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Dazi Usa sul vino italiano: Ca’ Di Rajo invita alla prudenza

Dazi Usa sul vino italiano: Ca' Di Rajo invita alla prudenza

Ca’ di Rajo Group, gruppo veneto che integra tre aziende vinicole (Ca’ di Rajo, Terre di Rai e Aganis) e un ramo dedicato alla distribuzione, segue con attenzione la situazione dei dazi Usa. Per Ca’ di Rajo Group il mercato americano vale circa 1 milione di euro l’anno nella vendita dell’imbottigliato. Una cifra significativa che potrebbe essere pregiudicata da questa misura. Ca’ di Rajo si unisce quindi all’appello di tutto il comparto vitivinicolo italiano per una strategia comune che valorizzi il Made in Italy.

IL PESO DEI DAZI SUL VINO ITALIANO

Secondo una stima della Consulta Vitivinicola di Coldiretti, effettuata sulla base dei dati Istat delle vendite a marzo-aprile 2024, il blocco delle spedizioni di vino verso gli Stati Uniti a causa dei dazi Usa potrebbe costare 6 milioni di euro al giorno alle cantine italiane. Sebbene, ad oggi, si tratti ancora di una prospettiva, le prime conseguenze si stanno già facendo sentire. Il blocco degli ordini e delle spedizioni sta generando danni economici immediati e minaccia di compromettere il posizionamento del prodotto oltreoceano.

«Siamo in una fase negoziale e dobbiamo affrontarla con lucidità. Non dobbiamo trasmettere paura e insicurezza, perché faremmo il gioco della controparte. – afferma Fabio Cecchetto, titolare di Ca’ di Rajo Group insieme ai fratelli Alessio e Simone –. I Repubblicani sono imprenditori prima che politici: il loro focus è il business, e la loro capacità negoziale è indubbia. Siamo certi che il dialogo sarà fondamentale per trovare una soluzione equilibrata».

L’azienda sottolinea inoltre la forza rappresentata dalla comunità italiana negli Stati Uniti: «I nostri connazionali emigrati sono i nostri migliori ambasciatori. È attraverso di loro che dobbiamo fare rumore, perché l’opinione pubblica americana si interessi di queste dinamiche».

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Possibili dazi vino Trump: raccolta firme dei distributori negli Usa


L’U.S. Wine Trade Alliance (USWTA) ha lanciato in queste ore un appello urgente all’industria dell’ospitalità e dei distributori di vino negli Stati Uniti. L’associazione, che rappresenta e tutela gli interessi delle aziende americane coinvolte nella distribuzione e vendita di vini importati, sta mobilitando il settore con una raccolta firme da allegare a una lettera all’amministrazione Trump. Nel testo, l’organizzazione denuncia il grave impatto che avrebbero nuovi possibili dazi sul vino, sulle stesse imprese americane.
Secondo USWTA, i dazi minacciano la stabilità economica di oltre 300 mila imprese tra ristoranti, hotel, bar e negozi di vino negli Stati Uniti. La raccolta firme si pone come obiettivo di coinvolgere almeno 5 mila aziende del settore, rafforzando la propria posizione nelle trattative con Washington.

Insomma, dopo le tante voci che si sono rincorse in campagna elettorale, la storia potrebbe ripetersi. Proprio per questa ragione, l’USWTA vuole scoraggiare il governo Trump a riproporre tariffs del 25% su vini francesi, tedeschi e spagnoli, come fatto tra il 2019 e il 2020. All’epoca, il surplus di costi gravato sulle imprese americane fu di oltre 230 milioni di euro. Secondo le stime di Unione italiana vini, il danno per le cantine italiane si aggirerebbe attorno ai 330 milioni di euro. Il vino Made in Italy subirebbe un taglio del 17% del proprio giro d’affari negli Usa.

POSSIBILI DAZI VINO, USWTA: RACCOLTA FIRME E LETTERA AL GOVERNO TRUMP

L’U.S. Wine Trade Alliance, attraverso l’appello lanciato in queste ore dal presidente Ben Aneff, sottolinea l’importanza della partecipazione attiva di distributori e importatori, che grazie alla loro rete di contatti possono amplificare il messaggio e contribuire a raccogliere più firme. «Caro Segretario Lutnick, caro Segretario Bessent e Ambasciatore Greer – si legge nella lettera che sarà indirizzata al governo Trump – all’inizio del vostro mandato, speriamo che consideriate la nostra difficile situazione. Siamo proprietari di ristoranti, bar, hotel e negozi in tutto il Paese. In ogni Stato e in ogni città, condividiamo l’orgoglio per ciò che abbiamo costruito e per il nostro ruolo nelle economie locali. Siamo luoghi di incontro nei momenti di festa e di difficoltà. Diamo vita alle strade principali e impieghiamo milioni di americani».

«Gli ultimi anni – si legge ancora sono stati devastanti per il nostro settore tra chiusure, inflazione, carenza di manodopera e dazi. Ciò che abbiamo costruito e le persone che impieghiamo continuano ad affrontare sfide. Vi chiediamo di aiutarci a proteggere i nostri investimenti nella forza lavoro nazionale, garantendo la possibilità di acquistare e vendere vino importato a prezzi accessibili. Tra il 2019 e il 2021, i dazi del 25% sulla maggior parte dei vini europei ci hanno colpito duramente. I dazi sui vini europei danneggiano in modo sproporzionato le aziende americane. Il vino nei nostri locali viene acquistato da distributori americani, che lo hanno acquistato da importatori americani.

I DAZI SUL VINO EUROPEO RIDUCONO I MARGINI DELLE IMPRESE AMERICANE

«Per ogni dollaro guadagnato dai produttori europei – recita ancora la lettera che U.S. Wine Trade Alliance indirizzerà all’amministrazione Trump – le imprese americane ne generano 4,50. Nei ristoranti a servizio completo, le bevande rappresentano circa un terzo del fatturato: il vino incide fino al 60% dei margini lordi. I nostri clienti cercano vini che si abbinino ai nostri menu e, quando il prezzo è troppo alto, spesso rinunciano all’acquisto, riducendo i nostri margini di profitto. Tra il 2019 e il 2021 abbiamo perso vendite, investimenti e sospeso i piani di espansione. Non avevamo nulla a che fare con la disputa commerciale che ha portato ai dazi, ma ne abbiamo subito le conseguenze, con tariffe che hanno colpito oltre 3 miliardi di dollari di vino. I dazi sul vino sono stati un fallimento. I produttori europei hanno trovato nuovi mercati e l’UE continua a sovvenzionare il suo settore aeronautico».

MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO A RISCHIO CON I DAZI SUL VINO DI TRUMP

La lettera si chiude con un filo di speranza. «Sappiamo che intendete affrontare importanti questioni di politica commerciale con l’Unione Europea e altri Paesi – si legge a chiusura della missiva della  U.S. Wine Trade Alliance – ma il vino non dovrebbe essere incluso in alcuna futura lista di dazi. Le tariffe di base sul vino sono inferiori a un quarto di dollaro a bottiglia sia negli Stati Uniti che nell’UE. I nostri mezzi di sostentamento, i posti di lavoro dei vostri concittadini e la salute dell’intero settore dell’ospitalità dipendono dal mantenimento di queste condizioni». L’industria vinicola americana lancia dunque un segnale chiaro: i dazi sul vino importato non solo danneggiano i produttori europei, ma mettono a rischio migliaia di imprese e posti di lavoro negli Stati Uniti. Con questa mobilitazione, USWTA spera di convincere l’amministrazione a rivedere le proprie politiche commerciali e a preservare un mercato essenziale per la ristorazione e la distribuzione americana. https://winetradealliance.org/action-letter/

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Duemila chef e ristoratori scrivono a Biden per rimuovere i dazi sul vino europeo

Bruxelles non è sola nella battaglia alle tariffs aggiuntive imposte dagli Stati Uniti, in risposta alla controversia Airbus-Boeing. E gli alleati sono proprio all’ombra della Casa Bianca. Attraverso una lettera inviata al neo presidente Joe Biden, duemila chef e ristoratori di tutti gli Stati americani chiedono al Governo Usa di «eliminare i dazi sul vino europeo».

Si tratta della prima delle azioni della neonata Coalition to Stop Restaurant Tariffs, che si batte non solo per il vino ma tutti i prodotti agroalimentari sottoposti a dazi doganali dall’ormai ex presidente Donald Trump.

A capo della “coalizione” ci sono nomi noti della ristorazione americana come Daniel Boulud, Chris Bianco, Nina Compton, Mark Firth, Andrew Fortgang, Thomas Keller, Cheetie Kumar, Mike Lata, Neal mccarthy, Danny Meyer, Kwame Onwuachi, Steven Satterfield, Chris Shepherd, Alice Waters, nonché Mashama Bailey & Johno Morisano. Una battaglia sostenuta dall’Us Wine Trade Alliance (Uswta).

L’associazione guidata da Benjamin Aneff (nella foto sotto) raccoglie importatori, grossisti, agenti di vendita, ristoranti e produttori di vino americani e ha già ottenuto l’appoggio del Washington Post, che attraverso due editoriali ha esortato il presidente eletto Biden a «rimuovere i dazi sul vino europeo nell’ambito di uno sforzo complessivo volto a portare un rapido sollievo all’industria della ristorazione».

Al contempo, l’Us Wine Trade Alliance lavora già ai “commenti” da sottoporre all’attenzione dell’Ustr all’apertura della discussione delle tariffs di febbraio 2021. Un altro appuntamento fondamentale per migliaia di produttori di vino europei, in cui i dazi potrebbero essere rivisti – al rialzo o al ribasso – eliminati, o confermati senza modifiche.

L’obiettivo dell’Alleanza è fare in modo che il team di Joe Biden faccia il suo ingresso all’agenzia del Commercio degli Stati Uniti (Ustr) accompagnato da un largo movimento di protesta contro le tariffs, sostenuto da più fronti.

Una battaglia contro il tempo, dal momento che l’ufficializzazione della candidatura dell’esponente favorito da Biden e dai Democratici per i vertici dell’Ustr, Katherine Tai, non avverrà in tempo per supervisionare il carosello dei dazi di metà febbraio 2021. Attendere agosto 2021, data successiva per la discussione delle tariffs, sarebbe un azzardo.

Dobbiamo convincere il presidente eletto Biden che lo sgravio tariffario dovrebbe essere una delle principali priorità delle sue prime settimane in carica, e questo non è un compito da poco», ammette Benjamin Aneff per conto dell’United State Wine Trade Alliance».

Dazi Usa sul vino, Coldiretti: “Italia graziata, ora Ue dialoghi con Biden”

Nel frattempo, il 31 dicembre, l’Ustr ha annunciato la revisione dei dazi a carico di Francia e Germania. Nelle modifiche, che vedono ancora una volta graziato il vino italiano, sono incluse le nuove categorie di vini fermi e distillati come il Cognac, provenienti dai due Paesi.

In precedenza venivano calcolate tariffs del 25% sui vini fermi non oltre i 14% di alcol in volume e con formati non superiori ai 2 litri, provenienti da Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

Nell’elenco sono stati inclusi anche i vini fermi di Francia e Germania con una percentuale di alcol superiore ai 14% in volume, oltre a quelli di imbottigliati in contenitori superiori ai 2 litri.

Tra i codici doganali inseriti anche quello che riguarda il “vino frizzante” – dunque non lo spumante – non particolarmente in voga nelle importazioni Usa dall’Ue. I vini provenienti dalla Spagna o dal Regno Unito con una percentuale di alcol superiore al 14% o di dimensioni superiori a 2 litri rimangono esenti da dazi. Lo stesso vale per gli sparkling, compreso lo Champagne.

«Questa non è la notizia che volevamo sentire – commenta Benjamin Aneff – ma sottolinea la necessità per l’amministrazione di Joe Biden di apportare modifiche alle politiche tariffarie ricevute in eredità dal suo predecessore, in particolare quelle che arrecano danni sproporzionati alle imprese statunitensi, in questo momento di crisi».

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Vino, importatori Usa col fiato sospeso per il Fair Tariff Act sugli ordini pre-dazi

Giorni di tensione per gli importatori di vino negli Usa. L’intero settore è col fiato sospeso per il pronunciamento della Casa Bianca sul Fair Tariff Act, atteso entro la fine della prossima settimana.

La leadership della Camera ha infatti ripreso il disegno di legge che garantirebbe rimborsi parziali delle tariffs aggiuntive sui vini europei acquistati prima dell’entrata in vigore delle misure Airbus-Boeing di Trump, nell’ottobre 2019, ma arrivati negli Stati Uniti a misure ormai approvate.

Grazie al Fair Tariff Act, gli importatori godrebbero di uno “sconto” sui dazi applicati su tutte le merci “on water“, ovvero in viaggio transoceanico sui container provenienti dall’Europa, nel periodo che intercorre tra l’ordine e l’entrata in vigore del provvedimento.

All’annuncio di possibili dazi, molti importatori di vino hanno infatti tentato di aggirare le ritorsioni dell’ormai ex governo americano attraverso cospicui approvvigionamenti. Un’azione che ha avuto ripercussioni sull’export dei vini europei negli Usa, tra cui quello italiano. Un po’ come successo nel Regno Unito, prima della Brexit.

Con il Fair Tariff Act inserito all’interno dei negoziati “Four Corners”, nell’ambito delle misure da approvare dalla Casa Bianca entro fine anno, gli importatori di vino Usa sperano di recuperare un po’ del terreno perduto in termini di operatività sul mercato internazionale.

Non mancano però le resistenze interne. L’ostacolo più ingombrante all’approvazione dell’Act risponde al nome di Charles Ernest “Chuck” Grassley, 87enne senatore dell’Iowa dal 1981, presidente della Commissione Finanze del Senato.

Le associazioni di rappresentanza degli imprenditori, proprio in queste ore decisive che precedono il pronunciamento sul Fair Tariff Act, stanno cercando di fare pressione sui repubblicani, al fine di “incoraggiare” il senatore Grassley a includere il disegno di legge nella discussione.

Secondo fonti di WineMag.it, sarebbero centinaia le email che starebbero giungendo in queste ore ai membri del Senato e della Camera, tra i quali anche alcuni esponenti chiave dei democratici.

La richiesta è concisa: “Sostegno al Fair Tariff Act, la cui approvazione costituirebbe un ristoro determinante per molte aziende in difficoltà per i dazi; pressione sul presidente Grassley e sul suo staff, al fine di includere il disegno di legge tra le misure da approvare entro fine anno”. La partita è aperta, da una parte all’altra dell’Atlantico.

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Ceev (Ue) e Wine Institute (Usa) chiedono eliminazione di tutti i dazi sul vino

BRUXELLES – Ceev (Comité Européen des Entreprises Vins) e Wine Institute chiedono l’immediata eliminazione di tutti i dazi sul vino. Per farlo, le due principali organizzazioni del settore vitivinicolo di Unione europea (Ue) e Stati Uniti (Usa) hanno annunciato oggi la firma di una dichiarazione di principio di riferimento su commercio e tariffe (statement of principle on trade and tariffs). Un documento che riconosce “l’importanza del commercio transatlantico del vino”.

La dichiarazione invita i governi dell’Ue e degli Stati Uniti a “preservare e rafforzare il partenariato sul vino Ue-Usa attraverso la completa eliminazione dei dazi“. Un concetto noto come “zero for zero” o “wine for wine” – ovvero “zero per zero” o “vino per vino” – “astenendosi dal prendere di mira il vino in controversie commerciali non correlate”.

“L’Accordo generale sulle tariffe-dazi doganali e sul commercio (General Agreement on Tariffs and Trade – Gatt) ha abbracciato lo ‘zero per zero’ per alcuni prodotti più di venti anni fa, portando ad un aumento degli scambi per quei prodotti che beneficiavano di una tariffa-dazio zero”, evidenzia Jean-Marie Barillère, presidente della Ceev.

“Un ambiente di libero scambio di vini – ha aggiunto – è essenziale per preservare gli sforzi e gli investimenti di lunga data delle nostre aziende vinicole. Esortiamo le autorità a proteggere il nostro settore dall’essere coinvolti nel fuoco incrociato in controversie commerciali non correlate”, conclude Barillère.

“I mercati di esportazione – le fa eco Robert P. ‘Bobby ‘ Koch, Presidente e Ceo di Wine Institut – e sono un’opportunità di crescita chiave per le cantine statunitensi, ma i dazi di qualsiasi tipo si frappongono. È giunto il momento per tutti i governi di riconoscere i vantaggi unici del commercio del vino ed eliminare i dazi una volta per tutte”.

Sia gli Stati Uniti che l’Ue sono i maggiori mercati di esportazione reciproci, con scambi totali che hanno raggiunto 5,33 miliardi di dollari (4,66 miliardi di euro) nel 2018, creando posti di lavoro e investimenti su entrambe le sponde dell’Atlantico. In futuro saranno annunciati firmatari aggiuntivi della dichiarazione di principio.

UIV SODDISFATTA
“Siamo molto soddisfatti dell’accordo siglato tra l’europea Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV) e l’americana Wine Institute, che oggi ha portato alla firma di un documento condiviso che riconosce l’importanza del commercio transatlantico del vino e chiede l’immediata eliminazione di tutte le tariffe sul vino con l’accordo “zero per zero”.

Con queste parole Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, commenta in modo positivo l’esito della public consultation di USTR conclusa ieri notte e la presa di posizione del CEEV e Wine Institute che siglano un’unione d’intenti e chiedono “l’eliminazione di tutte le tariffe sul vino” applicando il principio del “zero per zero” previsto dal GATT.

“La massiccia partecipazione da parte dei principali stakeholder europei e statunitensi del vino alla stesura del documento, le risposte positive del web alle tante petizioni accese su change.org e alla campagna social lanciata negli Usa da UIV, rappresentano un segnale importante del mondo produttivo europeo e americano”, continua Abbona.

Il comparto chiede all’unisono di tutelare il commercio e i posti di lavoro della filiera in vista dell’imminente decisione che il governo americano dovrà assumere entro il 15 febbraio circa i dazi nei confronti di alcuni prodotti europei di esportazione, tra cui il vino italiano”.

Un appello che si somma alle oltre 24 mila dichiarazioni pubblicate sul sito del Governo americano da parte di fornitori, importatori, distributori, piccole aziende e consumatori americani per dire no all’applicazione di ulteriori dazi sul vino.

Ma la battaglia di UIV per proteggere il vino italiano dalla scure dei dazi a stelle e strisce non coinvolge solo il popolo oltre oceano ma necessita anche del sostegno e dell’impegno delle principali istituzioni, al quale nei giorni scorsi il presidente Abbona ha indirizzato un accorato appello.

“Nell’attesa che il governo federale si esprima – aggiunge Ernesto Abbona a nome di Uiv – resta alta la nostra attenzione sull’impatto che i dazi potrebbero generare sul business e i posti di lavoro in Italia e in USA. Per questo chiediamo un intervento concreto al Presidente Giuseppe Conte e al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio affinché si incoraggi, anche al livello europeo in vista dell’imminente visita del Commissario al Commercio Hogan a Washington, il dialogo ed il confronto con il governo americano”.

Per Unione italiana vini, “l’imposizione di un dazio al 100% metterebbe fuori mercato i vini italiani con conseguenze disastrose per le imprese, i viticoltori, i territori e nessuna misura di sostegno al settore potrà mai compensare le gravissime perdite di quote di mercato che potremmo subire”.

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Petizione contro i dazi sul vino italiano negli Usa: quasi raggiunto il “quorum”

La petizione contro i dazi sul vino italiano decisi da Trump negli Usa ha quasi raggiunto il “quorum” di 1500 firme sulla piattaforma Change.org (1.429 alle ore 18.55 odierne). “Aiutaci a difendere il vino e chi ci lavora! Help us defending the wine industry!” è stata promossa da Michele Antonio Fino e trova tra i primi firmatari altri due noti vignaioli italiani, Marilena Barbera (Sicilia) e Gianluca Morino (Piemonte).

Ecco il testo completo della petizione che sarà presentata al Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova, all’Eu Commissioner for Agriculture and Rural Development, Janusz Wojciechowski, al presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli, al deputato della Camera, Paolo Gentiloni, al Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio e a Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura, Camera dei Deputati.

Siamo vignaioli italiani, piccoli e grandi, proveniamo da tutte le Regioni italiane ed abbiamo un unico, comune obiettivo: produrre vini di grande qualità che contribuiscano all’economia del nostro Paese e al consolidamento della sua reputazione nel mondo.

Gli Stati Uniti sono un mercato estremamente importante per i nostri vini, un mercato che insieme alle nostre famiglie abbiamo costruito con fatica, impegno quotidiano ed enorme investimento di tempo e risorse, con quelle che fino a pochi giorni fa consideravamo come prospettive di sviluppo per gli anni a venire che avrebbero garantito lavoro e reddito per noi e per i nostri collaboratori.

In questi giorni assistiamo sconcertati agli sviluppi della disputa DS316 presso la WTO, riguardante “European Communities and Certain member States — Measures Affecting Trade in Large Civil Aircraft”. Una disputa in cui il vino, insieme ad altri prodotti agroalimentari di origine europea, è solo una vittima collaterale.

Il valore dell’export agroalimentare dall’Europa verso gli Stati Uniti si aggira sui 22 miliardi di Euro; di questi, il valore del vino europeo è pari a 4 miliardi, e pesa per il 75% sulle complessive importazioni statunitensi di vino. L’Italia, con oltre 1,7 miliardi di euro, è il secondo esportatore di vino dopo la Francia.

Sono numeri impressionanti che rappresentano il lavoro di migliaia di aziende con decine di migliaia di addetti; piccole aziende, per la maggior parte, che costituiscono il tessuto fondamentale dell’agricoltura italiana.

Sono piccole aziende che non soltanto generano reddito per i produttori e i loro collaboratori: esse sono custodi dei territori nei quali operano, difendono il nostro Paese dal dissesto idrogeologico, presidiano le campagne impegnandosi nella difesa dei suoli e contribuiscono a moderare gli effetti del cambiamento climatico.

Inoltre, esportando i loro prodotti, concorrono a consolidare la reputazione dell’Italia nel mondo, promuovono la nostra cultura e mantengono solidi rapporti con i nostri connazionali all’estero, si fanno ambasciatori di uno stile alimentare (la dieta mediterranea) e di vita che genera, in cambio, consistenti flussi turistici, un altro settore fondamentale per il nostro Paese. Tutto questo oggi è a rischio.

L’incremento del 100% dei dazi statunitensi sull’importazione di vini ed altri prodotti agroalimentari europei rischia di distruggere in breve tempo quanto abbiamo costruito in decine d’anni di lavoro ed impegno costante. Dazi che non sono legati a dinamiche interne al settore agroalimentare, ma che vengono trasferiti ad esso come misura di rappresaglia commerciale per i sussidi che alcuni Paesi europei hanno erogato all’industria aeronautica.

Tutto questo è profondamente sbagliato. La viticoltura italiana non può diventare la merce di scambio sul tavolo dell’industria aeronautica o di quella delle digital companies, e i vignaioli italiani non devono diventare le vittime di una guerra iniziata su altri fronti, e che dovrebbe essere risolta attraverso mediazioni condotte su ampia scala.

Noi diciamo no a questa guerra commerciale, e ci schieriamo al fianco dei nostri importatori e distributori americani, che in queste settimane hanno avviato numerose campagne di informazione e sensibilizzazione nei confronti dell’Amministrazione USA e della USTR, alle quali sono state indirizzate migliaia di commenti e di appelli affinché i nuovi dazi non entrino mai in vigore, e affinché vengano sospesi i dazi del 25% già in essere per alcuni vini europei.

Chiediamo ai nostri Rappresentanti al Governo nazionale e in Europa di farsi immediatamente carico di una questione capace di devastare tutto il comparto vitivinicolo continentale, e che non lascerà indenni nemmeno i mercati più lontani dagli USA per via della necessità di ricollocare rapidamente e improvvisamente i prodotti destinati oltre Atlantico, con intuibili e irreversibili ripercussioni sui prezzi e sulle nostre quote di mercato”.

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Gli Editoriali news news ed eventi

Il silenzio sui dazi Usa di Trump. E i “dazi” della critica enogastronomica italiana

EDITORIALE – Da un lato i dazi di Trump, che potrebbero decimare (se non annientare) le esportazioni di vino italiano negli Usa, soggette al 100% di ricarico. Dall’altro gli attacchi social di qualche produttore di vino del Belpaese alle “testate giornalistiche” italiane, colpevoli di non fare abbastanza informazione sull’argomento: “Tutto tace“, scrive per esempio il vignaiolo Fivi piemontese Gianluca Morino su Facebook. Un quadro che mette a nudo il sostanziale stallo – per non parlare della vera e propria involuzione – dell’editoria enogastronomica italiana. La situazione – se non fosse chiaro – è drammatica. Da una parte e dall’altra della bottiglia. O della penna, s’intende.

Chi chiede alla stampa di schierarsi non sa – o non considera – che il giornalismo (non solo quello enogastronomico) in Italia è sostanzialmente morto. Si scrive in prima persona, si attacca chi prova a cambiare il sistema, si accusa di far marchette chi, nella duplice veste di editore e direttore responsabile di una testata, cerca di tenere in piedi tra mille sacrifici personali gli unici due progetti editoriali “di rottura” presenti in Italia.

Una duplice veste dettata, appunto, dall’assenza di editori puri, interessati a promuovere contenuti più che pubblicità. Un invito spassionato giunga a chi oggi si appella alle “testate giornalistiche” contro i dazi di Trump: chiedete di difendervi – facendo i nomi – a chi vi prospetta premi per portare i vostri vini in giro per il mondo, per cifre che si aggirano attorno ai 30 mila euro.

Chiedete di prendere posizione a chi intasca i vostri soldi per due foto col vostro vino in mano pubblicate su Instagram, col nome dell’account che richiama l’Ais (Associazione italiana sommelier). Chiedete di difendere il Made in Italy enologico a quelle testate a cui pagate fior di redazionali, mai pubblicati come tali.

Perché chi si sorprende del silenzio, spesso, è lo stesso che alimenta forme alternative all’informazione professionale. E non è il caso di Morino. La stampa, insomma, pare tornar buona solo al momento del bisogno.

Potremmo scrivere tutti a Trump, o potremmo averlo già fatto, senza fare troppa pubblicità. Potremmo anche fare tutti fronte comune, ma per cosa? Cosa hanno fatto le istituzioni italiane, sino ad ora, per bloccare Trump?

Troppo poco, se non nulla. L’ultimo comunicato della ministra Bellanova (Mipaaf) riguarda un (seppur nobilissimo) bando Agea per gli indigenti. Non resta che sperare che resti qualcosa di buono sotto al ciuffo di Donald. Cin, cin.

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Approfondimenti

Dazi sul vino in Sudamerica: lettera Uiv ai Commissari europei

In vista dell’imminente e decisivo ciclo di negoziati dell’accordo di libero scambio Unione Europea – Mercosur, che avrà luogo dal 4 all’8 giugno 2018, Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, ha indirizzato una lettera ai Commissari Europei al Commercio Malmstrom e all’Agricoltura Hogan, al fine di reiterare alcune strategiche priorità per il settore vitivinicolo italiano.

Affari che riguardano il Mercado Común del Sur, ovvero il mercato comune dell’America meridionale. Ne fanno parte in qualità di Stati membri: Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela. Ruolo chiave, tra l’altro, quello del Paese carioca, dove si appresta a sbarcare Vinitaly, con Wine South America.

“Il Mercosur – spiega Ernesto Abbona – rappresenta una priorità per le aziende vinicole italiane, in particolare il Brasile, uno dei mercati cosiddetti ‘emergenti’ più dinamico e promettente in chiave di potenziale aumento di consumi pro capite di vino”.

“In questa fase strategica dei negoziati UE-Mercosur riteniamo indispensabile che, mediante l’approvazione dell’accordo, l’Unione Europea risolva alcune questioni prioritarie per il settore del vitivinicolo, peraltro già rappresentate ai servizi della Commissione Europea dal Comité Vins, alla quale Uiv aderisce”.

Le richieste sono ferme. “Chiediamo in particolare un’eliminazione completa dei dazi sul vino – evidenzia Abbona – fin dall’entrata in vigore del trattato, dando priorità ai vini maggiormente esportati nei Paesi Mercosur, i vini imbottigliati e vini spumanti, che attualmente rappresentano oltre il 90%, in volume e in valore, dei vini importati dal Brasile”.

“Dagli sviluppi degli ultimi cicli di negoziati – continua Abbona – abbiamo appreso che le proposte di concessioni in materia tariffaria per il settore del vino sono estremamente penalizzanti, in quanto il Mercosur propone un’eliminazione delle barriere tariffarie dopo 15 anni dall’entrata in vigore dell’accordo”.

Una proposta che Abbona definisce “inaccettabile”. “Il vino italiano – spiega il presidente Uiv – non trarrebbe alcun beneficio a breve e medio termine dalla conclusione dell’accordo e i vini argentini e cileni continuerebbero a rafforzare le loro quote di mercato in Brasile”.

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