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Marzia Varvaglione presidente CEEV – Comité Vins: da Manduria a Bruxelles

Marzia Varvaglione presidente CEEV - Comité Vins da Manduria a Bruxelles Prima donna ad occupare questo incarico. Ma i record sono due è anche la più giovane
Marzia Varvaglione
è prima donna presidente del Comité Européen des Entreprises Vins (CEEV), la federazione che rappresenta le aziende vitivinicole europee. Una nomina storica che segna una doppia svolta: la prima, di “genere”; la seconda di età. Varvaglione, produttrice con la famiglia a Manduria, è la più giovane mai eletta alla guida della prestigiosa istituzione europea.
Un riconoscimento che porta lustro all’Italia e all’intero comparto vitivinicolo nazionale, arrivato in un momento cruciale per il futuro del settore. https://www.ceev.eu/

MARZIA VARVAGLIONE: CHI È LA NUOVA PRESIDENTE CEEV

Figura di spicco del panorama vitivinicolo italiano, Marzia Varvaglione arriva alla guida del CEEV forte di una carriera già segnata da importanti risultati. Presidente di AGIVI (Associazione Giovani Imprenditori Vinicoli Italiani) e membro del Consiglio Direttivo dell’Unione Italiana Vini, Varvaglione ha dimostrato negli anni una notevole capacità di leadership e visione strategica.

Cresciuta professionalmente nell’azienda di famiglia Varvaglione 1921, ha avuto un ruolo determinante nel processo di trasformazione aziendale: da impresa produttrice di vino sfuso a realtà affermata e dinamica, capace di esportare ogni anno oltre 5 milioni di bottiglie in 70 Paesi del mondo. Un percorso imprenditoriale di successo che rispecchia la sua abilità nel coniugare tradizione, innovazione e internazionalizzazione. https://www.varvaglione.com/azienda-vini/

CEEV E IL FUTURO DEL VINO EUROPEO

La nuova presidente del CEEV ha già tracciato chiaramente gli obiettivi prioritari del suo mandato, che saranno decisivi per rafforzare la competitività del settore vitivinicolo europeo. Difesa del comparto, rilancio dei consumi, coinvolgimento delle nuove generazioni e ricambio generazionale: questi sono i punti cardine del programma di Varvaglione, in piena coerenza con gli obiettivi delineati dal Piano Strategico 2023-2027. Fondamentale sarà anche potenziare il ruolo di advocacy della federazione europea, migliorando la rappresentatività delle imprese vinicole europee nelle sedi istituzionali.

Un impegno che guarda al futuro con determinazione e fiducia, puntando a rendere il settore sempre più dinamico e pronto ad affrontare le sfide globali. Una nomina, quella di Marzia Varvaglione, destinata a lasciare un segno indelebile nella storia del vino europeo, confermando ancora una volta il ruolo di primo piano dell’Italia nel panorama internazionale.

GLI AUGURI DEL PRESIDENTE UIV, LAMBERTO FRESCOBALDI

La nomina di Marzia Varvaglione è stata accolta con entusiasmo e grande orgoglio dal presidente dell’Unione Italiana Vini, Lamberto Frescobaldi: «La scelta di Marzia porta una ventata di freschezza nel settore. Siamo certi che saprà guidare con determinazione e competenza il comparto in un momento delicato per il vino europeo. È un onore per l’Italia che questo ruolo torni nel nostro Paese grazie non solo alla prima presidente donna, ma anche alla più giovane in assoluto, segno evidente della vitalità e della capacità di innovazione che oggi sono necessarie per affrontare le nuove sfide».

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È italiano il miglior rosato al Concours Mondial de Bruxelles 2023


È italiano il miglior vino rosato del Concours Mondial de Bruxelles 2023. A produrlo è Pasqua Vigneti e cantine di Verona, incoronata all’ultima edizione del prestigioso concorso internazionale. Una doppia vittoria per l’Italia che, in terra francese, per l’esattezza a Montpellier, strappa un riconoscimento storico per il movimento dei rosé – pardon, “rosati” – italiani.

In verità è tutto il Bel Paese a uscire a testa alta dall’edizione 2023 dedicata dal Concours Mondial de Bruxelles ai “vini rosa”, a cui hanno preso parte etichette provenienti da ben 25 Paesi, per lo più europei. L’Italia può contare su un bottino pari al 33% di tutte medaglie assegnate da 55 degustatori internazionali.

In particolare, il Bel Paese porta a casa una Gran medaglia d’Oro, 29 medaglie d’oro e 48 medaglie d’argento. La Puglia è la prima regione italiana presente nel medagliere, con 27 medaglie. Seguono il Veneto, con 17 medaglie e l’Abruzzo, con 11 medaglie. Tutte insieme, le altre nazioni hanno raccolto il 29% delle medaglie d’oro e d’argento.

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Prošek-Prosecco, la Croazia alza la voce a Bruxelles: parole di fuoco sui politici italiani


Torna caldissimo il dibattito sul Prošek croato, mentre la decisione finale da parte di Bruxelles tarda ad arrivare, lasciando l’Italia del Prosecco e la stessa Dalmazia in trepidante attesa. La discussione è terminata e non sono previste audizioni pubbliche nel prossimo futuro. Vista la distanza tra le parti, si materializza sempre più la possibilità che il caso venga portato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Un’ipotesi che Zagabria non sconfessa, precisando tuttavia di preferire «una soluzione di compromesso, piuttosto che prolungare l’intera questione fino alla Corte».

Ad accendere gli animi, in un’intervista esclusiva rilasciata a winemag.it, è Tonino Picula, europarlamentare croato che, a fine gennaio, ha incontrato il commissario Ue all’Agricoltura Janusz Wojciechowski. Obiettivo: ribadire al rappresentante della Commissione guidata da Ursula von der Leyen che «Prošek e Prosecco sono prodotti differenti, ognuno con la propria storicità e non confondibili dai consumatori».

«Personalmente – riferisce Picula – non credo che ci sia alcun problema: abbiamo due ottimi prodotti molto diversi tra loro che nessun consumatore ragionevolmente informato potrebbe confondere. So che alcuni produttori e alcuni miei colleghi parlamentari italiani sono d’accordo con me. Purtroppo sono una minoranza e abbiamo visto e sentito una serie di argomentazioni scioviniste da parte di funzionari italiani irresponsabili, che cercano di ottenere punti politici a buon mercato a spese dei piccoli produttori di vino croati».

QUELLA DEGUSTAZIONE ALLA CIECA DI PROŠEK

Che Tonino Picula non le mandi a dire, è chiaro sin da subito. A dispetto del nome italiano, il 61enne europarlamentare, originario di Mali Lošinj, è tra l’altro un veterano di guerra della madrepatria croata (hrvatskih branitelja). Nel 2021, proprio durante i momenti più accesi della querelle Prošek-Prosecco, ha organizzato a Zagabria una degustazione alla cieca dei due vini, i cui risultati sono finiti sul tavolo di Bruxelles.

Abbiamo offerto ai passanti una degustazione del nostro Prošek e del Prosecco italiano, senza dire quale calice fosse stato riempito con quale vino. Nessuna delle diverse centinaia di persone, compresi alcuni turisti italiani, ha confuso i due prodotti.

Un’altra conferma delle importanti differenze viene dai disciplinari di produzione. Il Prošek è un vino da dessert della Dalmazia meridionale, ottenuto da varietà autoctone croate, mentre il Prosecco è un vino spumante dell’Italia settentrionale, ottenuto da varietà italiane»

«PROSECCO E PROŠEK NON SONO CONCORRENTI»

Nel recente incontro con il commissario Ue all’Agricoltura Janusz Wojciechowski, Tonino Picula ha mostrato inoltre che «il Prošek è un vino fermo, denso quasi come uno sciroppo, di solito di colore dorato intenso, ambrato o marrone ramato, mentre il Prosecco è un vino con le bollicine, di colore giallo chiaro». «Nei menu dei ristoranti e sugli scaffali dei negozi – precisa l’europarlamentare croato – si trovano sempre agli antipodi, in categorie di prezzo diverse, in bottiglie di forme e volumi diversi».

In sintesi, «il Prošek e il Prosecco hanno un sapore, un aspetto e un profumo diversi, sono prodotti con metodi diversi da varietà d’uva diverse, vengono serviti in modi diversi “agli antipodi” del pasto e, soprattutto, non sono concorrenti diretti sul mercato». Non solo.

Affermare che il Prošek sia una copia e/o una traduzione scadente di un grande vino italiano è fuorviante e scortese al massimo. È un vino di lunga tradizione e profondamente radicato nelle usanze locali della Dalmazia, tanto che una bottiglia di Prošek viene seppellita il giorno della nascita di un bambino per essere aperta il giorno del suo matrimonio».

«SCORRETTO E OFFENSIVO PARLARE DI CONTRAFFAZIONE»

I numerosi casi di contraffazione del Prosecco sono noti in Croazia. «Capisco – commenta a tal proposito Tonino Picula – la sensibilità degli italiani nei confronti del loro vino. È il più esportato d’Italia ed è uno dei vini più contraffatti d’Europa. Ma questo non ha nulla a che fare con il Prošek, che ha una lunga e dimostrabile tradizione di produzione nell’Adriatico orientale: ironia della sorte, anche più antica del Prosecco stesso». Il Prošek, come documentato da winemag.it nel novembre 2021, viene infatti citato nel libro del 1774 del geologo e naturista italiano Alberto Fortis, pubblicato a Venezia e intitolato “Put po Dalmaciji”, ovvero “Viaggio in Dalmazia”.

Ed è questo un altro aspetto su cui Tonino Picula affonda la lama nei confronti dei colleghi di Roma: «Alcuni politici italiani non approfondiscono le reali e importanti differenze tra i due prodotti ma, in modo superficiale e oserei dire italocentrico, si concentrano sulle somiglianze nel nome e insistono erroneamente sul fatto che il Prošek sia un’imitazione a buon mercato del Prosecco. Questo è scorretto e offensivo da parte dei nostri vicini, che hanno una grande tradizione gastronomica, ma non il monopolio della qualità».

Infine l’attesa del pronunciamento di Bruxelles: «Sono fiducioso – commenta Picula in esclusiva a winemag.it – che la Commissione terrà conto delle argomentazioni sostanziali relative alle dimensioni e alla forza dell’economia italiana e della sua lobby. Mi aspetto che quest’anno venga annunciata una decisione positiva per Prošek, in modo che ogni buon pasto possa iniziare con un calice di buon Prosecco e finire con un calice di buon Prošek». Se son rose, fioriranno.

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In Campania la Sessione Spumanti del Concours Mondial de Bruxelles 2023


Sarà la Campania ad ospitare la Sessione Spumanti del Concours Mondial de Bruxelles 2023. Per l’occasione è stato scelto il Campus Principe di Napoli di Agerola. La splendida location, con vista panoramica mozzafiato sulla Costiera Amalfitana, dall’alto dei Monti Lattari, sarà capitale degli sparkling dal 31 maggio al 4 giugno. Un luogo speciale anche dal punto di vista della formazione dei futuri addetti della ristorazioine. Ha sede Al Campus Principe di Napoli di Agerola la scuola di formazione diretta dallo chef Heinz Beck.

Ora l’annuncio dello sbarco della Sessione Spumanti del Concours Mondial de Bruxelles 2023, a suggellare il legame tra territorio e cultura del vino, proprio in un momento in cui l’Europa assiste inerme agli allarmi dell’Irlanda sul consumo di alcolici tra cui il vino, equiparato alle sigarette. «Il legame storico della Campania con il vino e i vigneti – afferma Quentin Havaux, direttore generale di Vinopres, che organizza il Concours Mondial de Bruxelles – ne fa una delle regioni vinicole più antiche d’Italia».

I COMMENTI

Siamo lieti di organizzare la sessione Spumanti 2023 in questa regione ospitale. La produzione di bollicine in Campania – continua Havaux – merita un riconoscimento internazionale. I nostri degustatori non vedono l’ora di scoprire questi vini prodotti con uve autoctone».

Soddisfazione anche dalle istuzioni. «La Campania – commenta Nicola Caputo, assessore all’Agricoltura della Regione Campania – ospiterà, per la prima volta in Italia, la sessione dei vini spumanti del prestigioso Concours Mondial de Bruxelles. Una vetrina straordinaria per promuovere il nostro spumante e degustare più di mille vini provenienti da tutto il mondo. Un evento che, insieme al governatore De Luca, abbiamo fortemente voluto in Campania e che ora consentirà a migliaia di operatori, buyer, giornalisti e ricercatori internazionali di valutare tutte le produzioni regionali di eccellenza e scoprire i nostri suggestivi itinerari enoturistici».

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Concours Mondial de Bruxelles sbarca nel Pays d’Oc, patria dei vini rosé


FOTONOTIZIA – La terza Sessione Vini Rosé del Concours Mondial de Bruxelles si svolgerà nel cuore del Pays d’Oc, a Montpellier, tra la Camargue e i Pirenei. Una scelta simbolica, quella degli organizzatori del noto concorso internazionale. Da 30 anni i viticoltori del Pays d’Oc contribuiscono a garantire il successo dei vini varietali e la reputazione dell’Indicazione Geografica Protetta. La loro creatività si esprime attraverso 58 varietà di uve e un territorio di 120 mila ettari di vigneti.

Gli appezzamenti, situati tra mare e montagna, sono aperti alle molteplici influenze di un clima mediterraneo-temperato. Oggi il 30% della produzione di vino del Pays d’Oc è dedicata al rosé. Con circa 300 milioni di bottiglie all’anno, è la prima IG francese produttrice di Rosé, a partire dai tre vitigni principali: Grenache Noir, il Cinsault e la Syrah.

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Ci avete mai pensato? L’Europa che ha paura del vino è quella di film e serie tv

EDITORIALE – Se il problema fosse quello del serial killer cannibale che ama il Chianti, aka Hannibal Lecter de Il Silenzio degli innocenti, saremmo a cavallo. L’Europa che ha paura del vino al punto da paragonarlo alle sigarette nella lotta al cancro, mescolando Bacco col tabacco, è piuttosto quella dei film e delle serie tv Netflix che spopolano ormai da anni anche in Italia.

Quella che riflette frustrazioni e contraddizioni di una classe politica evidentemente incapace di promuovere la cultura dell’alcol. Ricorrendo – per ora solo nelle presunte intenzioni – ad un anacronistico ritorno al proibizionismo.

Ci avete mai pensato? Nella filmografia europea ed internazionale, le scene in cui il vino – e gli alcolici in generale – sono raffigurati come il piacevole e misurato accompagnamento a un momento di gioia e “condivisione all’italiana” si contano sulle dita di una (mezza) mano.

Quante sono, invece, le rappresentazioni del manager depresso, della madre e della moglie insoddisfatta, del detective al cospetto di un caso irrisolto, oppure dell’adolescente ribelle che abusa dell’alcol, ingoiandolo a sorsate larghe? Tante. Troppe. Quasi tutte.

È di questa iconoclastia del nettare di Bacco ed affini che si nutre l’Europa della politica ubriaca (lei sì). La stessa capace di mettere nero su bianco, come ha fatto a inizio dicembre 2021 la Commissione Beca, The Special Committee on Beating Cancer, che «non esiste un livello sicuro di consumo di alcol».

Per Bruxelles siamo tutti alcolizzati travestiti da wine expert e sommelier: una cazzata roboante. Bei tempi quelli in cui il problema era un piatto di fegato e fave «con un buon Chianti». Fhfhfhfhfhfhfhfhfh.

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Vini Dop e Igp senza alcol: Coldiretti promette battaglia all’Europa

Coldiretti promette battaglia all’Europa sul vini senza alcol. Come annunciato da WineMag.it il 29 marzo scorso, Bruxelles starebbe infatti valutando la possibilità di autorizzare i vini dealcolizzati all’interno dei disciplinari delle denominazioni di origine protetta (Dop) e Indicazioni geografiche protette (Igp) europee.

Europa verso l’autorizzazione dei vini senza alcol a Denominazione di Origine e Igp

«Togliere l’alcol dal vino ed aggiungere acqua – commenta Coldiretti – è l’ultima trovata di Bruxelles per il settore enologico già sotto attacco con la proposta di introdurre etichette allarmistiche per scoraggiarne il consumo previste nella Comunicazione sul “Piano d’azione per migliorare la salute dei cittadini europei”».

La proposta è contenuta nel documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri Ue, in cui viene affrontata la pratica della dealcolazione parziale e totale dei vini.

I DETTAGLI

Nello specifico, l’Europa vorrebbe «autorizzare nell’ambito delle pratiche enologiche l’eliminazione totale o parziale dell’alcol con la possibilità di aggiungere acqua anche nei vini a denominazione di origine».

«In questo modo – attacca la Coldiretti – viene permesso ancora di chiamare vino, un prodotto in cui sono state del tutto compromesse le caratteristiche di naturalità per effetto di trattamento invasivo che interviene nel secolare processo di trasformazione dell’uva in mosto e quindi in vino».

«Un inganno legalizzato per i consumatori – conclude la Confederazione – che si ritrovano a pagare l’acqua come il vino che non potranno neanche fare appello alla tradizionale canzone popolare romanesca “La società dei magnaccioni” di Gabriella Ferri, che recita “Se l’oste ar vino ci ha messo l’acqua E noi je dimo e noi je famo C’hai messo l’acqua Nun te pagamo ma però”».

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Duemila chef e ristoratori scrivono a Biden per rimuovere i dazi sul vino europeo

Bruxelles non è sola nella battaglia alle tariffs aggiuntive imposte dagli Stati Uniti, in risposta alla controversia Airbus-Boeing. E gli alleati sono proprio all’ombra della Casa Bianca. Attraverso una lettera inviata al neo presidente Joe Biden, duemila chef e ristoratori di tutti gli Stati americani chiedono al Governo Usa di «eliminare i dazi sul vino europeo».

Si tratta della prima delle azioni della neonata Coalition to Stop Restaurant Tariffs, che si batte non solo per il vino ma tutti i prodotti agroalimentari sottoposti a dazi doganali dall’ormai ex presidente Donald Trump.

A capo della “coalizione” ci sono nomi noti della ristorazione americana come Daniel Boulud, Chris Bianco, Nina Compton, Mark Firth, Andrew Fortgang, Thomas Keller, Cheetie Kumar, Mike Lata, Neal mccarthy, Danny Meyer, Kwame Onwuachi, Steven Satterfield, Chris Shepherd, Alice Waters, nonché Mashama Bailey & Johno Morisano. Una battaglia sostenuta dall’Us Wine Trade Alliance (Uswta).

L’associazione guidata da Benjamin Aneff (nella foto sotto) raccoglie importatori, grossisti, agenti di vendita, ristoranti e produttori di vino americani e ha già ottenuto l’appoggio del Washington Post, che attraverso due editoriali ha esortato il presidente eletto Biden a «rimuovere i dazi sul vino europeo nell’ambito di uno sforzo complessivo volto a portare un rapido sollievo all’industria della ristorazione».

Al contempo, l’Us Wine Trade Alliance lavora già ai “commenti” da sottoporre all’attenzione dell’Ustr all’apertura della discussione delle tariffs di febbraio 2021. Un altro appuntamento fondamentale per migliaia di produttori di vino europei, in cui i dazi potrebbero essere rivisti – al rialzo o al ribasso – eliminati, o confermati senza modifiche.

L’obiettivo dell’Alleanza è fare in modo che il team di Joe Biden faccia il suo ingresso all’agenzia del Commercio degli Stati Uniti (Ustr) accompagnato da un largo movimento di protesta contro le tariffs, sostenuto da più fronti.

Una battaglia contro il tempo, dal momento che l’ufficializzazione della candidatura dell’esponente favorito da Biden e dai Democratici per i vertici dell’Ustr, Katherine Tai, non avverrà in tempo per supervisionare il carosello dei dazi di metà febbraio 2021. Attendere agosto 2021, data successiva per la discussione delle tariffs, sarebbe un azzardo.

Dobbiamo convincere il presidente eletto Biden che lo sgravio tariffario dovrebbe essere una delle principali priorità delle sue prime settimane in carica, e questo non è un compito da poco», ammette Benjamin Aneff per conto dell’United State Wine Trade Alliance».

Dazi Usa sul vino, Coldiretti: “Italia graziata, ora Ue dialoghi con Biden”

Nel frattempo, il 31 dicembre, l’Ustr ha annunciato la revisione dei dazi a carico di Francia e Germania. Nelle modifiche, che vedono ancora una volta graziato il vino italiano, sono incluse le nuove categorie di vini fermi e distillati come il Cognac, provenienti dai due Paesi.

In precedenza venivano calcolate tariffs del 25% sui vini fermi non oltre i 14% di alcol in volume e con formati non superiori ai 2 litri, provenienti da Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.

Nell’elenco sono stati inclusi anche i vini fermi di Francia e Germania con una percentuale di alcol superiore ai 14% in volume, oltre a quelli di imbottigliati in contenitori superiori ai 2 litri.

Tra i codici doganali inseriti anche quello che riguarda il “vino frizzante” – dunque non lo spumante – non particolarmente in voga nelle importazioni Usa dall’Ue. I vini provenienti dalla Spagna o dal Regno Unito con una percentuale di alcol superiore al 14% o di dimensioni superiori a 2 litri rimangono esenti da dazi. Lo stesso vale per gli sparkling, compreso lo Champagne.

«Questa non è la notizia che volevamo sentire – commenta Benjamin Aneff – ma sottolinea la necessità per l’amministrazione di Joe Biden di apportare modifiche alle politiche tariffarie ricevute in eredità dal suo predecessore, in particolare quelle che arrecano danni sproporzionati alle imprese statunitensi, in questo momento di crisi».

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Smells Like Brussels Spirit: lo spirito di Bruxelles figlio della birra invenduta

“Here we are now, entertain us”, chissà se pensavano ai Nirvana gli artefici di Smells Like Brussels Spirit. Un distillato di birra figlio del nostro tempo.

Quattro birrifici di Bruxelles – Brussels Beer Project, En Stoemelings, La Source e No Science – hanno unito i loro fusti di birra rimasti invenduti a causa del lockdown per farne un distillato. Oltre mille litri di birra fermentata che rischiava di andare perduta. La birra in fusto infatti si conserva ed invecchia meno di quella in bottiglia.

Brussels Distillery si è fatta carico del progetto producendo uno spirit ispirato alla tradizione nordeuropea del Gin. Smells Like Brussels Spirit è infuso di fiori di iris, simbolo della regione di Bruxelles, ma anche con un tocco di pepe di Giava, corteccia di arancia, coriandolo e cardamomo.

Un “eau de bière” da 37,5% di cui sono disponibili solo poco più di 1000 bottiglie, è reperibile presso i quattro birrifici, i relativi online shop, ed una decina di locali della capitale belga.

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Spirits Selection: evento confermato dal 30 ottobre al 1 novembre 2020

Ufficializzate le date del prestigioso concorso Spirits Selection by Concours Mondial de Bruxelles che si terrà anche in questo 2020 dal 30 ottobre al 1 novembre. La 21° edizione di Spirits Selection avrebbe dovuto svolgersi ad agosto nella città di Barranquilla, in Colombia.

Tuttavia a fronte all’emergenza Covid-19 ed alla situazione della pandemia che in Sud America è ancora preoccupante gli organizzatori hanno deciso di trasferire il concorso a Bruxelles, in Belgio, per garantire la valutazione dei campioni registrati senza compromettere le regole di degustazione.

Ovviamente – ha affermato Thierry Heins, direttore della selezione degli alcolici – applicheremo rigide norme igieniche per garantire che le degustazioni si svolgano senza intoppi e saranno compiuti sforzi speciali per garantire la copertura mediatica dell’evento e l’esposizione diffusa dei risultati”.

L’apertura graduale e armonizzata delle frontiere tra i Paesi europei dà fiducia agli organizzatori che si mobilitano per organizzare le degustazioni nelle migliori condizioni possibili. La data per la registrazione e l’invio delle bottiglie è stata prorogata fino al 30 settembre 2020 e le diverse piattaforme per la ricezione dei campioni rimangono aperte.

LA COMPETIZIONE
Spirits Selection by Concours Mondial de Bruxelles è una competizione internazionale itinerante durante la quale i produttori del mondo intero presentano oltre 1.700 superalcolici che saranno degustati e valutati da un panel di specialisti. Scopo del concorso è distinguere quei superalcolici di qualità ineccepibile, senza condizionamenti legati all’etichetta o al prestigio della categoria. Il Concorso fa parte dei più importanti eventi internazionali del settore.

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Vino, Covid-19: Ceev presenta all’Ue il “Wine package”. Iva ridotta e sblocco dei fondi

Il Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev), organismo di rappresentanza di 23 associazioni di produttori di vino di 12 Stati europei – più Svizzera ed Ucraina – ha messo a punto il “Wine package“. Si tratta di un “pacchetto” di misure richieste a Bruxelles – tra cui figura innanzitutto la proposta di Iva agevolata e la richiesta di sblocco dei fondi Ue – per affrontare e superare l’emergenza Covid-19.

“Al fine di mitigare gli effetti devastanti, presenti e futuri, del Coronavirus sul settore vitivinicolo – spiega Ignacio Sánchez Recarte, segretario generale della Ceev – abbiamo messo insieme un ‘pacchetto Covid-19’, suggerendo sia misure di emergenza che misure di recupero”.

Le misure di emergenza dovrebbero concentrarsi sulla sopravvivenza delle aziende vinicole e la conservazione delle loro finanze, mentre le misure di recupero sono incentrate sulla ricostruzione dei mercati del vino e sul recupero delle quote di mercato a livello globale. Questo pacchetto vino sarà condiviso con le autorità europee e nazionali”.

“Come prima misura – precisa Sánchez Recarte – sarà fondamentale che la Commissione autorizzi a congelare le risorse economiche non utilizzate nell’ambito dei programmi di sostegno nazionali per il vino per l’esercizio 2019/2020, al fine di renderle disponibili per gli Stati membri fino all’esercizio finanziario 2022/2023 per aiutare il settore a riprendersi”.

“Per sostenere il recupero dei mercati del vino, chiediamo ulteriore flessibilità per i programmi di promozione, un’Iva ridotta temporanea per i prodotti vitivinicoli e l’adozione di un quadro moderno per la vendita a distanza”, prosegue il segretario generale Ceev.

Per rivitalizzare il settore, sono necessari adattamenti legali per dinamizzare la categoria dei prodotti vitivinicoli aromatizzati e la creazione delle categorie di vini analcolici e non alcolici”.

Nel “Wine Package” si parla anche di dazi. “È fondamentale – continua Ignacio Sánchez Recarte – che il settore vitivinicolo si riprenda sui mercati di esportazione. Per questo, sono necessari una rapida risoluzione della controversia commerciale con gli Stati Uniti e ulteriori sforzi per ottenere l’accesso ad altri mercati “.

“A breve termine, dobbiamo considerare che le ridotte vendite di vino e l’alto livello delle scorte di vino possono provocare problemi nel normale equilibrio del mercato del vino”, precisa il presidente del Comité Européen des Entreprises Vins, Jean Marie Barillère.

L’equilibrio del mercato del vino dovrebbe essere recuperato promuovendo il sostegno del mercato dell’Ue e dei mercati di esportazione e utilizzando gli strumenti di gestione della produzione inclusi nella legislazione dell’Ue”.

Solo se necessario per affrontare gli squilibri rimanenti, l’Ue dovrebbe essere in grado di effettuare pagamenti volontari eccezionali per la distillazione di crisi. “Il bilancio utilizzato per questi pagamenti deve essere diverso dai fondi dell’Unione assegnati agli Stati membri nel quadro dei programmi nazionali di sostegno al vino”, sottolinea il presidente Ceev.

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Vino, accordo UE-Vietnam: il Ceev sollecita Bruxelles

BRUXELLES – In vista del voto INTA (International Trademark Association) sull’accordo commerciale UE-Vietnam, l’industria del vini europeo chiede a Bruxelles di dare il via libera senza ulteriori ritardi.

Il CEEV (Comité Européen des Entreprises Vins) esprime il suo forte sostegno a favore dell’accordo commerciale UE-Vietnam e invita il Parlamento europeo a garantire un rapido processo di ratifica.

Oltre all’eliminazione delle tariffe, l’industria vinicola europea si aspetta numerosi vantaggi dall’accordo UE-Vietnam come la protezione delle principali indicazioni geografiche e l’eliminazione delle barriere tecniche che ostacolano le esportazioni di vino dell’UE.

“Nell’attuale contesto commerciale globale, le aziende vinicole hanno palesemente bisogno di diversificare i mercati – ha affermato Jean-Marie Barillère, Presidente della CEEV – Sostenendo l’accordo UE-Vietnam, il comitato INTA invierebbe il segnale giusto alle società esportatrici che si sforzano di penetrare nel promettente mercato Asiatico”.

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Dazi Usa sul vino italiano: inviata a Bruxelles la petizione di 207 vignaioli

La petizione contro i dazi Usa sul vino italiano firmata da 207 vignaioli è stata inviata alle 11 di questa mattina a Bruxelles e Roma. Lo annunciano i promotori dell’iniziativa, su Change.org. “Le istituzioni europee, per prime, hanno l’onere di tentare di superare la guerra a colpi di dazi con gli Stati Uniti”, si legge nell’annuncio.

I vignaioli invitano a non smettere di firmare il documento: “Continua a sostenere questa petizione che la prossima settimana sarà consegnata all’autorità della Repubblica Italiana, per sensibilizzarle riguardo a questo fondamentale rischio per il nostro mondo. Grazie ancora dell’aiuto”.

La petizione finirà presto tra le mani dell’Ue Commissioner for Agriculture and Rural Development, Janusz Wojciechowski, e in quelle del presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli.

Tra i destinatari anche il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali rappresentato da Teresa Bellanova, il deputato della Camera Paolo Gentiloni, il Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura.

BELLANOVA: “SERVE UN FONDO AD HOC”
Nelle stesse ore, la ministra Bellanova ha scritto nuovamente al Commissario europeo Phil Hogan, atteso a Washington martedì 14 gennaio per scongiurare la penalizzazione dell’agricoltura e dell’agroalimentare europei.

Non un minuto da perdere e un’azione forte dell’Europa. Utilizzare tutte le armi della diplomazia politica. Costituire immediatamente un Fondo ad hoc, senza assolutamente intaccare le risorse Pac, per affrontare questa e altre crisi commerciali.

Nell’immediato, sostenere le aziende dell’agroalimentare italiano ed europeo colpite ingiustificatamente dai dazi. Infine, ma non ultimo: mantenere l’unità d’azione europea e la coesione tra gli stati membri che la strategia dell’amministrazione statunitense sta a colpi di dazi tentando di minare. Queste le richieste di Bellanova a Hogan.

Dopo la prima lettera di ottobre e i numerosi incontri istituzionali a Bruxelles – spiega – ho ritenuto urgente sollecitare ancora una volta il Commissario Hogan in vista della sua imminente missione a Washington.

Bisogna mettere in campo ogni sforzo negoziale per scongiurare la penalizzazione che rischia di colpire ulteriormente da subito, e con un peso che si annuncia infinitamente maggiore del precedente, l’agricoltura e l’agroalimentare europei”.

“Non è accettabile – continua la ministra – che agricoltori e imprese paghino dazi addirittura al cento per cento del valore come quelli previsti dalla revisione in corso delle misure. Sarebbe una debacle, che dobbiamo assolutamente scongiurare. Ed è assolutamente necessario costituire un Fondo europeo per sostenere le imprese. Prendendo le risorse dal bilancio europeo e non dai fondi agricoli, perché altrimenti l’agricoltura pagherebbe due volte”.

Per Bellanova, “bisogna agire con assoluta urgenza e fare seguire azioni concrete ad impegni e assicurazioni verbali più volte rimarcati. Le nostre imprese hanno già pagato l’embargo russo e non sanno cosa aspettarsi da Brexit. E noi non possiamo muoverci solo dopo che il disastro è accaduto. Dobbiamo farlo prima e dobbiamo farlo subito”.

Per questo, scrive la Ministra Teresa Bellanova a Hogan, bisogna “mantenere l’unità d’azione dell’Unione Europea e la coesione tra Stati membri. Coesione che rischia invece di venire meno, laddove le nuove misure venissero a colpire in maniera sproporzionata alcune categorie di prodotti agroalimentari europei: nel nostro caso, dopo aver gravemente danneggiato il lattiero-caseario, l’ampliamento ipotizzato nella lista finirebbe per colpire nostre filiere strategiche come quelle viti-vinicole, delle carni lavorate, dell’olio di uliva e degli agrumi”.

“L’impatto non sarebbe sostenibile per le nostre imprese che hanno investito molto in questi anni e che, senza adeguate misure compensative, resterebbero di fatto escluse dal mercato americano”. Ecco allora la seconda priorità, ormai indifferibile dinanzi al quadro che si annuncia: la costituzione a livello europeo di uno strumento adeguato di intervento “in grado di affrontare crisi commerciali come questa, senza intaccare le risorse della Pac”.

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Approfondimenti

Dop e Igp, oriGIn soddisfatta dalle mosse di Bruxelles

BRUXELLES – “Dopo diversi mesi di discussioni e scambi, siamo lieti di vedere la Commissione europea che stabilisce un percorso chiaro per il futuro delle Dop e Igp nell’Unione europea”.

Lo ha detto ieri Claude Vermot-Desroches (nella foto) presidente del Comité Interprofessionel du Comté e di oriGIn in occasione della presentazione da parte della Commissione europea delle proposte legislative relative alle Denominazioni di origine protetta (Dop) e alle indicazioni geografiche protette ( Igp) nei settori del vino e dei prodotti agricoli.

OriGIn è un’organizzazione europea che raccoglie 300 Indicazioni geografiche, per un fatturato alla produzione di 30 miliardi di euro.

Ne fanno parte l’Aicig, Associazione dei Consorzi di tutela, che rappresenta circa il 95% delle produzioni italiane ad Indicazione Geografica e organismi come il Consorzio Tutela Formaggio Asiago.

“Abbiamo espresso il nostro sostegno alle norme che chiariscono e, ove possibile, rafforzano la protezione delle indicazioni – ha aggiunto Vermot-Desroches – nonché la semplificazione delle procedure. Vediamo alcuni di questi elementi riflessi nelle proposte presentate oggi, come la protezione nei confronti delle merci in transito nell’Ue e le merci vendute online, e li accogliamo con favore”.

“Apprezziamo – ha proseguito – anche l’enfasi data dalla Commissione europea sull’agricoltura sostenibile, a cui Dop e Igp possono dare un enorme contributo. Tuttavia, esaminando il quadro generale della Pac, vorrei cogliere l’occasione per ribadire il nostro sostegno a un approccio veramente europeo alle questioni agricole e esprimere preoccupazione per il nuovo modello di attuazione proposto dalla Commissione”.

“OriGIn EU studierà in dettaglio le proposte presentate – interviene Massimo Vittori (nella foto) amministratore delegato di oriGIn – e lavorerà pragmaticamente con le istituzioni europee per migliorarle ulteriormente. In particolare, seguendo gli elementi interessanti del commercio elettronico, riteniamo che vi sia spazio per migliorare la protezione Dop e Igp sul sistema dei nomi di dominio Internet”.

Secondo Vittori, “a tale riguardo è fondamentale rafforzare sia le norme europee che quelle internazionali, per contrastare il fenomeno crescente dei domini di secondo livello di Internet registrati da terzi in conflitto con Dop e Igp, come dimostra il recente caso riguardante rioja.com”.

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Se il vino va di moda: Vegea e il nuovo filato da vite

MILANO – Produrre un filato innovativo che potrà essere usato per i settori moda, arredo e auto. E’ la nuova sfida dell’azienda milanese Vegea. Vino e moda, del resto, vanno da sempre a braccetto.

“In collaborazione con le cantine vinicole – spiega Francesco Merlino, fondatore e direttore tecnico di Vegea – stiamo lavorando ad un altro importante progetto per la valorizzazione dei residui di potatura delle viti, oltre che dei semi e delle bucce dell’uva. Questi contengono composti polifunzionali utili al nostro scopo”.

La nuova ricerca di Vegea è incentrata sullo sviluppo di filati per la creazione di nuovi “tessuti dal vino”, materiale totalmente vegetale e rinnovabile. Ogni anno dalla potatura delle vigne con le quali Vegea collabora si ricavano 1200 kg di tralci per ettaro. “Per rendersi conto della grande scalabilità del progetto – continua Merlino – basta pensare che solo in Italia sono presenti circa 650 mila ettari di vigne e, nel mondo, 7,5 milioni di ettari”.

“Il nostro obiettivo nel 2018 sarà stabilire importanti collaborazioni con i più grandi brand di moda, arredo, automobile e trasporti – evidenzia Gianpiero Tessitore, fondatore e Ceo di Vegea – con i quali valutare le modalità ed i tempi per il lancio sul mercato di Vegea”. Un primo passo è stato compiuto lo scorso 5 ottobre.

“Abbiamo presentato a Milano una prima collezione di abiti, scarpe e borse – sottolinea Merlino – per mostrare la versatilità e lavorabilità del materiale. Siamo molto soddisfatti degli interessamenti ricevuti da parte degli addetti al settore. Alcuni outfit ci sono già stati richiesti per essere esibiti nei più importanti musei ed eventi sulla moda ecosostenibile nel mondo”.

Non a caso, il 28 novembre Vegea è stata premiata al Parlamento Europeo di Bruxelles nell’ambito della “European Top 50 competition“, una competizione che ogni anno seleziona le 50 migliori idee d’impresa del nuovo millennio, tra migliaia presentate da tutto il Continente.

LA STORIA DI VEGEA
Vegea nasce nel 2016 a Milano come azienda produttrice di biomateriali da utilizzare nei settori moda, arredo, automobile e trasporti. I due fondatori sono Gianpiero Tessitore, architetto, e Francesco Merlino, chimico industriale. Da gennaio 2017 l’azienda è insediata presso Progetto Manifattura, incubatore clean tech di Trentino Sviluppo e polo dell’economia circolare.

Un esempio di Made in Italy, quello di Vegea, capace di unire due grandi eccellenze italiane: moda e vino, conosciute in tutto il mondo come icone di stile, per l’alta qualità dei prodotti e la grande tradizione artistica e manifatturiera.

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Approfondimenti

Consiglio Nazionale UIV: modifiche al sistema autorizzativo e accordo di libero scambio con il Giappone

“Un anno sicuramente complesso che non ci ha risparmiato difficoltà e battute di arresto. Le nostre imprese hanno risentito molto dell’andamento climatico bizzarro e la perdita della leadership in USA ne ha incrementato ulteriormente lo stato di sofferenza. Abbiamo lavorato duramente per valorizzare le attività di tutti gli imprenditori vitivinicoli italiani che continuano a macinare record, soprattutto in termini di qualità.

Sul fronte dell’export, purtroppo, siamo troppo rallentati da un sistema burocratico e amministrativo che ci fa perdere in competitività. La vitalità imprenditoriale e l’eccellenza delle nostre produzioni, di cui siamo orgogliosi, necessitano del supporto delle Istituzioni in una logica di sinergia, per dare impulso ad un nuovo modo di fare business, radicato fortemente sul territorio ma proiettato nel mondo grazie anche a strategie di sistema studiate ad hoc”.

Con queste parole Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, interviene all’ultimo Consiglio Nazionale UIV per il 2017, tenutosi il 13 dicembre a Roma.

Molti i temi affrontati, tra cui spiccano in modo particolare il sistema autorizzativo (con la presentazione dell’elenco delle proposte promosse da UIV indirizzate a Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali) e la chiusura dell’accordo di libero scambio tra UE e Giappone (paese strategico per il vino italiano, attualmente troppo gravato da dazi e difficoltà di penetrazione).

“Il sistema autorizzativo è un tema centrale per UIV, visto che la competitività del vino italiano è dovuta anche a una ragionata strategia di gestione del potenziale viticolo e alle scelte intraprese in tale materia a livello europeo, nazionale e territoriale – continua Abbona – Abbiamo più volte evidenziato che l’attuale quadro normativo UE presenta numerose criticità, dovute in particolare alla rigidità nell’assegnazione del potenziale, nonché al meccanismo di salvaguardia.

Le limitazioni agli impianti stabilite dal sistema autorizzativo non consentono l’aumento delle dimensioni aziendali e, dunque, limitano lo sviluppo delle imprese rispetto ai competitor internazionali. Basti pensare che la superficie vitata media di un’azienda vitivinicola californiana è di 36 ettari, di una sudafricana 30 ettari, di un’australiana 30, di una cilena 13,5, a fronte di 1,8 di una italiana. In particolare, la mancanza di flessibilità del sistema rende impossibile un adattamento dinamico al mercato. In tal senso, auspichiamo i già sollecitati correttivi al sistema delle autorizzazioni, nell’ambito della riforma della PAC post-2020”.

Altro tema caldo trattato durante questo Consiglio Nazionale è stato la chiusura dell’accordo di libero scambio commerciale tra l’UE e il Giappone, appena annunciato dal commissario UE Cecilia Malmström, che offrirà un prezioso accesso preferenziale ai vini dell’UE, smantellerà le barriere tecniche che attualmente ostacolano il commercio del vino e riconoscerà il sistema UE di indicazioni geografiche (IG).

“Ringraziamo la Commissione europea, che ha negoziato l’accordo, e le istituzioni nazionali con le quali UIV ha collaborato lungo tutta la durata dei dialoghi, per questo importantissimo risultato – conclude il presidente Abbona – Il Giappone rappresenta un mercato strategico per il nostro vino, il primo nel contenente asiatico. L’export nei primi 9 mesi 2017 è cresciuto dell’7,8% in volume e del 7,4% in valore.

Con questo accordo, la cui chiusura ci era stata anticipata dalle Istituzioni Europee in occasione della nostra missione a Bruxelles del 22 Novembre, abbiamo vinto una grande battaglia per il settore vinicolo europeo. Chiediamo che venga ratificato in tempi brevi al fine di permettere al nostro comparto di rafforzare la propria competitività in Giappone, messa in discussione da altri Paesi, Cile in primis, che hanno stipulato accordi preferenziali diversi anni prima dell’UE e che, grazie a questi accordi, hanno aumentato le loro quote export in maniera significativa, a danno soprattutto dell’Italia”.

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Hibu e Dibevit (Heineken), c’è l’accordo: l’industria punta sulla birra artigianale

Ieri, 2 ottbre 2017, Hibu Società Agricola Srl, dal 2007 produttore artigianale di birra e Dibevit Import Srl, società del Gruppo Heineken dedicata all’importazione di birre premium e speciali, hanno firmato l’accordo di acquisizione.

Le birre Hibu saranno commercializzate dalla rete dei 400 distributori Ho.Re.Ca. di Dibevit che offriranno al mercato l’intera gamma Hibu.

Un portfolio di oltre 30 etichette, sia in fusti sia in bottiglia. Il birrificio Hibu, con sede a Burago di Molgora (MB), conta una decina di collaboratori e oltre 30 etichette tra Birre Perenni, Stagionali, Fugaci e Speciali.

L’OPERAZIONE
L’acquisizione da parte di Dibevit Import consentirà un quadro di sviluppo di sinergie tra le due aziende. Hibu, che sarà totalmente autonoma nella gestione delle attività, potrà avere una distribuzione capillare sul territorio nazionale grazie alla rete di distributori Dibevit che è, ad oggi, una delle più capillari in Italia. Dibevit arricchirà il proprio portfolio di birre premium e speciali con uno dei marchi più prestigiosi del panorama birrario Italiano.

“Con l’ingresso di Hibu – commenta Davide Daturi, amministratore delegato di Dibevit Import Srlinserisce – la nostra azienda aggiunge un marchio di eccellenza Made in Italy al proprio grande portfolio di brand premium e speciali. La nostra esperienza nella selezione e nella distribuzione Ho.Re.Ca di birra in Italia consentirà ai prodotti Hibu di raggiungere capillarmente tutto il mercato italiano”.

CHI E’ HIBU
Nata ufficialmente nel 2007, la storia di Hibu ha inizio dalla volontà di tre giovani amici imprenditori tra cui Raimondo Cetani, il mastro birraio che ha avviato la produzione di birra artigianale nel lontano 1999 nel garage di casa. Negli ultimi 4 anni Hibu ha sviluppato coltivazioni di orzo in circa 40 ettari in Lombardia e Basilicata.

Il fondatore e mastro birraio di Hibu, Raimondo Cetani, ha così commentato: “Era giunto il momento di crescere. L’incontro con Dibevit, realtà specializzata nella distribuzione di birre di alta qualità, ci offre l’opportunità di non rinunciare a ciò che siamo stati fino ad oggi, ingranando però una marcia in più. Non cambierà niente: andremo avanti con la stessa identità e filosofia, puntando come sempre sulla passione che ci caratterizza, in libertà, mai rinunciando alla qualità e alla creatività, verso prodotti sempre migliori”.

L’ANALISI
Alle soglie dell’estate appena trascorsa avevamo affrontato il tema: da alcuni anni i grandi gruppi industriali stanno dimostrando interesse per le birre “diverse”, artigianali, nate dallo spirito di territorialità e dalla voglia di fare di giovani mastri birrai.

E così, se prima sia assisteva ad un proliferare, sugli scaffali GdO, di birre industriali che imitano (o tentano di imitare) il gusto delle nostrane birre artigianali, ora siamo al “next level”: l’acquisizione da parte di grandi gruppi multinazionali di piccole realtà brassicole.

Nella primavera 2016 fu Birra del Borgo a capitolare sotto le lusinghe di AB Inbev (la più grande multinazionale della birra con oltre 50 miliardi di fatturato e più di 400 marchi proprietari). Ora Hibu entra nell’orbita del gruppo Heineken.

L’anno scorso non bastarono le rassicurazioni di Inbev/Birra del Borgo sul mantenimento dell’autonomia produttiva, e si ebbe una vera e propria levata di scudi dei più importanti operatori italiani ed europei della birra artigianale.

Fra essi Teo Musso (Baladin), Manuele Colonna (publican di “Ma che siete venuti a fà”), Jean Hummler (Moeder Lambic, tempio della birra artigianale di Bruxelles), Diego Vitucci (Luppolo12) e Jean Van Roy (Cantillon), compatti contro le multinazionali. Una forma di resistenza tutta europea, fatta di pub, locali e piccoli birrifici ostinatamente indipendenti “per dire no alla corsa all’acquisizione che dopo gli Stati Uniti si abbatterà presto su di noi”.

Succederà anche ora per Hibu? Come si evolverà il mercato italiano della birra? Delle 1.409 realtà artigianali della birra (dati microbirrifici.org) quante sopravviveranno al mercato ed alla “golosità” dei grandi gruppi multinazionali mantenendo un legame autentico con la propria territorialità?

Sono domande che troveranno risposta nei prossimi anni. Artefici delle risposte siamo tutti noi: birrai, publican, multinazionali e consumatori. Consumatori che, auspichiamo, siano sempre più attenti, informati e consapevoli di come anche la birra possa essere autentica espressione del territorio.

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Prosecco più forte della Brexit. Attesi a Vinitaly 400 buyer UK

La Brexit non scalfisce l’amore degli inglesi per il Prosecco. La Gran Bretagna è diventata nel 2016 il primo mercato mondiale di sbocco dello spumante italiano, con l’aumento record del 33% per un valore di 366 milioni di euro. Un record assoluto. E’ quanto emerge dall’analisi divulgata dalla Coldiretti su dati Istat relativi al 2016 in occasione dell’avvio della procedura per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Buone notizie arrivano anche dall’ente promotore di Vinitaly.

“Si sono già stati registrati 400 nuovi buyer del Regno Unito mai venuti a Vinitaly, che si aggiungono agli oltre 500 presenti ogni anno”, evidenzia il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani. “Ovviamente – prosegue – è presto per prevedere cosa sarà del nostro vino nel secondo Paese importatore al mondo, ma ritengo che i freni commerciali non convengano a nessuno. Il Regno Unito esporta verso l’Ue l’equivalente annuo di 2,1 mld di euro in liquori e distillati e importa dal Continente 1 mld di bottiglie di vino per 2,6 mld di euro”.

Un business, quello del vino Ue, che per la Wine and Spirit Trade Association (Wsta) britannica vale nel Regno Unito il 55% di un settore da quasi 20 mld complessivi di euro. “Confidiamo – conclude Mantovani – nella negoziazione da parte della filiera europea del vino, un prodotto che ha visto incrementare notevolmente i suoi consumi a scapito della birra”. Di Brexit si parlerà a Vinitaly (9-12 aprile), nel corso della tradizionale tavola rotonda su Vino e Gdo, con focus proprio sulle prospettive per il vino italiano nel canale della Grande Distribuzione in Gran Bretagna dopo l’uscita dall’Ue (lunedì 10 aprile, ore 10.30).

BREXIT E LEGISLAZIONE SFAVOREVOLE
Come sottolinea Coldiretti, in Gran Bretagna sono state spedite il 30% delle bottiglie esportate, in pratica quasi 1 su 3, nonostante il rapporto di cambio si sia fatto più sfavorevole con la svalutazione della sterlina. La Gran Bretagna è di fatto il quarto sbocco estero dei prodotti agroalimentari nazionali Made in Italy, con un valore di ben 3,2 miliardi nel 2016, rimasto sostanzialmente stabile (+0,7%).  La voce più importante – sottolinea la Coldiretti – è rappresentata proprio dal vino e dagli spumanti seguiti dalla pasta, dall’ortofrutta, dai formaggi oltre un terzo dei quali è rappresentato da Parmigiano Reggiano e Grana Padano ma va forte anche la mozzarella di bufala campana.

A preoccupare della Brexit, come sostiene Coldiretti, “non è solo la svalutazione della sterlina che rende più oneroso l’acquisto di prodotti Made in Italy, ma anche il rischio che con l’uscita dall’Unione Europea si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole. A pagare un conto salato sono state per ora le esportazioni di olio di oliva Made in Italy che con l’esito del referendum sono crollate con una riduzione record del 9%, dopo essere aumentate del 6% nella prima metà del 2016. A pesare sugli acquisti di olio di oliva italiano è stato infatti anche il sistema di etichettatura a semaforo che la Gran Bretagna ha deciso indipendentemente di far adottare al 98% dei supermercati inglesi”.

Una certa preoccupazione viene espressa anche da Efow. “Il Regno Unito – evidenzia in una nota l’European Federation of Origin Wines, voce dei produttori di vini a denominazione con sede a Bruxelles – è attualmente una piattaforma globale per il commercio del vino, in particolare per la distribuzione di vino, lo stoccaggio e la riesportazione verso altri Paesi, in particolare verso l’Asia. In definitiva, il Regno Unito è il quinto più grande esportatore di vino in Europa e l’ottavo più grande in termini di volume. Le implicazioni della Brexit riguardano l’accesso al mercato del Regno Unito, compresi i futuri livelli di imposte e tasse, nonché la tutela delle denominazioni del vino in questo mercato”.

UIV: “L’ITALIA PUNTI SULLE SUE VARIETA'”
Sempre a proposito di export di vino italiano è intervenuto Antonio Rallo (nella foto), presidente di Unione Italiana Vini, durante la tavola rotonda del workshop organizzato da SDA Bocconi, School of Management e Wine Management Lab (WML), in collaborazione con ITA (Italian Trade Agency), dal titolo: “La via italiana per la leadership internazionale”. Tra gli altri relatori presenti Michele Scannavini, presidente Italian Trade Promotion Agency (ITA).

“Il vino Italiano – ha detto Rallo – è sempre più percepito come sintesi di stile, cultura, qualità. È un trend che però dobbiamo consolidare rafforzando l’impegno promozionale del nostro Paese all’estero. Fare sistema per valorizzare sui mercati internazionali le sfaccettature della nostra produzione e dei territori di origine, è la strada da percorrere se vogliamo conquistare un posizionamento migliore nei Paesi focus del nostro export”.

“Varietà, diversità e ricchezza dei nostri territori – ha proseguito Rallo – sono un patrimonio da proteggere e da promuovere che bisogna comunicare con molta attenzione. L’eccessiva frammentazione della proposta italiana di vini, infatti, rischia di creare confusione nel consumatore: la qualità espressa da ciascuno di essi, può pertanto risultare più difficile da comprendere. In questo contesto, ICE gioca un ruolo fondamentale grazie alle proprie competenze specifiche in strategie di marketing e comunicazione: attraverso azioni congiunte tra ICE e le aziende, contiamo di raggiungere nel medio termine risultati di assoluta soddisfazione”.

“È necessario – aggiunge Antonio Rallo – mettere a punto una strategia per creare maggiori sinergie tra gli investimenti del pubblico e del privato, tema sul quale il Consiglio Nazionale di UIV si è espresso in maniera chiara anche durante i lavori del ‘Tavolo del Vino’ tenutosi al MISE nelle scorse settimane. Alle istituzioni pubbliche spetta l’onere di finanziare attività di formazione e comunicazione del sistema ‘vino italiano’, alle imprese la responsabilità della promozione dei singoli brand. Solo così – ha concluso Rallo – potremo sviluppare attività realmente efficaci nel valorizzare sia i nostri vini sia i territori ricchi e variegati che l’Italia esprime e che, purtroppo, sono ancora spesso poco conosciuti all’estero”.

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Douja d’Or, al via il 50° Salone Nazionale dei Vini Selezionati

Oltre 70 appuntamenti in dieci giorni, circa 200 ospiti, 354 bottiglie di vino selezionate tra i top italiani e 24 etichette da Oscar. Questi alcuni numeri dell’edizione numero 50 della Douja d’Or, inaugurata ieri e aperta fino al 18 settembre, nei palazzi Ottolenghi e Alfieri di Asti (qui il programma completo). Tra gli altri luoghi coinvolti, palazzo Mazzetti, palazzo Borello e il polo universitario di Asti. Tra le centinaia di etichette in degustazione, la maggior parte dei vini da oscar sono piemontesi: otto, di cui quattro della provincia di Cuneo, i Vermentini della Liguria, con tre etichette e tre etichette della Sicilia. Piazza d’onore per la Valle d’Aosta che con due vini si colloca tra le regioni più vocate all’enologia, alla pari di Trentino, Campania e Veneto, con il Prosecco di Valdobbiadene in testa. “Non è un semplice banco d’assalto – ha detto Renato Goria, presidente della Camera di Commercio di Asti – ma il brand Douja è testimonianza di aver fatto sistema per il territorio”. Le degustazioni delle etichette che partecipano al concorso sono state condotte nel mese di giugno. Otto commissioni per un totale di 45 esperti provenienti da tutta Italia per assegnare quegli 87/100 previsti quest’anno per l’assegnazione del bollino ministeriale Douja D’or. Al lavoro l’Onav con il direttore Michele Alessandria e tutta la squadra della Camera di Commercio di Asti che, coordinata da Roberta Panzeri, non ha avuto intoppi grazie alla grande esperienza dell’Ente dedito a questi momenti da 44 anni.

“Pensavamo si riducessero a circa 250 i premiabili, invece, con sorpresa e riconoscenza verso tutti coloro che hanno inviato le bottiglie per l’esame, hanno superato la soglia oltre 300 vini”. Questi i primi commenti del Presidente della Camera di Commercio di Asti Erminio Goria alla sua prima Douja completa. “I contadini e i viticoltori – commenta Ico Turra, assaggiatore esperto, pluripremiato a Bruxelles, consulente enologo per impianti e cantine – hanno compreso che il vino si fa già in vigna diradando. Poi la cura della fermentazione è importantissima. Abbiamo assaggiato all’Enofila di Asti per il Concorso Douja dei vini meravigliosi. Abbiamo avuto problemi a non ammettere quelli sotto gli 87/100 perché comunque prodotti ottimi. Posso dire che su 100 campioni avremo trovato due campioni difettosi. La Douja è un concorso veramente valido e in crescendo”.

LE ORIGINI DELLA DOUJA
Nel dialetto piemontese la “Douja” (pronuncia dùia) è l’antico recipiente di terracotta utilizzato per travasare, conservare e servire il vino. La maschera piemontese Gianduja, Gian d’la Douja, la usa al posto del bicchiere per le sue allegre bevute. Ad Asti la “Douja d’Or” è sinonimo di festa del vino. La manifestazione, ideata nel 1967 dall’allora presidente della Camera di Commercio Giovanni Borello, è cresciuta di anno in anno fi no a diventare una delle più prestigiose fi ere-mercato del vino italiano. In settembre, nei dieci giorni a cavallo tra il secondo e il terzo week end, vengono presentati in degustazione e in vendita, centinaia di vini Doc e Docg selezionati dagli esperti dell’Onav con il concorso nazionale “Premio Douja d’Or”. Tra i premiati spiccano gli Oscar della Douja d’Or, vini di assoluta eccellenza, insigniti della brocca dorata che simboleggia la manifestazione. Quest’anno il Salone compie cinquant’anni.

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Concours Mondial de Bruxelles 2016: i vini italiani premiati

Sono stati resi noti da qualche ora i risultati del Concours Mondial de Bruxelles 2016. “Ancora una volta – evidenziano gli organizzatori in una nota – il Concorso s’impone come rivelatore delle ultime tendenze e mutazioni del pianeta vitivinicolo di cui fornisce una panoramica istantanea e annualmente aggiornata”. Quest’anno il concorso ha fatto tappa a Plovdiv, in Bulgaria. Oltre 8.750 i vini che hanno partecipato alla selezione, provenienti da 51 Paesi. A giudicarli, una selezione dei migliori degustatori del mondo intero. Sommelier, buyer, importatori, giornalisti ed esperti di vino: in tutto 320 differenti personalità dell’enologia, di 54 nazionalità, che si sono riuniti per tre giorni per valutare l’insieme dei campioni presentati. “La diversità sia dei prodotti che dei profili dei degustatori – evidenziano gli organizzatori del Concorso mondiale di Bruxelles – rappresenta proprio la peculiarità di questa competizione, che nell’arco di pochi anni è riuscita a diventare un vero ‘campionato del mondo’ della degustazione di vini”. Allo scopo di aiutare il consumatore nelle future scelte di acquisto, sono state attribuite tre tipi di medaglie: Gran Oro, Oro e Argento. Clicca QUI per consultare l’elenco dei vini italiani premiati, in ordine alfabetico. Oltre alle medaglie, il Concours Mondial de Bruxelles conferisce anche premi speciali ai vini che hanno ottenuto il miglior punteggio nella loro categoria. Eccoli di seguito.

Rivelazione per tipologia di vino
Gran Medaglia d’Oro – Rivelazione Bianco 2016:
Aquilae Grillo Bio, Italia, Terre Siciliane IGP, CVA Canicattì
Gran Medaglia d’Oro – Rivelazione Spumante 2016:
Champagne Diogène Tissier et Fils Cuvée N°17, FranciaChampagne, SARL Diogène Tissier et Fils
Gran Medaglia d’Oro – Rivelazione Rosé 2016:
Turasan Blush Rosé, Turchia, Turasan Bagcilik ve Sarapçilik LTD. STI.
Gran Medaglia d’Oro – Rivelazione Rosso 2016:
Podere Brizio Riserva, Italia, Brunello di Montalcino DOCG, Podere Brizio
Gran Medaglia d’Oro – Rivelazione Vino Dolce 2016:
Domaine du Mont d’Or Sous l’Escalier, Svizzera, Petite Arvine du Valais, SA Domaine du Mont d’Or
Rivelazione della Giuria
Cava Adernats Brut, Spagna, Cava Reserva, Vinícola de Nulles SCCL
Tamarí Dos Mundos, Argentina, Finca La Celia S.A.
Bouza Tannat B2 Parcela Única, Uruguay, Bouza Bodega Boutique Chacras del Sur SA
Clos Malverne Auret, Sud Africa, Clos Malverne Wine Est.
Virgo Portogallo, Alentejo branco, Soc. Agríc. da Herdade da Torre do frade
Viña Puebla Madre del Agua, Spagna, Ribera del Guadiana, Bodegas Toribio
Vecchie annate eccezionali
Kopke Porto Colheita 1984, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
Kopke Porto Colheita 1978, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
Barros Porto Colheita 1974, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
Kopke Porto Colheita 1941, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
Cálem Porto Colheita 1961, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
Kopke Porto Colheita 1966, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
Kopke Porto Colheita 1957, Portogallo, Porto Colheita, Sogevinus – Fine Wines
D’Oliveiras Madeira Wines 1973, Portogallo, Madeira, Pereira d’Oliveira (Vinhos) LDA
D’Oliveiras Madeira Wines 1981, Portogallo, Madeira, Pereira d’Oliveira (Vinhos) LDA
Vintage 1981 Terrassous, Francia, Rivesaltes, SCV Les Vignobles de Constance et du Terrassous
La 24a edizione del Concours Mondial de Bruxelles si svolgerà a maggio 2017 nella città di Valladolid, in Spagna. Un’occasione unica di scoprire la diversità dei vini della regione di Castiglia e León.
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Mentre l’Italia semplifica con il testo unico sul vino, l’Europa complica la vita ai piccoli produttori

Mentre in Italia si punta alla semplificazione con il varo del testo unico sul vino, a Bruxelles si lavora a nuovi oneri burocratici per fermare le esportazioni dei piccoli produttori di vino che in Italia rappresentano lo zoccolo duro del settore. E’ quanto ha denunciato la Coldiretti al Vinitaly di Verona dove al proprio stand, nel Centro Servizi Arena (corridoio tra i padiglioni 6 e 7) è stata aperta la prima ”cantina dell’orrore” per denunciare nuovi e incredibili casi di contraffazioni ed imitazioni dei nostri vini piu’ prestigiosi. L’Unione Europea – sottolinea la Coldiretti – sta lavorando ad una nuova definizione di piccolo produttore di vino escludendo quanti esportano che perderebbero cosi tutti i benefici di semplificazione con obbligo anche all’utilizzo del documento doganale informatizzato. Un danno che – precisa la Coldiretti – colpisce gran parte del sistema vitivinicolo nazionale che dovrebbe affrontare i ritardi provocati dal nuovi carichi burocratici con pesanti costi aggiuntivi per le tantissime imprese di dimensioni ridotte che hanno puntato sull’export. A oggi – spiega la Coldiretti – su un totale di 48mila produttori di vino solo 2.500 superano i 1.000 ettolitri di produzione che li obbliga a questi adempimenti mentre al contrario sono ben 45.500 quelli che ne sarebbero colpiti. Si tratta di una iniziativa, nell’ambito del processo di revisione dei regolamenti, applicativa dell’Organizzazione Comune di mercato (Ocm) Unica per adattarli alle modifiche intervenute al processo di Lisbona e per rispondere alle esigenze di semplificazione secondo la Commissione. In realtà la misura – denuncia la Coldiretti – colpirebbe il vino italiano proprio all’indomani del record storico raggiunto nelle esportazioni che nel 2015 hanno raggiunto la cifra record di 5,4 miliardi di euro (+5%). Grazie al grande processo di qualificazione del settore oggi si beve piu’ vino italiano all’estero. Il risultato è che oggi nel mondo 1 bottiglia di vino esportata su 5 è fatta in Italia e il 66% delle bottiglie di vino spedite oltre le frontiere sono Doc/Docg o Igt. La Coldiretti evidenzia una fortissima preoccupazione per la introduzione di una nuova definizione di piccolo produttore (diversa da quella dell’art. 40 della direttiva delle accise) secondo cui chi esporta vino non è più piccolo produttore perdendo tutti i benefici di semplificazione ad esso connessi e eliminando la possibilità di usare il documento di trasporto cartaceo denominato ”MVV”, oggi utilizzato dai piccoli produttori per gli scambi intra-Ue (che in Italia sono il 95% del totale) in alternativa e deroga al sistema doganale dell’E-AD, obbligando di fatto tutti all’utilizzo del documento accise informatizzato . La burocrazia – precisa la Coldiretti – è considerata dai vitivinicoltori il principale ostacolo al loro lavoro che nel 2015 ha consentito di realizzare un fatturato record di 9,7 miliardi (+3%) soprattutto grazie all’export che è stato di 5,4 miliardi (+5%) che ha superato per volumi e valore il mercato interno caratterizzato da anni da una sostanziale stagnazione. Un pericolo denunciato a ridosso del primo via libera parlamentare del testo unico sul vino che si pone l’importante obiettivo di tagliare del 50% il tempo dedicato in Italia alla burocrazia che dal vigneto alla bottiglia rende necessario adempiere a più di 70 pratiche che coinvolgono 20 diversi soggetti che richiedono almeno 100 giornate di lavoro per ogni impresa vitivinicola per soddisfare le 4mila pagine di normativa che regolamentano il settore”, secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo che ha commentato positivamente l’approvazione in Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati del Testo unico del vino. ”Un testo ampiamente condiviso che raccoglie molte nostre proposte che consentono di ridurre gli oneri anche economici a carico delle imprese senza abbassare la soglia di garanzia qualitativa attraverso i controlli”, ha precisato Moncalvo. Il Testo unico tra l’altro porterà alla revisione del sistema di certificazione e controllo dei vini a denominazione di origine e indicazione geografica con un contenimento dei costi, ma anche semplificazioni sulla normativa accise da lungo tempo attese e norme per garantire trasparenza sulle importazioni dall’estero e – continua la Coldiretti – a sostegno delle esportazioni del vino Made in Italy. Una revisione che arriva proprio a 50 anni dal riconoscimento del primo vino Doc italiano. Grazie al DPR 930 del 1963, la prima produzione di vino ad avere il riconoscimento di denominazione di origine controllata è stata infatti la Vernaccia di San Gimignano, con la pubblicazione il 6 maggio 1966 in Gazzetta Ufficiale. Da allora l’incidenza delle Doc sulla produzione italiana complessiva è passata in mezzo secolo da appena il 2 per cento al 32 per cento di oggi, in altre parole una bottiglia su tre. L’Italia – conclude la Coldiretti – ha conquistato nel 2015 il primato mondiale nella produzione di vino con 47,4 milioni di ettolitri e dal punto di vista qualitativo puo’ contare sul primato in Europa per numero di vini con indicazione geografica (73 Docg, 332 Doc e 118 Igt).
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Vini al supermercato

Torbato Terre Bianche Alghero Doc 2014 Sella e Mosca

(4,5 / 5) Un vino unico, non solo nel panorama della grande distribuzione organizzata italiana, ma in tutto il variegato ‘mondo del vino’ del Belpaese. Stiamo parlando del Torbato Terre Bianche Alghero Doc, della casa vitivinicola sassarese Sella e Mosca.

Una bottiglia che regala emozioni contrastanti, in un crescendo di sensazioni che creano un quadro sensoriale praticamente perfetto. Al naso, il Torbato Terre Bianche Alghero Doc fa capolino col pepe verde, la noce moscata, la menta. Un melting pot ordinato di percezioni balsamiche si appropria delle vie aeree, in un finale di limone, biancospino e salvia. E’ già l’estasi. Eppure è solo l’inizio.

Perché l’assaggio conserva l’antipasto olfattivo ed è capace anzi di esaltarsi ancora, con note di spezie pungenti, cui seguono nuovamente e prepotentemente il limone e la noce moscata, in un concerto minerale che sfiora il salino. Il finale è da applausi, talmente inatteso e imprevedibile: ecco di fatto il miele, per una chiusura quasi dolciastra, ammiccante. Ruffiana. E’ la ciliegina sulla torta. La pennellata decisiva, che chiude il lustro di un’opera d’arte.

Una bottiglia, questo Torbato Terre Bianche Alghero Doc, capace di rendere lustro a un vitigno antico, condotto in Spagna dai Fenici e introdotto in Sardegna già all’epoca della dominazione catalano aragonese. Oggi viene coltivato da Sella e Mosca nelle proprie tenute del noto Comune alle porte di Sassari, dove la terra è bianca per via dell’origine calcarea (da qui il nome “Terre Bianche”) derivante dagli ancestrali sedimenti marini presenti in loco.

Perfetto l’abbinamento con i piatti di crostacei e della tradizione marina sarda e italiana in generale. Apprezzabile anche con le carni bianche. Nel 2010, il Torbato Terre Bianche Sella e Mosca si è aggiudicato la medaglia d’argento al Concorso Mondial di Bruxelles, ma nel panorama dei vini in vendita nei supermercati italiani vale certamente un posto privilegiato, tra le medaglie d’oro per l’annata 2014.

Prezzo pieno: 7,59 euro
Acquistato presso: Esselunga

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