Categorie
Approfondimenti

Dazi Usa scampati, Bellanova: “Ottima notizia per Italia, basta guerre commerciali”

Dazi Usa scampati, Bellanova: "Ottima notizia per Italia, basta guerre commerciali"“Adesso più che mai non è tempo di guerre commerciali“. Così la ministra Teresa Bellanova commenta la decisione dell’Ustr (United States Trade Representative) di non aggiungere dazi ai prodotti italiani, tra cui il vino, nell’ambito della revisione semestrale delle misure adottate inattuazione della sentenza dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto). Il Mipaaf è ora al lavoro “su misure di sostegno all’export“.

Un’ottima notizia per le nostre filiere agroalimentari – continua Bellanova – soprattutto quelle che negli anni sono state capaci di conquistare quote di mercato sempre più rilevanti nell’export verso gli Usa. La dimostrazione evidente che quando a muoversi è, all’unisono, un intero sistema-Paese, politica e diplomazia, i risultati arrivano, come già era accaduto nei mesi scorsi”.

“Ancora una volta abbiamo scongiurato il rischio di danni irreparabili per le nostre eccellenze agroalimentari e una filiera che la pandemia ha messo duramente a prova. Adesso più che mai nonè tempo di guerre commerciali”, evidenzia Bellanova.

“Già nel gennaio scorso – ricorda la ministra – nell’incontro con il Segretario all’Agricoltura Usa Sonny Perdue avevo sollecitato con forza che l’agroalimentare italiano fosse considerato estraneo, come di fatto è, alla vicenda Airbus e avevo registrato condivisione e disponibilità”.

“L’azione messa in campo a partire dalla Farnesina e che abbiamo esercitato anche nell’interlocuzione diretta con l’Europa conferma la necessità di agire in modo coeso e concertato.

Ed è una lezione che dovremo far valere per convincere l’Amministrazione Usa a rivedere le decisioni ingiustificate e penalizzanti verso alcune delle nostre eccellenze, e che nei prossimi mesi sarà fondamentale proprio nel programma di sostegno all’export su cui stiamo già lavorando”.

Un programma che vedrà impegnata l’Italia anche negli Usa, nella difesa dei propri prodotti e della loro qualità e unicità: “Alle guerre commerciali è preferibile, di gran lunga, la competizione virtuosa, che fa meglio in tutti i sensi e soprattutto parla direttamente ai consumatori, chiamandoli a scegliere la qualità”.

“Continueremo a sostenere e incoraggiare il Commissario Ue al commercio Hogan a compiere ogni sforzo negoziale per la ricerca di una soluzione che garantisca benefici reciproci”, conclude la ministra Teresa Bellanova.

Categorie
Approfondimenti

Vino italiano fuori dai dazi Usa di Trump: esultano Chianti e Brunello di Montalcino

Il vino toscano, simbolo del Made in italy enologico, esulta con i Consorzi di rappresentanza dei produttori di Chianti e Brunello di Montalcino. Il motivo? Il vino italiano, comprese di fatto le due importanti denominazioni toscane, si è salvato dall’ultima revisione dei prodotti Ue sottoposti ai dazi Usa di Donald Trump.

Una decisione, quella di non inserire il vino italiano tra le eccellenze europee sottoposte a tariffs supplementari – in ritorsione all’affaire Airbus – che l’Ustr ha assunto ieri a Washington, come evidenziato nella notte da WineMag.it.

“Il vino italiano che si salva dal nuovo round dei dazi aggiuntivi Usa è certamente una gran bella notizia per tutto il Belpaese enologico – sottolinea il Consorzio del vino Brunello di Montalcino con il presidente Fabrizio Bindocci – in particolare per Montalcino”.

Gli Stati Uniti non sono solo il principale mercato di sbocco al mondo per il Brunello con un’incidenza del 30% sulle esportazioni globali, ma anche uno dei simboli del Made in Italy oltreoceano”.

“Come Consorzio – ha aggiunto Bindocci – esprimiamo apprezzamento per il ruolo svolto dalla nostra diplomazia, dal Governo e dalle organizzazioni di settore per il risultato raggiunto. Un punto di ripartenza che mai come ora dovrà essere sostenuto con un’azione forte di promozione e presenza del nostro vino nel suo principale sbocco naturale“.

Sono infatti previsti incrementi solo per alcune categorie di merci provenienti da Francia e Germania, che compensano le riduzioni di tariffe applicate a Grecia e Gran Bretagna. L’ammontare dei dazi resta fissato a 7,5 miliardi di dollari.

“E’ un’ottima notizia – fa eco Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – visto che il mercato statunitense per noi è il primo mercato di esportazione. In un momento come questo non avere aumenti di costi da parte degli importatori per noi è un’ottima cosa, che ci permette di riprendere l’attività commerciale per farla tornare ai livelli pre-Covid”.

Abbiamo tutte le possibilità per poter ripartire, nel momento in cui l’America riapre i mercati al 100%. Gli Usa hanno continuato ad acquistare: ci è mancato un po’ il canale Horeca, ma il Chianti è un vino molto presente nella grande distribuzione americana, per cui non ci sono state grandi flessioni”.

Secondo le elaborazioni su base dogane dell’Osservatorio del Vino di Uiv, gli Stati Uniti rappresentano il primo buyer di vino al mondo e l’Italia è il primo Paese fornitore. Il mercato Usa assorbe una quota vicina al 20% della produzione complessiva di Vino Chianti, per un valore stimato intorno ai 100 milioni di euro.

Categorie
news news ed eventi

Niente dazi Usa su vino italiano, esultano Uiv e Coldiretti. Ora spettro Digital tax

Unione italiana vini e Coldiretti accolgono con entusiasmo la decisione degli Usa di non imporre dazi sul vino italiano, comunicata ieri dall’Ustr. “Ancora una volta – commenta il presidente Uiv, Ernesto Abbona – l’Italia del vino rimane fuori dalla disputa commerciale Airbus. Nell’esprimere soddisfazione e gratitudine per quanto fatto in Italia e negli Usa a vari livelli dal settore, dall’indotto e dalle istituzioni, riteniamo questo un successo della diplomazia, fondamentale ma purtroppo non definitivo, in un mercato che vale circa un quarto delle nostre esportazioni di vino nel mondo”.

Un pericolo scampato che non fa dormire comunque sereni. “L’Unione Europea – evidenzia il presidente Coldiretti, Ettore Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che, come ritorsione, proprio all’inizio di agosto di sei anni fa, ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi. Ora è paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa”.

 

Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese si ritrova ad essere punito dai dazi Usa che non riguardano il vino, ma prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello, nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Soddisfatto anche Ivan Scalfarotto, Deputato di Italia Viva e Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale: “Revisione semestrale dei dazi Airbus da parte degli Usa senza alcuna tariffa aggiuntiva sui prodotti italiani. Una decisione che premia il lavoro di Farnesina e Ambasciata a Washington a favore delle nostra economia e delle nostre imprese”, ha twittato.

La disputa, però, è ancora lunga. “Ora – precisa ancora Ernesto Abbona – confidiamo che l’azione politico-diplomatica combinata che ha visto protagonisti, tra gli altri, il sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto, e l’Ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio, e oltre 27 mila commenti anti-dazi pervenuti dai Paesi interessati agli uffici del Commercio americano, si concentri sull’indagine Usa relativa alla cosiddetta digital tax approvata l’anno scorso dal Governo italiano”.

L’obiettivo è scongiurare ancora una volta una ritorsione commerciale che si rivelerebbe perdente per l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti. “Per questo – ha concluso il presidente Uiv – servirà intensificare il dialogo incoraggiando, anche in sede europea e internazionale, un percorso di cooperazione con gli Stati Uniti sui due fronti aperti. Dobbiamo assolutamente evitare che il vino possa divenire nuovamente bersaglio di dispute alle quali è completamente estraneo”.

Secondo le elaborazioni su base dogane dell’Osservatorio del Vino di Uiv, gli Stati Uniti rappresentano il primo buyer di vino al mondo e l’Italia è tornata a essere il primo Paese fornitore, con un valore delle vendite nel primo semestre di quest’anno fissato a quasi 1 miliardo di dollari, in crescita sia a volume (+2,9%) che a valore (+1,8%) sul pari periodo 2019.

La Francia, colpita dai dazi aggiuntivi e principale competitor oltreoceano, nello stesso periodo ha registrato una perdita a valore del 25,3%; anche la Spagna ha pagato dazio alle ritorsioni commerciali accusando un -12,3%.

Tra i vini Made in Italy, il cui risultato è ancor più significativo se si considera anche il calo complessivo delle importazioni di vino negli Usa (-10%, a 2,8 miliardi di dollari), gli spumanti (+4,7%) fanno meglio a valore rispetto ai fermi imbottigliati (+1,3%), che rimangono la tipologia più venduta con un controvalore di 742 milioni di dollari.

In forte difficoltà invece i fermi imbottigliati francesi che, vittime dei dazi aggiuntivi, chiudono il semestre a -37%. Tornando all’Italia, i nuovi dazi avrebbero colpito 3 miliardi di euro di cibo Made in Italy, pari a 2/3 del totale in un momento reso già difficile dall’impatto della pandemia sul commercio globale.

Tra l’altro gli Stati Uniti sono il primo mercato extraeuropeo per i prodotti agroalimentari tricolori per un valore che nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi, con un ulteriore aumento del 4,8% nei primi sei mesi del 2020, anche se a giugno le difficoltà causate dal Coronavirus hanno fatto segnare una inversione di tendenza (-0,9%).

Categorie
news news ed eventi

Dazi Usa, Trump “salva” il vino italiano ma non i formaggi

Nella nuova tornata di dazi Usa all’Ue, nell’ambito dell’affaire AirBus, Trump salva il vino italiano e colpisce duramente Francia e Germania, che dal 1° settembre pagheranno il prezzo più caro in favore (parzialmente) di Grecia e Regno Unito. Invariate le aliquote su formaggi Made in Italy come Pecorino Romano, Parmigiano Reggiano e Provolone che, come i liquori, continueranno ad essere oggetto di additional import duties del 25%.

Una vittoria per le associazioni di filiera del vino italiano (Unione italiana vini in primis) protagoniste negli ultimi mesi di un vero e proprio forcing sul governo Usa, che ha coinvolto anche importatori e stakeholder americani, a loro volta danneggiati da un’eventuale nuova tassazione.

Più in generale, non cambia la quantità di prodotti soggetti alle “tariffs” degli Stati Uniti, invariate a 7,5 miliardi di dollari. Le aliquote rimarranno al 15% per gli aeromobili e al 25% per tutti gli altri prodotti.

È quanto emerso da pochi minuti dal resoconto della United States Trade Representative (Ustr), che ha reso note le modifiche all’elenco dei prodotti soggetti a dazi aggiuntivi autorizzati dall’Omc in ritorsione ai sussidi dell’Ue, nella querelle AirBus.

“L’Ustr rimuove dall’elenco tariffario alcuni prodotti dalla Grecia e dal Regno Unito e aggiunge un volume equivalente da Francia e Germania”, annuncia l’organismo a stelle e strisce.

“L’Ue e gli Stati membri – ha commentato l’ambasciatore Robert Lighthizer – non hanno intrapreso le azioni necessarie per conformarsi alle decisioni dell’Omc. Gli Stati Uniti, tuttavia, si impegnano a ottenere una risoluzione a lungo termine a questa controversia”:

“Di conseguenza – continua Lighthizer – gli Stati Uniti inizieranno un nuovo processo con l’Ue nel tentativo di raggiungere un accordo che rimedi alla condotta che ha danneggiato l’industria aeronautica e i lavoratori statunitensi e garantirà condizioni di parità per le aziende statunitensi“.

L’Ustr ricorda come “nell’ottobre 2019, l’Omc ha autorizzato gli Stati Uniti ad assumere contromisure pari a 7,5 miliardi di dollari in seguito alla più grande vittoria nella storia dell’Omc nella lunga disputa contro l’Ue, la Francia, la Germania, la Spagna e il Regno Unito per quanto riguarda i loro sussidi illegali per l’Airbus consorzio”.

Sin dal 9 ottobre 2019, gli Stati Uniti hanno imposto tariffe aggiuntive fino al 25% sui prodotti degli Stati membri dell’Ue, con un valore commerciale di circa 7,5 miliardi di dollari.

Lo statuto della “sezione 301” prevede la revisione periodica e la modifica dell’azione tariffaria. La revisione precedente a quella di luglio 2020 è stata effettuata nel febbraio 2020.

Categorie
Approfondimenti

Vino, Uiv: “Contro dazi Usa pressing senza precedenti con Governo e ambasciata”

Sono stati oltre 27 mila i commenti di sostegno alla revisione dei dazi aggiuntivi predisposti dall’amministrazione Trump sui prodotti europei negli Stati Uniti come effetto dell’indagine Airbus. Si tratta di un numero di interventi addirittura superiore a quelli riscontrati nella prima public consultation dello scorso gennaio.

“Consideriamo positivo il forte segnale dato sin qui sia dalla filiera del vino e dal suo indotto statunitense sia dalle diplomazie interessate – commenta il presidente di Unione Italiana vini (Uiv), Ernesto Abbona (nella foto)- in primis dall’Ambasciata italiana a Washington che ha operato ininterrottamente a stretto contatto con la nostra associazione”.

Allo stesso modo, abbiamo apprezzato l’intensa azione di governo messa in campo per scongiurare il carosello dei dazi sul vino italiano. È stato fatto tutto quanto nelle nostre possibilità – ha concluso Abbona – e in ragione di ciò, pur nell’incertezza di scenari evidentemente influenzati da diversi fattori in gioco, è doveroso confidare in una soluzione positiva delle trattative e attendere la decisione prevista per il prossimo 12 agosto”.

Nella nota recentemente inviata al Governo, Uiv evidenziava come “la chiusura del mercato americano, di per sé già divenuto complesso a seguito della pandemia che ha duramente colpito alcuni Stati e una parte prevalente dell’horeca di quel Paese, rischierebbe di compromettere ulteriormente l’attività delle nostre imprese, e nessuna misura di sostegno al settore potrebbe mai compensare le gravissime perdite potenziali in caso di dazi aggiuntivi”.

A sostegno di questa tesi, anche gli ultimi dati elaborati dall’Osservatorio del vino Uiv. Nel primo semestre gli ordini di vino italiano dagli Stati Uniti si confermano in terreno positivo sia a volume (+2,9%) che a valore (+1,8%) sul pari periodo 2019.

Il Belpaese, con 980 milioni di dollari di vendite, si mantiene primo fornitore negli Usa e allunga il passo sui competitor, con la Francia che, secondo le dogane, a causa dei dazi aggiuntivi perde nei primi 6 mesi il 25,3% a valore (fermo a 791 milioni di dollari) e la Spagna il 12,3% (159 milioni di dollari).

Categorie
news news ed eventi

Usa, la scure dei dazi di Trump sul vino italiano

Confermati i timori dell’Italia. Il vino è stato incluso nella lista definitiva dei prodotti oggetto dei nuovi dazi del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Interessati i 2/3 del valore dell’export agroalimentare che si estende tra l’altro vino, olio e pasta Made in Italy oltre ad alcuni tipi di biscotti e caffe esportati negli Stati Uniti per un valore complessivo di circa 3 miliardi di euro.

Lo rende noto la Coldiretti nel sottolineare l’avvenuta ufficializzazione sul sito del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) dell’inizio il 26 giugno della procedura pubblica di consultazione per la revisione delle tariffe da applicare e della lista di prodotti europei colpiti da dazi addizionali a seguito della disputa sugli aiuti al settore aereonautico.

Nell’ambito del sostegno Ue ad Airbus gli Usa sono stati autorizzati ad applicare sanzioni all’Unione Europea per un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari dal Wto, che dovrebbe però a breve esprimersi sulla disputa parallela per i finanziamenti Usa a Boeing la quale darebbe a Bruxelles margini per proporre contromisure.

“Occorre impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza coronavirus” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolinerare l’importanza della difesa di un settore strategico per l’Ue che sta pagando un conto elevatissimo per dispute commerciali che nulla hanno a che vedere con il comparto agricolo.

Con la nuova consultazione gli Usa minacciano di aumentare i dazi fino al 100% in valore e di estenderli a prodotti simbolo del Made in Italy, dopo l’entrata in vigore il 18 ottobre 2019 delle tariffe aggiuntive del 25% che hanno colpito per un valore di mezzo miliardo di euro specialità italiane come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

L’export del Made in Italy agroalimentare in Usa nel 2019 è risultato pari a 4,7 miliardi ma con un aumento del 10% nel primo quadrimestre del 2020 nonostante l’emergenza coronavirus. Il vino con un valore delle esportazioni di oltre 1,5 miliardi di euro, è il prodotto agroalimentare italiano più venduto negli States mentre le esportazioni di olio di oliva sono state pari a 420 milioni ma a rischio è anche la pasta con 349 milioni di valore delle esportazioni. Un settore fino ad ora in crescita nel 2020 nonostante l’emergenza coronavirus con un aumento del 10,3% nel primo quadrimestre dell’anno.

Gli Stati Uniti sono il principale consumatore mondiale di vino e l’Italia è il loro primo fornitore con gli americani che apprezzano tra l’altro il Prosecco, il Pinot grigio, il Lambrusco e il Chianti che a differenza dei vini francesi erano scampati alla prima black list scattata ad ottobre 2019. Se entrassero in vigore dazi del 100% ad valorem sul vino italiano una bottiglia di prosecco venduta in media oggi al dettaglio in Usa a 10 dollari ne verrebbe a costare 15, con una rilevante perdita di competitività rispetto alle produzioni non colpite.

Allo stesso modo si era salvato anche l’olio di oliva Made in Italy anche perché la proposta dei dazi aveva sollevato le critiche della North American Olive Oil Association (NAOOA) che aveva avviato l’iniziativa “Non tassate la nostra salute”. Ora però Trump in piena campagna elettorale sembra ignorare le sollecitazioni dall’interno e dall’esterno degli Usa mettendo a rischio il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia.

“L’Unione Europea – ha aggiunto Prandini – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari, come i formaggi, che è costato al Made in Italy 1,2 miliardi in quasi sei anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato, con pesanti ipoteche sul nostro export negli Usa”.

“Al danno peraltro si aggiunge la beffa poiché il nostro Paese – ha concluso il presidente – si ritrova ad essere punito dai dazi Usa nonostante la disputa tra Boeing e Airbus, causa scatenante della guerra commerciale, sia essenzialmente un progetto francotedesco al quale si sono aggiunti Spagna ed Gran Bretagna”.

Categorie
Gli Editoriali news news ed eventi

Bussinello ha ragione: “I consumi di vino ripartono da casa”. È #buonsensoitaliano

Olga Bussinello è la direttrice del Consorzio Tutela Vini Valpolicella. Una donna di grande classe, dall’outfit che non passa mai inosservato, come direbbero quelli che parlano bene di moda, abbinato a una grande dinamicità e concretezza, negli intenti e nelle dichiarazioni. Insomma: una di quelle figure istituzionali mai scontate, da cui attendersi chiarezza e pochi giri di parole.

È sua una delle riflessioni più sensate – e per nulla “precompilate” – di questo periodo nero che sarà ricordato da intere generazioni di addetti ai lavori del vino italiano prima per la spada di Damocle dei dazi Usa promossi da Donald Trump (argomento tornato più che mai attuale, proprio in questi giorni) e poi a causa dell’emergenza Coronavirus e del lockdown: “Facciamo ripartire il vino italiano partendo da casa. Per me casa è sicuramente #ValpolicellaWines! Cin Cin“, scrive di fatto Bussinello sui social.

Al di là del comprensibile focus sui vini della Valpolicella, la direttrice del Consorzio veneto ha posto l’accento su un tema centrale per il futuro del vino italiano: la necessità di tornare a guardare al mercato interno, per trovare nuovi sbocchi utili ad attutire il contraccolpo dei dazi (di Trump o di chicchessia) nonché di nuove ondate di Covid-19, che costringeranno tutti a trascorrere molto più tempo tra le mura domestiche e a riorganizzare la quotidianità.

Cosa serve, per raggiungere questo obiettivo? Solidità, prima di tutto. Delle imprese italiane, del mondo del lavoro. Perché la solidità genera fiducia e la fiducia (ri)attiva i consumi. In secondo luogo, investimenti. Sul Made in Italy, in Italia. Campagne di comunicazioni forti, che facciano da amplificatore alla necessità (mai così urgente) di riscoprire il nostro Paese, se non altro perché l’estero gioca al rimpiattino col nostro Paese.

Occorre poi lavorare quotidianamente tutti nella stessa direzione, affinché il consumatore sia sempre più consapevole delle proprie scelte, quando decide di portare qualsiasi alimento in tavola: il consumo consapevole è cultura.

Quanti italiani investono su un buon vino da condividere con la famiglia o il proprio partner, effettuando tale scelta con la corretta cognizione di causa? Ancora troppo pochi. Quanto margine di crescita ha il vino italiano, in Italia? Inimmaginabile, attraverso i corretti accorgimenti. Nulla di semplice o scontato, come tutte le vere sfide.

La bottiglia di vino, del resto, può essere la migliore scusa per raccontare una storia: di un territorio, di un produttore, del vignaiolo, così come di una cooperativa di viticoltori che tiene viva l’anima agricola di una fetta del nostro Paese, oppure di un’uva antica recuperata dall’oblio, solo per citare qualche esempio. Non è protezionismo o nazionalismo enologico, ma buonsenso: #buonsensoitaliano. Cin, cin.

Categorie
Approfondimenti news news ed eventi

Digital Tax e nuovo pericolo dazi Usa sul vino italiano, Fivi: “Il Governo deve vigilare”

Dopo Coldiretti, Rete Vignaioli #ilvinononsiferma e Unione italiana vini, anche Fivi esprime la sua preoccupazione in merito al nuovo pericolo di dazi Usa sul vino italiano. I vignaioli indipendenti temono che il comparto vinicolo venga colpito da Trump nella disputa per la Digital Tax europea ai giganti del web come Google, Amazon e Facebook.

Per questa ragione Fivi chiede che venga posticipata l’entrata in vigore della digital tax e che tale decisione venga presa insieme agli altri Paesi all’interno dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, al fine di evitare che prodotti italiani vengano tassati per rappresaglia.

Nel documento che dichiara l’avvio della nuova fase investigativa a partire dal mese di giugno 2020 non si fa ancora riferimento a quali prodotti potrebbero essere soggetti a nuovi dazi, ma il rischio che il vino italiano venga colpito è molto alto e concreto. Il tutto avverrebbe a ridosso dell’altra scadenza, quella relativa al contenzioso Airbus, prevista per agosto.

Categorie
news news ed eventi

Web Tax 2020 e ritorsioni Usa: timori per nuovi dazi sul vino. Agosto mese “caldo”

Prevenire anziché combattere. C’è preoccupazione nella filiera del vino italiano per l’apertura di nuove indagini degli Stati Uniti sulla Web Tax, provvedimento al vaglio di molti Paesi dell’Unione europea per regolamentare la tassazione di colossi americani del web come Google, Amazon e Facebook.

L’Italia ha già inserito la Web Tax nel testo della Legge di Bilancio 2020, prevedendo maggiori introiti per oltre 100 milioni di euro. Alto, dunque, il rischio di ritorsioni. Donald Trump potrebbe infatti imporre nuovi dazi sul vino e su altri prodotti Made in Italy, come successo in Francia con lo Champagne.

Sarebbe una vera e propria stangata per il Bel paese in un momento già drammatico per le esportazioni, che risultano in calo del 43,4% ad aprile a causa del lockdown utile ad arginare la pandemia Coronavirus.

A condividere la preoccupazione dei produttori del settore vitivinicolo sono Coldiretti e Unione italiana vini (Uiv). La federazione guidata da Ettore Prandini è stata la prima a fare esplicito riferimento all’apertura di nuove indagini sulle tasse sui servizi digitali da parte dell’Ufficio del Rappresentante al Commercio degli Stati Uniti.

Si tratta appunto dell’Ustr, lo stesso organismo che ad agosto 2020, alla scadenza del Docket Ustr-2019-0003 relativo al contenzioso Boeing-Airbus, potrà nuovamente mettere in discussione la lista di prodotti italiani da sottoporre a una tassazione maggiore. Includendo questa volta anche il vino italiano.

“Le difficoltà economiche – denuncia Coldiretti – sembrano far riemergere tentazioni protezionistiche da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, già in difficoltà per le proteste in atto in tutto il paese per la morte dell’afroamericano George Floyd, soffocato durante un arresto a Minneapolis il 25 maggio scorso”.

La minaccia riguarda direttamente l’Italia e l’Unione Europea che nell’ambito del nuovo piano di aiuti da 750 miliardi di euro, il cosiddetto Fondo per la Ripresa o ‘Next Generation Eu, potrebbe anche includere una nuova tassa sul digitale, la cosiddetta Web Tax”.

La nuova guerra commerciale rischia di avere effetti devastanti sul settore agroalimentare Made in Italy, già penalizzato dall’entrata in vigore dei dazi il 18 ottobre 2019, con l’applicazione di tariffe aggiuntive del 25% su circa mezzo miliardo di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari nazionali.

Si parla di prodotti come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Provolone, Asiago, Fontina, ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

“Gli Stati Uniti sono il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e il terzo a livello generale dopo Germania e Francia – denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini – occorre dunque impiegare tutte le energie diplomatiche per superare inutili conflitti che rischiano di compromettere la ripresa dell’economia mondiale duramente colpita dall’emergenza Coronavirus”.

Sulla possibilità di nuovi dazi sul vino italiano vigila anche Unione italiana vini (Uiv). “Siamo molto preoccupati dall’apertura negli Usa della nuova indagine sulle tasse sui servizi digitali Web Tax perché rischia di colpire i nostri vini, come successo con gli Champagne nell’analoga vicenda subita dalla Francia”, commenta il segretario generale Paolo Castelletti (nella foto) interpellato da WineMag.it

La coincidenza temporale tra questa nuova ‘indagine’ e la riapertura della public consultation del rappresentante del commercio americano (Ustr) sulla vicenda Airbus-Boeing, che porterà a metà agosto al prossimo ‘carosello’ daziario al quale il vino italiano è scampato lo scorso febbraio, rischia di creare una situazione ulteriormente sfavorevole, che dobbiamo in ogni modo disinnescare“.

“Il vino non può pagare il prezzo di dispute estranee al settore – aggiunge Castelletti – tanto più in questa fase così delicata dei mercati, in cui dobbiamo ricostruire in tempi rapidi quel posizionamento internazionale che la vicenda Covid ha indebolito”.

Unione Italiana Vini si è mobilitata con i suoi partner importatori americani. L’obiettivo è quello di pianificare una serie di interventi nelle prossime settimane, utili a scongiurare l’ipotesi di nuovi dazi.

“Siamo in contatto, altresì, con il nostro governo e l’Ambasciata d’Italia a Washington per avere maggiori informazioni sullo stato dell’arte di queste nuove iniziative che potrebbero creare nuovi ostacoli al commercio dei nostri prodotti negli Stati Uniti”, annuncia ancora Paolo Castelletti a WineMag.it.

Non hanno abbassato la guardia neppure i vignaioli italiani promotori di una raccolta firme durante la prima tornata di paventati dazi, a inizio 2020. Le firme dei produttori, giunte a Roma e Bruxelles, sono servite a fare pressioni sul governo americano e oggi tornano utili.

Così la portavoce Marilena Barbera a WineMag.it: “La nuova tornata di investigazioni da parte dell’Amministrazione Trump sulle digital tax non ci coglie di sorpresa, come accadde invece all’inizio di quest’anno. L’esperienza acquisita sul campo, nell’attività di sensibilizzazione e mobilitazione dell’opinione pubblica e degli esponenti politici sia italiani che europei, gioca a nostro favore”.

Giocano a nostro favore anche i risultati positivi che abbiamo ottenuto: quasi 25 mila firme sulla nostra petizione, consegnata a metà gennaio nella mani della Ministra Teresa Bellanova, la risposta diretta e positiva del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, il coordinamento con un gruppo molto attivo di importatori americani, con i quali abbiamo condiviso la battaglia sulle due sponde dell’oceano. Risultati importanti, che hanno contribuito a risparmiare al vino italiano l’imposizione di dazi che ancora gravano, invece, sui vini francesi”.

“Il fatto che la procedura sia ancora agli inizi – ammonisce Marilena Barbera – non deve far assopire la nostra attenzione, al contrario! È proprio questo il momento di agire, coinvolgendo nuovamente tutti gli attori che hanno reso possibile il successo della nostra prima iniziativa, presentandoci compatti ai tavoli delle trattative e chiedendo ai nostri rappresentanti istituzionali di essere determinati, oggi come ieri, in difesa del Made in Italy e del nostro lavoro”.

Categorie
news news ed eventi

Vinitaly-Nomisma Wine Monitor: dazi e inizio covid-19 decisivi su export extra-ue nel trimestre

 

Marzo spartiacque per il commercio mondiale del vino, con l’Italia protagonista in positivo nei primi 2 mesi del 2020 ma in ritirata a marzo, dopo la fine delle scorte anti-dazi statunitensi e in corrispondenza con l’inizio del lockdown da Coronavirus. È quanto rileva l’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor nel focus rilasciato oggi sulle vendite di vino nei Paesi extra-Ue nel primo trimestre 2020.

Nel complesso, le elaborazioni svolte su base doganale segnano un andamento globale a due facce tra i top buyer mondiali. Con gli Stati Uniti che, in previsione dell’aumento dei dazi aggiuntivi, fanno precauzionalmente incetta di prodotto e chiudono il trimestre con le importazioni dal resto del mondo a +10,9% a valore, mentre la Cina – in piena emergenza Covid-19 – segna un decremento delle importazioni che sfiora il 20% rispetto al pari periodo 2019.

Segue, stabile, la domanda mondiale di vino da Canada e Giappone e, in rosso, dalla Svizzera (-10,8%). In tutto ciò l’Italia perde di meno in Cina (-13,3%) e guadagna di più negli Usa (+16,8%), con le vendite in Canada e Giappone ancora in terreno positivo dopo gli exploit del 2019, e con la domanda svizzera stabile.

“Due fattori esogeni come i dazi e la pandemia hanno prima favorito e poi penalizzato la crescita delle nostre esportazioni di vino – ha detto il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani – Basti pensare come negli Stati Uniti si sia passati da un incremento record a valore del 40% del primo bimestre a una contrazione del 17,4% a marzo”.

“Nei prossimi mesi – ha proseguito Mantovani – l’impatto della pandemia sui mercati internazionali sarà ancora più evidente, ma auspichiamo che questo autunno l’Italia possa essere la prima a ripartire proprio in Cina, laddove è iniziato con effetto domino il lockdown sull’on-trade del vino. In programma, la prima edizione del Wine to Asia di Shenzhen (9-11 novembre), oltre agli eventi di Vinitaly Hong Kong (5-7 novembre), e Chengd”.

Per il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini “Le vendite di vini fermi italiani nell’off-trade (gdo e liquor store) statunitense hanno raggiunto i 94 milioni di litri, che rappresentano solo il 40% delle importazioni totali della tipologia. Ora il quesito si pone su che fine farà l’altro 60% di vino fermo italiano e soprattutto se l’on-trade sarà in grado di ripartire con i ritmi precedenti. Da qui la necessità, specie per la fascia premium che è maggiormente penalizzata, di lavorare su un mix di canali che vedano protagonisti anche quelli dell’e-commerce, in forte crescita non solo negli Usa”.

E sono proprio i vini di qualità superiore che sembrano accusare maggiormente la variazione negativa di marzo: in Svizzera il lockdown della ristorazione ha infatti portato a una contrazione del prezzo medio all’import del 14,6% rispetto allo stesso mese dello scorso anno, negli Stati Uniti un calo del 10,5%, nella Cina del 9,5%, in Norvegia dell’11,5%. Una tendenza al ribasso, come riscontrato anche nella gdo italiana con la recente analisi voluta da Vinitaly, che vede in crescita i vini di fascia medio-bassa allo scaffale ma un progressivo ridimensionamento del valore medio alla bottiglia.

Quanto ai competitor, se l’off-trade è un terreno di agguerrita concorrenza con i vini australiani, cileni e statunitensi, la market leader Francia sembra accusare la congiuntura con maggiori difficoltà rispetto all’Italia, complice l’acuirsi delle difficoltà in Cina (-37,2% nel trimestre), la forte perdita in Svizzera (-24,6%) e la virata in negativo del Giappone. Bene invece, grazie agli sparkling, negli Usa, dove il timore dei dazi al 100% ha fatto lievitare le importazioni di Champagne a +93%.

Categorie
news news ed eventi

Covid-19, vignaioli italiani (orfani della Fivi): grido d’allarme e hashtag #ilvinononsiferma

È firmata da oltre duecento “vignaioli italiani” la lettera che mira a coinvolgere l’intera filiera del vino italiano. Il grido d’allarme è: “Il vino non si ferma #ilvinononsiferma“. Un documento destinato a raccogliere quante più voci possibili, a sostegno di un’iniziativa ben articolata e inclusiva, a cui è chiamato ad aderire l’intero settore (www.ilvinononsiferma.it, vignaioli@ilvinononsiferma.it, Facebook ilvinononsiferma, hashtag: #laretedeivignaioli, #ilvinononsiferma, #lavignanonsiferma).

Un’iniziativa che apre un interrogativo gigante (l’ennesimo) sulla Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi), costretta ad assistere all’ennesima iniziativa spontanea di alcuni associati, in mancanza di unità d’intenti all’interno del Consiglio di amministrazione. Qualcosa di già visto nei mesi scorsi, con la vicenza dazi Usa.

C’è di più. La presidente Matilde Poggi figura proprio tra i firmatari della lettera (qui l’elenco di tutti i sottoscrittori), in cui i “vignaioli italiani” lanciano un vero e proprio allarme.

In particolare, i primi dieci vignaioli che hanno aderito sono Edoardo Ventimiglia – Sassotondo – Sorano (GR); Caterina Gargari – Pieve de’ Pitti – Terricciola (PI); Gregorio Galli – Palazzo di Piero – Sarteano (SI); Walter Massa – Vigneti Massa – Monleale (AL); Luigi De Sanctis – Azienda Biologica De Sanctis Luigi – Frascati (RM).

E ancora: Marilena Barbera – Azienda Agricola Barbera s.s. – Menfi (AG). Ettore Ciancico – La Salceta – Loro Ciuffenna (AR); Gianluca Morino – Cascina Garitina – Castel Boglione (AT), Francesco Fenech – Az. Agr. Fenech Francesco – Malfa (ME), Francesco Cirelli – Azienda Agricola Cirelli – Atri (TE).

“Ci sentiamo parte attiva della straordinaria comunità che vive di vino – si legge sulla lettera dei vignaioli italiani – la nostra convinzione è che da questa crisi possiamo uscirne solo se restiamo uniti e se verrà salvaguardato il lavoro e il ruolo di ciascuno in ogni anello della filiera”.

“Per questo chiediamo a tutti rispetto per il nostro lavoro e offriamo in cambio lo stesso rispetto, consapevoli che solo con una collaborazione leale si possa, tutti insieme, uscire da questa crisi”.

Non accetteremo pressioni commerciali miranti a ridurre il margine che rappresenta la fonte di sostentamento per noi e le nostre aziende, perché riteniamo che soltanto con il riconoscimento di un equo corrispettivo sia garantita la dignità del nostro lavoro e del lavoro di coloro che collaborano con noi nella produzione, commercializzazione e promozione dei nostri vini”.

“Non accetteremo pratiche sleali quali il conto vendita – aggiungono i vignaioli – e le richieste sproporzionate di omaggi, consapevoli che soltanto con il rispetto delle normali condizioni commerciali possiamo contribuire in maniera positiva allo sviluppo della filiera”.

“Chiediamo a tutti i nostri clienti il rispetto delle scadenze per il pagamento delle forniture effettuate fino al 31/12/2019, in un momento in cui il mercato non presentava ancora alcuna criticità legata alla pandemia”.

Siamo disponibili – evidenziano i vignaioli – a discutere forme di credito agevolate che tengano conto delle difficoltà economiche che, con il lungo periodo di inattività, tutti i ristoranti e le enoteche si troveranno a fronteggiare alla riapertura, pur nel rispetto degli sforzi e degli investimenti che noi aziende agricole non abbiamo mai smesso di affrontare.

“Ci impegniamo, nelle scelte di vendita diretta dei nostri prodotti al consumatore finale, ad operare con lealtà nei confronti dei nostri clienti della distribuzione e dell’horeca, che sono fondamentali per la promozione e la valorizzazione dei vini prodotti dai vignaioli italiani”.

“Per questo motivo, garantiamo che i nostri listini dedicati ai privati rispettino la normale marginalità riservata agli operatori commerciali. Siamo convinti che vada rafforzata la collaborazione con tutti gli attori della filiera vinicola, consapevoli che soltanto da un dialogo aperto e organico possano scaturire le migliori opportunità di crescita e valorizzazione per questo nostro piccolo grande mondo”.

Parole per certi versi molto simili a quelle usate nei giorni scorsi, in esclusiva a WineMag.it, da Lorenzo Righi, direttore di Club Excellence, realtà che raggruppa 18 tra i maggiori distributori e importatori italiani di vino, nel commentare le “Linee guida per il mercato e gli agenti” delle aziende che aderiscono al consorzio.

UNITÀ PER USCIRE DALLA CRISI
“Le conseguenze economiche della pandemia – scrivono ancora i vignaioli – hanno travolto la nostra intera società. La natura, però, non si ferma: noi, custodi della terra, non ci siamo arrestati. Lavoriamo per l’eccellenza, per valorizzare la cultura e la civiltà del vino, per consolidare la reputazione del Made in Italy nel mondo. Difendere l’integrità dei territori e la bellezza dei paesaggi, che rendono straordinario il nostro Paese, è l’altra nostra missione, che ci rende fieri di essere italiani. Siamo così custodi di ecosistemi unici, in un momento storico in cui la lotta al cambiamento climatico è imperativo altrettanto urgente”.

“Siamo consapevoli delle difficoltà che questa pandemia ha causato degli effetti che continueranno a gravare su tutti i comparti per i quali il vino costituisce una risorsa insostituibile” proseguono “La produzione continua, i magazzini si riempiono, perché i nostri clienti sono fermi: se non interveniamo immediatamente, il virus ucciderà il nostro patrimonio vitivinicolo, e con esso alcuni territori e parte del prestigio italiano”.

Sono a rischio 10 miliardi di euro: “Tanto vale la produzione vinicola italiana – ricordano nella lettera i vignaioli italiani – di cui 6 miliardi derivanti dalle esportazioni. Serve intervenire subito“.

Categorie
Gli Editoriali news news ed eventi

Patto sul vino di qualità, sì di Unione italiana vini a storico accordo Gdo-Horeca

EDITORIALE –Unione italiana vini è disponibile al confronto e pronta a condividere idee e proposte su come il vino italiano potrebbe essere valorizzato ancora di più attraverso la Grande distribuzione organizzata“. Il segretario Uiv Paolo Castelletti commenta così la proposta di WineMag.it di un tavolo coordinato dalla ministra Teresa Bellanova al Mipaaf, che coinvolga i principali attori della filiera del vino italiano – comprese le realtà al momento estranee dal segmento Gdo come la Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi) o VinNatur – allo scopo di redigere un “Patto sul vino di qualità” nella Grande distribuzione.

Un avallo, quello di Uiv, che arriva a pochi giorni da quello di Coldiretti, che si è detta pronta ad aderire alla discussione attraverso il responsabile nazionale settore Vino, Domenico Bosco. Una soluzione, quella del tavolo ministeriale Gdo-Horeca, che potrebbe avere risvolti positivi anche al termine dell’emergenza Covid-19, preservando almeno in parte le piccole e medie imprese dal pericolo dei dazi internazionali.

“Non dimentichiamo – sottolinea Paolo Castelletti – che già oggi, e sempre di più, la Gdo è orientata a offrire al consumatore la più vasta gamma di prodotti, anche ad alto valore aggiunto. Al contempo, la crisi che stiamo vivendo da più di un mese, oggi mette in ginocchio, più di ogni altra cosa, il canale on-trade, dove si vende il 33% del vino italiano, vale a dire circa 7 milioni di ettolitri solo in Italia. “Un segmento martoriato dal ‘lockdown’ e dall’azzeramento del turismo”.

“Chiediamo perciò al governo misure a favore di queste imprese – aggiunge a WineMag.it il segretario di Unione italiana vini – soprattutto Pmi con una forte propensione al mercato nazionale, che più di ogni altro stanno pagando la crisi, con ingenti interventi di liquidità”.

“Fondamentale, infine, dare ristoro al mondo horeca: temiamo, infatti, che tanti piccoli esercizi (enoteche, ristoranti, wine bar) possano scomparire a seguito della crisi. Quindi diciamo: bene i tavoli con la Grande distribuzione, ma allarghiamo la discussione a tutti gli attori di tutti i segmenti dove le aziende hanno creato valore, altrimenti la ripresa sarà molto dura”.

Mentre è attesa per le prossime ore una presa di posizione ufficiale della ministra Teresa Bellanova, i rumors che arrivano dall’Horeca e dalla Gdo risultano sempre più preoccupanti.

Da un lato centralini intasati dei buyer delle maggiori insegne nazionali della Grande distribuzione organizzata, chiamati a rispondere al pressing di numerose cantine – anche di grandi dimensioni – ora disponibili alla vendita delle linee di vini Horeca sugli scaffali della Gdo (impensabile, prima della crisi Covid-19).

Dall’altro, numerose cantine abituate a operare prevalentemente nei supermercati stanno contattando i pochi operatori Horeca rimasti aperti (prevalentemente enoteche, in importanti città italiane, come Milano) per “piazzare” a prezzi stracciati interi bancali di vino a Denominazione (Doc e Docg).

Una situazione paradossale, che dimostra la necessità di interventi immediati da parte del Governo, utili a evitare intrecci d’interessi incompatibili, se non regolamentati all’interno di un “Patto sul vino” che preservi gli operatori e i vignaioli abituati a dialogare con l’Horeca e offra alla Gdo la possibilità (forse irripetibile) di alzare l’asticella della qualità del vino a scaffale. Nell’interesse assoluto del Made in Italy enologico.

Categorie
Gli Editoriali news news ed eventi

La Grande distribuzione come “arma” del vino italiano, contro dazi e virus: perché no?

EDITORIALE – Nel periodo più buio e incerto per il vino italiano dell’ultimo decennio, o giù di lì, i produttori del Bel paese – piaccia o no – hanno sotto gli occhi due assi che potrebbero giocare a loro favore anche in futuro contro dazi (che siano di Trump, Johnson o Putin, poco importa) e Coronavirus vari: sono l’e-commerce, ovvero la vendita di vino online – e la Grande distribuzione organizzata (Gdo), vale a dire il variegato mondo delle insegne di supermercati.

Se sul fronte dell’e-commerce le cose sembrano andare a gonfie vele, con tre quarti delle cantine italiane che sembrano aver scoperto solo oggi le miracolose “proprietà” terapeutiche di Google (per il business, s’intende) più difficile è immaginare una “manovra d’avvicinamento” a quella che – anche per demeriti propri – appare da sempre come il grande “nemico” dei produttori “di filiera”: la Gdo, per l’appunto.

Secondo il parere di Unione italiana vini (Uiv), e in particolare del segretario generale Sergio Castelletti, qualora gli Usa avessero applicati dazi al 100% sul vino italiano a gennaio, “per gli altri Paesi sarebbe impossibile assorbire il surplus” del Made in Italy enologico, derivante dalla mancata esportazione.

Quali armi hanno, dunque, i produttori italiani, per non ritrovarsi col cerino (anzi, il pallet) in mano, di fronte al prossimo flusso mestruale della politica internazionale o, peggio, di Madre (virus) Natura?

L’idea potrebbe essere quella di indire a livello ministeriale – ovviamente a emergenza Coronavirus superata – un tavolo di lavoro serio e propositivo, che abbia come finalità la convergenza d’intenti dei maggiori protagonisti della Grande distribuzione italiana e delle sigle di rappresentanza dei produttori di vino italiano, da Uiv alla Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti), per citarne solo un paio.

Passando anche (perché no?) da un confronto con quelle associazioni di produttori di “vino artigianale” (o “vino naturale“, che dir si voglia) che, negli anni, hanno dimostrato apertura verso disciplinari di produzione che regolamentino l’artigianalità ben al di là del fanatismo, del cornoletame e delle “puzze” spacciate per terroir.

Il riferimento è a VinNatur di Angiolino Maule, protagonista tra l’altro di un progetto che, a Gambellara (VI), avvicina la produzione artigianale a quella di massa della cooperativa Vitevis, nel segno della fertilità del suolo e della biodioversità.

Del resto è ormai assodato, in Italia, l’interesse nei confronti dei vini naturali. Una nicchia (si parla di meno del 3% dei consumi totali) che la Grande distribuzione potrebbe sdoganare, dopo “bio” e “senza solfiti aggiunti“.

Dal canto suo, con tutti questi nuovi attori in gioco, la Gdo dovrebbe scendere a patti con chi, sino ad ora, non è riuscito a riconoscersi nelle politiche del segmento, specie sul fronte del pricing, dell’approvvigionamento e, non ultimo, della gestione dello stock allo scaffale.

Un’idea per accontentare tutti potrebbe essere quella di dedicare un vero e proprio spazio “enoteca” nei punti vendita, diverso dalla “corsia vini”: la convergenza attuale tra due concetti tra loro agli antipodi, spesso genera risultati imbarazzanti, fermandosi alla sola analisi delle referenze in assortimento.

Uno spazio, insomma, riservato alle produzioni di maggiore qualità, a cui conferire valore ben al di là della scelta dei materiali della scaffalatura: il legno al posto dell’alluminio non basta più.

In quest’area ben circoscritta, con politiche di “listing” non centralizzate dalla sede dell’insegna, ma lasciate alla sensibilità del responsabile – in modo da valorizzare, tra le altre cose, i vitigni autoctoni della zona in cui si trova il singolo punto vendita – potrebbero operare professionisti del settore, in grado di consigliare i clienti negli acquisti. Proprio come in enoteca.

Che vantaggi avrebbe la grande distribuzione? Facile: lo scontrino medio, alla voce “bevande alcoliche”, schizzerebbe alle stelle. E Gdo e Horeca smetterebbero (forse) di farsi la guerra, con una fetta di pane ciascuno. Sotto lo stesso tetto.

Un segnale ben chiaro della necessità di una maggiore collaborazione tra la filiera agricola – e dunque vitivinicola – e la Grande distribuzione si è palesata proprio in queste settimane di emergenza Coronavirus.

Come rivela Coldiretti, tra le imprese risparmiate dai Decreti anti Covid-19 in Italia, circa il 50% lavora per garantire le forniture alimentari alla popolazione. In soldoni, si tratta di oltre un milione di realtà, divise tra 740 mila aziende agricole, 70 mila industrie alimentari e 230 mila punti vendita tra ipermercati (911) supermercati (21101), discount alimentari (1716), minimercati (70081) e altri negozi (138 mila).

La filiera alimentare continua ad operare con 3,6 milioni di persone, con un valore dai campi agli scaffali pari a 538 miliardi di euro. Ovvero il 25% del Pil. Un sistema, il nostro, che poggia sull’agricoltura nazionale e si classifica al primo posto a livello comunitario per numero di imprese e valore aggiunto.

Merito dei primati produttivi che spaziano dal grano duro per la pasta al riso, dal vino ai prodotti ortofrutticoli, ma anche per la leadership nei prodotti di qualità come salumi e formaggi.

Per affrontare l’emergenza Coronavirus e “costruire il futuro” – parole di Coldiretti – è nata proprio in questi giorni, non a caso, “l’alleanza salva spesa Made in Italy” con agricoltori, industrie alimentari e distribuzione commerciale impegnate a “garantire regolarità delle forniture alimentari agli italiani e combattere qualsiasi forma di speculazione sul cibo, dai campi alle tavole”.

Un progetto promosso da Coldiretti e Filiera Italia, insieme ai maggiori gruppi e insegne della distribuzione organizzata: Conad, Coop, Auchan, Bennet, Cadoro, Carrefour, Decò, Despar, Esselunga, Famila, Iper, Italmark, Metro, Gabrielli, Tigre, Oasi, Pam, Panorama, Penny Market , Prix, Selex, Superconti, Unes e Vegè. A quando un grande, rivoluzionario, “Patto sul vino di qualità“, vero simbolo e portabandiera del Made in Italy?

Categorie
degustati da noi news news ed eventi vini#02

PrimAnteprima 2020: i migliori assaggi di Maremma, Orcia e Chianti Rufina

FIRENZE – Come consuetudine è stata PrimAnteprima 2020 ad aprire la settimana delle Anteprime di Toscana alla Fortezza da Basso, Firenze. Vetrina multi-denominazione e multi territoriale, PrimAnteprima raccoglie le maggiori Doc e Docg ed è occasione per fare il punto su denominazioni come Maremma, Orcia e Chianti Rufina.

I numeri fanno ben sperare. Bene il mercato estero dei vini Toscani, che copre il 19% dell’export nazionale di vini Dop fermi (quota che sale al 26% se si considera il valore). Export che è cresciuto del 3% nei primi 10 mesi del 2019 nonostante le incognite “dazi“, “Brexit” e “Coronavirus“.

Numeri che confermano la forza commerciale del Brand “Toscana”. Forza che nasce da un territorio, il “Vigneto Toscana“, in cui il 96% degli ettari vitati (56.000 su un totale di 59.000) risulta destinato a denominazioni certificate contro un dato nazionale medio del 62%.

Cinquantadue Dop e 6 Igp che con la vendemmia 2019 hanno prodotto 2,6 milioni di ettolitri. Un +11% rispetto al 2018 in controtendenza rispetto al -19% nazionale.

A sostegno della produzione Toscana la sempre maggiore attenzione alle denominazioni, come la recente nascita dell’Orcia Doc o il neonato Consorzio Vino Toscana Igt, progetti legati all’enoturismo come legame fra bellezza territoriale e viticoltura e le iniziative promozionali legate alle Wine Week prima fra tutte proprio quella delle Anteprime di Toscana.

I MIGLIORI ASSAGGI DI WINEMAG.IT

Numeri, progetti e mercato in crescita. Come si traduce tutto questo “nel calice”, unico vero metro di giudizio del vino? Di seguito gli assaggi (sempre e rigorosamente alla cieca) che più hanno convinto.

MAREMMA TOSCANA DOC

Una Denominazione in crescita che si attesta al terzo posto per superficie fra le Denominazioni Toscane. Superficie vitata sulla quale cresce la presenza del Vermentino che con la vendemmia 2019 rappresenta il 28% della quantità imbottigliata nella Doc.

Ciò nonostante sono solo 6 i campioni di bianco presentati a PrimAnteprima 2020. Orfani in un mare di rossi in cui la “quota internazionale” dei tagli tende a farsi sentire.

Se per ‘estero’ intendiamo fuori dalla provincia di Grosseto andiamo bene!” afferma il Presidente del Consorzio Francesco Mazzei rispondendo alla nostra domanda sulle prospettive di mercato Italia/Estero.

Frase che sintetizza molto bene la difficoltà della Maremma a farsi conoscere e riconoscere sui mercati.

  • Maremma Toscana Doc Vermentino 2019 – Tenuta Moraia
  • Maremma Toscana Doc Alicante 2018 “Oltreconfine Grenache” – Azienda Agricola Bruni
  • Maremma Toscana Rosso Doc 2017 – Berretta
  • Maremma Toscana Rosso Doc 2018 “Bramaluce” – Terenzi
  • Maremma Toscana Rosso Doc 2016 – Rocca di Frassinello
  • Maremma Toscana Rosso Doc 2013 “San Michele” – Poggio L’Apparita
  • Maremma Toscana Rosso Doc 2015 “Prelius” – Castelprile-Prelius
  • Maremma Toscana Doc Cabernet Sauvignon 2016 “Il Cucchetto” – Fattoria il Casalone
  • Maremma Toscana Doc Cabernet Sauvignon 2016 “Lodai” – Tenuta Fertuna

ORCIA DOC

Denominazione nata nel 2000 e con una produzione che si assesta intorno alle 300 mila bottiglie (figlie di 153 ettari vitati su un potenziale di 400) l’Orcia sembra non aver ancora trovato un proprio filo conduttore.

È quanto emerge dal tasting di PrimaAnteprima, degustazione nella quale i campioni non sembrano parlare tutti la stessa lingua. Ecco quelli più convincenti.

  • Orcia Sangiovese Doc 2018 “Troccolone” – Campitoni Marco
  • Orcia Sangiovese Doc Riserva 2016 “Il Tocco” – Campotondo
  • Orcia Doc 2016 “Leone Rosso” – Donatella Cinelli Colombini
  • Orcia Doc 2016 “Cenerentola” – Donatella Cinelli Colombini
  • Orcia Sangiovese Doc 2015 “Sesterzo” – Poggio Grande
  • Sangiovese Toscana Igt 2016 “Frasi” – Capitoni Marco

CHIANTI RUFINA DOCG

Assaggi di prospettiva per il Rufina, tanto per l’annata 2018 che per le riserve.

  • Chianti Rufina Docg 2018 – Podere al Pozzo
  • Chianti Rufina Docg 2018 “La Fuga” – Borgo Macereto
  • Chianti Rufina Docg Riserva 2017 – Podere al Pozzo
  • Chianti Rufina Docg Riserva 2017 “Vigneto Quona” – I Veroni

[URIS id=45626]

Categorie
news news ed eventi

Roulette dazi Usa: vino italiano salvo, ma solo per 180 giorni

Il vino italiano si salva dai dazi Usa, ma la favola dura solo 180 giorni. Il governo americano ha infatti deciso di mantenere lo status quo sui dazi nei confronti dei prodotti agricoli europei importati negli Usa applicati in conformità alla decisione del Wto nell’ambito dell’affaire Airbus. Lasciando sostanzialmente invariate le decisioni assunte a ottobre 2019.

“Il vino italiano – commenta Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini – sopravvive alla roulette ‘americana’ del carosello. Tiriamo un sospiro di sollievo e prendiamo fiato almeno per 180 giorni, termine entro il quale il governo americano potrà nuovamente rimescolare le carte sui dazi”.

“Il risultato positivo di quest’oggi è stato raggiunto anche grazie al lavoro delle istituzioni italiane, che voglio ringraziare, che hanno dato vita a innumerevoli azioni di sensibilizzazione verso l’Amministrazione USA a difesa del mondo del vino italiano”.

“Il problema dei dazi non si risolve certo con la decisione di oggi – afferma Paolo Castelletti segretario generale di UIV – e continuerà a occupare la nostra agenda politica delle prossime settimane. I dazi sono ancora in vigore per una parte molto sensibile dell’agrifood italiano, così come resta penalizzata la maggior parte del vino europeo”.

“Il fatto che l’agricoltura e il nostro settore paghino una disputa sul settore aerospaziale che sta portando perdite di business e investimenti nel mondo del vino, è estremamente preoccupante e genera incertezza anche per le aziende di quei settori, come il vino italiano, che al momento non sono toccati dalle tariffe”. Da qui la necessità di proseguire nel dialogo con il governo Trump per incoraggiare un processo di distensione delle relazioni transatlantiche.

Unione Italiana Vini si appella in primis alla Commissione Europea affinché “trovi un accordo nel brevissimo periodo con gli Stati Uniti per risolvere la questione Airbus – continua Castelletti – ma chiediamo anche ai governi dell’UE e degli Stati Uniti di costruire un’agenda positiva sul commercio, aprendo ulteriormente l’accesso ai rispettivi mercati per il settore vitivinicolo e rimuovendo tutte le tariffe sul vino, nella logica del principio ‘zero for zero'”.

Primi commenti anche dai Consorzi del vino. Così Giovanni Busi, presidente Consorzio Vino Chianti: “La notizia più bella che potesse arrivare alla vigilia della nostra anteprima Chianti Lovers. Possiamo tirare un sospiro di sollievo dopo mesi di apprensione. Siamo grati al governo americano e alle nostre istituzioni per il gioco di squadra che ha permesso di escludere l’Italia dai Paesi colpiti dai dazi”.

“Il mercato americano – conclude Busi – resta per noi punto di riferimento e asset fondamentale per il nostro export. Un Paese che negli ultimi decenni ha incrementato l’interesse e l’apprezzamento verso i nostri prodotti. Questa notizia ci fa riprendere la nostra attività con maggiore serenità, pronti a investire ancora di più”.

Categorie
news news ed eventi

Wine tariffs: il messaggio del vignaiolo italiano contro i dazi sul vino di Trump

Roma, aeroporto di Fiumicino. Il passaporto poggiato sul davanzale. Accanto, un aeroplanino di carta, puntato verso il cielo. Come uno shuttle, che non vede l’ora di decollare. Il vignaiolo Lorenzo Marotti Campi, tra i migliori interpreti del Verdicchio dei Castelli di Jesi, ha scelto il simbolismo per lanciare un monito al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in merito alle “wine tariffs“, i dazi che potrebbero colpire il vino italiano negli Usa, sino al 100% del valore.

Un’immagine forte, affidata a Facebook. Affiancata da un commento incisivo, scritto in lingua inglese: “Dear Mr. President, I’ve heard you are planning to add tariffs to my wines despite neither me or the people I know have any connection with the Airbus consortium“.

“Yet here I am – continua Marotti Campi – flying to the Usa where I will spend one full month like every year in February (and then in June and in October), supporting your hotel businesses, your restaurants, your airlines, your taxi and Uber drivers and of course my dear friends importers, distributors and sales reps… Not to mention B&H Photovideo and the National Park Service 😊”.

“Whatever tariffs you are planning they will never make up for a portion of the business that my travelling alone creates…. so think twice. Cheers, this round is on me ! 😉”. Una posizione, quella di Lorenzo Marotti Campi, condivisa anche dall’importatore italiano Nicola Biscardo, sentito da WineMag.it a metà gennaio. Serviranno, queste parole, a smuovere la coscienza di Trump?

Categorie
news news ed eventi

Vino (Vinitaly – Nomisma): mercato USA nel caos per i dazi

VERONA – I dazi aggiuntivi statunitensi mettono nel caos l’export del vino. E a farne le spese, a dicembre, non sono solo i Paesi penalizzati in dogana ma anche l’Italia. È quanto rilevato dall’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, che ha elaborato i nuovi dati delle dogane Usa sui 12 mesi del 2019.

Secondo l’Osservatorio, la guerra commerciale Usa-Ue ha creato negli ultimi mesi una serie di dinamiche negative, e a farne le spese è stata anche l’Italia che a dicembre ha perso il 7% a valore rispetto al pari periodo dello scorso anno, con un -12% per i suoi vini fermi.

In questo circuito vizioso i produttori Ue segnano il passo, con la Francia che negli ultimi 2 mesi vede i propri fermi cadere a -36% e la Spagna a -9%. Per contro, volano le forniture da parte del Nuovo Mondo produttivo, con la Nuova Zelanda che sale a +40% a valore e il Cile, a +53%.

“Assistiamo a un mercato confuso – ha detto il direttore generale di Veronafiere Giovanni Mantovani – contrassegnato prima da una corsa alle scorte e poi da grandi incertezze. Un clima che certo non giova agli scambi, fin qui molto positivi, e che speriamo possa cambiare il prima possibile”.

“Per questo confidiamo nell’odierna missione negli Usa del commissario al Commercio, Phil Hogan – prosegue Mantovani – e nell’ottimismo rappresentato in questi giorni dal commissario all’Economia, Paolo Gentiloni. La speranza è poter arrivare al prossimo Vinitaly in un rinnovato regime di pace commerciale con il nostro storico partner”.

Secondo il responsabile dell’Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini “Ciò che emerge è uno scenario di forte incertezza sui principali mercati mondiali della domanda di vino, e questo è un fattore chiave da affrontare nell’anno in corso”.

“Gli Stati Uniti – conclude Pantini – ci consegnano un mercato che nel 2019 è aumentato nell’import globale, probabilmente anche più di quanto sia la reale crescita dei consumi, per effetto di aumento scorte a scopo precauzionale. Anche l’Italia chiude in crescita, sebbene continui a mantenere un prezzo medio nei fermi più basso della media, e con un traino forte degli spumanti”.

È di 5,55 miliardi di euro il valore complessivo del vino importato dagli Usa nel 2019, in crescita del 5,7% sull’anno precedente grazie alla corsa della domanda di spumanti (+11,1%). Tra i principali fornitori, è sempre testa a testa tra la Francia, a 1,92 miliardi di euro (+7,7%), e l’Italia (+4,2%) a 1,75 miliardi di euro, mentre è ottima la performance della Nuova Zelanda anche nei 12 mesi (+11,9).

Tra le tipologie, faticano ancora i fermi&frizzanti italiani, in positivo dell’1,7% mentre sono convincenti una volta di più gli sparkling tricolori, anche lo scorso anno in doppia cifra a +13,7%.

Categorie
news news ed eventi

Coronavirus minaccia il vino italiano in Cina: valori dell’export a rischio

Il clima recessivo provocato da Coronavirus minaccia l’export di vino italiano in Cina. I risvolti dell’emergenza si estendono dai mercati finanziari a quelli delle materie prime, fino al commercio reale, mettendo a rischio il Made in Italy vitivinicolo, valso 140 milioni di euro nel 2019.

A livello nazionale, secondo un’analisi Coldiretti sulla base delle proiezioni su dati Istat relativi ai primi dieci mesi del 2019, a rischio ci sono 460 milioni di euro di esportazioni di prodotti agroalimentari italiani in Cina.

A pagare un conto salato rischia di essere in particolare il vino, che è il prodotto tricolore più esportato nel gigante asiatico. “La Cina – sottolinea la Coldiretti – per effetto di una crescita ininterrotta della domanda è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi”.

Regioni come la Lombardia, per le quali il vino pesa per circa il 21% sul totale delle esportazioni agroalimentari nel Paese del Dragone, potrebbero registrare danni che si aggirerebbero attorno ai 14 milioni di euro.

L’impatto dell’emergenza Coronavirus colpisce l’Italia anche indirettamente. Lo dimostrano le quotazioni della soia, crollate per nove giorni consecutivi al Chicago Board of Trade, punto di riferimento mondiale del commercio delle materie prime agricole.

Secondo l’analisi Coldiretti, “il prezzo della soia sul mercato futures è sceso di circa il 10% dall’inizio dell’anno sull’onda delle crescenti preoccupazioni sul calo della domanda del mercato cinese”.

Una conseguenza dell’emergenza sanitaria che si riflette sull’economia cinese ma che ha anche un effetto valanga sul mercato globale. La Cina è la più grande consumatrice mondiale di soia ed è costretta ad importarla per utilizzarla nell’alimentazione del bestiame, in forte espansione con i consumi di carne.

A frenare le spedizioni agroalimentari Made in Italy sono inoltre le barriere tecniche ancora presenti per le produzioni nazionali. “Bisogna superare gli ostacoli tecnici alle esportazioni agroalimentari italiane per riequilibrare i rapporti commerciali con le importazioni dalla Cina”, evidenzia Coldiretti.

“Una situazione – evidenzia Coldiretti – che va attentamente monitorata dall’Unione Europea per salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare, soprattutto in un momento in cui il cibo è tornato strategico nelle relazioni internazionali, dagli accordi di libero scambio alle guerre commerciali come i dazi di Trump, la Brexit o l’embargo con la Russia“.

Categorie
news news ed eventi

Lugana Doc in continua crescita

PESCHIERA DEL GARDA – Cresce il Lugana nei mercati mondiali e chiude l’ultima campagna di commercializzazione con un +27% sull’anno precedente, raggiungendo le 22 milioni di bottiglie vendute. La Doc conferma ancora una volta il proprio primato dell’export, con oltre il 70% di imbottigliato che oltrepassa il confine e quote maggioritarie da attribuire ancora una volta alla capolista Germania e agli Stati Uniti.

Ma sono soprattutto gli USA a mostrare per la Doc performance senza precedenti, con un +15% di bottiglie importate rispetto al 2018, e a confermarsi quindi come mercato di maggior potenziale e interesse per le esportazioni vinicole del Lugana, che continua a guardare a ovest senza timore e anzi con fiducia e ottimismo.

Il Consorzio di tutela ha infatti deciso di aumentare gli investimenti e intensificare le iniziative promozionali che interesseranno le principali piazze del vino degli States, da New York a San Francisco, da Seattle a Denver, da Miami a Boston.

Certamente preoccupa il tema dazi, che rischia di diventare un conto molto salato anche per i produttori gardesani, in una situazione che a tutti gli effetti mina l’intero comparto vinicolo continentale. E il discorso vale soprattutto per il vino italiano, che resta tra i vini imbottigliati più richiesti dal consumatore medio statunitense.

“La temporanea tregua raggiunta in questi giorni tra USA e Francia ci fa sperare – afferma il Direttore del Consorzio Andrea Bottarel – La tendenza sembra infatti quella di prendere il giusto tempo per raggiungere accordi che tutelino i reciproci interessi, come nel caso Brexit. Il vino italiano esportato in USA e UK muove di fatto un indotto importante anche per gli operatori del settore dei paesi di destinazione. È doveroso essere prudenti, ma sarebbe altresì controproducente arrestare ora la promozione in un momento di effettiva crescita”.

La Doc Lugana non registra soltanto un trend di vendite decisamente positivo, ma anche in termini di posizionamento guadagna il podio per essere il vino bianco italiano con il prezzo medio allo scaffale più alto sfiorando quota 8 Euro a bottiglia, con un aumento del 35,7% in valore e del 31% in volume sull’anno precedente (dinamica che in effetti ha interessato l’intero comparto, provocando cambiamenti significativi nei trend di acquisto nazionali e internazionali).

Un grande obiettivo per il Consorzio, che proprio negli ultimi mesi si è esposto in favore di interventi e comportamenti, da parte di ogni attore della filiera produttiva, che salvaguardassero ed aiutassero ad aumentare il valore economico della Denominazione Lugana.

“siamo soddisfatti dei risultati e pronti ad affrontare la prossima campagna in un clima di serenità commerciale, in un mercato che si prospetta equilibrato, a fronte anche delle misure di governo richieste e messe in atto in vista dell’ultima vendemmia” – Dichiara il Presidente Ettore Nicoletto.

Infine il Consorzio del Lugana apre il programma promozionale 2020, come sempre ricco e variegato, al fianco di Slow Wine, nell’ambito degli apprezzati tour che portano l’eccellenza vitivinicola italiana nel mondo, precisamente il 3 febbraio a Monaco di Baviera e dal 18 al 25 febbraio negli Stati Uniti.

Il Lugana torna in scena agli immancabili appuntamenti con Prowein a marzo e Vinitaly ad aprile, per proseguire a maggio con due masterclass aperte a stampa ed operatori ad Amburgo e Vienna – che si aggiungono a due panel di degustazione in collaborazione con la rivista di settore di lingua tedesca Vinum – e con la London Wine Fair (UK).

Il primo e intenso semestre di attività della Denominazione del Garda si chiuderà con l’attesa kermesse itinerante dedicata esclusivamente al Lugana, declinato in tutte le sue tipologie, Armonie Senza Tempo, che quest’anno ha scelto come proscenio l’eclettica e dinamica piazza di Milano.

Categorie
Approfondimenti

Dazi sul vino italiano, Castelletti (Uiv): impossibile per altri Paesi assorbire surplus

In caso di applicazione di dazi al 100% sul vino italiano, per gli altri Paesi sarebbe impossibile assorbire il surplus. È quanto afferma Paolo Castelletti, segretario generale di Unione Italiana Vini (Uiv).

Alla vigilia dell’incontro romano tra la Ministra Teresa Bellanova e il Segretario americano all’Agricoltura Sonny Perdue, l’organizzazione che rappresenta la filiera italiana del vino ringrazia per la posizione espressa a Bruxelles.

E invita a “incoraggiare un processo di distensione con il governo americano, per evitare l’inasprimento di una guerra commerciale che danneggerebbe in modo grave non soltanto gli operatori europei, ma anche quelli americani”. “L’obiettivo a cui puntare – sostiene Paolo Castelletti – è distendere i rapporti commerciali con gli Usa, cercando soluzioni condivise a livello internazionale”.

Questo perché, secondo le stime di Uiv, “l’imposizione di un dazio ad valorem al 25% su vini fermi e vini spumanti italiani porterebbe a una contrazione delle vendite di circa il 15% sul mercato americano, equivalente a circa 270/300 milioni di euro e alla perdita in volume di circa 1 milione di ettolitri di vino a livello europeo, difficilmente ricollocabili in altri mercati”.

https://www.winemag.it/dazi-usa-vino-importatore-italiano-catastrofe-in-vista-trump-si-ricreda/

“Infatti – spiega Castelletti – in altri Paesi la capacità di collocare i volumi di vino non assorbiti oltreoceano sarebbe molto inferiore. Inoltre, i dazi sui vini italiani causerebbero un danno molto forte anche all’economia Usa, mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro”.

“Il business del vino americano – annota Castelletti – si traduce in opportunità di lavoro importanti, se si considera tutta la catena distributiva sul mercato, quindi importatori, distributori e operatori della ristorazione”.

L’INCONTRO A ROMA

“Facciamo attenzione, le guerre commerciali non fanno mai bene e rischiano di incrinare, come in questo caso, relazioni politiche consolidate. Noi abbiamo sempre considerato gli Stati Uniti un alleato fondamentale e strategico. E vogliamo che sia così”.

Così la Ministra Teresa Bellanova aprendo stamane l’incontro bilaterale con il Segretario Usa all’Agricoltura Sonny Perdue, svoltosi al Ministero delle Politiche agricole. “Sappiamo bene – ha aggiunto – come le questioni in gioco sono di grande sensibilità, non solo per il settore agroalimentare ma per il futuro delle relazioni fra le due sponde dell’Atlantico”.

Durato circa un’ora, l’incontro tra Bellanova e Perdue ha toccato diversi argomenti, dalla centralità dell’agricoltura alle sfide che ha dinanzi a sé per una sostenibilità ambientale, sociale, economica.

Al termine dell’incontro la Ministra Bellanova ha donato a Perdue un cesto con prodotti Dop e Igp colpiti dai dazi, corredato da una copia dell’Atlante Qualivita 2020, che raccoglie tutte le eccellenze del territorio italiano come invito alla conoscenza del nostro immenso patrimonio enogastronomico.

Bellanova si è detta “convinta che l’introduzione o l’aumento di dazi avrà effetti negativi per tutti: i consumatori saranno costretti a pagare a prezzi più elevati i prodotti alimentari, le imprese avranno più difficoltà ad esportare e con costi di approvvigionamento più elevati, i Governi saranno costretti a compensare i maggiori costi con risorse pubbliche”.

“A maggior ragione – aggiunge la ministra – perché i nostri settori rischiano di pagare per questioni cui sono estranei e a cui è peraltro estranea soprattutto l’Italia. Questo non deve accadere: dobbiamo costruire tutte le condizioni e gli spazi per rilanciare l’agenda delle relazioni economiche bilaterali ed è nostro dovere politico e istituzionale cercare e praticare questo spazio fino in fondo”.

“Dopo il nostro recente confronto a Bruxelles con gli altri Ministri europei dell’Agricoltura- ha proseguito la Ministra Bellanova – considero rilevante questa ulteriore occasione di dialogo e mi auguro che possa contribuire al riequilibrio delle nostre relazioni e alle indicazioni da restituire a Washington”.

“Come Ministri dell’Agricoltura abbiamo il dovere di raffigurare al massimo il punto di vista del mondo che rappresentiamo. Lei conosce questo settore, grazie alle sue passate esperienze, in modo approfondito: l’agroalimentare per crescere ha bisogno di regole certe

“I dazi – ha concluso Bellanova – non sono la risposta che i cittadini si attendono da Stati Uniti ed Europa. Dobbiamo lavorare per evitare che ulteriori misure restrittive generino altre ripercussioni negative sui nostri settori agricoli e anche nel quadro delle prossime sfide che entrambi dovremo in modo coeso affrontare”.

Categorie
news news ed eventi

Dazi Usa sul vino italiano: Unione italiana vini (Uiv) scrive a Sergio Mattarella

In occasione della visita ufficiale a Roma del vicepresidente americano Mike Pence, Uiv, l’organizzazione che rappresenta più dell’80% dell’export di vino italiano, chiede al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di farsi “portavoce delle istanze del settore vitivinicolo in merito al preoccupante scenario in materia di dazi all’esportazione dei prodotti agroalimentari europei”, in particolare sul vino italiano.

È quanto si legge nella lettera indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal presidente di Unione Italiana Vini Ernesto Abbona, che si è rivolto alla più alta carica dello Stato per invitarlo a farsi portavoce con il numero due della Casa Bianca delle preoccupazioni crescenti del mondo del vino italiano verso l’incombente minaccia americana di applicare i dazi sui nostri vini.

“Uiv – continua la missiva – auspica che possa essere allestito un tavolo negoziale dove UE, Italia e Stati Uniti possano confrontarsi serenamente. Confidando che le proficue relazioni che il nostro Paese ha da sempre mantenuto con gli Stati Uniti siano in grado di agevolare una soluzione immediata e che il settore del vino italiano non sia costretto a pagare a caro prezzo una guerra commerciale che rischierebbe di compromettere l’equilibrio economico e di mettere in forse la sopravvivenza stessa di migliaia di imprese italiane”.

Unione italiana vini ricorda al Presidente Mattarella che “gli imprenditori italiani del vino, in particolar modo negli ultimi vent’anni, hanno raggiunto straordinari traguardi nella valorizzazione delle produzioni enologiche di tutto il territorio nazionale e nella conquista dei mercati internazionali” e che “gli Stati Uniti sono la prima destinazione, in volume e in valore, delle vendite di vino italiano”.

Ernesto Abbona ha voluto anche sottolineare il sostegno già espresso dagli operatori americani, siano questi importatori, distributori o ristoratori e dagli stessi consumatori che, “all’unisono, hanno chiesto di tutelare le relazioni commerciali e i posti di lavoro statunitensi in vista dell’imminente decisione”. Numerosi membri del Congresso americano hanno già accolto le istanze del settore e sono pronti a difenderne gli interessi.

“In questo frangente – si legge infine nella lettera di Uiv – è essenziale il ruolo delle istituzioni europee e nazionali, affinché favoriscano il dialogo ed il confronto con il governo americano. L’imposizione di un dazio anche al 25% rischierebbe di mettere fuori mercato i vini italiani con conseguenze disastrose per le imprese, i viticoltori, i territori”.

Categorie
Food Lifestyle & Travel

Dazi Trump massacrano agroalimentare italiano negli Usa: -7,7% delle esportazioni

Con i dazi di Trump entrati in vigore il 18 ottobre crollano del 7,7% le esportazioni Made in Italy negli Usa a dicembre rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, in netta controtendenza rispetto all’andamento generale. È quanto emerge da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al commercio extra Ue sul quale pesano le misure tariffarie già decise dal Presidente Usa che ha minacciato peraltro di estenderle per lo scontro sulla web tax.

Dopo una crescita sostenuta delle esportazioni italiane in Usa dell’11,3% nei primi dieci mesi del 2019 si è verificato un brusco calo sia novembre (-10,5%) che a dicembre (-7,7%) successivi ai  dazi aggiuntivi del 25% che hanno colpito tra l’altro per un valore di mezzo miliardo di euro prodotti agroalimentari italiani come Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Gorgonzola, Asiago, Fontina, Provolone ma anche salami, mortadelle, crostacei, molluschi agrumi, succhi e liquori come amari e limoncello.

Una situazione che, secondo Coldiretti, potrebbe ulteriormente peggiorare se i dazi dovessero aumentare fino al 100% ed estendersi ad altri prodotti per effetto dei braccio di ferro tra Usa e Ue sulla web tax e sulla disputa nel settore aereonautico che coinvolge l’americana Boeing e l’europea Airbus dopo che il Wto ha autorizzato gli Usa ad applicare un limite massimo di 7,5 miliardi di dollari delle sanzioni alla Ue.

“Una eventualità devastante per il Made in Italy agroalimentare che mette a rischio  il principale mercato di sbocco dei prodotti agroalimentari Made in Italy fuori dai confini comunitari e sul terzo a livello generale dopo Germania e Francia”, denuncia il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

“L’Unione Europea – continua – ha appoggiato gli Stati Uniti per le sanzioni alla Russia che come ritorsione ha posto l’embargo totale su molti prodotti agroalimentari che è costato al Made in Italy oltre un miliardo in cinque anni ed è ora paradossale che l’Italia si ritrovi nel mirino proprio dello storico alleato”.

Categorie
news news ed eventi

La filiera del vino sull’onda di Centinaio (un anno dopo): “Serve una cabina di regia”

Torna in voga la necessità di una “cabina di regia” per la filiera del vino italiano. Quella che chiedeva (al proprio Governo?) il ministro Gian Marco Centinaio, circa un anno fa, a margine della ProWein di Düsseldorf. Una richiesta caduta nel vuoto – assieme al penultimo esecutivo – e oggi ripresa a pieni polmoni dai rappresentanti dei produttori, in occasione del “Tavolo del vino” con la Ministra Teresa Bellanova (succeduta appunto, tra le polemiche, a Centinaio).

“Instabilità geopolitiche, guerre commerciali, dazi e Brexit – evidenziano i membri della filiera del vino italiano – hanno forti ripercussioni sulle esportazioni vinicole. È fondamentale avviare una vera e propria ‘cabina di regia’ tra istituzioni e filiera del vino, luogo di confronto per avviare un prezioso gioco di squadra ed individuare opportune strategie per un settore che è ambasciatore nel mondo del Made in Italy“.

A parlare, oggi, sono dunque i presidenti delle organizzazioni più autorevoli del settore. Dall’Alleanza delle Cooperative agroalimentari ad Assoenologi. Passando per CIA Agricoltori, Confagricoltura, Copagri, Federdoc, Federvini e Unione Italiana Vini.

“Abbiamo apprezzato l’approccio pragmatico e la disponibilità espressa dalla Ministra Bellanova ad un confronto diretto e costruttivo – si legge ancora in una nota congiunta della filiera – i produttori intendono essere al fianco delle istituzioni e da queste si aspettano un reciproco sostegno anche su tutta una serie di delicati temi da affrontare nei prossimi mesi”.

Il riferimento è “alla nuova politica agricola comune, alla semplificazione degli adempimenti burocratici, all’evoluzione dei modelli di commercializzazione, all’attenzione alla sostenibilità, al vino come parte integrante della dieta mediterranea, al suo consumo responsabile e alle nuove sfide legate all’etichettatura”.

“Ci auguriamo – aggiungono i rappresentanti della filiera del vino – che la cabina di regia possa essere operativa in tempi rapidi, con obiettivi chiari e scadenze definite, coinvolgendo i soggetti maggiormente rappresentativi delle imprese attive in vigna, in cantina e sui mercati”.

Le organizzazioni agricole e settoriali, da vari anni hanno attivato un tavolo di analisi e proposte che ha consentito di “raggiungere importanti traguardi come il Testo Unico del Vino”. “La richiesta, ora – hanno concluso i presidenti – è di avere presto tutti i decreti applicativi entro Vinitaly 2020, la fiera in programma a Verona dal 19 al 22 aprile prossimi, collaborando all’obiettivo comune della crescita in reputazione e valore”.

Categorie
Approfondimenti

Dazi sul vino italiano negli Stati Uniti: Regione Lombardia chiede tavolo istituzionale

MILANO – Regione Lombardia nell’affaire dazi sul vino negli Stati Uniti. A intervenire è Fabio Rolfi, assessore all’Agricoltura, Alimentazione e Sistemi verdi, con la richiesta al governo di “convocare un tavolo istituzionale con le Regioni per concordare un piano straordinario di sostegno alle aziende”. La stessa ministra Teresa Bellanova, ha chiesto al commissario Ue Phil Hogan, di istituire un fondo ad hoc, a prescindere dai dazi.

“Il valore dell’export di beni alimentari lombardi verso il mercato Usa – dichiara Rolfi – è di circa 580 milioni di euro totali all’anno. Esportiamo il 13% del food made in Italy destinato agli Stati Uniti. I prossimi dazi sui vini, che si vanno ad aggiungere a quelli su formaggi e salumi, potrebbero danneggiare un volume d’affari di oltre 150 milioni di euro”.

Proprio ieri si è conclusa la procedura di consultazione avviata dal Dipartimento del Commercio statunitense sulla nuova lista allargata sui prodotti Ue da colpire. Nessuna traccia, nel frattempo, del fondo compensativo prospettato a ottobre.

L’Italia è lasciata sola e l’Unione europea è totalmente assente”, attacca Rolfi. “Ormai – conclude l’assessore regionale della Lombardia – agricoltura e agroalimentare sono all’ultima pagina dall’agenda europea. La produzione agricola è alla base della nostra economia ed è unica al mondo. Serve una politica che la difenda dagli attacchi esterni”.

Categorie
Approfondimenti

Dazi, Mantovani (Veronafiere): “Diplomazia scongiuri agguato commerciale”

VERONA – “Ci auguriamo che la missione del Commissario al Commercio, Phil Hogan in programma da oggi negli Stati Uniti, possa scongiurare ciò che riteniamo essere un vero e proprio agguato commerciale ai danni dell’agroalimentare italiano ed europeo.”

Lo ha detto oggi il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani, a commento della procedura di consultazione dell’Ustr, che minaccia di allargare la lista dei prodotti a potenziale dazio aggiuntivo includendo tra gli altri anche vino, olio e pasta italiani.

“L’eventuale lista allargata espressa dal dipartimento del Commercio americano (Ustr) – prosegue Mantovani – non sarà infatti esecutiva prima di metà di febbraio: per questo è necessario che l’Unione europea dia riscontro alle istanze contenute nella lettera della ministra alle Politiche agricole alimentari e forestali, Teresa Bellanova, recapitata nei giorni scorsi al Commissario Hogan”.

“Inutile dire – ha aggiunto Mantovani – come per il comparto vino la preoccupazione sia enorme: basti pensare che, complici anche le scorte accumulate nei mesi precedenti, i vini fermi francesi sottoposti all’extra-dazio del 25% hanno registrato un calo di vendite negli Usa del 36% a valore nel solo mese di novembre rispetto alla stessa mensilità sul pari periodo 2018.”

“Contestualmente, secondo il nostro Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor – prosegue – l’Italia ha chiuso il mese con una crescita di quasi il 10%. Ora, con la calamità delle possibili imposte aggiuntive la produzione interna non sarà in grado di soddisfare la domanda e l’Europa rischia così di perdere quote di mercato difficilmente recuperabili in futuro, a tutto vantaggio del Nuovo Mondo produttivo.”

“Da parte nostra – ha concluso il direttore generale di Veronafiere – proseguiamo nella nostra attività di supporto del settore nel principale mercato mondiale, anche con una task force operativa in grado di ampliare del 20% la presenza di operatori statunitensi ospiti già a partire dal prossimo Vinitaly e al tempo stesso di accelerare sulle nuove frontiere commerciali di un comparto ancora troppo legato agli sbocchi tradizionali.”

Secondo l’Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor (fonte: stime su dati doganali), l’Italia nel 2019 chiuderà le vendite verso gli Usa in crescita di circa il 5%, per un corrispettivo record che sfiorerà 1,8 miliardi di euro.

Si tratta di un’incidenza di quasi il 28% sull’export globale di vini made in Italy, molto più del suo competitor francese – che pur è il principale fornitore a valore – la cui quota non arriva al 20% per effetto di una più ampia e organica scacchiera dei mercati di riferimento.

Gli Stati Uniti hanno infine registrato nell’ultimo quinquennio il maggior incremento tra i 5 top mercati mondiali per il vino italiano, con un +38,6% a valore.

Categorie
Approfondimenti

Dazi Usa, il Consorzio: “Valpolicella e Ripasso a rischio più dell’Amarone”

“Siamo preoccupati soprattutto per i vini a fascia media, quindi per il Valpolicella, che negli Usa esporta il 17% dell’intero export, e il Ripasso. Sull’Amarone vogliamo sperare di poter contare sulla sua forte identità e sul fatto che sia un vino meno sostituibile di altri”. Così Olga Businello, direttore del Consorzio tutela vini Valpolicella, sui paventati dazi Usa che potrebbero riguardare il vino italiano, fino al 100% del valore.

“La leva del prezzo mette ovviamente a rischio anche il nostro grande rosso Amarone – avverte Bussinello – che negli Usa raccoglie a valore il 15% delle vendite complessive realizzate all’estero. Anche di questo si parlerà ad Anteprima Amarone, con un focus dedicato a 2 mercati tanto importanti quanto difficili a causa di congiunture geopolitiche che nulla dovrebbero avere a che fare con il libero mercato”.

“Un fattore tanto esogeno quanto ingiusto – analizza Bussinello – rischia insomma di colpire uno dei capisaldi dell’export veronese, ovvero il vino. Negli 5 ultimi anni i rossi veneti, dove la Valpolicella incide per il 70% del valore, sono cresciuti del 46% sul mercato americano, un dato che va ben oltre l’incremento export di vino made in Italy nello stesso periodo”.

“C’è molta preoccupazione – conclude la direttrice del Consorzio tutela vini Valpolicella – ma al tempo stesso la consapevolezza che attraverso un salto di qualità della diplomazia Ue si possa ancora evitare ciò che a tutti gli effetti suonerebbe come una beffa commerciale dopo tanti anni di investimenti in promozione e crescita dei nostri brand verso un top buyer sempre più strategico”.

Ceev (Ue) e Wine Institute (Usa) chiedono eliminazione di tutti i dazi sul vino

Categorie
news news ed eventi

Ceev (Ue) e Wine Institute (Usa) chiedono eliminazione di tutti i dazi sul vino

BRUXELLES – Ceev (Comité Européen des Entreprises Vins) e Wine Institute chiedono l’immediata eliminazione di tutti i dazi sul vino. Per farlo, le due principali organizzazioni del settore vitivinicolo di Unione europea (Ue) e Stati Uniti (Usa) hanno annunciato oggi la firma di una dichiarazione di principio di riferimento su commercio e tariffe (statement of principle on trade and tariffs). Un documento che riconosce “l’importanza del commercio transatlantico del vino”.

La dichiarazione invita i governi dell’Ue e degli Stati Uniti a “preservare e rafforzare il partenariato sul vino Ue-Usa attraverso la completa eliminazione dei dazi“. Un concetto noto come “zero for zero” o “wine for wine” – ovvero “zero per zero” o “vino per vino” – “astenendosi dal prendere di mira il vino in controversie commerciali non correlate”.

“L’Accordo generale sulle tariffe-dazi doganali e sul commercio (General Agreement on Tariffs and Trade – Gatt) ha abbracciato lo ‘zero per zero’ per alcuni prodotti più di venti anni fa, portando ad un aumento degli scambi per quei prodotti che beneficiavano di una tariffa-dazio zero”, evidenzia Jean-Marie Barillère, presidente della Ceev.

“Un ambiente di libero scambio di vini – ha aggiunto – è essenziale per preservare gli sforzi e gli investimenti di lunga data delle nostre aziende vinicole. Esortiamo le autorità a proteggere il nostro settore dall’essere coinvolti nel fuoco incrociato in controversie commerciali non correlate”, conclude Barillère.

“I mercati di esportazione – le fa eco Robert P. ‘Bobby ‘ Koch, Presidente e Ceo di Wine Institut – e sono un’opportunità di crescita chiave per le cantine statunitensi, ma i dazi di qualsiasi tipo si frappongono. È giunto il momento per tutti i governi di riconoscere i vantaggi unici del commercio del vino ed eliminare i dazi una volta per tutte”.

Sia gli Stati Uniti che l’Ue sono i maggiori mercati di esportazione reciproci, con scambi totali che hanno raggiunto 5,33 miliardi di dollari (4,66 miliardi di euro) nel 2018, creando posti di lavoro e investimenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. In futuro saranno annunciati firmatari aggiuntivi della dichiarazione di principio.

UIV SODDISFATTA
“Siamo molto soddisfatti dell’accordo siglato tra l’europea Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV) e l’americana Wine Institute, che oggi ha portato alla firma di un documento condiviso che riconosce l’importanza del commercio transatlantico del vino e chiede l’immediata eliminazione di tutte le tariffe sul vino con l’accordo “zero per zero”.

Con queste parole Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, commenta in modo positivo l’esito della public consultation di USTR conclusa ieri notte e la presa di posizione del CEEV e Wine Institute che siglano un’unione d’intenti e chiedono “l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino” applicando il principio del “zero per zero” previsto dal GATT.

“La massiccia partecipazione da parte dei principali stakeholder europei e statunitensi del vino alla stesura del documento, le risposte positive del web alle tante petizioni accese su change.org e alla campagna social lanciata negli Usa da UIV, rappresentano un segnale importante del mondo produttivo europeo e americano”, continua Abbona.

Il comparto chiede all’unisono di tutelare il commercio e i posti di lavoro della filiera in vista dell’imminente decisione che il governo americano dovrà assumere entro il 15 febbraio circa i dazi nei confronti di alcuni prodotti europei di esportazione, tra cui il vino italiano”.

Un appello che si somma alle oltre 24 mila dichiarazioni pubblicate sul sito del Governo americano da parte di fornitori, importatori, distributori, piccole aziende e consumatori americani per dire no all’applicazione di ulteriori dazi sul vino.

Ma la battaglia di UIV per proteggere il vino italiano dalla scure dei dazi a stelle e strisce non coinvolge solo il popolo oltre oceano ma necessita anche del sostegno e dell’impegno delle principali istituzioni, al quale nei giorni scorsi il presidente Abbona ha indirizzato un accorato appello.

“Nell’attesa che il governo federale si esprima – aggiunge Ernesto Abbona a nome di Uiv – resta alta la nostra attenzione sull’impatto che i dazi potrebbero generare sul business e i posti di lavoro in Italia e in USA. Per questo chiediamo un intervento concreto al Presidente Giuseppe Conte e al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio affinché si incoraggi, anche al livello europeo in vista dell’imminente visita del Commissario al Commercio Hogan a Washington, il dialogo ed il confronto con il governo americano”.

Per Unione italiana vini, “l’imposizione di un dazio al 100% metterebbe fuori mercato i vini italiani con conseguenze disastrose per le imprese, i viticoltori, i territori e nessuna misura di sostegno al settore potrà mai compensare le gravissime perdite di quote di mercato che potremmo subire”.

Categorie
news news ed eventi

Dazi Usa sul vino, parla importatore italiano: “Catastrofe in vista, Trump si ricreda”

Nicola Biscardo è uno degli importatori di vino italiano a rischio chiusura negli Usa. La scure dei dazi prospettati da Trump si abbatterebbe senza via di scampo su Conexport e sulla “sorella” americana Nicola Biscardo Selections. “Una catastrofe da evitare”, dice. In queste ore, Biscardo si trova negli Stati Uniti.

Un viaggio – il primo dell’anno – programmato “per tastare il terreno”, dal momento che oggi scade la possibilità di presentare osservazioni al Dipartimento del Commercio americano (Ustr), prima che venga presa una decisione definitiva sull’applicazione di dazi fino al 100% su tutti i vini europei, per effetto della sentenza AirBus.

Operativa dal 1987, la Nicola Biscardo Selection è cresciuta in fretta, in un mercato che vale per l’Italia 1,7 miliardi di euro. Dalle 6 aziende iniziali, messe insieme dal padre in altrettante regioni (Trentino Alto Adige, Piemonte, Toscana, Marche e Friuli Venezia Giulia, dal quartier generale del Veneto) il portafogli si è allargato a 33 cantine.

Nicola Biscardo, qual è il giro d’affari delle sue aziende?
Conexport, l’azienda esportatrice, e Nicola Biscardo Selection, l’azienda che importa dagli Usa, raggiungono i 3 milioni di euro di fatturato annuo. Abbiamo anche aperto una terza azienda di distribuzione nell’Illinois, la Simple Farmer Wines, che ha chiuso il 2019 sfiorando i 5 milioni.

In quanti Stati siete operativi?
Siamo operativi in 22 Stati, con altrettanti distributori locali. Siamo invece distributori ufficiali nell’Illinois.

Quanto è preoccupato dai dazi prospettati da Trump?
L’argomento è molto scottante e non dormiamo con tutti e due gli occhi chiusi, ormai da un paio di mesi. Siamo in grande agitazione e fermento: di fatto, il governo americano deve prendere una decisione sulla nostra vita. Se si deciderà per i dazi al 100%, il gioco, per noi, sarà finito.

La mia azienda americana andrà in fallimento, la manderemo in liquidazione. Probabilmente vedremo di far sopravvivere la sola azienda nell’Illinois, che distribuisce anche vini di altri Paesi, non solo quelli italiani. Anzi, la maggior parte del fatturato deriva dalla vendita di vini provenienti dalla California.

Crede davvero che si concretizzi la minaccia del 100% di dazi?
Non credo assolutamente che Trump imporrà il 100% a valore sui prodotti europei, perché l’impatto negativo di questo provvedimento investirebbe l’economia degli Stati Uniti, ancor prima di quella europea. Ritengo che il governo Usa decida di applicare il 25% anche sui prodotti italiani, limitando i danni.

In questo caso, quale sarebbe lo scenario?
Se questo dovesse accadere non sarebbe la fine catastrofica annunciata con i dazi al 100%, ma un danno economico per noi forte: il mercato americano con un tariffa così, si aspetta che venga assorbita alla fonte, dunque che se ne facciano carico i produttori italiani che devono far pagare meno il loro prodotto, gli importatori americani, ma che non venga tradotto in un aumento del 25% del costo del prodotto sullo scaffale americano.

La filiera del vino riuscirebbe ad “assorbire” dazi al 25%?
Ci sarà un danno economico serio per gli importatori come me. Ma saremo in grado di sopravvivere, chi più, chi meno (bene). Col 100% sarebbe la fine: una vera e propria catastrofe, da scongiurare a tutti i costi.

Eppure Trump sembra avere il vento in poppa, negli States
L’economia vola negli Stati Uniti. Trump gode di un vasto consenso, anche perché la performance dell’economia americana traina l’occupazione. Gli Usa sono prossimi allo zero nei livelli di disoccupazione (3,6% per l’esattezza, con l’Italia al 9,7% a ottobre 2019, ndr) e questo non può che essere un altro elemento in favore di Trump.

Trump, anche in ottica impeachment, potrebbe dunque essere clemente?
Certamente guarda con grande attenzione al mantenimento del gradimento elettorale. I dazi al 100% sul valore dei prodotti europei darebbe un duro colpo all’economia americana. Bisogna infatti ragionare in ottica di filiera.

I piccoli e medi importatori, ma anche colossi come Southern Wine & Spirits, Premier Wine & Spirits, Republic National Distributing Company, Michael Skurnik Wines o Winebow si ritroverebbero senza prodotti da vendere, per via dei costi all’origine.

L’americano medio ha capito cosa potrebbe accadere?
Direi di no! Sostengono che berranno più vini californiani, dell’Oregon, del Cile dell’Argentina, del nuovo mondo. Ma non è così semplice. Perché non è solo il vino e il food ad essere interessato da un simile provvedimento. Pensiamo solo agli spedizionieri, alle compagnie navali in partenza dall’Europa, ai camion, ai porti americani vuoti.

Ma anche ai facchini, gli autotrasportatori, i padroncini. Per non parlare dei magazzini: tutti gli importatori europei hanno magazzini o in New Jersey o in Calinfornia, che sono gli hub di arrivo della merce europea.

Sono magazzini di proprietà americana. Migliaia di metri quadrati che rischiano di rimanere vuoti, con conseguenze che potrebbero interessare anche il mercato immobiliare. Per non parlare del mercato dell’automobile, interessata con furgoni e mezzi di trasporto. Il prodotto “vino”, in sé, è solo la punta dell’iceberg.

Eppure, secondo dati Nomisma Wine Monitor, gran parte degli americani beve americano
Vero, ma quanto sarà veloce lo switch dei consumatori dal vino dell’estero non più disponibile all’aumento dei consumi di vino nazionale? Quanti ristoranti, italiani e non, saranno in grado di cambiare le carte dei vini, in poco tempo, di punto in bianco? D’altro canto, sul fronte prezzi, i vini locali andrebbero alle stelle.

Gli importatori locali si sono mossi con decisione contro il provvedimento?
Per evitare dazi al 100%, i professionisti locali stanno inviando al Congresso i loro report. La tesi principale è che il provvedimento rischia di mettere in ginocchio gli americani, prima ancora degli europei. La scorsa settimana, non a caso, sono andati in audizione diversi manager delle grandi aziende locali.

Personalmente, già un mese fa ho ricevuto il link per poter inviare al Governo le mie considerazioni, come tutti i distributori locali con cui collaboro nei vari stati. Dal punto di vista Usa ho assistito a una grande mobilitazione del settore, che si è dato molto da fare, in massa, per far comprendere la pericolosità del provvedimento.

E le autorità italiane? Ha percepito vicinanza?
Delle iniziative italiane, in America, non è giunta notizia: non ho sentito nessuno dei miei distributori lodare le azioni del nostro Paese contro i dazi, siano esse delle istituzioni o degli organismi della filiera. Sarò negli States per le prossime tre settimane proprio per testare il mercato, a fronte dell’imminente decisione.

Categorie
news news ed eventi

Dazi Usa sul vino italiano: inviata a Bruxelles la petizione di 207 vignaioli

La petizione contro i dazi Usa sul vino italiano firmata da 207 vignaioli è stata inviata alle 11 di questa mattina a Bruxelles e Roma. Lo annunciano i promotori dell’iniziativa, su Change.org. “Le istituzioni europee, per prime, hanno l’onere di tentare di superare la guerra a colpi di dazi con gli Stati Uniti”, si legge nell’annuncio.

I vignaioli invitano a non smettere di firmare il documento: “Continua a sostenere questa petizione che la prossima settimana sarà consegnata all’autorità della Repubblica Italiana, per sensibilizzarle riguardo a questo fondamentale rischio per il nostro mondo. Grazie ancora dell’aiuto”.

La petizione finirà presto tra le mani dell’Ue Commissioner for Agriculture and Rural Development, Janusz Wojciechowski, e in quelle del presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli.

Tra i destinatari anche il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali rappresentato da Teresa Bellanova, il deputato della Camera Paolo Gentiloni, il Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura.

BELLANOVA: “SERVE UN FONDO AD HOC”
Nelle stesse ore, la ministra Bellanova ha scritto nuovamente al Commissario europeo Phil Hogan, atteso a Washington martedì 14 gennaio per scongiurare la penalizzazione dell’agricoltura e dell’agroalimentare europei.

Non un minuto da perdere e un’azione forte dell’Europa. Utilizzare tutte le armi della diplomazia politica. Costituire immediatamente un Fondo ad hoc, senza assolutamente intaccare le risorse Pac, per affrontare questa e altre crisi commerciali.

Nell’immediato, sostenere le aziende dell’agroalimentare italiano ed europeo colpite ingiustificatamente dai dazi. Infine, ma non ultimo: mantenere l’unità d’azione europea e la coesione tra gli stati membri che la strategia dell’amministrazione statunitense sta a colpi di dazi tentando di minare. Queste le richieste di Bellanova a Hogan.

Dopo la prima lettera di ottobre e i numerosi incontri istituzionali a Bruxelles – spiega – ho ritenuto urgente sollecitare ancora una volta il Commissario Hogan in vista della sua imminente missione a Washington.

Bisogna mettere in campo ogni sforzo negoziale per scongiurare la penalizzazione che rischia di colpire ulteriormente da subito, e con un peso che si annuncia infinitamente maggiore del precedente, l’agricoltura e l’agroalimentare europei”.

“Non è accettabile – continua la ministra – che agricoltori e imprese paghino dazi addirittura al cento per cento del valore come quelli previsti dalla revisione in corso delle misure. Sarebbe una debacle, che dobbiamo assolutamente scongiurare. Ed è assolutamente necessario costituire un Fondo europeo per sostenere le imprese. Prendendo le risorse dal bilancio europeo e non dai fondi agricoli, perché altrimenti l’agricoltura pagherebbe due volte”.

Per Bellanova, “bisogna agire con assoluta urgenza e fare seguire azioni concrete ad impegni e assicurazioni verbali più volte rimarcati. Le nostre imprese hanno già pagato l’embargo russo e non sanno cosa aspettarsi da Brexit. E noi non possiamo muoverci solo dopo che il disastro è accaduto. Dobbiamo farlo prima e dobbiamo farlo subito”.

Per questo, scrive la Ministra Teresa Bellanova a Hogan, bisogna “mantenere l’unità d’azione dell’Unione Europea e la coesione tra Stati membri. Coesione che rischia invece di venire meno, laddove le nuove misure venissero a colpire in maniera sproporzionata alcune categorie di prodotti agroalimentari europei: nel nostro caso, dopo aver gravemente danneggiato il lattiero-caseario, l’ampliamento ipotizzato nella lista finirebbe per colpire nostre filiere strategiche come quelle viti-vinicole, delle carni lavorate, dell’olio di uliva e degli agrumi”.

“L’impatto non sarebbe sostenibile per le nostre imprese che hanno investito molto in questi anni e che, senza adeguate misure compensative, resterebbero di fatto escluse dal mercato americano”. Ecco allora la seconda priorità, ormai indifferibile dinanzi al quadro che si annuncia: la costituzione a livello europeo di uno strumento adeguato di intervento “in grado di affrontare crisi commerciali come questa, senza intaccare le risorse della Pac”.

Exit mobile version