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Covid-19, ProWine São Paulo 2020 rimandato al 2021: “Troppe incertezze in Brasile”

ProWine São Paulo 2020, in programma in Brasile il 21 ottobre, è stata rimandata al 2021 a causa dell’emergenza Covid-19. Rico Azeredo, direttore della manifestazione che avrebbe dovuto tenersi al Transamerica Expo Center di San Paolo, punta il dito sui politici locali, accusandoli di “mancanza di garanzie sul rilascio dei permessi di organizzare eventi”.

“Nonostante il grande sforzo che abbiamo fatto per sviluppare un Protocollo di Salute e Sicurezza che permettesse di tenere la fiera ProWine São Paulo 2020 con adeguati livelli di protezione contro il Coronavirus – evidenzia Azeredo – il rinvio della si è reso necessario poiché la Città di San Paolo non sta rilasciando permessi per lo svolgimento di eventi e non sarò in grado di assicurarli sino al 12 ottobre, data che non ci consentirebbe di tenere la fiera nella data prevista”.

Considerando poi le conseguenze che una cancellazione tardiva porterebbe ai nostri visitatori ed espositori, e consapevoli che il nostro ruolo nel settore è favorire il mercato delle opportunità e della conoscenza, e non con perdite finanziarie, abbiamo deciso di rimandarlo”.

L’evento, dunque, si terrà nel 2021. “Considerato il momento positivo per il settore vinicolo del Brasile, Paese in cui i consumi hanno battuto ogni record – sottolinea Azeredo – ProWine São Paulo sottolinea l’importanza di rimandare al prossimo anno l’evento, presentando presto le novità, i trend di consumo e, soprattutto, le opportunità per le aziende che guideranno il settore verso il futuro”.

Tra le iniziative, anche il lancio dell’app ProWine São Paulo. “Funzionerà da matchmaking”, annuncia il direttore Rico Azeredo, sul modello di quanto accade già da anni alla ProWein Trade Fair di Messe Düsseldorf (a sua volta rimandata al 2021).

Grazie alla nuova app, espositori e visitatori potranno relazionarsi tra loro e incontrarsi a San Paolo. L’accesso sarà valido per tutti gli espositori fino a ProWine 2021″.

“Il momento in cui viviamo – conclude Azeredo – è di grande incertezza e instabilità. Tuttavia, crediamo che con una pianificazione e una buona visione del mercato sia possibile prendere decisioni rapide ed efficaci. È così che ci comportiamo”.

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“Fake” brasiliano a ritmo samba. Sul catalogo Rauscedo “Prosecco”, non “Glera”


PORDENONE –
Si sposta in Friuli Venezia Giulia la nostra inchiesta sul Prosecco brasiliano e, più in generale, sul fenomeno del “falso Prosecco“. Sono proprio le autorità brasiliane a offrirci l’assist. Nell’intervista esclusiva rilasciata dall’Ibravin a WineMag.it, la referente legale Kelly Bruch segnala un elemento clamoroso.

Un fattore che gioca, per certi versi, a favore della proliferazione del “Prosecco” in Brasile e della fermezza del governo “carioca” nella difesa dei produttori locali. Sul catalogo di Rauscedo, il più grande complesso vivaistico-viticolo del mondo, la Glera non appare.

Continuano invece ad essere menzionati il “Prosecco” e il “Prosecco lungo”. Eppure risale a marzo 2009 il decreto ministeriale col quale è stato modificato il registro nazionale delle varietà di vite, in Italia.

In particolare, è stato riconosciuto il sinonimo “Glera” per la varieta’ di vite “Prosecco” ed il sinonimo “Glera lunga” per la varieta’ di vite “Prosecco lungo”. Perché i Vivai cooperativi Rauscedo non hanno aggiornato il proprio catalogo? La domanda appare per certi versi retorica. Specie se si considera la credibilità dell’interlocutore.

Parlano chiaro i numeri di Rauscedo: la produzione annuale di barbatelle innestate di Rauscedo è pari ad oltre 80 milioni di unità. Ed è ormai indiscutibile il ruolo internazionale che ha saputo costruirsi la cooperativa friulana, in quasi un secolo di attività.

Eppure, oltre alla Glera che non è stata “aggiornata” a Prosecco, sui cataloghi Rauscedo figura ancora il “Tocai”, la cui menzione è stata modificata dal Ministero due anni prima, nel 2007.

Poco da aggiungere, dunque, alla risposta rilasciata a WineMag da Monique Truant, referente di Vivai Rauscedo.

“I cloni di Prosecco citati e presenti in catalogo – evidenzia la rappresentante della cooperativa friulana – sono entrati nella procedura di selezione clonale e molti di essi omologati prima che entrasse in vigore l’obbligo di ri-denominare il vitigno con la denominazione varietale ‘Glera’.  Per questo motivo le schede varietali a catalogo sono state inizialmente pubblicate con la dicitura Prosecco”

Avremo cura di aggiornare tutta la nomenclatura all’atto della pubblicazione del prossimo catalogo”

“Poiché i provvedimenti legislativi di modifica alle denominazioni interessano diverse varietà e si susseguono con una certa frequenza nel corso del tempo, diventerebbe per noi estremamente dispendioso dover ripubblicare un nuovo catalogo ogniqualvolta venga introdotta una modifica di nomenclatura ufficiale”.

Questione di costi e di organizzazione, dunque? Così sembra. “Facciamo comunque presente che dall’entrata in vigore del cambio di denominazione da Prosecco a Glera – precisa la referente di Rauscedo – le nostre barbatelle sono state sempre commercializzate con il nome di Glera e accompagnate da documenti di vendita e etichette ufficiali riportanti tale ultima denominazione”.

“Relativamente alle esigue quantità di barbatelle di questa cultivar vendute in passato alla nostra clientela brasiliana, – conclude Monique Truant – ci siamo sempre attenuti ad utilizzare la denominazione varietale autorizzata in base alla normativa vigente negli anni in cui le barbatelle sono state fornite”.

Sintetizzando, dunque: nome sbagliato sullo “scaffale” dove si acquista “Prosecco” (ovvero sul catalogo Rauscedo) ma nome corretto sullo “scontrino fiscale”, dove appare la dicitura “Glera”. Perché c’è carta e carta. Priorità e priorità. E in Brasile, nel frattempo, si balla la samba.

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Prosecco brasiliano: si può fare, stop. Tutto quello che le autorità italiane non dicono


Il “Prosecco” brasiliano si può fare. Punto. Si può scrivere in etichetta. E si può commercializzare, come del resto avviene anche fuori dai confini del Brasile. “That is”. Così è, se vi pare. E se non vi pare fatevene una ragione, pare sostenere l’Ibravin, l’Instituto Brasileiro do Vinho interpellato in esclusiva da WineMag.

A concedere l’intervista – la prima a una testata giornalistica italiana – è Kelly Bruch, consulente legale dell’organismo che riunisce la rappresentanza del settore del vino brasiliano, riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (Oiv) come “responsabile per le aziende vinicole brasiliane nel mondo”.

Bruch spiega nel dettaglio qualcosa di ormai assodato, ma che da noi non si dice: le richieste dell’Italia, attraverso Unione italiana vini (Uiv), Coldiretti e Ue, per citarne solo alcuni, fanno il solletico a Brasilia.

Il Paese sudamericano vince facile, grazie a una legislazione interna che avalla l’utilizzo del termine, ma soprattutto a una serie di norme internazionali che mettono in dubbio le capacità del Belpaese di tutelare i propri “brand” in sede politica.

A incoronare la spumantistica brasileira, del resto, sono sempre più concorsi internazionali.

Nel 2018 sono stati 302 i riconoscimenti ricevuti dai vini brasiliani da parte della critica mondiale. Ben 210 riguardano la categoria “spumanti”. A renderlo noto è l’Associação Brasileira de Enologia (Abe), corrispettivo “carioca” della nostra Assoenologi.

Altro dato indicativo: il prezzo medio del Prosecco brasiliano si aggira sul web tra i 70 e 120 Real: 15/27 euro. Con i nostri “base” costretti spesso a rincorrere, giocando a un ribasso fino a 50 Real (fonte: e-commerce Wine.Com.Br e Brasil Bons Vinhos) che mette in dubbio il senso stesso dell’export in Brasile.

Chissà che non convenga, allora, estendere la Doc Prosecco anche alla Sicilia, regione dove la Glera è diventata il vitigno non autoctono più allevato, come dimostrato nei mesi scorsi dall’inchiesta pubblicata sull’altra testata del nostro network, vinialsupermercato.it. Almeno, così, giocheremmo in casa. A carte scoperte.

Kelly Bruch, cosa afferma la legislazione brasiliana in merito alla produzione di Glera/Prosecco?

Il nome “Prosecco” è riconosciuto come varietà di uva fin dai tempi dei romani. È un’uva bianca proveniente dall’Italia nord-orientale, ma coltivata in diverse regioni del mondo. In Brasile questo nome viene utilizzato per identificare i prodotti varietali, proprio come con altre varietà: “Cabernet Sauvignon”, “Chardonnay”, “Merlot”, “Moscato” ecc. Questi nomi di varietà sono conosciuti in tutto il mondo, tanto che una delle più grandi cooperative produttrici di semi in Italia, VCR – Vivai Cooperativi Rauscedo, lo vende ancora oggi con lo stesso nome.

Secondo la legge brasiliana, la varietà di Prosecco è stata riconosciuta almeno dagli anni ’70. Questo può essere verificato con l’ordine ministeriale dell’agricoltura n. 1012 del 17 novembre 1978, poi modificato dall’ordinanza n. 270 del 17 dicembre 1988, entrambi in vigore, che riconoscono la varietà del Prosecco come una varietà del Gruppo II Bianco per Vitis vinifera superiore. Nel registro delle cultivar, la varietà di Prosecco è iscritta al Registro nazionale delle cultivar.

Inoltre, l’Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio – TRIPS, firmato dal Brasile prima dell’Organizzazione mondiale del commercio e internalizzato attraverso il decreto presidenziale n. 1355/1994 – nel disciplinare relativo alle Indicazioni geografiche, determina all’articolo 24, punto 6, che:

Nessuna disposizione della presente sezione obbliga un membro ad applicare le sue disposizioni a un’indicazione geografica di altri membri relativi a prodotti vitivinicoli per i quali l’indicazione pertinente coincide con la denominazione usuale di una varietà di uva esistente nel territorio di tale membro alla data di entrata in vigore dell’accordo che istituisce l’OMC.

In altri termini, non vi è alcun obbligo legale che imponga ai brasiliani il dovere di astenersi dall’utilizzare la denominazione della varietà di Prosecco nei vini spumanti nel loro territorio nazionale, o di riconoscere questa indicazione geografica in Brasile.

L’Australia, nel 2013, ha negato il riconoscimento del Prosecco nel suo territorio. Ma in questo Paese lo spumante brasiliano della varietà Prosecco può essere commercializzato liberamente. Anche negli Stati Uniti il ​​Prosecco è  riconosciuto come vitigno, oltre che in Cile e in numerosi Paesi produttori di vino.

Nel contesto dei negoziati Mercosur, l’Ue ha chiesto il riconoscimento in Brasile del Prosecco come Indicazione geografica. Nel periodo di opposizione, il settore del vino brasiliano ha presentato opposizione a tale richiesta. Per quanto riguarda la Glera, non conosciamo questa denominazione.

Quanto “Prosecco” c’è in Brasile?

Secondo il Cadastro Vitícola, ovvero il catasto viticolo, lo stato del Rio Grande do Sul ha circa 275 proprietà con uve della varietà Prosecco, per un totale di 172,7 ettari vitati. Negli ultimi vent’anni, quest’area è cresciuta di sette volte. Nel 2018 sono stati trasformati 3,1 milioni di litri di vino con varietà di Prosecco. Secondo i dati ufficiali, attualmente, il 18,5% degli spumanti brasiliani contiene Prosecco.

Questa è una grande varietà, dal momento che la sua produzione è stata, ad esempio, 3.030.347 kg di uva nel 2014 e 3.319.779 nel 2015. Nel 2016 c’è stato un calo del raccolto di tutte le uve (attorno al 70% della produzione) e le statistiche 2017 non sono ancora disponibili.

Questa varietà rappresenta in Brasile oltre 3 milioni di Real (circa 675 mila euro) solo per l’acquisto di uva dal produttore rurale, che rappresenta oltre 90 milioni di Real (20,2 milioni di euro) l’anno in commercializzazione, se si considera la quantità di vini spumanti prodotti con questa varietà.

Qual è la posizione delle autorità brasiliane in merito alla presa di posizione dell’Italia e dell’Ue?

Il 1 ° agosto 2009, l’Unione europea ha riconosciuto la denominazione d’origine protetta (Dop) del Prosecco per i vini. Il termine Prosecco è stato utilizzato per designare una varietà di uva bianca della specie Vitis vinifera, con caratteristiche che lo rendono adatto alla produzione di un ottimo spumante, che si è adattato molto bene nella Serra Gaúcha. Oggi, un gran numero di aziende vinicole hanno vini spumanti fatti da questa varietà.

Il regolamento 606/2009 ha riconosciuto questo vitigno nell’Ue, prima della sua modifica (regolamento 1166/2009), che ha trasformato il Prosecco in Glera. Anche nell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (Oiv) è chiaro che questo nome si riferisce a una varietà in sette Paesi, tra cui il Brasile.

Nell’analizzare la “Lista internazionale delle varietà di uva e dei loro sinonimi”, pubblicata dall’Organizzazione internazionale della vigna e del vino, edizione 2013, pagina 136, ci sono 6 occorrenze di Prosecco, contenenti sinonimi come Proseco, Prošek, Teran bijeli e Glera.

Persino la Croazia, quando entrò nell’Unione Europea, ebbe lo stesso problema quando il governo italiano cercò di impedire loro di usare l’espressione millenaria Prošek per un vino bianco dolce fatto con uva prodotta nella regione della Dalmazia, nella costa orientale della Croazia: un vino noto sin dal 305 A.C., quando quest’area apparteneva all’impero romano.

Tutto questo perché l’Unione Europea è arrivata a riconoscere il Prosecco come Denominazione d’Origine Protetta dal 1 ° agosto 2009. Ciò è confermato dall’emendamento di tutta la legislazione dell’Unione Europea mediante il Regolamento n. 1166/2009, del 30 novembre.

Secondo i dati ottenuti dal sito ufficiale del blocco regionale, almeno dal 1979 esistono registrazioni riguardanti l’organizzazione del mercato del vino che menziona il Prosecco come una varietà per la produzione di vini spumanti aromatici.

In questo modo, improvvisamente, il Prosecco viene chiamato Glera per gli europei, che desiderano che accada all’istante nello stesso modo per il mondo intero. Ma la stessa Ue aveva già riconosciuto il Prosecco come varietà.

In Brasile, questa varietà è stata a lungo riconosciuta come tale, come già detto. Pertanto, il Prosecco è chiaramente trattato in Brasile come varietà di uva, tipica per la produzione di vini spumanti.

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Ecco Miolo Cuvée Tradition: il primo spumante brasiliano affinato in mare

Da oggi, “Abissi” di Bisson ha un fratello. Miolo Wine Group ha annunciato lo storico recupero della prima partita di spumante brasiliano affinato in mare. La cantina di Bento Gonçalves, nello Stato del Rio Grande do Sul, non lontano da Porto Alegre, è la prima ad ever utilizzato questo metodo in Brasile.

L’operazione di recupero delle bottiglie è avvenuta lo scorso 12 ottobre, a un anno dall’immersione del “Miolo
Cuvée tradition Brut” nel mare della Bretagna, nell’estremo nord-ovest della Francia. Lo spumante sarà distribuito entro fine anno nel mercato locale, ma anche in America e in Europa. In edizione “speciale e limitata”.

“Ci sono grandi aspettative in seguito al recupero delle bottiglie del nostro spumante dal mare – dichiara Adriano Miolo, amministratore delegato del gruppo -. Le festività natalizie di avvicinano. Siamo dunque in un momento speciale dell’anno per la vendita dei vini spumanti. Siamo sicuri che i nostri clienti e collezionisti vogliano avere nelle loro cantine il primo spumante brasiliano affinato in mare, per brindare alle vacanze”.

Strategicamente affondate nell’isola di Ouessant, in una regione nota come Baie du Stiff, le bottiglie di Miolo Cuvée Tradition sono rimaste per una anno a diretto contatto con l’acqua del mare, a una temperatura compresa tra gli 11 e i 13 gradi. Cullate da correnti morbide e costanti.

“Una grotta marina – evidenzia Adriano Miolo – dalle condizioni ideali per l’invecchiamento del vino: oscurità, umidità, costante temperatura e pressione. Potremo osservare gli effetti dell’invecchiamento dell’acqua attraverso prove di laboratorio e degustazioni. Un vino affinato in mare può avere 10 volte più composti molecolari di un vino invecchiato in modo tradizionale”.

Per questo, la Miolo Cuvée Tradition Brut avrebbe “più aromi e complessità”. “Nelle degustazioni alla cieca – continua Miolo – i risultati parlano chiaro sulla qualità di questo metodo. Gli spumanti affinati in mare presentano sapori più ricchi e floreali, complessità e freschezza, eccellenti note di burro e di mandorle”.

Nel 2018 sarà possibile apprezzare i risultati dell’affinamento di nuovi lotti di spumante nelle cave subacquee dell’isola di Ouessant. Il prossimo anno sarà infatti prelevato lo spumante Miolo Cuvée Tradition Brut Rosé, in prodotto in quantità ancora più limitata rispetto al primo esperimento.

Lo spumante rosato si trova nel mare francese dal mese di giugno 2017, accanto a un altro lotto di Miolo Cuvée Traditon Brut che non sarà prelevato prima di un anno. Entrambi i prodotti Miolo sono ottenuti dalla vinificazione col metodo classico di uve Pinot Noir e Chardonnay allevate nella Vale dos Vinhedos (DO).

Miolo Wine, che ha per claim “vinhos brasileiros, vinhos do mundo“, opera in quattro diverse regioni del Brasile con vigneti di proprietà. Centoventi ettari nella Vale dos Vinhedos, 200 ettari nella Seival Estate della Campanha meridionale, 600 ettari nella Almadén Winery (Campanha centrale) e ulteriori 200 ettari nella Terranova Winery, nella Vale do São Francisco.

AL PRINCIPIO FU “ABISSI”
Molte le affinità degli spumanti marini di Miolo con quelli dell’italiana Bisson. Da 8 anni, la cantina di Chiavari affonda uno spumante metodo classico a base Bianchetta (60%), Vermentino Ligure (30%) e Cimixià (10%) al largo della Baia del Silenzio di Sestri Levante, in provincia di Genova.

Un progetto che ha avuto avvio nel maggio 2009, quando le prime 6500 bottiglie hanno iniziato a maturare nel fondale marino. Lo spumante viene prelevato solo in seguito a 18 mesi di permanenza in acqua. Anche per Bisson, l’immissione sul mercato è prevista nel periodo delle festività natalizie. Un’idea di Pierluigi Lugano, che conduce l’azienda ligure con la figlia Marta.

“Guardandomi attorno e pensando agli antichi relitti dei galeoni in fondo al mare che più volte hanno restituito prodotti alimentari dalle caratteristiche organolettiche intatte – spiega il produttore – ho deciso di coniugare la mia passione per il vino e il mare, pensando che l’ambiente ideale per l’affinamento di uno spumante potesse essere proprio il fondale marino. Profondità 60 metri, temperatura costante di 15 gradi, penombra, contropressione e una serie di fattori favorevoli per ottenere in questo contesto ideale la bollicina più esclusiva”.

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Brasile, Russia, India e Cina: import di vino a due velocità

In uno scenario di mercato globale dove si alternano luci ed ombre sul fronte delle importazioni di vino, anche i BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) seguono direzioni differenti.

Se infatti la Cina ha messo a segno nel 2016 una crescita nei valori di import superiore al 16% rispetto all’anno precedente, la Russia appare ancora sofferente viaggiando sul filo dell'”invarianza” (o poco sotto) mentre il Brasile ha chiuso l’anno appena terminato con un leggero segno negativo a valore (-3%) ma in crescita sul fronte dei volumi (+12%), alla luce di un calo nelle importazioni di vini di fascia premium (in particolare lo Champagne, il cui import è diminuito di oltre il 40% in quantità solo nell’ultimo anno, ma quasi del 70% rispetto a cinque anni fa).

Completa il quadro l’India che continua a rimanere un mercato ‘marginale’, con meno di 20 milioni di euro di vino importato (a cui corrispondono poco più di 41 mila ettolitri).

“Alla base di queste diversità nel trend delle importazioni di vino risiedono soprattutto fattori macroeconomici”, dichiara Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma. “Russia e Brasile hanno chiuso il 2016 con un Pil in calo per il secondo anno consecutivo e valute locali – Rublo e Real – che, seppur in recupero dai minimi toccati rispetto all’euro (e alle altre monete “forti” come il dollaro statunitense) a fine 2015, risultano ancora sensibilmente svalutate rispetto a qualche anno fa. Senza tralasciare poi il fardello dei dazi all’entrata che, nel caso dell’India, mediamente si attestano sul 150% del prezzo all’import “ aggiunge Pantini.

Complice il calo del prezzo del petrolio– che rappresenta la principale voce dell’export del paese – iniziato nel 2014, la Russia da allora ha ridotto gli acquisti di vino dall’estero arrivando ad importare quasi il 20% dei volumi in meno.

Nel caso del Brasile, l’ultimo quinquennio non evidenzia variazioni così rilevanti ma piuttosto sottende un mercato che tra alti e bassi si posiziona ormai da cinque anni in un range compreso tra gli 800 e 900 mila ettolitri di vino importato.

La stessa cosa riguarda l’India. In questo caso i volumi di import si attestano su intervalli molto più bassi (tra i 30 e i 40 mila ettolitri), alternando variazioni di segno opposto da un anno all’altro, soprattutto sul lato dei valori, un effetto ricorrente nei mercati con ridotti volumi di import dove la chiusura di un importatore o un ordine aggiuntivo di acquisto può far cambiare di segno il trend dell’intero anno commerciale.

IL VINO ITALIANO
E in questo scenario, che ruolo gioca il vino italiano? Nel 2016, l’Italia ha messo a segno in Cina la crescita a valore più elevata di tutti i principali competitor, arrivando ad un +39% nel segmento dei vini fermi imbottigliati che, nel mercato in questione rappresentano quasi il 93% delle importazioni totali.

Una performance di tutto rispetto considerando la media del totale di categoria (+17%) e quelle dei diretti concorrenti come Spagna (+27%), Australia e Cile (24%) o del leader di mercato (Francia, +12%).

Al contrario, in Russia è stata la Spagna a registrare la crescita più rilevante (oltre 15%), così come in Brasile sono stati i cileni – forti anche degli accordi di libero scambio che riguardano gli Stati aderenti al Mercosur – a consolidare la propria leadership nelle importazioni di vini in questo mercato attraverso un aumento del 14%.

Complessivamente parlando, le prospettive per i BRIC per l’anno appena iniziato dovrebbero essere positive. Il recupero (o l’ulteriore crescita) nell’import di vino potrebbero trovare supporto in un quadro macroeconomico più favorevole a sua volta legato ad una ripresa nei prezzi delle commodity (petrolio ma anche minerali e derrate agricole) e ad un rafforzamento delle valute nazionali.

Come per il resto del pianeta però, anche sui BRIC aleggia l’imprevedibilità delle politiche che Trump avvierà nei prossimi mesi e dalle quali discende necessariamente un potenziale rafforzamento del dollaro e un “rischio protezionismo”, eventi che giocherebbero a sfavore di questo possibile recupero.

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Vino argentino protagonista al Milano Latin Festival

Trenta etichette di vino argentino, più due di vino cileno. Giusto per non farsi mancare niente, tra un boccone e l’altro di empanadas. Non solo danze al Milano Latin Festival 2016. Il vino sudamericano sarà infatti grande protagonista dell’evento che ogni anno attira migliaia di appassionati di musica e balli latino americani. L’appuntamento per tutti i winelovers è all’enoteca dell’importatore Federico Guillermo Bruera, allestita proprio all’interno degli spazi del Milano Latin Festival, in viale Milanofiori ad Assago, alle porte di Milano. Un appuntamento che ha preso il via lunedì 6 giugno e animerà la movida milanese fino al 16 agosto. “Abbiamo deciso di approfittare di questa bella opportunità offerta dal Milano Latin Festival – spiega Bruera, che a Genova gestisce l’impresa di import Via dell’Abbondanza – per far conoscere a più persone possibili il vino argentino e, in generale, quello sudamericano. Uno spazio enoteca che si affiancherà alla consueta rummeria, divenuta ormai una tradizione”. Federico Guillermo Bruera, del resto, importa da 11 anni vini argentini e sudamericani in Italia. Conosce il mercato. E sa dove puntare il mirino, per fare centro. “Al Milano Latin Festival – spiega – propongo una selezione di etichette prevalentemente provenienti dall’Argentina, scelte tra le 120 a nostra disposizione”. Venti le cantine argentine interessate. Una sola quella cilena. Qualche consiglio? Cascherete sempre in piedi, scegliendo un vino ‘a caso’ della Bodega del Fin del Mundo di San Patricio del Chañar, uno di Bodega La Rural Rutini Wines o di Bodega Santa Julia di Mendoza. Per chi vuole provare qualcosa di davvero alternativo c’è il liquore di Yerba Mate, un’erba dalle miracolose proprietà benefiche per l’organismo. “Pur essendo l’Italia uno dei maggiori Paesi produttori di vino – evidenzia l’importatore Bruera – il consumatore italiano è particolarmente curioso e sperimenta volentieri. Il mercato dei vini argentini e sudamericani, in Italia, è in crescita non solo nella ristorazione, ma anche nelle enoteche. Ed è sempre più facile trovare vini del Sud America anche in ristoranti che non propongono esclusivamente cucina latina”. Il giro d’affari, per Bruera, si assesta sulle 100 mila bottiglie l’anno. Numeri che fanno di Via dell’Abbondanza un vero e proprio riferimento, nel Belpaese. “Non a caso – commenta Bruera – siamo stati fornitori esclusivi per il ristorante argentino del Padiglione Argentina, a Expo Milano 2015. E siamo organizzatori e creatori del Malbec World Day Milano, dove si degustano ogni anno più di 60 Malbec, nel mese di aprile”. Insomma: il via alle danze è stato dato lunedì. Adesso, in alto i calici.

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