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Beer Farm Hoppy Hobby: la birra artigianale secondo Giancarlo Longhi


LEGNANO – Convinti dalla degustazione di Adorable Saison di Beer Farm Hoppy Hobby abbiamo deciso di incontrare il mastro birraio nel suo laboratorio di Legnano (MI), Corso Sempione 193. Giancarlo Longhi, leva 1977, laurea in ingegneria, sorriso aperto e disponibile, ci accoglie nella sua officina.

Piccola realtà puramente artigianale fatta di passione e competenza. Un piccolo impianto tradizionale a tre tini, semi-autocosturito, in cui le automazioni sono ridotte al minimo e dal quale nascono le 9 etichette del birrificio, circa 10.000 l/anno.

Appassionato di cucina e birre, in particolare dello stile belga, Giancarlo apre ufficialmente il suo birrificio a Legnano, tra Milano e Varese, poco meno di un anno fa. È il maggio 2018, ma studi prove e sperimentazioni erano già iniziate da tempo.

Complici un kit per l’home brewing ed un paio di viaggi in Belgio che gli hanno permesso di identificare la propria strada. Una strada fatta di ricerca e studio, di conoscenza degli aromi e dei meccanismi che li generano attraverso il comportamento dei lieviti.


“Sono appassionato di birre del Belgio – dice Giancarlo – dove il lievito la fa da padrona. Anche il malto, anche il luppolo giocano sicuramente un ruolo fondamentale, ma è il lievito che ti dà le caratteristiche più importanti”.

Se inizi a lavorare con tre, quattro, cinque ceppi di lievito, a conoscerli e a capirne la storia e le caratteristiche, che tipo di esteri e di fenoli producono, studiando queste caratteristiche, poi le ritrovi nella birra”

Questo uno dei due elementi chiave del suo approccio: la conoscenza e consapevolezza tecnica fatta di studio ed esperienza. L’altro elemento chiave? L’idea che la birra sia un bere “di classe”.

Nelle sue produzioni infatti si mantiene distante da quello che definisce “machismo da birra“: un atteggiamento che vede nella ricerca di birre dal corpo pesante, ad alto contenuto alcolico ed iper-luppolate la “birra” da “uomo”.

È invece nella ricerca di una bevuta raffinata, dell’equilibrio fra i vari elementi, della piacevolezza di beva il segreto delle birre di Hoppy Hobby. La birra come alternativa elegante al vino. La birra che si spina, serve e sorseggia in camicia e non necessariamente con indosso la maglietta della band Thrash Metal del momento.

LA BIRRA BRETTATA
La birra che fa godere di se ad ogni sorso senza necessariamente ammazzarti di alcool ed amaro del luppolo. Eleganza nella birra che ritroviamo in ogni sperimentazione del birrificio, come nella prima birra brettata, appositamente “contaminata” da brettanomyces. Quello che nel vino è considerato un difetto, nella birra viene invece ricercato come tratto distintivo.

Ancora in affinamento (in un locale separato per evitare contaminazioni) si presenta luminosa nel colore e dal naso intrigante: frutta gialla, nota agrumata ed un fondo di pepe bianco. In bocca l’acidità è evidente ma non invadente lasciando spazio ad un interessante retro olfattivo dolce di frutta esotica matura.

Competenza ed equilibrio, uniti ad un approccio “green” nella scelta di materie prime naturali e nella gestione delle trebbie che stanno decretando il successo del Beer Farm di Giancarlo, al punto da portarlo a pensare ad un prossimo ampliamento dell’impianto.

Ampliamento che, nonostante i legittimi dubbi legati alla capacità di confezionamento ed alla replicabilità delle ricette, si sta rendendo sempre più necessario viste le richieste del mercato che, seppur locale, sta dando riscontri molto positivi.


LA DEGUSTAZIONE

Oltre al campione “da vasca” della nuova brett-beer abbiamo la fortuna di degustare altre preparazioni di Beer Farm Hoppy Hobby.

Danke! Weizen ad alta fermentazione in stile tedesco. Schiuma bianca, copiosa e mediamente persistente. Al naso da subito note di banana e chiodi di garofano.

Frutta e spezia che ritroviamo anche in bocca accompagnate dalla viva frizzantezza e dalla piacevole freschezza. Amaro appena accennato. Finale asciutto e non eccessivamente persistente.

La Belle Blonde. Stile Belgian Blond Ale. Al naso note floreali ed un leggero ma intrigante sentore speziato che accompagna le delicate note fruttate. In bocca il corpo leggero invita da subito al sorso successivo, sorso che si arricchisce di un piacevole sentore di miele.

Old Style. Stile English IPA. Al naso alterna note floreali ad una nota quasi boisè cui segue un sentore di biscotti al burro. Complessa ma scorrevole al palato chiude il sorso con una sensazione fresca ed amaricante, agrume e luppolo che accompagnano la piacevole persistenza invitando al sorso successivo.

Adorable Seison. Complessa al naso. Frutta bianca e gialla. Pesca, albicocca e prugna gialla, ed una nota agrumata di scorza d’arancia. Poi spezia morbida come pepe bianco.

Di corpo medio e carbonazione fine è scorrevole in bocca, quasi setosa. Accompagna bene il sorso con una piacevole freschezza che la rende pericolosamente beverina.

Pagan Deity. Birra senza una definizione di stile nata dalla fantasia del Mastro Birraio. Colore rosso intenso, quasi mogano. Schiuma ambrata compatta e persistente.

Naso intrigante dove si alternano frutti gialli e frutti rossi (derivanti da due ceppi di lievito diversi che lavorano a temperature ed in tempi diversi). Pesca gialla, albicocca, mora, prugna, dattero.

Di buon corpo in bocca è avvolgente e coinvolge con sentori retro olfattivi che cambiano con la temperatura. Se fresca, questa etichetta di Beer Farm Hoppy Hobby regala frutta fresca e frutta secca, scaldandosi mette in evidenza note speziate e terziarie come caffè, cacao e radice di liquirizia.

Black Abbey. Stile Belgian Dark Strong Ale. Birra da meditazione. Prugna nera, fico, uvetta disidratata, pepe nero. In bocca è morbida ed arricchita da una piacevole pesudo dolcezza. Finale pulito e persistente.

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A Live Wine 2019 “Mr. Brett”: il vino brettato “per intenditori” che costa 8 euro

MILANO – Brettato è bello. Si chiama “Mr. Brett” il vino rosso più controverso scovato e degustato a Live Wine Milano 2019, il Salone Internazionale del Vino Artigianale andato in scena domenica 3 e lunedì 4 marzo (qui i migliori assaggi).

Un vino chiaramente infestato dal brettanomyces, messo comunque in vendita dal produttore alla “modica” cifra di 8 euro. A conti fatti, più di quanto possa costare a un milanese un giro in stalla, in qualche cascina o agriturismo del Parco del Ticino.

Roba da far impallidire pure il Rosario Scimoni (alias Alberto Sordi) di quel capolavoro che è “L’Arte dell’arrangiarsi”.

“Io cerco di avere prezzi abbastanza democratici su tutta la linea”, sostiene di fatto il “papà” del vino rosso da tavola “Mr. Brett”, un Cabernet Sauvignon vendemmia 2013.

Si chiama Mathieu Ferré ed è il figlio del cantautore, poeta ed anarchico monegasco Léo Ferré. Mathieu è titolare dell’Azienda Agricola San Donatino di Castellina in Chianti (SI). E non ci gira troppo intorno, nel spiegare “il senso” dell’etichetta: “Faccio il vino come viene. Aiuto solo l’uva a trasformarsi in vino, senza cambiare l’essenza della natura”.

Non fa una grinza. Ma il rischio, chiediamo a Mathieu, non è quello di danneggiare l’immagine dei vignaioli naturali attraverso l’esaltazione di un palese difetto, proclamato a chiari “versi” in etichetta?

Non sono poi così famoso – replica Ferré – sono un vignaiolo piuttosto sconosciuto. Non sono nella vetta dei nomi celebri. E non mi interessa neanche esserci, tra l’altro.

Il brett è considerato un difetto ma secondo me, in certi limiti, è quello che fa il successo di alcuni vignaioli, come dimostrano alcuni casi in Borgogna. Il brett fa bene al vino. Lo struttura, gli dà una complessità che potrebbe non avere”.

LA GENESI DI “MR. BRETT”
Come è nata l’idea di imbottigliare “Mr. Brett”? “Nel 2013 ho avuto un serbatoio che ha preso una strada in modo autonomo, non è stata una cosa voluta. E’ stato un po’ un problema per me. Probabilmente c’era fin dalla vigna, perché quei lieviti sono già lì. Lo buttavo via o lo imbottigliavo?”.

No doubt. “Ho deciso di metterlo in bottiglia con questa etichetta esplicita, per ben avvertire il consumatore di cosa si tratta, anche se molta gente non sa neppure cosa sia il Brett”.

Del resto, sostiene Mathieu Ferré, “questo è un vino per le persone che se ne intendono, per gli addetti ai lavori“. Mica poco.

“Ricordo che quando l’ho imbottigliato era ancora più evidente la devianza dovuta al brettanomyces – dichiara il vignaiolo intervistato a Live Wine Milano 2019 – ma è una cosa volatile che col tempo è svanita, sebbene il vino sia modificato nella fibra, nel suo Dna, nella sua natura profonda”.

Chi lo compra? “Qualche enoteca, qualche ristorante. Si lavora molto anche con la vendita diretta. Ne ho fatte solo 600 bottiglie, dunque poche. Diciamo che non è il vino che si vende maggiormente”, conclude Mathieu, sorridendo. E voi, che fate? Versate? Cin, cin.

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