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Rapitalà, Alessandro e la mafia di Camporeale: cosa dicono le carte dell’inchiesta di Palermo

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Non c’è solo Rapitalà nelle carte dell’inchiesta della Dda di Palermo sul mandamento mafioso di San Giuseppe Jato e sulla famiglia mafiosa di Camporeale. Nelle carte compare anche il nome di Alessandro di Camporeale, cantina “vicina di casa” di Tenuta Rapitalà, mai menzionata da altri organi di stampa, sino ad ora. Nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Lirio Conti, acquisita e analizzata nel dettaglio (forse solo) da Winemag, compare sì quella che è una
delle più importanti cantine della Sicilia, parte del Gruppo Italiano Vini (GIV), il cui ruolo viene ampiamente dibattuto nelle oltre 400 pagine dell’inchiesta.

Ma c’è anche l’azienda agricola oggi guidata dai tre cugini Benedetto – “il nero” e “il rosso” – ed Anna Alessandro. Il gip definisce «di estremo rilievo» le evidenze investigative su Rapitalà, raccolte sin dal 2019. «Gli interessi economici di Cosa Nostra camporealese nel settore della produzione e della vendita di prodotti vinicoli», sarebbero tuttavia evidenti nei rapporti dei mafiosi con «diverse cantine della zona».https://www.alessandrodicamporeale.it/chi-siamo https://www.gruppoitalianovini.it/it/brand/tenuta-rapitala

RAPITALÀ E ALESSANDRO DI CAMPOREALE: NESSUN INDAGATO

Tra gli indagati non figura alcun dirigente delle due aziende vinicole. Ma dalle carte dell’inchiesta appare evidente chi – e cosa – leghi Rapitalà e Alessandro di Camporeale. Si tratta dell’intermediario di Cosa Nostra Giuseppe Bologna, che figura con il fratello Pietro Bologna nella lista degli indagati per i quali sono stati emessi gli ordini di custodia cautelare (solo 6 su 33 indagati totali). Con loro Antonino Sciortino, capo della famiglia mafiosa, già detenuto a Saluzzo, in provincia di Cuneo, in Piemonte; il reggente Antonino Scardino; e i “bracci operativi” della cosca, Giuseppe Vinci e Raimondo Santinelli​. Giuseppe Bologna, secondo quanto scrive il gip Conti, avrebbe ricevuto con largo anticipo la notizia di ispezioni nelle due cantine Rapitalà e Alessandro di Camporeale. Consentendo a queste di prepararsi per tempo, evitando eventuali sanzioni amministrative. Il tutto grazie ai contatti (di Bologna) con Leonardo Caruso, funzionario dell’Azienda sanitaria provinciale ASP di Palermo.

DIPENDENTI DI RAPITALÀ ASSERVITI ALLA MAFIA DI CAMPOREALE

È possibile stabilire con esattezza chi fossero i sodali dell’esponente di Cosa Nostra all’interno della cantina Rapitalà. Più nebulosa la posizione della cantina Alessandro di Camporeale, sempre secondo quanto risulta dagli atti ufficiali. «L’attività di indagine – si legge nell’ordinanza – permetteva di accertare come la contiguità dei dipendenti dell’azienda Tenuta Rapitalà di Camporeale ad esponenti della locale famiglia mafiosa fosse funzionale al godimento, da parte dell’azienda stessa, di un trattamento di favore anche da parte di pubblici dipendenti».

Emergeva chiaramente infatti come Giuseppe Bologna fosse riuscito, grazie all’interessamento di Leonardo Caruso, dipendente dell’Asp di Palermo preposto ai controlli sanitari presso le aziende vinicole presenti nell’agro di Camporeale o nei comuni limitrofi, ad avvisare Alfio Tomarchio di un imminente controllo amministrativo, facendo da tramite tra i due per la consegna di documentazione utile per sanare alcune irregolarità aziendali. Ed, in tal modo, consentendo di fatto alle Tenuta Rapitalà di sottrarsi ad eventuali sanzioni».

Alfio Tomarchio, deceduto l’11 gennaio 2022 a causa di un carcinoma, è stato sostituito da Ignazio Arena. Il gip Lirio Conti parla di un loro «sostanziale asservimento agli interessi del gruppo criminale capeggiato da Antonino Scardino». Entrambi i dipendenti «erano soliti fissare degli incontri periodici ed abituali, ripetuti con scrupolosa cadenza mensile con Scardino, nonché con altri affiliati tra cui i fratelli Bologna, al fine di garantire loro cospicue forniture di vino e nafta agricola provenienti dall’azienda (Rapitalà). Ed, in alcune occasioni, anche di somme di denaro». Soldi che, tra l’altro, sarebbero serviti anche a finanziare le spese legali del capo detenuto Antonino Sciortino – si parla di almeno una transazione da 7 mila euro – finendo direttamente nelle casse della moglie, Anna Maria Colletti, “colomba nera” utile a veicolare all’esterno del carcere i messaggi del capomafia, soprattutto rivolti al reggente Antonino Scardino.

VINO E MAFIA A CAMPOREALE: IL RUOLO DEL DIPENDENTE DELL’ASP DI PALERMO

Dall’analisi di alcune conversazioni ambientali e di intercettazioni a bordo della Jeep Cherokee di Giuseppe Bologna, emerge come l’esponente di Cosa Nostra abbia condiviso informazioni fornite dal funzionario provinciale Leonardo Caruso, noto come “Dino”, «in favore dei direttivi delle aziende vinicole Rapitalà ed Alessandro. Quest’ultima azienda, attiva dal 2017 nel settore vinicolo con sede a Camporeale in contrada Mandranova, aveva un capitale sociale pari a 3.000,00 euro». Il dipendente pubblico risulta di fatto indagato.

Il faldone del Tribunale di Palermo fornisce dettagli sullo stesso Leonardo Caruso, palermitano classe 1963: «Coniugato con Acquaro Paola, nipote di Acquaro Salvatore […] arrestato in data 20/03/1997 dai Carabinieri della Provincia di Palermo per violazione dell’art. 416-bis c.p. […] e, con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, irrevocabile il 07/03/2003, condannato per il reato a lui ascritto alla pena di 2 anni di reclusione. Acquaro Salvatore è altresì cognato di La Fata Antonino, classe 1955 nato a Partinico, appartenente alla locale famiglia mafiosa. Con sentenza della Corte d’Appello di Palermo, irrevocabile il 06/12/2009, La Fata Antonino veniva condannato per il reato di associazione mafiosa alla pena di 7 anni di reclusione​».

LE INTERCETTAZIONI DEL DUO BOLOGNA-CARUSO

Particolarmente significativo risulta uno stralcio dell’ordinanza, riferito a un’intercettazione – avvenuta nel luglio 2021, ancora una volta sulla Jeep Cherokee in movimento sulle strade di Trappeto, sulla costa del Golfo di Castellammare – tra Giuseppe Bologna e Leonardo Caruso. «Quest’ultimo – scrive il gip Lirio Conti – oltre ad informare il primo che nel breve periodo funzionari dell’ASP di Palermo avrebbero effettuato dei controlli sanitari presso le cantine vinicole Alessandro e Tenuta Rapitalà, gli consegnava dei documenti da recapitare allo “zio Alfio”, identificato in Alfio Tomarchio, e ad Alessandro, da identificarsi nella proprietaria della omonima cantina vitivinicola Alessandro Anna, per metterli in condizione di apportare i necessari correttivi al fine di evitare di incorrere in sanzioni conseguenti all’imminente attività ispettiva».

Niente, ti sto dando questi due fogli uno glielo dai allo zio… (rumori di fogli di carta) allo zio Alfio… E l’altro glielo dai… a… No! Stanno facendo questi controlli, devono fare questi controlli in tutte le cantine. Non lo so se già da loro ci sono arrivati, siccome non ci siamo potuti vedere… Io non ho avuto tempo… sono apparecchiature a pressione. La comunicazione di messa in esercizio. Hai capito? Li devono fare… Se non l’hanno fatto, che li facciano perché stanno controllando tutte le cantine sotto questo aspetto qua… Va bene? Qua ci sono gli articoli di legge e tutte cose. Questo è già un verbale che hanno fatto a uno… È sempre l’ufficio quello mio ma non siamo noi è un altro tipo… un altro gruppo! Sì… sì controllano queste apparecchiature, queste cose e ci fanno subito la messa in esercizio all’Inail. Non ti scordare a darglieli, hai capito?».

Giuseppe Bologna, scrive il giudice per le indagini preliminari, «garantiva il suo impegno per veicolare la notizia riservata alle due cantine rappresentate da Alfio Tomarchio e Anna Alessandro, come caldamente sollecitato dal suo interlocutore: “Uno ad Alessandro e uno a quello, hai capito? A me degli altri non mi interessa niente. Poi loro, se lo vogliono dare agli altri glielo danno”». Ulteriori conversazioni telefoniche intercettate dimostrerebbero l’impegno di Caruso nel veicolare informazioni riservate attraverso Bologna: «”Quella cosa gliel’hai passata?”, chiedeva (Caruso) ricevendo risposta negativa (da Bologna): “No! Perché… intanto quel… non c’era quel, quel cristiano che io cercavo capito? Lunedì mattino ci passo, va bene Dino? Ciao!”. Il Caruso – scrive ancora il gip – si raccomandava di portare a termine l’incarico assegnato: “Va bene! Fammi sapere se già loro questo certificato lo hanno già avuto e magari…”».

ESPONENTI DI COSA NOSTRA A CASA DEI VITICOLTORI

C’è di più. Sempre nel luglio 2021, Bologna avrebbe incontrato il marito di Anna Alessandro, Giuseppe Camarda detto “Mauro”, dipendente della farmacia di Camporeale, presso la sua abitazione. «Oltre ad affidargli alcuni documenti che il giorno prima aveva ritirato da Leonardo Caruso – si legge nell’ordinanza del Tribunale di Palermo – lo invitava a consegnarli quanto prima a sua moglie Alessandro Anna, in modo tale da metterla in condizione di apportare i necessari correttivi in azienda, per evitare di incorrere in sanzioni conseguenti all’attività ispettiva preannunciata».

Nelle carte dell’inchiesta, pur completamente estraneo ai fatti, compare anche il nome dell’enologo siciliano Vincenzo Bambina, consulente di Bio Fattoria Augustali a Partinico (Palermo), della calabrese Statti a Lamezia Terme (Catanzaro) e di Manni Nössing in Alto Adige (Bressanone, Bolzano). Ancora una volta è il dipendente dell’ASP di Palermo a parlare con Giuseppe Bologna, pizzicato in un’intercettazione telefonica.

Stanno facendo tutte le cantine! L’altro giorno mi ha chiamato Vincenzo Bambina! Ci sono andati la settimana scorsa… inc… Ieri sono andato a farglielo e immaginavo che era questo. Stanno facendo tutte le cantine a livello regionale, quindi. Si sono accorti che mancano i certificati. Controllare tutte le apparecchiature a pressione e dovevano fare… Il problema è che quelli che hanno quelli vecchi ora gli viene difficile a metterli in regola! Hai capito?… Perché devono vedere pure chi è lo spessore del… i contenitori…».

RAPITALÀ: «COLLABORIAMO CON GLI INQUIRENTI»

«Lo stesso funzionario – scrive ancora il gip Lirio Conti – chiariva infine di aver pilotato la scelta degli obiettivi da controllare a favore delle due aziende di Camporeale, ovviamente per occultarne eventuali irregolarità e per evitare che altri funzionari dell’ASP meno compiacenti potessero irrogare nei loro confronti dure sanzioni: “Ma più che altro per questo per evitare che ci va un altro capito?”».

Gli accertamenti, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo, hanno dunque svelato il ruolo centrale di Cosa Nostra nel controllo di attività economiche nel settore dell’agricoltura – così come dell’allevamento, dell’edilizia e del fotovoltaico – anche grazie a stretti rapporti con la politica locale (tra gli indagati c’è anche il sindaco di Camporeale, Luigi Cino, rieletto nel 2022 con il 64,28% delle preferenze e vicino al partito Sud chiama Nord di Cateno De Luca). L’assenza di indagati appartenenti alle due cantine lascia intendere che il loro ruolo non sia stato considerato “attivo” dagli inquirenti. Bensì espressione del profondissimo radicamento della cosca negli affari della zona. A confermarlo è quanto dichiarato dal presidente di Rapitalà Spa, Laurent Bernard de la Gatinais.

«In relazione all’operazione giudiziaria che ha portato all’esecuzione di misure cautelari nel comprensorio di Camporeale, Tenuta Rapitalà afferma la propria estraneità a contesti mafiosi. E dichiara di essere a disposizione degli investigatori e degli inquirenti per ogni accertamento opportuno e necessario». Il numero uno dell’azienda è, tra l’altro, il presidente uscente di Assovini Sicilia, l’associazione che riunisce 100 aziende vitivinicole dell’isola – di cui fa parte anche Alessandro di Camporeale – che più di tutte si spende nella promozione del vino siciliano nel mondo, organizzando eventi di richiamo internazionale come Sicilia en Primeur. Entrambe le cantine prenderanno parte all’edizione 2025, in programma dal 6 all’11 maggio a Modica.

BENEDETTO ALESSANDRO: «SIAMO ESTRANEI A CONTESTI MAFIOSI»

Pronto anche il commento di Benedetto Alessandro. «Innanzitutto precisiamo fermamente di essere completamente estranei a contesti mafiosi – sottolinea il presidente del Cda di Alessandro di Camporeale -. Nessuno dei membri della nostra azienda, né tra i dirigenti, né tra i soci né tra i dipendenti, risulta indagato. Abbiamo immediatamente comunicato alla Dda di Palermo la nostra estraneità ai fatti e la piena disponibilità ad ogni accertamento, ove si rendesse necessario. In merito all’episodio in cui un dirigente dell’ASP di Palermo si sarebbe attivato per informarci di un controllo su specifici macchinari a pressione, desideriamo chiarire che non abbiamo mai richiesto avvisi di controlli. Quello in questione era già stato effettuato presso la nostra azienda circa un mese prima. Il documento cui si fa riferimento, contenente le procedure per l’adeguamento – conclude Alessandro – ci era già stato consegnato da un ispettore ASP, durante un precedente controllo dell’ente». https://www.assovinisicilia.it/

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Trafficante di droga e collezionista di vini pregiati: in cantina 9 mila bottiglie top


Novemila bottiglie di vino pregiato
, per un valore stimato di circa 1 milione mezzo di euro. È quanto hanno sequestrato gli uomini della Guardia di Finanza di Milano, su delega della Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, a uno dei malviventi accusati a vario titolo di traffico internazionale di sostanze stupefacenti, riciclaggio, esercizio abusivo del credito e frode fiscale. Un’indagine iniziata nell’ottobre 2023, che ha condotto le Fiamme Gialle all’esecuzione di 46 ordinanze di custodia cautelare e al sequestro di beni, aziende e disponibilità finanziarie per oltre 129 milioni di euro a carico di un gruppo di italiani, spagnoli e cinesi.

LA CANTINA DEL TRAFFICANTE: 9 MILA BOTTIGLIE PREGIATE

Nella mattinata odierna gli sviluppi di uno dei filoni dell’inchiesta, che ha visto coinvolta una delle persone rimaste a piede libero. L’uomo, residente in provincia di Bergamo, ha insospettito le forze dell’ordine per via del tenore di vita troppo elevato rispetto ai redditi dichiarati. A seguito di mirati accertamenti patrimoniali, la Guardia di Finanza ha scoperto e sequestrato la collezione di oltre 9 mila bottiglie di vino pregiato (di cui la più costosa è risultata avere un prezzo di listino di 15 mila euro), oltre ad ulteriori disponibilità finanziarie su diversi conti correnti bancari riconducibili all’indagato ed ad un’immobile in provincia di Bergamo del valore di circa 200 mila euro.

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Nas, Operazione Bacco: Chianti, Brunello e Sassicaia contraffatti. Tre arresti

Un’attività di contraffazione “di proporzioni devastanti”. Con queste parole il gip definisce l’attività illecita messa in atto da tre soggetti arrestati ieri nel corso dell’Operazione Bacco. Il blitz è stato coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze nel capoluogo toscano e a Salerno. L’accusa nei loro confronti è quella di aver messo in piedi un’associazione per delinquere finalizzata alla produzione ed alla immissione nel circuito commerciale di vino adulterato e contraffatto. Un sistema di truffe ben articolato, che prevedeva – tra l’altro – l’acquisizione di società del settore in stato di crisi.

Le indagini, dirette dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze Giulio Monferini, hanno permesso di segnalare un totale di dieci soggetti. L’organizzazione, nella quale – come precisa il gip- “ognuno ricopriva un ruolo ben specifico”, aveva il fine di produrre e commercializzare in Italia e all’estero “vino adulterato con aggiunta di alcol, per aumentarne la gradazione rispetto al prodotto base”. Vino che, poi, “veniva contraffatto facendolo apparire quale vino di alta qualità, mediante apposizione sulle bottiglie di false etichette di vini pregiati”, le cosiddette “fascette” recanti il sigillo di Stato a Denominazione di Origine Controllata (Doc) e a Denominazione di Origine Controllata e Garantita (Docg). Copie molto simili all’originale, tanto da “indurre in errore il consumatore e l’operatore commerciale di vendita al dettaglio”. Chianti Doc, Brunello di Montalcino Docg o Sassicaia (Bolgheri Sassicaia Doc) i vini finiti nel mirino dei contraffattori.

I tre arrestati sono il titolare di un’azienda agricola di Empoli, che prestava i propri impianti per l’imbottigliamento e il confezionamento del vino adulterato e contraffatto, nonché due soggetti residenti nella provincia di Salerno, che si occupavano – sempre secondo l’accusa – di reperire il materiale necessario alla contraffazione. Una volta confezionato, il vino veniva stoccato in depositi di ditte riconducibili agli indagati, sia nel Lazio sia in Emilia Romagna. Il vino veniva poi caricato su bilici e trasportato nel mondo. In particolare, una partita di vino di 18 mila bottiglie è stata spedita in Costa Rica, Paese in cui trovava asilo uno uno degli indagati.

Le indagini sono iniziate circa un anno e mezzo fa. In seguito alla segnalazione di un ristoratore finito nella trappola dei truffatori nella zona dell’Osmannoro di Firenze. L’imprenditore, insospettito dal sapore di alcuni vini, ha deciso di segnalare l’anomalia alle forze dell’ordine. Le indagini, complesse e articolate, hanno consentito ai carabinieri del Nas di Firenze di sequestrare l’azienda agricola operante nella provincia di Empoli. Al momento del controllo, 9 mila litri di vino rosso erano pronti per essere imbottigliati.

LE REAZIONI
“Serve tolleranza zero sulle frodi che mettono a rischio lo sviluppo di un settore che è cresciuto puntando su un grande percorso di valorizzazione qualitativa che ha portato il vino italiano a raggiungere il record storico nelle esportazioni per un valore stimato in 5,2 miliardi grazie all’incremento del 3% nel 2016”. E’ quanto afferma la Coldiretti nell’esprimere “apprezzamento per l’operazione Bacco del Nas di Firenze” che hanno scoperto la frode di vino di bassa qualità, adulterato con l’aggiunta di alcol che veniva commercializzato in Italia e all’estero come Chianti doc, Brunello di Montalcino o Sassicaia. “Non può essere messo a rischio – conclude la Coldiretti – il patrimonio di credibilità costruito nel tempo dal vino Made in Italy che oggi è diventato la principale voce dell’export agroalimentare nazionale”.

“Vogliamo ringraziare il Nas e la Direzione distrettuale Antimafia di Firenze –  commenta il direttore del Consorzio di Tutela del Vino Chiati, Giovanni Busi – per aver impedito l’ennesimo tentativo di danneggiare il nostro mercato falsificando e alterando i nostri prodotti. “Un plauso in particolare anche al ristoratore che ha fatto la segnalazione da cui è stato possibile avviare le indagini. Un segnale importante che indica come la ristorazione abbia tutto l’interesse nel proporre vini veri e buoni che rendono il nostro territorio un luogo di eccellenza che tutti abbiamo il dovere di tutelare. Come dobbiamo tutelare – conclude Busi – le migliaia di aziende che su questo territorio ogni giorno operano onestamente nel rispetto delle norme producendo con sacrificio un prodotto che viene esportato e apprezzato in tutto il mondo”.

“Il vino adulterato spacciato per pregiato Doc e Docg – commenta Francesco Colpizzi, presidente della federazione vitivinicola di Confagricoltura Toscana – poteva provocare un danno incalcolabile alle tantissime aziende del territorio che con professionalità lavorano ogni giorno per offrire sui mercati nazionali e internazionali prodotti di qualità. Solo grazie all’azione congiunta della magistratura, delle forze dell’ordine e dei produttori onesti si è riusciti a smantellare questa associazione a delinquere”. “Il vino – conclude Colpizzi – è uno dei prodotti più importanti per la nostra economia e per tale motivo va tutelato e valorizzato, così come va protetto quel tessuto produttivo che contribuisce a rendere unica la nostra regione. Non dobbiamo mai abbassare la guardia, ne va dell’immagine stessa della Toscana nel mondo”.

UN ANNO DI FRODI
Si chiude così un anno positivo per le forze dell’ordine impegnate nel contrasto delle frodi alimentari. Risale a pochi giorni fa un ingente sequestro di Amarone della Valpolicella contraffatto all’interno della catena di supermercati francesi del gruppo Adeo Auchan. Le indagini, in questo caso, procedono contro ignoti. Anche se il cerchio sembra stringersi sempre più attorno ai responsabili della truffa. Un blitz, quello sull’Amarone contraffatto, scattato proprio nel giorno del Black Friday, la giornata di “sconti pazzi” che ha interessato trasversalmente le diverse anime del commercio e della grande distribuzione italiana.

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