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Decreto dealcolati, esultano le cooperative: c’è intesa Conferenza Stato-Regioni

Decreto dealcolati, esultano le cooperative: c'è intesa Conferenza Stato-Regioni. Esulta Alleanza delle Cooperative Agroalimentari

L’Italia segna un passo importante nel settore vinicolo con l’intesa raggiunta in Conferenza Stato-Regioni sul decreto dealcolati firmata dal Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Questo provvedimento, accolto con entusiasmo dalle principali organizzazioni cooperative agroalimentari, posiziona il nostro Paese in linea con i principali competitor internazionali in un segmento di mercato in forte crescita. Le organizzazioni Agci Agrital, Confcooperative FedagriPesca e Legacoop Agroalimentare, componenti dell’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari, hanno sottolineato l’importanza del decreto: «Grazie a questa normativa, le cantine italiane potranno finalmente produrre vini dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati, cogliendo opportunità in un mercato in evoluzione».

VINI DEALCOLATI, «OPPORTUNITÀ STRATEGICA PER IL SETTORE»

L’Alleanza delle Cooperative Italiane ha giocato un ruolo chiave nella definizione del decreto, contribuendo con proposte mirate che hanno trovato spazio nel testo finale. Secondo le centrali cooperative, l’introduzione di questa nuova categoria di prodotto non rappresenta una minaccia per i vini tradizionali, ma piuttosto un’opportunità per ampliare l’offerta e attrarre nuovi consumatori. «I vini dealcolati e parzialmente dealcolati – spiegano le coop – saranno una scelta complementare, capace di intercettare un pubblico che, per vari motivi, non consuma vino tradizionale. Questo segmento potrebbe essere la porta d’ingresso per nuovi appassionati del mondo del vino».

TREND DI CREACITA PER IL VINO DEALCOLATO

Il mercato dei vini dealcolizzati sta vivendo un’espansione significativa a livello globale. Secondo i dati di settore, la crescente domanda di bevande a basso contenuto alcolico o analcoliche è trainata da nuove abitudini di consumo. Salute, benessere e moderazione sono tendenze sempre più centrali, soprattutto tra i giovani e le fasce di consumatori attenti a uno stile di vita sano. L’apertura al segmento dei vini dealcolati permette alle cantine italiane di inserirsi in questa dinamica, mantenendo alta la qualità e l’autenticità che caratterizzano il nostro Made in Italy. Paesi come Francia, Spagna e Germania hanno già sviluppato una solida presenza in questo comparto, dimostrando che l’innovazione può convivere con la tradizione.

«VINI DEALCOLATI PER LA COMPETITIVITIÀ DELLE CANTINE»

Per le cooperative agroalimentari è fondamentale che il Sistema Vino nazionale possa operare con le stesse condizioni dei principali competitor esteri. Il decreto fornisce una base normativa chiara e strumenti operativi che consentiranno alle cantine italiane di sperimentare e produrre questa nuova tipologia di vini, offrendo loro la possibilità di esplorare mercati esteri e nuove fasce di consumatori. «Non possiamo ignorare il cambiamento delle modalità di consumo», ribadiscono le organizzazioni. «Il settore produttivo deve essere in grado di rispondere alle nuove richieste dei consumatori e di mantenere la competitività a livello internazionale».

IL FUTURO DEL VINO ITALIANO È LEGATO AI DEALCOATI?

L’approvazione del decreto sui vini dealcolizzati e parzialmente dealcolizzati segna un passo importante verso l’innovazione del settore vinicolo italiano. La sfida ora è coniugare due parole troppo spesso abusate, specie nel loro accostamento – “tradizione” e “innovazione” -garantendo che questa nuova categoria di prodotti rispetti gli elevati standard qualitativi che da sempre contraddistinguono il vino italiano. La capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato e di anticipare le tendenze rappresenta un elemento chiave per il futuro del settore. I vini dealcolati, lungi dall’essere una minaccia, si propongono come un alleato strategico per consolidare il ruolo dell’Italia nel panorama enologico globale. Del resto, spesso, tante cose cambiano a seconda di dove (e come) le si guarda.

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Perché la Sicilia naviga a “V.I.S.T.A.” sul Lucido (Catarratto)?


È arrivato il momento del Lucido, ovvero del Catarratto. Dopo Grillo e Nero d’Avola, il Consorzio Doc
Sicilia fa squadra con Assoenologi Sicilia e con l’Irvo – Istituto Regionale del Vino e dell’Olio promuovendo il progetto V.I.S.T.A. – Valorizzazione Innovativa e Sostenibile dei Terroir delle varietà Autoctone, che vede protagonista il vitigno a bacca bianca tipico siciliano, che vanta ben 32 mila ettari vitati sull’isola. Il presidente del Consorzio, Antonio Rallo, non ha dubbi: «Le potenzialità del vitigno Lucido sono davvero molto elevate e le sperimentazioni svolte finora lo stanno confermando. Stiamo lavorando con impegno congiuntamente ad Assoenologi sul fronte della vinificazione. Oggi – assicura – abbiamo la possibilità di condividere con il mondo della produzione gli esiti del lavoro finora svolto nell’ambito del progetto V.I.S.T.A. Lucido».

LUCIDO-CATARRATTO, TRA CRISI DELLA COOPERAZIONE E RILANCIO

La scelta non ricade certo casualmente sul Catarratto, etichettabile con il suo sinonimo ufficiale “Lucido”, sin dal 2018. La maggior parte degli ettari vitati andati perduti in Sicilia negli ultimi 40 anni è proprio ascrivibile al vitigno oggi al centro delle attenzioni di diverse organizzazioni e dei rappresentanti dei produttori, a vario livello. A detenere gli ettari perduti erano principalmente i soci delle diverse cooperative vinicole che operano in Sicilia.

È proprio su indicazione del sistema cooperativistico siciliano che la Doc Sicilia – forte altresì del favore di Assovini – acconsentì all’introduzione del sinonimo “Lucido”, considerato più facile da pronunciare e da ricordare, soprattutto dai consumatori stranieri (in chiave export e turismo). Oggi ecco l’importante passo avanti che vede unito, ancora una volta, il sistema vino della Sicilia, in un momento complicatissimo per la cooperazione vitivinicola siciliana.

V.I.S.T.A. LUCIDO: RICERCA E SPERIMENTAZIONE SUI VITIGNI AUTOCTONI SICLIANI

Antonio Sparacio, dirigente dell’unità operativa Ricerca e Sperimentazione dell’Irvo, conferma appunto che il futuro della Sicilia passa anche dal vitigno autoctono sinora rimasto all’ombra del Grillo. «La filosofia del progetto V.I.S.T.A. – dichiara – è la valorizzazione innovativa e sostenibile dei terroir delle varietà autoctone e, nello specifico, del Lucido. Le attività si svolgono sia in campo, per fare fronte agli effetti del cambiamento climatico, sia in cantina, per valorizzare il profilo gustativo e aromatico del Lucido. I protocolli applicati in sede di sperimentazione saranno ora trasmessi alle aziende che li applicheranno a produzioni più vaste, per ampliare la portata della ricerca».

Il coinvolgimento dei winemaker siciliani è un nodo cruciale del progetto. «La collaborazione di Assoenologi Sicilia con il Consorzio di tutela vini Doc Sicilia – assicura Giacomo Manzo, presidente di Assoenologi Sicilia – è molto forte e si basa sul comune obiettivo di migliorare il riconoscimento nel mondo del patrimonio vitivinicolo della Regione». Il tutto in un momento in cui i vini bianchi volano sui mercati, rispetto ai vini rossi. A sottolinearlo è Giuseppe Bursi, vicepresidente del Consorzio Doc Sicilia: «In un momento positivo per i vini bianchi, come testimoniano i numeri del Grillo che nell’ultimo anno ha visto incrementare del 15% il confezionato – spiega – è importante fare il possibile per inserire in questo trend anche il Catarratto-Lucido, che rappresenta un terzo del vigneto siciliano».

BURSI: «LUCIDO-CATARRATTO PER SOSTENERE LA COOPERAZIONE SICILIANA»

«Dare nuovo impulso a questa significativa porzione di produzione regionale – aggiunge Bursi – significa intervenire a sostegno dell’intera produzione enologica della regione, sostenendo anche l’intero comparto della cooperazione. Lo sforzo di analisi svolto dal Consorzio sulle zone di produzione e sulle soluzioni tecniche per la valorizzazione del Lucido può dare una spinta significativa a tutto il settore vinicolo regionale». Migliorare la qualità e crescere sul fronte degli imbottigliamenti, dunque. Ma non senza logica.

Come precisa l’altro presidente del Consorzio Doc Sicilia, Filippo Paladino: «L’obiettivo di definire gli areali più vocati per la produzione di Lucido consente di andare incontro alle preferenze dei consumatori. Al di là delle differenze tra diversi areali, le degustazioni dimostrano che il vitigno ha oggi forti caratteristiche identitarie, che sono confermate da tutte le sperimentazioni svolte».

LA VERSATILITÀ DEL VITIGNO LUCIDO-CATARRATTO

Giuseppe Figlioli, enologo e componente del Cda del Consorzio, sottolinea la «grande versatilità del Lucido», che si sta dimostrando «in grado di interpretare vini fermi, anche da evoluzione, vini spumanti Charmat (Metodo italiano), oltre a «buone espressioni con metodo classico». «Nel primo anno di ricerca – evidenzia Figlioli – abbiamo applicato a vini diversi lo stesso protocollo, per poter evidenziare le differenze esistenti tra i diversi areali e confermare la grande versatilità del vitigno. L’obiettivo del progetto V.I.S.T.A. Lucido è promuovere uno stile di vino che possa dare, appunto, “vista” al vino siciliano in tutto il mondo».

[credits foto di copertina Azienda agricola Rallo – Marsala]

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Dino Taschetta, Colomba Bianca: «La Sicilia può diventare salotto buono del vino italiano»


Un’estate diversa, col fiato sospeso. È alle prese con il tentativo di salvataggio di Cantine Europa, il presidente di Colomba Bianca, Dino Taschetta. I risultati della vendemmia 2024, che si prevede molto scarsa in Sicilia per via della siccità, sarà determinante per le sorti della cooperativa di Petrosino (Trapani), a cui ha teso la mano una realtà – per l’appunto Colomba Bianca – che, invece, macina successi sui mercati ed è arrivata ad assestarsi ai primi posti in Italia per crescita della quota export. All’orizzonte, anche una possibile fusione tra le due cooperative siciliane. L’intervista al presidente di Colomba Bianca, Dino Taschetta.

Presidente Taschetta, da quanto si sta occupando del caso Cantine Europa?

La cantina sta attraversando un periodo complicato perché i soci devono ancora ricevere i pagamenti del 2022. Un gruppo di questi soci ha raccolto le firme e ha sfiduciato il consiglio d’amministrazione, eleggendone uno nuovo che si è ritrovato di fronte una situazione complicata. Quindi sono venuti a cercarmi. So che hanno parlato anche con altri. La proposta di Cantine Europa era quella di fare una fusione con noi, dunque con Colomba Bianca.

La fusione tra Cantine Europa e Colomba Bianca sarebbe stata un’operazione sostenibile?

Per una fusione ci vogliono i dati, ci vuole tempo. Bisogna studiare le carte. Non si inizia un percorso se non si sa dove andare a parare. Quindi, siccome considero il problema grosso, ho proposto di iniziare dividendolo a “pezzetti”. Il primo pezzetto è la salvaguardata della produzione, dando così una sicurezza ai soci che rischiavano di fuggire tutti.

Da qui l’idea di salvare in primis la vendemmia 2024 di Cantine Europa, corretto?

Esattamente. Abbiamo proposto ai loro soci di diventare, per ora temporaneamente, anche nostri soci. Facciamo la vendemmia e gli garantiamo sia l’anticipo, sia il pagamento delle uve, come Colomba Bianca. Nel frattempo, per cercare di dare continuità all’azienda, abbiamo deciso di condurre le operazioni di raccolta nel loro stabilimento.

Ma di che quantità parliamo, presumibilmente?

Tenga conto che Cantina Europa, fino a 7-8 anni fa, era la cantina siciliana più grande, lavorando oltre 600 mila quintali di uva. Numeri enormi. Avevano 5 mila ettari prima che alcuni soci li abbandonassero. Quelli che hanno già aderito alla nostra proposta lavorano circa 2 mila ettari e non so fino a che cifre arriveremo. Noi faremo la vendemmia, pagando il conto lavorazione. E, nel frattempo, c’è da indire un tavolo tecnico per capire come affrontare il futuro. Lì ognuno deve fare la propria parte, oltre a capire se si vuole arrivare al salvataggio di Cantine Europa nella sua autonomia, o in eventuale fusione con noi.

Colomba Bianca e i suoi soci gradirebbero la fusione con Cantine Europa?

Bisogna stare molto attenti. Colomba Bianca è in una situazione equilibratissima. Ma, da presidente, ho il dovere di stare coi piedi per terra, dunque vedremo. A mio parere bisognerà attivare sicuramente un po’ di ammortizzatori sociali. Cantine Europa ha 25 dipendenti che noi non possiamo assorbire e assumere. Ma la cosa principale è capire quanta uva porteranno i loro soci in questa vendemmia 2024.

Qual è la soglia che garantirebbe una certa sostenibilità all’azienda?

Con 150 mila quintali potremmo cominciare a progettare qualcosa. Se ne portano meno, tutto diventa più complicato e sarà un problema. Ma per la Sicilia, la vendemmia 2024, è forse la peggiore della storia.

La quantità che sarà conferita dipende quindi più dalle condizioni climatiche o dai soci?

Dipenderà più dalle condizioni della vendemmia 2024, siamo alle prese con la siccità. Secondo me, poi, loro hanno perso troppo tempo. I soci non si sentivano sicuri e hanno iniziato tempo fa a cercare altri lidi. Alcuni erano già venuti da noi, altri si sono mossi in altre cantine. Ognuno, quando inizia a perdere produzione, cerca di aiutarsi in tutti i modi.

Per le cooperative, il vero patrimonio non sono i beni, ma i soci e le uve che vengono conferite. Tutte le attrezzature, i macchinari e gli immobili hanno valore sulla base delle uve che lavorano. Se non arriva uva, tutto perde di valore. Il vero problema di Cantine Europa è che è venuta a mancare, negli anni, la base sociale. La struttura era progettata per fare determinati volumi, molto, molto ingenti, che sono venuti a mancare.

Mi sembra di poter dire che Cantine Europa è solo una delle punte dell’iceberg di una cooperazione vinicola italiana in crisi. Cosa ne pensa?

Di fatto, è un po’ una situazione generalizzata. Se la politica non si rende conto di cosa può fare per il futuro, sarà un disastro. Vede, qui da noi si riempiono tutti la bocca di parole come turismo, questo e quell’altro. Ma se l’agricoltura non funziona, tutto il sistema rischia di andare in crisi. Al posto di fare ricerche di mercato e di sviluppo del settore, sembra si voglia trasformare la Sicilia in una centrale elettrica a cielo aperto. Pare che la gente non veda l’ora di togliere la vigna e mettere pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Questo è un problema serio, altro che ponte sullo stretto. Qua ci vorrebbe un Piano Marshall per rendere irrigabile una buona parte dei terreni.

La siccità rischia di dare una stangata mortale alla viticoltura in Sicilia?

Non è possibile che abbiamo le rese più basse, in alcuni casi, di tutta Italia, e che ci ritroviamo però a competere sui mercati con chi fa 400 quintali ad ettaro. Tenga conto, così per darle a un numero, che quest’anno la Sicilia rischia di avere rese di 40 quintali all’ettaro. Una cifra assolutamente insostenibile. Si sta perdendo gran parte della produzione perché non abbiamo l’acqua per irrigare.

In altre parti del mondo, i deserti si fanno diventare giardini: noi, i giardini, li stiamo facendo diventare deserti. È un meccanismo che chiede vendetta. Il 2024 è un anno con piovosità esageratamente basse. Ma solitamente, la Sicilia, è un territorio dove piove, d’inverno. Se costruissimo le infrastrutture, ovvero le dighe e le linee di distribuzione dell’acqua, rendendo irrigabili gran parte dei terreni, la Sicilia potrebbe davvero fare delle cose strepitose. Un tempo la Sicilia vendeva quantità. Oggi vende qualità.

Eppure le dighe, in Sicilia, ci sono

Su 52 dighe ce ne sono forse 45 che non possono riempirsi al massimo o perché non sono collaudate, o perché necessitano di manutenzione. È come se uno ha una Ferrari in mano, senza sterzo. Non si può gestire un’azienda mettendo il santino e sperando che Dio ci aiuti, facendo arrivare l’acqua al momento giusto. Bisogna che qualcuno capisca che ci vogliono progetti a lungo termine, seri, che salvaguardino la possibilità di arrivare alla soluzione.

La scarsa produzione, del resto, è una minaccia per l’esistenza delle cantine, soprattutto quelle di grandi dimensioni e le cooperative. Come vi state organizzando?

Normalmente facciamo rese medie di 70 quintali all’ettaro. Quest’anno ne faremo 40, ma si potrebbero fare benissimo 100 o anche 120 q/h, irrigando i vigneti, senza intaccare la quantità. La Sicilia ha perso 40 mila ettari di vigneto negli ultimi 30 anni. Se ne perde altri 30 nei prossimi 5 anni, è chiaro che tutto il sistema va in crisi. Mi vanto di dirigere una delle cooperative più solide che ci sono in Sicilia. Ma se manca la base sociale, perché i soci non ce la fanno più a campare con 40 quintali all’ettaro, pur pagati a cifre astronomiche, l’azienda perde la sua sostenibilità. È chiaro che, prima o dopo, si estirperà la vigna. Per mantenere il sistema, occorrono una serie di azioni che non possono essere demandate alle singole aziende: spettano alla politica.

Eppure la priorità della politica per la Sicilia sembra il ponte sullo stretto di Messina

Tutti quanti dicono che vogliono fare il ponte. Ma al 90% dei siciliani non frega niente del ponte! Chiaramente io non sono contro a quest’opera, attenzione. Per me lo possono anche fare. Ma ci sono delle priorità, perché i siciliani che devono andare a prendere quel ponte dal loro paese, possono impiegare anche 4 ore di macchina, con 25-30 interruzioni sul tragitto! E se invece, prima, si potenziassero viabilità e porti? Noi abbiamo bisogno di porti, di aeroporti, di infrastrutture e collegamenti che funzionano per portare i nostri prodotti nel mondo.

Nonostante ciò, ci sono esempi “virtuosi” come quello della sua cooperativa, Colomba Bianca. Qual è il segreto?

Sono presidente di Colomba Bianca da 27 anni. Come tutti, in Sicilia, abbiamo assistito a una diminuzione degli ettari a disposizione. Ma abbiamo sopperito inglobando altre aziende. Noi abbiamo cinque cantine e questo comporta una serie di costi importanti. Quindi bisogna ottimizzare. Tenga conto che, in un’annata normale, dovremmo pigiare almeno 500 mila quintali di uva. Senza considerare il lavoro che stiamo facendo con Cantine Europa e con altre realtà più piccoline, in occasione della vendemmia 2024 ne lavoreremo forse 300 mila. Ce la faremo, perché noi siamo strutturati, siamo riusciti a dare valore aggiunto, ci siamo posizionati su una fascia di prodotti più di fascia alta, quindi riusciamo a intercettare un mercato che, grazie ai ricavi, ci permette recuperare gli aumenti dei costi di produzione.

Dunque il segreto, utilizzando un termine un po’ abusato, è la famosa premiumizzazione? Quali sono le quote Gdo-Horeca di cantina Colomba Bianca?

Il 35-40% del nostro imbottigliato è destinato all’Horeca. La gran parte della prodizione Gdo è destinata all’estero. Siamo stati una delle aziende più performanti in Italia per incremento della quota estero, al settimo posto come performance. Vendiamo in tutto il mondo, in 40 Paesi, dagli Stati Uniti alla Cina, sia bottiglie che sfuso e Bag in Box. Voglio essere prudente: se ognuno facesse davvero la sua parte, la Sicilia, nel giro di 10 anni, potrebbe diventare il salotto buono del vino italiano.

Invece, l’iniziativa è lasciata alla singola azienda, che da sola non può smuovere le montagne. Tutti noi dobbiamo fare di più, dobbiamo fare meglio, dobbiamo innescare circoli virtuosi per creare più ricchezza. Le storie di successo di diversi territori nel mondo sono sempre animate da visionari. Il Prosecco, 25 anni fa, era un vino che nessuno voleva, non lo conosceva nessuno. In Veneto hanno fatto dei bei progetti. Il governatore Luca Zaia è lontano mille miglia dal mio modo di concepire la politica: ma se l’avessimo avuto in Sicilia, forse avremmo avuto una situazione diversa.

Resta dunque una certa preoccupazione

Sono parecchio preoccupato per il breve termine. Ovviamente non per Colomba Bianca, che è un’azienda che sta crescendo. A me non piace essere il primo fra gli ultimi. Preferirei invece che tutto il sistema vino siciliano facesse di più e fosse guidato virtuosamente dalla politica, per trovare una strada di successo importante. Non è bello che ci siano poche aziende che vanno bene. È bello quando tutto il sistema vino va bene. Per far sì che questa situazione si avveri, occorrono una serie di condizioni.

Qual è la sua ricetta per il sistema vino siciliano?

Sono anni che dico che il mondo cooperativo è sottocapitalizzato. Quando ho iniziato il processo di capitalizzazione di Colomba Bianca mi sono messo contro centinaia di soci. Una volta nominato presidente, 27 anni fa, in occasione della seconda assemblea ho chiesto ai soci un miliardo di lire di aumento di capitale sociale. Avevo dei progetti e, per realizzarli, avevo bisogno dell’aumento. Mi sono dovuto imporre, dicendo che avrei rassegnato le dimissioni la mattina dopo, qualora il provvedimento non fosse stato votato.

Per fortuna ho avuto la meglio e devo dire che quella è stata la nostra fortuna, perché l’aumento di capitale sociale ci ha permesso di partecipare a bandi e di sistemare l’azienda, mettendola a norma anche sul fronte della sicurezza. Abbiamo potuto acquistare il primo frigorifero, e non mi riferisco a quello della cucina. Provate oggi a vendere nel mondo un vino prodotto senza la gestione del freddo. Certi percorsi, insomma, vanno incentivati e inseriti all’interno di una visione più lunga.

Quale futuro, dunque, per la cooperazione vinicola siciliana e nazionale?

Il futuro è managerializzare sempre più le aziende. Non riesco a capire perché se dobbiamo andare da un medico cerchiamo il luminare; se dobbiamo andare da un avvocato cerchiamo quello che ha fatto più cause di successo; ma se dobbiamo gestire una cooperativa prendiamo un piccolo pallino qualunque e lo mettiamo là a gestire la cooperativa. Capisce che non può funzionare? Bisogna incentivare la managerializzazione delle aziende e trovare il sistema per favorire anche dei progetti di fusione, per andare nel mondo come colossi.

“Piccolo” non sempre è “bello”: va bene l’azienda di famiglia, ma la cooperativa deve avere le spalle grosse. Inoltre, come detto, andrebbe incentivata la capitalizzazione. E bisognerebbe cercare di studiare dei meccanismi per andare nel mondo assieme, creando sinergie anche con altre regioni. Dobbiamo capire che i nostri competitor sono nel mondo, non tra i vicini di casa o in altre regioni italiane.

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Nasce Fondazione Vino Patrimonio Comune: soci Federvini e Alleanza Cooperative italiane


Fondazione Vino Patrimonio Comune
è realtà. Soci fondatori Federvini e Alleanza delle Cooperative Italiane -Agroalimentare, che si pongono così l’obiettivo di «consolidare il valore del vino italiano e a contribuire alla difesa e al sostegno del patrimonio delle imprese vitivinicole del Paese», sotto la guida del primo presidente, Marcello Lunelli (Cantine Ferrari Trento).
In particolare, la Fondazione opererà per «studiare i profili di autenticità e sostenibilità di prodotti, imprese e territori, qualità alla base dell’apprezzamento del Made in Italy nel mondo».

«Quello della Fondazione Vino Patrimonio Comune – spiegano i promotori – è un percorso avviato nel 2020, con uno studio preliminare sulla variabilità dei rapporti degli isotopi stabili dell’ossigeno e dell’idrogeno dell’acqua del mosto/vino, in relazione alle principali variabili naturali e di processo agronomico ed enologico. Dal progetto pilota è derivata la definizione del profilo isotopico dell’acqua dei mosti e dei vini, grazie al quale iniziò a prendere forma la prima Banca Dati Sperimentale Vino Patrimonio Comune 2020-2023».

Uno studio che, a partire dalla vendemmia del prossimo anno, si amplierà ancora coinvolgendo un maggior numero di attori delle istituzioni, della ricerca, delle imprese, degli enti di certificazione e degli stakeholder commerciali del mondo del vino. Come spiegano i promotori di Fondazione Vino Patrimonio Comune, accanto al primo presidente Marcello Lunelli ci sono il vicepresidente Luca Rigotti (Gruppo Mezzacorona e Coordinatore del settore vitivinicolo di Alleanza delle Cooperative) e un Consiglio di Amministrazione paritetico in rappresentanza delle due associazioni fondatrici, di un Comitato Esecutivo e di un Comitato Scientifico composto da «autorevoli esponenti del mondo della ricerca con una comprovata esperienza nel settore agroalimentare e in quello vitivinicolo».

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Vino, export cooperative italiane in crescita del 130% in 10 anni


FOTONOTIZIA –
Tra il 2010 e il 2022 il fatturato generato dall’export delle cantine aderenti ad Alleanza cooperative ha registrato una crescita del 130%, con un trend superiore all’andamento delle esportazioni nazionali di vino che nello stesso periodo sono cresciute del 101%.

Anche il fatturato complessivo negli ultimi dieci anni è aumentato dell’88%, a conferma di una crescita economica e del posizionamento conquistato dalle oltre 379 cooperative italiane, che producono il 58% del vino italiano. È quanto emerge dall’indagine sul grado di internazionalizzazione delle cooperative vitivinicole realizzato da Ismea.

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Vini analcolici: cooperative vitivinicole mondiali in pressing sull’Ue

L’inclusione dei vini analcolici e a basso contenuto alcolico nella legislazione dell’Ue è «un primo passo importante». Ma è «necessario un adeguato quadro giuridico e di marketing per il loro sviluppo, per gestire le aspettative dei consumatori e garantire le strategie a lungo termine delle aziende vinicole». È l’opinione sui vini dealcolati espressa dai colossi che hanno preso parte al Forum Mondiale della Cooperative vitivinicole 2022.

Un incontro tenutosi proprio in Italia, per la precisione nelle sedi di Caviro, in Emilia Romagna, tra il 18 e il 20 ottobre. Con queste premesse, è facile ipotizzare un pressing sempre più costante e iniziative di lobbying nei confronti dell’Unione europea, volto ad ottenere maggiori aperture legislative sui “vini senza alcol“. Includendoli, si presuppone possa essere questo l’obiettivo finale, tra i vini a Denominazione di origine e a Indicazione geografica protetta (Dop e Igp, per l’Italia) dell’Ue.

Perché, come dicono chiaro i massimi rappresentanti di alcune tra le cantine più influenti del mondo, «il quadro giuridico dovrebbe garantire condizioni di parità, basate su regole qualitative di produzione e presentazione». Tradotto: il vino tradizionale e i vini analcolici dovrebbero avere parità di trattamento, nel contesto dei disciplinari di produzione.

A sostenerlo, insieme a Caviro, sono Capel, Fecovita, La Riojana, Vicca, Cenecoop, Aurora, Garibaldi, Sao Joao, Nova Alianca, Pradense, Cevipe. E ancora: Val D’Orbieu – Cordier, Vinadeis, Baco D-Coop, Cuatro Rayas, Manjavacas, Martin Codax, Porto do Barca, Adega Vila Real e CCWCoop. Ovvero alcune tra le maggiori cooperative vitivinicole mondiali, con sede in Italia, Spagna, Francia, Uruguay, Cile, Argentina, Portogallo, Brasile, Australia e Bolivia.

I VINI DEALCOLATI NELL’UE: DIBATTITO CALDO

Tutto si baserebbe sulle richieste di mercato crescenti per il segmento delle bevande low and no-alcohol. «La domanda è in crescita – sottolinea a winemag.it Ignacio Sánchez Recarte, segretario generale del Ceev – Comité Européen des Entreprises Vins – e se le aziende vinicole non la “catturano”, altri lo faranno con prodotti non basati sul vino».

Del resto, «poiché un numero crescente di persone sceglie di bere “meno e meglio”, l’universo delle bevande a basso e nullo contenuto alcolico si sta rapidamente espandendo e sta migliorando dal punto di vista qualitativo».

Secondo una recente ricerca di InsightAce Analytic, il mercato globale delle bevande a basso e nullo contenuto alcolico è valutato 22,5 miliardi di dollari nel 2021. E si prevede che raggiunga i 68,9 miliardi di dollari entro il 2030. Con un tasso di crescita annuale composto (Cgar) del 14%, nel periodo di previsione 2022-2030.

Il gigante della birra Anheuser-Busch InBev, alias AB InBev, che commercializza marchi come Corona, Leffe, Stella Artois, Tennent’s e Becks, ha dichiarato di voler raggiungere con i propri prodotti a basso o nullo contenuto alcolico almeno la quota del 20% sul volume globale commercializzato, entro il 2025.

VINI SENZA ALCOL VS VINI TRADIZIONALI NELLE DO ED IG

«Mentre la categoria dei prodotti a basso e nullo contenuto alcolico è dominata dalla birra – spiega ancora Ignacio Sánchez Recarte – alcuni studi indicano il vino tra gli 0% e i 0,5% di percentuale in volume d’alcol come il settore in più rapida crescita. Con un aumento del 26% e consumatori identificati principalmente come “over 45”. Bevitori abituali di vino che cercano di ridurre le spese durante la settimana, senza sacrificare la cerimonia legata al vino o il gusto».

Considerando che questi prodotti innovativi a base di uva non sono mai stati commercializzati nell’Unione come “vino”, il Ceev ha sostenuto con forza la definizione di questi prodotti all’interno della legislazione vinicola dell’Ue».

Le richieste della filiera sono state inserite nel dicembre 2021 nella legislazione vitivinicola. «Ma sebbene sia autorizzata la dealcolazione parziale e totale per i vini senza Indicazione geografica o Denominazione di origine – continua il segretario Ceev – è autorizzata al momento solo la dealcolazione parziale per i vini con Indicazione geografica protetta o Denominazione di origine protetta».

Un dettaglio che, al momento, sbarra la strada alle cooperative vitivinicole mondiali che intendono investire sul mercato dei vini analcolici dell’Ue (altrove già molto fiorente, vedi gli Stati Uniti). Nel frattempo, in Italia, a fare passi da gigante verso i vini senza alcol è la grande distribuzione.

Da Esselunga è in vendita da qualche mese “Virgola Zero“, Alcohol Free Sparkling prodotto a partire da un Riesling della Mosella dal produttore altoatesino Martin Foradori (Hofstätter), proprietario in Germania di Dr. Fischer. La stessa cantina commercializza un altro spumante dealcolato, “Steinbock”, presentato a Vinitaly nel 2021.

“Virgola Zero” Alcohol Free Sparkling, Dr. Fischer: da Esselunga un Riesling della Mosella senza alcol

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Forum Mondiale delle Cooperative Vitivinicole: «Il vino non è dannoso per la salute»


Il vino «non va equiparato alle altre bevande alcoliche e non va demonizzato». Perché è un «alimento alla base della dieta mediterranea da più di 8 mila anni, prodotto partendo da un solo ingrediente, l’uva». E «non viene realizzato tramite una ricetta come invece accade per la birra e i super alcolici». Sono questi i concetti sostenuti dal sistema vino internazionale riunito da ieri in Romagna nell’ambito del Forum Mondiale delle Cooperative Vitivinicole organizzato da Caviro, alla presidenza del gruppo per il 2022.

«A causa di un approccio semplicistico e non supportato da dati – ha evidenziato Carlo Dalmonte, presidente di Caviro – in Europa, ma anche in numerosi altri Paesi del mondo, si sta delineando una scuola di pensiero che accusa anche il vino di essere dannoso per la salute al pari delle altre bevande alcoliche. Questo minaccia la sopravvivenza di un settore che affonda le radici nella nostra cultura e nella nostra storia e che sostiene la biodiversità e l’economia di molti Paesi».

I rappresentanti delle principali cantine sociali di Italia, Spagna, Francia, Uruguay, Cile, Argentina, Portogallo e Brasile hanno quindi deciso di unire le forze e coinvolgere nel dibattito esponenti del mondo scientifico e politico internazionale. Lo hanno fatto nell’ambito della due giorni organizzata in Romagna e continueranno a farlo nei prossimi mesi con azioni di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

CONSUMO DI ALCOL E ALCOLISMO VANNO DISTINTI

«Dagli studi che ho fatto nel corso di tutta la mia vita posso dire che bere vino con moderazione è salutare e fa vivere più a lungo. L’eccesso nel consumo di alcol è dannoso», ha detto Attilio Giacosa, Direttore Scientifico del Dipartimento di Gastroenterologia del Gruppo Sanitario Policlinico di Monza intervenuto al Forum.

Il riferimento è agli studi che ne analizzano il processo biotecnologico di fermentazione e dal quale si ricavano nutrienti (antocianine, polifenoli, procianidine, resveratrolo) «importanti per il buon funzionamento dell’organismo umano».

La motivazione alla base del movimento politico contro l’alcol c’è il problema dell’alcolismo che affligge, in modo particolare, i paesi anglosassoni. Per combattere l’abuso di alcol in molti Stati, anche del Sud America, si è introdotta una politica di «tolleranza zero» che ha coinvolto non solo i produttori di birra e superalcolici ma anche quelli di vino.

LUIGI MOIO: «IL VINO È MONO INGREDIENTE»

«Bisogna distinguere il vino dalle altre bevande alcoliche – ha spiegato Luigi Moio, Presidente dell’Oiv, Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino – nonostante ci sia, ovviamente, una presenza di alcol anche nel vino. Il vino è un prodotto mono ingrediente, tutti i componenti necessari per produrlo sono all’interno del grappolo d’uva, e l’alcol si forma naturalmente durante la fermentazione e circa l’85-86% del contenuto del vino è acqua.

Il vino si sta imponendo come fenomeno mondiale in quanto modello di diversità. Tra l’altro, il vino consumato durante i pasti, a piccoli sorsi e in modo responsabile e corretto, non crea i problemi soprattutto legati ai superalcolici.

Inoltre il suo grado di acidità, l’alta presenza di acqua e di tannini, contribuiscono a ripulire la bocca conferendo ulteriore sapore al cibo. Occorre però distinguere l’abuso dal consumo responsabile».

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Approfondimenti

Cooperative vinicole italiane, spagnole e francesi a confronto a Cantine Mezzacorona

Le organizzazioni delle cooperative vinicole italiane, spagnole e francesi si sono incontrate in Italia per discutere della situazione del mercato del vino alla luce della guerra in Ucraina e dello scenario politico ed economico internazionale.

Ospitati da Cantine Mezzacorona (Mezzocorona, Trentino) e dal presidente Luca Rigotti, i rappresentanti delle tre organizzazioni cooperative hanno discusso l’andamento del mercato interno ed extra-europeo del vino. Un dibattito iniziato con l’analisi delle esportazioni verso Ucraina e Russia e le potenziali conseguenze che potrebbero derivare dall’attuale delicata situazione.

La situazione di forte aumento dei prezzi delle materie prime e soprattutto dell’energia evidenzia quanto sia importante il ruolo svolto dai produttori (di vino, ma anche di tutti gli altri prodotti agricoli) all’interno della filiera alimentare.

COOPERATIVE DEL VINO A CONFRONTO IN TRENTINO

Per il momento, l’aumento dei prezzi viene assorbito esclusivamente dalla parte produttiva, che ora vede diminuire i suoi margini. Le cooperative si sono interrogate su come reagire a questa crisi e sugli interventi che la Commissione Europea e gli Stati membri dovrebbero mettere in atto.

Tra le altre questioni affrontate, la possibile revisione della strategia Farm to Fork alla luce della sicurezza alimentare e le possibili strategie e scelte politiche volte a rafforzare la produzione interna.

Le tre organizzazioni cooperative hanno inoltre sottolineato che questa crisi dimostra che la Politica Agricola Comune debba essere innanzitutto una politica economica in grado di sostenere la produzione agricola, pur prestando attenzione alla sostenibilità ambientale.

L’incontro si è concluso con un dibattito sulla carbon farming, le sfide e le potenzialità che rappresenta per il settore vitivinicolo. Insieme, Alleanza cooperative Agroalimentari, Cooperativas Agro-alimentarias de España e La Coopération Agricole – Vignerons Coopérateurs rappresentano il 25% della produzione mondiale di vino.

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Esteri - News & Wine news news ed eventi

Cooperative del vino francese a raccolta: migliori assaggi al Wine Rendez-Vous 2021

Qualità media dei vini altissima a The Wine Rendez-Vous 2021. Protagoniste 19 cooperative vinicole francesi, che hanno messo in mostra i loro pezzi da novanta destinati al segmento Horeca e Gdo, in occasione di una due giorni settembrina, all’ombra della Tour Eiffel.

Una riprova di quanto il sistema cooperativistico d’Oltralpe punti a standard di eccellenza assoluta. Merito, forse, anche del pressing dei tanti vignerons (non ultimi gli Indépendants) che non disdegnano un confronto diretto con i colossi del vino francese. Persino sugli scaffali della Grande distribuzione organizzata: i supermercati.

Sono i numeri a dire molto sull’evento. I 19 espositori di The Wine Rendez-Vous 2021 hanno rappresentato 10.141 viticoltori da 112 denominazioni. Ottantamila gli ettari vitati coperti, in tutte le zone più vocate e rinomate della Francia.

Un primo incontro, quello di Parigi, che ha visto ai banchi di degustazione 350 vini, presentati da export manager e titolari delle 19 cooperative. In un’unica sala, un fatturato aggregato annuale di 700 milioni di euro, dato dalle sole vendite di queste etichette.

Dall’Alsazia, Alliance Alsace (Alsace). Dalla Loira, Alliance Loire. Dalla Valle del Rodano (Vallée du Rhône), Cellier des Princes e Jaillance e Maison Sinnae. Per la Bourgogne, Compagnie de Burgondie. Per Bordeaux, Terre de Vignerons, Tutiac e Union de Producteurs de Saint-Emilion (Udpse). Couleurs d’Aquitaine, Plaimont e Vinovalie per l’area Sud Ovest.

E ancora: Marrenon per l’Entre Rhône e la Provenza (Provence), a sua volta rappresentata da Estandon. Non ultime Foncalieu e Sieur d’Arques per la Linguadoca (Languedoc), Vignerons Ardéchois per l’Ardèche e Vignerons Catalans per Roussillon. Un rappresentante anche per la Corsica: l’Union vignerons Ile de Beaute (Uvib), nota come Cave d’Aléria.

I COMMENTI

«Siamo un gruppo di cantine cooperative con strategie di marketing ambiziose, nonché grandi operatori nelle nostre rispettive zone di coltivazione», commenta a WineMag.it Philippe Tolleret, presidente dell’Unscv, l’Union Nationale De Services Des Cooperatives Vinicoles e Managing director di Marrenon.

Storicamente, abbiamo tutti creato delle reti di distribuzione in Francia e all’estero, concentrandoci sul marchio e sulla costruzione del brand, guidati dall’obiettivo di promuovere rigorosamente la personalità delle nostre regioni. Condividiamo i seguenti valori: motivazione, innovazione, umanità e, naturalmente, qualità».

Pierre Cohen, Managing Director di Cellier des Princes nonché ideatore del format The Wine Rendez-Vous, fa eco a Tolleret. «Ho voluto promuovere questo gruppo di cooperative, leader nelle rispettive regioni e/o denominazioni, il cui standard di qualità è aumentato in modo spettacolare. Da qui l’idea di allestire una degustazione con i loro migliori prodotti».

Tanto ha inciso la voglia di ritrovarci tutti assieme, dopo 18 mesi di pandemia di Covid-19 che ha complicato il contatto fisico e l’opportunità di offrire esperienze a misura d’uomo. Non potevamo scegliere location migliore di Parigi, una città magica».

«In quanto produttori di grandi volumi – chiosa Jean Baptiste Tarel, export manager della cooperativa Union Alliance Alsace – siamo un po’ sottovalutati, anche se la situazione sta pian, piano migliorando».

Eventi come questo dimostrano che la qualità è un cardine delle cooperative del vino francese, che altro non sono se non l’unione di tante famiglie di vignerons. Abbiamo un grande senso di appartenenza e conosciamo bene il valore sociale del sistema cooperativistico».

THE WINE RENDEZ-VOUS 2021 DI PARIGI: I MIGLIORI ASSAGGI

Decine le etichette meritevoli di una menzione, tra le circa 300 degustate in occasione della due giorni parigina. Di seguito quelle da non perdere (non solo nel rapporto qualità prezzo) tra i vini dei vari brand presentati dalle 19 cooperative vitivinicole francesi, in occasione di The Wine Rendez-Vous 2021.

SPUMANTI
  • Crémant de Limoux Brut Extra Brut 2014 Toques et Clochers, Sieur d’Arques (Languedoc)
    *BEST IN SHOW*
  • Crémant Mayerling Brut, Cave de Turckheim (Alsazia)
  • Crémant Brut Cigogne, Cave du Roi Dagobert (Alsazia)
  • Crémant de Loire Blanc Brut Bio, De Chanceny (Loira)
  • Crémant de Loire Blanc Brut 2012 Impétus, De Chanceny (Loira)
  • Crémant de Bourgogne Brut Réserve, Le Burgondie (Bourgogne)
  • Crémant de Loire Brut Rosé, La Cave de Die Jaillance (Loira)
  • Crémant de Die Grande Réserve 2015, La Cave de Die Jaillance (Vallée du Rhône)
  • Clairette de Die Tradition Aop brut Légère, La Cave de Die Jaillance (Vallée du Rhône)
  • Crémant de Limoux blanc, Aguila (Languedoc)
  • Crémant de Limoux blanc Première Bulle Premium Van Binh, Sieur d’Arques (Languedoc)
VINI BIANCHI
  • Riesling Racines et Terroirs 2019, Cave du Roi Dagobert (Alsazia) *BEST IN SHOW*
  • Saumur Blanc Chenin Bio Vegan 2020 Escapade, Alliance Loire (Loira)
  • Touraine Sauvignon 2018 La Dilecta, Alliance Loire (Loira)
  • Vacqueyras Blanc 2020, Domaine De La Libellule (Vallée du Rhône)
  • Châteauneuf-du-pape Blanc 2019, Cellier des Princes (Vallée du Rhône)
  • Riesling Grand Cru Brand 2017, Cave du Roi Dagobert (Alsazia)
  • Pinot Gris bio 2019, Cave du Roi Dagobert (Alsazia)
  • Montagny Blanc 2020 La Burgondie, La Compagnie de Burgondie (Bourgogne)
  • Aop Gaillac blanc Loin de l’œil 2018 Astrolabe, Vinovalie (Sud-Ouest)
  • Sauvignon Blanc 2018 Origines Font Renard Blaye blanc, Tutiac (Bordeaux)
  • Ardèche blanc 2020 Orélie, Vignerons Ardéchois (Ardèche)
  • Igp Ardèche blanc Viognier 2020 Grès du Trias, Vignerons Ardéchois (Ardèche)

VINI ROSATI

  • Igp Méditerranée rosé 2020 Hérosé, Cellier Des Princes (Provence) *BEST IN SHOW*
  • Bordeaux rosé 2020 Lion&the Lily, Tutiac (Bordeaux)
  • Cotes Catalanes rosé 2020, Saveurs d’Autrefois, Vignerons Catalns (Roussillon)
VINI ROSSI
  • Aop Luberon rouge 2017 Gardarem, Marrenon (Entre Rhône) *BEST IN SHOW*
  • Châteauneuf-du-pape 2017 Hérédita, Cellier des Princes (Vallée du Rhône)
  • Igp Vaucluse Principauté d’Orange rouge Le Triporteur, Cellier Des Princes (Vallée du Rhône)
  • Cairanne rouge 2019 Mas des Felaises, Cellier Des Princes (Vallée du Rhône)
  • Côtes du Rhône Villages rouge 2019 Domaine de Géorand Chusclan, Maison Sinnae (Vallée du Rhône)
  • Côtes du Rhône  Villages rouge 2019 Les Gênets Chusclan, Maison Sinnae (Vallée du Rhône)
  • Coteaux Vendômois rouge 2018  Grillé d’Aunis (100% Pineau d’Aunis, ndr), Alliance Loire (Loira)
  • Brouilly 2020 La Burgondie, La Compagnie de Burgondie (Bourgogne)
  • Moulin-à-Vent 2020 La Burgondie, La Compagnie de Burgondie (Bourgogne)
  • Bourgogne Côte Chalonnaise rouge La Burgondie (Pinot Noir, ndr), La Compagnie de Burgondie (Bourgogne)
  • Aop Cahors Malbec 2018 Astrolabe, Vinovalie (Sud-Ouest)
  • Aop Cahors Malbec 9 Terroirs T3 2018, Vinovalie (Sud-Ouest)
  • Saint-Emilion 2019 Château Barrail du Colombier, Udpse (Bordeaux)
  • Saint-Emilion Grand Cru 2018 Galius, Udpse (Bordeaux)
  • Saint-Emilion Grand Cru 2018 Aurélius, Udpse (Bordeaux)
  • Côtes du Roussillon Villages Rouge 2018 Signature Tautavel, Vignerons Catalans (Roussillon)
  • Aop Côtes du Vivarais rouge 2019 Grand Aven, Vignerons Ardéchois (Ardèche)
  • Igp Ardèche rouge 2020 Monnaie d’Or, Vignerons Ardéchois (Ardèche)
  • Aop Luberon rouge 2018 Grand Marrenon, Marrenon (Entre Rhône)
  • Ventoux rouge 2019 Orca, Marrenon (Entre Rhône)

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Vino, Alleanza Cooperative Agroalimentari: «Le misure dell’Ue preoccupano i produttori»

L’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari esprime «forte preoccupazione per le azioni che la Ue intende mettere in campo nel prossimo futuro». Il riferimento è al piano europeo di lotta al cancro presentato dalla Commissione europea, con effetti sulla politica di promozione delle bevande alcoliche. Ma anche ai «metodi di valutazione semplicistici e incompleti come il Nutriscore».

«Sono davvero troppi gli elementi che in questo periodo possono arrecare pregiudizio al settore», afferma il coordinatore di Alleanza Cooperative Agroalimentari Luca Rigotti (nella foto). «Fermo restando l’indiscutibile sostegno alle finalità del piano europeo e l’assoluta necessità di tutelare la salute dei cittadini europei – continua – riteniamo che sia innanzitutto necessario promuovere una corretta educazione dei consumatori, che deve essere improntata ad un consumo moderato e consapevole di vino.

Così come occorre lavorare per raggiungere delle posizioni di equilibrio. Si tratta di un concetto da ribadire, considerando la costituzione presso il Parlamento europeo di una dedicata Commissione e la recente presentazione di una relazione sul tema che, tra le altre indicazioni, promuove un’etichettatura di avvertimento per le bevande alcoliche, compresi i vini».

L’Alleanza Cooperative Agroalimentari evidenzia che «il comparto del vino è impegnato da tempo in un percorso di adeguamento regolamentare come accaduto, ad esempio, in materia di sostenibilità ambientale, sulla quale il modello cooperativo è in prima linea». Così come per «la fornitura dell’elenco degli ingredienti e delle informazioni nutrizionali in etichetta», traguardi indicati nel piano europeo di lotta al cancro ma affrontati anche nell’ambito della Pac post-2020.

La cooperazione vitivinicola, pur sottolineando la differenza tra consumo eccessivo e quindi dannoso di bevande alcoliche e consumo moderato di vino, non può che dirsi d’accordo sulla volontà di valorizzare la prevenzione e tutelare la salute dei consumatori», ha ammonito Rigotti.

«Restiamo tuttavia convinti che l’adozione di una dieta sana, equilibrata e millenaria come quella mediterranea, che è stata iscritta nel 2010 nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità e di cui il vino è parte integrante, resti una delle vie migliori per mantenere un buono stato di salute», ha concluso il Coordinatore Vino dell’Alleanza.

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Campania, Cantina Solopaca e La Guardiense diventano hub per il vaccino

Vaccino in cantina in Campania. Da questa mattina, le sedi di Cantina di Solopaca e La Guardiense, a Guardia Sanframondi, diventano hub per arginare il Covid-19. Un’iniziativa accolta con favore della popolazione. Lo dimostrano le lunghe code fuori dai cancelli delle due cantine cooperative beneventane.

Le dirigenze hanno messo a disposizione del Governo e del Commissario Straordinario all’Emergenza Generale Francesco Paolo Figliuolo spazi al chiuso e all’aperto. I due stabilimenti produttivi sono diventati così “hotspot vaccinali”. Un’iniziativa che vede la collaborazione dell’Asl e di Coldiretti Benevento.

«Per la quasi totalità delle imprese (92%) – sottolinea Uecoop, citando uno studio su base nazionale – la riuscita della campagna di vaccinazione è la base per la ripartenza dell’economia dopo mesi di lutti, angoscia e danni causati dal Covid-19».

Sempre secondo l’indagine dell’Unione europea delle cooperative, i primi settori a riprendersi nel 2021 saranno il turismo, l’alimentare e i servizi alle aziende. A seguire gli altri comparti, dall’immobiliare allo spettacolo, dallo sport all’abbigliamento.

«La resilienza del settore cooperativo emerge anche sul fronte dell’occupazione – commenta Uecoop – con il 15% delle imprese cooperative che, nel 2021, prevede anche di assumere nuovo personale. L’obiettivo è agganciare meglio la ripresa che ci attende, con i forti investimenti del Recovery plan».

Il vino italiano, del resto, vede una marcata impronta delle cooperative. Più di 1 bottiglia di vino su 2 (58%) in Italia si produce grazie alle cooperative del settore. Il fatturato ha raggiunto cifre importanti anche nel 2020, l’anno segnato dalla pandemia, con 4,9 miliardi di euro.

«Ricominciare dal settore del vino ha un valore simbolico per un Paese come l’Italia – conclude Uecoop – leader mondiale nella produzione duramente colpite dalle chiusure della ristorazione».

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Sì alle bevande a base di vino, no all’acqua nelle Dop: le Cooperative sfidano l’Ue

Sì alle “bevande a base di vino“, perché non le si consideri “vini”, tout court. Dopo Coldiretti, anche le Cooperative del vino italiano prendono posizione (contraria) sulla proposta dell’Ue di consentire la dealcolazione del vino per la produzione di vini a Denominazione (Dop) o Indicazione geografica (Ig) parzialmente o totalmente senza alcol.

Quella dei “Vini senza alcol“, del resto, è una tipologia ormai diffusa nel mondo, specie in america e nel Nord Europa, nota come “Non-Alcoholic Wines” o “Dealcoholized wines / De-alcoholized wines”.

«Non si può chiamare vino – avverte Luca Rigotti, coordinatore del settore per Alleanza Cooperative Agroalimentari – un prodotto assai lontano da quello originale in cui è prevista l’aggiunta di acqua. Si tratta di un errore che andrebbe a snaturare completamente le caratteristiche di un prodotto dalla tradizione millenaria, oltre a costituire anche una mancanza di trasparenza nei confronti del consumatore».

Siamo molto preoccupati dal nuovo approccio – prosegue Rigotti – che sembra emergere nei testi che stanno circolando. Nella proposta iniziale della Commissione, vino dealcolizzato e parzialmente dealcolizzato dovevano andare a costituire due nuove categorie di vino.

Nel nuovo testo, essi diventano invece il mero risultato di una pratica enologica che andrebbe ad applicarsi alle categorie di vino già esistenti (fermo, frizzante, spumante, eccetera)».

Pur «concordando sulla opportunità che tali regole trovino spazio in Regolamenti del settore vitivinicolo» e «pur non essendo a priori contrari ai vini a bassa gradazione alcolica, considerando che essi rappresentino un’opportunità commerciale, specie in alcuni paesi», Rigotti ribadisce con fermezza che «debbano essere chiamati diversamente, ad esempio “bevande a base di vino”».

Europa verso l’autorizzazione dei vini senza alcol a Denominazione di Origine e Igp

I DISCIPLINARI

Se la proposta di regolamento non verrà modificata, non ci sarà nemmeno bisogno di apportare modifiche ai disciplinari per poter produrre un vino a denominazione parzialmente dealcolizzato.

E, cosa ancor più grave – spiega l’esponente dell’Allaeanza Cooperative Agroalimentari – i produttori di vino e i loro Consorzi non avranno più la possibilità di decidere autonomamente se accettare o meno tale pratica».

Sul mercato, senza che la filiera produttiva abbia effettuato alcuna scelta in tal senso, si potrebbe così trovare un prodotto denominato “vino”, che vino non è.

«NON CHIAMATELI VINI»

«Per esempio un Montepulciano d’Abruzzo Doc – riferisce Rigotti – con una gradazione alcolica di 2% vol. È vero che per le Dop e le Igp nella bozza di testo si parla solo di dealcolizzazione parziale, ma ciò non è in alcun modo sufficiente per tutelare i vini di qualità».

Secondo le Cooperative «sarebbe ancora più grave l’inserimento nel nuovo testo della possibilità di “consentire l’aggiunta di acqua dopo la dealcolizzazione ai prodotti vitivinicoli, pratica che è attualmente vietata in tutta l’Ue».

In Italia il Testo unico del vino ha introdotto il divieto anche solo di detenere acqua in cantina. È compresa anche quella ottenuta dai processi di concentrazione dei mosti e dei vini, riconosciuta a tutti gli effetti come sostanza idonea alla sofisticazione.

I COLOSSI ITALIANI ALLA FINESTRA

Intanto, la Cooperativa italiana leader del settore, Caviro, conferma a WineMag.it l’interesse crescente del mercato nelle bevande senza alcol, anche a base di vino.

Per il colosso di Forlì, sempre attento ai nuovi trend, la tipologia “alcohol free” costituirebbe un nuovo segmento di mercato, dopo l’entrata in gamba tesa nel mondo dei vini senza solfiti aggiunti, con i brick della linea Sunlight.

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Tavolo Vitivinicolo, Alleanza cooperative spinge per distillazione e stoccaggio

«Una distillazione di crisi, che coinvolga solo i vini Dop e Igp e che sia praticata con prezzi congrui e la riattivazione dello stoccaggio dei vini di qualità, con una dotazione finanziaria più adeguata rispetto a quella dello scorso anno, al fine di poter esaudire un maggior numero di richieste». È quanto chiede Luca Rigotti, coordinatore Vino di Alleanza Cooperative Agroalimentari alla riunione del Tavolo Vitivinicolo.

Due misure di sostegno urgenti espresse in occasione del videocollegamento con il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali alla presenza del Sottosegretario di Stato Gian Marco Centinaio.

Per l’attivazione di tali misure, secondo l’Alleanza Cooperative, non dovranno in alcun modo essere utilizzate le risorse stanziate nel Piano Nazionale di Sostegno per il settore vitivinicolo, già destinate a finanziare altre misure altrettanto importanti ed irrinunciabili.

Andranno quindi reperiti fondi aggiuntivi – ha dichiarato Rigotti – che proveremo a reperire prioritariamente in sede comunitaria, ma senza escludere un intervento al livello nazionale».

Rigotti ha poi posto all’attenzione del Sottosegretario Centinaio il tema delle rese di produzione dei vini comuni, una questione, ha dichiarato, «che sta molto a cuore al mondo cooperativo, che rappresenta, tra le altre, realtà produttive di aree viticole del paese nelle quali si producono vini comuni che hanno dimostrato di avere un proprio mercato, solido e dinamico, senza interferire con i vini territoriali Dop e Igp».

Il coordinatore Vino di Alleanza Cooperative Agroalimentari auspica che «il decreto ministeriale consenta di mantenere, in coerenza con la legge, il giusto livello di reddito per i produttori che hanno investito nel segmento dei vini comuni»

Strategica anche «una campagna di promozione di tipo istituzionale del vino italiano, al fine di rilanciarne i consumi, con la possibilità di aprire anche a misure rivolte al mercato interno europeo, specie in questa fase così difficile». In secondo luogo, sempre secondo Rigotti, «si dovrà accelerare sull’attuazione di uno standard unico di sostenibilità nazionale».

La cooperazione crede infatti «nella validità di uno strumento che dovrebbe divenire elemento di distintività», auspicando che «le aziende possano al più presto dotarsi di un segno di riconoscimento o di un marchio che attesti la loro conformità ai principi della sostenibilità».

Non è tutto. Alleanza Cooperative Agroalimentari ha chiesto la proroga delle autorizzazioni di impianto e reimpianto in scadenza nel 2021 che la Commissione europea non intende concedere.

«Molti produttori non sono in grado di realizzare gli impianti previsti anche a causa di una riduzione di liquidità – ha fatto notare Rigotti – e, oltre a perdere un’importante opportunità di investimento, rischiano di essere anche sanzionati per non aver rispettato i tempi di validità triennale delle autorizzazioni».

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Vino: “La crisi durerà almeno altri tre anni”

Le organizzazioni cooperative di Francia, Italia e Spagna, nell’ambito dell’incontro “Il settore vino, la crisi e una strategia per il futuro” organizzato nell’ambito della piattaforma “Wine Institute (by Farm Europe)“, hanno avanzato richieste all’Ue per il sostegno del settore vinicolo che, secondo le cooperative, impiegherà almeno tre anni per tornare ai livelli di consumo pre-crisi.

Secondo le cooperativa è necessario estendere le misure di crisi per il vino a tutto il 2021, ampliare e rifinanziare i programmi nazionali di sostegno al comparto, affiancare agli strumenti messi in atto per l’emergenza Covid, che di per sé non sono sufficienti, un piano pluriennale che consenta al settore vitivinicolo europeo, attraverso risorse economiche aggiuntive, di preparare il suo futuro

L’incontro ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Pau Roca, Direttore Generale dell’International Organisation of Vine and Wine (Oiv), Denis Pantini, direttore di Winemonitor Nomisma e degli europarlamentari Clara Aguilera, Paolo De Castro e Irene Toleret, e del Capo di Gabinetto del Commissario all’agricoltura dell’Ue.

“Il 2020 è stato per il settore vino uno dei più pesanti della storia – ha sottolineato la ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova nel videomessaggio inviato per l’occasione – la crisi causata dal Covid ha lasciato ferite molto profonde, la pandemia ha messo in luce le problematiche strutturali di cui soffre il sistema”.

Sarà necessario agire da un lato sui consumi interni e puntare al contempo sull’export. Le organizzazioni cooperative hanno chiesto che la viticoltura europea possa accedere pienamente agli otto miliardi di euro aggiuntivi del Fondo Next Generation Ue previsti nel 2° pilastro e anche che i piani nazionali di sostegno non vedano diminuire la propria dotazione finanziaria.

L’attuazione della riforma della Pac in tutti gli Stati membri dovrebbe garantire che la viticoltura dell’Ue abbia accesso alle misure agroambientali del 2° pilastro e ai programmi di gestione dei rischi, entrambi essenziali per sostenere la transizione ecologica e digitale che il settore vitivinicolo dell’Ue è disposto a guidare.

Rispetto invece alla strategia Farm to Fork delineata dalla Commissione e alla transizione ecologica necessaria per rispondere adeguatamente al cambiamento climatico, le cooperative hanno evidenziato che ciò comporterà maggiori costi per gli agricoltori e per le cooperative e che quindi “sarà necessaria, a seguito di una imprescindibile e puntuale valutazione d’impatto, una transizione equa verso i nuovi impegni, con obiettivi raggiungibili che non mettano a rischio la produzione”.

Durante l’incontro Denis Pantini, Direttore di Winemonitor Nomisma, ha messo in evidenza le sfide che attendono il comparto vitivinicolo europeo, dalla questione Brexit – il 68% del vino importato a valori dal Regno Unito è di origine Ue – all’aumento dei dazi cinesi sui vini australiani, che potrebbe innescare una riallocazione delle vendite di vino australiano su altri mercati, tra cui quello europeo, esercitando pressioni di prezzo sui nostri.

Pantini ha anche sottolineato come sia in crescita l’interesse dei consumatori europei verso i vini biologici e sostenibili, come è emerso da una indagine realizzata da Vinitaly – Nomisma Wine Monitor.

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Food Lifestyle & Travel news news ed eventi

Carta vini ristoranti stellati, Cooperative italiane alla carica: “È il momento giusto”

Il vino delle cooperative italiane fa sempre più “rima” con le carte dei ristoranti stellati. A confermarlo, lo scorso 3 luglio in occasione della diretta Facebook organizzata da Assoeneologi, è stato Giuseppe Palmieri, maître e sommelier dell’Osteria Francescana, ristorante 3 stelle Michelin a Modena.

Il post lockdown vede infatti impegnata anche la ristorazione stellata nel cercare nuove vie per ripartire. Una di queste sembra portare all’offerta cooperativa di vino di qualità, vista come “diversa e nuova, da proporre ai clienti soprattutto per il valore del racconto del territorio di produzione, vera forza del sistema cooperativistico”. In una parola, il famigerato “storytelling“.

“In carta – ha evidenziato Palmieri – abbiamo già dei vini di cooperative. La loro proposta è in grande crescita e potrebbero essere quindi di più. Le invito ad avvicinarsi senza timore anche ad una certa tipologia di ristorazione, questo è il momento giusto“.

Nel corso del dibattito è stato ricordato come il 55 per cento del vino italiano sia prodotto oggi da cantine cooperative e come queste svolgano un importante ruolo sociale e di salvaguardia del territorio, permettendo ad alcuni produttori conferitori di coltivare ancor oggi piccoli appezzamenti che altrimenti sarebbero abbandonati.

In diverse regioni le cooperative vitivinicole svolgono un ruolo fondamentale. Un discorso che vale per il Veneto di Cantina di Negrar: “Fare cooperativa oggi – ha sottolineato il dg ed enologo Daniele Accordini – significa produrre qualità e reddito, nonché impegnarsi concretamente nella sostenibilità e nella produzione biologica”.

“Durante l’emergenza pandemica – ha aggiunto – abbiamo fatto assicurazioni sanitarie, sconti finanziari e sconti in merce su tutta la gamma di prodotti, sostenuto la clientela rendendo più flessibili i pagamenti dello scaduto, garantito anticipi provvigionali agli agenti Horeca”.

“Abbiamo dimostrato capacità di risposta immediata ai fabbisogni della distribuzione e dei consumatori – ha concluso Accordini – e ci proponiamo quindi, a pieno titolo, come interlocutori strategici per individuare le migliori soluzioni e garantire un futuro competitivo al sistema vino Italia”.

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Vini al supermercato

“Non comprate vino delle cantine sociali”. I consigli shock della sommelier stellata

 

EDITORIALECome scegliere il vino giusto al supermercato? Per la sommelier Silvia Panetto il gioco è semplice: bisogna innanzitutto “escludere i vini in tetrapak, quelli in fiasco e quelli provenienti da cantine sociali, a meno che non le si conosca”. Si tratta di una delle frasi shock proferite dalla head sommelier del ristorante stellato La Bottega del Buon Caffè di Firenze, nell’intervista pubblicata sabato 6 giugno 2020 da Linkiesta.

Panetto, dalla sua Toscana (mica dal Piemonte!), aggiunge: “Meglio non puntare sulle Igt perché in quelle bottiglie ci può essere qualunque cosa, a meno che non si conosca l’azienda che produce quel vino”. Tradotto: Sassicaia buono solo da quando è diventato Doc, prima era un vino da lavandino.

Nella stessa intervista, dal mirabile intento di “non toppare la scelta di una buona bottiglia fuori dall’enoteca”, Silvia Panetto sostiene di aver “imparato che la differenza sta tutta nella propensione all’acquisto: se sto per partire in vacanza, entro in un duty free rilassato, con l’idea di spendere meno e compro con più facilità, di fatto spendendo di più. L’approccio cambia se entro in un supermercato, dove starò più attento“.

Insomma, dopo le cooperative del vino italiano – leggi “cantine sociali”, non ultima Caviro che produce l’altra categoria di vini sconsigliati, ovvero quelli in brik – la sommelier fa fuori in poche mosse tutta la “letteratura” sui cosiddetti “acquisti di impulso” nella Grande distribuzione, nonché le strategie di cross marketing e i display (ovvero la disposizione dei prodotti sugli scaffali) studiati appositamente per indurre il consumatore all’acquisto di determinati prodotti piuttosto che altri, meno costosi.

Non finisce qui. La sommelier Silvia Panetto liquida anche i buyer della Gdo e il loro ruolo di selezionatori, sentenziando che sono “i produttori (di vino, ndr) che inviano verso la Gdo vini di cui hanno più bottiglie, non certo referenze di cui si fanno piccole produzioni. Vengono scelte le etichette più vendute e anche i vini più noti, ma alla portata di tutti”.

Ce n’è pure per “il magazzino”, entità che prende magicamente vita nell’intervista “condizionando le quantità e la selezione delle referenze”. Really?! L’esperta di vino (forse un po’ meno di Gdo) si esprime anche sulle etichette in promozione al supermercato: “Se c’è un vino in offerta, non bisogna diffidare: può essere una tecnica per svuotare il magazzino“. Semplice, no?

La consueta banalizzazione della leva promozionale della Gdo prosegue con una sconcertante dissertazione di marketing: “Se sono un piccolo produttore e non ho la forza per fare pubblicità, il mio potere di vendita sarà più basso e lo sarà anche il prezzo del mio vino. Inoltre, il quantitativo che posso mettere in commercio è più basso, altro fattore che mi penalizzerà“. What?!

Altra perla: “Comprare una bottiglia di Ferrari al supermercato non significa scegliere un prodotto di qualità inferiore. Berremo sempre la stessa bollicina che rende l’Italia dello spumante famosa in tutto il mondo”. Come dire: “Riserva del Fondatore Giulio Ferrarilevate, che stasera apro il Brut con l’etichetta bianconera, in vendita a 12 euro al super: tanto è “la stessa bollicina”. Magari!

C’è del “perlage” anche in chiusura d’intervista. La sommelier chiarisce infatti cosa ci si possa aspettare genericamente da una bottiglia di vino comprata al supermercato: “Potrebbero non esserci grandi complessità, sentori particolari, lunghe persistenze. Sarà un vino però onesto, senza difetti, anche se per questo un ruolo importante potrebbero giocarlo le condizioni di conservazione“.

Poteva mancare, nel consueto festival di chi la spara più grossa sul vino in Gdo, un riferimento “alla luce, alle temperature degli ambienti, al trasporto, alla conservazione a monte e a quella durante la giacenza temporanea, fra un passaggio e l’altro di consegna”? Certo che no!

La sommelier però va oltre, sostenendo in sostanza che è colpa del buco dell’Ozono e dei cambiamenti climatici: “Negli ultimi anni – sostiene Silvia Panetto – con l’innalzamento delle temperature esterne è difficile gestire il flusso“. Gestire. Il. Flusso. Avete letto bene.

“Ma in un supermercato – ricorda con lucidità la sommelier – acquistiamo anche olio e mozzarella di qualità. Perché non fare lo stesso con i vini? Soprattutto con quelli non destinati a invecchiamento come un Vermentino o un Soave. Tendenzialmente, io mi fido”. Noi un po’ meno (ma non della Gdo). Per chi vuole approfondire il tema, c’è un articolo qui sotto. Cin, cin.

https://www.vinialsupermercato.it/il-vino-al-supermercato-su-l-assaggiatore-onav-intervista-davide-bortone/

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Distillare il vino? È come bruciare la Dieta mediterranea, patrimonio dell’Umanità

No alla distillazione per ragioni culturali, finanziarie e di equità economica“. La Rete dei vignaioli italiani, che raggruppa ormai quasi 500 produttori artigianali attorno all’hashtag #ilvinononsiferma, indica le ragioni per cui la distillazione non risolleverebbe il mercato del vino italiano a fronte dell’emergenza Covid-19. Per la Rete sarebbe come bruciare parte della Dieta mediterranea, in cui rientra appunto il consumo moderato di vino, durante i pasti.

L’avallo alla distillazione d’emergenza, tuttora allo studio dell’Ue, è arrivato non a caso dal sistema cooperativistico, con la mano alzata verso Bruxelles di Italia, Francia e Spagna. Risale al 23 aprile scorso la lettera congiunta delle associazioni di rappresentanza delle coop dei tre Paesi, che indicano in 10 milioni di ettolitri complessivi la quantità da destinare alla distillazione. Con un budget europeo specifico di 350 milioni di euro.

Francia, Italia e Spagna: le cooperative del vino chiedono la distillazione di crisi

Un tema, quello della distillazione, che divide anche le stesse cooperative del vino italiano. Segno del mercato che cambia – spesso nella direzione della qualità – e di management in continuo aggiornamento, anche nelle cantine che sono in grado di produrre svariati milioni di bottiglie.

Emblematico il caso della Viticoltori associati Torrevilla, importante cooperativa dell’Oltrepò pavese che ha annunciato in settimana l’acquisizione della Cantina Storica Il Montù, ampliando il parco vigneti e dunque la capacità produttiva.

“Ad oggi – spiega il presidente di Torrevilla, Massimo Barbieri – non abbiamo quantitativi di giacenza preoccupanti, anche a fronte dell’acquisto del ramo d’azienda del Montù. Credo che vendemmia verde e distillazione conducano a una remunerazione talmente bassa da non risultare conveniente per le aziende che producono uva. Bisogna infatti ricordare che i costi di produzione rimangono gli stessi”.

L’argomento distillazione avvicina così le grandi cantine ai vignaioli. “Il vino – sottolinea la Rete dei vignaioli – è parte della cultura italiana e punta di diamante del Made in Italy, rappresenta l’Italian Lifestyle ed è componente fondamentale della Dieta Mediterranea, tutelata come patrimonio mondiale dell’umanità. Il vino è un valore che va preservato e promosso, non distrutto”.

Lo Stato non può orientarsi all’adozione di provvedimenti in cui consegua la mortificazione di un settore produttivo di eccellenza, punto di riferimento per valore e qualità. La distillazione riduce il valore percepito del vino italiano e danneggia la sua reputazione nel mondo”.

I problemi sarebbero anche di natura finanziaria: “Il prezzo di compensazione, che si aggira intorno ai 30 centesimi al litro, non copre i costi di produzione del vino di qualità – attacca la Rete dei vignaioli – e impoverisce la struttura finanziaria delle aziende che fanno qualità. Accettare un prezzo così basso creerebbe enormi shock finanziari per le aziende che si ritroveranno a dover distruggere, in perdita, il valore da esse prodotto”.

La terza ragione per non accettare la distillazione è riferita a quella che la Rete definisce “equità economica“: “La scarsità degli aiuti finanziari destinati al comparto vitivinicolo impone che venga fatta una equa valutazione delle misure disponibili ed una leale suddivisione delle risorse finanziarie fra tutte le misure autorizzate dall’Unione Europea, senza discriminare in maniera pregiudizievole i produttori di vino di qualità”.

LO STOCCAGGIO AL POSTO DELLA DISTILLAZIONE

La proposta dei vignaioli è dunque quella di “affiancare alle risorse destinate alla distillazione un’analoga dotazione finanziaria per la misura dello stoccaggio“. “Tale possibilità – ricordano – è prevista nel Regolamento 2020/592 della Commissione Europea, pubblicato il 4/5/2020”.

“Lo stoccaggio, nel quadro del citato Regolamento, costituisce misura alternativa alla distillazione per le aziende che non intendessero ricorrere alla distillazione stessa – spiegano i vignaioli – e permetterebbe di destinare all’affinamento il vino al momento detenuto nelle cantine, anziché distruggerlo”.

In questo modo, il valore della produzione verrebbe preservato, anzi incrementato con l’affinamento, in attesa che si concretizzi una situazione economica generale che possa garantire la vendita degli stock a prezzi più prossimi ai valori di mercato”.

La Rete dei vignaioli chiede infine “che vengano immediatamente e senza indugi emanati i provvedimenti attuativi del citato Regolamento 2020/592 per quanto concerne sia lo stoccaggio, sia le altre misure in discussione, ed in particolare la ristrutturazione e la riconversione dei vigneti, le assicurazione del raccolto e gli Ocm investimenti”.

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Francia, Italia e Spagna: le cooperative del vino chiedono la distillazione di crisi

“L’apertura immediata di una distillazione di crisi europea di 10 milioni di ettolitri con un budget europeo specifico di 350 milioni di euro, per fornire risposte immediate e concrete a un settore fortemente colpito e da cui dipende l’economia di intere regioni”. È questa una delle richieste avanzate dalle organizzazioni cooperative vitivinicole di Francia, Italia e Spagna, i tre paesi principali produttori dell’Europa e del mondo, in una lettera che è stata inviata alle principali istituzioni comunitarie.

La misura della distillazione “deve essere europea e prevedere un tasso di 35 euro a ettolitri e prevedere anche la possibilità che gli Stati membri aumentino la quota comunitaria per raggiungere prezzi specifici nei diversi paesi produttori dell’Unione europea”.

Le tre organizzazioni cooperative chiedono inoltre di prevedere una misura di ammasso privato per i vini di fascia alta, la cui commercializzazione può essere posticipata. Per le cooperative vitivinicole francesi, italiane e spagnole, “queste misure devono essere finanziate da un bilancio europeo e non dai bilanci del programma nazionale di supporto al settore vitivinicolo”.

Per quale motivo? “Da un lato – spiegano le coop – perché le azioni previste dai Pns sono quasi tutte in fase di realizzazione o in pagamento; dall’altro lato, perché tali misure per essere efficaci, devono essere attivate e finanziate da un bilancio specifico comunitario e non dipendere dalla sussidiarietà concessa a ciascuno Stato membro”.

Infine, il settore cooperativo vitivinicolo europeo ha accolto positivamente l’annuncio della Commissione di rendere più flessibili i termini dei programmi nazionali di sostegno per il settore vitivinicolo, per consentire agli Stati membri di adattarli alle reali esigenze dei produttori e di rispondere efficacemente a questa crisi.

“Dall’inizio della crisi il settore vitivinicolo è stato particolarmente colpito – si legge ancora nella lettera – per via del rallentamento delle esportazioni, della chiusura di bar, hotel e ristoranti e del congelamento delle attività turistiche”.

“Il settore vitivinicolo europeo ha già subito una notevole crisi del mercato a causa dei dazi del 25% imposte a determinati vini europei nell’ottobre 2019 e la futura recessione economica ridurrà ulteriormente il consumo di un prodotto come il vino. I volumi non venduti in questi mesi potrebbero pesare sul prossimo raccolto a causa della mancanza di capacità di stoccaggio nelle cantine”, si legge infine sulla lettera.

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Covid-19, la proposta: distillare le giacenze di vino per produrre igienizzanti

Dare il via libera alla distillazione di circa 2 milioni di ettolitri di giacenze di vino presenti nelle cantine italiane, per ottenere circa 22 milioni di litri di alcole, da destinare alla produzione di igienizzanti utili per l’emergenza Covid-19. È la proposta che l’Alleanza cooperative agroalimentari e Assodistil hanno indirizzato alla ministra Teresa Bellanova, affinché cantine e distillerie italiane possano “dare il loro contributo ai servizi sanitari contro Coronavirus“.

Come si legge sulla lettera indirizzata alla numero uno del Mipaaf, viene chiesta la “possibilità di destinare una parte delle giacenze di vino ad una distillazione volontaria, operazione che consentirà di rifornire da subito le distillerie di alcool destinato alla produzione di igienizzanti e di limitare l’attuale ricorso alla importazione dall’estero, operazione resa ancora più difficile in questi giorni per le difficoltà dei trasporti”.

“La misura di distillazione è espressamente prevista da normative europee – sottolinea il presidente di Assodistil, Antonio Emaldi – nello specifico il Regolamento UE N. 1308/2013 del Parlamento Europeo e del Consiglio e attende ora il via libera da parte del Ministero, che sta esaminando la proposta in queste ore”.

“La volontà del sistema cooperativo – precisa  Giorgio Mercuri, presidente di Alleanza cooperative agroalimentari – è di poter dimostrare tutta la propria solidarietà al settore sanitario e più in generale all’intera collettività”.

Come risulta dagli ultimi dati in possesso del Ministero delle politiche agricole, nelle cantine dei produttori, da nord a sud dell’Italia, vi sono giacenze di vino da tavola e a denominazione.

“La misura della distillazione di solidarietà – commenta Mercuri – può rappresentare a nostro avviso un’importante opportunità per i produttori e per il Paese: potremmo immettere sul mercato alcool destinato alla produzione di igienizzanti utilizzando le scorte nazionali di vino”.

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Il vino di Aldi: doppietta Italian Wine Brands – Luca Maroni. La degustazione

Un grande imbottigliatore di vino, Provinco. E un analista sensoriale, Luca Maroni. Questo il binomio con cui Aldi mira a sfondare sul mercato italiano del vino al supermercato.

La multinazionale tedesca ALbrecht DIscount (abbreviato Aldi) ha costruito la propria “cantina” attorno al catalogo di quello che è uno dei maggiori player della Gdo internazionale.

Provinco Italia Spa, ex agglomerato di Cooperative sociali, oggi azienda privata con sede a Rovereto (TN). Un colosso in grado di mettere in bottiglia tutto il Made in Italy vinicolo italiano. Dal Trento Doc al Grillo di Sicilia.

Dal 2015 parte della prima società del Bel Paese quotata in borsa: Iwb (Italian Wine Brands), nata dalla business combination tra Provinco Italia Spa e Giordano Vini, mediante la Spac (Special Purpose Acquisition Company) Ipo Challenger.

“Si tratta di una selezione accurata di prodotti – assicura Aldi – e, proprio per dimostrare la particolare attenzione che riserviamo al vino, collaboriamo con l’analista sensoriale Luca Maroni per la degustazione dei nostri vini, l’assegnazione di un punteggio e la realizzazione della nostra brochure”.

Italian Wine Brands, da sola, vende oltre 48 milioni di bottiglie l’anno, con una quota di export che si assesta sul 75%. Numeri che ne fanno la terza pedina in Italia, escludendo le Cooperative (settimo con le coop).

Impianti di vinificazione, affinamento e imbottigliamento di Iwb si trovano nelle Langhe, in Piemonte. Una seconda cantina è “strategicamente localizzata in Puglia”, a Torricella, in provincia di Taranto.

Ulteriore particolarità: Iwb non possiede vigneti, ma solo le strutture e i macchinari utili per la vinificazione (nella vicina isola di Malta opera così Delicata Winery).

Un “pacchetto” pressoché completo quello che Iwb ha offerto ad Aldi per lo sbarco in Italia, che suona piuttosto rétro in un periodo in cui la Grande distribuzione sta investendo in private label, valorizzando piccoli e medi produttori e cantine sociali, al posto degli imbottigliatori (vedi Iper, la Grande i con “Grandi Vigne” o Coop con “Fior Fiore”).

Va tuttavia considerato che Aldi è un Discount. E quel che emerge dalla nostra degustazione di 20 vini prelevati dal nuovissimo punto vendita di Castellanza, in provincia di Varese, è la sostanziale ricerca di un “every day low price” ulteriormente stressato dal cluster di riferimento.

Curiosa anche la posizione di Luca Maroni nello sbarco di Aldi in Italia. Provinco Italia Spa, di fatto, risulta “secondo miglior produttore italiano” nella Guida 2013 dell’analista sensoriale. Quasi scontato il suggerimento ai tedeschi, forti anche della fama di Provinco sul suo primo mercato di riferimento: la Germania.

LA DEGUSTAZIONE
Tutta un’altra storia quella scritta dalla nostra degustazione. La media dei punteggi da noi assegnati ai vini di Aldi si aggira attorno ai 3/5. Tradotto: sufficienza risicatissima.

Solo tre i vini a cui assegniamo 4 “cestelli” su 5. Si tratta di due etichette della linea “Casteltorre” (proprietà di Schenk Italian Wineries, altra vecchia conoscenza di Maroni che la recensisce a pieni voti nell’assortimento Md Discount): il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico 2017 (in etichetta Schenk appare come “Cantina del Bacco”) e il Chianti Classico Docg 2016.

Convince anche il Maremma Rosso Toscana Doc “Poggio al Sale”, imbottigliato a Castellina in Chianti da Tenute Piccini Spa: altri 4 “cestelli” della spesa su 5, nella nostra speciale scala di valutazione.

Per il resto è un valzer di 3 e 3,5: vini che, da Nord a Sud Italia, raggiungono una sufficienza supportata soprattutto da un prezzo pieno all’osso, alla portata di tutti i portafogli.

Tra i peggiori assaggi il Metodo Classico Trento Doc (1/5) e il Bonarda dell’Oltrepò pavese (1,5/5).

Deludenti – soprattutto in termini di tipicità – due dei vini più costosi dell’assortimento Aldi Italia: il Barolo Docg 2013 “Giacondi” e, ancor più, l’Amarone della Valpolicella Docg 2015 “San Zenone” (voto 3/5).

Per i più curiosi, ecco l’elenco completo e le valutazioni dei vini di Aldi

1) Prosecco Doc Extra Dry Millesimato 2017, Villa degli Olmi spa: 3,99 euro (2 / 5)

2) Prosecco Superiore Valdobbiadene Docg “Giotti”, Casa Vinicola Bosco Malera srl (C.V.B.M. Salgareda): 4,49 euro (3 / 5)

3) Franciacorta Brut Docg “Duca Diseo”, Cantina Chiara Ziliani: 7,99 euro (3 / 5)

4) Metodo Classico Trento Doc Brut “Pentagono”, Provinco Italia: 6,99 euro (1 / 5)

5) Grillo Doc Sicilia 2017 “Terre di Lava”, Provinco: 1,89 euro (3,5 / 5)

6) Soave Doc Classico 2017 “Villa Alberti”, Cantina Sociale Cooperativa di Soave (Ci.Esse): 1,89 euro (3,5 / 5)

7) Lugana Doc 2017, Cantina Delibori Walter (CDW Bardolino): 5,99 euro (3,5 / 5)

8) Gavi Docg 2017 “Franco Serra”, Tenute Neirano Spa (Te.Ne Cusano Milanino – Giacomo Sperone): 4,49 euro (3,5 / 5)

9) Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico 2017, Cantina del Bacco (Schenk): 1,99 euro (4 / 5)

10) Trevenezie Igt Traminer Aromatico 2017, Provinco: 4,99 euro (3 / 5)

11) Cerasuolo d’Abruzzo Dop 2017, Cantina di Ortona (Ci.Vi.): 1,99 euro (3 / 5)

12) Lambrusco di Modena Doc Secco “Terra Grande”, Provinco: 1,69 euro (2,5 / 5)

13) Bonarda dell’Oltrepò pavese Doc 2017, Provinco: 2,19 euro (1,5 / 5)

14) Nero d’Avola Doc Sicilia 2017 “Terre di Lava”, Provinco: 1,89 euro (3 / 5)

15) Primitivo di Manduria Doc 2016 “Sasso al Vento”, Provinco: 3,99 euro (2,5 / 5)

16) Puglia Igt Aglianico  2016, “Sasso al Vento”, Provinco: 3,49 euro (3 / 5)

17) Maremma Toscana Doc Rosso 2014 “Poggio al Sale”, Tenute Piccini: 4,99 euro (4 / 5)

18) Chianti Classico Docg “Il Castellare”, Schenk Italian Wineries: 3,99 euro (4 / 5)

19) Barolo Docg 2013 “Giacondi Autentico Italiano”, Mgm Mondo del Vino Forlì (MCQ Srl): 9,99 euro (3 / 5)

20) Amarone della Valpolicella Docg 2015 “San Zenone”, Provinco: 13,99 euro (3 / 5)

degustazione effettuata da Davide Bortone, Viviana Borriello, Giacomo Merlotti

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Oltrepò pavese, beffa friulana a ProWein 2018. Bottiroli show: “Basta lamentarsi”

Vorrei ma non posso, fidarmi di te. L’Oltrepò pavese sembra da anni incastrato in un brutto sogno, dal quale stenta a risvegliarsi. Un incubo fatto di scandali finanziari e di sofisticazioni che, oggi, una nuova generazione di produttori sta cercando di mettersi alle spalle. Per conto di tutti. Anche di chi continua ad alimentare, appena possibile, la macchina del fango.

Certo è che di occasioni di rilancio, l’Oltrepò, ne ha perse a bizzeffe nella sua storia fatta non solo di Bonarda massacrato dalla Grande distribuzione, ma sopratutto di Pinot Nero, di cui è patria con 3 mila ettari di grandissima qualità.

Non a caso, molti territori affermatissimi per la spumantizzazione devono tutto (o quasi) all’Oltrepò. Zone che per decenni hanno attinto da quel grande magazzino di terra e di uva preziosa. E lo fanno tuttora.

Per capirlo basta spulciare i libri di storia. Oppure fare due chiacchiere con produttori illuminati come Fabio Marazzi di Cantina Scuropasso, l’uomo che sembra aver preso sottobraccio il nuovo Oltrepò pavese, fungendo da “guru” per giovani (di per sé in gambissima) come Alessio Brandolini, Matteo Bertè, Matteo Maggi e Luca Padroggi.

E mentre il tram chiamato La Versa inizia a muovere i primi passi fuori dalla stazione, a ProWein 2018 la scena del Pinot nero se la prendono i friulani. Mica un Consorzio strutturato come quello pavese. A Dusseldorf, alle 12.15 di martedì 21 marzo, la Rete D’Impresa Pinot Nero Fvg si è resa protagonista di “Italian Pinot Noir: the new key players“.

Sugli scudi cinque aziende delle province di Udine, Gorizia e Pordenone (Castello di Spessa, Conte d’Attimis Maniago, Masut da Rive, Russolo e Zorzettig) che “credono nel Pinot Nero come simbolo di una produzione d’eccellenza”.

Un’associazione “nata per promuovere questo vitigno che nel Friuli Venezia Giulia trova un’interpretazione nuova ed affascinante”. Anche dell’italiano, come dimostra l’immagine sopra, tratta dal sito web ufficiale della Rete d’Impresa Pinot Nero Fvg (si scrive “qual è”, senza apostrofo – ma questa è tutta un’altra storia).

E l’Oltrepò, allora? Per quanto tempo, ancora, dovrà assistere al match dalla panchina? Mentre il Consorzio di Tutela si appresta a cambiare allenatore (Michele Rossetti non si ricandiderà) abbiamo chiesto al direttore Emanuele Bottiroli un’intervista lontana dalla più sbiadita vena democristiana. In pieno stile vinialsuper, insomma.

Oggi pomeriggio, invece, il banco di degustazione “Oltrepò Pavese. Le colline del pinot nero“, organizzato dall’Associazione italiana sommelier (Ais) al Westin Palace di Milano. Per prenotare: eventi@aismilano.it o https://www.aismilano.wine/.


Direttore, quali sono le sue proposte per l’Oltrepò, primo terroir vitivinicolo di Lombardia, con 13.500 ettari di vigneti?
L’Oltrepò Pavese deve prendere in mano il proprio destino e optare per una specializzazione dei marchi aziendali. Il tesoretto rappresentato da 3 mila ettari di Pinot nero fanno di questa terra contadina, amata da Gianni Brera e Luigi Veronelli, la capitale italiana della più internazionale delle varietà: un po’ Borgogna e un po’ Champagne.

Dobbiamo concentrarci su ciò che ci rende unici. Siamo la culla del Metodo Classico italiano dal 1865 e abbiamo un vitigno internazionale che esprime sulle nostre terre al 45° Parallelo, nel mondo sinonimo di grandi vini, caratteristiche qualitative precise. Il problema è che tutti ne parlano ma pochissimi si concentrano su leve strategiche nuove.

In che senso?
Nell’ultimo decennio l’Oltrepò ha fatto passi da gigante in termini di qualità assoluta. Non lo dico io, lo dicono degustatori nazionali ed internazionali che hanno sancito come i nostri vitivinicoltori abbiano storia, qualità e assi nella manica.

Il problema, però, è che a differenza di quanto accaduto in molte altre zone italiane le imprese locali non trasformano le rispettive identità in una scelta d’impresa. Non parlo solo di Pinot nero, perché il territorio è vasto e ci sono più frecce diverse che ognuno può avere al proprio arco per caratterizzarsi, in base alla zona.

Al momento ci sono aziende piccole che producono un numero troppo vasto di referenze e tipologie, mandando in tilt la percezione di sé. Siamo partiti dai disciplinari, che abbiamo emendato e sfoltito, da una nuova tracciabilità dei vini DOC con il contrassegno di Stato, per lanciare un messaggio forte e chiaro a buyer e mondo consumatore. C’è però un passato che si deve superare anche nelle scelte aziendali, una mentalità di rinnovare.

Cosa occorrerebbe fare?
Se il tuo catalogo è una carta dei vini sterminata significa che nel percepito produci valore medio e non valore aggiunto. Evidentemente se fai troppo non emergi e comunichi una forbice di prezzi troppo ampia, nemica di un posizionamento forte del tuo marchio.

Nel marketing insegnano che l’immagine di ogni azienda viene associata all’etichetta che posiziona a scaffale al prezzo più basso. Ebbene la nostra qualità è venduta a prezzi che sono mediamente dal 20 al 30 percento al di sotto di quelli che sarebbero adeguati a parità di qualità.

Senza generalizzare, perché sarebbe sbagliatissimo, osservando varie indagini di mercato l’impressione è che si voglia vendere “tutto” e “tanto” anziché vendere “bene”, come il consumo medio pro capite di vino in Italia suggerirebbe a una zona che esporta direttamente ancora una percentuale minima della propria produzione.

Qualcuno però dirà che i conti devono pur tornare
Bisogna fare i calcoli in modo scientifico in azienda, ricordando che il fatturato non è mai la misura dello stato di salute di un’impresa, ma che al contrario risulta spesso solo un miraggio.

A volumi sanno lavorare bene le industrie, gli imbottigliatori o le cooperative, mentre invece i piccoli produttori dovrebbero usare metodi diversi per monitorare la loro performance, scegliendo i canali di vendita con cura e diversificandoli.

Bisogna puntare sulla distintività e sull’esclusività, facendo percepire le caratteristiche uniche dei nostri prodotti di punta. I “vini da cassetto” sono come i “menù di lavoro” dei ristoranti che, alla fine, si scelgono perché costano poco, non per il valore che hanno.

Nel mondo questo genere di vini saranno prodotti via via sempre più da molti paesi emergenti in ambito enologico. Per me l’Italia e l’Oltrepò devono prendere un’altra strada. Bisogna avere più bottiglie nel segmento “premium”, per poi agire con il marketing e la pubblicità per far vendere vini a valore aggiunto. Viceversa, “Oltrepò” vorrà sempre dire “terra che fa vino”. Un messaggio che dice tutto e dice niente.

Ma tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo il rischio d’impresa: chi se la dovrebbe sentire?
Delle due l’una: smettere di lamentarsi perché non ci si vede riconosciuto il giusto valore e andare avanti come prima, oppure cambiare essendo capaci di affermare un’identità che ciascuno può saper trovare perché qui le imprese il loro karma ce l’hanno tutte.

Spesso si pensa erroneamente all’Oltrepò come a una terra dal bel potenziale inespresso. E’ sbagliato, odioso e avvilente. Questo il mercato e i giornalisti di settore lo dicono perché le aziende non si concentrano abbastanza sul dare numeri al loro top di gamma, comunicandolo e posizionandolo in modo capillare come merita.

Un po’ di tutto andava forse bene quando il vino si vendeva da solo, negli anni ’70. Oggi le dinamiche sono molto diverse e di certo più complesse.

Che peso hanno, dunque, le “svendite” della Gdo e l’azione degli imbottigliatori?
Secondo me un produttore e un imbottigliatore hanno profili e target differenti. Per me le svendite di taluni prodotti e tipologie sono solo una conseguenza. Il problema a monte è che il territorio deve riuscire a imporsi e fare valore aggiunto con i prodotti che ai grandi poli al momento quasi non interessano.

Il Pinot nero dell’Oltrepò Pavese Doc e l’Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg, il Cruasé o i grandi Riesling sono vini che al top di gamma richiedono scelte in vigneto, in cantina e nell’affinamento a misura di piccola impresa che voglia distinguersi.

Chi deve fare maxi volumi certi investimenti non li fa, almeno fino a quando ha la miglior materia prima a prezzi stracciati. Occorre staccare la punta della piramide qualitativa territoriale e lavorarci insieme, unendo tutti i produttori capaci e stringendo un patto per un prezzo minimo sotto il quale non scendere.

Si parte valorizzando il vino per poi pagare di più le uve, partendo da quelle selezionate e vendemmiate a regola d’arte. Non servono altre associazioni, sigle o loghi. Serve un piano sorretto dalla volontà di non cambiare idea a ogni vendemmia, condannandosi a essere serbatoio o discount del vino al litro.

Le cantine cooperative sono una virtù o un limite in questo percorso?
La cooperazione può essere una straordinaria opportunità per arrivare a produrre qualità in quantità. Il riavvio di La Versa, ad esempio, vuol dire tanto per la spumantistica Docg del territorio. Torrevilla, che guarda al Pinot nero e al Metodo Classico con crescente tensione qualitativa e apre a strategie di zonazione, è un altro fatto enormemente positivo.

Terre d’Oltrepò, che a Broni e Casteggio ridisegna il packaging e punta sul vino in bottiglia e sul creare una rete commerciale, rappresenta un passo avanti notevole. La Cantina di Canneto che scommette su progetti di rete nazionali può dare un importante contributo.

Credo che demonizzare modelli aziendali diversi dal proprio sia un errore e un darsi martellate da soli. Il futuro si progetta solo con tutti seduti a un tavolo.

E’ il Consorzio di Tutela quel tavolo?
Sarebbe troppo facile dire di sì, specie a me. Mi limito solo a osservare che bisogna superare la logica di contrapposizione e, ancora di più, le larghe intese a parole. Ci sono idee diverse, non bisogna fingere di andare d’accordo come fosse una recita.

Occorre trovare punti di sintesi, far volare gli stracci, consumare le dialettiche del caso e poi uscire forti e determinati ad andare avanti insieme. Qualcuno pensa che costruendo fortini ognuno ottenga il suo regno.

In verità la storia recente insegna che non va così, perché il profilo di un territorio è responsabilità e dovere di tutti. Divisi e in ordine sparso si coltiva solo fragilità, quella fragilità che rende schiavi. Io in Oltrepò credo servano leader di mercato, non di vallata.

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I migliori assaggi alla prima di Vi.Vite

Calato il sipario su Vi.Vite, prima (riuscitissima) manifestazione enoica delle cantine cooperative promossa dall’Alleanza Cooperative Agroalimentari, tenutasi lo scorso weekend nel salone delle Cavallerizze del Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano. Un evento in stile “happening”, conviviale, dove nulla è stato lasciato al caso o all’improvvisazione.

Un piacere aggirarsi lungo il percorso ordinato di cinque sale dedicate a diverse regioni di Italia che ha guidato i winelovers da nord a sud: dal Piemonte, Lombardia e Trentino della sala 1, attraverso il Veneto, unica regione con una sala tutta sua e con ben 11 cantine presenti.

Un giro in Friuli Venezia Giulia e Emilia Romagna (quest’ultima seconda in termini di presenza numerica), poi giù verso il centro Italia con Toscana, Umbria, Marche e Lazio per finire, nella sala 5, tra le cooperative di Abruzzo, Sicilia, Sardegna e Puglia.

Una contrapposizione divertente, ma significativa quella tra la “tradizione” impersonata dal contadino Antonio (seppur “tatuato” ed evoluto uomo selfie testimonial), la modernità delle cooperative e l’allestimento tecnologico dell’evento.

Numeri impressionanti quelle delle cantine presenti e del mondo delle cooperative in generale. Una quota di mercato pari al 60%  della produzione di vino nazionale  (52% delle Dop e 65% delle Igp) ed oltre 1/3 dell’export del settore vitivinicolo.

E lì, sul palco di Vi.vite, “dove il vino parla la lingua di tutti”, di fatto, il plotone schierato dei proprietari del “territorio”, i detentori (grazie alla base soci) di enormi “capitali” da investire in tecnologia. I big, per dirla alla sanremese.

I MIGLIORI ASSAGGI
Friuli Venezia GiuliaCantina Rauscedo
: nata nel 1951 per volontà di 130 soci oggi è la più importante realtà cooperativa del Friuli con oltre 400 soci per 1600 ha distribuiti in 32 comuni del Friuli.

Una produzione per il 96% a bacca bianca (principalmente Glera, Sauvignon e Pinot Grigio). La Cantina Rauscedo opera su due sedi nella capitale mondiale della barbatella di vite: produce infatti oltre 100 milioni di innesti per 100.000 combinazioni diverse.

Una cooperativa importante che si trova nel anche nel comune delle cooperative (4800 abitanti per oltre 6000 cooperatori). Al banco di assaggio, a servire i vini è il sindaco, ma non subiamo il “fascino del potere”, qui comandano i vini. In degustazione, molto piacevole, la Ribolla spumantizzata.

Gradevole al naso dove spiccano note fruttate di mela verde in bocca ha una bolla fine e cremosa. Ma è il Sauvignon 2016 (premiato al Concours Mondial du Sauvignon) a “stendere”. Naso molto elegante ed intenso,  grande aromaticità con note di frutta tropicale e vegetali di peperone verde. Ammaliante.

Friuli Venezia Giulia – Viticoltori Friulani La Delizia: cooperativa di oltre 450 soci per 2000 ettari specializzati nella spumantizzazione (principalmente Prosecco e Ribolla Gialla).

Tra i migliori assaggi di Vi.Vite una menzione speciale al loro Pinot Grigio Doc Friuli 2012 “Sass Ter” (presente nella masterclass “Identità di un vino. Verso il nuovo Pinot Grigio Doc delle Venezie) e guidata da Daniele Cernilli.

Giallo paglierino con riflessi verdolini al naso ha i sentori tipici di pera e pesca bianca. In bocca si distingue per una nota salina intensa ed una freschezza rinfrescante. Da appuntare anche Naonis, Jader Cuvèe Brut metodo charmat, uno dei vini più apprezzati al banco.

Mix di tre uvaggi Glera, Pinot Grigio e Chardonnay egualmente distribuiti intensamente fruttato al naso con note agrumate e floreali di gelsomino. Complice la gradazione leggera 12,5%, la cremosità della bollicina e la freschezza è impossibile non gustarlo.

Lazio- Viticoltori dei Colli Cimini: realtà di 300 soci proprietari di vigneti sui siti sui colli dei monti Cimini, nella provincia di Viterbo, al confine con Umbria per una produzione di 14.000 ettolitri di vini prodotti.

Un bilancio positivo quello di Vi.Vite per la cantina, nonostante una diffidenza iniziale nei confronti della regione Lazio, lo scetticismo è stato spazzato dalle chicche portate in assaggio. Ottimo il Vignanello Doc Rosso Riserva 2010 “Rulliano” (blend 80% Sangiovese e 20% Merlot).

Ottenuto da uve selezionate dopo una prolungata macerazione termina la fermentazione in piccoli recipienti di acciaio. Nella primavera successiva il vino è messo in barrique dove rimane per circa 7 – 8 mesi. Segue maturazione in acciaio ed un affinamento di un anno in bottiglia prima di essere posto in vendita. Buona freschezza, tannino presente, ma non invasivo. Un vino da amatori.

Sorprendentemente piacevole anche Molesino Colli Cimini Igt 2015, blend di Merlot e Petit Verdot vinificato in acciaio. Prodotto solo nelle annate favorevoli è stato premiato recentemente al concorso vini di Pramaggiore.

Abruzzo – Citra Vini:  6000 viticoltori per 3000 ha Citra ha un estensione di 40 km dal mare alla Maiella. Maggior produttore delle doc Abruzzesi e delle Igp è tra le prime realtà in Italia. Leader della Gdo che rappresenta il 35% del loro fatturato.

Anche Citra a Vi.Vite sfoderato tutti vini destinati al mercato horeca. Eccezionale e, non a caso il loro top di gamma, il Montepulciano Riserva Dop Laus Vitae. Prodotto con una selezione delle migliori uve, resa 110 qli/ha con vigneti di oltre 40 anni viene vinificato in acciaio, fermentato in barrique per circa 12 mesi e affinato per ulteriori 18 mesi in bottiglia distesa.

Un prodotto che valorizza appieno vino e vitigno. Molto intenso al naso e al palato con sentori di piccoli frutti rossi e confettura intervallati da note di pepe nero e vaniglia che non prevarica assolutamente il frutto. Pieno in bocca,  regala un sorso straordinario. Calice super gratificante quasi da meditazione.

Marche – Colonnara Viticoltori in Cupramontana: cooperativa nata nel 1959 vanta ad oggi 110 soci. Al banco d’assaggio di sabato solo bianchi. Spicca indubbiamente  il Cuvèe Metodo Classico Luigi Ghislieri Brut, 100% Verdicchio con sosta di 30 mesi sui lieviti, sboccatura aprile 2017.

Dedicata a Luigi Ghislieri, secondo Presidente di Colonnara che acquistò le attrezzature per la spumantizzazione sul finire degli anni 60. Nel calice giallo paglierino con riflessi verdolini ha un perlage fine e persistente.

Al naso è schietto ed elegante con note fruttate di pesca, agrumi e fiori bianchi che prevalgono su lieviti e crosta di pane.  Bella avvolgenza al palato. L’accoppiata sapidità e freschezza dona slancio alla bevuta.

Toscana – Le Chiantigiane: consorzio di viticoltori fondato nel 1967 conta ad oggi 2000 soci per una superficie vitata di 2500 ha nella zona del Chianti/Chianti Classico e di ulteriori 500 ha in maremma dove produce principalmente Morellino di Scansano,  Rigoverno e Supertuscan.

Molto forti a livello nazionale in Gdo, il lor Chianti è il numero uno in termini di vendite. Colpisce il Morellino di Scansano Docg 2015 Alborense, linea Alberese. Blend 95% Sangiovese e 5% Merlot affinato per 18 mesi in barrique di rovere francese con un ulteriore affinamento in acciaio di qualche mese prima di passare in bottiglia.

Una buona intensità di frutti rossi al naso, prugna, amarene e ciliegie su tutti, ma anche lievi speziature di liquirizia e noce moscata e fresche note balsamiche di macchia mediterranea. Di buona rotondità e pienezza al palato è davvero una sorpresa, uno dei migliori Morellino di Scansano in circolazione, per fascia prezzo.

SegnalazioniToscana – Cantina Sociale dei Colli Fiorentini: fondata nel 1972, 1500 ha di superficie vitata nel Chianti Classico, una produzione di circa  400.000 bottiglie ed un potenziale di 15 milioni di bottiglie se fosse tutto imbottigliato.  Distribuiti nel gruppo Panorama con l’etichetta Rifugio del Vescovo.

Degustiamo il ColleRosso, Chianti dei Colli Fiorentini 2013, blend 90% Sangiovese, Malvasia Nera e Canaiolo, 12 mesi di barrique. Molto rotondo, con lievi note speziate, un entry level che si fa ricordare. Molto piacevole anche il Chianti Classico Docg 2014, taglio 95% Sangiovese e Canaiolo Nero, che fa anche un veloce passaggio in botte. Al naso spiccano prugna e accenni di liquirizia. Rotondo quanto basta, bello sprint ruspante.

Piemonte – Cantina Alice Bel Colle. Storie di vini e storie di Vite ce le offre anche questa cooperativa del Monferrato con 370 ha di proprietà diffusa tra circa 100 viticoltori. Specializzati in vini dolci (Moscato d’Asti e Brachetto d’Acqui) fino a poco tempo fa non credevano molto nel raggiungere l’utente finale, ma piano piano hanno intrapreso un percorso inverso (e difficile) in un contesto di competizione elevata.

Testimoni di Vi.vite anche per questo. Una loro scommessa, si rivela per noi un assaggio en primeur (senza etichetta) del novello nato in casa Asti Docg.: la versione secca.

Il naso ha il profumo tipico del Moscato di pesca, albicocca e ananas con nuances di salvia: molto fine ed elegante resta comunque impresso. Facile da bere, con solo 17 grammi/litro di residuo zuccherino, ha il finale con la scia leggermente dolce che regala una beva di bella scorrevolezza. Poco impegnativa, un gusto atto ad una vasta platea.

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Anche le coop hanno un’anima. Ecco “Vi.Vite – Vino di Vite Cooperative”

Raccontare il vino attraverso le storie di quanti ne hanno fatto una ragione di vita, oltre a un’attività di lavoro. Il progetto, presentato questa mattina a Milano, si chiama “Vi.Vite – Vino di Vite Cooperative”. Obiettivo: sdoganare il concetto di “cooperativa” legato ai volumi e alle masse, tout court. Attraverso il volto di chi ci mette l’anima quotidianamente, in vigna.

La prima edizione si svolgerà il 25 e 26 novembre alle Cavallerizze del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano. Vi.Vite vuole far “incontrare le persone tramite il vino, offrendo un’esperienza a tutto campo che non si limiti ad una degustazione ma conduca tutti, esperti di vino e neofiti, curiosi e appassionati, alla scoperta del mondo delle cantine cooperative, non solo per mezzo dei loro eccellenti prodotti che coniugano qualità e fruibilità, ma anche attraverso la conoscenza diretta di chi il vino lo fa, con passione e dedizione, conseguendo importanti risultati”.

“In Italia – ha dichiarato Ruenza Santandrea, coordinatrice del settore vitivinicolo dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari – un racconto della vigna cooperativa non è mai stato fatto. Nessuno ha mai raccontato come sia stato possibile che aziende agricole che posseggono in media due ettari abbiano potuto, associandosi, arrivare sui mercati di tutto il mondo. E sono queste piccole aziende che, col loro lavoro, punteggiano di vigneti tutto il territorio italiano”.

“Questo è accaduto perché nel tempo ciò che sembrava un limite è diventato una grande forza – ha aggiunto Santandrea -. Essere piccoli nella gestione accurata della vigna e grandi nel dotarsi di professionalità quali agronomi, enologi, commerciali, per riuscire a produrre ottimi vini che conquistano ogni anno un numero crescente di riconoscimenti e premi nei più prestigiosi concorsi nazionali e internazionali”.

“Vi.vite – ha aggiunto Ruenza Santandrea – si propone proprio di far conoscere l’incredibile varietà dei vitigni autoctoni che con grande cura la cooperazione del vino ha tutelato e cercato di far conoscere, anche quando era più facile piantare vitigni internazionali, nella convinzione che alla fine questa biodiversità sarebbe stata la forza del vino italiano”.

I NUMERI
La cooperazione vitivinicola italiana, che fa capo all’Alleanza Cooperative Agroalimentari, conta 498 cantine, 148mila soci, 9 mila occupati, una produzione pari al 58% dell’intera produzione vinicola nazionale, un giro d’affari di 4,3 miliardi di euro (pari al 40% del totale del fatturato vino nazionale) e 8 cooperative con fatturati superiori a 100 milioni di euro. Un export di 1,8 miliardi di euro, pari al 42% del fatturato delle cooperative vitivinicole, e a 1/3 di tutto il vino italiano esportato.

Alleanza delle Cooperative agroalimentari ha chiesto il supporto di Lievita, Format House Milanese specializzata nella creazione e nella produzione di format di grandi manifestazioni dedicate al mondo Food & Wine, fondata e diretta da Federico Gordini, giovane manager milanese, già ideatore di Bottiglie Aperte e della Milano Food Week.

“Sono molto onorato – ha dichiarato Gordini – di essere stato scelto con il mio team di Lievita da Alleanza delle Cooperative per pensare, realizzare e curare il primo evento focalizzato sul racconto della vigna e del vino cooperativo. Dal primo momento in cui abbiamo iniziato a parlare della costruzione di questa manifestazione abbiamo compreso la portata davvero storica dell’operazione, da un lato per l’obiettivo di raccontare, a partire dalle storie della vita degli oltre 100 mila soci delle cooperative, un sistema che produce oltre la metà dei vini Doc italiani, dall’altro per il punto di vista economico e sociale sotto il profilo della tutela del paesaggio e della difesa del patrimonio viticolo autoctono”.

LE COOPERTATIVE ADERENTI
1.Emilia Romagna –  Cantina Valtidone Scarl 2.Emilia Romagna – Cantine Riunite & Civ 3.Emilia Romagna – Cavim 4.Emilia Romagna – Caviro Sca 5.Emilia Romagna – Cantina Sociale Di San Martino 6.Emilia Romagna – Emilia Wine S.C.A. 7.Emilia Romagna – Gruppo Cevico S.C.A. 8.Emilia Romagna – Le Romagnole S.C.A.P.A. 9.Toscana – Cantina Sociale Colli Fiorentini S.A.C. 10.Toscana – Cantina Vignaioli Morellino Di Scansano Soc, Coop Agricola 11.Toscana – Le Chiantigiane Soc. Coop. Agricola R.L. 12.Toscana – Terre Dell’etruria Società Cooperativa Agricola Tra Produttori 13.Toscana – Cantina Sociale Colli Fiorentini S.A.C. 14.Marche- Colonnara Marchedoc Sca

15.Marche – La Cantina Dei Colli Ripani 16.Marche – Moncaro Soc. Coop. Agricola 17.Umbria – Cantina Terre De’ Trinci Sca 18.Umbria – Cantina Di Marsciano Sasso Dei Lupi 19.Lazio – Gotto D’oro 20.Lazio – Viticoltori Dei Colli Cimini Soc. Agr. Soc. Coop. 21.Abruzzo – Cantina Tollo 22.Abruzzo – Citra 23.Puglia – Cantina Di Ruvo Di Puglia 24.Puglia – Cantina Coop. Trinitapoli – Casaltrinità 25.Puglia – Cantina San Donaci Soc. Coop.Va Agricola 26.Puglia – Consorzio Di Tutela Doc Tavoliere 27.Puglia – Due Palme 28.Puglia – L’agricola Latianese- Soc. Coop. 29.Puglia – Soc. Coop. Upal Cisternino 30.Puglia – Produttori Vini Manduria Sca 31.Sardegna – Cantina Trexenta Soc Coop Agr 32.Sicilia – Colomba Bianca 33.Sicilia – Cva Canicatti S.C.Agricola

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Fivi, lettera al ministro: “Basta all’egemonia delle coop nei Consorzi del vino”

Sembra una risposta indiretta (o direttissima, dipende dai punti di vista) alle polemiche che nascono quotidianamente nel mondo del vino italiano. Fivi, Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, attraverso una lettera inviata al ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Maurizio Martina, chiede di “rivedere il modello di attribuzione del diritto di voto all’interno dei consorzi di tutela”. Come? “Prevedendo che i voti in assemblea spettino in misura fissa, per il 30% alla produzione delle uve, per il 30% alla trasformazione delle uve e per il 30% all’imbottigliamento”. Il restante 10% “sarebbe distribuito in base ai volumi prodotti nell’anno vendemmiale precedente dai soggetti rientranti in una o più delle tre categorie sopra citate”. Per garantire che il bilanciamento sia efficace, Fivi propone inoltre che i produttori che conferiscono alle cantine cooperative mantengano i voti connessi alla produzione di uva, per lasciare alle cooperative i voti derivanti dalla trasformazione e dall’imbottigliamento.

Le cooperative potrebbero in ogni caso raccogliere le deleghe dai singoli soci per l’attività di produzione. Ma tali deleghe “dovrebbero essere rinnovate a ogni singola assemblea”. La proposta è che ogni Consorzio di Tutela deliberi in merito al numero di deleghe massime che ciascun consorziato potrà portare in Assemblea, con un massimo di dieci. Questa misura andrebbe a riequilibrare il peso all’interno dei consorzi, dove oggi quello che dovrebbe essere un esercizio associato del voto, si trasforma in realtà nella golden share di un presidente o un direttore di cooperativa.

“La cooperazione ha enormi meriti in questo Paese e gode meritatamente della tutela Costituzionale – commenta la presidente Fivi Matilde Poggi – ma non crediamo rispecchi la volontà del legislatore la singolare circostanza che si è venuta a creare nei consorzi governati completamente da gruppi cooperativi, che sono in grado di imporre le proprie decisioni non solo a tutti gli altri consorziati, ma anche e soprattutto ai non consorziati in virtù dell’erga omnes. Lo scopo di questa proposta della FIVI è anche quello di evitare che si verifichino fenomeni di abbandono dei Consorzi esistenti per dare vita alla costituzione di nuovi, come già avvenuto nell’area di Soave, in Trentino e in corso di avvenimento in Oltrepò Pavese“. In quest’ultima area, in effetti, la scissione è già avvenuta, con la creazione del Distretto del Vino di Qualità dell’Oltrepò Pavese, presieduto da Fabiano Giorgi.

La rappresentatività all’interno dei consorzi è oggi normata dal D.Lgs 61/2010, che prevede l’ammissione di viticoltori singoli o associati, di vinificatori e di imbottigliatori. “Questi possono votare in misura ponderale alla quantità prodotta nella precedente campagna vendemmiale -fa notare la Fivi – e se il consorziato svolge più di una funzione i voti si cumulano. Ciò ha portato al dominio delle cooperative di primo e secondo grado nei consorzi più importanti”.

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Ecco i numeri del vino made in coop: l’unione che fa la forza

187 aziende di natura cooperativa,  in rappresentanza delle principali Dop Italiane saranno presenti al Vinitaly a raccontare i loro prodotti. Il vino delle cooperative è un business che vale 4,3 miliardi di euro l’anno, di cui 1,8 miliardi di esportazioni. Proprio in occasione dell’appuntamento di Verona, l’Alleanza delle Cooperative Italiane  ha tracciato il quadro di quello che è il peso del vino della cooperazione, nelle diverse Dop e Igp italiane, prendendo spunto da una rilevazione Ismea che attribuisce al vino cooperativo il 52% del vino totale nazionale Dop ed il 65% del vino Igp. Quote addirittura superiori al peso delle cooperative sui vini comuni (50%). Fuori dal generico, cooperative Cantine riunite & Civ (547 milioni di ricavi nel 2015), Caviro (226 milioni), Cavit (167 milioni), Gruppo Cevico (112 milioni). Del Prosecco, è risultato che la metà della vinificazione è fatta da cooperative. Lo stesso accade nella vicina Valpolicella dove 3 bottiglie su 5 hanno origine sociale. Sempre in Veneto, l’80% del Soave Doc e il 53% del bianco di Custoza arrivano da coop. In Trentino le cooperative sono una forte presenza con oltre il 90% del prodotto per le Doc di Teroldego Rotaliano, Trentino, Valdadige e Casteller e un 24% per lo spumante Trentodoc. Ma anche in alcune regioni considerate fuori dal coro le cooperative hanno un peso discreto. Per il Piemonte, Barolo 20%, Barbaresco 22% e Dolcetto di Dogliani 42%. Per la Toscana a seconda delle denominazioni: solo 10% della produzione per Brunello di Montalcino, il 20% per il Chianti Classico Docg e il 50%  per il Nobile di Montepulciano. Non sorprende l’Emilia Romagna, la patria delle cooperative, con il 90% del Lambrusco e il 75% del Sangiovese di Romagna made in coop. Nel Lazio la Doc Vignanello è vinificata solo da cooperative e anche praticamente la Igt Colli Cimini a quota  98%. Scenario che si ripete in Puglia, dove si contano 6 Doc con valori pari all’80% dell’intera produzione, mentre il Primitivo di Manduria raggiunge quota 40%.
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Vino, Gdo scelta vincente. Ecco i bilanci delle società vinicole: chi sale, chi sprofonda

Nel 2014, il 41,8% delle vendite nazionali delle principali società vinicole è transitato per la grande distribuzione organizzata (Gdo). L’indagine sul settore vinicolo condotta da Mediobanca su un campione di 44 società con titoli trattati in 21 Borse, non lascia spazio a interpretazioni di sorta. Si tratta della media tra il 47,2% delle cooperative e il 36,9% delle restanti società. L’incidenza della grande distribuzione è cresciuta dal 36,5% del 2002 al 51,2% del 2014. Il secondo canale per importanza è il grossista/intermediario (15,9%) seguito dall’aggregato Horeca (Hotel-Restaurant-Catering), anch’esso con incidenze differenti per cooperative (7,7%) ed altre società (21,3%). Seguono enoteche e wine bar, che coprono il 7,4% (con le cooperative al 3,6%), mentre la vendita diretta incide per poco più dell’11%, quota invariata rispetto all’anno precedente. Nell’ambito dei grandi vini, la quota più elevata è ascrivibile al canale Horeca. (40,6%), cui seguono enoteche e wine bar al 26%. La vendita diretta sale qui al 16,6%, con la grande distribuzione a quota 3,2%. Relativamente alle esportazioni prevalgono le vendite tramite intermediari importatori (otto decimi del totale), mentre il controllo della rete di proprietà permane limitato al 9,4%. I tre maggiori produttori per fatturato nel 2014 sono stati il gruppo Cantine Riunite-Giv (536 milioni di euro, +0,3% sul 2013), Caviro (314 milioni, -2,0%) e la divisione vini del Gruppo Campari (209 milioni, in calo dell’8,3% sul 2013). Seguono Antinori, che nel 2014 ha realizzato una crescita del 4,8% portandosi a 180 milioni di euro, la cooperativa Mezzacorona a 171 milioni di euro (+5%) e appaiate a 160 milioni la Fratelli Martini (+1,8%) e la Zonin (+4%). Solo una società ha realizzato un aumento dei ricavi superiore al 10%: è la forlivese Mgm, con vendite a 73 milioni (+10,1% sul 2013). Altre variazioni degne di nota hanno interessato la Ruffino (+8,4% a 81 milioni) e il Gruppo Santa Margherita (+7,8% a 110 milioni). Nell’insieme la graduatoria si mostra stabile, almeno nelle prime dieci posizioni. Alcune società hanno una quota di fatturato estero quasi totalitaria: la Botter al 96,8%, la Ruffino al 92,9%, la Masi Agricola al 90,5% e la Fratelli Martini con l’89,5%. Solo sei gruppi hanno una quota di export inferiore al 50% delle vendite.

I PROFILI DEI MAGGIORI PRODUTTORI
Il maggiore sviluppo delle vendite nel periodo 2009-2013 è appannaggio della Cantine Turrini di Riolo Terme (+110,2%), seguita dalla cooperativa Cevico di Lugo (+84,6%) – entrambe, dunque, della provincia di Ravenna – e dalla Botter Di Fossalta di Piave, Venezia (+84,2%). Solo due imprese hanno subito nel periodo una flessione del giro di affari: la cooperativa La Vis di Lavis, Trento (-14,7%) e la Giordano Vini di Diano D’Alba, Cuneo (-10,7%). I margini (Margine operativo netto “Mon”/valore aggiunto), la redditività del capitale investito (roi) e quella netta (roe) collocano la Botter e la Cantine Turrini nelle posizioni di testa. Giordano Vini e La Vis hanno segnato nel 2013 una redditività netta negativa. La struttura finanziaria più solida, sempre secondo l’indagine Mediobanca, è della Banfi che ha debiti finanziari pari al 18,3% dei mezzi propri, seguita dalla Frescobaldi (20,9%) e dal Gruppo Cevico (24,7%). E’ particolarmente elevato l’indebitamento della cooperativa La Vis (18 volte il rapporto), della Giordano Vini (487%) e della Cantine Brusa (372%). Solo due società presentano un debito finanziario prossimo al fatturato: si tratta della Antinori (99,2%), che sconta tuttavia un eccezionale sforzo in termini di investimenti nei precedenti esercizi, e della cooperativa Mezzacorona (91,5%). Gli investimenti sono rilevanti per Masi (17,6% del fatturato), Banfi (14%) e Frescobaldi (11,1%). La competitività, misurata dal rapporto tra costo del lavoro e valore aggiunto, appare molto soddisfacente per le Cantine Turrini (16,9%), la Masi (26,2%) e la Botter (28,5%). Livelli meno favorevoli sono riferiti alla Cevico (81,7%), Schenk Italia (69,9%) e Giordano Vini (69,4%). Le tre aziende meglio posizionate sono risultate, in ordine decrescente: Botter, Cantine Turrini e Masi. La graduatoria è chiusa, sempre in ordine decrescente, da Mezzacorona, Giordano Vini, e La Vis.

L’ASSETTO PROPRIETARIO
Al controllo familiare è riconducibile il 53,9% del patrimonio netto complessivo dell’aggregato oggetto dello studio Mediobanca. Tale quota si ripartisce tra controllo esercitato in modo diretto da persone fisiche (33,9%) e tramite persone giuridiche (20%). Ove si assimilino alla forma familiare le cooperative, le quali raccolgono circa 33.400 soci, si aggiunge un’ulteriore quota del 22,8% che porta il totale del patrimonio netto familiare al 76,7%. Il restante 23,3% dei mezzi propri è riferibile per il 14,1% a investitori finanziari (ed altre tipologie residuali) e per il 9,2% a società straniere. In termini assoluti, alle famiglie in senso stretto sono riconducibili mezzi propri per 1,74 miliardi di euro (1,1 miliardi in capo a persone fisiche e 0,64 miliardi a persone giuridiche), 16 alle coop per circa 0,74 miliardi di euro. I soci esteri detengono un portafoglio con valore di libro pari a 0,3 miliardi di euro. I principali soci finanziari sono così assortiti: banche ed assicurazioni con 347 milioni di euro, fondi con 38 milioni, fondazioni e trust rispettivamente con 28 e 33 milioni, fiduciarie con 11 milioni. Il rapporto con i mercati finanziari è tradizionalmente trascurabile in Italia. Solo quattro delle società considerate sono interessate alla Borsa, ma in modo indiretto, attraverso la quotazione della società controllante, che in un solo caso assume lo status di socio industriale (Davide Campari) e nei restanti quello di investitore finanziario (si tratta dei gruppi assicurativi Allianz, Generali e UnipolSai). Le banche, dopo il 17 disimpegno del Monte dei Paschi di Siena, sono assenti. Ma dal 29 gennaio 2015 è quotata all’Aim la Italian Wine Brands, controllante la Giordano Vini.
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