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Rapitalà, Alessandro e la mafia di Camporeale: cosa dicono le carte dell’inchiesta di Palermo

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Non c’è solo Rapitalà nelle carte dell’inchiesta della Dda di Palermo sul mandamento mafioso di San Giuseppe Jato e sulla famiglia mafiosa di Camporeale. Nelle carte compare anche il nome di Alessandro di Camporeale, cantina “vicina di casa” di Tenuta Rapitalà, mai menzionata da altri organi di stampa, sino ad ora. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Lirio Conti, acquisita e analizzata nel dettaglio (forse solo) da Winemag, compare sì quella che è una
delle più importanti cantine della Sicilia, parte del Gruppo Italiano Vini (GIV), il cui ruolo viene ampiamente dibattuto nelle oltre 400 pagine dell’inchiesta.

Ma c’è anche l’azienda agricola oggi guidata dai tre cugini Benedetto – “il nero” e “il rosso” – ed Anna Alessandro. Il gip definisce «di estremo rilievo» le evidenze investigative su Rapitalà, raccolte sin dal 2019. «Gli interessi economici di Cosa Nostra camporealese nel settore della produzione e della vendita di prodotti vinicoli», sarebbero tuttavia evidenti nei rapporti dei mafiosi con «diverse cantine della zona».https://www.alessandrodicamporeale.it/chi-siamo https://www.gruppoitalianovini.it/it/brand/tenuta-rapitala

RAPITALÀ E ALESSANDRO DI CAMPOREALE: NESSUN INDAGATO

Tra gli indagati non figura alcun dirigente delle due aziende vinicole. Ma dalle carte dell’inchiesta appare evidente chi – e cosa – leghi Rapitalà e Alessandro di Camporeale. Si tratta dell’intermediario di Cosa Nostra Giuseppe Bologna, che figura con il fratello Pietro Bologna nella lista degli indagati per i quali sono stati emessi gli ordini di custodia cautelare (solo 6 su 33 indagati totali). Con loro Antonino Sciortino, capo della famiglia mafiosa, già detenuto a Saluzzo, in provincia di Cuneo, in Piemonte; il reggente Antonino Scardino; e i “bracci operativi” della cosca, Giuseppe Vinci e Raimondo Santinelli​. Giuseppe Bologna, secondo quanto scrive il gip Conti, avrebbe ricevuto con largo anticipo la notizia di ispezioni nelle due cantine Rapitalà e Alessandro di Camporeale. Consentendo a queste di prepararsi per tempo, evitando eventuali sanzioni amministrative. Il tutto grazie ai contatti (di Bologna) con Leonardo Caruso, funzionario dell’Azienda sanitaria provinciale ASP di Palermo.

DIPENDENTI DI RAPITALÀ ASSERVITI ALLA MAFIA DI CAMPOREALE

È possibile stabilire con esattezza chi fossero i sodali dell’esponente di Cosa Nostra all’interno della cantina Rapitalà. Più nebulosa la posizione della cantina Alessandro di Camporeale, sempre secondo quanto risulta dagli atti ufficiali. «L’attività di indagine – si legge nell’ordinanza – permetteva di accertare come la contiguità dei dipendenti dell’azienda Tenuta Rapitalà di Camporeale ad esponenti della locale famiglia mafiosa fosse funzionale al godimento, da parte dell’azienda stessa, di un trattamento di favore anche da parte di pubblici dipendenti».

Emergeva chiaramente infatti come Giuseppe Bologna fosse riuscito, grazie all’interessamento di Leonardo Caruso, dipendente dell’Asp di Palermo preposto ai controlli sanitari presso le aziende vinicole presenti nell’agro di Camporeale o nei comuni limitrofi, ad avvisare Alfio Tomarchio di un imminente controllo amministrativo, facendo da tramite tra i due per la consegna di documentazione utile per sanare alcune irregolarità aziendali. Ed, in tal modo, consentendo di fatto alle Tenuta Rapitalà di sottrarsi ad eventuali sanzioni».

Alfio Tomarchio, deceduto l’11 gennaio 2022 a causa di un carcinoma, è stato sostituito da Ignazio Arena. Il gip Lirio Conti parla di un loro «sostanziale asservimento agli interessi del gruppo criminale capeggiato da Antonino Scardino». Entrambi i dipendenti «erano soliti fissare degli incontri periodici ed abituali, ripetuti con scrupolosa cadenza mensile con Scardino, nonché con altri affiliati tra cui i fratelli Bologna, al fine di garantire loro cospicue forniture di vino e nafta agricola provenienti dall’azienda (Rapitalà). Ed, in alcune occasioni, anche di somme di denaro». Soldi che, tra l’altro, sarebbero serviti anche a finanziare le spese legali del capo detenuto Antonino Sciortino – si parla di almeno una transazione da 7 mila euro – finendo direttamente nelle casse della moglie, Anna Maria Colletti, “colomba nera” utile a veicolare all’esterno del carcere i messaggi del capomafia, soprattutto rivolti al reggente Antonino Scardino.

VINO E MAFIA A CAMPOREALE: IL RUOLO DEL DIPENDENTE DELL’ASP DI PALERMO

Dall’analisi di alcune conversazioni ambientali e di intercettazioni a bordo della Jeep Cherokee di Giuseppe Bologna, emerge come l’esponente di Cosa Nostra abbia condiviso informazioni fornite dal funzionario provinciale Leonardo Caruso, noto come “Dino”, «in favore dei direttivi delle aziende vinicole Rapitalà ed Alessandro. Quest’ultima azienda, attiva dal 2017 nel settore vinicolo con sede a Camporeale in contrada Mandranova, aveva un capitale sociale pari a 3.000,00 euro». Il dipendente pubblico risulta di fatto indagato.

Il faldone del Tribunale di Palermo fornisce dettagli sullo stesso Leonardo Caruso, palermitano classe 1963: «Coniugato con Acquaro Paola, nipote di Acquaro Salvatore […] arrestato in data 20/03/1997 dai Carabinieri della Provincia di Palermo per violazione dell’art. 416-bis c.p. […] e, con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, irrevocabile il 07/03/2003, condannato per il reato a lui ascritto alla pena di 2 anni di reclusione. Acquaro Salvatore è altresì cognato di La Fata Antonino, classe 1955 nato a Partinico, appartenente alla locale famiglia mafiosa. Con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, irrevocabile il 06/12/2009, La Fata Antonino veniva condannato per il reato di associazione mafiosa alla pena di 7 anni di reclusione​».

LE INTERCETTAZIONI DEL DUO BOLOGNA-CARUSO

Particolarmente significativo risulta uno stralcio dell’ordinanza, riferito a un’intercettazione – avvenuta nel luglio 2021, ancora una volta sulla Jeep Cherokee in movimento sulle strade di Trappeto, sulla costa del Golfo di Castellammare – tra Giuseppe Bologna e Leonardo Caruso. «Quest’ultimo – scrive il gip Lirio Conti – oltre ad informare il primo che nel breve periodo funzionari dell’ASP di Palermo avrebbero effettuato dei controlli sanitari presso le cantine vinicole Alessandro e Tenuta Rapitalà, gli consegnava dei documenti da recapitare allo “zio Alfio”, identificato in Alfio Tomarchio, e ad Alessandro, da identificarsi nella proprietaria della omonima cantina vitivinicola Alessandro Anna, per metterli in condizione di apportare i necessari correttivi al fine di evitare di incorrere in sanzioni conseguenti all’imminente attività ispettiva».

Niente, ti sto dando questi due fogli uno glielo dai allo zio… (rumori di fogli di carta) allo zio Alfio… E l’altro glielo dai… a… No! Stanno facendo questi controlli, devono fare questi controlli in tutte le cantine. Non lo so se già da loro ci sono arrivati, siccome non ci siamo potuti vedere… Io non ho avuto tempo… sono apparecchiature a pressione. La comunicazione di messa in esercizio. Hai capito? Li devono fare… Se non l’hanno fatto, che li facciano perché stanno controllando tutte le cantine sotto questo aspetto qua… Va bene? Qua ci sono gli articoli di legge e tutte cose. Questo è già un verbale che hanno fatto a uno… È sempre l’ufficio quello mio ma non siamo noi è un altro tipo… un altro gruppo! Sì… sì controllano queste apparecchiature, queste cose e ci fanno subito la messa in esercizio all’Inail. Non ti scordare a darglieli, hai capito?».

Giuseppe Bologna, scrive il giudice per le indagini preliminari, «garantiva il suo impegno per veicolare la notizia riservata alle due cantine rappresentate da Alfio Tomarchio e Anna Alessandro, come caldamente sollecitato dal suo interlocutore: “Uno ad Alessandro e uno a quello, hai capito? A me degli altri non mi interessa niente. Poi loro, se lo vogliono dare agli altri glielo danno”». Ulteriori conversazioni telefoniche intercettate dimostrerebbero l’impegno di Caruso nel veicolare informazioni riservate attraverso Bologna: «”Quella cosa gliel’hai passata?”, chiedeva (Caruso) ricevendo risposta negativa (da Bologna): “No! Perché… intanto quel… non c’era quel, quel cristiano che io cercavo capito? Lunedì mattino ci passo, va bene Dino? Ciao!”. Il Caruso – scrive ancora il gip – si raccomandava di portare a termine l’incarico assegnato: “Va bene! Fammi sapere se già loro questo certificato lo hanno già avuto e magari…”».

ESPONENTI DI COSA NOSTRA A CASA DEI VITICOLTORI

C’è di più. Sempre nel luglio 2021, Bologna avrebbe incontrato il marito di Anna Alessandro, Giuseppe Camarda detto “Mauro”, dipendente della farmacia di Camporeale, presso la sua abitazione. «Oltre ad affidargli alcuni documenti che il giorno prima aveva ritirato da Leonardo Caruso – si legge nell’ordinanza del Tribunale di Palermo – lo invitava a consegnarli quanto prima a sua moglie Alessandro Anna, in modo tale da metterla in condizione di apportare i necessari correttivi in azienda, per evitare di incorrere in sanzioni conseguenti all’attività ispettiva preannunciata».

Nelle carte dell’inchiesta, pur completamente estraneo ai fatti, compare anche il nome dell’enologo siciliano Vincenzo Bambina, consulente di Bio Fattoria Augustali a Partinico (Palermo), della calabrese Statti a Lamezia Terme (Catanzaro) e di Manni Nössing in Alto Adige (Bressanone, Bolzano). Ancora una volta è il dipendente dell’ASP di Palermo a parlare con Giuseppe Bologna, pizzicato in un’intercettazione telefonica.

Stanno facendo tutte le cantine! L’altro giorno mi ha chiamato Vincenzo Bambina! Ci sono andati la settimana scorsa… inc… Ieri sono andato a farglielo e immaginavo che era questo. Stanno facendo tutte le cantine a livello regionale, quindi. Si sono accorti che mancano i certificati. Controllare tutte le apparecchiature a pressione e dovevano fare… Il problema è che quelli che hanno quelli vecchi ora gli viene difficile a metterli in regola! Hai capito?… Perché devono vedere pure chi è lo spessore del… i contenitori…».

RAPITALÀ: «COLLABORIAMO CON GLI INQUIRENTI»

«Lo stesso funzionario – scrive ancora il gip Lirio Conti – chiariva infine di aver pilotato la scelta degli obiettivi da controllare a favore delle due aziende di Camporeale, ovviamente per occultarne eventuali irregolarità e per evitare che altri funzionari dell’ASP meno compiacenti potessero irrogare nei loro confronti dure sanzioni: “Ma più che altro per questo per evitare che ci va un altro capito?”».

Gli accertamenti, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo, hanno dunque svelato il ruolo centrale di Cosa Nostra nel controllo di attività economiche nel settore dell’agricoltura – così come dell’allevamento, dell’edilizia e del fotovoltaico – anche grazie a stretti rapporti con la politica locale (tra gli indagati c’è anche il sindaco di Camporeale, Luigi Cino, rieletto nel 2022 con il 64,28% delle preferenze e vicino al partito Sud chiama Nord di Cateno De Luca). L’assenza di indagati appartenenti alle due cantine lascia intendere che il loro ruolo non sia stato considerato “attivo” dagli inquirenti. Bensì espressione del profondissimo radicamento della cosca negli affari della zona. A confermarlo è quanto dichiarato dal presidente di Rapitalà Spa, Laurent Bernard de la Gatinais.

«In relazione all’operazione giudiziaria che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nel comprensorio di Camporeale, Tenuta Rapitalà afferma la propria estraneità a contesti mafiosi. E dichiara di essere a disposizione degli investigatori e degli inquirenti per ogni accertamento opportuno e necessario». Il numero uno dell’azienda è, tra l’altro, il presidente uscente di Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce 100 aziende vitivinicole dell’isola – di cui fa parte anche Alessandro di Camporeale – che più di tutte si spende nella promozione del vino siciliano nel mondo, organizzando eventi di richiamo internazionale come Sicilia en Primeur. Entrambe le cantine prenderanno parte all’edizione 2025, in programma dal 6 all’11 maggio a Modica.

BENEDETTO ALESSANDRO: «SIAMO ESTRANEI A CONTESTI MAFIOSI»

Pronto anche il commento di Benedetto Alessandro. «Innanzitutto precisiamo fermamente di essere completamente estranei a contesti mafiosi – sottolinea il presidente del Cda di Alessandro di Camporeale -. Nessuno dei membri della nostra azienda, né tra i dirigenti, né tra i soci né tra i dipendenti, risulta indagato. Abbiamo immediatamente comunicato alla Dda di Palermo la nostra estraneità ai fatti e la piena disponibilità ad ogni accertamento, ove si rendesse necessario. In merito all’episodio in cui un dirigente dell’ASP di Palermo si sarebbe attivato per informarci di un controllo su specifici macchinari a pressione, desideriamo chiarire che non abbiamo mai richiesto avvisi di controlli. Quello in questione era già stato effettuato presso la nostra azienda circa un mese prima. Il documento cui si fa riferimento, contenente le procedure per l’adeguamento – conclude Alessandro – ci era già stato consegnato da un ispettore ASP, durante un precedente controllo dell’ente». https://www.assovinisicilia.it/

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Bertani-Famiglie Storiche, parla il Ceo Lusini: «Perché siamo usciti dal Consorzio»


C’è molto di non ancora detto nella decisione di Bertani di entrare nelle Famiglie Storiche e uscire dal Consorzio Vini Valpolicella. La disdetta ufficiale non è comunque ancora avvenuta, stando a quanto riferito dallo staff di Christian Marchesini. A chiarire meglio i contorni della vicenda, in un’intervista esclusiva rilasciata a Winemag, è Alberto Lusini, Ceo di Angelini Wines & Estates, il gruppo farmaceutico alla guida della cantina di Grezzana (Verona).https://www.bertani.net/it/chi-siamo/

Perché Bertani ha deciso di uscire dal Consorzio Valpolicella e di aderire alle Famiglie Storiche?

Bertani aderisce alle iniziative delle Famiglie Storiche con l’intento di unire le forze nella promozione e nella comunicazione con le cantine più iconiche del territorio. La partecipazione al Consorzio rimane per la parte Erga omnes, ma non può rimanere sulla parte promozionale.

Ciò equivale a dire che uscite dal Consorzio…

Certo. Non avremmo potuto aderire alle Famiglie Storiche senza uscire dal Consorzio Valpolicella. Prima di questa decisione, aderivamo al Consorzio da tantissimi anni, tanto da non riuscire a risalire all’anno esatto, secondo una veloce ricerca effettuata.

Cosa non va nel Consorzio Valpolicella? Al momento del raggiungimento dell’accordo tra Famiglie e Consorzio, nel 2023, si era parlato di adesione a progettualità comuni, sul fronte promozionale. Non è così?

L’adesione ai programmi promozionali delle Famiglie Storiche, al momento, è alternativo a quella del Consorzio. In un momento complesso per il mondo del vino la comunicazione è fondamentale. Occorre fare sistema con aziende che hanno obiettivi simili ai nostri e presenza sulle carte vini di tutto il mondo. Una logica di qualità a difesa del territorio.

Dunque c’è qualcosa che non va…

La decisione di Bertani di uscire dal Consorzio e aderire alle Famiglie Storiche non è per nulla una polemica contro qualcosa. Certo che, parlando di ristorazione e vini premium, parliamo una lingua comune a quella delle Famiglie. La nostra è stata solo una scelta coerente.

Parole che sembrano ricordare quelle espresse dal vicepresidente del Consorzio, Andrea Lonardi, durante Amarone Opera Prima 2025…

Non direi. La nostra è più una scelta per “affinità elettiva” con le Famiglie Storiche, che per mancanza di condivisione della programmazione del Consorzio. Parliamo con il mondo cooperativo e speriamo che nel giro di qualche tempo si costruiscano dei ponti e non dei muri.

Un’aspettativa molto ottimistica, non crede? Non sarebbe meglio parlare di convivenza impossibile per le Famiglie Storiche in Consorzio, nonostante l’apertura – anzi, sarebbe meglio di meglio parlare di aspettative – del presidente Christian Marchesini?

Non sono così negativo. Ma ci vorrà del tempo e menti aperte. Associazioni di produttori e Consorzi convivono altrove. E, anzi, dialogano.

Possibile, dunque, prevedere un ruolo di Bertani da “ponte” tra Famiglie Storiche e Consorzio Valpolicella?

Non vogliamo fare “da ponte”. Speriamo solo che le posizioni si avvicinino e mettano da parte quello che è successo con le cause legali. Non desideriamo alcuna polemica. Alla Valpolicella serve serietà, non polemiche. Servirà del tempo e spero faccia bene alla Denominazione.

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Dino Taschetta, Colomba Bianca: «La Sicilia può diventare salotto buono del vino italiano»


Un’estate diversa, col fiato sospeso. È alle prese con il tentativo di salvataggio di Cantine Europa, il presidente di Colomba Bianca, Dino Taschetta. I risultati della vendemmia 2024, che si prevede molto scarsa in Sicilia per via della siccità, sarà determinante per le sorti della cooperativa di Petrosino (Trapani), a cui ha teso la mano una realtà – per l’appunto Colomba Bianca – che, invece, macina successi sui mercati ed è arrivata ad assestarsi ai primi posti in Italia per crescita della quota export. All’orizzonte, anche una possibile fusione tra le due cooperative siciliane. L’intervista al presidente di Colomba Bianca, Dino Taschetta.

Presidente Taschetta, da quanto si sta occupando del caso Cantine Europa?

La cantina sta attraversando un periodo complicato perché i soci devono ancora ricevere i pagamenti del 2022. Un gruppo di questi soci ha raccolto le firme e ha sfiduciato il consiglio d’amministrazione, eleggendone uno nuovo che si è ritrovato di fronte una situazione complicata. Quindi sono venuti a cercarmi. So che hanno parlato anche con altri. La proposta di Cantine Europa era quella di fare una fusione con noi, dunque con Colomba Bianca.

La fusione tra Cantine Europa e Colomba Bianca sarebbe stata un’operazione sostenibile?

Per una fusione ci vogliono i dati, ci vuole tempo. Bisogna studiare le carte. Non si inizia un percorso se non si sa dove andare a parare. Quindi, siccome considero il problema grosso, ho proposto di iniziare dividendolo a “pezzetti”. Il primo pezzetto è la salvaguardata della produzione, dando così una sicurezza ai soci che rischiavano di fuggire tutti.

Da qui l’idea di salvare in primis la vendemmia 2024 di Cantine Europa, corretto?

Esattamente. Abbiamo proposto ai loro soci di diventare, per ora temporaneamente, anche nostri soci. Facciamo la vendemmia e gli garantiamo sia l’anticipo, sia il pagamento delle uve, come Colomba Bianca. Nel frattempo, per cercare di dare continuità all’azienda, abbiamo deciso di condurre le operazioni di raccolta nel loro stabilimento.

Ma di che quantità parliamo, presumibilmente?

Tenga conto che Cantina Europa, fino a 7-8 anni fa, era la cantina siciliana più grande, lavorando oltre 600 mila quintali di uva. Numeri enormi. Avevano 5 mila ettari prima che alcuni soci li abbandonassero. Quelli che hanno già aderito alla nostra proposta lavorano circa 2 mila ettari e non so fino a che cifre arriveremo. Noi faremo la vendemmia, pagando il conto lavorazione. E, nel frattempo, c’è da indire un tavolo tecnico per capire come affrontare il futuro. Lì ognuno deve fare la propria parte, oltre a capire se si vuole arrivare al salvataggio di Cantine Europa nella sua autonomia, o in eventuale fusione con noi.

Colomba Bianca e i suoi soci gradirebbero la fusione con Cantine Europa?

Bisogna stare molto attenti. Colomba Bianca è in una situazione equilibratissima. Ma, da presidente, ho il dovere di stare coi piedi per terra, dunque vedremo. A mio parere bisognerà attivare sicuramente un po’ di ammortizzatori sociali. Cantine Europa ha 25 dipendenti che noi non possiamo assorbire e assumere. Ma la cosa principale è capire quanta uva porteranno i loro soci in questa vendemmia 2024.

Qual è la soglia che garantirebbe una certa sostenibilità all’azienda?

Con 150 mila quintali potremmo cominciare a progettare qualcosa. Se ne portano meno, tutto diventa più complicato e sarà un problema. Ma per la Sicilia, la vendemmia 2024, è forse la peggiore della storia.

La quantità che sarà conferita dipende quindi più dalle condizioni climatiche o dai soci?

Dipenderà più dalle condizioni della vendemmia 2024, siamo alle prese con la siccità. Secondo me, poi, loro hanno perso troppo tempo. I soci non si sentivano sicuri e hanno iniziato tempo fa a cercare altri lidi. Alcuni erano già venuti da noi, altri si sono mossi in altre cantine. Ognuno, quando inizia a perdere produzione, cerca di aiutarsi in tutti i modi.

Per le cooperative, il vero patrimonio non sono i beni, ma i soci e le uve che vengono conferite. Tutte le attrezzature, i macchinari e gli immobili hanno valore sulla base delle uve che lavorano. Se non arriva uva, tutto perde di valore. Il vero problema di Cantine Europa è che è venuta a mancare, negli anni, la base sociale. La struttura era progettata per fare determinati volumi, molto, molto ingenti, che sono venuti a mancare.

Mi sembra di poter dire che Cantine Europa è solo una delle punte dell’iceberg di una cooperazione vinicola italiana in crisi. Cosa ne pensa?

Di fatto, è un po’ una situazione generalizzata. Se la politica non si rende conto di cosa può fare per il futuro, sarà un disastro. Vede, qui da noi si riempiono tutti la bocca di parole come turismo, questo e quell’altro. Ma se l’agricoltura non funziona, tutto il sistema rischia di andare in crisi. Al posto di fare ricerche di mercato e di sviluppo del settore, sembra si voglia trasformare la Sicilia in una centrale elettrica a cielo aperto. Pare che la gente non veda l’ora di togliere la vigna e mettere pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Questo è un problema serio, altro che ponte sullo stretto. Qua ci vorrebbe un Piano Marshall per rendere irrigabile una buona parte dei terreni.

La siccità rischia di dare una stangata mortale alla viticoltura in Sicilia?

Non è possibile che abbiamo le rese più basse, in alcuni casi, di tutta Italia, e che ci ritroviamo però a competere sui mercati con chi fa 400 quintali ad ettaro. Tenga conto, così per darle a un numero, che quest’anno la Sicilia rischia di avere rese di 40 quintali all’ettaro. Una cifra assolutamente insostenibile. Si sta perdendo gran parte della produzione perché non abbiamo l’acqua per irrigare.

In altre parti del mondo, i deserti si fanno diventare giardini: noi, i giardini, li stiamo facendo diventare deserti. È un meccanismo che chiede vendetta. Il 2024 è un anno con piovosità esageratamente basse. Ma solitamente, la Sicilia, è un territorio dove piove, d’inverno. Se costruissimo le infrastrutture, ovvero le dighe e le linee di distribuzione dell’acqua, rendendo irrigabili gran parte dei terreni, la Sicilia potrebbe davvero fare delle cose strepitose. Un tempo la Sicilia vendeva quantità. Oggi vende qualità.

Eppure le dighe, in Sicilia, ci sono

Su 52 dighe ce ne sono forse 45 che non possono riempirsi al massimo o perché non sono collaudate, o perché necessitano di manutenzione. È come se uno ha una Ferrari in mano, senza sterzo. Non si può gestire un’azienda mettendo il santino e sperando che Dio ci aiuti, facendo arrivare l’acqua al momento giusto. Bisogna che qualcuno capisca che ci vogliono progetti a lungo termine, seri, che salvaguardino la possibilità di arrivare alla soluzione.

La scarsa produzione, del resto, è una minaccia per l’esistenza delle cantine, soprattutto quelle di grandi dimensioni e le cooperative. Come vi state organizzando?

Normalmente facciamo rese medie di 70 quintali all’ettaro. Quest’anno ne faremo 40, ma si potrebbero fare benissimo 100 o anche 120 q/h, irrigando i vigneti, senza intaccare la quantità. La Sicilia ha perso 40 mila ettari di vigneto negli ultimi 30 anni. Se ne perde altri 30 nei prossimi 5 anni, è chiaro che tutto il sistema va in crisi. Mi vanto di dirigere una delle cooperative più solide che ci sono in Sicilia. Ma se manca la base sociale, perché i soci non ce la fanno più a campare con 40 quintali all’ettaro, pur pagati a cifre astronomiche, l’azienda perde la sua sostenibilità. È chiaro che, prima o dopo, si estirperà la vigna. Per mantenere il sistema, occorrono una serie di azioni che non possono essere demandate alle singole aziende: spettano alla politica.

Eppure la priorità della politica per la Sicilia sembra il ponte sullo stretto di Messina

Tutti quanti dicono che vogliono fare il ponte. Ma al 90% dei siciliani non frega niente del ponte! Chiaramente io non sono contro a quest’opera, attenzione. Per me lo possono anche fare. Ma ci sono delle priorità, perché i siciliani che devono andare a prendere quel ponte dal loro paese, possono impiegare anche 4 ore di macchina, con 25-30 interruzioni sul tragitto! E se invece, prima, si potenziassero viabilità e porti? Noi abbiamo bisogno di porti, di aeroporti, di infrastrutture e collegamenti che funzionano per portare i nostri prodotti nel mondo.

Nonostante ciò, ci sono esempi “virtuosi” come quello della sua cooperativa, Colomba Bianca. Qual è il segreto?

Sono presidente di Colomba Bianca da 27 anni. Come tutti, in Sicilia, abbiamo assistito a una diminuzione degli ettari a disposizione. Ma abbiamo sopperito inglobando altre aziende. Noi abbiamo cinque cantine e questo comporta una serie di costi importanti. Quindi bisogna ottimizzare. Tenga conto che, in un’annata normale, dovremmo pigiare almeno 500 mila quintali di uva. Senza considerare il lavoro che stiamo facendo con Cantine Europa e con altre realtà più piccoline, in occasione della vendemmia 2024 ne lavoreremo forse 300 mila. Ce la faremo, perché noi siamo strutturati, siamo riusciti a dare valore aggiunto, ci siamo posizionati su una fascia di prodotti più di fascia alta, quindi riusciamo a intercettare un mercato che, grazie ai ricavi, ci permette recuperare gli aumenti dei costi di produzione.

Dunque il segreto, utilizzando un termine un po’ abusato, è la famosa premiumizzazione? Quali sono le quote Gdo-Horeca di cantina Colomba Bianca?

Il 35-40% del nostro imbottigliato è destinato all’Horeca. La gran parte della prodizione Gdo è destinata all’estero. Siamo stati una delle aziende più performanti in Italia per incremento della quota estero, al settimo posto come performance. Vendiamo in tutto il mondo, in 40 Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, sia bottiglie che sfuso e Bag in Box. Voglio essere prudente: se ognuno facesse davvero la sua parte, la Sicilia, nel giro di 10 anni, potrebbe diventare il salotto buono del vino italiano.

Invece, l’iniziativa è lasciata alla singola azienda, che da sola non può smuovere le montagne. Tutti noi dobbiamo fare di più, dobbiamo fare meglio, dobbiamo innescare circoli virtuosi per creare più ricchezza. Le storie di successo di diversi territori nel mondo sono sempre animate da visionari. Il Prosecco, 25 anni fa, era un vino che nessuno voleva, non lo conosceva nessuno. In Veneto hanno fatto dei bei progetti. Il governatore Luca Zaia è lontano mille miglia dal mio modo di concepire la politica: ma se l’avessimo avuto in Sicilia, forse avremmo avuto una situazione diversa.

Resta dunque una certa preoccupazione

Sono parecchio preoccupato per il breve termine. Ovviamente non per Colomba Bianca, che è un’azienda che sta crescendo. A me non piace essere il primo fra gli ultimi. Preferirei invece che tutto il sistema vino siciliano facesse di più e fosse guidato virtuosamente dalla politica, per trovare una strada di successo importante. Non è bello che ci siano poche aziende che vanno bene. È bello quando tutto il sistema vino va bene. Per far sì che questa situazione si avveri, occorrono una serie di condizioni.

Qual è la sua ricetta per il sistema vino siciliano?

Sono anni che dico che il mondo cooperativo è sottocapitalizzato. Quando ho iniziato il processo di capitalizzazione di Colomba Bianca mi sono messo contro centinaia di soci. Una volta nominato presidente, 27 anni fa, in occasione della seconda assemblea ho chiesto ai soci un miliardo di lire di aumento di capitale sociale. Avevo dei progetti e, per realizzarli, avevo bisogno dell’aumento. Mi sono dovuto imporre, dicendo che avrei rassegnato le dimissioni la mattina dopo, qualora il provvedimento non fosse stato votato.

Per fortuna ho avuto la meglio e devo dire che quella è stata la nostra fortuna, perché l’aumento di capitale sociale ci ha permesso di partecipare a bandi e di sistemare l’azienda, mettendola a norma anche sul fronte della sicurezza. Abbiamo potuto acquistare il primo frigorifero, e non mi riferisco a quello della cucina. Provate oggi a vendere nel mondo un vino prodotto senza la gestione del freddo. Certi percorsi, insomma, vanno incentivati e inseriti all’interno di una visione più lunga.

Quale futuro, dunque, per la cooperazione vinicola siciliana e nazionale?

Il futuro è managerializzare sempre più le aziende. Non riesco a capire perché se dobbiamo andare da un medico cerchiamo il luminare; se dobbiamo andare da un avvocato cerchiamo quello che ha fatto più cause di successo; ma se dobbiamo gestire una cooperativa prendiamo un piccolo pallino qualunque e lo mettiamo là a gestire la cooperativa. Capisce che non può funzionare? Bisogna incentivare la managerializzazione delle aziende e trovare il sistema per favorire anche dei progetti di fusione, per andare nel mondo come colossi.

“Piccolo” non sempre è “bello”: va bene l’azienda di famiglia, ma la cooperativa deve avere le spalle grosse. Inoltre, come detto, andrebbe incentivata la capitalizzazione. E bisognerebbe cercare di studiare dei meccanismi per andare nel mondo assieme, creando sinergie anche con altre regioni. Dobbiamo capire che i nostri competitor sono nel mondo, non tra i vicini di casa o in altre regioni italiane.

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Ahr, la nuova frontiera del Pinot Nero


Quattordici luglio 2021. Un mercoledì d’estate come tutti gli altri, se non fosse stato per quelle strane foto di barrique galleggianti nel fiume Ahr che iniziavano a diventare virali tra gli abitanti di Bad Neuenahr-Ahrweiler, nel tardo pomeriggio. Di lì a poco, attorno a mezzanotte, l’unico posto sicuro sarebbero diventati i tetti delle case. La città, d’improvviso, si era ritrovata in apnea. Inghiottita da una marea alta due metri. Acqua, mista a fango e detriti.

L’Ahr, esondato ben oltre l’allerta diramato dalle autorità locali, mieteva 134 vittime in 6 ore. Un’interminabile conta dei danni per la città capoluogo del Landkreis Ahrweiler, nel Rheinland-Pfalz, la Renania-Palatinato, 50 minuti a sud di Colonia. A distanza di poco più di un anno dalla tragedia sono i produttori di vino dell’Ahr, principali attori del tessuto agricolo della zona, tra i più danneggiati dall’alluvione del 14 e 15 luglio 2021, ad aver voglia di «normalità». Le carte in regola per tornare a vedere la luce, «anzi trasformare la catastrofe in un’opportunità», ci sono tutte.

AHR: PINOT NERO ASSO NELLA MANICA

L’asso nella manica dei vignaioli dell’Ahr è il Pinot Nero. La varietà originaria della Borgogna, chiamata localmente Spätburgunder, occupa il 65% dei 530 ettari totali della regione vinicola (344 ettari). I vini assumono caratteristiche uniche e distinguibili rispetto a quelli prodotti in Francia. Il merito è del suolo, ricco di sedimenti di origine vulcanica, ardesia, calcare e grovacca. Ma anche del particolare microclima. L’Ahr è infatti la zona vinicola vocata ai vini rossi situata più a nord in Europa.

In un’epoca contraddistinta dai cambiamenti climatici, i produttori locali riescono a preservare le caratteristiche aromatiche della loro uva regina, senza dover intervenire sull’acidità, in cantina. Che il Pinot Nero ami il clima temperato, del resto, è noto anche in Alto Adige. Non a caso, nella regione vinicola italiana più vocata al “Noir“, è già iniziata la caccia ai vigneti di alta quota (alla stregua del Kerner).

LE CARATTERISTICHE DEI GRAND CRU DEL PINOT NERO DELL’AHR


Un altro elemento che rende unico il Pinot Nero dell’Ahr è il rigido sistema di classificazione dei Grand Cru, sul modello francese. In Germania vengono chiamati Grosses Gewächs (abbreviato GG). Costituiscono il vertice della piramide di qualità del VDP (Verband Deutscher Prädikatsweingüter), una sorta di consorzio che raggruppa 200 aziende vinicole tedesche, votate alla qualità assoluta.

Anche se il nome del GG può essere utilizzato in etichetta da aziende che non aderiscono al VDP, l’assaggio dei Pinot Nero dell’Ahr provenienti dai diversi vigneti chiarisce quanto il sistema sia efficace nel caratterizzare a livello organolettico i singoli Grand Cru.

I vini provenienti da Sonnenberg risultano molto espressivi sul fronte del frutto, più maturo e “pieno” rispetto ad altre vigne: in una parola sono “pronti” prima di altri. Pfarrwingert raggiunge solitamente gradazioni alcoliche di mezzo grado o un grado superiori rispetto alla media. Regala vini fruttati, potenti e di prospettiva, pur elegantissimi, profondi ed equilibrati in tutte le componenti.

I Pinot Nero dell’Ahr di Rosenthal sono croccanti, salini; dal tannino leggermente più pronunciato rispetto a quelli di altre zone (anche se più “pronto” di quelli del fresco cru di Alte Lay, noto fino al 2017 come Domlay). Presentano spesso ricordi balsamici e di liquirizia. A Gärkammer, il Grosses Gewächs (GG) più piccolo dell’intera Germania con i suoi 0,68 ettari (monopolio di Weingut J.J. Adeneuer, inserito nel più vasto comprensorio di Walporzheim) eleganza, gran polpa, possibilità garantita di lungo affinamento e note di grafite più pronunciate che altrove.

Una espressione simile si rileva a Kräuteberg, non lontano appunto dal micro appezzamento di Gärkammer. I terreni ricchi di ardesia, localmente chiamata Schiefer, non lasciano spazio ad equivoci sulla matrice del suolo che si riflette nel calice. Silberberg, in posizione più fresca – al pari di Alte Reben, Grand Cru dove è piantato molto Riesling – esalta il mix tra il frutto rosso tipico del Pinot Noir, la mineralità del loess (löss) e caratteri fenolici e speziati accentuati. Vini dunque meno “immediati”, rispetto a Sonnenberg.

IL FRÜHBURGUNDER DELL’AHR: UN PINOT NERO PRECOCE, “QUASI AUTOCTONO”

I produttori locali stanno investendo molto anche su un’altra varietà di uva di origine francese, frutto di una mutazione del Pinot Nero. Si tratta del Frühburgunder, Pinot Nero precoce che matura circa 2, 3 settimane in anticipo rispetto al Noir. Una varietà “quasi autoctona” per la zona, diffusa nei dintorni di Bad Neuenahr-Ahrweiler dalla notte dei tempi. E salvata dall’oblio dall’Istituto di Ricerca di Geisenheim negli anni Settanta del Novecento (rischiava di estinguersi perché poco produttiva).

La fetta maggiore dei 240 ettari di Frühburgunder presenti al mondo si trova proprio nell’Ahr. Qui occupa il 6% del vigneto locale (32 ettari). Una varietà che ha anche sinonimi italiani: Luglienga Nera, Luviana Veronese, Maddalena Nera, Uva de Trivolte. Così come il Pinot nero, anche il Frühburgunder ha i suoi Grand Cru, o meglio i suoi Grosses Gewächs – GG.

Marienthaler Rosenberg regala vini splendidi, aperti, sin dal primo naso sulla tipica frutta rossa croccante del vitigno (ciliegia, ribes, lampone) e su una spalla acida da vino “glou-glou”, perfetto a tavola (anche) con le zuppe di pesce. Da non perdere anche alcune espressioni di Frühburgunder dell’assolata vigna GG Sonnenberg, dove il Frühburgunder, da buon “Pinot Nero precoce”, matura perfettamente. I vini ottenuti da questa porzione abbinano un frutto pieno a tinte speziate e balsamiche, che ricordano la mentuccia.

NON SOLO PINOT NERO E FRÜHBURGUNDER NELL’AHR

Le idilliache colline vulcaniche della Valle dell’Ahr, votate alla viticoltura eroica e meta di turisti che amano perdersi tra vigneti e boschi, soprattutto nella stagione autunnale, non accolgono solo varietà a bacca rossa come Pinot Nero e Frühburgunder. Il 2,7% dei 530 ettari vitati della regione vinicola sono occupati dal Portugieser, varietà oggi molto diffusa in Ungheria. Non mancano in Ahr i vitigni a bacca bianca.

La fetta maggiore è riservata al Riesling (8,2%, ovvero 44 ettari), che qui assume caratteristiche completamente diverse da zone d’elezione come la Mosella. Molto più interessante l’interpretazione dei produttori locali del Pinot Bianco (Weissburgunder, 20 ettari complessivi). Gran parte dei vini prodotti in purezza con questa varietà risultano freschi e succulenti, molto versatili nell’abbinamento a tavola. E soprattutto poco alterati dall’esuberanza alcolica del vitigno, che qui mette in mostra – piuttosto – la sua buona acidità.

LA FRAMMENTAZIONE DEL VIGNETO DELL’AHR

Sono cinquanta le cantine private attive nell’Ahr. Sette aderiscono all’Associazione delle Aziende vinicole di Qualità tedesche (VDP). Ben 3 le cooperative, tra cui la più antica della Germania. Si tratta di WG Mayschoß – Altenahr (Winzergenossenschaft Mayschoß – Altenahr), fondata nel 1868 (nella foto sopra, i soci fondatori) e completamente distrutta dall’alluvione dell’Ahr del 14-15 luglio 2021, in tutte e tre le sue sedi.

Sono già state riattivate la vinoteca e uno spazio per le degustazioni, oltre a parte della produzione che accoglie le uve di circa 400 soci viticoltori, per un totale di 150 ettari. Può contare sulla stessa superficie vitata la seconda cooperativa locale, Dagernova (Die Winzergenossenschaft Dagernova aus Dernau), ma con un numero maggiore di soci, ben 600. Ahrweiler Winzerverein raggruppa invece 78 soci per 24 ettari.

Un quadro di grande frammentazione, quello del vigneto dell’Ahr. Le cantine private si dividono 206 dei 530 ettari complessivi della regione vinicola, dove vasti “corpi unici” di vigna sono cosa molto rara. Un’areale fortemente legato alle vendite in cantina (moltissimi gli enoturisti dalla vicina Olanda: Amsterdam è ad appena 300 Km). Con l’export che si assesta attorno al 5% della produzione complessiva, pari a 31.700 ettolitri annui (circa 4,2 milioni di bottiglie).

AHR WINE TOUR: LE CANTINE DA NON PERDERE

  • Weingut Sermann (Seilbahnstraße 22, 53505 Altenahr)
  • Weingut Kreuzberg (Buschstr. 13 – Porta 27, 53340 Meckenheim. Indirizzo temporaneo)
  • Weingut Nelles (Göppinger Str. 13a, 53474 Heimersheim)
  • Weingut Peter Kriechel (Walporzheimer Str. 85, 53474 Bad Neuenahr-Ahrweiler)
  • Weingut J.J. Adeneuer (Max-Planck-Strasse 8, 53474 Ahrweiler)
WEINGUT SERMANN


Lukas Sermann
, 32 anni, è il volto della riscossa di questa fetta di Germania. Sguardo deciso, di chi sa cosa vuole, ferito ma non piegato dal torto subìto da madre natura. A giudicare dalla cantina e dal bistrot che ha aperto la scorsa settimana per la prima volta al pubblico, l’alluvione è ormai alle spalle. Eppure, tra le barrique che galleggiavano nel fiume come mosche in un bicchiere, c’erano pure le sue.

Le sale di affinamento di Weingut Sermann, ad Altenahr, piccola comunità di 1.600 abitanti nella parte “alta” della Valle dell’Ahr, sono state tra le prime ad affogare nel fango. Il fiume, che solitamente ha una profondità media di 80 centimetri, ha raggiunto in questa zona i 5 metri, attorno alle ore 20 del 14 luglio. Superando gli 8, nella notte. Impossibile pensare a barrique e bottiglie in affinamento quando l’unico obiettivo è salvare la pelle.

Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo rilanciato – spiega Lukas Sermann – riaprendo la cantina e dando vita a un bistrot. I piatti sono stati pensati per l’abbinamento con i nostri vini, ma è possibile scegliere anche etichette provenienti da altre regioni tedesche».

Questo giovane vignaiolo dell’Ahr promuove uno stile improntato su freschezza e beva. Lo ottiene attraverso una meticolosa scelta del periodo di raccolta delle uve, sua vera e propria “ossessione”.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT SERMANN

  • Altenahrer Übigberg Weissburgunder 2021 “Auf Graben”. Pinot Bianco in purezza. Varietale in gran luce, nonostante l’affinamento in legno nuovo. Note finissime d’agrumi, sorso polposo e allungo salino. Vino di gran gastronomicità. Ottima anche la versione “d’entrata”, per la quale è stato scelto legno usato.
  • Spätburgunder Rosé de Noir 2021 “Gypsy 2”. La prova che l’Ahr sia in grado di produrre anche rosati d’eccellenza da Pinot Nero. Come sopra: ottimo anche il “base”, vinificato in legno usato.
  • Altenahrer Eck Spätburgunder 2021 “im Eck 2021 Alte Reben”. Pinot nero da vigne di 80 anni. Un manifesto al vitigno principe dell’Ahr e alla sua immensa eleganza. Delicatissime nuance di spezia sul frutto rosso croccante e chiusura balsamica che ricorda la liquirizia fusa.

WEINGUT KREUZBERG


Ha perso tutto, con l’esondazione dell’Ahr del 14 e 15 luglio 2021, Weingut Kreuzberg. “Tutto”, al punto di dover trasferire la produzione e lo stoccaggio in un capannone industriale. Per l’esattezza a Meckenheim, poco meno di mezzora di strada da Bad Neuenahr-Ahrweiler. Zona di mele, più che di vigne e vino. Ça va sans dire, un indirizzo temporaneo.

«Vogliamo tornare in valle il prima possibile – spiega a winemag.it Lea Kreuzberg (nella foto sopra) -. Il progetto della nuova cantina è già approvato, ma non riusciremo a stabilirci lì prima di dicembre 2023. Tutte le nostre attrezzature sono andate distrutte. Se abbiamo potuto metterci al lavoro subito dopo l’alluvione è stato solo grazie alla solidarietà di altri produttori, che ci hanno donato le strumentazioni».

Lea, 23 anni, sorride mentre cammina tra le vasche di acciaio e le barrique arrivate da ogni angolo di Germania. C’è anche una costosissima pressa pneumatica. Il tetto del capannone è alto decine di metri. Ma la figlia del fondatore di Weingut Kreuzberg, Ludwig Kreuzberg, è un gigante. Di spirito e volontà d’animo. «Mi faccio forza, anche perché papà ha deciso di darmi ancora più fiducia dopo il disastro», sottolinea sorridendo, timida. Il futuro è tutto suo.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT KREUZBERG

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  • ‌‌Spätburgunder 2020 Devonschiefer. Colore leggermente più  più carico dei precedenti. Il vino trascorre 16 mesi barrique usate ed è un manifesto al Pinot Nero dell’Ahr e ai suoi terreni ricchi di scisto. Per definizione, un “vino di terroir”. Si apre e progredisce sul frutto, croccante, goloso, che danza sulla spina dorsale minerale. Da provare anche “Devonschiefer R”, sua versione riserva, prodotta in tiratura limitatissima: meno di 400 bottiglie l’anno. Struttura tannica e salinità a fare da spina dorsale sul tipico frutto rosso, con i richiami di legno a dare respiro internazionale al sorso, senza snaturarlo.
  • Spätburgunder 2020 Silberberg GG. Vigna singola, connotata da un suolo ricco di scisto, condito col loess. Lievi richiami fenolici e struttura tannico-minerale a fare da ossatura. Bel centro bocca sul frutto rosso, che si spinge sino un finale lungo, fresco, in cui i ricordi di ribes e fragolina di bosco appena matura giocano con la consueta vena salina del terreno.
  • Frühburgunder 2020 Walporzheimer. Vino che è frutto dell’assemblaggio delle uve di tre vigne della zona di Walporzheimer. Abbina l’intrigante morbidezza fruttata del vitigno e la consueta agilità di beva a note speziate conturbanti, che ravvivano e tendono il sorso. Splendido finale salino, lungo, su un tocco di pepe e grafite. Quello che ci vuole per riempire ancora il calice.

WEINGUT NELLES


È una delle cantine dell’Ahr che aderiscono al VDP, ma soprattutto l’ennesima realtà che sta giovando del ricambio generazionale. Oggi, alla guida di Weingut Nelles c’è Philip Nelles (nella foto sopra), 37enne le cui idee cominciano a pesare in azienda. Sia dal punto enologico, che organizzativo.

C’è il suo zampino nella stilistica della gamma di vini, fedeli all’espressione delle singole vigne, in piena filosofia VDP. Ma anche nella scelta di investire in un’ampia e moderna sala di degustazione, spazzata via dall’alluvione dell’Ahr, a poche settimane dall’inaugurazione. Non si è salvato nulla. Tantomeno le sale di affinamento, poste nei sotterranei.

Nei giorni del disastro, oltre a centinaia di volontari giunti da tutta la Germania, ha fatto visita a Weingut Nelles anche Olaf Scholz, in qualità di ministro delle Finanze, prossimo a ricoprire il ruolo di cancelliere. Un’ulteriore spinta a rimboccarsi le maniche per Weingut Nelles, cantina nata dalle ceneri di una cooperativa il cui anno di fondazione affonda nella notte dei tempi: quel 1479 che campeggia, tuttora, sul logo aziendale.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT NELLES

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  • Spätburgunder Burggarten GG 2020 “B-52”. ‌Chiarissima sin dal primo naso la matrice vulcanica che caratterizza i suoli di questo Pinot Nero dell’Ahr, proveniente dal Grosses Gewächs (GG) Burggarten. Altrettanto chiara l’estrema eleganza che si snoda dal primo naso al retro olfattivo, nonostante il vino sia solo all’inizio del suo lungo percorso di vita. Pregevole la speziatura che accompagna l’incedere delle note di fragolina di bosco, ribes e lampone, perfettamente mature e piene (la vigna ha 40 anni), su una freschezza dirompente. Chiude su una sottilissima percezione tannica che, unita alla vena sapida, chiama il sorso successivo. Legno nuovo (15 mesi) usato con grande sapienza, per conferire ancora più complessità a un nettare di “partenza” di elevatissima qualità.‌
  • Spätburgunder Schieferlay GG 2020 “SL”. La sigla sintetizza il nome del Grosses Gewächs (GG) di provenienza delle uve, ovvero Schieferlay. Stessa tecnica di vinificazione di “B-52”, ma suolo che in questo caso è ricco di calcare. Il nettare si presenta nel calice del tipico rubino luminoso. Naso aromatico, di grandissima pienezza. È il palato a confermare il perfetto bilanciamento tra frutto e acidità, con la salinità a fare da spina dorsale, ancora una volta specchio fedele del terreno nei vini di Weingut Nelles. L’alcol aiuta ad ammorbidire le durezze e, con l’elegantissima trama tannica, contribuisce a chiarire le doti di lungo affinamento del nettare.
  • Spätburgunder Rosenthal GG 2020 “R”. Suolo di scisto, molto sassoso al Grosses Gewächs (GG) di Rosenthal. Vino in cui domina la componente fruttata e in cui giunge netto il richiamo alla liquirizia e a un tocco di vaniglia. Note tostate in chiusura e retro olfattivo. Tra i vini di Nelles, “R” è quello che rivela con maggiore chiarezza l’utilizzo di legni nuovi. Una scelta spiegabile dal maggiore apporto fenolico e tannico delle uve di Rosenthal rispetto ad altri GG. Nel complesso un vino giovanissimo, a cui dare tempo è un obbligo, oltre che una scelta che si rivelerà azzeccata: anche “R” darà grandissime soddisfazioni nella sfida col tempo.

WEINGUT PETER KRIECHEL


Peter Kriechel
gestisce con il fratello Michael la cantina di lunga tradizione famigliare, nel cuore di Bad Neuenahr-Ahrweiler. Presiede l’associazione dei produttori locali e crede tanto nel Pinot nero dell’Ahr quanto nelle potenzialità del Frühburgunder.

Non a caso, Weingut Peter Kriechel possiede ben 4 ettari di questo “Noir” precoce. E grazie a un lungo lavoro di selezione è riuscito ad ottenere il proprio clone di Frühburgunder, che riesce a maturare addirittura circa una settimana prima di quello” classico”.

Un vitigno con cui Kriechel sta sperimentando in campo anche fuori dai confini della Germania, ovvero in Svezia e Olanda. La cantina, completamente sommersa dall’esondazione del fiume Ahr del 14 e 15 luglio 2021, ha un’altra particolarità. È l’unica, cioè, ad utilizzare per l’affinamento legni “autoctoni” della piccola regione vinicola tedesca, da 1.300 litri.

Non è finita qui. Grazie ai 30 ettari complessivi e allo spirito rivoluzionario e innovatore della famiglia, Weingut Peter Kriechel ha avviato da qualche anno la produzione di due spumanti Metodo classico (Sekt) da uve Meunier (Brut e Nature), che vale la pena di scoprire.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT PETER KRIECHEL

  • Marienthaler Rosenberg Frühburgunder 2020. Splendido naso di ciliegia appena matura, oltre a lampone e ribes. Espressione del frutto che conquista anche al palato, consistente, fresco, goloso, impreziosito da speziatura elegantissima e terziari composti. Un vino prodotto solo nelle annate migliori.‌
  • Ahr Spätburgunder 2020 “S”. Avete presente il vino che vorreste trovare fresco e servito sul tavolo, al ritorno a casa dopo una giornata nera? Eccolo. Deliziosa espressione del Pinot Nero dell’Ahr, in una delle sue versioni più agili e beverine, ma non per questo banali. Nella gamma di Weingut Peter Kriechel, il vino d’entrata: occhio, però, a non sottovalutarlo.
  • Ahrweiler Rosenthal Spätburgunder 2020. L’ennesimo spaccato delle potenzialità del Pinot nero in questa piccola regione vinicola tedesca, in particolare nelle sfaccettature di Rosenthal. Naso intrigante e stratificato, dal fiore al frutto alla spezia. Sorso profondo, proprio grazie ai ritorni della componente speziata, e centro bocca di gran eleganza, stuzzicato da salinità e freschezza. Tannino modellato sulla polpa, tanto da frenarne l’incedere esuberate, in punta di spada. Persistenza lunghissima, fresca, tesa, speziata, balsamica di liquirizia (marcatore di Rosenthal) e mentuccia.


WEINGUT J.J. ADENEUER

Marc Adeneuer, ex presidente dell’associazione di produttori dell’Ahr, è uno che non le manda a dire. Dentro e fuori dal calice cerca la purezza dell’espressione, che spesso passa dalla parola e dalla forma più diretta. Porta avanti una visione di vino, di cantina e di territorio che si spiega in una parola: “Purist“. Il nome prescelto per una linea dei suoi vini.

Weingut J.J. Adeneuer è il riflesso di questa filosofia. A condurla, assieme a Marc (nella foto sopra), c’è il fratello Frank. I due hanno preso in mano le redini dell’azienda di famiglia, con una tradizione centenaria in Valle Aurina, nel 1984. Da allora è cambiato molto. Anzi, tutto. L’adesione al Verband Deutscher Prädikatsweingüter (VDP) è stato quasi scontato.

Un sigillo sull’idea di qualità che la cantina di Ahrweiler intende difendere e portare avanti. Se l’avvento di Marc e Frank ha portato con sé anche l’innovativo avvio della produzione dei vini bianchi, lo stile dei vini rossi di Weingut J.J. Adeneuer è tra i più tradizionali dell’Ahr. La ventata di novità sarà quella di Tim, rappresentante dell’ultima generazione di questa appassionata famiglia di produttori.

TRE VINI DA NON PERDERE DI WEINGUT J.J. ADENEUER

  • Spätburgunder ‌Walporzheimer Gärkammer GG 2020. Con i suoi 0.68 ettari nel più vasto comprensorio di Walporzheim, Gärkammer è il Grosses Gewächs (GG) più piccolo per estensione della Germania ed è monopolio di Weingut J.J. Adeneuer. Viti di 80 anni di età media, tra cui alcune centenarie a piede franco. Il nome del “Grand Cru”, tradotto in italiano, suonerebbe come “Camera” (Kammer) “di fermentazione” (Gär). Il termine designa il particolare microclima della parcella, caratterizzato da ardesie che catturano il calore diurno e lo sprigionano alle piante nella notte. Il calice dello Spätburgunder ‌Gärkammer GG 2020 è uno dei biglietti da visita più autentici del Pinot Nero dell’Ahr. La concentrazione del frutto (non solo rosso, presente anche ricordi di mora matura) la fa da padrona, sulla spina dorsale della salinità, e su una profondità elegante. Ricordi di grafite rendono ancora più intrigante Gärkammer, assieme a una lunghezza da Noir di caratura internazionale.
  • Spätburgunder ‌Alte Lay GG 2020. È proprio ad Alte Lay che Mark e Frank Adeneuer impiantarono il loro primo vigneto su terrazzamenti, nel 1984. Fragolina di bosco e lampone danzano nel rubino luminoso di quest’altro “Grand Cru” di J.J. Adeneuer, più “timido” di Gärkammer ma non per questo meno espressivo. Tannini soffici, ma presenti. Bella espressione giovanile di un Pinot nero di gran prospettiva, frutto di un cru connotato da un microclima più fresco rispetto a molti altri nell’Ahr. Una zona ancora meno influenzata dai cambiamenti climatici che sembrano riguardare in maniera solo marginale questa regione vinicola tedesca, unica nel mondo per la sua naturale vocazione alla produzione di grandi vini rossi.
  • Frühburgunder Sonnenberg GG 2020. L’inclinazione del vigneto e la perfetta esposizione a Sud fa di Sonnenberg uno degli appezzamenti privilegiati per la maturazione ottimale del “precoce” Frühburgunder. Suoli ricchi di arenaria, grovacca e loess per l’appezzamento a disposizione di J.J. Adeneuer. Ecco la bella presenza di sole anche nel calice: frutto pienamente maturo (fragolijna di bosco, ma anche ribes nero), e bella speziatura tipica della varietà in retro olfattivo, oltre a un tocco di liquirizia salata. Anche in questo caso, vino all’inizio del suo percorso di vita.

UN PO’ DI ITALIA NELL’AHR


Si chiamano Alex Eller, ‌Felix Brüggert e ‌Niklas Körtgen e hanno tutti 26 anni. Sono i fondatori di quella che è, senza ombra di dubbio, la cantina della regione vinicola tedesca dell’Ahr con la più bassa età media: Jungwinzer Next Generation. Un nome, un programma. I tre giovani enologi condividono un progetto enologico comune, pur essendo impiegati rispettivamente in tre diverse aziende vinicole del territorio, dopo essersi formati in Italia, per l’esattezza in Alto Adige.

Alex Eller lavora a Weingut Jean Stodden e ha effettuato il suo tirocinio da Castelfeder, a Cortina. Felix Brüggert, enologo di Weingut Paul Schumacher, si è fatto le ossa a Kellerei Eisacktal, ovvero Cantina Valle Isarco, a Chiusa, non lontano da Bressanone. Niklas Körtgen, in forza a Winzerhof Körtgen, è tornato in Ahr dopo l’importante occasione formativa da Kellerei Tramin, a Termeno.

L’idea di Jungwinzer Next Generation è quella di proporre al mercato vini di facile comprensione e, soprattutto, dal costo contenuto. Il tutto senza rinunciare alla qualità, dalla vigna (un solo ettaro) alla cantina. Le etichette, dalla grafica moderna, colorata e accattivante, chiariscono un concetto confermato anche dagli assaggi del Pinot Nero (Spätburgunder), proposto in ben sei versioni: rosso, riserva, rosé (fermo e spumante Brut) e blanc de noir (fermo e spumante Brut). Completa la gamma l’altra bollicina Müller Turbo Sekt dry.

Non manca un po’ di Italia neppure nella ristorazione della regione vinicola dell’Ahr. Damiano Tucci, 59 anni, gestisce assieme alla moglie Erika Verses, 50 anni, la pizzeria Pizza Da… Miano. Siamo nel cuore del capoluogo Bad Neuenahr-Ahrweiler, all’altezza di Ahrhutstraße, 40. La coppia, giunta in Germania ormai 6 anni fa da Rovigo, ha superato indenne il periodo del Covid-19, per poi vedere il proprio piccolo locale completamente distrutto dall’alluvione del 14-15 luglio 2021.

Oggi la pizzeria Pizza Da… Miano è diventato un punto di riferimento per la pizza nel circondario, servita al trancio a pochi passi da St. Laurentiuskirche, la splendida chiesa attorno alla quale si concentra il maggior numero di locali, ristoranti e birrerie tradizionali della zona, con vista sulle colline del Pinot Nero dell’Ahr.

«Le cose adesso vanno molto bene – racconta – ma non ce l’avremmo fatta senza l’aiuto di tantissimi giovani giunti da tutta la Germania, sin dalla ore successive al disastro, e agli aiuti del governo. Il peggio è alle spalle e ora la zona può rinascere, grazie ai suoi straordinari vini».

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Mateus Rosé in numeri: storia dell’eterno rosato portoghese classe 1942

Sarà perché è nato in tempi oscuri. Quel 1942 segnato dalla Seconda Guerra Mondiale, ricordata dalla forma della bottiglia, simile alla borraccia di un soldato. Fatto sta che Mateus Rosé si mostra ancora al grande pubblico internazionale senza acciacchi. Nel 2021, l’eterno rosato portoghese compie 79 anni di gloriosa storia. Un “giovanotto” che neppure il Covid-19 è riuscito a fermare. Anzi.

«Ad oggi, vendiamo 21 milioni di bottiglie di Mateus Rosé all’anno», rivela a WineMag.it il brand management di Sogrape Vinhos. Di questi, «più di 1 milione di bottiglie in Italia». Il Bel paese figura in una sorprendente Top 10 delle vendite mondiali.

In testa Australia, Canada e Francia (chi avrebbe mai scommesso su un tale successo nella patria dei rosé?). A seguire Germania, Italia, Portogallo (la casa madre è solo sesta). A chiudere Russia, Spagna, Svizzera e Regno Unito.

Un vino che attraversa con leggerezza otto decenni. Ha saputo evolversi e reinventarsi, rimanendo sempre se stesso. «Le uve originariamente assemblate nel 1942 da Fernando van Zeller Guedes – spiega Sogrape Vinhos – sono sempre  le stesse: Baga, Rufete, Tinta Barroca e Touriga Franca».

Ad essersi evolute sono le caratteristiche sensoriali, al passo delle tecniche di viticoltura ed enologia decisamente migliorate rispetto gli esordi, negli anni Quaranta. Oggi, i produttori di vino hanno a disposizione risorse che all’epoca erano inesistenti».

A rendere più semplice il compito, il fatto che Mateus Rosé è un vino prodotto senza indicazione di annata. Frutto, per l’appunto, di un’annuale selezione dei quattro vitigni rossi portoghesi, curata dall’enologo António Braga.

Uve vinificate sostanzialmente “in bianco” – dopo un breve contatto con le bucce utile ad ottenere il tipico “rosa” – provenienti da varie regioni vinicole del Portogallo in cui è presente Sogrape.

L’azienda della famiglia Guedes ha base ad Avintes – sponda sinistra del fiume Douro, a sud della città di Porto – e dispone di 830 ettari complessivi. Dimensioni paragonabili a quelle di realtà cooperative italiane come Cantina di Venosa, in Basilicata, o private come Ferrari Trento, in Trentino.

«Quello che conta – spiega il colosso del vinho portugues – è che il profilo leggero e rinfrescante di questo rosato sia sempre riconoscibile. Crediamo inoltre che il successo non si misuri solo a livello finanziario, ma anche nella capacità di mantenere tendenze sane, vive, attive».

Una lettura capace di risultare sempre accattivante e attraente per i consumatori, conquistandoli. Tutto questo accade mentre Mateus Rosé sta per compiere 80 anni. È arrivato fin qui e vuole restare sulla cresta dell’onda ancora più a lungo»

Uno dei fattori di maggiore successo è la versatilità in tavola, caratteristica imprescindibile per un vino pop. Come indica lo stesso produttore, Mateus Rosé Original è infatti «ideale come rinfrescante aperitivo». Ma si sposa piuttosto bene anche con pesce, frutti di mare, carni bianche, grigliate e insalate.

Sogrape Vinhos fa esplicito riferimento anche a «pasta e altri piatti della cucina italiana», oltre a suggerire il paring «magnifico con diversi stili di cucina orientale, come la cinese e la giapponese».

LA STORIA DI UN MITO

Eppure, tutto è iniziato con un vino che si presentava diverso dal rosé portoghese che oggi tutto il mondo conosce. Un “amber rosé“, per l’esattezza. Ovvero un rosé ambrato. Alcol in volume 11% e 20 g/l di residuo zuccherino (oggi scesi a 15 g/l, con 2,8 g/l di Co2 e un pH che si assesta su 3,2 / 3,3).

Era il 1942 quando il primo enologo di Mateus, il francese Eugene Hellis, iniziava a lavorare alla “formula magica” di un rosé che sarebbe entrato nella storia. Le uve a bacca rossa di quei tempi provenivano da diverse zone, ma di una sola regione: il Douro.

Alvarelhão, Rufete e Mourisco, le meno utilizzate nella produzione del Porto, finirono per essere valorizzate da Mateus. C’è della poesia anche attorno alla prima vinificazione, avvenuta in una cantina in affitto, a Vila Real.

Una cittadina della regione di Tras-os-Montes arroccata a 420 metri sul livello del mare, circondata dai vigneti della Valle del Douro e dalle montagne, non lontana dal punto di confluenza tra i fiumi Cabril e Corgo.

Da lì, il vino veniva trasportato a Porto, per essere poi imbottigliato nei magazzini di Monchique. «La cantina originale di Vila Real – rende noto Sogrape Vinhos – divenne troppo piccola per tenere il passo del trionfo globale di Mateus. Così, nel 1960, Sogrape acquistò la Quinta do Cavernelho, nel quartiere San Mateus di Vila Real».

È l’anno della svolta per il rosato portoghese, che due anni più tardi, nel 1962, può contare anche sul primo impianto di vinificazione, con una capacità di 9 milioni di litri. Ciò significa che a inizio anni Sessanta, la produzione si Mateus poteva assestarsi sui 12 milioni di bottiglie. Già un’enormità.

Era però un vino diverso. Le uve venivano pigiate dopo la decantazione statica senza alcun controllo della temperatura o tempo prestabilito di macerazione. La chiarifica dei mosti, dopo la pressatura, avveniva a temperatura ambiente, con l’utilizzo di alte dosi di anidride solforosa.

Non c’era controllo della temperatura in fermentazione. I lieviti? Non certo quelli “selezionati”, moderni. In questo senso, Mateus Rosé può dirsi uno dei primi “vini naturali rosa” divenuti famosi nel mondo.

Condizioni difficili anche quelle dei magazzini di Monchique. «I dipendenti di Sogrape che vi lavoravano – riferisce il brand management – ricordano con un senso di nostalgia quei giorni di lavoro ininterrotto, quando la maggior parte delle mansioni veniva ancora svolta manualmente».

Le casse di vino arrivavano dal Douro, su camion stracarichi, privi del refrigeratore. Una volta all’interno, gli scatoloni venivano trasportati sulla testa delle donne. Mateus Rosé veniva filtrato su piastre ancestrali e gassato manualmente, prima di essere imbottigliato.

Anche l’intero lavoro di imbottigliamento, etichettatura e confezionamento era svolto a mano. I tappi erano fissati con lo spago, prima di essere sigillati. Le bottiglie avvolte in tessuto, rivestite con la paglia e imballate in scatole di legno.

È sotto la direzione di Fernando Guedes che si compie un altro passo avanti verso la modernità, con la costruzione delle due strutture ad Avintes, ancora oggi centro di imbottigliamento di Mateus.

Nel 1968, la capacità di produzione assicurata da Sogrape arriva a 23 milioni di litri. Ingrana la quinta anche l’imbottigliamento, con tre linee da 240 mila bottiglie al giorno.

LA SVOLTA SUL FRONTE DELLE UVE

Intanto, nel Douro, la prosperità commerciale del Porto aveva portato a un aumento dei costi delle uve locali. Viste le difficoltà di approvvigionamento e la crescente domanda, Sogrape Vinho decise così, a inizio anni Settanta, di trasferire gran parte della produzione in una nuova cantina.

Lo stabilimento è quello di Anadia, nella regione di Bairrada. Un luogo in cui l’azienda investì cifre galattiche, per la costruzione di uno degli impianti di vinificazione più avanzati d’Europa. Le chiavi del nuovo progetto furono affidate al terzo enologo della storia del rosé più famoso del mondo: João Tavares de Pina. Con il trasferimento della produzione, il vitigno Baga entra nel blend di Mateus.

Questa si è rivelata un’ottima varietà per produrre rosato – rivela Sogrape Vinho – complici anche le caratteristiche pedoclimatiche della regione di Bairrada, influenzata dalle correnti fresche dell’Atlantico e dunque in grado di produrre uve con acidità naturale e amplificare gli aromi primari di frutti rossi. Due fattori che hanno contribuito a migliorare ulteriormente Mateus».

Nel frattempo vengono conclusi i lavori di realizzazione di un’altra cantina, sull’altopiano di Trás-os-Montes, nel nord-est del Portogallo. Già negli anni Settanta, l’azienda sembra aver compreso l’importanza dell’altitudine delle vigne per preservare la freschezza del rosato. Una tematica divenuta oggi attuale, in tutto il mondo, per via dei cambiamenti climatici.

La corsa alle “vette” si materializza non a caso in una regione che ha il suo segreto nel nome: “Tra i Monti”. Situata a un’altitudine di 500 metri sul livello del mare, è l’habitat perfetto per varietà come Tinta Roriz, Touriga Franca e Rufete. Ottime per l’uvaggio di Mateus anche per la loro attitudine a garantire moderate gradazioni alcoliche.

Grandi progressi arrivano negli stessi anni sul fronte enologico. Il team di winemaker Sogrape inizia a chiarificare i mosti mediante centrifuga e a condurre le fermentazioni a temperatura controllata di 16-18º.

Al via anche le prime sperimentazioni di inoculo di lieviti selezionati. «Queste nuove tecniche – rivela la cantina portoghese – hanno ulteriormente aumentato la qualità. Ma la più grande innovazione nella vinificazione di Mateus Rosé è stata la capacità di fermare il processo di fermentazione subito dopo la pressatura delle uve».

Questo ha permesso ai mosti di fermentare tutto l’anno, a seconda della richiesta, consentendo l’imbottigliamento dei vini ancora freschi e giovani. Progressi pionieristici guidati dall’enologo João Tavares de Pina, che hanno dato a Mateus un netto vantaggio sulla concorrenza, in termini di qualità».

Si arriva così al rosato che oggi tutti conoscono, caratterizzato da pétillance e acidità, amalgamate ai frutti rossi. Uno dei mostri sacri dell’enologia industriale internazionale. Più forte del tempo e della pandemia, distribuito in 120 mercati del mondo. Chissà dove saprà ancora arrivare e come sarà in grado di restare al passo coi tempi.

Il primo indizio arriva dai packing innovativi, che collocano la referenza (divenuta nel frattempo una linea di vini a marchio Mateus) nel segmento dei “party wines“, perfetta per giovani (che lo bevono com la cannuccia, in formato mini) e consumatori spensierati. Del resto, tutta la storia di questo vino, pare una festa infinita, intervallata da 79 candeline. Prosit.

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Falso Tignanello 2001 su Tannico, spunta il video: «Fake imbarazzante

Spunta il video del falso Tignanello 2001 venduto da Tannico a un cliente della provincia di Brescia. Il caso che ha infiammato la cronaca enologica di fine 2020 si arricchisce di un nuovo, imbarazzante capitolo per il colosso dell’e-commerce di vino partecipato al 49% dal Gruppo Campari.

Nel video pubblicato qui in esclusiva da WineMag.it, un professionista del settore della ristorazione bresciana spiega i retroscena della vicenda che vede protagonista il noto vino prodotto da Antinori. Un capitolo culminato nell’apertura di una vera e propria inchiesta da parte dei Carabinieri del Nas di Milano.

«Ad un amico che voleva assaggiare dei super classici italiani – spiega il ristoratore a WineMag.it – ho fatto acquistare attraverso Tannico alcune bottiglie di Biondi Santi, Sassicaia e Tignanello 2001. Una volta ricevuto l’ordine, mi sono subito accorto di quella strana bottiglia: senza ombra di dubbio si trattava di un falso».

«L’etichetta era palesemente fotocopiata, e pure male, forse utilizzando uno scanner e una stampante della Epson di qualità casalinga! Anzi, forse neanche uno strumento della Epson, perché non darebbe risultati così scadenti! Mi chiedo come abbia fato il noto e-commerce a non accorgersi del falso Tignanello presente nei propri magazzini, prima di spedire una bottiglia a un cliente».

Ordina Tignanello su Tannico: scopre che è falso

Curiosi di capire cosa ci fosse all’interno, il ristoratore e il cliente di Tannico hanno deciso di stappare insieme la bottiglia. Palese, a prima vista, anche la contraffazione del tappo – un microagglomerato da pochi centesimi di euro – e del contenuto. Un vino dal colore troppo “giovane” per poter essere un Tignanello 2001.

«Ha il colore di un Lambrusco – chiarisce la coppia di amici nel video – è palese che sia finto. Ci sono dei falsificatori che fan ridere le galline! Questo qui è un vino da 2,50 euro a bottiglia, forse un Barbera. Un vino che non ha neanche un anno di bottiglia».

«È imbarazzante per chi ha fatto una cosa del genere, perché fare una contraffazione così loffa, è da somari – aggiunge il ristoratore bresciano – e sconcertante che chi ha venduto questa bottiglia non si sia accorto che l’etichetta sia stata fotocopiata palesemente, in mala maniera».

Il Tignanello falso è costato 180 euro al cliente di Tannico, mai rimborsati dall’e-commerce per il rifiuto di riconsegnare “il corpo del reato”. La battaglia è però finita sul tavolo dei rispettivi avvocati, con tanto di diffida al Ceo di Tannico, Marco Magnocavallo. Chi vivrà, berrà.

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Prosecco business: uve Glera dalla Sicilia contro le gelate

PALERMO – A cosa servono 400 quintali di uve Glera provenienti dalla Sicilia a un “grande gruppo vitivinicolo veneto”? La risposta sembra scontata, dopo una vendemmia segnata dalle gelate di aprile.

Ad ammettere la trattativa, andata in porto per 95 euro al quintale, è V.R., produttore palermitano rintracciato nel pomeriggio, in esclusiva, da vinialsupermercato.it.

“Nelle mie vigne – dichiara il viticoltore della provincia di Palermo, a cui garantiamo l’anonimato – riusciamo ad anticipare di molto la raccolta di uve Glera, ottenendo profumi eccezionali: cose che in Veneto, nella zona del Prosecco, possono solo sognare! Per di più con percentuali residuali zuccherine pari a zero”.

L’inchiesta di vinialsuper prende spunto da un annuncio pubblicato dal sito web Uvaevino.it, rilanciato in giornata sui social da un produttore veneto. Un portale “interamente dedicato al commercio di uva e svino sfuso tra le aziende agricole, imbottigliatori, viticoltori, enoteche eccetera”.

Il sito funge da intermediario (con commissione a pagamento) per la regione Toscana. Ma offre spazi gratuiti di domanda e offerta per gli utenti residenti nelle altre regioni italiane. Un vero e proprio servizio gratuito, tout court.

I DETTAGLI
Tra le offerte di vino sfuso della regione Sicilia si scorgono Nero d’Avola, Catarratto, Viognier. Ma anche quella di Glera Igt da 12%, annata 2016, prodotta nella zona di Palermo. Il prezzo è di 100 euro ad ettolitro, con una disponibilità massima di 300 ettolitri. L’annuncio risale al 14 agosto e non è l’unico inserito da V.R., che nella zona di Palermo alleva 2,5 ettari di Glera, in vigneti di proprietà che assicura essere “fantastici”.

Arriviamo a lui, con tanto di numero di cellulare, grazie all’impiegata del sito Uvaevino.it, che ci risponde dalla Toscana, più esattamente dagli uffici di Grosseto. Ci fingiamo interessati all’acquisto del vino sfuso. Il gioco è fatto.

Il cellulare di V.R. squilla, il produttore risponde, ma rimanda la telefonata di qualche minuto. Richiamiamo e raccogliamo la testimonianza. “Non vi direi a chi ho venduto la Glera nemmeno se mi metteste 100 mila euro sulla scrivania”, incalza.

Ma è chiaro che si tratti di una delle “big” che in Veneto producono Prosecco. “Non c’è nulla di cui sorprendersi – commenta la nostra fonte – basta piuttosto farsi due conti e pensare alle conseguenze delle gelate. D’altro canto c’è una crisi che fa paura attorno al vino in bottiglia: in cantina ho 40 mila bottiglie invendute. Vinificare, qui da me, costa 40 euro al quintale. Imbottigliare ed etichettare circa 2,20 euro a bottiglia. Ecco perché si ricorre alla vendita dello sfuso”.

L’annuncio, tuttora online su Uvaevino.it, riguarda infatti il vino, non le uve. Quelle, il vignaiolo siciliano, le ha “già vendute tutte a settembre”. “E si trattava interamente di uve raccolte a mano nei nostri vigneti”, precisa V.R.. “Da parte nostra – aggiunge il produttore palermitano – siamo a posto con la coscienza. Abbiamo venduto con tutte le certificazioni. Poi ognuno è libero di farci quello che vuole con le uve, in Veneto come in altre regioni”.

LA PROSECCO MANIA
Secondo i dati di Assoenologi, in Veneto e Friuli Venezia Giulia (le due regioni dove vengono prodotte uve Glera assieme alla Sicilia, che le annovera nelle Igt Avola, Camarro, Salina, Valle Belice e Terre Siciliane) si è registrato nel 2017 un calo tra il 15 e il 20% rispetto alla vendemmia 2016.

Un “buco” che ha rischiato di far impennare i costi delle uve atte alla produzione di Prosecco, nonché dello sfuso. Secondo i dati della Camera di Commercio locale, i prezzi per il vino “base” si aggirano attorno ai 2 euro al litro per la Doc.

Cifre che salgono a 2,40 per la Docg Asolo e a 2,80 per la Docg Conegliano Valdobbiadene. Nel 2008, la Glera si acquistava invece per 50 centesimi al Chilo. Quattrocentodieci i milioni di “pezzi Doc” imbottigliati nel 2016, con una previsione di 450 milioni entro fine anno, forte delle vendite in crescita nel primo semestre 2017 (+8%).

L’obiettivo, dalle parti di Treviso, è quello di arrivare a 500 milioni di bottiglie entro la fine del 2018. Tradotto: mezzo miliardo. Seguono a ruota le Denominazioni di origine controllata e garantita: 90 milioni per il Prosecco di Valdobbiadene e 9 milioni per la “piccola” Asolo. Un business che fa gola a molti.

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L’Amarone del Black Friday Auchan? Era Primitivo. Indagate 5 persone

VERONA – Una vera e propria associazione per delinquere, finalizzata alla contraffazione e alla distribuzione di vino tarocco, con base in Veneto. E’ quanto è emerso in svariati mesi di pedinamenti e intercettazioni da parte del Corpo Forestale dello Stato prima e dei Carabinieri poi, a carico di un gruppo di persone legate a vario titolo a un produttore del settore, Emilio Bixio.

Le indagini, avviate lo scorso anno in seguito al sequestro di ingenti quantitativi di Amarone della Valpolicella 2008 “Argento” – in vendita al prezzo shock di 8,49 euro in occasione del Black Friday 2016 di Auchan – hanno portato il pm Maria Beatrice Zanotti della Procura della Repubblica di Verona a emettere cinque rinvii a giudizio. Indagini che risultano ad oggi chiuse, senza che i dettagli fossero diffusi alla stampa da parte della magistratura. Perché? Saranno – forse – le stesse autorità a chiarirlo dopo l’uscita di questo articolo.

I DETTAGLI
Secondo informazioni confidenziali raccolte da vinialsuper, il vino contraffatto veniva imbottigliato in un magazzino adiacente alla cantina Mondello Wines, operante nel Comune di San Bonifacio, in provincia di Verona. Al momento della perquisizione dello stabilimento, le forze dell’ordine hanno rinvenuto e sequestrato diversi bancali dell’Amarone finito sugli scaffali Auchan.

Grazie alla brillante intuizione di un militare, è stato perquisito anche un magazzino distante 30 metri dalla Mondello Wines. E’ stata così scoperta una vera e propria cantina abusiva, dove veniva imbottigliato il vino contraffatto.

Vengono esclusi problemi sanitari per l’intera partita di Amarone posta sotto sequestro. Ma dalle analisi di laboratorio è emerso che non si trattava del vino indicato in etichetta, bensì di un blend tra Primitivo di Puglia e Montepulciano. A confermarlo, oltre 30 campioni del vino sequestrato in occasione del Black Friday 2016.

Lo scorso anno, vinialsuper aveva intervistato la famiglia Bixio, che escludeva qualsiasi interessamento nella vicenda. Eppure, l’etichetta dell’Amarone “Argento” 2008 rimandava proprio a una società legata a Emilio Bixio: la Vini Scic di via Corte Fornari 36, sempre a San Bonifacio.

Società che risulta chiusa, presumibilmente per bancarotta, sostituita poi dalla Mondello Wines. Risulterebbe di fatto tra i rinviati a giudizio anche Davide Camarda, legale rappresentante della Mondello.

Auchan si è sempre dichiarata estranea alle vicende che hanno portato l’Amarone contraffatto sugli scaffali di diversi punti vendita, in particolare in Veneto e in Friuli. Il vino “Argento” sarebbe stato proposto al buyer della catena francese da un personaggio legato a Emilio Bixio, operante nella zona di Genova.

Qui gli sviluppi: https://wp.me/p7zTxF-3zS

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Auchan, Amarone contraffatto. Siquria: “La Gdo faccia ammenda”

Nuovi clamorosi sviluppi sul caso Amarone Argento 2008 ritirato dai supermercati Auchan. Il vino, sequestrato dalla Forestale veneta venerdì 25 novembre in occasione del Black Friday, risulta “completamente contraffatto”. A rivelarlo a vinialsupermercato.it è Guido Giacometti, direttore di Siquria, Società italiana per la qualità e la rintracciabilità degli alimenti. “Le indagini sono tuttora in corso e vincolate dal segreto istruttorio – evidenzia Giacometti – ma le ipotesi di reato afferiscono agli articoli 468, contraffazione del sigillo di Stato, oltre al 515, 517 bis e 517 quater, relative alle frodi in commercio e vendita di prodotti industriali con segni mendaci, aggravati dall’utilizzo di una Denominazione di Origine protetta”. “Una contraffazione totale del prodotto – continua Giacometti – nel senso che non si tratta affatto di Amarone della Valpolicella, come accertato dal Corpo Forestale, né per natura né per provenienza. Che cos’è? Non posso rispondere. Piuttosto posso dire con certezza ciò che non è, ovvero Amarone”.

I reati sarebbero stati ipotizzati contro ignoti. Ma le forze dell’ordine avrebbero già nel mirino i possibili autori della frode. “Si tratta di indagini complesse – sottolinea Guido Giacometti – perché chi ha architettato il tutto è stato bravo, sicuramente. Ma io credo che il Corpo Forestale arriverà in tempi rapidi all’individuazione dei responsabili”. A guidare le operazioni è il Comando Provinciale di Verona, che ha avviato sin da subito “una vasta operazione di intelligence” che mira a sgominare “una vasta rete criminale estesa sul territorio nazionale, in collaborazione con i Comandi provinciali di Venezia, Padova, Brescia, Modena, Vicenza, Roma e Taranto”. Che sia pugliese, dunque, il vino contenuto nelle bottiglie di finto Amarone?

Intanto, da un controllo effettuato su una banca dati ufficiale, la fascetta contraffatta richiamava l’azienda Vini Scic, controllata da una nota realtà veronese, la Bixio Poderi di Veronella. “Vorrei esprimere la totale estraneità della Bixio Poderi nella vicenda narrata – scrive in una nota indirizzata a vinialsupermercato.it Elisa Bixio, direttore dell’omonima cantina veneta -. Bixio Poderi è un’azienda agricola che tratta prevalentemente uve e pochi vini di alta qualità. L’azienda Vini Scic è un’azienda non più operativa dal 2011, da quando è stata posta in liquidazione e non più sotto il controllo di alcun membro della mia famiglia”. Falso, in etichetta, pure il riferimento all’imbottigliatore. “Vini Val di Verona” non esiste, ma è un chiaro riferimento (fraudolento) alla “Vini Valli Verona Srl”, società controllata da un’altra prestigiosa cantina veneta, quella di Negrar, che con questo nome commercializza vini nei supermercati Lidl.

http://www.vinialsupermercato.it/black-friday-flop-amarone-maxi-sequestro-auchan/

“VINO FALSO, MA NON PERICOLOSO”
Vino contraffatto, sì. Ma “assolutamente non pericoloso per la salute”. Lo assicurano il Corpo Forestale e la stessa Siquria. “Come sia finita in Auchan questo vino è un altro aspetto che chiariranno le indagini – dichiara il direttore Giacometti – ma quello che mi sento di dire è che la grande distribuzione dovrebbe stare veramente più attenta ai criteri di selezione e di qualifica dei suoi fornitori. E anche al prezzo. Basta un minimo di buonsenso per capire che certi prezzi da un lato sminuiscono il lavoro di chi lavora la terra producendo vino e, dall’altro, risultano addirittura sotto i costi di produzione: chiaro che, così facendo ci si infili in un vicolo cieco”. Un monito anche ai consumatori: “Devono crescere dal punto di vista culturale – striglia Giacometti – per capire che un prodotto di un certo tipo non può essere commercializzato a dei prezzi troppo bassi. Questo è uno sforzo che va fatto da chi acquista, ma anche da chi ha gli strumenti per indirizzare i consumatori a scelte più consapevoli, come sta facendo certamente vinialsupermercato.it, a cui vanno i miei complimenti, non solo per essere stati i primi ad aver dato la notizia”.

LA GAFFE DELLA CORVINA
Eppure, non si pensi che siano sempre i vini del Nord Italia a finire sotto accusa. Clamorosa la gaffe denunciata nei mesi scorsi dal nostro portale (leggi qui), relativo all’utilizzo di Corvina, uva veneta, per la produzione di un vino pugliese, il Primitivo di Manduria. In quel caso si trattò di una “svista”, corretta in pochi giorni dall’imbottigliatore – una nota azienda di spumanti con sede a Cazzano di Tramiglia, in provincia di Verona – e non di una frode.

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