La vendemmia 2024 in Franciacorta è già nella storia. L’inizio della raccolta delle uve è coinciso con l’avvio delle attività del nuovo Laboratorio di microvinificazione del Consorzio Franciacorta, in via dell’Industria 46/F, ad Erbusco (Brescia). Questa struttura innovativa, realizzata in collaborazione con Accademia Symposium in una parte degli spazi dell’Istituto Oeno Italia, supporterà d’ora in avanti le attività del team di Ricerca e Sviluppo guidato da Flavio Serina. Il Laboratorio di microvinificazione, investimento da circa 300 milaeuro, è il supporto essenziale per trasformare le diverse “tesi sperimentali” in vino spumantizzato secondo il metodo classico, valutando sul prodotto finito la bontà delle scelte agronomiche ed enologiche. La supervisione delle fasi di vinificazione è affidata, in loco, all’enologo Mario Falcetti (ex Quadra Franciacorta) e a un gruppo di tecnici. Un passo decisivo rispetto al passato, quando tali operazioni venivano svolte presso strutture esterne. Più attrezzate, ma lontane da Brescia.
FRANCIACORTA, VISITA AL NUOVO LABORATORIO DI MICROVINIFICAZIONE
Uno degli aspetti più significativi delle attività di ricerca e sviluppo condotte dal nuovo Laboratorio di microvinificazione del Consorzio Franciacorta riguarda la selezione genetica. Il gruppo di ricerca genetica dell’Istituto di San Michele all’Adige ha avviato degli incroci che potrebbero portare a ottenere, nel lungo periodo, nuove varietà di vite con caratteristiche adattive e qualitative superiori. Questi incroci, nati da genitori come l’Erbamat e lo Chardonnay, mirano a combinare resistenza alla siccità e qualità del raccolto, rispondendo così alle sfide poste dal cambiamento climatico in Franciacorta.
Nel vigneto sperimentale di Erbusco sono state messe a dimora circa 50 piante per incrocio, frutto delle selezioni iniziali. Lo screening continuerà negli anni, eliminando gli incroci meno promettenti e studiando quelli con maggiore potenziale e resistenza alle avversità. È il futuro che bussa alla porta del Consorzio Franciacorta, con la possibile introduzione di nuovi incroci capaci di sintetizzare (ed elevare) le caratteristiche positive di Chardonnay ed Erbamat. Un percorso che si svilupperà nell’arco dei prossimi decenni, con Mario Falcetti pronto a mettere a disposizione del territorio le competenze acquisite in anni di sperimentazione sull’Erbamat, con risultati sorprendenti a Quadra.
PIWI FRANCIACORTA: UN CAMPO SPERIMENTALI SUI VITIGNI RESISTENTI
In parallelo, il Laboratorio di Microvinificazione del Consorzio Franciacorta ha in carico lo studio dei comportamenti di una serie di vitigni Piwi resistenti alle malattie fungine, come Johanniter e Solaris, che potrebbero accelerare i tempi di risposta alle sfide climatiche. Alcuni di questi sono ancora in fase di omologazione. Altri sono già stati testati con successo in ambienti montani, come presso la Fondazione Mach di San Michele all’Adige. L’adattamento dei vitigni Piwi alle condizioni specifiche della Franciacorta è uno dei principali focus di questa fase di valutazione. Una sorta di risposta della più nota denominazione spumantistica italiana del Metodo classico alle sperimentazioni condotte in Champagne dall’Institut National de l’Origine et de la Qualité (Inao), sul vitigno Piwi Voltis.
In questo senso, il nuovo Laboratorio di microvinificazione del Consorzio – che sarà ufficialmente inaugurato il 5 ottobre, alle ore 11 – si presenta come un vero e proprio incubatore di idee e innovazioni. Oltre a fornire risultati nel breve termine, come la possibilità di vinificare in micro-lotti, in condizioni controllate, rappresenta un punto di svolta strategico per il futuro della viticoltura della Franciacorta. Il Consorzio, in collaborazione con l’Università di Milano e l’Accademia Symposium, sta infatti esplorando nuove tecniche di potatura, ombreggiamento e gestione del “microclima” delle vigne franciacortine. Tutte iniziative rivolte a migliorare la qualità dei vini della denominazione, con un occhio alla sostenibilità della produzione.
LABORATORIO DI MICROVINIFICAZIONE: IL FUTURO DELLA FRANCIACORTA È OGGI
La ricerca sui portainnesti resistenti alla siccità e il miglioramento genetico delle varietà tradizionali rappresentano infatti solo una parte di un piano molto più ampio e ambizioso. L’iniziativa, di fatto, ha anche un forte valore formativo, coinvolgendo studenti e tirocinanti che potranno apprendere “sul campo”, partecipando in prima persona alle attività del Laboratorio di Microvinificazione. Un apporto significativo della Franciacorta alle competenze delle generazioni future di tecnici del settore che, proprio in via dell’Industria 51 ad Erbusco, potranno “sporcarsi le mani” e fare vera esperienza.
La struttura non solo permette di vinificare sul territorio bresciano le uve cresciute nella zona, evitando i problemi legati al trasporto delle uve in altri laboratori – come in passato avveniva appunto con l’Istituto di San Michele all’Adige, nei pressi di Trento – ma offre anche la possibilità di migliorare le tecniche di vinificazione e di sperimentare con una varietà di tecnologie innovative. Tra queste l’uso di kegs in acciaio (gli stessi contenitori utilizzati per la birra) per lo stoccaggio e il controllo delle fasi della fermentazione di piccole partite di mosto.
MARIO FALCETTI: «FRANCIACORTA PRONTA ALLE SFIDE INTERNAZIONALI»
«Il nuovo Laboratorio di microvinificazione del Consorzio Franciacorta – commenta Mario Falcetti – getta le basi per una nuova era di ricerca e sviluppo della denominazione, in grado di confrontarsi non solo con le sfide poste dai cambiamenti climatici, ma anche con il panorama competitivo internazionale, valorizzando ancor più le specificità e le eccellenze del territorio. La sfida, dunque, non è tanto competere con altre zone vitivinicole, come la Champagne, quanto valorizzare e potenziare le risorse locali attraverso l’innovazione scientifica e tecnologica».
Laboratorio di microvinificazione del Consorzio Franciacorta
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Mario Falcetti lascia Quadra Franciacorta e la notizia è di quelle che fanno rumore. Grazie a un lavoro scrupoloso avviato sin dal suo ingresso in azienda, nel 2008, il direttore generale ed enologo della cantina di Cologne (Brescia) è riuscito a diventare in pochi anni il simbolo, anzi il sinonimo stesso, di Quadra Franciacorta. In un’intervista esclusiva rilasciata a winemag.it, Mario Falcetti chiarisce di aver rassegnato le proprie dimissioni dal consiglio di amministrazione all’inizio del mese di aprile. I primi dissidi con la dirigenza della cantina, fondata nel 2003 dall’imprenditore del settore dell’energia rinnovabile Ugo Ghezzi, risalirebbero tuttavia a oltre un anno fa. Nulla, sino ad oggi, lasciava presagire un tale epilogo.
«Ci sono cose a cui mi sono riavvicinato molto nell’ultimo periodo, come la ricerca e la sperimentazione nel territorio franciacortino – commenta Mario Falcetti a winemag.it – che rimarranno primari nel mio futuro. La mia strada si divide definitivamente da quella di Quadra per differenti vedute sul futuro, ma non voglio e non posso perdere di vista il fatto che sono un agronomo ed un enologo ed è questo che continuerò a fare in futuro, molto probabilmente nel ruolo di consulente».
MARIO FALCETTI: «CHIUDO CON QUADRA, NON CON LA FRANCIACORTA»
La rottura di Falcetti con Quadra non significa infatti una rottura con la Franciacorta. «Tutt’altro – continua Mario Falcetti – anche perché sono in una fase della mia vita professionale in cui la qualità di quello che faccio sarà privilegiata rispetto alla quantità. Per esempio continua ad affascinarmi il lavoro avviato con il Consorzio Franciacorta sull’Erbamat, nel ruolo di coordinatore del Gruppo Sperimentazione e Ricerca». Ma non è escluso un ruolo di Falcetti anche all’estero, per esempio in Champagne o in Provenza, territori con i quali è sempre rimasto in contatto, nell’arco di tutta la carriera. «In ogni caso voglio tenere la Franciacorta baricentrica», annuncia l’ormai ex direttore generale di Quadra, sempre in esclusiva a winemag.it.
La decisione di troncare dopo 15 anni con l’azienda della famiglia Ghezzi, per divergenze di vedute sul futuro “piano industriale” della cantina, è stata annunciata da Mario Falcetti attraverso una «nota» diramata da un ufficio stampa specializzato nel settore del vino, poco prima delle ore 16 odierne. Tra le righe del comunicato, l’ex dirigente si dichiara «pronto a un nuovo capitolo della vita professionale, dopo aver contribuito al consolidamento dei primi dieci anni di Contadi Castaldi e dopo altri quindici di direzione aziendale e tecnica in Quadra: un lungo tempo, questo, che ha dato all’azienda un’identità riconosciuta sul panorama nazionale».
MARIO FALCETTI “L’ERETIQ”: «IO, DA SEMPRE CONTROCORRENTE»
«Da sempre una visione controcorrente – si legge ancora nella nota diramata alla stampa – immaginando prima e creando poi, vini del tutto innovativi, il Satèn, l’Eretiq e il Vegan, solo per citarne alcuni, diventati un paradigma stilistico autorevole e un riferimento per il comparto». Mario Falcetti ha alle spalle una più che trentennale esperienza agronomica ed enologica in aree vinicole italiane e straniere, partendo dal Trentino-Alto Adige (il suo primo incarico presso l’istituto Tecnico di San Michele all’Adige), passando per Toscana, Sicilia e Puglia per approdare, infine, in provincia di Brescia. Da un biennio nel CdA del Consorzio Franciacorta, ha assunto la delega alla Ricerca & Sviluppo, coordinando quindi l’operatività del comparto tecnico.
Falcetti definisce il suo approccio «scientifico di matrice “francese”», tanto da averlo portato «a stimolare la nascita del Rapporto di Attività (sempre con il supporto dell’Ufficio R&D e del Comitato Tecnico stesso), l’annuario che raccoglie e sintetizza i lavori di monitoraggio e di ricerca svolti in ambito consortile, con il contributo di diversi atenei». Altre importanti innovazioni alle quali l’ex direttore generale ed enologo di Quadra ha prestato il suo contributo, sempre in seno al Consorzio Franciacorta, «vedranno presso la luce».
«ESSERE PRODUTTORI SOLO IN CHIAVE BUSINESS NON BASTA PIÙ»
Negli ultimi anni, Mario Falcetti ha intensificato le relazioni con diverse realtà transalpine, in primis la Champagne, apportando a più riprese il proprio contributo come relatore. In questo contesto, ha contribuito a portare in Franciacorta, o meglio a Brescia, la seconda edizione dello Sparkling Wine Forum, un partecipato e dinamico incontro di carattere tecnico-scientifico per il settore spumantistico.
«Il nostro settore sta cambiando rapidamente – conclude Mario Falcetti – e sta ridefinendo i propri paradigmi valoriali. Essere produttori solo in chiave business non credo possa più bastare. Occorre una visione strategica di lungo periodo, implementare ricerca, innovazione, valori di sostenibilità etica ed ambientale. La mia mente, per come si muove, non può certo accontentarsi di “gestire” una navigazione di conserva. Meglio sempre il mare aperto, le onde alte, inseguendo un nuovo, bellissimo approdo».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Due squadre, anzi due “parrocchie”: sostenitori e detrattori. Ad oltre vent’anni dall’inizio delle prime sperimentazioni, l’Erbamat continua a dividere la Franciacorta tra produttori che investono in nuovi impianti (ancora pochissimi) e generale scettiscismo (il sentimento imperante). A dirlo sono i dati del vigneto dell’Erbamat, ancora inchiodati nel 2024 tra i 10 e i 12 ettari. Una cifra irrisoria, se si considera che il vitigno è stato riscoperto negli anni Ottanta, quando si pensava di poterne ottenere dei vini bianchi fermi, più che degli spumanti. Risale invece agli anni Novanta la consacrazione dell’Erbamat come varietà «capace di apportare acidità e finezza alle cuvée»: parola del Centro Vitivinicolo Provinciale di Brescia che, in collaborazione con il professor Attilio Scienza, era arrivato a una conclusione che molti sembrano ancora ignorare. Soprattutto quando si accosta il termine «finezza» all’Erbamat, noto per lo più per l’alto contenuto di acido malico.
Del 2023 l’identificazione dei primi due cloni certificati, che potrebbero dare ulteriore spinta alla sperimentazione. «Il progetto Erbamat è stato avviato un po’ “a porte chiuse”, con il coinvolgimento di un numero limitato di aziende che ne hanno fatto quasi un vessillo, mentre molte altre cantine si sono sentite un po’ tagliate fuori almeno in quella fase, iniziando così, per certi versi, a “remare contro” e portando avanti ancora oggi dello scetticismo», ammette a winemag.it Mario Falcetti, dal 2022 coordinatore del Gruppo di lavoro Ricerca e Sviluppo del Consorzio Tutela del Franciacorta, nonché direttore ed enologo di Quadra Franciacorta. «Io stesso ero tra i grandi scettici – continua – perché sostanzialmente si assaggiavano vini diversi, di aziende diverse, prodotti in annate diverse, con composizioni varietali, assemblaggi e tipi di affinamento differenti. Quindi era difficile trarre un filo conduttore».
L’ERBAMAT TRA CURIOSITÀ E SCETTICISMO IN FRANCIACORTA
Alla fine, però, ha vinto la curiosità a casa di una delle cantine più meticolose e all’avanguardia della denominazione, non a caso dirette da uno degli enologi più preparati e controcorrente d’Italia. L’occasione per il primo impianto di Erbamat di Quadra arriva nel 2021, quando emerge la necessità di reimpostare il vigneto sul tetto della moderna cantina di Via Sant’Eusebio, 1 a Cologne (Bs). Un piccolo appezzamento con terreno di riporto, che Falcetti decide di dedicare all’antica varietà autoctona bresciana.
«Nel 2022 – spiega – i primi grappolini ci hanno consentito di realizzare una micro vinificazione: abbiamo ottenuto 150 bottiglie, che assaggiamo in test interni o confronti con esperti del settore, senza nessuna velleità commerciale. Oggi, a maggio 2024, hanno circa un anno di permanenza sui lieviti. Con lavendemmia 2023 dell’Erbamat, più generosa, abbiamo applicato il protocollo di vinificazione “Franciacorta”: vendemmia manuale, pressatura soffice e fermentazione nelle medesime vasche della gamma Quadra. Nei prossimi giorni ne faremo una tiratura un po’ più importante: circa un migliaio di bottiglie, che intendiamo mettere in commercio a un prezzo capace di convincere i curiosi all’assaggio, per amplificare il messaggio dell’Erbamat tra i tanti visitatori che già ce lo chiedono».
L’ERBAMAT DI QUADRA FRANCIACORTA: LA DEGUSTAZIONE
Degustate in anteprima, i due millesimi di Erbamat di Quadra (entrambi in purezza e non dosati) appaiono diversi tra loro pur registrando tenore alcolico e acidità simle (10,50/10,80% vol. e 8 g/l). La 2022 inizia oggi a distendersi nel calice, presentando un deciso profilo “semi-aromatico” mai avvertito in altri campioni del vitigno, prodotti da altre cantine. Molto lontano dall’idea del Franciacorta, si lascia apprezzare a partire dal secondo sorso, per il sostanziale equilibrio tra la componente “aromatica”, davvero non sottovalutabile e fine, e la verve fresca e masticabile – più che tagliente – dell’acidità. Uno spumante, in definitiva, di assoluta dignità.
La base 2023 dell’Ebamat di Quadra, incredibilmente (o forse no), appare più vicina all’idea di Franciacorta di quanto si possa immaginare. Il profilo semi-aromatico è più attenuato e la percezione della sapidità – presente anche nel 2022 – fa il paio con la freschezza, sul fronte delle “durezze”. Ancora una volta c’è equilibrio, sapore, carattere deciso. E non manca, per l’appunto, una certa “identità territoriale”, specie se si pensa all’approccio di Quadra al Franciacorta e all’assoluta riconoscibilità dello stile della cantina situata all’ombra del Monte Orfano. Il tutto al netto della differenza tra il vitigno ancestrale e le varietà Chardonnay, Pinot Nero e Pinot Bianco. Per tirare le somme, un altro spumante più che mai promettente e da provare.
«Ovviamente – precisa Mario Falcetti – trattandosi di spumanti 100% Erbamat non possono aderire alla denominazione Franciacorta e la 2023 sarà necessariamente messa in commercio come VSQ. Il senso di queste bottiglie è capire il potenziale dell’Erbamat. Al di là che incuriosito, nel mio ruolo di direttore aziendale, mi sento particolarmente investito del ruolo di investigazione e di valorizzazione dell’Erbamat, in qualità di coordinatore del Gruppo di lavoro Ricerca e Sviluppo del Consorzio Tutela. Voglio essere un ponte tra questo team e il Consiglio di amministrazione e mi piacerebbe che questo tipo di esperienza non avesse padroni, promotori unici o ricettori del concetto che sta alla base dell’Erbamat. Vorrei che questo tema fosse visto come un campo neutro di confronto, sul quale affidarsi semplicemente al bicchiere».
FRANCIACORTA, SENTI FALCETTI: «DUE MOTIVI PER CREDERE NELL’ERBAMAT»
Perché altre aziende dovrebbero investire nell’Erbamat? «Abbiamo un’acidità che mantiene una gran persistenza anche in un periodo di raccolta così ritardato – risponde Falcetti – che quindi, con i cambiamenti climatici, diventerà sempre più un patrimonio. L’altro aspetto che io giudico interessante in un’ottica futura di vini più aderenti alle esigenze del consumatore, o al cambiamento del gusto, è che l’Erbamat non è una macchina da accumulo zuccherino come il Pinot Noir o lo Chardonnay: fatica a raggiungere gli 11 gradi in volume naturali, perfetti per le nostre basi Franciacorta».
«Lo osservo con la neutralità del ricercatore – aggiunge Falcetti – cercando di avere risposte dalla pianta e dal bicchiere. Mi auguro possa fare proseliti, non tanto perché auspico o immagino uno stravolgimento del panorama ampelografico della Franciacorta, ma in quanto la percentuale del 10% massimo nella cuvée stabilita nel 2017 dal disciplinare potrebbe essere aumentata. E mi riferisco, in particolare, alle cuvée della tipologia Brut, alle quali potrebbe dare un contributo senza andare a spostare gli equilibri ai quali siamo abituati».
BRESCIANINI SULL’ERBAMAT: «ANCORA PRESTO, MA ALL’ESTERO È GIÀ UNA CHANCE»
Silvano Brescianini, presidente del Consorzio Franciacorta e ceo di Barone Pizzini – foto credits Vinitaly International
Sull’argomento interviene anche Silvano Brescianini, in duplice veste: quella di presidente del Consorzio Tutela del Franciacorta e di direttore generale di Barone Pizzini, che dal 2008 ha impiantato il vitigno autoctono bresciano ed è tra le aziende che stanno sperimentando di più sulla varietà: «Ho sempre sostenuto che l’Erbamat è un regalo che ci fa la storia: non capita a tutti di trovare un vitigno già presente nel bresciano sin dalla metà del Cinquecento».
«Inoltre – continua – è anche una varietà che ha caratteristiche “tecniche” interessanti per fare Franciacorta. Oggi si parla solo della sua acidità, ma un altro aspetto molto interessante è il suo basso contenuto di polifenoli: in parole povere, non ha sostanze che “invecchiano”. Ossida molto poco. Dunque, più si aumenta la percentuale di Erbamat, più cresce la necessità di far perdurare l’affinamento sui lieviti, perché ha una sorta di “effetto antiage”. Lo stiamo studiando e abbiamo solo una possibilità all’anno, ovvero la vendemmia, per fare progressi in termini analitici. Oggi, come presidente della Franciacorta, mi sento di dire che ci stiamo mettendo il nostro impegno per capire se il vitigno possa dare maggiore personalità alle nostre cuvée».
«Come produttore, per conto di Barone Pizzini – aggiunge Silvano Brescianini – mi sento invece di dire che la varietà è molto interessante e che, a mio avviso, in un’epoca in cui lo storytelling ha un certo valore, soprattutto all’estero, parlare di una varietà presente nel Bresciano sin dal Cinquecento e sottolineare che i nostri Franciacorta possono essere ottenuti da un vitigno che abbiamo solo noi, è un aspetto da non sottovalutare. Posso assicurare che a New York, parlare di Erbamat, fa un certo effetto e gli Stati Uniti sono un nostro mercato che non si può sottovalutare». Una storia, insomma, ancora tutta da scrivere.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
VILAFRANCA DEL PENEDÈS – Neppure il tempo di mettere piede a Barcellona e, puff. Primo impatto col Cava. Esemplificativo. La bottiglia più costosa dello spumante Metodo classico spagnolo, nell’illuminatissimo Duty Free dell’aeroporto El Prat, è quella vestita coi colori – blaugrana – della squadra di Messi: 17,25 euro. A scaffale c’è anche Freixenet, ad appena 8,50 euro. Al supermercato, in Spagna come in Italia, il Cava può costare ancora meno: 3 euro. La partita tra Consejo Regulador e Corpinnat si è decisa anche a colpi bassi come questi. Sul fronte dei prezzi.
La notizia è che c’è una seconda Cataluña in rivolta. Più silenziosa di quella portata agli onori delle cronache da Carles Puigdemont. Ma altrettanto determinata a prendere le distanze dal “nemico”. È la Cataluña delle 9 cantine in lotta con il Consejo regulador del Cava, l’organismo di controllo dello sparkling iberico.
Dopo anni di tentativi di negoziazione, il gruppo di produttori del Penedès – la zona classica del Cava, 50 chilometri a ovest di Barcellona – ha abbandonato il Consorzio per promuovere il marchio indipendente Corpinnat.
Si tratta di Gramona, Llopart, Nadal, Recaredo, Castellroig Sabaté i Coca, Torelló, HuguetCan Feixes, Júlia Bernet e Mas Candí, riunite in una vera e propria Associació de Viticultor i Elaboradors (Avec).
Altri vigneron sarebbero pronti a salire a bordo della nave dei pirati del Cava che, coi loro 2,2 milioni di bottiglie di bollicine, hanno sottratto allo spumante spagnolo una fetta cospicua del “top di gamma”.
Eppure, l’idea iniziale era quella di veder riconosciuto il brand all’interno del Consorzio. All’apice della piramide qualitativa. Oggi il Corpinnat è un European Collective Brand. Un Brand collettivo europeo. Avallato da Bruxelles.
Paesi come Svezia, Finlandia e Norvegia, determinanti per l’export dei vini iberici e molto restrittivi sul fronte delle importazioni di vino e alcolici, in Monopolio di Stato, hanno aperto appositi tender per il Corpinnat.
Ma il brand continua ad essere ripudiato dal board presieduto da Javier Pagés Font, vicepresidente della Federación Española del Vino e Ceo del GrupoCodorníu Raventós, una delle tre aziende che, da sole, producono l’80% dei 244,5 milioni di bottiglie del Cava (1.146 miliardi di euro di giro d’affari, nel 2018).
L’INTERVISTA. TON MATA: “IL CORPINNAT? SCELTA NECESSARIA”
Uscire dal Consejo regulador, a detta di tutti i membri del Corpinnat, è stata “una necessità“. A chiarirlo bene, in un’intervista esclusiva concessa a WineMag.it, è Ton Mata (nella foto sopra) numero uno di Recaredo e co-presidente dell’Avec, assieme a Xavier Gramona.
“Con tutto il rispetto – commenta Mata – la DO Cava presenta gravi svantaggi per chi vuole produrre vini di terroir, ovvero per quei produttori di vino che intendono riflettere il territorio nel modo più semplice e trasparente possibile, nelle loro etichette. Questo obiettivo sembra un sogno irrealizzabile nel contesto di un DO che interessa un’area vasta da Empordà a Almendralejo (1.115 km) e da Logroño a València (480 km)”.
Nell’ambito di questa grande zona abbiamo contato 27 diverse denominazioni di origine. Se ci sono validi motivi per avere 27 diverse denominazioni di origine per i vini fermi, può avere senso avere un solo spumante DO che copre l’intera area?”.
Le ragioni alla base della situazione attuale sono storiche. Legate a doppio filo all’entrata della Spagna nell’Unione Europea. “Ma non esiste una logica tecnica per l’attuale stato delle cose”, attacca Ton Mata.
“Pensiamo che nessun altro approccio fosse possibile – spiega – ma il problema è un altro: la DO Cava non è stata in grado di evolversi su questioni apparentemente semplici, come la zonazione. Non c’è dunque molta connessione tra una bottiglia di Cava e il vigneto da cui proviene”.
Quello dipinto da Ton Mata è il quadro – avvilente – di uno spumante nazionale senza una precisa identità territoriale. Incredibilmente riconosciuto come Denominazione d’origine (quale?), tutelata dall’Unione europea.
Pochissime aziende del Cava – evidenzia il numero uno del Corpinnat – vinificano tutto il loro vino base. La stragrande maggioranza lo acquista interamente, o in alta percentuale, da fornitori. Ancora meno aziende lavorano interamente con i vigneti di loro proprietà”.
“Naturalmente – ammette Mata – il fatto che un enologo abbia i propri vigneti non significa che il suo vino sarà per forza migliore. Ma riteniamo che informazioni di base come queste dovrebbero essere disponibili per i consumatori e per i professionisti. E che dovrebbero servire come mezzo per incoraggiare le aziende a investire verticalmente nella produzione”.
In questi termini, il progetto Corpinnat assume una valenza assoluta per tutta la viticoltura spagnola. Ben oltre, dunque, gli interessi e i confini delle 9 aziende aderenti all’Avec. “Pensiamo che queste opzioni costituiscano anche un modo per portare i giovani in un settore come l’agricoltura, in cui la popolazione sta invecchiando rapidamente e inesorabilmente”, chiosa Ton Mata.
“Nelle migliori regioni vinicole del mondo – prosegue – c’è una forte connessione tra la vigna e il vino, ma questo non esiste nel Cava, secondo la mia modesta opinione. Riteniamo che ciò contribuisca molto a spiegare la mancanza di prestigio del Cava a livello internazionale e spieghi alcuni dei prezzi ridicolmente bassi e persino scandalosi che vediamo in giro”.
IL RICONOSCIMENTO DEL MARCHIO IN EUROPA
Da qui la “necessità” di dar vita all’Associació de Viticultor i Elaboradors e a un brand, il Corpinnat, da far riconoscere all’Unione europea. Un percorso burocratico ben noto a molte aziende italiane. Il Belpaese, infatti, detiene il primato di Stato europeo col maggior numero di “Collective brand” approvati negli ultimi 10 anni.
“Abbiamo collaborato con un consulente in brevetti e marchi – spiega Ton Mata – che ci ha suggerito di adottare questa forma giuridica. È stato necessario redigere un regolamento, un disciplinare con tanto di sanzioni in caso di non conformità e un sistema di audit esterno e un protocollo per l’ammissione delle cantine”.
Una volta redatti, tutti i documenti sono stati inviati a Bruxelles, in particolare all’Euipo, l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale. La documentazione del Corpinnat è stata approvata senza alcuna modifica. Nel giro di 6 mesi. L’ufficialità risale al 10 aprile 2018. Ma il percorso dell’Avec è iniziato molto prima.
“Nel 2012 – spiega Ton Mata – le cantine del Corpinnat hanno iniziato a lavorare su un rigido ventaglio di regole comuni, nell’ottica di dar vita a un’associazione famigliare utile a coloro che intendessero produrre un diverso tipo di spumante, capace di mettere al centro l’origine, ancor più del processo di vinificazione”.
“Oggi – continua Mata – il marchio collettivo europeo Corpinnat aiuta i consumatori e i professionisti a identificare i grandi spumanti prodotti nel cuore della regione del Penedès. Un nuovo quadro, utile a distinguere il vino di alta qualità all’interno del mondo del Cava”.
La coesistenza dei marchi Cava e Corpinnat in etichetta è stata possibile fino a quando il Consejo regulador – in netta contrapposizione con l’Avec – ha approvato una modifica al disciplinare. Vento in poppa per le barche dei pirati del Cava, che hanno iniziato così il loro viaggio in solitaria, nel mondo degli spumanti di qualità internazionali.
UN DISCIPLINARE CHE SEGNA LE DISTANZE DAL CAVA
Alla base del Corpinnat (“Cor”: “Cuore”; “Pinna“: diminutivo di “Penedès”; “Nat“: “Nato”, ovvero “Nato nel cuore del Penedès”) c’è un rigido disciplinare di produzione, destinato a diventare ancora più rigoroso quando Pinot Nero e Chardonnay – vitigni internazionali – saranno esclusi dalla base ampelografica, in favore di varietà come Xarel·lo, Macabeo e Parellada, ma anche del meno noto Sumoll, originarie del Penedès.
Le uve, di esclusiva proprietà aziendale, devono essere certificate biologiche e vendemmiate a mano, in cassetta. Vigneti e cantina devono trovarsi nel territorio del Corpinnat. Sono 22.966 gli ettari identificati nella zona classica, che comprende 46 Comuni racchiusi nel canalone tra il Montserrat (a nord ovest), il Massís del Garraf (a sud ovest) e il confine con Tarragona (a est).
La Plana Penededesca, meccanizzabile, continua ad essere appannaggio dei grandi produttori di Cava. Le zone terrazzate e impervie, ricche di calcare, limo e argilla, fino ad oltre 450 metri sul livello del mare, sono il regno dei vignaioli del Corpinnat.
Non è un caso che, al momento della fuoriuscita dal Consejo, la Denominación de Origen dello sparkling spagnolo abbia perso circa l’80% degli spumanti Gran Reserva, divenuti oggi a tutti gli effetti Corpinnat Reserva, col divieto della menzione della DO e del suffisso “Gran”.
La “Cava Revolution” si gioca in vigna, ma anche in cantina. Sono 18 i mesi di affinamento minimi sui lieviti del Corpinnat, contro i 9 del Cava. Un aspetto, quest’ultimo, che avvicina il noto spumante Metodo classico della Spagna al re degli Charmat internazionali – il Prosecco – più che allo Champagne (12 mesi) o al Franciacorta (18 mesi).
Ed è proprio alla più rinomata “bollicina” italiana che guardano i 9 rivoluzionari del Corpinnat, come esempio internazionale da riproporre in Spagna, nel segno della tradizione del Penedès. Un fil-rouge, quello tra i produttori catalani e i bresciani, segnato anche dal recupero di un’antica e preziosa varietà, capace di resistere ai cambiamenti climatici: il Sumoll.
Un lavoro molto simile a quello compiuto in Franciacorta con l’Erbamat, uva autoctona il cui utilizzo è oggi consentito dal disciplinare sino a un massimo del 10%, destinato probabilmente a salire fino al 30% nella nuova tipologia di spumanti che prenderà il nome di “Mordace“, già registrato dal Consorzio franciacortino.
“Grazie al suo elevato apporto di acido malico – rivela a WineMag.it Ramón Jané (nella foto, sopra) titolare con la moglie di una gemme del Corpinnat, Mas Candí – questa uva a bacca rossa ci sarà di grande aiuto in futuro, specie nelle estati torride. Chardonnay e Pinot Nero, infatti, non hanno la sua stessa resistenza alla siccità”.
Ramón conduce con la moglie Mercé Cusco la più piccola delle aziende del Corpinnat: 40 ettari per 60 mila bottiglie. A Les Gunyoles, proprio davanti alla cantina, si trova il vigneto sperimentale di Mas Candí, che col Sumoll produce due Corpinnat. Il bianco si chiama “Indomable”, proprio per le caratteristiche, freschissime, della varietà.
CORPINNAT, TRE GIORNI DI ASSAGGI
Diario di bordo
Day 1
Castellroig Sabaté i Coca, Recaredo, Gramona
Day 2
Mas Candí, Júlia Bernet, Llopard
Day 3
Nadal, Huguet Can Feixes, Torelló
CASTELLROIG SABATÉ I COCA
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Marcel ha una fissa: il terreno. Ha catalogato tutti i suoli dei 50 ettari di vigna di proprietà, che danno vita a 180 mila bottiglie di Corpinnat. La produzione complessiva di Sabaté i Coca è di 250 mila bottiglie, prodotte anche grazie alla linea Castellroig (“Castello rosso”, la traduzione in italiano).
Un’attenzione, quella di Marcel, che ha fatto fare il salto di qualità all’azienda fondata dal nonno. Ben 18 i suoli mappati, ognuno diverso dall’altro, ma con caratteristiche comuni quali la presenza di calcare, argilla e ferro. Il tutto nell’ambito di un progetto di zonazione che ha consentito di suddividere l’azienda in 66 parcelle.
“Terroir wines“, li chiama Marcel: l’uomo che più di tutti, all’interno dell’Associació de Viticultor i Elaboradors, sa dove cammina. O, meglio, su che cosa. “Con il Corpinnat – sostiene – abbiamo la grande opportunità di mostrare al mondo le qualità del Penedès, il miglior luogo dove produrre spumanti nell’area del Mediterranea”.
Corpinnat Brut Nature Reserva 2017, Castellroig Sabaté i Coca: 90/100
Il Metodo classico “base” di Marcel, ottenuto dall’assemblaggio delle uve Macabeo, Xarel·lo e Parellada provenienti da 24 differenti appezzamenti. Ventidue mesi sui lieviti, degorgement 10/2019. Naso gentile, su fiori e frutta. Perlage fine e persistente. Al palato una bella verticalità, su note di citriche e di mela verde. Freschezza ed eleganza ben coniugate alla facilità di beva.
Corpinnat Brut Nature 2014 “Mosset”, Sabaté i Coca: 91/100 È il frutto dell’assemblaggio di 6 “terrazze”, le cui uve sono state selezionate accuratamente. Visto l’approccio di Marcel, in questo caso sarebbe meglio parlare di assemblaggio di terreni, più che di uve. Nella cuvèe di “Mosset”, lo Xarel·lo prevale sul Macabeo e su un’elegantissima Parellada: 55 i mesi sui lieviti, degorgement 10/2019.
Dal calice, di un giallo paglierino luminoso, si dipanano richiami minerali netti, note di frutta esotica e ricordi di anice e finocchietto selvatico. L’assaggio si conferma iodico, fruttato, agrumato, con chiusura lunga, leggermente speziata. La struttura corpulenta e il perlage cremoso ne fanno uno spumante di assoluta gastronomicità.
Corpinnat Brut Nature 2012 “Josep Coca”, Sabaté i Coca: 92/100 Xarel·lo (85%) e Macabeo (15%) da vigne vecchie per l’etichetta dedicata al nonno di Marcel, Josep, l’uomo che diede avvio all’azienda di famiglia, piantando i primi vigneti. Degorgement 09/2019, 78 mesi sui lieviti. È il Corpinnat più “Champagne” della gamma di Sabaté i Coca, con le note di lisi ben integrate a quelle del varietale.
Esemplare l’espressione dello Xarel·lo, che qui si esprime su una gran concentrazione degli aromi e su una struttura corpulenta, ben avvolta nelle note di pasticceria. Pregevole l’allungo sulla macchia mediterranea e sullo iodio. Un viaggio, andata ritorno, dalla Francia al Penedès.
Corpinnat Brut Nature 2011 “Reserva Familiar”, Sabaté i Coca: 93/100 Sua maestà lo Xarel·lo, come mamma l’ha fatto: in purezza, nel calice. Degorgement 10/2019, 92 mesi sui lieviti. Si tratta dell’assemblaggio di 3 piccole porzioni del cru Terroja, fermentate per il 30% in botti castagno, con affinamento di 4 mesi.
Ancora una volta Marcel si affida alla vigna vecchia e alle espressioni del terreno per regalare uno dei Metodo classico manifesto del Penedès. Uno Xarel·lo concentrato, pieno, di struttura, eppure di grande eleganza e freschezza. Sorprende soprattutto la “giovinezza” del sorso di questo Corpinnat di straordinaria longevità.
RECAREDO
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Una delle aziende simbolo del Corpinnat, tra le principali promotrici del vento di rivoluzione nel Consejo del Cava. Di certo, una cantina che vale la visita anche dal punto di vista enoturistico. Un’emozione percorrere i cunicoli in cui riposa il prezioso spumante Metodo classico e assistere alla meticolosa sboccatura, effettuata a mano sotto l’occhio vigile dello chef de caveNúria Artiaga e del suo collaboratore Jordi Araujo.
Ma Recaredo, le cui radici affondano nel 1924, è soprattutto degna di nota per l’approccio biodinamico in vigna e in cantina. Varietà autoctone, lieviti indigeni, zero dosaggio e lunghi affinamenti (minimo 40 mesi) sono i quattro pilastri su cui si fonda la filosofia di questa “cantina di famiglia”, con base a Sant Sadurní d’Anoia.
Altra peculiarità: per la seconda fermentazione, Recaredo utilizza tappi di sughero al posto del tappo corona. “Siamo convinti di garantire più longevità ai nostri spumanti con questa scelta, riducendo i rischi di ossidazione e controllando da subito la micro ossigenazione”, spiega il direttore generale Ferran Junoy a WineMag.it.
Corpinnat Rosat Brut Nature 2014 “Intens”, Recaredo: 91/100
Monastrell (86%) e Grenache (14%) sono le varietà individuate da Recaredo per la produzione del “rosé de saignée” in alternativa all’internazionale Pinot Nero: 54 mesi sui lieviti, sboccatura 10/2019. Curiosa (ma azzeccata) la scelta del servizio in un calice da Borgogna. Uno spumante che chiama il piatto, con la sua assoluta gastronomicità.
Al naso fiori freschi, lamponi e fragoline galleggiano su una netta percezione iodica. Una nota amara leggerissima e piacevole gioca, in bocca, con la maturità di un frutto meno invadente del previsto. Riequilibrando e tendendo il sorso come la corda di un arco.
Sorprendente come una freccia, questo rosé che al naso si mostra gentile, quasi femminile. E in bocca ti ribalta dalla sedia, incollandoti al calice per l’estrema piacevolezza, sorretta da una gran freschezza e mineralità.
Corpinnat Brut Nature 2015 “Terrers”, Recaredo: 92/100
Xarel·lo (58%), Macabeo (32%) e un 10% di Monastrell vinificato in bianco: 41 mesi sui lieviti, sboccatura 06/2019. Uno Metodo classico che fa dell’immediatezza la sua carta vincente. Godibilità e bevibilità estreme, rese possibili da un frutto pieno, in perfetta alternanza con la mineralità. In bocca aiuta anche la bollicina, fine e cremosa.
Corpinnat Brut Nature 2013 “Serral del Vell”, Recaredo: 94/100
Ancora una volta Xarel·lo e Macabeo, sboccatura 11/2019. Perlage finissimo e fittissimo. Al naso tutta la tipicità del Penedès, coi ricordi di anice, semi di finocchio, ma anche agrumi. Non manca una nota ammandorlata e un vago tocco fumè, conferito da due mesi di affinamento dello Xarel·lo in barrique. Spumante elegantissimo e gastronomico.
Corpinnat Reserva Particular de Recaredo 2007, Recaredo: 93/100 Le bottiglie complessive prodotte dalla cantina sono 300 mila, ma di fronte ad etichette come questa ci si rende conto di quanto, ogni singolo “pezzo”, possa rappresentare un’opera d’arte a sé stante. Capace di emozionare.
Crema e sale i descrittori di sintesi di questa Riserva 2007, stappata da Junoy e Araujo nel “caveau”, pescandola tra le ultime 150 bottiglie a disposizione della cantina (merci encore). Forma smagliante per la cuvèe di Xarel·lo e Macabeo, che si dividono equamente il “monolocale” di vetro.
Bocca estremamente pulita in chiusura, grazie a una mineralità di razza che ben si coniuga alle note mielate leggere, di un principio ossidativo. I ricordi di camomilla rendono ancora più spessa la cornice di uno spumante unico.
Corpinnat Brut Nature 2006 Turó d’en Mota, Recaredo: 96/100 Xarel·lo in purezza, da singola vigna: 146 mesi sui lieviti, degorgement 7/2019 (bottiglia 3328 di 4864). La punta di diamante della gamma della cantina di Sant Sadurní d’Anoia. Un’etichetta capace di rappresentare ai massimi livelli il Penedès ed esemplificare, da sola, il senso stesso del progetto Corpinnat, fondato su selezione e qualità assoluta.
Il giallo paglierino non racconta l’anno della vendemmia, né i mesi trascorsi dal nettare in bottiglia. Lo stesso fanno naso e palato, che si rivelano ancora giovanissimi. Merito di una mineralità esplosiva, che tiene per le briglie le note di lisi e danza sulle tipiche note di anice e semi di finocchio.
Ottima la corrispondenza gusto olfattiva. Il centro bocca è teso e affilato, su ricordi di agrumi che vanno dal succo alla buccia. Una nota leggermente speziata incanta nel finale, di straordinaria persistenza e salinità. Chapeau.
GRAMONA
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“Artigiani del tempo”. E come dare torto al claim di Gramona, la casa vinicola che più di tutte, nel Penedès, ha saputo reinventarsi sino a risultare oggi moderna, nel segno della sostenibilità e dei principi della biodinamica. Gramona, inoltre, è in grado di dare un tocco unico ai propri Corpinnat, con una liqueur d’expedition da Solera.
Tutto inizia a metà dell’Ottocento. L’enologo Josep Batlle, dopo anni di esperienza, lascia il timone al figlio Pau, che inizia a produrre i primi spumanti Metodo classico della zona, base Xarel·lo.
Determinante il matrimonio dell’erede Pilar con Bartomeu Gramona, figlio di Josep Gramona, presidente della Gilda dei Taverners di Barcellona e fondatore di “La Vid Catalana”, rivista dell’Associazione dei produttori di vino catalani. Dal sodalizio prende vita il marchio di spumanti Gramona.
Oggi la cantina conta 304 ettari certificati Demeter: 85 quelli di proprietà, mentre il resto dei terreni sono di conferitori storici, riuniti nell’Aliances per la Terra. Grandi numeri anche in cantina: 1,2 milioni di bottiglie (60% Corpinnat) in parte destinate alla Grande distribuzione organizzata, senza preconcetti di sorta.
Corpinnat 2014 Imperial, Gramona: 89/100
È l’etichetta base della casa di Sant Sadurní d’Anoia, che fa dei lunghi affinamenti in cantina e dell’assoluta piacevolezza della beva la propria cifra stilistica. Un Brut dosato 6g/l, ottenuto dall’assemblaggio di Xarel·lo (40%), Macabeo (40%), Parellada (5%) e Chardonnay (15%), grande passione del numero uno, Xavier Gramona.
Perlage fine e persistente per questo Metodo classico morbido e avvolgente sin dal naso, con le sue note di mela e frutta a polpa bianca, matura, rinvigorite dai classici ricordi di anice. Palato cremoso e avvolgente, con note di pasticceria che ben si legano alla mineralità e alla freschezza.
Corpinnat Brut Nature 2012 Finca Font de Jui “III Lustros”, Gramona: 91/100 Presenza più cospicua di Xarel·lo (65%) nella cuvèe completata dal Macabeo (35%). Minimo 70 mesi sui lieviti per questo Metodo classico che si presenta più tagliente e affilato del precedente, senza rinunciare alla frutta matura.
La cifra è ancora una volta l’estrema bevibilità, gradevolezza e gastronomicità. Le note avvolgenti di crosta di pane rendono il sorso vengono stuzzicate da una gran freschezza e da una salinità decisa.
Corpinnat Brut 2009 Finca Font de Jui “Celler Batlle”, Gramona: 90/100 Xarel·lo e Macabeu, 65% e 35%. Altro Brut dosato 6g/l che porta dritti in Champagne, per la predominanza delle note di lisi sul corredo varietale, giocato sulla frutta candita. Il colore, giallo dorato, evidenzia che qualche anno è passato. Ma il nettare risponde bene: più che mai viva la freschezza al sorso, in un bel gioco con la pasticceria.
Corpinnat Brut Nature 2002 Paratge Qualificat Font de Jui “Enoteca”, Gramona: 95/100 L’anima del Penedès in questo straordinario Metodo classico di Gramona, ottenuto da un 75% di Xarel·lo e da un 15% di Macabeu. Sedici anni sui lieviti e non sentirli, si potrebbe dire. La verticalità assoluta del sorso parla di una longevità assoluta, non ancora giunta al suo apice.
Eppure il sorso, oltre a risultare affilato come una lama, mostra un ottimo apporto di materia: la consueta frutta matura, che gioca con ritorni (corrispondenti al naso) di frutta secca, polvere di cacao e fondo di caffè. La chiusura è particolarmente rinfrescante: un aspetto reso ancora più sorprendente dagli accenni di pepe bianco.
Buone, di Gramona, anche le prove dei Corpinnat “La cuvèe” Brut 2015 (88/100, perfetto vino quotidiano), “Argent” Brut 2014 (90/100 per questo inconsueto Chardonnay in purezza) e “Argent” Rosé 2014 (92/100, Blanc de Noir da Pinot Nero teso, agrumato, salino e verticale).
MAS CANDÍ
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Che la vita di Ramón Jané e della moglie Mercé Cusco is all about wine – tutta incentrata sul vino – è chiaro sin dal fatto che, al posto del giardino, i due abbiano un vigneto sperimentale. Pochi filari, allevati con le varietà autoctone del Penedès, “da recuperare e valorizzare”. La casa, per di più, è adiacente alla cantina.
Mas Candí, in definitiva, è la realtà più giovane del Corpinnat. E la più sorprendente. Quella in cui si respirano a pieni polmoni le ragioni della rivoluzione in corso in Cataluña. “Il patrimonio più importante della mia cantina è aver conservato le vigne vecchie – dice Ramón – rinunciando agli aiuti dell’Ue per l’espianto e reimpianto, nel 2001″.
Una storia di coraggio, di sacrificio e di professionalità assoluta, che ha portato la coppia, per amore della terra, ad aderire al circuito dei vignaioli naturali catalani “Vinyes Lliures“. Quaranta ettari per 60 mila bottiglie totali. Un grande esempio di artigianalità in un Penedès destinato a imporsi ad altissimi livelli con la sua viticoltura ecologica.
Corpinnat Brut Nature 2016, Mas Candí: 89/100 Xarel·lo (50%), Macabeo (25%), Sumoll (15%), Parellada (10%). Quasi 30 mesi sui lieviti, sboccatura 10/2019. Giallo paglierino e perlage molto fine e persistente. Un Metodo classico molto profumato, floreale, fruttato e minerale già al naso, con rintocchi netti di macchia mediterranea.
In bocca risulta verticale, freschissimo e salino. La bollicina lavora bene sulle durezze, ammorbidendo come seta il sorso. Uno spumante dalla beva instancabile, perfetto a tutto pasto. Semplice, ma tutt’altro che banale.
Corpinnat Brut Nature 2014 “Segunyola”, Mas Candí: 92/100 Il singolo vigneto vecchio di Xarel·lo da cui nasce Segunyola è da visitare: manifesto del credo di Ramón, che ci ricava poca uva, ma di grandissima qualità. Il naso, di fatto, è su un frutto di gran concentrazione ed espressività, nella sua perfetta maturità.
Nuovamente ricordi di macchia mediterranea, di anice e di finocchietto selvatico a solleticare l’olfatto, assieme a un accenno appena percettibile di brace. Leggerissimi anche gli accenni di pasticceria, in un quadro più che mai complesso, che cambia di secondo in secondo, grazie all’ossigeno e alla temperatura che cresce, nel calice.
La malolattica, svolta senza induzione, ha l’effetto di regalare un sorso rotondo e piacevole, sul pentagramma delle note fruttate mature e della lisi già avvertita al naso. Freschezza e salinità non mancano e riescono a reggere il colpo.
Uno spumante che, in definitiva, non rinuncia alla tipicità. Ma che, con un tocco di verticalità e struttura in più sarebbe stata l’apoteosi. Recente la sboccatura della bottiglia degustata: 10/2019.
Corpinnat Brut Nature 2013 “Indomable”, Mas Candí: 91/100 Ha scelto un cavallo, Ramón Jané, per rappresentare la vena selvaggia e “indomabile” – per l’appunto – di una delle varietà autoctone a cui è più affezionato: il Sumoll, che in “Indomable” (vinificato in bianco) si divide la scena con Xarel·lo, altro vitigno di carattere e struttura. La sboccatura, anche in questo caso, è recente: 10/2019.
Il perlage, fine e persistente, di eccezionale vitalità, sembra sottolineare la vena scalmanata delle due varietà. Al naso dominano le note fruttate: lampone, fragolina, piccoli frutti rossi in generale, di buona maturità. Ricorda per certi versi certe prove di spumantizzazione del Nebbiolo. Non mancano, però, tratti vinosi leggeri.
Perfetta la corrispondenza gusto olfattiva, segnata da ritorni di frutti di bosco, in particolare fragolina e lampone, croccanti e perfettamente maturi. Bella pienezza di bocca e lunghezza, con accenni salini ad allungare il sorso.
Corpinnat Brut Nature 2016 “Prohibit”, Mas Candí: 90/100 Rosé carico, ancora una volta in stile saignée. L’idea di Ramón è quella di venderlo giovane, nel pieno dell’espressività del frutto del Sumoll. Diciotto mesi minimo sui lieviti, sboccatura 10/2019. Perché Prohibit?
Si è sempre chiamato così, anche quando era un Cava. E soprattutto quando il Sumoll non era tra le varietà ammesse per la produzione dello sparkling spagnolo. Ramón, sulla scheda per il Consorzio, scriveva Monastrell. Tutti felici.
A comporre la cuvèe, in questo caso, anche un tocco di Xarel·lo (2%). Le note di frutta sono molto simili a quelle del precedente assaggio, ma dotate di maggiore carattere e pienezza. Non mancano, al naso, accenni verdi, di macchia mediterranea.
In bocca, “Prohibit” mostra tutto il nerbo della varietà “indomabile”. Siamo di fronte a un rosato muscolare, capace però di abbinare bene la pulizia del frutto a una salinità piuttosto marcata. Un rosato dissetante e, al contempo, gastronomico.
JÚLIA BERNET
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Si legge così sull’insegna e sulle etichette delle bottiglie. Ma il tempo di Júlia deve ancora arrivare. Si tratta della figlia del titolare di quest’altra cantina gioiello del Penedès, Xavier Bernet: “Sta finendo l’università, poi spero mi darà una mano in azienda. Intanto le abbiamo intitolato la cantina…”.
“Vinyes de Muntanya” è il claim : quasi tutti gli appezzamenti si trovano su terrazzamenti eroici, delimitati da muretti a secco, in una delle zone più alte del Corpinnat (430 metri slm). A giudicare dal sorriso di Xavier, stampato sul viso anche quando si chiude fuori dall’auto, con le chiavi nel quadro, sembrerebbe un gioco da ragazzi.
Xavier sorride pure quando ti mostra i muretti a secco, scaraventati giù dal vento e dalla forza di gravità: “In due, tre giorni, li rimetteremo su”. Sorriso o no, questo vignaiolo tutto cuore in faccia è un altro pirata del Cava. Stanco dei prezzi da fame col quale venivano liquidate le sue uve, vendute negli anni scorsi alla cooperativa locale.
“Entrare nel Corpinnat – ammette Xavier Bernet – è stato come prendere una scossa. Mia moglie ed io siamo sempre stati contro la burocrazia. Oggi forse ne abbiamo più di prima, ma questo gruppo è stata un’aspirina”. Tutti gli assaggi delle etichette di Júlia Bernet sono avvenuti con sboccatura à la volée, in cantina.
Corpinnat Brut Nature 2014 “Exsum Or”, Júlia Bernet: 89/100 Xarel·lo (60%), Chardonnay (40%). Perlage finissimo, gran croccantezza del frutto. Sale, crema, limone e di nuovo sale, in allungo. La varietà locale gioca molto bene con l’internazionale Chardonnay. Il sorso resta tipico.
Corpinnat Brut Nature 2014 “R-130”, Júlia Bernet: 92/100 Xarel·lo in purezza, ma di montagna. L’escursione lo rende ancora più teso e complesso. A una tendenza amara iniziale risponde una nota di liquirizia che arrotonda e rende ancora più profondo il sorso.
Sale, come sempre, in gran evidenza, assieme a ricordi d anice e finocchietto. Il frutto è polposo, materico. La beva instancabile, nonostante l’ottima struttura, ne fanno uno Corpinnat col quale osare negli abbinamenti.
Corpinnat Brut Nature 2015 “60 x 40”, Júlia Bernet: 86/100 Si ribaltano gli equilibri: Chardonnay (60%), Xarel·lo (40%). Naso e sorso paiono lontani dai canoni stilistici del Penedès, ma mineralità e struttura dello Xarel·lo fanno il possibile per tenere questa cuvèe attaccata al territorio. Se l’obiettivo è internazionalizzare, bene. Ma attenzione a non prenderci la mano. Si rischia la standardizzazione.
Corpinnat Brut Nature Xarel·lo Vermell 2017, Júlia Bernet: 91/100 Tipicità estrema per questo Metodo classico prodotto con un biotipo di Xarel·lo recuperato da Xavier, il Vermell. Zero solforosa aggiunta: una prova, non ancora in commercio, del tutto riuscita. Naso sulla brace, oltre che sul frutto, pienissimo e succoso. Palato finissimo, minerale e di struttura corpulenta. Avanti tutta.
Corpinnat Brut Nature 2016 “Ingenius”, Júlia Bernet: 92/100 Xarel·lo al 80%, completato da un 20% di Chardonnay. Un Corpinnat pieno, ricco, verticale, salatissimo, capace di sfoderare – al contempo – un gran frutto, di maturità perfetta. La nota amara fa nuovamente capolino in chiusura, assieme ai ricordi balsamici e di erbe alpine. Uno spumante di montagna, a tutti gli effetti: carattere, salinità, piacevolezza, profondità. Non manca nulla, se non un po’ di riposo in bottiglia. Il prossimo anno sarà una favola.
Corpinnat Brut Nature 2009 “Maria Bernet”, Júlia Bernet: 93/100 Sua maestà lo Xarel·lo, in purezza. Frutta e gran mineralità al naso, che si confermano in un palato di grande consistenza e verità. Altro vino manifesto del Penedès, prodotto dalla singola vigna (di montagna) d’Ordal.
LLOPART
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Basta poco per capire chi hai di fronte. Domanda e risposta. “Mr. Llopart, come si sente oggi, nei panni del rivoluzionario del Corpinnat, dopo aver contribuito con la sua azienda alla nascita e alla crescita stessa del Cava?”.
“Es evolucion”. “È evoluzione”, risponde Pere Llopart Vilarós. Novant’anni, enologo, si trascina lento, con l’aiuto di un bastone per la cantina che ha visto crescere ed evolversi fino ad oggi. Rifiutando (quasi) l’aiuto dei figli. Non tanto per orgoglio. Piuttosto perché le energie non mancano a questo pezzo di storia della cantina di Subirats.
Restiamo in quota, non lontano dalla cantina Júlia Bernet., a 350 metri sul livello del mare. Ma alziamo il tiro e le dimensioni aziendali: Llopart produce 480 mila bottiglie da 95 ettari di vigneti. La vocazione, come suggerisce la prima bottiglia di “Espumos” del 1887, è spumantistica: ben 450 mila i pezzi di Corpinnat sul mercato ogni anno.
Tra le peculiarità della cantina, oggi nella mani di cinque eredi (quinta generazione), la presenza di un percorso di trekking tra i vigneti, per cuori forti. Si arriva in uno splendido vigneto con vista sulla valle del Penedès e sul Montserrat, per poi calarsi tra le pareti calcaree scavate dall’acqua, da cui affiorano conchiglie e fossili.
Corpinnat Rosé Brut Reserva 2017, Llopart: 89/100 Monastrell (60%) e Garnacha (20%), completate da un 20% Pinot Noir. Dosaggio 6 g/l. Si tratta di uno dei best seller della cantina. Rosa salmone alla vista, perlage fine e persistente. Buona finezza e freschezza, chiusura sul frutto. Un rosé garbato, ben fatto, di buona persistenza, perfetto da solo o in occasione dell’aperitivo.
Corpinnat Rosé 2016 “Microcosmos”, Llopart: 91/100
Qui il Pinot nero ha il sopravvento sul Monastrell (80% – 20%) e il risultato è un rosé di assoluta eleganza e gastronomicità, tra i migliori degustati nel Penedès. Buona pienezza al palato, senza rinunciare alla verticalità. L’accenno vinoso in chiusura lo rende più rosso che bianco, con la salinità a fare da spina dorsale.
Corpinnat Brut Nature Reserva 2016, Llopart: 89/100 È appena iniziata la commercializzazione della vendemmia in degustazione (sboccatura 11/2019), elaborata secondo la cuvèe che prevede un 40% di Xarel·lo, un 30% di Macabeo, un 30% di Parellada e un 10% di Chardonnay. Si tratta dell’etichetta d’entrata della cantina, prodotta sin dagli esordi come Cava.
Naso dominato dalle note morbide e ammandorlate dello Chardonnay, bocca tutta sulla struttura dello Xarel·lo, la freschezza del Macabeo e l’eleganza della Parellada. Un assemblaggio davvero ben pensato.
Corpinnat Brut Nature 2016 “Integral”, Llopart: 91/100 Uno dei pochi esempi di cuvèe con prevalenza della Parellada (40%), elemento consentito dall’altezza media dei vigneti della cantina di Subirats. Completano Chardonnay (40%) e Xarel·lo (20%). Gran bella eleganza e freschezza balsamica al naso, coi suoi richiami alla macchia mediterranea e agli aghi di pino.
In bocca, il nettare riflette freschezza e balsamicità, unendo una vena minerale decisa, salina, prima di una chiusura lunghissima, su echi balsamici. Un metodo classico che riflette le peculiarità della zona in cui è prodotto.
Corpinnat Brut Nature 2014 “Imperial Panoramic”, Llopart: 91/100 Xarel·lo (40%), Macabeo (40%) e Parellada (20%), 50 mesi sui lieviti. Naso gentile, su frutta come la pesca. Accenni di macchia mediterranea e pietra focaia, su note di pasticceria. In bocca gran freschezza, sui ritorni di lievito. Chiusura nuovamente sul frutto, pieno, cremoso, rinvigorito da una buona salinità e freschezza.
Corpinnat Brut Nature 2013 “Leopardi”, Llopart: 92/100
Xarel·lo (40%), Macabeo (30%), Parellada (30%) e Chardonnay (10%). Dopo la riduzione iniziale, il nettare si apre su note di lisi ben più accentuate rispetto agli assaggi precedenti. Non mancano la macchia mediterranea, l’anice e il finocchietto: bel connubio Spagna-Francia. In bocca buona pienezza e corrispondenza. Gran gastronomicità.
Corpinnat Brut 2010 “Ex Vite”, Llopart: 93/100
Xarel·lo (60%) e Macabeo (40%) direttamente dal cru di Las Flandes, anfiteatro naturale da cui provengono due delle etichette top di gamma di Llopart. Perlage finissimo e persistente. Naso dominato dallo iodio e da una frutta di gran precisione, con accenni di pasticceria e di brace. La bollicina è cremosa e viva al palato, avvolgente.
Sorso connotato da una freschezza assoluta, seguita da ritorni salini e di pasticceria più evidenti rispetto al naso. Un quadro di assoluta gioventù – nonostante si tratti di una vendemmia 2010 – sostenuta dall’ottima struttura.
Corpinnat Brut Nature 2008 “Espumos”, Llopart: 94/100
Etichetta che rappresenta la storia della famiglia: 60% Xarel·lo e 40% Macabeo. Giallo paglierino che maschera bene l’anno di produzione delle uve. Eleganza assoluta al naso, dove le note di lisi sono evidenti (pasticceria, crosta di pane) ma sovrastate dal varietale.
Ecco dunque la macchia mediterranea e, nuovamente, gli accenni di brace e il fumè tipici del biotipo di Parellada presente nel vigneto storico. Al palato, in un quadro di perfetta corrispondenza, anche la liquirizia. La chiusura, lunga, infinita, vede il ritorno prepotente di un frutto a polpa gialla di gran concentrazione, quasi candito.
HUGUET CAN FEIXES
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Molto più di una semplice cantina. Can Feixes, letteralmente “Casa della famiglia Feixes”, è una visione. Del Penedès, delle sue uve. Ma anche del ruolo dell’uomo nel contesto ambientale. Tutto è preciso e meticoloso. Pensato e dosato. Sia in cantina che in vigneto. Le parole d’ordine? “Preservare” e “restituire”.
Oggi Can Feixes – 300 ettari di terreni di cui 80 vitati, a circa 400 metri sul livello del mare – è nelle mani di Joan, Joseph M. e Xavier Huguet, terza generazione della famiglia che ha acquisito la tenuta dai discendenti del fondatore, Don Jaume Feixes, rimasti senza eredi.
Joan è anche il presidente del Consell Regulador della Denominació d’Origen Penedès. Tutto tranne che un burocrate. Anzi, un uomo che si emoziona ancora, camminando tra le vigne di oltre 90 anni, “che producono poco ma sono estremamente preziose per i vini della nostra cantina”.
Alle varietà autoctone (soprattutto Parellada, ma anche Macabeo e Malvasia de Sitges), Can Feixes affianca a Cabrera d’Anoia Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Nero e Petit Verdot, oltre al Tempranillo.
Circa 200 mila le bottiglie complessive, per la maggior parte di vino fermo, bianco e rosso. Il 25% della produzione è destinato agli sparkling Corpinnat. Due le etichette, che riflettono perfettamente la filosofia della cantina. Stessa base per entrambi. A cambiare è solo il dosaggio.
Corpinnat Brut Nature 2010, Huguet Can Feixes: 94/100
Parellada (60%), Macabeo (20%) e Pinot Noir (20%) vinificato in bianco. Perlage fine e persistente. Al naso tutta l’eleganza floreale, agrumata e minerale della Parellada – vitigno sensibilissimo, che dà il meglio di sé dai 350 metri d’altezza, nel Penedès – unita a richiami precisi di pera.
In bocca, questo Brut Nature 2010 si conferma di estrema eleganza ed essenzialità, giocata su una salinità evidente e una freschezza dissetante. Un quadro già perfetto, impreziosito in chiusura da ritorni di frutta matura e dalla cremosità delle note di lisi (pasticceria e limone candito) ben amalgamate al varietale.
Corpinnat Brut Classic 2010, Huguet Can Feixes: 92/100 Giallo paglierino carico e luminoso per questa cuvèe, ottenuta con le medesime percentuali del Brut Nature. In questo caso è però previsto un dosaggio di circa 6 g/l. Al naso il nettare è meno vibrante. Un Corpinnat che sembra iniziare dove finisce la precedente etichetta di Can Feixes: ovvero dalle note di lisi e di frutta matura.
Agrume candito e pasticceria giocano sulle note minerali anche al palato, che rivela così tutta la sua gastronomicità. L’ingresso è fresco e salino, ma si allarga ben presto sulla crosta di pane e sulla frutta matura, sulla spinta di una bollicina avvolgente e setosa.
NADAL
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Una cantina per tre “stili” di Corpinnat, capaci di accontentare non solo palati diversi, ma di rappresentare – nel calice – le peculiarità delle principali varietà del Cava originario: Xarel·lo, Macabeo e Parellada. Questa è Nadal, tra le “big” dell’Avec coi suoi 100 ettari e le sue 450 mila bottiglie prodotte.
Alle redini della cantina di El Pla del Penedès, oggi, c’è Xavier Nadal Penedès, terza generazione della famiglia che deve tutto a Ramon Nadal Giró. Fu lui, nel 1941, a ripiantare i vigneti distrutti dalla fillossera, al termine della Guerra Civile spagnola. Le piante hanno preso il posto di una pista per aerei, costruita appunto a scopi bellici.
Tra le caratteristiche che rendono unica Nadal, la produzione di vini dolci, sfruttando l’umidità che consente la formazione della muffa nobile, la Botrytis Cinerea. Ed è proprio grazie alle mistelle che Nadal è in grado di dare un carattere unico ai propri Corpinnat dosati, attraverso la liqueur d’expedition.
Corpinnat Brut Nature Reserva 2012, Nadal: 89/100
Bello spumante d’entrata di gamma, quello di Nadal. Merito di una cuvèe dominata dall’elegante Parellada (44%), completata da Xarel·lo (32%) e Macabeo (24%). Naso minerale e agrumato, bocca corrispondente: fresca e salina.
Corpinnat Rosé Brut 2014 “Salvatge”, Nadal: 89/100
Pinot noir in purezza, degorgement ad aprile 2019. Rosa salmone carico alla vista. Bella presenza al palato, con i 4,5 g/l di residuo ben integrati nel sorso. Chiusura vinosa dosata, che lo ancora più adatto alla tavola.
Corpinnat Brut Nature 2013 “Salvatge”, Nadal: 91/100 Un Metodo classico molto dritto, verticale, sul sale e sulla percezione iodica, sin dal naso. Non manca la frutta in questa cuvèe di Macabeo (60%), Xarel·lo (29%) e Parellada (5%). Una declinazione che fa pensare a certi Metodo classico dei Monti Lessini Durello, prodotti con l’uva Durella, in Veneto. Chiude leggermente amaricante, ma al contempo su ritorni garbatissimi e setosi, di lievito. Ancora giovane.
Corpinnat Brut 2014 “Salvatge”, Nadal: 92/100 Più Parellada (31%) che Xarel·lo (10%) in questo splendido Brut, base Macabeo (59%). E come al solito il vitigno “di montagna” non delude. Già al naso, l’eleganza è estrema. La finezza della Parellada, combinata con la freschezza diretta del Macabeo e la struttura dello Xarel·lo, tengono perfettamente per le briglie il dosaggio di 8 g/l. Infinita lunghezza e gastronomicità, per quello che risulta tra i migliori Brut del Penedès.
Corpinnat Brut 2014 “Rng”, Nadal: 94/100
“Rng” sta per Ramon Nadal Giró, il fondatore. Sboccatura 23/10/2019 per questa cuvèe di Xarel·lo (53%) e Parellada (47%) che ha davvero tutto: frutto, freschezza, finezza. Alle note floreali e di frutta candita del naso risponde un palato sorprendentemente bilanciato tra verticalità e ampiezza, tra note d’agrumi e di pasticceria. Lunghissimo.
Corpinnat Brut Nature 2004 “Rng10”, Nadal: 93/100 Colore giallo paglierino che fa ben sperare per la tenuta del nettare. Al naso principi ossidativi evidenziati da note di frutta secca, come arachidi e nocciole, che ben si coniugano con le note di “crianza”, ovvero l’affinamento (lungo, in questo caso) sui lieviti (sboccatura 01/2019).
Gran vitalità al sorso, fresco, agrumato, con ritorni di pasticceria. Eleganza e struttura per un altro spumante che mostra le ottime capacità di sfidare il tempo da parte delle “bollicine” dei pirati del Cava.
Corpinnat Brut Reserva “Original”, Nadal: 88/100 Tra gli spumanti più semplici e beverini degustati in Cataluña. Si tratta dell’etichetta “multivintage” di Nadal (in questo caso 2015 e 2016) che assicura così, di anno in anno, una certa uniformità di gusto (dosaggio 5 g/l).
Un’etichetta pensata per i clienti meno esigenti, ma comunque desiderosi di gustare una cuvèe di uve tradizionali del Penedès: 39% Parellada, 39% Macabeo, 22% Xarel·lo, affinati sui lieviti per un periodo minimo di 18 mesi.
TORELLÓ
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C’è da perdersi tra i corridoi stretti e stracolmi di bottiglie del “caveau” di Torelló, nei sotteranei di una splendida residenza – con annessa cantina – immersa nel verde dei boschi e dei vigneti. Siamo lungo la Carretera C-243, a 25 minuti dall’aeroporto El Prat di Barcellona. In quella che potrebbe essere la prima tappa di un tour del Corpinnat, vista l’assoluta vicinanza alla capitale della Cataluña.
La strada maestra, tra gli spumanti che riposano sui lieviti in attesa del degorgement, la indica il direttore, Toni de la Rosa Torelló. La tenuta conta 90 vitati sui 135 di proprietà. Undici le varietà allevate. La prima bottiglia di spumante a marchio risale al 1951. Ma la storia della famiglia di viticoltori Torelló risale al XV Secolo.
Oggi la cantina produce circa 300 mila bottiglie all’anno ed è una delle più attive nell’ambito della promozione del Corpinnat, anche dal punto del vista del marketing e del packaging, sempre moderno e accattivante.
Corpinnat Brut Rosé 2017 “Pàl-Lid”, Torelló: 89/100 Macabeo (75%) e Pinot Nero (25%) per questo rosé fresco, fruttato ed elegante, che si presta alla perfezione a un consumo spensierato e a un abbinamento a tutto pasto. Il dosaggio di 3 g/l è ben calibrato e solletica la croccantezza delle note di piccoli frutti rossi.
Corpinnat Brut Reserva 2014 “Special Edition”, Torelló: 89/100 Uno dei cavalli di battaglia all’estero della cantina. Cuvèe dominata da Xarel·lo (40%) e Macabeo (38%), con la Parellada (22%) a dare il suo tocco di finezza. Su uno sfondo minerale, iodico, si alternano – sia al naso sia al palato – note di frutta matura. Uno spumante preciso e beverino.
Corpinnat Brut Nature 2013 “Traditional”, Torelló: 90/100 Consueta cuvèe con prevalenza di Xarel·lo (50%) sul Macabeo (29%) e sulla Parellada (21%). Cresce la percezione minerale, sin dal naso, rispetto agli altri assaggi. Così come è più evidente il legame col territorio, sottolineato dai ricordi di semi di finocchio ed anice. Bella la chiusura, su ricordi di liquirizia. Un Metodo classico che abbina bene austerità e piacevolezza, freschezza e frutto.
Corpinnat 2011 “Gran Torelló”, Torelló: 91/100 Spalle larghe per questo Corpinnat 2011 che gioca in ampiezza sulle note di lisi, tra la pasticceria e i ricordi di miele e agrumi maturi. Ottima corrispondenza gusto olfattiva per una cuvèe (46% Xarel·lo, 30% Macabeo, 24%Parellada) che chiama il piatto.
Freschezza ed eleganza non mancano, specie in una chiusura dove il sorso trova il suo perfetto equilibrio, grazie a ritorni di iodio ed accenni balsamici. La sboccatura è recente (09/2019) e il nettare non potrà che evolversi bene.
Corpinnat Brut Nature 2015 “225”, Torelló: 92/100 Il nome dipende dall’affinamento dello Xarel·lo (47% della cuvèe) in barrique da 225 litri, per un mese. Solo acciaio per il 33% di Macabeo e per il 20% di Parellada. Perlage finissimo Al naso richiami netti di anice e semi di finocchio, macchia mediterranea (rosmarino), accenni fumè e ricordi di miele.
Il più complesso e intrigante dei “nasi” di Torelló anticipa un ingresso di bocca pieno. La spina dorsale di questo intrigante Corpinnat è costituita più dalla freschezza che dall’attesa vena salina, ammansita dalla rotondità dello Xarel·lo. La gastronomicità assoluta invita ad osare con l’abbinamento.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
COCCAGLIO – Se non fosse per la vista sui pendii boscosi del Monte Orfano, l’ingresso “alberato” di Castello Bonomi suggerirebbe il Chianti, più che la Franciacorta. Hanno trovato casa qui, nel 2008, i veneti di Casa Paladin che oggi vogliono distinguersi col progetto di recupero dell’autoctono Erbamat (“Cuvée 1564“) e i lunghi affinamenti sui lieviti delle varie etichette, prima dell’uscita sul mercato (750 mila le bottiglie in affinamento in cantina a partire dalla vendemmia 1986, in gran parte dalla vendemmia 2009).
L’intenzione del gruppo, che nel cuore del Gallo Nero detiene in effetti la terza delle quattro tenute (Premiata Fattoria di Castelvecchi) è parsa chiara fin dagli esordi. Con buona pace di chi pensava che la “holding” capitanata da Roberto e Carlo Paladin fosse venuta qui a “far Prosecco”.
Castello Bonomi – che prende il nome dall’unico Chateau della Franciacorta, un edificio in stile liberty di proprietà dell’ingegner Marino Bonomi, progettato alla fine dell’800 dall’architetto Antonio Tagliaferri – è oggi un’azienda sana dal punto di vista finanziario e in espansione.
Il fatturato segna un +30% rispetto al 2018. Ma il 2019 non è ancora finito e l’obiettivo è festeggiare un +40%, il primo gennaio 2020. L’Italia tira le fila del business, con l’80% degli utili. Senza contare le 20 mila bottiglie in più previste in uscita il prossimo anno. Col rintocco del gong a quota 100 mila.
È sano anche il calice di Castello Bonomi, che opera in regime biologico e riduce sempre più i contenuti di solforosa grazie al lavoro di uno chef de cave rigoroso come Luigi Bersini, affiancato dal giovane e motivato agronomo ed enologo Alessandro Perletti. Un’attenzione che si traduce nel desiderio spassionato di “bere” il Monte Orfano.
Un terroir unico nel puzzle della Franciacorta, che si traduce in una marcata salinità e in un “frutto” ancor più difficile da cogliere al momento esatto in vigna, per via dei 2 gradi centigradi in più di temperatura rispetto al resto dell’areale della Docg.
È un po’ Chianti ma anche un po’ Sicilia, Castello Bonomi: tra i muretti a secco che delimitano le vigne non è difficile scorgere addirittura qualche pianta di cappero. Motivo in più per investire nel progetto di recupero dell’antica varietà autoctona bresciana Erbamat.
Castello Bonomi ne è capofila, assieme ad altre quattro storiche cantine franciacortine, tra cui spicca (per ettari vitati, coraggio e determinazione) la Barone Pizzini dell’attuale presidente del Consorzio, Silvano Brescianini. A coordinare il progetto il professor Leonardo Valenti, dell’Università degli Studi di Milano.
Grazie agli elevati tenori di acido malico dell’Erbamat, la Franciacorta pensa di aver trovato “l’ingrediente” adatto a sopperire ai cali della freschezza degli spumanti, provocati dalle ultime estati torride. Agli enologi il compito di trovare la giusta percentuale di Erbamat nelle cuvée con Pinot Nero, Chardonnay e Pinot Bianco.
LA DEGUSTAZIONE
L’Erbamat, infatti, è tutto tranne che una varietà “timida”. Marca il calice, con la sua spinta “acida” e “fresca”. Per aiutare i consumatori a comprendere le caratteristiche di questa varietà autoctona, con la quale saranno prodotti nei prossimi anni i Franciacorta Docg della tipologia “Mordace”, Castello Bonomi immetterà sul mercato ad aprile 2020 la “Cuvée 1564“.
Si tratta di un vino senza Denominazione Franciacorta, ottenuto addizionando un 30% di Erbamat (oggi il disciplinare consente un massimo del 10%) ai tradizionali Pinot Nero (35%) e Chardonnay (35%). Un Vsq (Vino spumante di qualità) destinato al canale tradizionale. Enoteche e ristoranti, dunque, a listino fra i 30 e i 40 euro.
La speciale etichetta – prodotta in quantità limitata, solo 800 bottiglie – si posizionerà su una fascia prezzo intermedia della gamma di Castello Bonomi. A circa la metà del Franciacorta che domina la piramide, la “Cuvée Lucrezia Etichetta Nera” (60 euro + Iva il costo dell’annata in commercio, una strepitosa 2009).
Utilissima la verticale riservata alla stampa proposta da Castello Bonomi venerdì 13 settembre, a meno di 24 ore dall’inizio del Franciacorta Festival 2019. Nel calice le annate 2011, 2012, 2013 e 2014, tutte sboccate ad aprile e dosate con 2 grammi litro.
Per noi – ha spiegato Roberto Paladin – il progetto di recupero dell’Erbamat è molto importante. Dimostra la nostra visione futura del Franciacorta, in un’ottica di continuità qualitativa che non può prescindere dall’innovazione e dalle strategie utili a contrastare i cambiamenti climatici”.
Vino spumante di qualità Vsq Brut 2011 “Cuvée 1564” (non in commercio) Erbamat fra il 30 e il 32%, a completare Pinot Nero e Chardonnay. Naso piuttosto tipico del Franciacorta: crosta di pane, brioche, iodio caratteristico del Monte Orfano. Cremosa la frazione di Chardonnay, piuttosto riconoscibile. L’Erbamat marca il calice in due fasi: ingresso e retro olfattivo.
Vino spumante di qualità Vsq Brut 2012 “Cuvée 1564” (non in commercio) Erbamat fra il 38 e il 40%, a completare Pinot Nero e Chardonnay. Complice forse un periodo inferiore sui lieviti, il naso risulta maggiormente appannaggio dell’Erbamat, nella sua caratteristica buccia di agrume, tra l’arancio, il pompelmo rosa e il verde del lime. Anche in bocca l’Erbamat è più presente con la sua verticalità. Al netto dell’annata differente, il 10% in più di Erbamat si sente, eccome.
Vino spumante di qualità Vsq Brut 2013 “Cuvée 1564” (non in commercio) La cuvée ottenuta con le stesse percentuali della vendemmia 2013: Erbamat fra il 38 e il 40%, a completare Pinot Nero e Chardonnay. Siamo però di fronte alla migliore espressione dell’etichetta targata Castello Bonomi, al momento.
Naso che sfodera una bell’accento fumè, che gioca sul verde dell’Erbamat e sullo iodio. Oltre al frutto, giustamente maturo, una minore impronta della lisi favorisce l’espressione di uno spumante dal carattere pieno ed elegante.
Vino spumante di qualità Vsq Brut 2014 “Cuvée 1564” (in commercio da aprile 2020) Ritorno al passato per la composizione della cuvée. Come nel 2011, Erbamat fra il 30 e il 32%, a completare Pinot Nero e Chardonnay. Naso tendente nuovamente alla buccia di lime e al pompelmo, impronta dell’Erbamat.
In bocca una freschezza sull’altalena, su e giù sul frutto, assieme alla percezione salina. Chiusura su ritorni di buccia di agrume, che rendono il sorso asciutto e piuttosto elegante. Uno spumante che troverà nei prossimi mesi una quadra e un equilibrio perfetto.
IN CANTINA
Al netto delle differenti percentuali di uve che compongono la cuvée, la tecnica scelta da Castello Bonomi per la produzione di “1564” è ormai definita in cantina, dopo anni di sperimentazioni. L’uva viene pressata intera e la resa tendenzialmente non supera il 50%.
La fermentazione e il successivo affinamento avvengono in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata. Successivamente i vini vengono mantenuti sulle fecce, fino all’arrivo della primavera successiva. Grazie al controllo delle temperature, non viene effettuata la fermentazione malolattica. L’affinamento in bottiglia è di almeno 48 mesi.
Da servire a una temperatura compresa tra i 6 e gli 8 gradi, il Vino spumante di qualità “Cuvée 1564” di Castello Bonomi è perfetto con antipasti a base di salumi tipici come il salame di Montisola e la Ret, se si vuole cercare l’abbinamento territoriale. Ottimo con piatti a base di pesce di lago come la tinca al forno, il pesce persico o il luccio.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
PROVAGLIO D’ISEO – E’ la differenza che passa tra una bellezza naturale e una costruita dal chirurgo. Da un ambiente sano e ricco di biodiversità, non ritoccato dai “ferri” della chimica, nasce un vino “naturalmente” buono.
E’ quanto conferma per la prima volta al mondo uno studio avviato in Franciacorta dall’Università della California di Davis, in collaborazione con il professor Leonardo Valenti dell’Università degli Studi di Milano. Un progetto avviato tra i vigneti di Barone Pizzini, azienda pioniera della sostenibilità in Italia, poi diffuso in altre aree vinicole del Paese.
Non a caso Barone Pizzini ha affidato all’enologo Valenti la presentazione dei primi risultati dello studio, in occasione dell’assaggio delle basi spumante 2018 della maison franciacortina. L’analisi dei terreni dei “cru” – oltre 40 quelli a disposizione di Barone Pizzini – dà infatti vita a micro vinificazioni, utili alla perfetta composizione delle cuvée.
Un approccio che avvicina la cantina bresciana ad alcune note realtà cooperative dell’Alto Adige, che da anni vinificano separatamente le uve dei propri conferitori, per arrivare al miglior blend. La marcia in più è costituita dall’attenzione alle diverse condizioni registrabili nelle micro porzioni di ogni singolo vigneto.
Un puzzle nel puzzle, che si traduce per esempio in scelte differenti sui livelli di pressatura delle uve del medesimo “cru”, da stabilire in base alle caratteristiche di “croccantezza” ed elasticità della buccia.
Sembra una cosa ovvia la connessione tra la vitalità del suolo e la qualità del vino – spiega Silvano Brescianini, direttore generale di Barone Pizzini e neo presidente del Consorzio per la Tutela del Franciacorta – ma in realtà non sempre questo viene considerato”.
“Per di più – sottolinea Brescianini – non esistono pubblicazioni ufficiali su questo tema. Dobbiamo essere dunque orgogliosi, come italiani, di essere stati i primi a lavorarci. E un grande merito va al nostro enologo, il prof Valenti, e al nostro agronomo, Pierluigi Donna”.
I PUNTEGGI DI BIODIVERSITÀ “Quando una vite è in equilibrio con l’ambiente – spiega Leonardo Valenti – lo dimostra con un comportamento vegetativo corretto e una tendenza a generare uve di qualità. Non abbiamo fatto altro che analizzare i fattori alla base di questa correlazione, nel sottosuolo”.
Sono stati messi sotto osservazione i differenti appezzamenti di Barone Pizzini, ritenuti più o meno in grado, secondo le evidenze storiche raccolte in occasione delle diverse vendemmie, di produrre uve di maggiore o minore qualità.
Abbiamo dunque assegnato dei veri e propri punteggi di biodiversità ai diversi terreni – aggiunge Valenti – provando per la prima volta al mondo le precise assonanze tra i valori di vitalità del suolo e la qualità dei vini da esso prodotti. Il medico non tratta tutti i pazienti alla stessa maniera. Conoscere le caratteristiche di ogni singolo terreno ci aiuta a comprendere come aiutarlo naturalmente a produrre meglio”.
L’ASSAGGIO DELLE BASI E L’ERBAMAT Dal campo alla bottiglia, insomma, il passo è breve. E promette benissimo l’annata 2018 di Barone Pizzini, sulla base degli assaggi delle basi spumante dell’ultima vendemmia. Si tratta di prelievi di “botte”, che andranno a comporre i Metodo Franciacorta passando per il tiraggio e la successiva sboccatura.
Le uve atte alla produzione di spumante – ricorda il professor Valenti – devono raggiungere un’immaturità matura. Potremmo anche definirla una ‘maturità adolescenziale’, di un giovane che ha un carattere abbastanza formato, anche se ancora malleabile”.
E’ così che lo Chardonnay del “cru” Roncaglia, utile alla produzione dell’etichetta “Animante” (20-30 mesi sui lieviti) rivela una buona acidità, equilibrata col resto del corredo. Sarà infatti “tirato” a breve.
Più torbida la base dello Chardonnay di Ronchi, che finirà nella cuvée del “Satèn” o del “Naturae”. Una storia a sé per questo vino, ottenuto grazie a una selezione di lieviti indigeni compiuta in un magazzino sterile di Barone Pizzini, fino a individuare – tra 10 diversi – quello più capace di garantire elevati standard qualitativi in fermentazione.
Ben 5, ovvero la metà, sono risultati “gravemente problematici”: una riprova che anche tra i lieviti indigeni delle uve occorre fare selezione, per evitare arresti fermentativi o altri problemi indotti. Un progetto che Barone Pizzini intende comunque estendere ad altri vigneti.
Altro campione altra base: lo Chardonnay del “cru” del Roccolo è perfetto per il Franciacorta Riserva “Bagnadore”, prodotto di punta della cantina bresciana. Si tratta infatti delle ultime uve raccolte nel comprensorio aziendale.
Una maturazione più lenta che garantisce l’ottenimento di un vino base di potenza, struttura e maturità, grazie ad un accumulo di zucchero che non penalizza l’uva in termini di acidità e ph.
Non a caso le radici affondano in un suolo misto, dove parti profonde e sottili si mescolano. Una situazione simile a quella della fascia centrale della Borgogna, dove si trovano appunto i preziosi Grand Cru e i Premier Cru.
Tra gli assaggi più significativi anche quello dell’Erbamat, l’autoctono riscoperto da Barone Pizzini ed entrato ufficialmente tra i vitigni del Franciacorta dalla vendemmia 2017, con un massimo del 10%.
Un vitigno che dà vita a vini duri, ma dotati al contempo di una certa aromaticità, avvertibile nel retro olfattivo. In Italia può essere paragonato solo alla Durella, l’uva “tosta” con cui si produce il Metodo classico dei Monti Lessini.
“Il campanello d’allarme delle caldissime vendemmie 2003 e 2007 – spiega Silvano Brescianini – ci ha spinto ad interrogarci ancora più seriamente sui cambiamenti climatici. Tra le 18 varietà autoctone disponibili per la Denominazione abbiamo scelto l’Erbamat. Una scelta dovuta al fatto che matura 6-8 settimane dopo lo Chardonnay e mostra un’acidità malica elevata, oltre ad essere citata dall’agronomo bresciano Agostino Gallo già nel 1564″.
Barone Pizzini ha iniziato a reimpiantarlo nel 2008 in località Timoline (vigneto Prada). Nel 2011 le prime prove di vinificazione e nel 2016 i nuovi vigneti, per aumentare la massa critica. La cantina di Provaglio di Iseo, assieme a Berlucchi, detiene oggi la nursery dell’Erbamat.
Ci vorrà del tempo per capire se la sperimentazione avrà avuto gli effetti sperati – evidenzia ancora Brescianini – ma di sicuro avere un vitigno così sul territorio ci consente di presentarci all’estero con una storia autentica e di territorio da raccontare, oltre ai vantaggi garantiti dalle caratteristiche di questa uva”.
Secondo l’enologo Leonardo Valenti, la quota perfetta di Erbamat nella cuvée del Franciacorta è tra il 20 e il 25%, meglio se con Chardonnay e Pinot Noir. Sorprendenti, appunto, anche gli assaggi di Pinot Nero della vendemmia 2018 di Barone Pizzini: potenti, salini e dotati del giusto apporto di frutto.
Quel che è certo è che tutti i Franciacorta della cantina di Provaglio d’Iseo siano “ipocalorici”, come piace definirli al direttore Silvano Bresciani. Ovvero sostanzialmente privi di percezioni zuccherine. La “coda” dolce della liqueur d’expedition è poco percettibile ed è semplice capire perché: il vino “più dosato” è il Satèn, che registra tra i 4 e i 5,5 grammi di residuo.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Oltrepò pavese e Franciacorta, due tra le zone più vocate in Italia per la produzione di spumante Metodo classico, hanno dato il via alla vendemmia 2017.
Una raccolta anticipata che non trova memoria in epoca recente, nel Pavese. Già il 2 agosto il taglio dei primi grappoli sulle colline di Oliva Gessi, pittoresco borgo di 200 abitanti alle porte di Pavia, tra Casteggio e Montalto pavese.
I primi vigneti a raggiungere la giusta maturazione in Franciacorta sono invece quelli localizzati sul versante esposto a Sud del Monte Orfano, grazie al microclima più caldo.
Ma se in Oltrepò, primo terroir di Lombardia con 13.500 ettari di vigna sui 22 mila totali, si parte di consueto dalla raccolta delle uve base spumante (Pinot nero e Chardonnay), in Franciacorta l’attenzione è focalizzata sulla risposta di un altro vitigno: l’Erbamat.
L’AUTOCTONO RISCOPERTO
Il primo agosto è entrato in vigore il nuovo Disciplinare di Produzione approvato dal Ministero, che prevede la possibilità di utilizzare lo storico autoctono bresciano a bacca bianca nella misura massima del 10%, nel blend con Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero.
Sono interessate tutte le tipologie, tranne il Satèn. L’obiettivo del Consorzio di Tutela è quello di “permettere di testare le sue potenzialità in modo graduale e valutarne eventuali incrementi in futuro”. Un traguardo raggiunto dopo anni di sperimentazioni condotte in sordina sull’Erbamat, vitigno dimenticato ma di cui si ha notizia fin dal ‘500.
“Le modifiche al disciplinare – continua il Consorzio – che si riconferma il più restrittivo al mondo fra i vini rifermentati in bottiglia, restano quindi vocate all’obiettivo di perseguire l’eccellenza in ogni singolo passaggio produttivo e aprono la strada a nuove possibilità di differenziazione. In un mondo spumantistico che prevede pressoché ovunque l’impiego di Chardonnay e Pinot Nero, infatti, l’uso dell’Erbamat può diventare un fattore di esclusività importante, capace di ripercuotersi anche sull’interesse dei consumatori internazionali”.
LE STIME Il clima pazzo ha lasciato il segno sui vigneti della Lombardia con un taglio medio del 20% sui raccolti. E’ quanto stima la Coldiretti regionale in occasione della vendemmia 2017, iniziata il 2 agosto in Oltrepò e Franciacorta per concludersi a ottobre, in Valtellina.
E se in alcune zone le rese sono in calo del 30% con punte anche del 50% a causa delle gelate della scorsa primavera che hanno colpito a macchia di leopardo, “il caldo e la siccità di questi ultimi mesi – evidenzia Coldiretti – hanno esaltato la qualità e la maturazione dei grappoli”.
Secondo la stima di Coldiretti Lombardia, la produzione regionale dovrebbe superare il milione e 200 mila ettolitri di vino, la maggior parte dei quali per Docg, Doc e Igt. “Con i nostri vini di qualità raccontiamo l’Italia nel mondo – spiega Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia e vice presidente nazionale di Coldiretti – si tratta di un patrimonio di cultura, conoscenza ma anche economico visto che l’export supera i 5 miliardi di euro all’anno”.
Le province più “vinicole” sono Pavia e Brescia, che da sole rappresentano i due terzi delle superfici vitate in Lombardia e il 70% delle oltre tremila aziende lombarde. A seguire Mantova, Sondrio, Bergamo, Milano e Lodi (con le colline fra San Colombano e Graffignana), ma zone viticole con piccole produzioni si contano anche fra Como, Lecco, Varese e Cremona.
Crescono poi le superfici dedicate ai vigneti “organic”, salite a 2.570 ettari, quasi tre volte in più rispetto a quelle di dieci anni fa, con un’incidenza del 15% sul totale delle aree dedicate alle produzioni di alta qualità. Per quanto riguarda la mappa dei vigneti bio o in conversione al bio, il 61% è concentrato in provincia di Brescia con 1.581 ettari, il 32% in provincia di Pavia con 829 ettari e il resto fra Bergamo (71 ettari), Mantova (43 ettari), Sondrio (26 ettari), Lecco (11 ettari) e Milano (10 ettari).
L’intera filiera del vino, fra occupati diretti e indiretti, temporanei e fissi offre lavoro in Lombardia a circa 30 mila persone e la produzione genera un export di circa 260 milioni di euro all’anno, in particolare verso Stati Uniti, Gran Bretagna, Svizzera, Canada e Giappone.
Sul fronte dei consumi, sempre secondo le stime Coldiretti, in Lombardia quasi 5 milioni di persone bevono vino durante l’anno puntando sempre di più alla qualità, come testimonia il boom delle enoteche, arrivate a sfiorare quota mille, con un aumento di oltre il 30% negli ultimi sette anni. La provincia con la maggior concentrazione di “oasi delle Doc” è quella milanese con 261 realtà, seguono Brescia (175), Bergamo (109), Varese (99), Monza e Brianza (82), Como (63), Pavia (59), Mantova (47), Cremona (34), Lecco (31), Sondrio (25), Lodi (9).
LE STRADE DEL VINO LOMBARDO Ma il vino è anche un mezzo di scoperta del territorio. In Lombardia si contano oltre mille chilometri di sentieri del nettare di Bacco.
Al primo posto Brescia, con 370 chilometri suddivisi tra la Strada dei Vini e dei Sapori del Garda (200 chilometri), la Strada del Vino Colli dei Longobardi (90 chilometri) e la Strada del Vino Franciacorta (80 chilometri).
A seguire c’è la provincia di Mantova, con la Strada dei Vini e dei Sapori Mantovani che si estende per circa 300 chilometri, quella di Sondrio con i 200 chilometri della Strada dei Vini e dei Sapori della Valtellina, Bergamo con la Strada del Vino e dei Sapori della Valcalepio (70 chilometri) e infine, Lodi e Pavia, rispettivamente con la Strada del Vino San Colombano e dei Sapori Lodigiani e la Strada del Vino e dei Sapori dell’Oltrepò Pavese (con 60 chilometri ognuna).
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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