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Crémant de Loire Brut, Langlois-Chateau

Crémant de Loire Brut, Langlois ChateauProdotto con Chenin Blanc (50% di cui 10% vini di riserva), Chardonnay e Cabernet franc, il Crémant de Loire di Langlois Chateau rappresenta uno specchio fedele della denominazione d’Oltralpe. Le uve provengono da una selezione di 6 appezzamenti, scelti per l’espressione tipica dei vitigni che compongono la cuvée, negli specifici suoli della Loira: Côtes de Saumur (silice e calcare), Bas Layon (scisto), Haut Layon (argilla e calcare), Coteaux St Léger (calcare), Puy Notre Dame (argilla e calcare) e Montreuil Bellay (argilla e calcare).

Netta, dunque, la prevalenza di suoli calcarei, evidente anche nell’espressione del vino. Un Crémant da godere in gioventù, per apprezzare freschezza e slancio verticale del vitigno principe dell’assemblaggio scelto da Langlois Chateau, lo Chenin Blanc (re delle varietà a bacca bianca della Loira). Le note dominanti sono quelle della frutta a polpa bianca, appena matura, introdotte da un naso piuttosto generoso e finissimo, che abbina un floreale fresco a tinte minerali, ancor più nette al palato.

La vinificazione del Crémant de Loire di Langlois Chateau avviene per varietà e terroir, in tini di acciaio inox a temperatura controllata. La degustazione dei vini base suddivisi per parcella determina l’assemblaggio finale. L’affinamento avviene secondo il metodo tradizionale, con successiva maturazione sui lieviti per un minimo di 24 mesi. Molto ben integrati i 12 g/l di dosaggio.


LANGLOIS-CHATEAU
49400 Saumur (France)
contact@langlois-chateau.fr

Prezzo: entro i 15 euro in Italia

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Chenin fresco, fruttato o complesso? Il Sudafrica sorpassa la Loira con “l’icona di stile” sulle bottiglie

Mentre la Loira, e in particolare i vigneron di Vouvray, si interrogano sull’opportunità di seguire l’esempio dell’Alsazia, indicando sulla retro-etichetta dei propri Chenin Blanc il residuo zuccherino, il Sudafrica mette la freccia. E sorpassa. L’ultima trovata della Chenin Blanc Association (Cba) è infatti “l’indicatore di stile” dello Chenin (“Fresh”, “Fruity” oppure “Rich”) che apparirà sulle bottiglie della vendemmia 2022.

A guidare i consumatori verso una scelta più consapevole, e soprattutto più vicina al proprio gusto, sarà un duplice bollino. Sarà apposto alle bottiglie di Chenin Blanc, sulla parte frontale e sul retro. La “Show-and-tell taste icon” non lascerà spazio a dubbi: “Quello che vedi è ciò che compri”, recita il claim dell’iniziativa.

Una freccia, posizionata sulla scala di valori che va da “Fresh” (“Fresco”) a “Fruity” (“Fruttato”), sino a “Rich” (“Ricco/Complesso”), spiegerà lo stile di ogni Chenin Blanc presente a scaffale, ancor prima di aprire la bottiglia e assaggiarlo.

La Chenin Blanc Association lo descrive, senza mezzi termini, come «un nuovo asso nella manica». «Parte del fascino dello Chenin è la sua versatilità», spiega Ken Forrester, uno dei principali artefici della creazione dell’Acb e della reputazione mondiale degli Chenin sudafricani.

In Sudafrica si possono ottenere Chenin Blanc assolutamente deliziosi, da quelli secchi a quelli finemente dolci; da quelli puri e freschi a quelli stratificati e complessi. La notizia non così buona è che lo Chenin, a volte, può confondere gli acquirenti. Come possono sapere quali caratteristiche gustative aspettarsi dalla bottiglia che prendono dallo scaffale?».

LA “SHOW-AND-TELL TASTE ICON” PER SCEGLIERE LO CHENIN BLANC

«Per semplificare la selezione – continua Ken Forrester – abbiamo creato un’icona a scala lineare. Inizia con “Fresco” a un’estremità e “Ricco” all’altra, con “Fruttato” posizionato proprio nel mezzo. Una freccia indica la posizione del vino lungo la linea, dal punto di vista del gusto. Non riflette la composizione chimica del vino. Serve a prevedere, in modo rapido e comprensibile, cosa ci si può aspettare dal punto di vista stilistico».

L’indicatore di stile, sviluppato in collaborazione con il South African Wine & Grape Research Institute dell’Università di Stellenbosch, è stato approvato dal South African Wine Industry and Systems (SAWIS), l’ente responsabile delle denominazioni di origine del vino sudafricano e della loro etichettatura.

La nuova icona è stata sperimentata da diversi produttori di grandi dimensioni e da piccoli produttori artigianali. Alcuni sono andati ben oltre, collegandola a un codice QR per offrire ai consumatori la possibilità di ottenere informazioni aggiuntive, su aromi e sapori dello Chenin blanc del Sudafrica.

«Speriamo che alla fine tutti i membri della Chenin Blanc Association la adottino – commenta ancora Forrester – nel tentativo di rendere gli acquisti ancora più facili. Non tutte le etichette saranno dotate di codici QR. Ma i produttori che sceglieranno questa strada saranno in grado di portare i consumatori a descrittori più approfonditi, che si allineano alla ruota degli aromi dello Chenin Blanc».

LA RUOTA DEGLI AROMI DELLO CHENIN BLANC
Uno degli Chenin Blanc sudafricani disponibili sul mercato italiano

I descrittori sensoriali su scala lineare, da “Fresco” a “Fresco/Fruttato”, “Fruttato”, “Fruttato/Ricco” e “Ricco”, sono tratti dalla “Ruota” ideata nel 2007 dalla CBA, insieme all’Università di Stellenbosch e a diversi operatori del settore.

Secondo Forrester, i vini che si collocano sul lato “Fresh” della scala sono freschi e sapidi. Quelli che si trovano al punto “Fruity” o in sua prossimità, mostreranno caratteri di frutta e spezie. Quelli che si trovano all’estremità “Rich” dello spettro mostreranno probabilmente qualche traccia di affinamento in legno e note di frutta cotta o secca, con memorie di burro e vaniglia.

«Gli sforzi per costruire il profilo di prestigio dello Chenin Blanc del Sudafrica a livello nazionale stanno già dando i loro frutti – sottolinea Ken Forrester – con vini dal prezzo compreso tra R100 e R120 a bottiglia (dai 5,95 ai 7.10 euro, ndr) che cresceranno del 96% in volume tra il 2020 e il 2021».

Nel frattempo, gli Chenin venduti al dettaglio tra i R90 e R100 (dai 5,30 ai 5,95 euro) sono aumentati dell’87%. Quelli nella fascia tra R70 e R80 (4,15 / 4,70 euro) del 49% nello stesso periodo. «Nel complesso – conclude Forrester – c’è stata una buona crescita in valore, ma siamo particolarmente soddisfatti dell’interesse crescente per i vini con un prezzo superiore a 70 Rand».

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Scoperti in Sudafrica cloni di Chenin Blanc estinti in Loira: la Francia corre ai ripari

Cloni di Chenin Blanc ormai estinti in Loira sono stati ritrovati in Sudafrica, da un team di esperti al lavoro su vecchie viti. La sensazionale scoperta è stata compiuta dal team sudafricano di Old Vine Project, che sta collaborando con il più importante centro vivaistico del Western Cape, Vititec, per la propagazione.

Fondamentale il riscontro di InterLoire, l’associazione interprofessionale dei Vini della Loira, che ha confermato come il materiale genetico rinvenuto in Sudafrica sia Chenin Blanc ormai scomparso tra i filari della nota regione vinicola.

L’obiettivo comune dei due Paesi è ora quello di salvare i cloni dall’oblio. Tanto che un numero consistente di barbatelle sono già state trasferite in Francia, in un vivaio che avrà il compito di moltiplicare il “nuovo – vecchio” Chenin Blanc.

VECCHIE E GIOVANI VITI: LO STUDIO SUL PROFILO SENSORIALE

Nel frattempo, Old Vine Project lavora alla definizione del profilo chimico sensoriale dei vini ottenuti dalle vecchie vigne della varietà. Passi avanti sono stati compiuti grazie alle interazioni con il Dipartimento di Chimica e l’Istituto di Biotecnologia del Vino del Sudafrica, nonché con l’Associazione Chenin Blanc e con le cantine private.

È stata dimostrata una chiara differenziazione tra i vini Chenin Blanc di “vecchie viti” e quelli prodotti da viti più giovani – sottolinea il team guidato da Rosa Kruger -. Sono stati identificati i singoli composti volatili responsabili delle differenze. La ruota “Aroma dei vini sudafricani Chenin Blanc” è stata aggiornata per includere i nuovi aromi e gli attributi del palato».

La Chenin Blanc Association of South Africa ha inoltre intrapreso con Old Vine Project uno studio genomico di cloni rappresentativi, sia in Sudafrica che in Francia. Lo scopo è «comprendere i cambiamenti somatici che sono maturati nel tempo, al fine di fornire una base scientifica per la diversità intra-varietale e sviluppare un test per la discriminazione clonale».

I FUTURI IMPIANTI DI CHENIN BLANC IN FRANCIA E SUDAFRICA

Questo studio è vicino alla fine della fase I, con la mappatura del clone 220, utilizzato come riferimento. I campioni di Dna dei dodici cloni ufficiali di Chenin Blanc (17.148 ettari complessivi in Sudafrica) sono stati inviati in Francia. Gli esperti completeranno la fase II.

Lo studio consentirà la completata mappatura del genoma della varietà. Un importante progetto che vede i due Paesi legati in una forte collaborazione, sotto la direzione scientifica del prof Johan Burger, a capo di un gruppo di ricerca all’Università di Stellenbosch.

A finanziare i lavori, con una fetta consistente del budget, è proprio Parigi. L’interesse dei produttori della Loira – e non solo – è chiaro. Un test genetico affidabile per identificare le discriminanti dei cloni di Chenin blanc potrebbe servire a compiere scelte di impianto e coltivazione sempre più accurate in futuro.

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Approfondimenti

Con Onav lungo la Loira alla scoperta dello Chenin Blanc

Ci sono fiumi che raccontano storie e lo fanno attraversando regioni e territori, panorami a volte omogenei altre volte diversi fra loro. Il Nilo, il Danubio, Il Mississippi: li abbiamo studiati anche a scuola con i popoli e le vicende ad essi legati. Così è anche per il più lungo fiume di Francia, la Loira, che con il suo bacino idrografico ne copre circa un quinto del territorio. Lungo i suoi 1.020 Km la Loira incontra territori diversi, dalle sorgenti presso il vulcanico MontGerbier de Jonc fino al suo gettarsi nell’Oceano Atlantico con un estuario sabbioso. Nel mezzo 5 regioni diverse ed una parte importante della storia Francese, testimoniata dai famosi castelli oggi patrimonio dell’UNESCO.

Altrettanto variegata è la produzione vinicola  della Loira. Seguendone il corso incontriamo il Pouilly Fumé ed il Sancerre (forse i più famosi Sauvignon Blanc del mondo), piccole produzioni di Pinot Noir,  il Gamay ed i Cabernet Franc, Malbec e Chardonnay fino ad arrivare alla foce dove col Melon de Bourgogne si produce il Muscadet.

Tutti nomi noti agli amanti del vino, ma tra i vitigni meno conosciuti e più sottovalutati della regione c’è ne è un altro: lo Chenin Blanc. L’occasione per conoscerlo ce l’ha fornita l’ONAV, sezione di Bergamo, che lo scorso 19 Aprile presso lo Starhotels Cristallo Palace di via Ambivieri 35, Bergamo, ha organizzato una interessante degustazione sui vini prodotti da questo vitigno.

Coltivato nelle zone di Anjou e Touraine, ha una brutta fama che deriva principalmente dal pessimo utilizzo che se ne è fatto in passato quando rese massive, vinificazioni “di quantità” ed uso eccessivo di solforosa lo hanno relegato al ruolo di vino ordinario. In realtà questo vitigno, il cui nome deriva dal Mont-Chenin, nel distretto di Touraine, è estremamente versatile e se coltivato-vinificato correttamente, con basse rese, può regalare grandi emozioni. È dotato di grande acidità, seconda solo al Riesling, che lo rende adatto a lunghi affinamenti. L’uva è naturalmente ricca di zuccheri, il che la rende adatta alla produzione di spumanti. Infine lo Chenin Blanc è, in alcuni casi, soggetto all’attacco di muffa nobile con conseguente produzione di vini Botrytizzati.

LA DEGUSTAZIONE

25Sette i vini presentati da ONAV. Ad aprire la serata l’AOC Touraine Azay Le Rideau,Premier Nez” 2014 di Marie Thibault, azienda biologica certificata della zona centrale della Touraine. Di colore paglierino carico il vino al naso si presenta chiuso, con sentori salmastri poco piacevoli che non svaniscono neppure dopo lungo tempo. Solo in sottofondo sono presenti deboli note fruttate. In bocca è piuttosto denso, poco sapido e nel fin di bocca avvertiamo profumi di frutta esotica ma è l’elevata acidità che sorprende e che accompagna nel finale con una nota piacevolmente amaricante.

Forse non eccelso il vino di apertura ma a farci ricredere ci pensa il secondo, un vero fuoriclasse: AOC Jasnières, “Calligramme” 2014, Domaine de Bellivière. Nasce da una vigna di oltre 50 anni su terreno argilloso e ricco di silici, vinificato in barrique. Il naso è incredibilmente pulito e ricco, fiori bianchi (tiglio), frutta tropicale come melone e mango, grande mineralità. Rotondo al palato, caldo, con una grande acidità “secca” che accompagna per tutto il lungo finale. Ottimo così com’è, giovane, ma con ampi margini di miglioramento negli anni.

AOC Saumur, “Clos Romans” 2012, Domaime des Roches Neuves è  il terzo assaggio. È quello che si dice un Cru, nato da una singola parcella (Parnay) costituita da circa 30 cm di terreno sabbioso che insistono su di un suolo roccioso. L’azienda bio certificata utilizza botti da 400 litri, la fermentazione dura 2 mesi dopo di che il vino riposa 9 mesi “sur lie”. Il colore è dorato pieno, il profumo prevalente ricorda la mela “ammaccata” ed una leggera ossidazione quasi si trattasse di uno champagne a sboccatura tardiva. In bocca l’acidità la fa da padrone. È un vino difficile da descrivere: al naso sembra avere almeno 5 anni sulle spalle, in bocca non gli si da più di sei mesi. Contrasto interessante.

Per l’AOC Vouvray Sec è proposto un 2014 del Domaine du Clos Naudin. Paglierino scarico ha naso semplice e neutro, solo un poco di frutta fresca. Più tardi anche note di frutta tropicale. Anche in questo caso è l’acidità a guidare l’analisi gustativa.

Forse il vino più famoso presentato durante la serata: AOC Savennières, “Coulée de Serrant” 2010, Domaine Nicolas Joly. Azienda estremamente biodinamica il Domaine Nicolas Joly in cui la cura dei vigneti non avviene con mezzi meccanizzati ma solo con l’uso di cavalli ed in cui tutti i processi produttivi in cantina avvengono per caduta, senza ausilio di pompe. Il Coulée de Serrant è un Clos di poco meno di 7 ettari dal terreno vulcanico ricco di scisti di gres e di minerali metallici con una vigna che supera i 60 anni d’età e resa bassissima. Il vino è complesso, si direbbe “da meditazione” per come ha bisogno di evolversi nel bicchiere, ma la sorpresa è che evolve rapidamente. Non è un Orange Wine, non fa macerazione, eppure il colore è dorato carico, pieno, e trae in inganno. I profumi sono ricchi, mela cotogna, pera, erbe aromatiche come timo e salvia ed un sentore balsamico. In bocca è pieno, riempie il palato, quasi un rosso vestito di bianco. Torniamo al naso e la rapida evoluzione fa emergere note di marmellata di albicocche, ancora pera, ed appare una piacevole nota di arancia amara.

La sesta proposta è dolce, moelleux come dicono i francesi. Quarts de Chaume Grand Cru 2014, Château Pierre-Bise. Vigneto di 55 anni, uve parzialmente botrytizzate, fermentazione di almeno 6 mesi, utilizzo di barrique. Tipico colore dorato da vino passito rivela un naso ampio ma garbato. Marmellata di prugne e di mele, miele, buccia d’arancia e sentori di canfora e zafferano che rivelano la presenza della Botrytis. Morbido in bocca, rotondo e molto dolce.

L’ultimo vino è AOC Coteaux du Layon Beaulieu, “Le Rouannières” 2014, Château Pierre-Bise. Stesso produttore del precedente ma sottozona diversa. Qui il terreno è composto da uno strato di 60-70cm di argille e scisti su di un fondo basaltico duro. Colore dorato carico al naso profuma di miele di castagno, erbe mediterranee, agrumi, zafferano, forse meno ricco del precedente ma più elegante. In bocca è meno dolce del precedente e con una bella acidità. Se il Quarts de Chaume è più “orizzonatale”, Le Rouannières è nettamente più verticale.

Il Coulée de Serrant, la quinta proposta, è un vino che evolve rapidamente e così prima di terminare la serata ci mettiamo ancora il naso. È cambiato, o forse siamo cambiati noi, ora sentiamo di più gli agrumi e la frutta surmatura. Ma la cosa interessante è scoprire che questo vino regge al palato dopo ben due assaggi di passito. Una rivelazione.

Si chiude la serata, con la certezza di aver incontrato un vitigno ancora poco conosciuto con le sue diverse declinazioni.

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Vini al supermercato

L’Impertinente Crémant de Limoux Aoc Brut, Sieur d’Arques

(4,5 / 5) Capita spesso di leggere, prima di stendere la recensione di un vino, le impressioni della casa produttrice riportate sulla controetichetta. A tal proposito il vino in questione, come tanti reperibili sugli scaffali dei supermercati Lidl, non regala un ventaglio dignitoso di informazioni. Ma da una più attenta analisi sul web, il sito tedesco della catena di (ex) discount, suggerisce un accostamento de L’Impertinente Crémant de Limoux Aoc Brut (sboccatura gennaio 2016) agli antipasti.

Umili, almeno per una volta, i tedeschi. In realtà, questo Metodo Classico acquistabile per meno di 6 euro da Lidl, supera alla grande la nostra prova del calice. Candidandosi “sul campo” ad abbinamenti ben più strutturati d’un semplice entrée. E, non ultimo, a una menzione particolare tra le bottiglie “qualità-prezzo” acquistabili nel panorama italiano della Gdo.

Una spuma corposa, bianca, lascia presto spazio al giallo paglierino di uno spumante che rivela – già alla vista – buone caratteristiche. Il perlage, ovvero la “bollicina”, è fine e l’effervescenza è persistente. Al naso, L’Impertinente Crémant de Limoux Brut si presenta spavaldo: una carica intensa di sentori che richiamano, assieme, l’esotico e l’agrumato. Il leitmotiv è quello della crosta di pane e del burro, tipico dei lieviti. Poi cocco per la parte esotica; pompelmo e scorza di arancia e limone per la parte “acre”, unita a sentori (più vaghi) che ricordano il sidro di mele.

L’impronta minerale all’olfatto non manca, ma sarà ancora più evidente al palato. E’ qui che L’Impertinente da il meglio di sé. Giustificando il nome. Di fatto, eleganza mista a carattere: ecco spiegata l’accattivante etichetta. La “bolla” di questo Brut francese è di quelle che si fanno sentire, ma senza infastidire. A sorprendere è soprattutto la struttura di uno spumante che rischia davvero di essere preso sottogamba, per il prezzo al pubblico. E non è un discorso legato all’alcolicità, che si limita ai canonici 12,5%. Acidità viva, rotondità al limite della “poca morbidezza” e uno spunto minerale di rilievo spostano la lancetta verso durezze che raccontano un’equilibrio non canonico, quasi da ossimoro. L’equilibrio dell’impertinenza, per l’appunto.

Di nuovo le note fruttate d’agrume, che s’uniscono stavolta a una chiusura tutt’altro che facile, capace di riportare alla mente tra le più austere delle nocciole. Il finale è lungo, persistente. Debitamente e coerentemente impertinente. Detto ciò, quanto all’abbinamento: beh, fatene un po’ ciò che vi pare, a una temperatura di servizio tra i 6 e gli 8 gradi. Purché non si tratti d’un banale aperitivo, che finirebbe sovrastato. D’impertinenza.

LA VINIFICAZIONE
Poco nulla è dato a sapersi sulle specifiche relative alla vinificazione de L’Impertinente Crémant de Limoux Aoc Brut. Quello che sappiamo per certo è che la base di questo spumante Metodo Classico francese è costituita da uve Chardonnay, con la possibile aggiunta – a completamento della cuvée – di Mauzac (nota a livello locale col nome di Blanquette) e Chenin Blanc, così come previsto dal rigido disciplinare della denominazione Crémant Aoc (Appellation d’origine contrôlée), diffusa nella zona sudovest della Francia, ai piedi dei Pirenei, nota appunto col nome di Limoux.

La produzione di Cremant è tuttavia consentita anche in Alsazia, Loira, Jura, Die Bordeaux e Borgogna. Non si tratta ovviamente di Champagne, ma le caratteristiche del clima e del terreno consentono la produzione ottimali di ottimi vini bianchi.

Interessante, oltre al prodotto L’Impertinente, anche il produttore. Si tratta di La Cave Sieur d’Arques, bella realtà con base nel Limoux che commercia vini di tutte le fasce prezzo, arrivando a punte di eccellenza riconosciute dalle maggiori guide nazionali francesi.

Sieur d’Arques si trova a 25 km dal borgo medioevale di Carcassonne ed è un player importante nel mondo del vino della Linguadoca-Rossiglione, dove è considerata una dei pionieri. La Cave des Vignerons di Sieur d’Arques ha sviluppato sin dagli 80 gli attuali 2800 ettari di vigneto, tutti appartenenti all’AOC.

Prezzo: 5,99 euro
Acquistato presso: Lidl

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Vini al supermercato

Chenin Blanc Cape Spring Western Cape 2014, Gcf Groupe

Ebbene sì. In Sudafrica si produce vino. Abbastanza da arrivare anche sugli scaffali dei supermercati italiani. E’ da quelli di Iper Coop che preleviamo lo Chenin Blanc Cape Spring Western Cape 2014. Importato in Europa dal colosso francese Les Grands Chais de France (Gcf Groupe) di Petersbach, Alsazia, questo vino bianco sudafricano viene prodotto nella più grande regione vinicola del Sud Africa: Western Cape, sede della più lunga “strada del vino” del mondo, con i suoi 850 chilometri che corrono da Cape Town (Città del Capo, la capitale) a Port Elizabeth. Un vino del quale – diciamocelo – non avremmo certo sentito la mancanza, in Italia. Ma la “moda” è questa. E le più attente catene della Gdo italiana come Iper Coop si vedono ormai costrette ad annoverare sui propri scaffali anche vini di scarsa personalità provenienti dalle zone emergenti (o recentemente consolidate a livello planetare), pur di ampliare la gamma, internazionalizzandola.

Tant’è. Nel calice, questo Chenin Blanc, vitigno originario della zona della Loira, in Francia, si presenta di un giallo paglierino scarico. Al naso note di pera bianca in un contorno di frutta esotica, che spazia dal melone all’ananas. Corrispondente al palato, si rivela vino fresco, anche se di ordinaria acidità. La buona morbidezza ne fa il vino perfetto per l’aperitivo (12%). Ostico l’abbinamento con pietanze più complesse della cucina italiana, soprattutto considerando che al prezzo di questo Chenin Blanc sudafricano è possibile acquistare, nella stessa catena, dignitosissimi vini bianchi italiani più adatti a portate di pesce o carne bianca. In definitiva possiamo definire lo Chenin Blanc Cape Spring Western Cape 2014 quale bottiglia ordinaria. Certamente non in grado di esprimere le potenzialità delle straordinarie terre del vino del Sud Africa, settimo Paese produttore di vino nel mondo, con una tradizione vinicola di oltre tre secoli.

Prezzo: 5,90 euro
Acquistato presso: Iper Coop

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Vini al supermercato

Brut De Meyran Blanc de Blancs Méthode Traditionnelle, Caves Elisabeth

(3,5 / 5) Sotto la lente di Vinialsuper il Brut De Meyran Blanc de Blancs Méthode Traditionnelle (Metodo Classico) in vendita nei supermercati Esselunga. Uno spumante, il “Caves Elisabeth”, prodotto da Veuve Amiot, attiva sin dal 1884 a Saint-Hilaire-Saint Florent, Saumur Cedex.

Positivo il giudizio della degustazione. Una bollicina profumata, fresca e fragrante quella prodotta dalla maison Veuve Amiot per i supermercati di Caprotti. Il nome “Caves Elisabeth” ricorda la vedova di Armand Amiot, Elisabeth per l’appunto, che diede avvio al successo dell’azienda, sul finire dell’Ottocento. Un appunto a Esselunga: giusto pretendere dai propri fornitori retro etichette in italiano.

Prezzo: 7,90 euro,
Acquistato presso: Esselunga

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