul mercato del vino, non lasciano spazio a interpretazioni. Nel 2015 l’export di vino francese ha raggiunto 8,3 miliardi di euro, il 54% in più di quanto messo a segno dall’Italia.
Ma la Francia non è solo il top exporter mondiale: nel mercato degli sfusi rappresenta il secondo importatore, dopo la Germania. Con quasi 6 milioni di ettolitri acquistati dall’estero.
Oltre a segnare un record per l’export di vino italiano, il 2015 ha consolidato il primato francese nella classifica dei vini più commercializzati al mondo: 14,1 milioni di ettolitri per un controvalore di 8,3 miliardi di euro, quasi il 7% in più rispetto all’anno precedente. Il divario con le performance dei vini italiani all’estero rimane ampio: 54% sul fronte dei valori, mentre dal lato dei volumi il rapporto di forza si ribalta, visto che noi esportiamo 20 milioni di ettolitri e cioè il 41% in più dei francesi.
Da qui si spiega anche il diverso prezzo medio all’export: 5,84 euro/litro dei cugini d’Oltralpe contro i 2,67 euro/litro dei nostri vini. Valori che diventano pari a 16,87 euro contro 3,52 euro nel caso degli sparkling, le “bollicine”, dove lo strapotere dello Champagne non lascia spazio a molti commenti, sebbene ci si possa consolare con il fatto che nel 2015 i produttori italiani hanno venduto nel mondo 2,8 milioni di ettolitri di spumante rispetto agli 1,8 milioni esportati dai francesi.
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Coldiretti, dietrofront dell’Europa: il vino Doc italiano è salvo

La Commissione europea fa dietrofront sulla proposta di liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dai luoghi di produzione. Una decisione che scongiura una vera e propria sciagura per il vino italiano. Valgono infatti almeno 3 miliardi i vini Made in Italy identificati da denominazioni che rischiavano di essere di essere scippate all’Italia, se fosse stato consentito
anche ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali Aglianico, Barbera, Brachetto, Cortese, Fiano, Lambrusco, Greco, Nebbiolo, Picolit, Primitivo, Rossese, Sangiovese, Teroldego, Verdicchio, Negroamaro,  Falanghina, Vermentino o Vernaccia, solo per fare alcuni esempi. A dare l’annuncio del passo indietro della Commissione europea è la Coldiretti, che esprime evidente apprezzamento. “Il rischio – commenta il presidente Roberto Moncalvo, presidente dell’organizzazione – era quello di una pericolosa banalizzazione di alcune tra le più note denominazioni nazionali, che si sono affermate sui mercati nazionale ed estero grazie al lavoro dei vitivinicoltori italiani. Il futuro dell’agricoltura italiana ed Europea dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività territoriali che sono state la chiave del successo nel settore del vino dove hanno trovato la massima esaltazione”. La notizia della possibile ‘estensione’ delle denominazioni era rimbalzata sul finire di gennaio dalla Commissione europea, scatenando le polemiche dell’intero comparto del vino Made in Italy.

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E-commerce, il vino italiano resta in cantina

“I vignaioli propongono una cosa molto semplice: ogni produttore potrebbe assolvere in proprio e nel proprio Paese d’origine le imposte sul valore aggiunto e le accise secondo le aliquote del Paese di destinazione delle merci. Una camera di compensazione potrebbe quindi calcolare quanto dovuto a ciascun stato membro”. E’ la proposta avanzata da Matilde Poggi, presidente della Federazione italiana Vignaioli indipendenti (Fivi), al convegno “L’eredità di Expo”, che si è tenuto alla Camera dei Deputati, a Roma. Una soluzione al problema delle vendite a distanza di vino in Europa, che “non è unita quando si tratta di spedire vino da un Paese all’altro”. Questo impianto è stato accolto in pieno dallo studio “Evaluation of current arrangements for movement of excise goods released for consumption”, realizzato per conto della Commissione Europea e approvato dal Gruppo di contatto Accise lo scorso 3 luglio. “Sono già passati cinque mesi – aggiunge Poggi – e in sede Europea non si è mosso ancora nulla. Auspichiamo che la situazione possa essere presto sbloccata e pertanto abbiamo chiesto agli onorevoli Roberto Caon ed Emanuele Prataviera, oltre che al Sottosegretario alle Politiche Agricole e Forestali Giuseppe Castiglione, di attivarsi per sostenere la nostra posizione”.

Per inviare vino da un Paese all’altro, sia ad un rivenditore che ad un consumatore finale, oggi è necessario avviare una pratica doganale e dotarsi di un domicilio fiscale nel Paese di destinazione con il quale assolvere al pagamento delle accise. Una procedura che non solo rende economicamente sconveniente, se non proprio impossibile, un e-commerce su scala europea, ma complica la vita a tutti i vignaioli che, dopo una visita in cantina da parte di turisti stranieri devono spesso rinunciare alle vendite che ne potrebbero derivare. Una soluzione al problema è già stata proposta da Cevi (Confederazione Europea dei Vignaioli Indipendenti, di cui FIVI è membro e della quale Matilde Poggi è vicepresidente) al Gruppo di contatto Accise della Commissione Europea. La discussione, peraltro, potrebbe essere aperta ad ampio spettro sul mondo dell’e-commerce in Italia, come di consueto in ritardo rispetto ad altri Paesi europei e del mondo. Basti pensare che, secondo recenti studi, metà della popolazione italiana utilizza il web per i propri acquisti, ma solo 12 milioni effettuano acquisti regolari su Internet.

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Boom dello spumante italiano in Europa e Usa. Altra batosta per la Francia e il suo Champagne

Stati Uniti: + 50%. Gran Bretagna: +32%. Francia: +19%. Le vendite dello spumante italiano all’estero aumentano del 19 per cento con le esportazioni che raggiungono per la prima volta il record storico del miliardo di euro nel 2015. E anche nel Belpaese, le bollicine nostrane segnano un + 19%. E’ quanto emerge da una stima della Coldiretti in occasione delle festività di Natale e Capodanno, dalla quale si evidenzia che mai cosi tanti brindisi come quest’anno nel mondo saranno Made in Italy. La domanda, sottolinea la Coldiretti, è cresciuta in valore del 50 per cento in Gran Bretagna e del 32 per cento negli Stati Uniti che si classificano rispettivamente come il primo ed il secondo mercato di sbocco delle bollicine italiane che però vanno forte anche in Germania, che si posiziona al terzo posto. E le richieste – precisa la Coldiretti – sono aumentate del 19 per cento anche da parte dei cugini francesi, sempre molto nazionalisti nelle scelte della tavola. Nella classifica delle bollicine italiane più consumate nel mondo ci sono nell’ordine il Prosecco, l’Asti e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso Champagne francese. Quest’anno – sostiene la Coldiretti – all’estero si stapperanno più bottiglie di spumante italiani che di champagne francese. A pesare sul successo, come sottolinea la stessa Coldiretti, è il fatto che crescono anche le imitazioni in tutti i continenti, a partire dall’Europa dove sono in vendita bottiglie di Kressecco e di Meer-Secco prodotte in Germania che richiamano palesemente al nostrano Prosecco che viene peraltro copiato dalla Russia al Sudamerica.

OCCHIO ALLE IMITAZIONI
Il risultato straordinario dello spumante italiano all’estero – afferma la Coldiretti – sostiene l’intero comparto del vino che si è classificato come la principale voce dell’export agroalimentare nazionale con oltre la metà delle bottiglie prodotte in Italia che sono consumate fuori dai confini nazionali. A dare ottimismo quest’anno sono anche i buoni risultati della vendemmia con l’Italia che sorpassa la Francia è diventa il primo produttore mondiale di vini e spumanti con un quantitativo di produzione stimato a 48,9 milioni di ettolitri, sulla base dei dati della Commissione Europea che attesta un calo dell’uno per cento dei raccolti in Francia dove la produzione si dovrebbe fermare a 46,6 milioni di ettolitri mentre al terzo posto disi trova la Spagna con 36,6 milioni di ettolitri in calo del 5 per cento.

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Lombardia, l’export di vino vale 255 milioni di euro. Ma la terra da cotivare è sempre meno

“Le vendite all’estero dei nostri tesori enogastronomici rappresentano oltre il 41% del valore dell’intera produzione agroalimentare della regione e sono la testimonianza più diretta dell’apprezzamento del Made in Italy sui mercati stranieri. Un Made in Italy ricercato per la qualità, la sicurezza e la capacità di raccontare e rappresentare un legame con il territorio che nasce proprio dall’utilizzo di materie prime che dal quel territorio nascono”. Lo dichiara Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia. Precisando che “solo il settore vino vale 255 milioni di euro di export”. A livello nazionale le esportazioni alimentari nel 2015 toccheranno il valore record di 36 miliardi di euro. Numeri favorevoli che, tuttavia, hanno un contraltare: quello dei cambiamenti climatici.

E’ la stessa Coldiretti a lanciare l’allarme. Gli eventi estremi hanno provocato anche in Italia danni alla produzione agricola nazionale, alle strutture e alle infrastrutture per un totale pari a più di 14 miliardi di euro nel corso di un decennio, secondo i dati del Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea). Numeri di cui si discuterà pure alla conferenza dell’Onu sul clima di Parigi 2015. Il numero medio annuo mondiale di disastri causati dai fenomeni naturali, inclusi quelli legati al clima, ha provocato a livello mondiale un danno economico di 1,5 trilioni di dollari. “Siccità e forti piogge a carattere alluvionale – sottolinea la Coldiretti – rappresentano gli eventi climatici che si sono maggiormente abbattuti sulle Regioni italiane. La siccità rappresenta l’evento avverso più rilevante per l’agricoltura italiana in termini di danni economici a carico soprattutto delle produzioni, con due eventi gravi, nel 2003 e nel 2012, interessando maggiormente le aree del Nord e del Centro Italia, con valori di dai 500 ai 700 giorni di siccità dichiarata (dai 50 ai 70 giorni l’anno di media)”.

“Per quanto riguarda i fenomeni precipitativi forti, i danni – continua la Coldiretti – riguardano sia le produzioni, sia le strutture e le infrastrutture, con rispettivamente il 30, 40 e 30% dei danni complessivi”. Le aree maggiormente colpite si trovano Nord Italia, con un range che varia da 121 a 480 giorni di calamità naturale dichiarata. e nel Sud (Campania, Puglia e Sicilia). “La tropicalizzazione del clima con il ripetersi di eventi estremi – evidenzia ancora Coldiretti – ha reso il territorio più vulnerabile. Siamo di fronte ai drammatici effetti dei cambiamenti climatici che si manifestano con il moltiplicarsi di eventi estremi, sfasamenti stagionali e precipitazioni brevi ma intense ed il repentino passaggio dal sereno al maltempo con vere e proprie bombe d’acqua che il terreno non riesce ad assorbire. Sul piano strutturale a questa situazione – conclude la Coldiretti – non è certamente estraneo il fatto che un modello di sviluppo sbagliato in Italia ha tagliato del 15 per cento le campagne e fatto perdere negli ultimi venti anni: 2,15 milioni di ettari di terra coltivata capace di assorbire l’acqua”.

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Export, il vino italiano minacciato dalla Trans Pacific Partnership (TPP)

Il Governo Giapponese ha recentemente firmato un accordo indicato come TPP (Trans Pacific Partenship) che prevede, tra l’altro, l’abolizione graduale dei dazi dei vini provenienti da Stati Uniti, Cile, Australia e Nuova Zelanda. Ciò crea delle difficoltà per i vini europei e quindi anche a quelli italiani. La denuncia arriva direttamente da Assoenologi, l’associazione Enologi ed Enotecnici italiani. Per l’Italia, infatti, il Giappone è il sesto mercato di esportazione, preceduto da Usa, Germania, Regno Unito, Svizzera e Canada. In pratica l’accordo prevede che, nell’arco di alcuni anni – anche se i bene informati sostengono tra i cinque e i sei – i firmatari potranno esportare in Giappone ad accisa zero, penalizzando i Paesi che invece devono gravare i loro costi con le tasse. La notizia è stata diramata dal Direttore Generale di Assoenologi Giuseppe Martelli, intervenuto a Tokyo nell’ambito di alcune conferenze istituzionali sul vino italiano, in apertura della “Settimana del vino italiano in Giappone” organizzata dall’Ice in collaborazione con l’Ambasciata italiana.

I dati elaborati da Assoenologi sulle vendite di vino italiano in Giappone nei primi sei mesi del 2015 risultano soddisfacenti. Segnano infatti +6,3% in valore, rispetto allo stesso periodo del 2014, + 7,1% in volume e +2,3% nel valore minino unitario che ha raggiunto 3,63 euro/litro. “In Giappone le accise variano a seconda del prezzo di vendita – spiega Giuseppe Martelli – su una bottiglia di 10 euro possono rasentare il 20% e quindi ci troveremo ad antagonizzare una concorrenza decisamente negativa”. Secondo il direttore generale di Assoenologi, “al di là delle controffensive che sicuramente i tradizionali Paesi produttori europei metteranno in atto, l’Italia dovrà sempre più puntare sulla qualità e sulla autoctonicità dei suoi prodotti, visto che il consumatore straniero, sempre di più vuole dal vino non solo sensazioni ed emozioni, ma anche riconoscere in una bottiglia il territorio, la sua cultura e le sue tradizioni”.

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