Piccini, azienda vinicola della Toscana con sede a Castellina in Chianti (SI), è la “Miglior Cantina Gdo” 2019 per Vinialsuper.it. Si guadagna il premio della testata, specializzata nel racconto quotidiano del vino in vendita al supermercato, grazie a una gamma di assoluto rispetto, in vendita in numerose insegne della Grande distribuzione organizzata italiana.
Il riconoscimento va soprattutto alla linea “Collezione Oro“, con la quale Piccini mette a scaffale delle etichette che eccellono nel rapporto qualità prezzo, sbilanciato in maniera netta sulla qualità.
Ne giova il consumatore, che può gustare a tutto pasto, oppure in occasioni speciali, dei vini rispettosi del vitigno, del terroir e della tipicità della Denominazione. Aspetti tutt’altro che scontati in Gdo, garantiti invece dalla realtà guidata da Mario Piccini (nella foto sopra) quarta generazione della famiglia titolare dell’azienda.
“Mario Piccini – sottolinea il direttore di Vinialsupermercato.it, Davide Bortone – è un imprenditore illuminato che dimostra di avere a cuore la Toscana, terra delle origini, così come l’Italia intera, con le sue eccellenze enogastronomiche. Un amore dimostrato dal rispetto col quale indica la strada ai propri agronomi ed enologi, nell’ambito della produzione delle referenze destinate a un canale complicato come quello moderno”.
“Il progetto delle Tenute – sottolinea ancora Bortone – ormai salite a cinque in tre regioni italiane (3 in Toscana, una in Basilicata e una in Sicilia) indica la voglia di Mario Piccini di puntare all’eccellenza assoluta nell’Horeca, accostando all’areale del Chianti e di Montalcino quelli del Vulture dell’Etna, sinonimo di ‘vino italiano di qualità’ nel mondo”.
Piccini, con 16 milioni di bottiglie e un’etichetta come quella del Chianti Docg “arancione”, punta a crescere ancora grazie all’investimento compiuto con l’acquisizione della cantina Chianti Geografico, avvenuta sul finire del 2018, e la realizzazione di un nuovo polo produttivo che sarà inaugurato a breve a Casole D’Elsa, in provincia di Siena. Un impianto di 17 mila metri quadrati, all’avanguardia tecnologica (nella foto sotto).
L’obbiettivo è superare quota 17 milioni di bottiglie e consolidare la crescita del fatturato, che lo scorso anno ha raggiunto la cifra record di 64,5 milioni. Erano 60,2 nel 2017, 64,2 nel 2018. Fondamentale l’apporto del Chianti Geografico (1,1 milioni di bottiglie e 5 milioni di fatturato nel 2019) a cui è stata data nuova linfa con l’arrivo di Riccardo Cotarella e del giovane (e bravo) enologo Alessandro Barabesi.
“Piccini – commenta Giacomo Merlotti della redazione di Vinialsupermercato.it – è la ‘Miglior Cantina Gdo’ 2019 per Vinialsuper perché attraverso un’attenta gestione della produzione e delle referenze, tanto in Gdo quanto nell’Horeca con il progetto delle Tenute, riesce a portare la territorialità all’attenzione del consumatore”.
“La corretta gestione della capacità produttiva – aggiunge Merlotti – permette a Piccini di proporre vini dall’elevato rapporto qualità prezzo, con una diffusione pressoché capillare in molti canali distributivi”.
“Grazie alle performance in Italia, come Gruppo abbiamo chiuso il 2019 con un fatturato superiore a quello dei precedenti 12 mesi”, spiega Maurizio Rossi, responsabile commerciale di Piccini (a sinistra nella foto, assieme al global brand ambassador Giacomo Panicacci). Positive le performance estere, con la Russia e la Cina a registrare i tassi di crescita migliori.
In Italia, il canale Gdo di Piccini cresce a due cifre. “Merito soprattutto delle nostre punte di diamante – precisa Rossi – il Chianti Riserva Docg Collezione Oro e il Chianti Orange. Entrambi, oggi, sono leader di mercato nel canale, con il Riserva Collezione Oro che risulta il Chianti più venduto al supermercato”.
Performance, quelle delle due etichette best seller, che trainano anche le vendite degli altri prodotti Piccini, a partire proprio dalle referenze che compongono la Collezione Oro. “Il Chianti Superiore Docg si sta avvicinando progressivamente nei numeri al Riserva”, conferma il responsabile commerciale di Piccini.
“Ma siamo molto soddisfatti anche di quello che è stato il debutto dell’Orvieto Classico Doc, bianco introdotto quest’anno nella Collezione Oro e che ha già soddisfatto gli obiettivi che ci eravamo posti”. Circa 200 mila le bottiglie vendute, a fronte di 400 mila del Superiore e degli 1,1 milioni della Riserva.
“Vogliamo sempre più accreditare agli occhi dei consumatori il marchio Piccini come il simbolo dell’ottimismo – aggiunge Maurizio Rossi – della gioia di vivere e della condivisione di una buona bottiglia di vino in compagnia. L’obiettivo, come brand, è di continuare a crescere in numerica nelle vendite, soprattutto in Gdo”.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
FIRENZE – Un 2019 positivo e un 2020 che guarda all’Oriente, per l’esattezza alla Cina. Ha “il segno più”, per dirla con le parole del Consorzio Vino Chianti, l’anno che volge al termine. Tra gli aspetti più positivi, il consolidamento della Denominazione nel Paese del Dragone. Un punto da cui ripartire, nel 2020.
Secondo quanto riferito dal Consorzio, a metà dicembre le vendite hanno segnato un incremento dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le stime indicano che il trend commerciale, spinto anche dagli acquisti per le festività, permetterà agli operatori di “chiudere l’anno in territorio positivo”.
“Un segno più – commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi – che riveste un’importanza particolare in questo momento di mercato complessivamente non felice, soprattutto a livello europeo dove il nostro principale acquirente, la Germania, è di fatto in crisi”.
“La vendemmia 2019 è andata bene – continua Busi – abbiamo raggiunto l’obiettivo della riduzione del 10% delle quantità che ci eravamo dati per mantenere i magazzini in linea con l’andamento commerciale. Abbiamo magazzini capienti per affrontare il mercato e la qualità 2019 è ottima”.
Il merito di questo risultati, secondo il presidente del Consorzio, “è delle aziende che negli anni scorsi hanno fatto importanti investimenti, come dimostra il fatto che ad oggi il 75% dei vigneti è stato rinnovato”.
Nel 2019 il mercato di riferimento si è confermato quello statunitense, ma segnali molto importanti sono arrivati dalla Cina, con volumi in aumento rispetto al 2018. Poche soddisfazioni invece dai tradizionali bacini europei, Germania e Regno Unito. Il segno positivo complessivo, indica comunque che il posizionamento strategico su mercati nuovi riesce a compensare il calo degli importatori storici.
“Le nostre aspettative per il 2020 – anticipa Busi – partono da questo quadro. Sicuramente aumenteranno le esportazioni verso la Cina dove si consolideranno i rapporti con nuovi clienti avviati nel 2019. Il mercato cinese è profondamente cambiato: siamo passati da grandi ordinativi spot all’acquisto di quantità più piccole ma con cadenza costante”.
“Questo significa che il mercato sta maturando – aggiunge il presidente del Consorzio Vino Chianti – e che si sta entrando in un’ottica di fidelizzazione verso le nostre etichette: è un buon segnale”.
L’altra partita alla quale in Toscana si guarda con grande attenzione è quella per l’accordo Mercosur. “Attualmente – sottolinea Giovanni Busi – paghiamo dazi altissimi per vendere i nostri prodotti nei paesi dell’America Latina e il raggiungimento di un accordo con l’Europa per la liberalizzazione dei commerci spalancherebbe per noi degli scenari incredibili, dai quali trarre enormi vantaggi”.
Resta sullo sfondo la questione degli Stati Uniti, primo mercato di riferimento per i vini del Chianti: “Qui bisogna capire se la minaccia di dazi resterà tale o se c’è davvero una volontà di applicarli. Al momento – conclude Busi – regna l’incertezza e noi possiamo solo augurarci che le trattative politiche riescano a scongiurare l’innalzamento di barriere commerciali che fanno soltanto danni per tutti”.
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CASOLE D’ELSA – “Chianti contro Chianti Classico, sulla Gran Selezione? Deponiamo le armi, mettiamoci a sedere, rimaniamo ognuno con la propria dignità. E cerchiamo dei punti di incontro, perché il nemico è all’estero, non tra i vicini di casa”. Cammina serafico, Mario Piccini. Mani conserte dietro alla schiena. Tutt’attorno, gli operai completano i lavori utili all’inaugurazione del nuovo stabilimento produttivo di Casole D’Elsa, in provincia di Siena.
Un passo verso il futuro per il colosso da 16 milioni di bottiglie annue, destinati a diventare 26 nel giro di qualche vendemmia. Eppure, qualcosa turba il patron del Chianti arancione. Si siede su un divano, per chiarire.
“Io faccio parte di tutti e due i Consorzi – commenta Mario Piccini – per cui dovrei essere super partes. Ma devo dire una cosa: non sono amante degli eccessi. Quello che vorrei dire, sia al presidenti del Chianti sia a quello del Chianti Classico, è che comunque il territorio è uno. Per il consumatore il territorio è unico”.
“E vorrei allargare ancora di più il discorso, includendo l’Igt Toscana. Secondo il mio umile punto di vista – continua il numero uno di Piccini Wines – dovremmo trovare dei punti di incontro per sfruttare la forza di un territorio comune ad entrambe le Denominazioni”. O almeno questo è il messaggio che passa, fuori dai confini nazionali.
“Quando vado all’estero – sottolinea Mario Piccini – mi chiedono sempre di descrivere l’area del Chianti, che non è così conosciuta come pensiamo. Diamo per scontato che il consumatore medio sappia tutto, ma in realtà non sa nulla. Sapete come descrivo Chianti e Chianti Classico? Come un uovo sodo, tagliato a metà: la parte bianca è il Chianti e quella gialla è il Chianti Classico”.
Il problema non è vendere uno o l’altro. Il problema è il vino argentino, è il vino cileno, è il vino australiano, è il vino californiano. Noi dobbiamo conquistare quei mercati e quelle posizioni, non cercare di togliere qualcosa ai nostri amici, che poi sono i nostri vicini di casa”.
Per Mario Piccini, le rivalità tra i due Consorzi – e i relativi produttori – sono “da superare”. “Dobbiamo andare insieme a conquistare questi mercati – suggerisce – ma possiamo riuscirci solo se siamo uniti e se ci presentiamo con una voce sola, spiegando con semplicità le diversità di un territorio, valorizzandole parlando più di Toscana che di Chianti o Chianti Classico”.
“Facciamo fronte comune – aggiunge il patron del colosso toscano – e confrontiamoci con i competitor internazionali che stanno facendo una concorrenza importante e che rischiano, se non ci muoviamo assieme, di guadagnare ulteriore terreno in futuro, forti delle nostre divisioni”.
Mario Piccini si esprime anche sull’altro motivo di divisione: la modifica al disciplinare del Chianti che consente di aumentare il residuo zuccherino del noto vino rosso: “I gusti, nel mondo, sono cambiati. Il Chianti è stato, per anni, la più grande Denominazione al mondo, assieme a Bordeaux. Prima dell’entrata in vigore della Docg, il 15% del Chianti non era Chianti. C’era un taglio migliorativo che veniva da tutt’altre parti”.
“E quindi – continua Mario Piccini – il gusto, dall’introduzione della Docg, è diventato più severo e più secco, mentre il palato, nel mondo, è cambiato. Non vuol dire che la gente ha iniziato a bere dolce, ma che c’è una percezione diversa del dolce. Io sono un sostenitore delle trasformazioni, nel segno della contemporaneità. E si può essere contemporanei senza tradire la tradizione. Le due cose possono convivere benissimo”.
Secondo Piccini, la partita si gioca a tavola. “Per via dell’inasprimento delle leggi relative al consumo di alcolici – evidenzia – il momento più difficile per bere vino è durante i pasti, al giorno d’oggi. Devi guidare? Non puoi bere”.
“Se l’obbiettivo è la crescita dei consumi di vino, pur senza eccessi, dobbiamo produrre un vino che possa essere consumato anche fuori dal pasto. Sono stufo di sentire che il vino italiano è buono solo pasteggiando: il vino italiano è buono come tutti gli altri, anche lontano lontano dai pasti”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
MONTALCINO – Ha preso una piega più che mai attendibile la consegna dei diplomi della guida Vinibuoni d’Italia 2020, ieri in Toscana. Il Chianti Gran Selezione continua infatti a dividere i produttori della zona Classica da quelli della zona allargata. È bastata una scintilla, al Teatro degli Astrusi di Montalcino – location concessa dal Comune al team di degustatori guidati da Mario Busso – per accendere la polemica.
Ad innescare la miccia è stato Vittorio Fiore di Podere Poggio Scalette, salito sul palco per ricevere uno dei premi di Vinibuoni. Ad Alessandra Casini Bindi Sergardi, membro del Cda del Gallo Nero (a sua volta presente per ritirare un premio della guida) il compito di fare da “estintore”, senza risparmiare eleganti stoccate ai cugini.
Non si è fatta attendere la replica di Marco Alessandro Bani, che ha chiesto la parola dal pubblico per difendere la posizione del Consorzio Vino Chianti, in qualità di direttore. Ecco la cronaca.
“Vorrei dire due parole su un’iniziativa che sto portando avanti da un po’ di tempo – ha esordito Fiore – una proposta un po’ dirompente. Mi propongo di riuscire a fare quello che gli ungheresi hanno fatto col Tokaj, cioè interdire l’uso della parola ‘Chianti’ al di fuori della zona Classica, che tutti conosciamo”.
“È un mio pensiero – ha aggiunto il titolare di Podere Poggio Scalette – che si è evidentemente esaltato con la storia della Gran Selezione del Chianti. Non essendo un’esclusiva, ed essendo anzi e a disposizione di tutti i vini a Denominazioni di origine controllata e garantita in Italia, era immaginabile che questo avvenisse prima o poi”.
“Sono situazioni che vanno affrontate in maniera molto pragmatica – ha proseguito Fiore – come hanno fatto altri colleghi: il mio carissimo amico Conte Ugo Contini Bonacossi, nel 1975, riuscì a estrapolare il Carmignano dal Chianti Montalbano. Non sono situazioni utopiche, bensì faccende che possiamo affrontare risolvere”.
“Probabilmente – ha concluso Vittorio Fiore – dovremo ricorrere ad azioni legali. Dal canto loro, i produttori di Chianti, al di fuori della zona del Chianti Classico, devono avviarsi su una strada che li identifichi diversamente, anche nell’ottica di svincolarsi dalle dinamiche dei commercianti, che li prendono un po’ per il collo”.
A seguire, l’intervento di Alessandra Casini Bindi Sergardi: “La diversità e l’identità sono ricchezze del nostro territorio – ha esordito l’esponente del Cda del Consorzio del Chianti Classico – basta con le guerre“.
Spinoza diceva che non esiste il bene e il male, ma che esistono azioni di bene e azioni di male. Il bene è conoscenza. Il male è tutto ciò che blocca la conoscenza. Noi dobbiamo assolutamente sottolineare ciò che siamo e in cosa siamo diversi. In un certo senso anche contro l’integrazione: dobbiamo essere integralmente noi stessi”.
“Saranno la curiosità e l’intelligenza – ha aggiunto Casini Bindi Sergardi – a guidare il cliente alla scoperta della diversità di un luogo, rispetto ad un altro. Non trasformiamo le nostre differenze in debolezze”. La replica del direttore del Consorzio Vino Chianti è arrivata di lì a pochi minuti.
“Questa è una giornata di festa – ha esordito Marco Alessandro Bani – quindi mi dispiace attivare una polemica con i cugini del Chianti Classico. Onestamente credo che le discussioni debbano essere costruttive: se si fa della fantapolitica o si torna indietro di più di cento anni rispetto alla situazione attuale, non si va da nessuna parte”.
“Credo sia fantapolitica interdire l’utilizzo della parola ‘Chianti’ al di fuori della zona Classica – ha proseguito Bani – dal momento che la Denominazione Chianti, con la parte Classica e la parte non Classica, è stata istituita ormai nel 1932, non ieri. Ognuno fa la sua strada e la sua politica, però il resto non può che essere fantasia”.
Bani ha poi difeso a tutto tondo le scelte del Consorzio, sul fronte delle modifiche al disciplinare: “Per cercare di intercettare quei mercati che si trovano spesso ad avere difficoltà a capire il Sangiovese, pur nella sua importanza e nella sua qualità e validità, come vino e come vitigno, abbiamo consentito di alzare il residuo zuccherino”.
Chi vuole, per certi mercati, può rendere i vini più morbidi, graditi, apprezzati e comprati – ha aggiunto il direttore del Consorzio del Chianti – ma è stata la proposta della Gran Selezione a creare un gran vespaio. Alle polemiche legate a questo tema non abbiamo risposto”.
“Riteniamo che la legge ci consenta di poterlo utilizzare come termine, per cui non capiamo su cosa si fondino queste levate di scudi. Alla fine dovremmo farcene tutti una ragione. Non voglio aggiungere altro e ricordo che questo, con Vinibuoni, è un giorno di festa”, ha concluso Marco Alessandro Bani. Mai le corone furono così scoppiettanti.
“Siamo aperti a qualsiasi dibattito – hanno commentato i due coordinatori regionali Daniele Bartolozzi e Riccardo Margheri -. Rimboccatevi le maniche, perché mettere le cose sotto al tappeto è inutile: molto meglio affrontare i problemi in partenza”.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
FIRENZE – Una nuova tipologia, il Chianti Gran Selezione, al top della qualità dei vini Chianti, rivolta principalmente al mercato cinese e americano (vietato il fiasco). E una nuova sottozona: Chianti Terre di Vinci. Queste, assieme all’aumento della gradazione alcolica minima delle uve destinate a produrre vino Chianti docg, le modifiche al disciplinare a cui ha dato il via libera il Consorzio fiorentino.
“Qualità” e “semplificazione” le due parole d’ordine che hanno guidato gli amministratori, nella revisione delle regole alle quali devono attenersi i produttori e gli organismi di controllo. La revisione messa a punto dal Cda potrà iniziare l’iter di approvazione da parte di Regione Toscana, Ministero dell’Agricoltura e Commissione Europea.
Un percorso che richiederà circa due anni. Le proposta di modifica agli 8 articoli del disciplinare di produzione del vino Chianti è stata approvata con percentuali favorevoli tra l’89% e il 99%. Il totale dei voti espressi in assemblea rappresentava il 70% dell’intero corpo sociale.
Novità anche per il Chianti sfuso, che dovrà ottenere la certificazione di idoneità, prima di uscire dalle cantine: è un modo per alzare l’asticella della qualità, fare chiarezza sul mercato e aggredire eventuali zone grigie”.
IL CHIANTI GRAN SELEZIONE
“Colore rosso rubino intenso, tendente al granata con l’invecchiamento, odore speziato e persistente”. Queste le caratteristiche che dovrà avere, “da manuale”, il Chianti Gran Selezione.
La nuova tipologia avrà una gradazione alcolica minima più elevata (13 gradi) e dovrà passare da un invecchiamento di almeno 30 mesi, prima di essere immessa sul mercato. Il vino Chianti Gran Selezione potrà essere prodotto in tutto il territorio di produzione della Denominazione vino Chianti Docg.
“L’iter di approvazione del nuovo disciplinare durerà circa due anni – spiega il direttore del Consorzio Marco Alessandro Bani – ma si chiederà che il provvedimento abbia efficacia retroattiva: per questo motivo, chi vorrà potrà iniziare già adesso a produrre Chianti con i criteri dettati per la Gran Selezione e immettere le prime bottiglie sul mercato nell’arco di tre anni. La Gran Selezione offrirà il massimo della qualità e sarà un prodotto di nicchia”.
Con il nuovo disciplinare nasce anche la menzione geografica aggiuntiva o più comunemente chiamata “sottozona” Chianti Terre di Vinci, relativa ai territori dove già si produce vino Chianti Docg, compresi nel Comune di Vinci e Capraia e Limite – al di fuori della sottozona già ricompresa nel Chianti Montalbano – e nei Comuni di Cerreto Guidi e Fucecchio.
“Inoltre – prosegue Bani – con le nuove regole, sale la gradazione alcolica minima delle uve destinate a produrre vino Chianti Docg, nonché del prodotto finito, destinato all’immissione al consumo, come vino Chianti Docg, innalzata a 12 gradi. Il Chianti sfuso dovrà ottenere la certificazione di idoneità, prima di uscire dalle cantine: è un modo per alzare l’asticella della qualità, fare chiarezza sul mercato e aggredire eventuali zone grigie”.
“Il lavoro che il Consiglio ha fatto sul disciplinare è stato lungo e accurato, volto ad una revisione complessiva che ha avuto come obiettivi lo svecchiamento delle regole, la semplificazione a vantaggio di produttori e organismi di controllo, l’innalzamento della qualità”, commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi.
IL COMMENTO
“Abbiamo innalzato la gradazione e introdotto una grande novità come la Gran Selezione per aumentare la competitività dei nostri prodotti su mercati strategici come quello cinese e americano. Adesso attendiamo il prima possibile l’avvio l’iter delle autorizzazioni ministeriali e comunitarie. Siamo certi che questa revisione darà una ulteriore spinta al successo commerciale dei nostri vini, anche a livello internazionale”.
Risale a settembre l’annuncio di altre modifiche decisive al disciplinare di produzione del Chianti Docg. Il Consorzio, nei mesi scorsi, ha inviato una circolare a tutte le aziende con i dettagli delle modifiche e i riferimenti legislativi completi.
Da un punto di vista tecnico, l’allineamento del valore del residuo massimo zuccherino ai parametri comunitari previsti per i vini secchi consentirà di avere un parametro massimo pari a 4 g/l, oppure entro 9 g/l purché il tenore di acidità totale, espresso in grammi di acido tartarico per litro, non sia inferiore di oltre 2 grammi al tenore di zucchero residuo.
Al momento la modifica è introdotta solo a livello nazionale, a partire dalla campagna vendemmiale 2019/2020 e per i vini atti a diventare Dop “Chianti” provenienti dalle campagne 2018/2019 e precedenti, a patto che siano in possesso dei requisiti stabiliti nel disciplinare consolidato. Prima di essere applicabile nel territorio dell’Unione europea e nei Paesi terzi, la modifica al disciplinare dovrà essere pubblicata sulla Gazzetta dell’Unione Europea.
LE DIFFERENZE CON IL CHIANTI CLASSICO GRAN SELEZIONE
Un Chianti “Gran Selezione” esiste già in Toscana, ma è legato al Chianti Classico. Quando fu introdotto, nel 2014, la tipologia fu rivoluzionaria. Si trattò della prima volta di una nuova tipologia di vino posta al vertice della piramide qualitativa di una denominazione, nell’ambito della legislazione vitivinicola italiana.
Un altro record del Chianti Classico Gran Selezione fu l’ampiezza della rivoluzione normativa, che coinvolse i circa 600 soci del Consorzio. Una decisione in controtendenza con quanto avviene nel resto del mondo, con l’obiettivo di stratificare verso l’alto l’offerta enologica del territorio.
In base alle proiezioni, la produzione di Gran Selezione raggiungerà nei prossimi anni il 10% sul volume totale del Chianti Classico per un valore complessivo che si aggira tra i 70 e i 100 milioni di euro.
La Gran Selezione del Chianti Classico è un vino prodotto da uve di esclusiva pertinenza aziendale, coltivate nei vigneti più vocati e con regole severe che lo rendono un vino di grande pregio, un nuovo punto di riferimento nel panorama enologico internazionale.
Oltre a prevedere caratteristiche chimiche e organolettiche idonee a vini di elevata qualità, la Gran Selezione potrà essere commercializzata solo dopo un invecchiamento minimo di 30 mesi e un periodo obbligatorio di affinamento in bottiglia.
A differenza del Chianti Gran Selezione, la Gran Selezione del Chianti Classico esaltata i diversi caratteri di un territorio ampio e poliforme, diviso in nove comuni e in zone climaticamente e pedologicamente differenti, ma unite dall’inconfondibile firma del Sangiovese.
Dal punto di vista organolettico, il Chianti Classico Gran Selezione è un vino di struttura importante, che grazie alla selezione delle uve e al lungo affinamento consegue equilibrio ed armonia superiori, profondità gustativa e complessità aromatica. Al palato abbina immediatezza di frutto unitamente alle affascinanti nuance tipiche dei vini capaci di una lunga evoluzione.
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BRUXELLES – Tra i 100 marchi di origine dell’Unione Europea rientrati nell’accordo Ue – Cina ci sono anche 13 Denominazioni del vino italiano. Si tratta di Asti, Barbaresco, Bardolino superiore, Barolo, Brachetto d’Acqui, Brunello di Montalcino, Chianti, Conegliano-Valdobbiadene Prosecco, Dolcetto d’Alba, Franciacorta, Montepulciano d’Abruzzo, Soave e Vino Nobile di Montepulciano.
L’intesa è stata sottoscritta oggi fra il Commissario europeo all’agricoltura Phil Hogan (nella foto, sotto) e dal ministro del Commercio cinese Zhong Shan. Adesso l’accordo deve essere esaminato dal Consiglio e dal Parlamento Europeo. La Commissione prevede che sarà operativo entro la fine del 2020.
La rappresentanza di prodotti enologici Made in Italy è cospicua se si considera che, in totale, sono 26 i marchi Dop e Igp riconosciuti dal Dragone. Nella lista bagnata da alcune tra le eccellenze enoiche italiane sono finiti anche alcuni fiori all’occhiello della gastronomia tricolore.
Si tratta di Aceto balsamico di Modena, Asiago, Bresaola della Valtellina, Gorgonzola, Grana padano, Grappa, Mozzarella di Bufala campana, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Prosciutto di Parma, Prosciutto di San Daniele, Taleggio e Toscano.
In “cambio”, l’Ue garantirà la tutela di prodotti cinesi come Pixian Dou Ban (pasta di fagioli di Pixian), Anji Bai Cha (tè bianco Anji), Panjin Da Mi (riso Panjin) e Anqiu Da Jiang (Anqiu Ginger).
La lista finale di vini, formaggi e salumi è stata pubblicata dalla Commissione UE al termine dell’incontro decisivo odierno. L’accordo prevede tuttavia l’estensione della lista per proteggere altri 175 prodotti, entro il 2024.
CHIANTI NELLA LISTA, PARLA BUSI: “UNA BUONA NOTIZIA”
“Quella di oggi – commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi – è una buona notizia. Il fatto che il Vino Chianti sia stato inserito nella lista delle 100 Dop e Igp che saranno tutelate in Cina è un tassello importante per l’espansione commerciale del nostro prodotto su un mercato importante”.
“L’accordo fra la Commissione europea e il Governo cinese – conclude Busi – definisce un quadro di regole certe che vanno a vantaggio dei nostri imprenditori. La Cina riconosce nel Chianti non solo un brand ma anche una grande Denominazione e le riconosce la protezione che merita”.
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MILANO – “Abbiamo avuto l’onore di incontrare poche ore fa il sindaco di Milano Giuseppe Sala, a cui abbiamo regalato una bottiglia di Chianti Classico 1946, anno in cui sono stati completati i lavori di ristrutturazione del Teatro alla Scala, subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un momento di ripartenza dell’Italia, così come il nostro Consorzio vuole ripartire da Milano per affermarsi in Italia”.
Così Carlotta Gori, direttore del Consorzio Vino Chianti Classico, in un’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it a margine dell’evento “Il Signore del Chianti Classico“, che ha visto il ritorno nel capoluogo lombardo del Consorzio che tutela la versione più tradizionale del vino toscano per antonomasia, dopo ben 13 anni.
“La rinascita del Teatro alla Scala – continua Gori – è stata un momento fondamentale per la città di Milano e di ripartenza di tutta l’Italia. Siamo convinti che non mancheremo per altrettanto tempo: saremo più rapidi nel tornare a Milano, la prossima volta”.
Un’assenza nella città motore dell’economia italiana che la stessa Gori giudica “ingiustificata”. “Forse – aggiunge sempre nell’intervista esclusiva rilasciata a WineMag.it – la nostra attenzione è stata molto spostata sui mercati internazionali, in questi anni”.
“Ma con il 2019 riportiamo al centro del nostro trade l’Italia – precisa la direttrice del Consorzio Chianti Classico – e Milano è la vetrina da dover ritrovare, riscoprire e con cui dover riallacciare una duratura relazione, soprattutto sul fronte della grande ristorazione milanese, la più internazionale del nostro Paese”.
“Qui dovevamo ricominciare a comunicare il nostro Chianti classico in Italia – conclude Gori – forti del fatto che l’accoglienza che ci è stata riservata da Milano è stata oggi meravigliosa: abbiamo avuto una presenza di altissimo profilo a questo evento e questo ci riempie di orgoglio oltre che di soddisfazione”.
Oltre ottocento gli accessi all’evento andato in scena oggi al The Westin Palace di Milano, dalle 14.30 alle 19.30. Un appuntamento frutto della collaborazione tra il Consorzio Vino Chianti Classico e l’Associazione italiana Sommelier (Ais). Presto online su WineMag.it i migliori assaggi tra le oltre 200 etichette presenti al banco di degustazione.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
FIRENZE – C’è il Chianti in polvere e c’è il Chianti al mirtillo rosso: la creatività dei truffatori sul web non conosce limiti, un frode colossale e continuativa ai danni del Consorzio Vino Chianti che si è affidato ad un’agenzia specializzata di “cacciatori” per scovare le minacce che arrivano dalla rete e neutralizzarle. Un’attività di monitoraggio continuativa a tutela delle aziende e della reputazione del marchio che in quasi due anni ha dato buoni frutti.
Nei primi nove mesi del 2019 (da gennaio a settembre) i cacciatori di Griffeshield, azienda specializzata in nuove tecnologie informatiche a supporto delle medie e grandi aziende internazionali, hanno individuato oltre 15.600 minacce e ne hanno rimosse 10.700: per la gran parte si tratta di violazioni del marchio Chianti, vendita di vini Chianti contraffatti e vendita di etichette Chianti contraffatte.
La forma principale di frode è rappresentata dai cosiddetti wine kit, ovvero preparati chimici in polvere per fare il vino in casa al costo di un euro a bottiglia: ne sono state individuate e rimosse ben 6.000. Seguono oltre 3.000 casi di concorrenza sleale, cioè di Chianti falso spacciato per vero, e poco meno di 2.000 violazioni del marchio commesse attraverso la commercializzazione di etichette contraffatte. La principale piazza di frode sono siti web dedicati, come Italian Chianti style, Original Chianti, Vintners Reserve Chianti e World Vineyard Italian Chianti, seguiti dai principali marketplaces, come e-Bay e Amazon.
Alla fine del terzo trimestre 2019 Griffeshield ha rilevato e rimosso 4.852 nuove violazioni, segno del fatto che l’attività di monitoraggio non può essere mai interrotta, perché i truffatori si muovono velocemente spostandosi da una parte all’altra del web quando vengono scovati. I risultati dell’attività avviata all’inizio del 2018 sono però molto positivi: con un totale di minacce potenziali rilevate nel primo semestre 2018 pari a 71.891, dopo quasi due anni di operatività la situazione di presenta nettamente migliorata, con un totale di violazioni rilevate online pari a 15.638.
“Nel 2019 le violazioni individuate sono state un terzo rispetto all’anno precedente. Un netto calo, segno che il lavoro funziona – commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi -. Ma è un dato che non ci permette di rilassarci: il lavoro di tutela del nostro brand e delle nostre aziende deve continuare in modo serrato e determinato perché i danni che queste truffe provocano sono milionari”.
La piazza peggiore sono gli Stati Uniti, perché da qui provengono i frodatori più difficili da disinnescare: il tasso di successo delle attività di “enforcement” (ovvero la pressione per rimuovere i prodotti sleali) è pari soltanto al 78% a causa della scarsa volontà di collaborare. Male anche nel Regno Unito, mercato principale dei wine kit, dove i truffatori tendono a scaricare la responsabilità sui fornitori e il tasso di successo delle richieste di rimozione si ferma al 91%. Paradossalmente il tasso di successo è pieno (100%) in Cina, dove tutte le operazioni di invito all’interruzione dei comportamenti scorretti vanno a buon fine.
“E’ uno sforzo enorme – conclude Giovanni Busi – che ci permette di eliminare la stragrande maggioranza delle violazioni e frodi che danneggiano il marchio Chianti nel mondo. Queste azioni hanno lo scopo di aumentare la pressione e quindi il rischio di incorrere in cause legali, educando la rete di vendita online a rispettare il marchio Chianti e soprattutto i diritti dei produttori dell’autentico vino Chianti”.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Proporre buon cibo di strada, o street food che dir si voglia, e piatti preparati dai ristoranti locali e ospiti stellati contornati dalla schietta ospitalità di paese.
“Dit’unto Festival del mangiar con le mani” torna ad animare il borgo di Villa a Sesta, frazione di Castelnuovo Berardenga, in provincia di Siena, domenica 13 ottobre, dalle ore 11 alle ore 20. L’appuntamento, giunto alla sua settima edizione è divenuto un punto fermo nell’autunno della provincia di Siena.
Il motto della giornata sarà mangiare e divertirsi ammirando il panorama mozzafiato delle vigne, delle colline e dei prati che circondano Villa a Sesta, immersa nel Chianti, approfittando anche degli spazi pic-nic con tavoli e sedie a disposizione dei visitatori.
La nostra missione è quella di aumentare ogni anno l’offerta in quantità e in qualità, puntando a far crescere la festa e a mantenere alto l’entusiasmo che la caratterizza fin dalla prima edizione, con tutti gli accorgimenti possibili per vivere al meglio la kermesse in una situazione di relax e divertimento” – spiegano gli organizzatori.
I numeri dell’edizione 2018 parlano di circa 9 mila partecipanti, 34 mila degustazioni vendute, con circa 90 volontari che hanno contribuito a rendere la giornata speciale e 49 stand impegnati per offrire agli ospiti piatti eccellenti. Cifre enormi se rapportate al piccolo borgo che organizza e ospita l’evento, Villa a Sesta, che non arriva a 50 abitanti.
L’edizione 2019 coinvolgerà, ancora una volta, il Circolo Ricreativo di Villa a Sesta, l’Azienda Agricola Tattoni e i quattro ristoranti locali: Osteria alla Villa, La Bottega del 30, L’Asinello e il Ristorante agriturismo La Villa di Sotto, che hanno ideato alcuni anni fa, tutti insieme, questo appuntamento cresciuto e consolidato negli anni.
Confermata anche la presenza di cibi più o meno tradizionali in arrivo dalla Toscana e da tutta Italia. Fra i nuovi ospiti, quest’anno Dit’Unto accoglierà la Sicilia, con arancini e cannoli, e l’isola di Ischia, con una specialità di pesce e un dolce della tradizione campana rivisitato per l’occasione.
Fra le degustazioni d’autore, che tornano protagonisti anche quest’anno, figurano 10 Chef stellati Michelin: Valeria Piccini (Caino), Gaetano Trovato (Arnolfo), Riccardo Agostini (Il Piastrino), Mariano Guardianelli (Abocar), Alberto Sparacino (Cum Quibus), Maria Probst e Cristian Santandrea (La Tenda Rossa), Juan Camilo Quintero (Poggio Rosso-San Felice), Filippo Saporito (La Leggenda dei Frati), Helene Stoquelet (La Bottega del 30), Iside De Cesare (La Parolina), insieme a tanti altri colleghi “eccellenti”.
A partire dalle ore 17, inoltre, nella piazza di Villa a Sesta sarà possibile fare un aperitivo gustoso con i cocktail preparati dalla “Bottiglieria di Sale Fino” e le pizze gourmet della “Pergola” di Radicondoli, accompagnate da musica dj-set.
La giornata sarà arricchita da artisti di strada, animazione per bambini, due gruppi musicali – gli Art. 659 che ormai “giocano in cas”” e una sorpresa da Monopoli con gli “Skanderground” – canti e balli popolari, taranta e Dj set a partire dalle ore 17.
L’evento sarà plastic free: le degustazioni saranno servite in contenitori di materiale compostabile e saranno abolite le bottigliette di plastica. Per l’acqua, infatti, sarà possibile attingere da numerose fontanelle distribuite nell’area della festa.
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MILANO – Il Chianti cresce nella terra dei grandi rossi: la Francia. E punta alla revisione del logo, utile a catturare l’attenzione delle fasce più giovani di consumatori internazionali, con la “C” che ricorda uno “Smile”. È quanto emerge dalla relazione sulle vendite dei vini rossi toscani in Europa, organizzata ieri dal Consorzio Vino Chianti a Palazzo Mezzanotte, a Milano.
La ricerca è stata affidata a Nomisma Wine Monitor. Ad esporla Manuela Savardi, esperta di mercati internazionali. Il quinquennio preso in considerazione è quello 2013-2018. Partendo da dati macroscopici del vino italiano si evidenzia una crescita del 16% a valore nell’import, che passa da 2.535,5 milioni di euro a 2.941,8 milioni di euro dello scorso anno.
La Germania si riconferma il primo Paese, anche se la sua crescita è quasi nulla rispetto al notevole registrato dalla Francia (+59%), che si stabilisce al quarto posto. Al secondo posto troviamo la Gran Bretagna, che cresce del 18%.
Ma è bene sottolineare che il 49% dell’import è costituito dagli spumanti. Sicuramente un dato interessante è quello relativo ai mercati minori, anche tenendo conto che i Paesi nei primi 5 posti (terzo posto per Svezia e quinto Paesi Bassi) costituiscono un market share del solo 33%, in cui la crescita della Polonia risulta esponenziale (+ 109%).
Andando nello specifico dei rossi imbottigliati italiani, il valore nel medesimo lasso di tempo riporta una crescita contenuta in Ue, con un +6% a valore e sempre con la Germania che si trova saldamente in testa, ma con una crescita bassa (4%), a dispetto della Francia che fa registrare la migliore performance (+13%) ed è al quinto posto, preceduta da Svezia, Danimarca e Uk.
SORPRESA: I MERCATI MINORI
La Germania è comunque il primo Paese di export per i rossi italiani, ma ancora una volta i dati più impressionanti arrivano da mercati minori: Polonia +51%, Finlandia +35%, Repubblica Cieca +38%.
L’export di vini rossi è sempre guidato saldamente dalla Francia, che nei 5 anni incrementa del 14% in valore. L’Australia fa un balzo di +52% e segue Spagna e Italia. Nel dettaglio delle Dop, re indiscussi sono i rossi di Bordeaux, che generano un valore di 15,8 milioni di euro, con grande distacco sui vini toscani che seguono e segnano un 9,1 milioni di euro, seguiti in modo compatto da Rioja, Borgogna, Veneto e Piemonte.
Nel dettaglio dei vini rossi toscani Dop, l’export è aumentato del 3%, generando un valore che era 501,2 milioni di euro nel 2013 per giungere a 518,6 milioni nel 2018, anche se la percentuale sull’Europa è diminuita dell’8% (dal 39% al 31%) rispetto ai paesi extra EU.
Si registrano perdite nei principali mercati europei, con un -30% sulla Germania, -5% sugli Uk, -7% sui Paesi Bassi, -19% sul Belgio, e -30% sulla Danimarca. A rafforzare i trend precedenti, l’unica eccezione è sulla Francia, al terzo posto e con un valore di 13 milioni di euro, in cui c’è un incredibile +49%.
Guardando poi ai competitors interni, sempre nei primi 5 paesi Eu precedenti, i vini rossi toscani Dop restano i più esportati, con la sola eccezione dei Paesi Bassi. Insomma, tirando le somme dopo aver dato i numeri, puntare su alcuni mercati non canonici può essere una delle strategie per allargare il bacino dell’export anche per il Consorzio del Chianti.
IL REBRANDING DEL LOGO Il Presidente Giovanni Busi evidenzia come un’altra via potrebbe essere “l’avvicinamento alla fascia più giovane della popolazione, a partire dal rebranding del logo che ha la ‘C’ di Chianti simile a uno smile“.
Altro obiettivo dei tour internazionali è insegnare la versatilità del Sangiovese, facile da abbinare ai piatti tradizionali di diversi Paesi, nel mondo. Un imponente lavoro di “riqualificazione dei vigneti” è stato operato tra il 2001 e il 2018, anche grazie ai finanziamenti pubblici sia italiani che europei.
In tutto circa 850 ettari, il 75% della superficie totale. Se le vendemmie saranno buone si prevede di arrivare a una produzione di un milione di ettolitri nel 2025. Lo stesso presidente Busi suggerisce infine “il Chianti come vino da Happy Hour. Magari non una Riserva…”.
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FIRENZE – Il Consorzio Vino Chianti punta la sveglia alla Regione Toscana e prepara un investimento da 1 milione di euro sui mercati asiatici. E’ quanto emerge dalle ultime dichiarazioni del presidente Giovanni Busi, che sollecita la politica locale “affinché l’atteso nuovo avviso nazionale, dal quale discenderanno gli avvisi delle diverse Regioni italiane, possa concretizzarsi nel più breve tempo possibile, al fine di consentire l’avvio delle importanti spese promozionali del vino Toscano nel mondo”.
“E’ auspicabile che la Regione Toscana si impegni quanto prima – commenta il numero uno del Consorzio Vino Chianti – perché si possano creare le condizioni per l’emanazione degli attesi avvisi pubblici necessari per consentire l’assegnazione delle importanti risorse comunitarie (Ocm) destinate a sostenere la promozione del vino toscano nel mondo”.
“Oltre a tempi stretti e certi – aggiunge il presidente del Consorzio Vino Chianti – è necessario che la Regione Toscana riconosca nei bandi il ruolo e il valore dei Consorzi nella valorizzazione e promozione delle produzioni di qualità certificata. Un’azione consortile che è fondamentale per le piccole e medie aziende che senza il sostegno dei consorzi non potrebbero mai far conoscere all’estero e soprattutto in mercati lontani e difficili come quelli dell’Estremo Oriente i propri prodotti”.
“E’ fondamentale consentire ai Consorzi di presentare i propri progetti per l’attività promozionale 2019-2020 così da avere il tempo utile per iniziare l’attività effettiva di promozione sul campo dopo il 15 ottobre”, precisa Giovanni Busi. L’invito a Regione Toscana, che ha stanziato 11 milioni di euro, è quello di “confrontarsi con gli Enti preposti e il Ministero dell’Agricoltura”.
“Noi come Consorzio Vino Chianti – spiega Busi – non siamo stati fermi. Abbiamo cominciato a lavorare alle attività promozionali 2019-2020 con 1 milione di euro. In particolare ci siamo orientati a una azione di maggiore penetrazione nei mercati asiatici. Cina e Giappone soprattutto, che sono quelli che secondo le nostre ricerche garantiscono le migliori performance di sviluppo”.
Ma il tempo stringe. “Dobbiamo essere operativi a ottobre – avverte Busi – perché è in quel momento che i mercati orientali si attivano, a cominciare da quelli fondamentali di Hong Kong e Shanghai, in varie manifestazioni fieristiche e promozionali. Bucare quegli appuntamenti quindi vorrebbe dire per il nostro vino mancare a appuntamenti fondamentali per far conoscere le nostre produzioni e quindi per incrementare l’export”.
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PRATO – Dal Vinitaly fino in Cina, lezioni pratiche di promozione enogastronomica per gli studenti dell’Ipssar “F. Datini” di Prato e del “Saffi” di Firenze. Grazie a un protocollo di intesa siglato tra l’Istituto Datini e il Consorzio Vino Chianti i ragazzi potranno partecipare attivamente ai più prestigiosi eventi promozionali e vedere da vicino l’attività di promozione e di valorizzazione della denominazione.
L’Istituto pratese è capofila della rete “Progetto Made in Italy“, una associazione di Istituzioni scolastiche operanti nel settore dell’enogastronomia e ospitalità alberghiera che ha lo scopo di realizzare attività formative e di apprendimento tramite il contatto con realtà di eccellenza dell’economia ed il mondo del lavoro.
Vogliamo dare ai giovani uno strumento in più per migliorare la propria preparazione. La professionalità non si improvvisa – commenta Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – soprattutto nel campo delle eccellenze enogastronomiche e del Made in Italy. Siamo contenti di poter contribuire a formare gli operatori e gli esperti di domani, dando loro l’opportunità di vedere da dietro le quinte quanto lavoro c’è nell’attività di promozione e valorizzazione di un prodotto di qualità come il Chianti”.
“Il potenziale motivante di queste nostre attività in varie nazioni del mondo è enorme sia sugli allievi che sui docenti” dichiara il Dirigente del “Datini” Daniele Santagati, orgoglioso di aver dato l’avvio, con la rete della quale è capofila, “ad un processo di internazionalizzazione dell’Offerta Formativa” che coinvolge numerose omologhe scuole d’eccellenza di tutto il territorio nazionale.
“Tutto il sistema del Made in Italy può trovare nelle migliori realtà scolastiche potenti alleati, caratterizzati da grande entusiasmo e inesauribili risorse umane”, prosegue Santagati.
Negli eventi previsti all’interno della collaborazione fra il Consorzio Vino Chianti e l’Istituto Datini di Prato, i ragazzi parteciperanno attivamente alle più importanti attività di promozione enologica con gli espositori con attività di allestimento sala, servizio agi intervenuti.
In alcune occasioni all’estero si procederà anche all’allestimento di corner e alla preparazione di piatti tipici della cucina toscana/italiana che saranno serviti agli intervenuti. L’enogastronomia utilizzata come biglietto da visita del Made in Italy. Il primo appuntamento è previsto a Verona, dal 7 al 9 aprile, per il Vinitaly; si prosegue poi, in Cina, a Guangzhou dal 3 al 5 giugno.
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FIRENZE – Apertura al nuovo “nuovo mondo”, ma anche sguardo ai mercati maturi. La strategia del Consorzio si rivolge non solo alla domanda emergente nei paesi dell’Estremo Oriente, con la partecipazione nei prossimi mesi a fiere di settore come la ProWein Shanghai a novembre e a VinExpo Hong Kong a maggio 2020, ma presidia e rafforza la sua presenza anche sui mercati storici, come la Germania.
Il mercato tedesco nel 2018 ha assorbito 8% della produzione del Gallo Nero, e l’obiettivo adesso è la crescita, in particolare nel settore dell’alta ristorazione. In questi giorni a ProWein, una delle fiere di settore più importanti del mondo, il Chianti Classico, che partecipa dal 1998, si presenta con 45 aziende e 198 etichette (Halle 16 H50).
Le prime impressioni sono molto positive: soddisfazione dei produttori per la qualità del pubblico della fiera (professionisti del settore e stampa specializzata). Agli stand del Gallo Nero i visitatori si dividono tra extra europeri e europei, con una lieve prevalenza di questi ultimi; importante la presenza di wine buyer dei ristoranti e di distributori specializzati in ristorazione.
Momento clou della fiera è la premiazione del Gran Premio Internazionale del Vino Mundus Vini, organizzato da Meininger Verlag e giunto alla sua 24° edizione. In gara circa 7.200 vini di 156 tenute diverse, da cui l’Italia è uscita vincitrice con il maggior numero di riconoscimenti. A livello nazionale, la Toscana si è aggiudicata il secondo posto, trainata dai Chianti Classico (un’etichetta premiata su quattro è firmata Gallo Nero), confermando l’apprezzamento per i vini della denominazione.
Dopo ProWein, altri due appuntamenti attendono il Gallo Nero in Germania: due seminari dedicati agli osperatori del settore, il primo a maggio ad Amburgo, e il secondo in autunno a Monaco, capitale della Baviera.
“La Germania è uno dei mercati storicamente più affezionati al Chianti Classico – afferma Giovanni Manetti, Presidente del Consorzio – decenni di conoscenza hanno garantito una base importante per le vendite all’estero. Adesso dobbiamo consolidare la presenza del Chianti Classico nelle carte dei ristoranti di alto livello, un settore molto ben sviluppato nel paese, dove ci troviamo di fronte una nuova generazione di operatori molto preparati e entusiasti.”
Il primo passo di quest’anno è proprio la partecipazione a ProWein, che si conferma uno degli appuntamenti imprescindibili dell’agenda internazionale, una fiera che attrae oltre 60.000 visitatori altamente qualificati, provenienti da tutto il mondo.”
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FIRENZE – Avrà diverse sedi, nelle maggiori città di Cuba, Colombia e Perù, la Chianti Academy Latam, dedicata appunto all’America Latina. Le prime inaugurazioni sono attese per l’inzio del mese di ottobre 2019. La notizia è stata diffusa in occasione del Latam Tour del Consorzio fiorentino, appena concluso.
Dopo la Cina, dove è stato addirittura registrato il nome “Chianti”, il Consorzio guidato da Giovanni Busi punta a mettere le radici in un’altra zona ritenuta ad altissimo potenziale di crescita per il vino italiano: il Sud America.
“Il successo del Latam Tour – commenta il presidente del Consorzio Vino Chianti, Giovanni Busi – conferma che per le nostre aziende si aprono prospettive nuove e interessanti, in un mercato in crescita, su cui stiamo investendo risorse e professionalità”.
“Vogliamo creare un presidio costante e strategico per consolidare la nostra presenza. Il lancio della Chianti Academy Latam ha anche questo obiettivo: rafforzare la conoscenza sui nostri vini e conquistare fette di mercato sempre più consistenti attraverso progetti specifici e a lungo termine”, conclude Busi.
L’accademia è dedicata a professionisti del settore per diventare esperti del vino Chianti Docg. I partecipanti avranno l’opportunità di conoscere la storia e la cultura legata della Denominazione, la filiera produttiva e le politiche di tutela del prodotto, oltre gli abbinamenti con il cibo.
IL TOUR IN AMERICA LATINA Cuba, Colombia e Perù in meno di un mese. Queste le tappe del tour sudamericano del Consorzio, che ha previsto seminari, degustazioni professionali, eventi e soprattutto il lancio della nuova Chianti Academy Latam.
A Cuba, gli incontri e seminari con diversi importatori provenienti da Messico, Panama, Brasile, Argentina, Perù e Colombia, che hanno visto anche la presenza di operatori cubani. Evento clou a L’Avana, con il grande omaggio al Cinquecentesimo anniversario della fondazione della città con la “Chianti Magnum Celebration”: degustazioni di Chianti formato magnum, in tutte le sue declinazioni, abbinato alla cucina locale e ai migliori sigari habanos.
Dopo la tappa a Medellin, in Colombia, con incontri specifici con operatori e professionisti del settore, il Consorzio si è spostato a Lima per una serie di appuntamenti dalla declinazione decisamente più enogastronomica. Per la prima volta infatti è stata organizzata una masterclass alla prestigiosa scuola Cordon Blue, la più importante dell’America Latina.
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FIRENZE – Pioggia e sole. Nuvole e schiarite di sereno. La degustazione delle nuove annate di Chianti Docg e Morellino di Scansano Docg rispetta le attese del pronostico.
L’andamento climatico ha condizionato la vendemmia 2018, che ha fatto registrare una produzione di poco inferiore alla media (10-15%). Qualche punta di qualità riscontrabile ieri alla Fortezza da Basso di Firenze, dove è andata in scena l’Anteprima Chianti Lovers 2019.
Al tasting hanno preso parte i campioni di Chianti Docg 2018, Chianti Docg 2017, Superiore 2017 e Riserva 2016 delle varie sottozone, oltre a quelli di Morellino di Scansano Docg 2018 e Morellino di Scansano Docg Riserva 2016. Ecco i migliori assaggi.
CHIANTI DOCG 2018
Castello di Gabbiano: 90/100
Naso-bocca pulito, su frutta e speziatura. Bella freschezza, alcol integrato, vino già godibile ma di prospettiva. Leggermente sapido in chiusura, allungo sulla frutta (ciliegia, lampone, maturi eppure mai scomposti).
Conte Guicciardini: 90/100
Bel naso bocca. Naso di frutta fresca, croccante. Sottobosco preciso. In bocca sale e freschezza, in un gioco molto divertente e godurioso. Buona struttura e tannino di prospettiva.
Dianella: 89/100
Naso particolare, tra la nocciola e l’arachide (frutta secca), oltre al ribes e al lampone. In bocca buona freschezza.
Fattoria Casalbosco: 89/100
Caffè, spezie come il ginepro e il pepe, macchia mediterranea, leggera vena animale del Sangiovese. In bocca corrispondente, lunghissimo, con bellissimo frutto e spezia (curry e liquirizia).
Salcheto: 90/100
Impronta netta di agrume, arancia sanguinella, freschezza. Ha bisogno di un po’ di vetro per diventare super. Bella eleganza naso-bocca, corrispondente.
Fattoria Montellori: 89/100
Gran bella freschezza naso bocca. Spezia, frutto, sapidità al palato. Lungo sul frutto, prima di una chiusura di sipario sul tannino. Molto preciso, ben fatto, elegante.
CHIANTI COLLI ARETINI DOCG 2018
Mannucci Droandi: 88/100
Tannino potente, frutto presente, sale. Gran bella freschezza, di prospettiva. Quasi tagliente. Preciso il frutto, spezia e mineralità netta al palato. Da aspettare.
CHIANTI COLLI SENESI DOCG 2018
Agricoltori del Chianti Geografico: 89/100
Inchiostro, frutto, sale, in bocca verticale, tannino dosato, pronto e al contempo di prospettiva. Un Chianti importante, di ottima finezza oggi. Possibilmente da aspettare per farlo esprimere all’ennesima potenza. In bocca elegante, verticale, bella freschezza.
CHIANTI COLLI FIORENTINI DOCG 2017
Tenuta San Vito: 89/100
Inchiostro e frutta maura ma pulita, freschezza, sale. Molto beverino. Invoglia il sorso con i richiami a piccoli frutti rossi come ribes e fragola, uniti alla sapidità e alla vena acido-fresca.
CHIANTI SUPERIORE DOCG 2017
La Pieve – Famiglia Petracchi: 90/100
Tamarindo. Zenzero candito, arancia rossa, più buccia che polpa. In bocca fresco, tannico, di nuovo su note di agrume come l’arancia rossa. Lungo, salino, ottima pulizia e prospettiva futura.
Fattoria di Poggiopiano: 88/100
Frutto di bosco, profondo, mirtillo, fragolina di bosco. Mineralità.
CHIANTI COLLI FIORENTINI DOCG RISERVA 2016
Fattoria Le Sorgenti: 89/100
Tra l’animale e il frutto il naso, in bocca grandissima freschezza che accompagna fino al retro olfattivo. Tannino di prospettiva, frutto, leggeri richiami di miele. Succoso.
Tenuta San Vito: 89/100
Bel naso, molto particolare: rosmarino, freschezza, che poi si ritrova in bocca. Dolcezza al palato, unita a una certa struttura che fa pensare al perfetto accompagnamento a tavola con un piatto importante (selvaggina). Gran bella freschezza e tannino di prospettiva. Gastronomico.
CHIANTI COLLI SENESI DOCG RISERVA 2016
Mormoraia: 89/100
Uno dei più pronti al momento, tra frutto e incenso, frutto rosso come ribes e terziari come liquirizia, lunghissimi e freschi, con chiusura balsamica, mentuccia elegante. Bello e di prospettiva.
CHIANTI DOCG RISERVA 2016
Tenuta Moriniello: 90/100
Elegantissimo, pepe, liquirizia, bel frutto. Di prospettiva.
MORELLINO DI SCANSANO DOCG 2018
Col di Bacche: 89/100
Viola e pepe, erbaceo, erbe selvatiche di campo. In bocca frutto e sale, tannino di prospettiva. Grandissima freschezza. Già godibile, ma al contempo di prospettiva.
Val delle Rose: 89/100
Inchiostro, tannino, frutto, sale accentuato, anche al palato, liquirizia, balsamico.
Poggio Trevvalle: 88/100
Bocca e naso di prospettiva. Bel frutto, freschezza esemplare per la maturità del frutto, fasi in perfetto equilibrio. Chiusura tendente al sapido, apprezzabilissima.
MORELLINO DI SCANSANO DOCG RISERVA 2016
Bruni: 90/100
Venatura animale al naso, in bocca una grandissima precisione, frutto tendente al maturo ma composto, anche grazie a una sapidità molto più accentuata.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
FIRENZE – Fotografato, postato e taggato. Il Chianti è re dei social, secondo solo al Prosecco. Numeri da capogiro quelli della classifica stilata dalla Fondazione Qualivita e Ismea sui vini Dop e Igp più seguiti e menzionati sui social in un anno, con i dati rilevati da novembre 2017 a novembre 2018.
Il Chianti si guadagna così la medaglia d’argento su 15 etichette, seguito da prodotti d’eccellenza come Brunello e Amarone.
E’ stato infatti citato sui social 117.459 volte, il 47% da italiani e a seguire, con il 32%, da statunitensi e britannici con il 2%. Il social preferito è Instagram 41%, seguito da Twitter con il 21%, poi il 16% sui siti di news e il 14% sui blog.
“Un ottimo risultato per il Chianti – commenta Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – I social sono importantissimi per veicolare l’immagine di un prodotto, ancora di più per valorizzarne qualità e tradizione soprattutto fra i più giovani. Siamo felici di essere così condivisi e apprezzati, soprattutto da italiani, un bel segnale che rende merito al lavoro delle nostre aziende”.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
FIRENZE – Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta inviata da Giovanni Busi, Presidente del Consorzio Vino Chianti, all’Onorevole Danilo Toninelli.
La lettera è in risposta all’intervento del Ministro del 4 Gennaio scorso nel quale Toninelli di fatto relegava la questione ad un “mero” problema di recinzioni.
Egr.
On.le Danilo Toninelli
Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti
“Non è accettabile dover veder morire un ragazzo di 28 anni sull’autostrada perché si è trovato davanti all’improvviso un cinghiale. Tanto meno è accettabile la sottovalutazione di un problema che oramai ha assunto i tratti di una vera e propria emergenza nazionale.
La tragedia avvenuta nei giorni scorsi in A1 dove, a causa di un improvviso attraversamento di cinghiali, ha perso la vita un uomo di 28 anni e sono rimaste ferite altre 10 persone, infatti è solo il triste epilogo di una emergenza ormai nota a livello nazione e che nessun Governo ha voluto mai affrontare con decisione: gli ungulati.
Il nostro Paese, da nord a sud, ormai è in balia di un incontrollato quanto pericoloso aumento demografico di questi animali che si rendono quotidianamente protagonisti di una migrazione verso i centri abitati che, almeno fino ad oggi, sembra non interessare nessuno.
Sono anni che chi lavora la terra, dagli imprenditori agli agricoltori, si trova costantemente a fare i conti con i danni che questi animali provocano alle varie colture, senza poter fare niente per opporsi. Un vero e proprio bollettino di guerra in cui l’uomo è spettatore inerme di un fenomeno causato da un silenzio assordante con cui la politica, ieri e oggi, ha affrontato la questione.
Lascia quindi piuttosto perplessi che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, nei giorni scorsi abbia derubricato il problema ad un mero controllo delle recinzioni, segno evidente che non ha compreso a pieno la gravità di quanto sta accadendo.
Caro ministro, le possiamo assicurare che non si tratta di un problema di reti o guardrail, ma più semplicemente di selvaggina fuori controllo che si riproduce ormai da tempo senza nessuna cura da parte del suo proprietario. Ovvero lo Stato. Il paradosso infatti sta tutto qui: gli agricoltori e i cittadini si trovano a doversi difendere da quello che è per legge considerato un bene dello Stato.
Le imprese non si dovrebbero difendere dallo Stato, ma dovrebbe essere lo Stato a difendere le imprese. E invece a causa della presenza fuori controllo degli ungulati ogni anno noi imprenditori agricoli ci troviamo a dover rivedere al ribasso le stime delle nostre produzioni con gravi ripercussioni sui mercati. Nel mondo la competizione è spietata e le aziende che rappresentano il Made in Italy dovrebbero essere considerate un patrimonio di tutta Italia e di tutti gli italiani. Invece vediamo che non solo i nostri concorrenti stranieri sono aiutati dai loro Governi, ma che noi dobbiamo pagare la tassa occulta e indiretta dei danni provocati dagli ungulati. Per questo riteniamo che sarebbe giusto prevedere una legge sulla legittima difesa degli agricoltori dagli ungulati, in maniera tale da permettere a chi fa impresa di difendere se stessi e il proprio lavoro”.
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ROMA – Al ristorante, in Germania, si beve meno vino italiano di fascia alta ma si spende di più rispetto al passato. A dirlo è lo studio “Tendenze e prospettive per i fine wines italiani presso la ristorazione tedesca”, commissionato dall’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi all’Osservatorio Wine Monitor di Nomisma e presentato oggi a Roma nella sede dell’Associazione stampa estera (scaricabile integralmente qui).
Sotto la lente, 200 ristoranti (di cui il 78% di fascia medio-alta) segnalati dalle principali guide di settore e un campione di 1000 consumatori che normalmente bevono vino fuori casa.
Due filoni d’indagine da cui emerge come principale tratto comune una vera e propria ‘svolta campanilista’ verso lo stile alimentare tradizionale tedesco a discapito di quello straniero. Di fronte alla scelta del vino da inserire in carta, infatti, il 34% dei ristoratori sceglie principalmente in base all’origine tedesca e poi alla popolarità del vitigno (33%) e alla notorietà del brand (23%).
Sul versante dei consumatori, l’acquisto dei vini premium al ristorante (prezzo a bottiglia superiore ai 30 € per i bianchi e ai 40€ per i rossi) segue il criterio della tipologia (23%) e quello del territorio di produzione (21%) con in testa, nell’ordine, Germania, Francia e Italia.
Senza alcuna sollecitazione da parte degli intervistatori, i clienti dei ristoranti tedeschi coinvolti dall’indagine sono stati in grado di indicare solo alcune tipologie di vino italiano: Chianti, Lambrusco, Barolo, Primitivo e Montepulciano, a riprova del buon lavoro compiuto dai Consorzi, dai produttori e al netto della notorietà già acquisita da queste denominazioni.
Più in generale, su 2,5 miliardi di euro di vino importato nel 2017 in Germania, terzo mercato più importante dopo Usa e UK, il 36% è made in Italy. Negli ultimi cinque anni, in linea con il trend globale, i vini fermi imbottigliati provenienti dall’Italia sono calati in volume del 10%.
Ma hanno comunque registrato una quasi equivalente crescita in valore (+9,8%), a riprova di un evidente riposizionamento qualitativo in un Paese come la Germania, che dal canto suo sta riscoprendo una predilezione verso i local wine, bianchi in testa.
IL COMMENTO “Nell’ultimo quinquennio – spiega Denis Pantini, responsabile di Nomisma Wine Monitor – si sta assistendo ad un calo dei livelli di consumi (-1,5%) che rischia di diventare strutturale per diverse ragioni. Prima tra tutte, la mancata sostituzione generazionale tra i consumatori stessi”.
“Come per il mercato italiano, la popolazione tedesca che invecchia sta aumentando e, di conseguenza, beve meno, mentre i più giovani prediligono la birra, avvicinandosi al vino in età più matura. A ciò va aggiunta la riscoperta dei vini locali, che sta spingendo il consumatore a guardare sempre meno ai prodotti stranieri”.
“Non a caso, mentre l’import dei vini imbottigliati scende di oltre il 4% a volume, il consumo di vino tedesco tra il 2012 e il 2017 è cresciuto del 3%. Ma c’è poi una terza motivazione legata invece alla percezione del vino tricolore, che evoca tra i consumer essenzialmente un concetto di convivialità, mentre invece non sembra soddisfare a pieno il rapporto qualità-prezzo”, continua Denis Pantini.
“Emerge infatti che per molti degli intervistati i vini made in Italy proposti dalla ristorazione evidenziano prezzi in crescita non giustificata da incrementi qualitativi o legati all’innovazione. Va da sé quindi che il 53% dei ristoratori (63% tra quelli di fascia alta) dichiara di aver aumentato le vendite di vini tedeschi, malgrado gli italiani siano quelli maggiormente diffusi nelle wine list (li ha in carta l’88% degli esercizi intervistati)”.
Secondo l’indagine, sono dunque i teutonici, premium compresi, a primeggiare per il livello qualitativo percepito (35% delle preferenze), seguiti dai francesi (33%) e con distacco dagli italiani (14%). Una valutazione che trova corrispondenza anche nei rispettivi livelli di consumo.
Ma a detta dei ristoratori, la voglia dei clienti di bere sempre meno vini provenienti da altri Paesi, Italia inclusa, dipende principalmente dalla mancata conoscenza: basti pensare che alla domanda rivolta ai consumatori away from home su “quale vino italiano hanno bevuto nell’ultimo anno”, ben 6 su 10 non sono stati in grado di indicare né un brand né una denominazione.
In tal senso, sia per i ristoratori che per i consumatori interpellati, risulta quindi strategica l’organizzazione di eventi e degustazioni, anche se la proposta di inserire in carta brand che non si trovino contestualmente nei supermercati è in cima alle priorità espresse dal 35% dei ristoranti monitorati. Senza però dimenticare che in Germania, oltre l’80% dei vini viene venduto nei canali off-trade, discount in primis.
“Da tempo avvertiamo questo gap e anche un cambio di rotta sul mercato tedesco, ormai in continua evoluzione – dichiara Piero Mastroberardino, presidente dell’Istituto del Vino Italiano di Qualità Grandi Marchi, che riunisce diciannove tra le più importanti cantine del Belpaese – e l’indagine che abbiamo commissionato a Wine Monitor di Nomisma ci fornisce una conferma inequivocabile sul fatto che occorre lavorare sempre più sulla promozione, con azioni mirate sulla ristorazione, che di fatto rappresenta il principale canale di vendita dei fine wines in Germania.
“Negli ultimi anni – conclude Mastroberardino – abbiamo già organizzato diverse iniziative a Berlino, Amburgo, Colonia e Monaco alla presenza degli stessi produttori, proprio per raccontare in prima persona e far conoscere ulteriormente la tradizione, la cultura e l’altissima qualità del made in Italy enologico che la nostra compagine è in grado di rappresentare al meglio. Ma è evidente che occorre intensificare gli sforzi, perché il consumatore tedesco ha bisogno di conoscere la nostra grande varietà e i diversi territori di appartenenza”.
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Diciamocelo chiaramente. Ha suscitato qualche ilarità – cosa grave, anche tra una buona fetta di addetti ai lavori – la registrazione del marchio “Shiandi” (基安蒂) per il Chianti in Cina. Una mossa volta a favorire l’export, che ha riacceso facili ironie di caratura calcistica.
Passata la fase di autoindotto solletico ascellare italiota – pratica che investe tutte le “cose nuove” che si verificano in un Paese notoriamente allergico all’innovazione e alla presa di coscienza del reale Anno Domini – la trovata del Consorzio di Tutela fiorentino non può che essere giudicata positivamente.
PIZZA E COCA-COLA
Abbiamo infatti approfondito il discorso. Scoprendo che molte parole, in Cina, godono di “translitterazioni” simili a quelle utilizzate dal team toscano capitanato da Giovanni Busi. Tecnicamente si chiamano loanword, ovvero “parole in prestito”. A Pechino si comunica senza un vero e proprio alfabeto e con un complesso sistema di caratteri e fonemi.
E allora ecco che 披萨 si tradurrebbe “PY pīsà”: ovvero “pizza“. Due simboli: “PY”, ovvero “tagliare”, e “SA”, una parola senza significato particolare – come potrebbe essere un cognome – utilizzata solo per l’assonanza fonetica.
Ancora più chiaro l’esempio con la bevanda più famosa del mondo: la Coca-Cola: 可口可乐, ovvero “Kĕkŏu Kĕlè”. I caratteri usati per traslitterare il marchio sono interpretabili in diversi modi. Ma in mandarino, guarda caso, rappresentano una “deliziosa felicità”. Tutto tranne che burloni, quelli del Consorzio del Chianti. O no?
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Ancora pochi giorni al via della VI Granfondo del Gallo Nero, la gara ciclistica prodotta dal Consorzio Vino Chianti Classico in collaborazione con la Ciclistica Grevigiana, che il 30 settembre porterà oltre 1500 appassionati della bicicletta nel cuore del Chianti.
Per accontentare ancora gli ultimi ritardatari il Consorzio ha deciso di proporre altri 100 pettorali sabato 29 direttamente al village della gara ai giardini pubblici di Radda in Chianti. Ma il confronto sportivo è solo uno degli attrattori di questo appuntamento.
Negli ultimi anni, infatti, l’evento ha visto un’escalation di iscritti da fuori regione e dall’estero, che raggiungono il territorio del Gallo Nero insieme alla famiglia per vivere un weekend all’insegna non solo dello sport ma più in generale del buon vivere, nel cuore di un giacimento di prodotti di assoluta eccellenza.
Tra questi, in prima fila c’è il “padrone di casa”, il vino Chianti Classico, che proprio nei giorni della Granfondo vive il suo momento più importante, quello della vendemmia. Come ogni anno, quindi, gli iscritti a questa suggestiva Granfondo potranno correre in un contesto unico al mondo tra pievi, colline, abbazie e tra i filari carichi del Sangiovese di uno dei vini più apprezzati di sempre, su due percorsi alternativi tra Firenze e Siena.
La Granfondo di 133 km (2.620 mt di dislivello complessivo) attraverserà prima il versante fiorentino per poi scendere a sud verso quello senese e, chi volesse optare per un percorso non eccessivamente impegnativo, può iscriversi alla Mediofondo di 86 km(1.525 mt dislivello).
Il percorso si snoda nel territorio del Gallo Nero attraversando cinque comuni (Radda in Chianti alle ore 9; Greve in Chianti dalle 9.30 alle 9.55; San Casciano Val di Pesa dalle 10.00 alle 10.45; Tavarnelle Val di Pesa dalle 10.25 alle 11.15; Castellina in Chianti dalle 10.50 alle 11.55; Gaiole in Chianti dalle 12.00 alle 13.55).
“Con grande piacere do il benvenuto agli amici che raggiungeranno il nostro territorio il prossimo fine settimana per correre la Granfondo del Gallo Nero – afferma Giovanni Manetti, Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico – da sempre il nostro impegno è rivolto al rispetto e alla protezione di questo territorio di cui i nostri vini sono i primi ambasciatori”.
“Da Presidente del Consorzio, produttore ma anche come appassionato di ciclismo – continua Manetti – mi sento orgoglioso di poter mostrare ai tanti iscritti a questo evento uno scenario che non ritroveranno in nessuna altra gara al mondo. Pur essendo una competizione, sono sicuro che in questo caso le emozioni più belle le darà il tragitto più che il traguardo”.
Oltre la gara. Tra i valori aggiunti della Granfondo del Gallo Nero un “Village delle eccellenze” che accoglierà atleti e accompagnatori a fine gara con un pranzo a base dei migliori prodotti DOP della zona, a partire dal vino Chianti Classico, che sarà servito nel nuovo calice del Gallo Nero, in omaggio a tutti i partecipanti.
Un Village che sarà a plastica zero, grazie all’utilizzo di stoviglie biodegradabili e acqua servita in bottiglie di vetro. Compreso nel prezzo di iscrizione di 50€, un pacco gara davvero speciale: come da tradizione comprenderà una maglia tecnica Sportful modello bodyfit che per i primi 1000 iscritti sarà in versione limited edition 2018.
Il disegno della maglia ufficiale, ogni anno affidato ad un artista diverso, è stato ideato da Andrea Nicita, che ha riportato sulla maglia alcuni elementi distintivi del vino e della bicicletta con il suo particolarissimo tratto, capace di restituire forza ed emozione all’immagine protagonista della maglia di questa VI edizione.
IL PROGRAMMA COLLATERALE
Per accogliere nel migliore dei modi le centinaia di iscritti da fuori regione e le loro famiglie il Consorzio ha studiato una proposta mirata a far conoscere le principali peculiarità del Gallo Nero attraverso attività dedicate a tutta la famiglia.
Sono previste già dal sabato visite in cantine, corsi di degustazione e di cucina, percorsi sensoriali sul Chianti Classico nella sua “Casa” di Radda in Chianti (casachianticlassico.it) dove si svolgerà anche la cena pre-gara anticipata da una particolarissima degustazione.
Saranno proposti in abbinamento alcune grandi etichette del Chianti Classico e momenti epici della storia del ciclismo, condotta dal giornalista de La Nazione Paolo Pellegrini insieme al padre di Eroica Giancarlo Brocci.
Per tutte le informazioni, iscrizioni sulla gara e il suo programma collaterale, pacchetti fine settimana e sistemazioni alberghiere: www.granfondodelgallonero.it.
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Tavarnelle V.P. – C’è gran fermento per la prossima edizione di Radda nel Bicchiere, l’immancabile appuntamento con i vini del Gallo Nero nel suggestivo borgo di Radda in Chianti, giunto quest’anno alla 23ma edizione.
Sabato 26 e domenica 27 maggio 2018, il piccolo comune nel cuore del Chianti Classico vedrà le vie affollate da centinaia di visitatori appassionati che potranno godersi un paesaggio mozzafiato, accompagnati da un calice di ottimo vino. Parteciperanno circa trenta aziende per un totale di quasi cento etichette sparse nelle bellissime e suggestive vie del centro storico, per una grande festa dedicata al prodotto principe del territorio famoso in tutto il mondo: il Chianti Classico.
Ospiti d’onore di questa edizione saranno i vini, base Pinot Nero, dell’Appennino toscano, protagonisti anche di una degustazione a numero chiuso. Davide Bonucci di Enoclub Siena accompagnerà invece i partecipanti a esplorare le varie sfaccettature del Vin Santo di Radda in Chianti.
Per due giorni, degustazioni nel bicchiere griffato guidate direttamente dai produttori, vini a prezzo di cantina e “assaggi alla cieca” con premiazione finale, il tutto nella cornice del delizioso borgo del Chianti senese.
La manifestazione aperta al pubblico sarà anticipata, nella giornata di venerdì 25 maggio, da un evento esclusivo per la stampa e opinion leader del vino, organizzato con la collaborazione del Consorzio Vino Chianti Classico.
L’evento che si svolgerà a Casa Chianti Classico, quartier generale della storica denominazione, prevede, oltre al consueto programma di assaggi, anche un seminario dal titolo “La California in Chianti”, condotto dalla dott.ssa Valentina Canuti (Università degli Studi di Firenze).
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Il mancato accordo sulla tutela dei prodotti alimentari ad indicazioni geografica (Dop/Igp) colpisce quasi un miliardo di esportazioni Made in Italy con il via libera a imitazioni e tarocchi, dal Parmesan al falso Prosecco fino al Chianti, Barolo e al Valpolicella in polvere.
E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento al testo dell’accordo sulla Brexit che nella parte relativa alla tutela delle Dop e delle Igp (articolo 50 comma 2) è segnata in bianco, il che significa che non c’è intesa a livello politico sulla questione e che occorre negoziare ancora.
Proprio in Gran Bretagna è stata smascherata dalla Coldiretti la vendita di miracolosi kit che promettono in poche settimane di produrre in casa i vini ed i formaggi italiani piu’ prestigiosi al costo di poche sterline, ma sono stati in passato denunciati anche i casi della vendita del falso Prosecco alla spina in un mercato come quello inglese che assorbe una bottiglia di Prosecco italiana su tre vendute all’estero.
A preoccupare – continua la Coldiretti – è anche il rischio che con l’uscita dall’Unione Europea si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole all’esportazioni agroalimentari italiane come l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che si sta diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che boccia ingiustamente quasi l’85% del Made in Italy a denominazione di origine (Dop). L’etichetta semaforo indica – conclude la Coldiretti – con i bollini rosso, giallo o verde il contenuto di nutrienti critici per la salute come grassi, sali e zuccheri, ma non basandosi sulle quantità effettivamente consumate, bensì solo sulla generica presenza di un certo tipo di sostanze, porta a conclusioni fuorvianti arrivando a promuovere cibi spazzatura come le bevande gassate dalla ricetta ignota e a bocciare elisir di lunga vita come l’olio extravergine di oliva ma anche il Parmigiano Reggiano o il Prosciutto di Parma.
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Lambrusco, Chianti e Montepulciano d’Abruzzo sul podio dei vini più venduti nei supermercati italiani. E’ quanto emerge dalla ricerca elaborata per Vinitaly dall’istituto di ricerca IRI sui consumi di vino nella Grande distribuzione nel 2017.
Gli italiani hanno acquistato 648 milioni di litri nella Grande distribuzione, il canale di vendita principale del vino, per un valore che vede il traguardo dei 2 miliardi di euro (1 miliardo e 849 mila milioni di euro), dati inclusivi dei Discount.
Vini bianchi fermi, vini a denominazione d’origine, vini regionali, spumanti secchi. Questi i vini preferiti nel 2017. I rossi più richiesti provengono da Toscana, Emilia Romagna, Piemonte. I bianchi da Veneto, Trentino, Sicilia.
I NUMERI
Tra i vini i cui acquisti crescono a doppia cifra: Grillo (Sicilia), Primitivo (Puglia), Ortrugo (Emilia Romagna), Ribolla (Friuli Venezia Giulia), Valpolicella Ripasso (Veneto), Cortese (Piemonte), Passerina (Marche), Chianti Classico (Toscana), Cannonau (Sardegna), Pecorino (Abruzzo/Marche), Falanghina (Campania). Mentre i campioni assoluti rimangono Lambrusco, Chianti e Montepulciano d’Abruzzo.
Le bottiglie da 0,75 a denominazione d’origine crescono nel 2017 del 2% rispetto all’anno precedente con 280 milioni di litri venduti. Gli spumanti (e champagne) aumentano del 4,9% con 68 milioni di litri. Da notare anche la performance del rosato frizzante che cresce del 3,9%.
Prosegue il trend negativo dei “bottiglioni” (fino a 2 litri) che perdono un ulteriore 2,5%, mentre i brick registrano una flessione dello 0,6%. In crescita il formato “bag in box”, ancora di nicchia: +5,4%.
In forte crescita le vendite di vino e spumante biologico che superano i 4 milioni di litri venduti, confermando un percorso che ha ancora ampi margini di crescita.
“Se la quantità di vino acquistato nella Grande Distribuzione è stabile da anni – spiega Virgilio Romano, Business Insight Director di IRI, coordinatore della ricerca – i consumatori mostrano di apprezzare le novità, accogliendo favorevolmente le proposte delle cantine”.
“I vini a denominazione d’origine vendono 5,5 milioni di litri in più nel 2017 – continua Romano – così come crescono bollicine e vini bianchi, inoltre aumentano le tipologie regionali che si fanno apprezzare ogni anno per i tassi di crescita. I Vini emergenti si fanno apprezzare per posizionamenti di prezzo non bassi (oltre la metà superiore a 4 euro) e questo è un aspetto positivo perché dimostra la disponibilità del consumatore a premiare novità e valore“.
IL FENOMENO SPUMANTI “Il successo degli Spumanti ha spinto molte cantine a dedicarsi a questo prodotto – conclude Romano – ormai sulla via della destagionalizzazione nella versione Secco. Infine, i prezzi nel 2018 dovranno sostenere una sfida non banale a causa della vendemmia 2017 poco generosa ed al conseguente rialzo atteso”.
“La grande distribuzione organizzata si mantiene un canale di vendita molto importante per il mercato italiano – commenta Giovanni Mantovani, Direttore generale di Veronafiere – capace di far emergere nuovi vini e territori e di assecondare nel tempo la richiesta di prodotti di maggiore qualità anche per il consumo quotidiano”.
“Un’evoluzione che Vinitaly sta seguendo negli anni, diventando il luogo di analisi e confronto tra Gdo e settore enologico e soprattutto proponendo alle cantine espositrici incontri B2B con i buyer delle insegne della distribuzione organizzata. Con l’International Packaging Competition Vinitaly da oltre venti anni promuove la cultura del comunicare con efficacia attraverso l’etichetta e la confezione il valore del prodotto”.
L’appuntamento a Vinitaly è per il 16 aprile, alla tavola rotonda di approfondimento sulle vendite di vino nella Gdo, con focus quest’anno sul mercato del vino italiano nei supermercati Usa. Il 16 e 17 aprile in calendario gli incontri B2B del Gdo Buyers’ Club.
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Non solo uno dei vini italiani più famosi al mondo, ma anche uno di quelli storicamente più importanti. Troviamo tracce storiche del Chianti già nel XVI secolo, passando poi per la prima definizione dei confini della zona di produzione nel 1716 e attraverso la prima forma di definizione dell’uvaggio, grazie al Barone Bettino Ricasoli nella prima metà del 1800.
Una lunga storia che giunge a noi attraverso la costituzione del consorzio del Gallo Nero nel 1924 e dall’introduzione della specifica “classico” nel 1932, e un disciplinare modificato l’ultima volta nel 2013.
È il tempo, quindi, a consegnarci il Chianti Classico. Ma, all’atto pratico, come si comporta il vino alla sfida col tempo? È stata la sezione di Varese dell’Onav a tentare di dare una risposta. Organizzando una splendida verticale di Chianti Classico Riserva “Il Poggio” di Castello di Monsanto, lo scorso 26 gennaio. Cinque vini, uno per decennio. Per assaporare lo scorrere del tempo.
LA VERTICALE Riserva Il Poggio 2013. 14,2% per un vino nato in un’annata fresca ed equilibrata. Vinificazione in tonneaux sia di primo che di secondo passaggio, delestage per una estrazione dolce. Uvaggio 90% Sangiovese e 10% Colorino.
Colore rubino non particolarmente inteso, unghia lievemente aranciata. Molto intenso al naso, pulito. Quasi non avvertiamo sentori terziari, ma grandi note fruttate. Ciliegio, viola, una leggera nota terrosa. Solo dopo un po’ avvertiamo un leggero sentore tostato o di legna da camino. In bocca è piacevole con un tannino leggermente aggressivo ed amaricante. Molto fresco grazie alla viva acidità.
Riserva Il Poggio 2006. 14% figli di un’annata altalenante con stagione di raccolta ottimale. 18 mesi in tonneaux.
Più colorato del precedente, più carico, più coprente. Anche al naso è più intenso e regala sensazioni diverse. Marmellata di lamponi, vaniglia, fiori appassiti, marasca. Iniziamo a percepire una maggiore presenza di note terziarie come pepe, chiodi di garofano, cacao, terra. Chiude una nota mentolata.
In bocca il tannino è vivo, deve ancora evolvere. Meno amaro del 2013 il sorso è pulito e chiude con una lunga persistenza.
Riserva Il Poggio 1999. 13,8%. il 40% del vino fa barrique per 8 mesi, 60% botti di slavonia da 50hl. Vent’anni iniziano a farsi sentire e il vino cambia registro. Colore integro, al naso si avvertono subito sentori di rabarbaro e radici ed agrume (chinotto).
I terziari si spendono in note di pepe, terra, ruggine, tamarindo e legni balsamici. Profumi molto diversi rispetto ai due fratelli minori assaggiati in precedenza. All’assaggio è integro, nessuna ossidazione, fresco ed armonico accompagna la persistenza con un retro olfattivo ricco di caffè e marasca.
Riserva Il Poggio 1982. 13,9%. Tre anni e mezzo in botti Slavonia da 50hl. Un’annata che già all’epoca fu considerata “di allungo”, capace di dare vini longevi.
Nobile color aranciato al naso somiglia più al 2006 anche al 1999. Marmellata di frutti rossi, terra, grafite, cacao, caffè, tabacco ed una nota balsamica. Agile in bocca, di buona acidità e tannino vellutato. Persistente. Stupisce per la sua gioventù e per la sua schiettezza.
Riserva Il Poggio 1977. 13,8%. Tre anni e mezzo in botti Slavonia da 50hl. Annata regolare. Colore che tende al bruno. Al naso è difficile e contrastante. Radici, tamarindo, liquirizia, rabarbaro. Una nota dolciastra che può ricordare l’assenzio o il vermuoth ma sempre in contrasto con le note secco/amare.
Pulito, senza “danni”, fa sentire i suoi anni. In bocca è meno integro del precedente ma l’acidità ancora supporta il sorso. Equilibrato ed armonico il tannino ancora “asciuga” la bocca.
CASTELLO DI MONSANTO, “CRU” IL POGGIO
Il Castello di Monsanto risale alla metà del 1700, ma è molto più recentemente che il suo nome diventa iconico nel mondo del Chianti.
Nel 1961 viene acquistato da Aldo Bianchi, incantato dalla vista che si gode dal suo terrazzo, e lo donò al figlio Fabrizio in occasione del suo matrimonio.
Stregato dai vini della tenuta Fabrizio iniziò a dedicarsi ad essi. Nel 1968, in controtendenza con quanto era in uso allora, decise di eliminare le uve a bacca bianca dall’uvaggio.
Il messaggio era chiaro: è il Sangiovese la vera ricchezza di questa terra. Nello stesso anno la scelta di eliminare i raspi per ottenere un vino più complesso ed equilibrato.
Tutto questo applicato alle uve provenienti dal vigneto Il Poggi. 5,5 Ha, il primo “cru” di Chianti Classico.
Vigneto collinare che insiste su galestro, un terreno scistoso argilloso che tende a sfaldarsi naturalmente e che dono al vino i suoi particolarissimi sentori.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
(4 / 5) Da una terra di antichissime tradizioni etrusche e romane nasce il Chianti, per secoli uno dei più famosi vini italiani all’estero, immortalato nel celebre fiasco impagliato divenuto ormai un’icona del bere, da un ventennio nobilitato dalla Denominazione di Origine Controllata e Garantita (DOCG).
In vendita nei supermercati Despar, il Chianti Classico Poggio Rececconi, vendemmia 2014 si rivela un buon prodotto per rapporto qualità/prezzo, consigliato per chi sia alla ricerca di un abbinamento per una cena a base di carne. Un rosso franco, beverino, corposo ma agile, con profumi caratteristici di fiori e frutti di bosco arricchiti da note speziate, ideale come vino da pasteggio.
LA DEGUSTAZIONE
All’analisi sensoriale il Chianti Classico Docg Poggio Rececconi vira su tonalità rosso rubino di discreta trasparenza. Naso abbastanza intenso in cui prevalgono note fruttate di ciliegia, prugna, more e fiori di viola mammola. Cenni di liquirizia, cuoio e tostatura. Sorso di buon corpo, con un’acidità netta, ma senza spigoli, tannini polverosi e morbidi. Gli aromi di bocca risultano piuttosto diluiti, ma ritornano sensazioni di frutta nera, liquirizia e fondente. Persistenza media, ottima beva.
Ideale compagno della bistecca alla fiorentina, il Chianti Classico si abbina ottimamente ai sughi di pomodoro, al caciucco, alla trippa in umido e ai pici con il ragù di Chianina.
LA VINIFICAZIONE
Il Chianti Classico prevede un uvaggio dominato per almeno l’ 80% da Sangiovese con aggiunta di altri vitigni a bacca nera fino ad un massimo del 20%. Il Poggio Rececconi è un blend di Sangiovese, Cabernet e Colorino. Fermenta a temperatura controllata in serbatoi di acciaio inox, svolge quindi la malolattica e affina per undici mesi in grandi botti di rovere prima dell’imbottigliamento.
Chianti Classico Poggio Rececconi è prodotto da Società Agricola Valiano viticoltore in Castelnuovo Berardenga (SI) e imbottigliato da Tenute Piccini di Castellina in Chianti (SI). Il marchio rientra nell’assortimento di “Cantina Despar” ed è legato in via esclusiva alla grande distribuzione.
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(3,5 / 5) Esse(l’)allunga. Anzi, lo gonfia. Non tutti gli sconti sono veri e propri “affari”. E’ bene tenerlo a mente nelle corsie del vino al supermercato.
Esempio lampante quello del Chianti Docg Conti Serristori 2016. In questi giorni al 50% sugli scaffali di Esselunga (2,99 euro al posto di 6 euro).
Un prezzo che pare di per sé “gonfiato” ad hoc. Online, la stessa bottiglia è in vendita a meno di 5 euro (prezzo pieno).
Centesimo più, centesimo meno, sono diversi i siti web che confermato la poco elegante operazione del colosso milanese della Grande distribuzione. Tant’è.
LA DEGUSTAZIONE
Il calice di questo Chianti Docg, che in etichetta riporta il simbolo del casato dei Conti Serristori, si tinge di un rosso rubino piuttosto trasparente. Il naso è quello dei Chianti “duri” e poco aggraziati.
Se da un lato risultano tipiche le note di frutti a bacca rossa e di fiori di viola, dall’altro il legno dell’affinamento risulta davvero troppo invadente. Non stiamo parlando della classica vena “vanigliata”. Piuttosto di una sensazione “verde”, scomposta.
Una caratteristica riscontrabile anche al palato, dove i tannini, pur mascherati da una vena sapida nel finale, contribuiscono a sgraziare le note fruttate incontrate al naso, già di per sé poco fini.
Insomma, un Chianti da abbinare a piatti decisi, a base di carne rossa. Oppure, ad oggi, da dimenticare in cantina. Sperando che il quadro gusto-olfattivo ne guadagni, riequilibrandosi nel tempo.
LA VINIFICAZIONE
Il Chianti Docg Conti Serristori è ottenuto all’85% da uve Sangiovese grosso. Completa il “blend” un 15% di vitigni complementari. Le vigne vengono selezionate nella parte senese della zona classica del Chianti, sul territorio dei comuni di Castellina e Radda.
I vigneti sono allevati a Guyot e cordone speronato, su colline di 300-350 metri di altitudine bene esposte e di
composizione diversa, con microclimi differenti. La produzione di uva per ettaro è di 75 quintali, con una resa in vino del 70%.
Le uve mature, raccolte durante la prima decade di ottobre, sono vinificate tradizionalmente “in rosso”, con un paio di settimane di macerazione e con frequenti rimontaggi. La fermentazione, previa l’aggiunta di lieviti selezionati, si svolge alla temperatura controllata di 25 gradi.
La maturazione avviene in fusti di rovere del Limousin: una scelta che potrebbe motivare l’eccessiva “durezza” del vino, percepita durante la degustazione. Prima dell’immissione in commercio, questo Chianti affina ulteriormente in bottiglia per diversi mesi.
La cantina Conti Serristori, operante in località Gaggiano a Poggibonsi, in provincia di Siena, è un’azienda storica della Toscana del vino. Oggi fa parte di Giv, Gruppo italiano vini, uno dei maggiori player del settore in Italia, con importanti partecipazioni in società estere.
Centoquarantacinque gli ettari di vigneti di Serristori, che si estendono tra il cuore del Chianti Classico e la città di San Gimignano. Alla cantina principale si affianca quella destinata alla vinificazione e all’affinamento della Vernaccia.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Sufficienza abbondante solo per tre dei 24 vini della linea “Integralmente prodotto” di Eurospin. Questo il responso della degustazione effettuata ieri dalla nostra redazione. In batteria, tutti i vini sponsorizzati per il secondo anno consecutivo dall’ex campione del mondo dei sommelier, Luca Gardini.
Un carrello della spesa pieno di delusioni, anche a fronte di una spesa complessiva di appena 60 euro. Ma allora chi ha bisogno di chi? Gardini di Eurospin? O Eurospin di Gardini? Senza dubbio la seconda delle ipotesi. “Integralmente prodotto” risulta una linea debole alla prova del calice. Il marketing creato ad hoc nei punti vendita e sui social network, attorno alla figura del noto sommelier, solleva (anche se di poco) l’asticella.
A caccia della campionatura necessaria alla degustazione, ci siamo imbattuti peraltro in annate diverse della stessa tipologia di vino. Segno che l’operazione Eurospin-Gardini è utile anche come “svuota magazzino”. Caso esemplare quello del Merlot Doc Friuli Grave “Il Greto” – prodotto dalla Viticoltori Friulani La Delizia Sca di Casarsa – presente a scaffale con diversi cartoni della vendemmia 2013, oltre alla 2014.
La scarsa riconoscibilità della maggior parte dei vitigni inseriti nella linea “Integralmente prodotto”, inoltre, non fa bene al consumatore. Neppure a quello sprovvisto di palato critico: quello a cui immaginiamo si rivolga Eurospin. Il quadro è quello di un pericoloso appiattimento della qualità media espressa sullo scaffale vini dell’insegna.
Eppure non mancano i nomi noti neppure tra i produttori ai quali si è rivolta la catena Gdo per questa sorta di Private label mascherata. Oltre alla già citata “Delizia La Casarsa,” troviamo la cooperativa pugliese Due Palme per Negroamaro e Primitivo, la Cooperativa di Sant’Antioco per il Carignano del Sulcis, Cantina Valpolicella Negrar per il Bardolino e l’onnipresente Cantina di Soave per il Soave. Tutte etichette bocciate.
Escono meglio la siciliana Cantine Settesoli con il Grillo, e la lombarda Cantina di Casteggio (Terre d’Oltrepò), in Oltrepò pavese, con lo spumante Metodo Classico di Pinot Nero Docg. Prodotti che si aggiudicano una stiracchiata sufficienza gusto-olfattiva, visto anche il rapporto qualità prezzo.
Di seguito le nostre note di degustazione dell’intera linea di vini “Integralmente prodotti”, con relativa valutazione in “cestelli della spesa”, anticipate dalla descrizione dell’ufficio marketing-pubblicità di Eurospin.
LA DEGUSTAZIONE
Müller Thurgau Vigneti delle Dolomiti Igt 2016 “Poderi di Enrico II”
Giallo paglierino scarico con riflessi verdognoli. Il green feeling del colore rimane anche al naso, in cui alla frutta bianca si accompagna una nota leggermente muschiata. Bocca agile, dinamica, agrumata non troppo impegnativa, ma neppure troppo complicata.
(2 / 5) Giallo paglierino scarico, riflessi verdolini. Naso di frutta a polpa bianca matura, litchi, ananas, papaya matura. Ingresso morbido, frutto maturo, che vira su sensazioni talco e mentuccia. Corto di persistenza, chiude leggermente amarognolo.
Soave Doc 2016 “La Pieve”
Agrumi e frutta bianca al naso. In fase di assaggio il refrain non cambia, almeno nella parte iniziale e centrale del sorso. Il finale invece è caratterizzato da toni sapidi che donano al sorso una discreta persistenza post assaggio.
(2 / 5) Giallo paglierino scarico, un po’ velato. Naso morbido, pesca gialla matura. Alla corretta temperatura viene fuori il minerale, qualche nota vegetale, un filo leggero di pepe bianco e buccia di pompelmo. Ingesso morbido al palato, sulla frutta a polpa bianca. Svolta prima acido-agrumata, poi sapida. Persistenza tutta sul sale, comunque corta. Un vino duro.
Verduzzo Veneto Igt frizzante 2016 Meolo
Profumi di frutta bianca e una leggera nota che ricorda la salvia. In bocca le sensazioni paiono decisamente più agrumate. A non cambiare invece è la nota piacevolmente balsamica che si avvertiva anche al naso. Molto versatile in fase di abbinamento.
(2,5 / 5) Bianco carta. Pera kaiser al naso, pesca bianca. Corrispondente in bocca. Grande morbidezza al palato, dovuta a un residuo zuccherino piuttosto evidente.
Pinot Grigio Vigneti delle Dolomiti Igt 2016 “Poderi di Enrico II”
Al naso parte delicato con profumi fruttati, in particolare su quelle tonalità che fanno ricordare la frutta a polpa bianca. Il sorso si muove sulle stesse coordinate del naso, aggiungendo tuttavia sensazioni agrumate e lievemente balsamiche.
(3,5 / 5) Colore giallo paglierino. Naso di banana, non molto intenso, in un contorno leggero di talco e mineralità salina. Qualche richiamo ai profumi terrosi del bosco, dopo la pioggia. Morbido in ingresso, al palato. Fresco, poi sapido. Più che sufficiente la persistenza. Una delle etichette che convincono nella linea di vini “Integralmente prodotti” di Eurospin.
Pignoletto Reno Doc Vino frizzante 2016 “Corte del Borgo”
Paglierino con riflessi verdolini. I profumi ricordano i fiori bianchi e gli agrumi. In bocca ritorna l’agrume, asciutto e non troppo aspro, in questa fase alternato a un certo green feeling che non sa di acerbo ma di aromatico.
(1,5 / 5) Paglierino. Naso di mela gialla matura e uva spina. In bocca disarmonico, a dir poco: lotta continua tra la parte morbida, zuccherina, e la parte salata. Squilibrato.
Falanghina del Sannio Dop 2016 La Guardiense
Profumi freschi di grande pulizia. Ci sono gli agrumi, la frutta bianca, oltre a quelle delicate sensazioni balsamiche e quasi mentolate che in bocca donano, specie sul finale del sorso, una bella verve e una rinfrescante bevibilità.
(3 / 5) Giallo paglierino, riflessi dorati. Naso che ha bisogno della corretta temperatura per esprimersi. Agrumi, talco. In bocca la classica tensione acida della Falanghina giovane. Non molto elegante, ma sufficientemente persistente.
Vermentino di Gallura Docg 2016 “Costa Dorada”
Ti porta ai tropici con i profumi fruttati, tanto mango, per poi farti atterrare, questa volta durante l’assaggio, in un clima più mediterraneo. Il sorso rimane centrato sulla sfera fruttata con agrumi dolci e qualche lampo di macchia mediterranea.
(3 / 5) Calice giallo paglierino. Ananas, miele, un minimo di mineralità al naso. Poco intenso, nel complesso, al naso. Bocca corrispondente, con richiami esotici di papaya e ananas e chiusura amarognola tipica. Voto sufficiente ma stiracchiato.
Grillo Terre Siciliane Igt 2016 “Isola del sole”
Colore giallo paglierino. Attacca, al naso, facendo ricordare gli agrumi mescolati con toni lievemente tropicali, mai troppo dolci. La bocca è una fedele trasposizione del naso a base di agrumi e frutta gialla matura. La sapidità qui ha contorni quasi iodati.
(3,5 / 5) Giallo paglierino. Naso giocato tra iodio, macchia mediterranea, agrume maturo (bergamotto), foglia di pomodoro e the nero. Bocca acida, pulita, sapida, corrispondente sugli agrumi. Sufficientemente persistente. Un Il secondo vino della linea “Integralmente prodotto” Eurospin che si discosta dalla media.
Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot nero Docg Spumante Brut “
Il frutto, nota dominante al naso, ricorda in particolar modo il lampone e la mela. La bocca ritorna sulla sensazione di mela, anche se in questa fase le affianca una nota di susina gialla, completata dalle classiche note di lievito. Sottofondo agrumato.
(3 / 5) Giallo paglierino. Perlage mediamente fine, persistente. Al naso crosta di pane caratteristica dei lieviti, agrumi, frutta a polpa bianca (pesca, mela) e uva spina. Una punta di balsamico. Un naso che perde eleganza nella permanenza nel calice. In bocca bollicina un po’ aggressiva in ingresso, ma pronta a distendersi nel sorso. Palato dominato dagli agrumi. Chiude, sempre “duro”, sull’arancia e sul lime. Retrolfattivo sul pompelmo. Un prodotto che non sfodera certo l’eleganza dei Pinot Nero oltrepadani, ma che neppure sfigurerebbe su una tavola poco pretenziosa.
Prosecco Doc Vino frizzante
Il tris di fiori bianchi, frutta a polpa bianca e note di lievito determinano il bouquet di profumi. In bocca le sensazioni aumentano non tanto di numero, quanto in definizione e realismo. Buone doti di beva.
Non valutato: stock assente
Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Doc 2016 Ccm Montecarotto
Mela verde e agrumi fanno capolino al naso. In bocca ritorna la parte fruttata con sentori esotici portati in dote da sensazioni dolci-acide di ananas fresco. Finale sapido come vuole il vitigno.
(3,5 / 5) Giallo paglierino, riflessi dorati. Bel naso, caratteristico, minerale, erbaceo. In bocca conferma la mineralità, salina. Chiude fresco, acido, e sapido. Terzo vino convincente della linea “Integralmente prodotto” Eurospin.
Orvieto Doc 2016 “Loggia delle Poste”
Leggera nota floreale di fiori bianchi, seguita da più evidenti note fruttate, soprattutto agrumate. Dopo l’identikit dei profumi, il sorso mette in luce una bocca piuttosto snella e tesa, tutta bergamotto, lime e sale.
(3 / 5) Paglierino. Naso di erba giovane, appena tagliata. Un filo di mineralità leggera. Buccia di pompelmo. Bocca tutta sapida e di limone. Un vino che forse troverà nei prossimi mesi un definitivo equilibrio.
Cerasuolo d’Abruzzo Dop Co.ci Ortona
Colore rosa antico. La rosa, in questo caso il fiore, è la prima sensazione che si avverte al naso, insieme a quella parte fruttata che rimanda al frutto rosso. In bocca proprio la ciliegia fresca diventa protagonista, garantendo freschezza e bevibilità.
Non giudicabile: bottiglia difettata (acido acetico)
Barbera d’Asti Superiore Docg 2015 Cantina Sociale di Castel Boglione
La frutta rossa mescolata a tonalità speziate caratterizza il naso. La bocca riparte dalle sensazioni olfattive, anche se il frutto, acido e succoso, domina la prima parte del sorso, mentre la spezia, cannella e pepe rosa, caratterizza il finale.
(2,5 / 5) Rosso rubino impenetrabile, denso. Naso da sondare con la torcia. Sentori poco fini di frutta rossa, tra cui spicca il ribes. Qualche richiamo animale e di straccio bagnato. Al palato note sapide in disarmonia con il quadro fruttato.
Merlot Friuli Doc “Il Greto” La Delizia di Casarsa
Naso quasi vellutato con frutto scuro e qualche nota balsamica per nulla pungente. In bocca ha una bella trama fruttata, supportata da un corpo mai eccessivo. Nel finale si avverte una piacevole nota amarotica, oltre a un tannino di natura sapida.
– (2,5 / 5) 2014: Rosso rubino poco trasparente. Naso tipico: vegetale, frutto rosso, nota dolce tra la confettura e il miele, disturbata da una percezione di smalto. In bocca corrispondente.
– (3 / 5) 2013: Rosso rubino denso, quasi impenetrabile. Naso di liquirizia, evoluto, erbaceo. Fumè. In bocca manca un po’ di corpo, ma sapidità e frutto sempre presenti. Bottiglia giunta però al culmine della curva evolutiva, senza emozionare.
Chianti Riserva Docg 2014 Loggia delle Poste
Il frutto rosso che mette in evidenza il naso è in prevalenza fresco, anche se non manca qualche tono di confettura di amarena. In bocca è succoso, snello, dotato di una speziatura che ricorda il pepe rosa e il chiodo di garofano. Tannino dolce.
(3 / 5) Rosso rubino impenetrabile. Altro vino dal naso piuttosto debole. Frutto rosso, macchia mediterranea, talco. Al palato appare corrispondente, ma non è un Chianti da ricordare.
Bardolino Doc 2016 Gran Signoria
Intensi profumi di frutti rossi. In bocca è asciutto e molto realistico, specie su quelle sensazioni, avvertibili fino a metà bocca, che ricordano la ciliegia e l’amarena. Finale delicatamente speziato. Grande facilità di abbinamento.
(2 / 5) Entry level a dir poco. Naso e bocca piatti, su tinte di ciliegia e amarena. Persistenza sconosciuta. Vino da tavola senza minime pretese.
Lambrusco Grasparossa Doc Frizzante 2016 Amabile Corte del Borgo
Bello il colore viola che riprende, cromaticamente, alcune tra le sensazioni (viola e mora) che più fanno capolino sia al naso sia in bocca. Se poi all’assaggio ci aggiungi anche la morbidezza un po’ zuccherosa della confettura di ciliegia, ecco che l’identikit di questo vino può dirsi completo.
(1,5 / 5) Rosso impenetrabile. Naso di mela matura, rossa. Bocca corrispondente. Al limite della bevibilità, se trattato alla stregua del vino.
Morellino di Scansano Docg 2016 Poggio d’Elci
Rosso e nero, parlo di frutto, sono i protagonisti del naso. In bocca il vino si manifesta sulle stesse sensazioni, inserendole in un sorso dal corpo medio. La descrizione dell’assaggio non rimane circoscritta al frutto, mettendo in luce una discreta varietà di piante aromatiche. Tannino potente.
(2 / 5) Rosso rubino piuttosto trasparente. Naso di frutta, lampone e rosa. Un poco di mineralità sapida. Frutto che pecca in finezza, tannino non pervenuto. Corto.
Syrah Terre Siciliane 2016 Poderi Ciacaranni
Profuma in prevalenza di frutto scuro anche se non manca, sempre al naso, un delicato sottofondo speziato di chiodo di garofano e pepe nero. In bocca la parte del frutto scuro, un mix tra mora e ciliegia fresca, lascia spazio alle spezie piccanti specie nel finale del sorso.
(3 / 5) Rosso rubino poco trasparente. Frutto rosso e spezie: pepe nero. Bella bocca piena, di nuovo di frutto rosso. Un filo di troppo di residuo zuccherino, che copre e disturba la sapidità, pur non andando a contrastarla.
Carignano del Sulcis 2016 Isolasarda
Profumi di frutti neri accompagnati da note terrose. In bocca entra con note di gelso, rimanendo poi comunque sul frutto scuro grazie a tonalità che ricordano nitidamente la mora. Finale leggeremente vegetale, completato da note di grafite. Tannino salato.
(2 / 5) Rosso rubino impenetrabile. Naso flebile frutta rossa, più balsamico ed erbaceo. In bocca il calore tipico del Carignano è smorzato dall’eccessivo residuo zuccherino.
Chianti Classico 2015 Montostoli
Floreale (viola) e fruttato (melograno e ciliegia) al naso. In bocca la parte fruttata prende il sopravvento, grazie a un frutto rosso fresco, succoso, ma anche leggermente alcolico. Dalla seconda metà dell’assaggio compare una sottile trama balsamica. Tannino acido.
(3 / 5) Rosso rubino impenetrabile. Naso di melograno e ciliegia, una punta spezie (pepe nero). Prima volta che si percepisce il tannino in un vino Eurospin. Da abbinare, facile, alla carne.
Primitivo Salento 2016 Solemoro
Floreale (viola) e fruttato (melograno e ciliegia) al naso. In bocca la parte fruttata prende il sopravvento, grazie a un frutto rosso fresco, succoso, ma anche leggermente alcolico. Dalla seconda metà dell’assaggio compare una sottile trama balsamica. Tannino acido.
(2,5 / 5) Rosso rubino poco trasparente, quasi impenetrabile. Frutta matura, erbe. Un residuo zuccherino che piacerà forse alle donne, ma che in fin dei conti appesantisce la beva. Prodotto da relegare alla categoria dei “piacioni”.
Negroamaro Salento 2016 Solemoro
Olfatto fruttato. Nonostante questo sia il tema principale il naso non manca di complessità, per merito di una bella alternanza di frutta a polpa gialla e bacche fresche. Il sorso si discosta da quest’abbondanza di sensazioni fruttate, grazie anche a note di carruba, frutta secca e spezie scure.
(2,5 / 5) Rosso impenetrabile. Naso di marmellata, prugna, ciliegia, amarena. In bocca il classico “dolcione pugliese”. Ma di quelli di una volta. Perché oggi, in Puglia, si beve di gran lunga meglio. Anche senza spendere tanto di più.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
(3 / 5) Un packaging invitante con il quale Sensi Vini da sempre si distingue sugli scaffali del supermercato per un vino biologico e vegano. Ecco i tre “assi”che l’azienda di Lamporecchio sfodera sul tavolo da gioco del consumatore della Gdo. Il quarto asso è naturalmente il vino. Dopo il Sangiovese Igt Ninfato, “scartiamo” il Chianti Superiore Docg, vendemmia 2015, Vegante.
LA DEGUSTAZIONE Se fosse un aggettivo, il Chianti Superiore Docg 2015 Vegante di Sensi sarebbe “delicato”. Già dal colore rosso rubino chiaro (delicato), ma brillante e luminoso. Assolutamente limpido, nonostante non sia filtrato.
Un profumo di ciliegia fine lo contraddistingue al naso: semplice, leggero. “Delicato” per il Vegante potremmo scriverlo all’infinito, per tutte le sue caratteristiche gustative. Anche al palato è lieve, leggiadro nel corpo, carezzevole nel tannino.
Un Chianti un po’ “atipico”, ma fresco e gradevole, con una retrogusto fruttato sufficientemente persistente. Sangiovese light (12,5%) da gustare anche con qualche grado in meno, abbinato a verdure grigliate, legumi e piatti della cucina vegana o “veganizzabili”.
LA VINIFICAZIONE Prodotto con uvaggi storici del Chianti accuratamente selezionati ed allevati a cordone speronato in zone collinari a 150-250 mt s.l.m., costituite da terreni prevalentemente argillosi, calcareo-marnosi e con prevalenza di sabbia e ciottoli. Le rese delle uve per ettaro non superano i 90 q.li e la resa massimo di uva in vino non supera il 70%.
Da un attento controllo ed analisi delle uve viene determinato il periodo di raccolta ottimale nella fine di Settembre metà Ottobre. Le uve sono selezionate manualmente. La fermentazione alcolica viene condotta in serbatoi di acciaio a temperatura controllata di 24/28 °C per circa 10-12 giorni di macerazione sulle bucce utilizzando tecniche di rimontaggio.
La fermentazione è spontanea, con lieviti indigeni. Il vino viene affinato in acciaio dove svolge la malolattica e viene conservato fino all’imbottigliamento. Non viene filtrato e la certificazione vegana garantisce che nei processi produttivi non venga utilizzato alcun prodotto di derivazione animale.
La storia della famiglia Sensi risale al 1890. La maggiore concentrazione sulla viticultura però si ha con la terza generazione, ma è con la quarta generazione, a partire dalla fine degli anni ottanta che l’azienda diventa leader anche nei mercati internazionali.
Dopo un periodo di smarrimento, nel 2004, per la prematura scomparsa di Marco Sensi, Massimo, a testa bassa, prende il testimone dell’azienda e porta avanti tutti i progetti avviati con il fratello. Oggi, nelle due fattorie di proprietà, la Tenuta del Poggio e la Fattoria di Calappiano, dispone di 100 ettari tra vigneti e uliveti e di una moderna cantina di 5000 mq.
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(4,5 / 5) Il Chianti Docg 2015 dell’Azienda Agricola Piandaccoli entra di diritto tra i portabandiera della Toscana al supermercato.
Sempre più difficile trovare “toscani” di qualità, senza spendere una fortuna. Questo rosso si inserisce nel solco. Coniugando qualità e prezzo in maniera esemplare.
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Chianti Docg 2015 di Piandaccoli si presenta di un rosso rubino poco trasparente. Un colore che ne sintetizza l’essenza profonda, fatta di un’eleganza tutt’altro che ostentata. Anzi, da scoprire pian piano: come quella delle donne che non amano concedersi al primo “sorso”.
Al naso, le prime olfazioni rimandano dritto al Sangiovese e alle sue note, tipiche, di viola mammola. Poi prendono la scena i frutti di bosco, su un sottofondo a metà tra il vinoso e la soluzione salina: amarena, more, mirtilli, ciliegie.
Timidi quelli che potrebbero sembrare i “terziari” (ma questo Chianti non fa legno), coperti dalla frutta: una spruzzata di zafferano, leggera, e una nuvola di fumo dolce, quando il nettare si è ormai ben ossigenato nel calice. Assieme a richiami di macchia mediterranea, che ricordano l’alloro.
Nel frattempo lo hai già assaggiato, almeno un paio di volte. Ingresso nuovamente a metà tra il fruttato e il minerale “salato” per il Chianti 2015 di Piandaccoli. Bella pienezza offerta dalle note di frutti di bosco, a braccetto con la percezione alcolica (13%). La sensazione è quella della frutta sotto spirito. Eterea, anche se si tratta di un vino – tutto sommato – giovane.
Il tannino è morbido, ben arrotondato e levigato. Mostra ancora qualche riflesso adolescenziale in chiusura, in un retro olfattivo sufficientemente persistente, dominato dalla frutta.
Un Chianti, il Piandaccoli 2015, criticabile solo per la mancanza di una spalla acida degna del resto dei descrittori. Un vino, dunque, pensato per un consumo precoce, piuttosto che per l’affinamento. Ad oggi, il perfetto accompagnamento per piatti a base di carne rossa, nonché di primi al ragù.
LA VINIFICAZIONE
Il Sangiovese coltivato nelle tenute Piandaccoli si caratterizzano per grappoli di grandezza media-grossa con una o due ali, acini sub rotondi, quasi ellissoidali, e buccia pruinosa e sottile, dal peso medio di 300 grammi.
La vendemmia avviene manualmente, sulla base di un’accurata scelta dei grappoli. L’obiettivo è quello di portare in cantina “solo frutti perfettamente sani e maturi”. Le uve raccolte vengono poste in cassette da 13-14 kg ciascuna, per evitare l’avvio di indesiderate fermentazioni. Le caste vengono poi collocate in un camion frigo.
Un accorgimento necessario, dal momento che la cantina è distante circa 20 chilometri dalle vigne Piandaccoli. Una volta giunti nella struttura, i grappoli vengono sottoposti a un’ulteriore scrupolosa diraspatura, durante la quale vengono eliminati eventuali acini difettati.
La cantina in cui avviene la vinificazione è dotata delle più avanzante tecnologie. Il Chianti Docg di Piandaccoli matura generalmente in solo acciaio per 12 mesi, a cui fa seguito un affinamento in bottiglia di 3-4 mesi.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Siccità e sostegno al reddito per le imprese, sburocratizzazione, registro telematico ed ex voucher. Il Consorzio Vino Chianti scrive al Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali, Maurizio Martina.
Dopo l’incontro dello scorso 29 agosto a Firenze, l’ente del vino toscano ha messo nero su bianco le richieste di un settore che sta vivendo “un’annata complicata”.
“I viticoltori stanno lavorando con la grande difficoltà – spiega Giovanni Busi, presidente del Consorzio Vino Chianti – come non accadeva da decenni. La qualità è garantita, ma in alcune zone abbiamo registrato cali di produzione del 50% Abbiamo chiesto al Ministro di gestire questa situazione con interventi straordinari”.
“A rischio – spiega Busi – ci sono gli investimenti delle imprese e i posti di lavoro. Abbiamo raccolto le richieste dei viticoltori, proponendo anche delle soluzioni. Il nostro vuole essere un contributo costruttivo, per risollevare un settore fondamentale per la nostra economia”.
Una moratoria sui pagamenti alle banche, Enti previdenziali e detassazione fiscale, quindi, come primo intervento per dare respiro alle aziende dopo la grave siccità che ha procurato danni ingenti alle uve Dop e Igp. Uno squilibrio nella produzione che si riverserà nei bilanci aziendali con perdite di fatturato.
“Data l’eccezionalità del fenomeno – si legge nella lettera inviata al ministro Martina – a nulla servono i normali strumenti oggi in essere, come l’assicurazione agevolata, ma occorre almeno una moratoria della situazione debitoria delle aziende nei confronti degli istituti bancari, degli enti previdenziali e la detassazione fiscale 2017 per riportare i bilanci aziendali alla normalità nel medio termine”.
EXPORT E VOUCHER “Affinché non si ripetano situazione di tale gravità – continua la missiva – si richiede anche una nuova gestione delle risorse idriche disponibili, sviluppando una rete di bacini strategica e incentivando aziende agricole o Enti a realizzarli. Per quelli esistenti invece, nel rispetto delle regole della sicurezza, la semplice manutenzione dovrebbe avere carichi burocratici e costi ridotti al minimo”.
Nella lettera si affronta anche il tema dell’export. “E’ necessaria una più tempestiva promozione del prodotto all’estero attraverso lo strumento dell’Ocm promozione, che al momento risulta essere ancora alla firma della Corte dei Conti, impedendo di fatto la possibilità di presentare progetti per tempo, e una sburocratizzazione del settore”.
Si evidenziano anche le criticità dei nuovi strumenti che sostituiscono i voucher. Se il primo, come scrive il Consorzio “era uno strumento molto efficace e di semplice applicazione per il settore agricolo, lo strumento che li ha sostituiti, oltre alla difficoltà iniziale dell’uso e del funzionamento, appare complesso e si rischia che ingeneri aree grigie anziché mettere a pulito situazioni non chiare”.
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