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Borgogna vs Bordeaux: i vini di Les Grands Chais de France

Borgogna vs Bordeaux i vini di Les Grands Chais de France

Les Grands Chais de France, gruppo fondato e gestito da Famille Helfrich che commercializza vini delle più prestigiose regioni vinicole francesi, ha presentato a Milano alcune delle proprie referenze presso il ristorante Mitù.
Un confronto fra le due principali sottozone di Borgogna, Côte de Beaune e Côte de Nuits, con una “incursione” da Bordeaux, dopo i confortanti passi avanti compiuti con il Crémant nei primi 6 mesi del 2024. A presentare i vini e la realtà di Les Grands Chais de France e a guidare la degustazione Stephane Schaeffer, esperto di Borgogna del gruppo, Vittorio Frescobaldi, export manager per Bordeaux e Romina Romano, Country Manager Italia.

LA DEGUSTAZIONE

Crémant de Bourgogne Chardonnay Extra Brut 2022, Chartron et Trébuchet

Giallo paglierino carico, perlage fine e persistente. Naso semplice ma intenso. Note floreali e di frutta bianca, crosta di pane e leggero tocco tostato. Sorso snello in cui la viva freschezza ben si sposa con la cremosità delle bollicine. Poco persistente, lascia al palato un piacevole ricordo di sé.

Chablis Grand Cru “Bougros” 2021, Chartron et Trébuchet

Terreni calcarei kimmeridgiani per lo chardonnay che dà vita a questo Grand Cru. Fermentazione in rovere e permanenza sulle fecce fini per 8-10 mesi. Colore dorato e naso ricco ed espressivo. Note di frutta gialla fresca ed un accenno di frutta tropicale. Scorza d’agrume. Banana, pesca, mango, lime, vaniglia, miele il tutto arricchito da un netto sentore minerale di “sasso bagnato”. In bocca conquista con la grande sapidità, la ricchezza del corpo ed un’acidità marcata ma “educata”.

Meursault 1er Cru “Les Charmes” 2022, Chartron et Trébuchet

Nel cuore della Côte de Beaune per uno Chardonnay che cresce tra i 200 e i 300 metri sul livello del mare e con esposizione a est/sud-est. Vinificazione in rovere ed affinamento sempre in barrique di rovere per 12 mesi. Naso pieno. Fiori bianchi, miele, bergamotto, chinotto, pera, banana, nocciola, noce moscata. Palato pieno, in piena corrispondenza con la parte olfattiva. Molto persistente.

Savigny Les Beaune 1er Cru “Les Lavieres” 2020, Marguerite Carillon

Nord ovest della Côte de Beaune. Pinot Noir vinificato in acciaio ed affinato in barrique di rovere (il 40% nuove) per circa 15 mesi. Elegante sin dal naso. Frutti neri freschi e croccanti, leggero sentore tostato ed accenni speziati. In bocca è altrettanto elegante con una freschezza che accompagna tutto il sorso e si sposa coi tannini fini e vellutati. Piacevole e coinvolgente la persistenza.

Margaux 2016, Château du Tertre

Nel cuore della Bordeaux per questo assembalaggio di 75% Cabernet Sauvignon, 10% Merlot ,10% Cabernet Franc, 5% Petit Verdot. Utilizzo di 70% di barrique nuove per circa 18 mesi e vasche di cemento. Colore carico, pieno. Naso potente su note di frutta scusa matura, parte vegetale vivace e spezie scure. Sorso pieno, avvolgente. Tannini ben integrati ma decisamente presenti. Finale lungo.

Chambolle Musigny 1er Cru “Les Noirets” 2022, Chartron et Trébuchet

Pinot Noir della Côte de Nuits. Fermentazione in acciaio ed affinamento in barrique per 16 mesi. Naso complesso ma delicato. Elegante. Frutti rossi e neri freschi, note floreali e di sottobosco. Spezie a completare il quadro olfattivo. Liquirizia, chiodi di garofano, pepe nero. Finale fresco, lungo ed aromatico.

Corton Charlemagne Grand Cru 2020, Chartron et Trébuchet

Anch’egli uno Chardonnay della Côte de Beaune, ma molto diverso dal precedente Meursault. Fermentazione in rovere ed affinamento in barrique (50% nuove) per 18 mesi. Naso complesso e verticale. Fiori bianchi, frutta matura, sentori minerali che ricordano la pietra focaia, nocciola, mandorle. In bocca è succoso, ricco, goloso, morbido. Lungo il finale.

Sauternes 2013, Château Bastor Lamontagne

Il vino dolce di Bordeaux per definizione. Prevalenza di Sémillon, Sauvignon a saldo, fermentazione parzialmente in legno. Un Sauternes che punta più sulla freschezza che sul tradizionale “zafferano”. Naso fresco, floreale e fruttato su note di albicocca, pera e pesca sciroppata. Tocco mentolato e una balsamicità che strizza l’occhio agli agrumi canditi. Sorso scorrevole e non stucchevole. Teso.

NUMERI POSITIVI PER LES GRANDS CHAIS DE FRANCE IN ITALIA

Les Grands Chais de France vende nel mondo 1 bottiglia su 4 di vino francese e continua a guadagnare nuove fette di mercato italiano, in Horeca e Gdo. Nel 2023 il giro d’affari complessivo in Italia ha superato i 7 milioni e 800 mila euro, contro i 5.600.000 euro del 2021 e segnando un +17,82% rispetto al 2022. Il 2023 si è chiuso con un segno positivo anche per i volumi con oltre 1 milione e 300 mila bottiglie vendute, pari a +7,83% rispetto all’anno precedente. All’interno di questi numeri la Borgogna di Les Grands Chais de France (gruppo noto anche come GCF Groupe) è in costante crescita sul mercato italiano. Dall’1 gennaio al 30 settembre 2024 sono state infatti vendute oltre 300 mila bottiglie per un giro d’affari di circa 2 milioni di euro.

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Enoturismo in Borgogna: 280 nuovi pannelli per orientarsi tra Cru e Appellations


Tempo di restyling per i vigneti della Borgogna, che possono ora contare su 280 nuovi pannelli utili ad orientarsi tra Cru e Appellations. A spingere per il netto cambio di stile nella grafica dei cartelli è stato il Bureau Interprofessionnel des Vins de Bourgogne. I primi a “rifarsi il trucco” sono stati i
vigneti dello Châtillonnais e del Grand Auxerrois, alla fine del 2022, seguiti sin dai primi giorni del 2023 da Mâconnais, Côte Chalonnaise, Côtes de Beaune e Côtes de Nuits.

«I nuovi pannelli, di colore marrone – spiega il Bureau Interprofessionnel des Vins de Bourgogne – evocano chiaramente la terra, integrandosi naturalmente con il paesaggio. Un modo per esaltare ancor più la nozione di terroir, tanto cara ai vini di Borgogna. Resi ancora più moderni, questi pannelli sono pienamente in linea con l’ambizione di eccellenza dell’enoturismo della Borgogna, unica regione vinicola a disporre di una tale rete di cartelli per i visitatori».

Questo rinnovamento dinamico accompagna l’apertura della Cité des Climats et Vins de Bourgogne nei tre siti di Mâcon, Chablis e Beaune, prevista per la tarda primavera. I visitatori potranno migliorare la loro conoscenza dei vini di Borgogna e scoprire i vari terroir e le cantine presenti in ognuna delle zone. Il restyling, per il momento, non interessa i pannelli dello Chablis, più recenti rispetto agli altri e già fotogratissimi dai tanti turisti in visita in Borgogna.

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Cité des vins & des Climats de Bourgogne: inaugurazione confermata nel 2022

Prende vita a Beaune la Cité des vins & des Climats de Bourgogne, un percorso di 1100 metri quadrati alla scoperta della cultura vinicola della Borgogna., che aprirà le porte ai visitatore a partire dalla primavera 2022. La struttura comprende uno spazio interamente dedicato ai “Climi dei vigneti della Borgogna“, zona inserita nell’elenco dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

La costruzione sarà il cuore di un nuovo distretto urbano targato “Biodivercity“, a due passi dal Palais des Congrès e dall’Englobera, un hotel moderno, ecologico e a misura d’uomo. Ci saranno poi ristoranti, un’intera galleria di shop per la degustazione di vini, una sala eventi e un ampio parco paesaggistico.

In particolare, il piano terra della Cité des vins & des Climats de Bourgogne sarà dedicato alla scoperta dei vini e dei climi della Borgogna. Il visitatore potrà scopre 20 “isolotti” articolati intorno tre temi principali, per una lunga visita della durata di 1 ora e mezza.

Già svelati i macrotemi: “La regione Borgogna: la sua storia, i suoi terreni, i suoi territori”; “Il Clima: l’unicità della viticoltura e del terroir della Borgogna”; “L’uva e il vino: il monovitigno, la vinificazione, le botti, gli aromi, la degustazione”.

Il viaggio sarà multisensoriale. Lungo il percorso, il visitatore potrà ascoltare una storia, interagire con i diversi dispositivi multimediali (tabelle multitouch, video animati, proiezioni luminose, giochi interattivi), e ottenere informazioni sulla degustazione.

Spazio anche per i bambini, che potranno scoprire la storia della viticoltura in Borgogna, attraverso il ciclo della vite e i dettagli sul terreno. Un progetto approvato nel 2010 dal Bourgogne Wine Board (Bivb), che conferma la sua tabella di marcia verso l’apertura in un momento difficile per la viticoltura internazionale.

La Cité des vins & des Climats de Bourgogne è in realtà un progetto di rete, con tre strutture legate al vino in tre punti di ingresso alla regione vinicola della Borgogna: Beaune, Mâcon e Chablis. Ciascuno di questi tre siti promuoverà i vini dell’intera area della Borgogna.

La Cité des Vins di Mâcon comporterà la ristrutturazione e l’ampliamento dell’attuale Maison des Vins del Bivb. L’area visitatori coprirà circa 1.900 metri quadrati. La Cité des vins di Chablis sorgerà invece nel sito storico delle cantine del Petit Pontigny. Anche questi edifici saranno ampliati: il nuovo sito coprirà circa 1000 metri quadrati.

 

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Chablis 1er Cru “Vaillons” 2003, Domaine Jean Collet & Fils

Figlio di terreni calcarei ricchi di fossili marini, in particolare di Exogyra virgula, una piccola ostrica tipica di quelle zone, lo Chablis 1er CruVaillons” di Domaine Jean Collet & Fils è uno Chardonnay in purezza, da piante di età media di 30 anni. Dal vigneto “Vaillons”, con esposizione a sud, situato sulla riva sinistra del fiume Serein, questo Chablis a 17 anni dalla vendemmia si mostra in tutto il suo splendore.

LA DEGUSTAZIONE
Di colore giallo dorato antico presenta un naso evoluto, maturo, ma senza la minima nota ossidativa. La parte floreale lascia poi spazio ad aromi di frutta candita e miele che anticipano accenni sulfurei, di pietra focaia, e note di piccola pasticceria in continua evoluzione.

Nonostante un’annata torrida, “Vaillons” 2003 non delude al palato in termini di freschezza. Il sorso è pieno e burroso, di estrema finezza ed eleganza. Il finale è lunghissimo. Un vino bianco francese che si sposa perfettamente con l’uovo pochè, accompagnato da asparagi alla griglia.

LA VINIFICAZIONE
Come anticipato, Chardonnay in purezza per il Chablis 1er Cru “Vaillons” coltivato dal Domaine Jean Collet & Fils con densità di impianto di circa 6 mila ceppi per ettaro e rese di 55 ettolitri per ettaro.

Dopo la pressatura viene effettuata una decantazione statica a freddo per eliminare le fecce più grandi prima della fermentazione in acciaio inox. Affinamento successivo in botti di rovere da 80hL per 10-12 mesi prima dell’imbottigliamento.

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Quei (grandi) bianchi tra i (nobili) rossi: Gavi e Chablis a confronto in Piemonte


GAVI –
Distano 695 chilometri, curva più, curva meno. Ma è un attimo ritrovarli vicini, uno accanto all’altro, in quella macchina del tempo e dello spazio che l’uomo chiama “calice”. Si è svolta sabato mattina, nella scenica cornice di Tenuta Villa Raggio a Gavi, la masterclass di confronto tra Gavi e Chablis.

A condurla Elise Lemoine, wine educator e Brand Ambassador della Borgogna, assieme a Gianni Fabrizio, tra i curatori del Gambero Rosso. Un ideale viaggio tra le “tappe” che contraddistinguono la denominazione piemontese e quella d’Oltralpe.

Obiettivo della masterclass, inserita nel programma di Di Gavi in Gavi 2019, dimostrare che il parallelismo regge, al di là del colore. Se non altro perché si tratta di due bianchi tra i rossi. Lo Chablis, nobile tra i nobili rossi di Borgogna. E il Gavi, nobile e “Cortese”, seduto alla destra degli aristocratici rossi del Piemonte.

BIANCHI TRA I ROSSI

Lo Chablis costituisce il 16% in volume della produzione totale della Borgogna e il 4,1% di quella nazionale, con 37,9 milioni di bottiglie all’anno. Ha radici che affondano nel XI secolo, quando i monaci cistercensi iniziarono a selezionare le migliori particelle per allevare Chardonnay, nel nord ovest della Borgogna.

Molto più di un’illuminazione. Il suolo qui è calcareo, formato durante l’era Kimmeridgiana (Giurassico superiore) e presenta fossili di piccole ostriche. Elise Lemoine utilizza una piacevole metafora per descriverlo: “Un tiramisù geologico con strati di calcare e strati di fossili, fino ai 100 metri di profondità”.

Al di sopra del terreno, un clima che vede estati brevi e fresche e inverni piuttosto rigidi, tant’è che si ricordano annate in cui le gelate hanno distrutto gran parte delle vigne, soprattutto nel 1956 e nel 1959. A quegli anni risalgono i primi sistemi di riscaldamento.

Oggi un sistema diffuso è quello di mettere dell’acqua sui germogli in modo che, una volta gelata, protegga gli stessi dal congelamento. Un’altra caratteristica che distingue e dona caratteri eterogenei allo Chablis sono i Climats, cioè parcelle delimitate, con peculiari condizioni pedoclimatiche. Nello Chablis ce ne sono 47 diverse.

Il Gavi, dal canto suo, è la sintesi perfetta di un territorio che si trova tra il Mar Ligure e l’Appennino. L’uva Cortese cresce su suoli variegati, che a nord sono argillosi e rossi. Nella parte centrale sono presenti arenarie e marne, mentre a sud i terreni sono ricchi di fossili.

La destinazione delle bottiglie è soprattutto estera (con quasi l’85%), con in testa gli Usa. Seguono Russia, Giappone e Germania. La Doc è stata riconosciuta nel 1964, la Docg nel 1998. Ma si tratta di un’appellazione tutto sommato giovane, dinamica. E soprattutto in evoluzione, a caccia di una dimensione ideale in cui sentirsi davvero a proprio agio.

Per Elise Lemoine lo Chablis “è come un bacio in bocca seguito da uno schiaffo”. Non aveva mai assaggiato il Gavi e lo descrive come “unico”, perché “ogni bottiglia che ho assaggiato era diversa dalle altre, con il tratto distintivo dell’eleganza e della freschezza”.

Per la relatrice della masterclass è “difficile paragonare lo Chablis al Gavi perché sono molto diversi, anche se entrambi vini bianchi secchi dal colore tenue”, e “forse i bianchi più importanti delle rispettive regioni”.

“Gavi ha un aroma esotico, è un vino divertente oserei dire, la sua freschezza è notevole”, chiosa l’esperta francese. Ma come sono posizionati i vini italiani in Francia, anche alla luce dell’eterno testa a testa dei due Paesi?

Soprattutto i ristoranti acquistano vini di bassa qualità italiani – ammette Eloise Lemoine – così anche i consumatori francesi si fanno un’idea sbagliata e considerano il vino italiano peggiore”.

“Ma sarebbe così semplice stabilire o rafforzare delle partnership tra Piemonte e la zona francese al di là del Monte Bianco, come se fosse una macrozona che comprende anche la Svizzera e Ginevra”, provoca la relatrice. Succederà?

LA DEGUSTAZIONE


Alla masterclass di Gavi in Gavi 2019 sono stati serviti per primi i Petit Chablis, che rientrano nella denominazione Village e si trovano su altipiani dai 230 ai 280 metri sul livello del mare. Sono vini freschi, croccanti, che vanno bevuti giovani.

Petit Chablis 2017, Domaine Christophe et Fils
Solo acciaio, i fiori bianchi predominano al naso. Mineralità spiccata.

Petit Chablis, 2016, DOmanine Guy Robin
Solo acciaio, affinamento di 10 mesi sui lieviti. Ha un bel giallo paglierino brillante, nota di pietra focaia al naso, minerale, non molto persistente.

Spazio poi a un bianco del Piemonte, quello di una delle cantine più rappresentative della Denominazione: Marchese Luca Spinola. Per poi tornare in Francia, dietro la curva. Altri Village: vini freschi, minerali con vigne collinari che spesso godono di un’ottima esposizione.

Gavi 2018 “Carlo”, Marchese Luca Spinola
Giallo paglierino tenue con riflessi verdolini, naso molto fruttato, frutta gialle e pesca con note di frutta esotica, mango. Sapido.

Chablis 2017 “Tete d’Or”, Domaine Billaud Simon
Vinificazione in acciaio e 12 mesi di affinamento, di cui 20% in barrique. Domina la sapidità, ma si presenta molto elegante in bocca.

Chablis 2016 “Le Classique”, Pascal Bouchard
Giallo con lievi riflessi dorati, naso di frutti a polpa bianca, ottima persistenza e spiccata spalla acida.

Gavi 2017 “Minaia”, Nicola Bergaglio
Tra i cru più importanti del territorio del Cortese, è più minerale e meno fruttato del precedente, con una punta di grafite finale.

Chablis Premier Cru Vaucoupin 2017, Corinne et Jean-Pierre Grossot
Vigne su appezzamenti ripidi con esposizione a sud, è di un bel giallo paglierino e ha un naso piuttosto ampio, in bocca è minerale e ha delle note metalliche.

Chablis Premier Cru Montamains 2016, Domaine des Malandes
Vigne con piante in media di 64 anni, fermentazione 80% acciaio e 20% in botti di rovere, bel giallo con venature dorate, al naso è delicato e ben bilanciato nel bouquet di fiori bianchi e note leggermente speziate, liquirizia, in bocca è elegante e persistente. È diretto ma l’eleganza ne smorza la direzione.

Chablis Premier Cru 2015 Fourchame, Garnier et Fils
Fermentazione in botti da 25 ettolitri e in botti di quercia da 600 litri, ha un bouquet ampio al naso che evolve piacevolmente nel tempo, acquisendo spessore e arricchendosi.

Chablis Premier Cru Beauroy 2014, Les Mosnier
Giallo scarico, si fanno sentire le morbidezze, rotondo e bilanciato con la mineralità, compaiono note erbacee nel finale.

Gavi Docg Riserva 2016 “Vigne della rovere verde”, La Mesma
Un anno di legno e 6 mesi in bottiglia, minerale e con una spalla acida robusta.

Gavi Docg 2015 “Bruno Broglia”, Broglia
Il migliore in batteria. Giallo paglierino dorato, naso complesso con delle punte di frutta esotica e note di spezie dolci sul finale.

Chablis Grand Cru Valmur 2015, Domaine Louis Moreau
Affinamento in acciaio e botti di rovere. Non a caso regala particolari e caratteristiche note burrose.

Chablis Grand Cru Grenouilles 2014, La Chablisienne
Fermentazione 50% acciaio e 50% in botti di quercia, affinamento di 20 mesi sui lieviti in acciaio. Al naso fanno capolino anche note più vegetali e terrose, gode ancora di buona acidità, alto potenziale di ulteriore invecchiamento per esprimersi

Gavi Docg 2014 “Monterotondo”, Villa Sparina
Bouquet di fiori bianchi, agrumi e note balsamiche finali.

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Timorasso, Walter Massa shock: “Nel 2018 smetto di fare vino”

Si scrive “Walter Massa”, si legge “Timorasso”. Anzi: oggi, più che mai, “Derthona”. Ma cosa succederebbe se il re del vino dei Colli Tortonesi decidesse di gettare la spugna?

La notizia shock in esclusiva al microfono di vinialsupermercato.it: “Non ci sto più dentro e nel 2018 cambio lavoro. Faccio ancora due vendemmie. Poi la mia azienda andrà avanti coi miei nipoti o con qualcun altro. Ma non vi dico che lavoro farò! Dico solo che devo prendere tanti voti per cambiare lavoro”.

Fermi tutti. Seduti. Un sorso d’acqua. Fatto? Bene. Flashback. Sulla terrazza di piazza Casponi 10, a Monleale, quartier generale alessandrino del vignaiolo che ha avuto il merito di rilanciare il Timorasso in Piemonte e nel mondo, sono da poco passate le 17.30 di domenica 19 giugno.

Un pubblico di appassionati di vino affolla la casa del guru in occasione di Quatar Pass per Timurass, la (riuscitissima) quarta tappa del tour organizzato da Slow Food Piemonte – Cantine a Nord Ovest. Strappiamo letteralmente Massa dalla ressa. E ci facciamo concedere un’intervista. Parliamo del rapporto tra vino e grande distribuzione. Un argomento su cui il re dei Colli Tortonesi mostra un’inaspettata apertura.

“Il mio è un progetto ambizioso e quindi cerco di stare sui canoni, come li definiscono quelli che hanno studiato, dell’horeca. Però il vino è un prodotto per il quotidiano, da sempre. E quindi va messo alla portata di tutti: va distribuito in maniera diligente e rispettosa. Ci sono dei supermercati che hanno fatto investimenti diligenti sul vino e io li rispetto tantissimo. Poi, finché riesco e se riesco, cerco di starne fuori. Ma apprezzo davvero chi ha fatto grandi sforzi per rendere alla portata di tutti i vini agricoli e i vini di qualità”.

“Siamo tutti uguali, la carne è debole. Quando vendi, quando tiri, quando sei di moda – ammette Massa – fai il fenomeno e magari ti permetti di dare il vino solo a chi te lo paga anticipato, alle grandi enoteche, ai ristoranti stellati. Poi, appena comincia a mancarti qualcosa o a entrarti in società qualcuno che preme per il fatturato e per il business, paventando la possibilità che l’azienda possa altrimenti chiudere, ti fermi un attimo e ti rendi conto che forse bisogna dire basta alla filosofia. E di filosofi siamo tanti, nel vino, in Italia”.

“Il vino – prosegue Walter Massa – deve essere sempre il seguito di un pensiero. Un pensiero che va sostenuto. Questo si ottiene solo con delle scelte e io ho fatto le mie: cerco di differenziare i prodotti, di tenerli sotto controllo… Poi sarà sempre la legge della domanda e dell’offerta, la legge degli uomini, la legge della fortuna a prevalere su tutto. Io penso di essere più che la mia fortuna, la fortuna di un territorio. Qui ho trovato tanti colleghi con cui ho un bel feeling e con cui sto cercando di recuperare un gap storico. A Savona, dieci anni fa, pensavano che a Tortona neppure si facesse il vino. Oggi, che si fa il vino a Tortona, lo sanno i salotti buoni che ci sono a Hong Kong, piuttosto che a Tokio, piuttosto che a New York o nel nord Europa”.

LA SVOLTA
Proprio per questo, secondo Massa, è arrivato il momento di svoltare. Di cambiare prospettiva. “Adesso – evidenzia – dobbiamo anche pensare a un Timorasso, anzi meglio a un Derthona, per tutti. Io ho fatto il Petit Derthona copiando dal Petit Chablis, perché voglio difendere al massimo il Timorasso”.

“Non voglio che il Timorasso sfuso sia alla mercé di gente che col vino centra come io centro con gli aeroplani. Come? Imbottigliandolo io, fino all’ultima goccia. Pensate che un Lugana sfuso vale 4,50 euro al litro, quando una Barbera del mio vicino di casa un euro al litro: questa è pazzia, è una cosa vergognosa. Non per il Lugana, ma per il Barbera”.

“Il Gavi sfuso – sottolinea Massa – vale 3 euro al litro! E io non voglio che il Derthona sfuso esista! Perché noi del Derthona siamo tutte aziende con un know how  in cantina per imbottigliare il vino e vogliamo far sì che, se il Derthona a casa mia esce a 10 euro, il Petit Derthona esca dalla mia cantina a 6 euro. E il consumatore, sugli scaffali, trovi il Petit a 7-8 euro, e il Derthona a 15-16 euro”.

Un’apertura alla Gdo? “Non nel mio caso – precisa Massa – perché il Petit Derthona è l’ultimo prodotto a cui io penso. Quando ho fatto tutte le selezioni per i cru e per il Derthona, quello che avanza diventa Petit Derthona. Lo dichiaro al mio distributore e mi auguro che lo gestisca come tale. Dobbiamo smetterla di fare i commercianti falsi, noi del vino”.

“Se finisco il mio vino e lo vado a comprare dal mio vicino – aggiunge Massa – finisce la filosofia, la poesia del vignaiolo indipendente. Il vignaiolo è indipendente quando può mandare tutti a cagare e andare al mare, la terza domenica di giugno. Non star qui a mendicare o a dare a retta a tutti. Lo faccio volentieri, ma il vignaoiolo indipendente è tale quando dice che va nella vigna e ci va davvero! Io vado in cantina, vado in vigna, vado in giro a raccontare fiabe ma, soprattutto, sono sempre in prima linea come uomo. La cosa è semplice: o siamo contadini, o siamo commercianti. Questo è quello che detesto del pianeta vino in Italia. La mia partita è fare il versus: versus Borgogna, versus Reno, versus Sancerre, versus Verdicchio, versus San Gimignano, versus Collio, versus Gavi. Io voglio che il Derthona entri nell’olimpo dei grandi bianchi del mondo”.

IN VINO POLITICA
Massa ha voglia di parlare e ci incalza con risposte sempre più piccate. Risposte che fanno solo lontanamente presagire un finale shock. “Come fondatore della Fivi (Federazione italiana vignaioli indipendenti, ndr) – continua il re dei Colli Tortonesi – assieme ad altri 300 grandi uomini italiani, alcuni grandi vignaioli e alcuni grandi del vino, ho dovuto fare esattamente come De Gasperi e Togliatti: per tenerci lontana la Russia abbiamo dovuto parlarci e inventare una Democrazia Cristiana che avesse dentro tutti. Dai latifondisti agli operai, dai cattolici ai partigiani. Dagli ex partigiani, ai fumatori e agli astemi! Quindi nella Fivi, per adesso, troviamo tutto quello che in Italia si chiama ‘Azienda agricola’, che comprende anche chi può fatturare il 49% del totale. E’ una cosa che, col cuore, definirei vergognosa. Ma con il cervello non posso che giudicare quale passaggio indispensabile. Adesso metteremo delle regole un po’ più rigide”.

“Io sono al quarto mandato – continua Massa – e al secondo da vice presidente. Il patto è quello di stringere le maglie. Perché io voglio lavorare per i grandi, non per i grossi. E i grandi sono anche quelli che hanno due ettari di vigna e fanno mangiare una famiglia intera, la loro. Facendo al contempo grande l’Italia intera nel mondo. Perché l’Italia la fa bella Salvatore Ferrandes, a Pantelleria, come la fa bella Anselmet o Lo Triolet, o Zidarich, o Dirupi. In Valle D’Aosta, nel Carso o in Valtellina. Ho messo in croce l’Italia, come piace a me metterla in croce”.

Ma è quando si parla di e-commerce che Walter Massa non ci vede più: “Se ti cercano, ti comprano, ti vogliono, perché nascondersi? Io, intanto, sto con chi, in Inghilterra, vuole uscire dalla Ue. Perché mandare il vino nella Ue è un lavoro, mandare il vino a Singapore, in Giappone, in Russia, in Norvegia è un gioco? Ti vessano, dicendoti che devi fare una bolla solo per far mangiare qualche essere dannoso all’economia e al Pil italiano. Per me il lavoro non è solo un diritto, ma soprattutto un’opportunità. E, quindi, noi dobbiamo far sì che il vino in Europa giri liberamente”.

“Disfiamo questa Europa – attacca Walter Massa – è ora di dire basta. O, piuttosto, rimettiamola a posto. Tutte queste barriere, tutta questa burocrazia, non è altro che una presa per il culo per mandare i D’Alema della situazione a prendere uno stipendio”. Fine del flashback. A questo punto Massa vuota il sacco. E fa presagire come Montecitorio (nome di un vigneto Massa) e Anarchia Costituzionale (nome di un suo vino), possano essere molto più di un messaggio subliminale.

“Di certo dico subito che non andrò con i Cinque Stelle – precisa il vignaiolo – anche se per Roma faccio il tifo per Virginia Raggi e non certo per Orfini. I partiti istituzionali vanno messi al loro posto, lasciando i bastardi, i falliti e quelli in via di fallimento a casa, al posto di farsi salvare come sempre dalla politica”. Il mondo del vino trema. E forse, da oggi, anche quello della politica. Situazione meteo: uragani su Roma, provenienza Piemonte.

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