Nell’ambito del progetto “Bourgogne Neutralité 2035“, il Bureau Interprofessionnel des Vins de Bourgogne (BIVB) ha lanciato una nuova webserie sui suoi canali social. Questa iniziativa è dedicata alla promozione dell’uso di bottiglie di vino più leggere, con l’obiettivo di «sensibilizzare sia i viticoltori che i commercianti ancora esitanti, oltre a informare il grande pubblico sull’esistenza di bottiglie di vino più leggere, vantaggiose e prive di inconvenienti». Ogni episodio della serie affronta un pregiudizio comune riguardante le bottiglie alleggerite, illustrato da una vignetta realizzata da Sylvain Pongi. Un professionista che già utilizza bottiglie di peso inferiore ai 450 grammi condivide quindi la propria esperienza. Sfatando il mito e rispondendo alle domande più frequenti. I primi tre episodi hanno evidenziato diversi aspetti chiave di questa innovazione.
LA VERSATILITÀ DELLE BOTTIGLIE LEGGERE DI VINO
Il primo tema affrontato riguarda la versatilità delle bottiglie leggere, dimostrando che tutti i vini possono essere imbottigliati in contenitori alleggeriti, inclusi i Grand Cru di Borgogna. Questo concetto è stato ribadito dalla testimonianza di Véronique Drouhin della Maison Joseph Drouhin, che ha confermato come la qualità del vino non venga minimamente compromessa.
LE BOTTIGLIE LEGGERE SONO PIÙ FRAGILI?
Il secondo episodio ha sfatato il mito secondo cui le bottiglie alleggerite sarebbero più fragili e soggette a rotture durante l’imbottigliamento, lo stoccaggio e la spedizione. A dimostrare il contrario è stata l’esperienza di Frédéric Gueguen del Domaine Céline et Frédéric Gueguen, che ha sottolineato come la riduzione del peso non influisca sulla resistenza delle bottiglie.https://www.winemag.it/viaggio-vini-qualita-prezzo-borgogna-con-gabriele-gorelli-mw/
BOTTIGLIE DI VINO LEGGERE: I BENEFICI PER LE CANTINE DELLA BORGOGNA
Il terzo episodio ha evidenziato i benefici pratici per i lavoratori delle aziende vinicole. L’adozione di bottiglie più leggere permette infatti di ridurre il peso delle casse di vino, migliorando le condizioni di lavoro. Un esempio concreto è stato portato da Hélène Sarkis e da una dipendente del Domaine Joblot. Hanno spiegato come una cassa da 12 bottiglie possa pesare fino a 1,7 kg in meno, facilitando così la movimentazione e riducendo il rischio di infortuni.
I PROSSIMI EPISODI DI BOURGOGNE NEUTRALITÉ 2035
Sono attualmente in preparazione altri quattro episodi, che verranno diffusi nel mese di aprile. L’obiettivo del progetto “Bourgogne Neutralité 2035” è ambizioso: ridurre del 60% le emissioni di CO₂ dei vini di Borgogna. E compensare il restante 40%. Considerando che le bottiglie rappresentano attualmente il 25% delle emissioni totali, diminuirne il peso è una strategia efficace per ridurre l’impronta carbonica. Per i vini tranquilli, le bottiglie da 395 grammi hanno già dimostrato efficienza e robustezza. Tuttavia, anche le bottiglie da 410 o 420 grammi offrono vantaggi significativi. Nel 2023 il peso medio delle bottiglie di vini di Borgogna era di 559 grammi.https://www.vins-bourgogne.fr/
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Asolo Prosecco da record: nel 2024 sono state certificate 30 milioni di bottiglie. Le stime sono del Consorzio Vini Asolo Montello, che tutela la denominazione. Un risultato che non è solo una pietra miliare numerica, ma rappresenta anche un significativo progresso qualitativo per una denominazione che sta acquisendo sempre più valore nel panorama enologico internazionale. «Siamo orgogliosi del traguardo raggiunto – afferma il presidente del Consorzio, Michele Noal -. La dedizione delle aziende ha permesso all’Asolo Prosecco di conquistare l’attenzione della critica nazionale e internazionale, che ha riconosciuto il valore del prodotto con ottimi punteggi. Questo successo è frutto di strategie di promozione e investimenti mirati sulla qualità e sul territorio».
STATI UNITI PRINICPALE MERCATO DELL’ASOLO PROSECCO
Uno dei pilastri del successo è il consolidamento sui mercati esteri. Gli Stati Uniti si confermano il principale mercato d’esportazione, ma si registra un crescente interesse in Asia, in particolare in Giappone. «I nostri vini – continua Noal – Raccontano al mondo un luogo unico, un territorio di cui siamo fieri ambasciatori. Attraverso il calice abbiamo la possibilità di far conoscere il borgo di Asolo e il suo fascino, le meravigliose colline che lo circondano e le eccellenze enogastronomiche dei nostri luoghi. Sono le terre del Canova e del Palladio, nell’Abbazia di S. Eustachio Giovanni Della Casa scrisse il Galateo. Qui nascono anche i vini rossi del Montello e la Recantina, varietà coltivata localmente da secoli e salvata dall’estinzione grazie a un lungo lavoro di ricerca»
IL FUTURO DELL’ASOLO PROSECCO
Il 2024 sarà ricordato come l’anno del record di 30 milioni di bottiglie di Asolo Prosecco. Ma è stato anche un anno di cambiamenti interni per il Consorzio, con il rinnovo delle cariche istituzionali e la creazione di tre Commissioni dedicate a temi agronomici, tecnico-giuridici e promozionali. Con uno sguardo fiducioso al 2025, il Consorzio annuncia una partecipazione strategica ai principali eventi di settore: Vinitaly, Vinexpo, ProWein. Confermato il ritorno negli Stati Uniti. Non meno importante sarà l’intensificazione delle attività di tutela internazionale delle denominazioni. Infine, previste iniziative di formazione degli operatori enogastronomici e turistici. «Vogliamo agire con sempre maggiore incisività nella vigilanza e nella protezione – annuncia il presidente Noal – rafforzando il valore della nostra denominazione nel panorama mondiale».
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È ormai tra gli eventi più attesi dai professionisti del settore, a caccia di spumanti Metodo classico da inserire nella carta vini di un ristorante, o in enoteca. La Prima dell’Alta Langa 2025 si terrà il 10 marzo a Torino e promette già di essere il consueto successo. Il 2024 si chiude infatti con risultati significativi per il Consorzio che riunisce 85 maison piemontesi, per un totale di 455 ettari di vigneto tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo (2/3 Pinot nero e 1/3 Chardonnay), per circa 3,2 milioni di bottiglie. Ben 14 le new entry del 2024, nel segno di una crescita che porterà la denominazione verso i 6 milioni di bottiglie, entro il 2030.
Una cifra che consentirà al Consorzio di iniziare a guardare all’export con maggiore efficacia. Al momento, infatti, il mercato interno interessa l’85% della produzione dell’Alta Langa Docg, con l’export al 15%. Non a caso, il 2024 sarà ricordato come il primo anno in cui l’ente presieduto da Mariacristina Castelletta (Tosti 1820) ha investito in promozione all’estero, invitando sul territorio un gruppo di giornalisti stranieri.
«I traguardi raggiunti quest’anno – sottolinea la presidente – sono il risultato di un impegno condiviso. Produttori, partner e un numero sempre maggiore di sostenitori e appassionati che ci accompagnano nel portare l’Alta Langa Docg sempre più lontano, senza mai perdere di vista i nostri valori e la nostra identità. La data scelta per l’evento annuale del Consorzio Alta Langa è lunedì 10 marzo 2025, a Torino. Sarà la settima edizione della grande degustazione di tutte le cuvée in commercio dei soci del Consorzio. A gennaio si apriranno sul sito istituzionale le registrazioni per il pubblico Horeca e per i giornalisti».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Si scrive “Rizzini“, si legge “perla nascosta”. Di una Franciacorta che ama poco la ribalta e lavora a testa a bassa, in silenzio. Ma con una formula ben precisa, che sa di dogma infrangibile. Di comandamento non scritto, nell’immaginaria Bibbia della bollicina perfetta: un solo vigneto, una sola uva (Chardonnay). Solo millesimati e solo lunghi affinamenti sui lieviti. “Solo”, o quasi, è anche Guido Rizzini in azienda. Anima e corpo – qualcuno direbbe Deus ex machina – di questa piccola cantina di Monticelli Brusati da 2 ettari e 15 mila bottiglie dell’universo Fivi. Senza sito web. Senza cartellonistica in ingresso. Senza frasi fatte. Anzi, di parole da estrapolare come dentisti a un produttore che t’accoglierebbe semplicemente con calice e bottiglie da stappare. Che tutto il resto, in fondo, è contorno. Cornice. Non quadro.
Rizzini Franciacorta – e non c’è da meravigliarsi – è tutto tranne che una nuova realtà. «Mio padre è nato qui – spiega Guido Rizzini, classe 1976 – e qui lavorava come mezzadro. Alla morte del proprietario, è riuscito ad acquistare questo piccolo terreno, con annessa la casa in disuso, poi ristrutturata. Nel 1985 ha piantato il primo vigneto di Chardonnay e Pinot Bianco, varietà poi estirpata. Fino al 1991 abbiamo venduto le uve. Le nostre prime mille bottiglie “non ufficiali” risalgono al 1992. Poi, dal 1994, abbiamo messo le carte in regola, con una produzione di 5 mila bottiglie». Un paio d’anni, dunque, per fare il “salto di categoria”. Da dilettanti a professionisti. Affidandosi a un enologo del calibro di Alberto Musatti, tra i “padri” del Franciacorta, rimasto a Rizzini sino al 2007. L’anno in cui è subentrato Andrea Rudelli.
RIZZINI FRANCIACORTA DAGLI ESORDI AGLI ANNI DUEMILA
Era l’epoca in cui l’esperienza contadina portava, nel bresciano, a produrre più vini rossi che bianchi e spumanti. «Tra l’85 e il ’92 – ammette Guido – mio padre aveva provato da solo a fare un bianco, ma il risultato era stato un orange. Grazie all’enologo abbiamo fatto un salto di qualità, indirizzando tutta la produzione sullo spumante Metodo classico». Tempismo perfetto, a cavallo di quel 1995 in cui la Franciacorta si è vista riconosciuta la Docg, prima denominazione italiana della categoria ottenuta con il metodo della rifermentazione in bottiglia.
Visionarie anche le scelte sul clone dello Chardonnay (da spumante) e portinnesto (SO4, poi Kober, prima del recente ritorno all’SO4, meno vigoroso e dunque meno soggetto a mal dell’esca). Nel 1999, dopo la scomparsa del padre, Guido Rizzini si ritrova una cantina avviata: «Da buon bresciano volevo la bici – ricorda con una certa commozione – e ho iniziato a pedalare. Ma soprattutto non volevo abbandonare il sogno di papà, oltre a dover fare i conti con una mia grande convinzione: o tutto, o niente. Compromessi zero». Parole che spiegano più d’una scheda tecnica i vini targati Rizzini Franciacorta.
«COMPROMESSI ZERO»: LA FORMULA MAGICA DI RIZZINI FRANCIACORTA
«Equilibrio sopra la follia», direbbe Vasco Rossi. E, a guardar bene, Guido Rizzini «cammina per la strada senza nemmeno guardare per terra», un po’ come Sally. «Se mi basassi solo sulla convenienza economica – ammette – le mie scelte sarebbero chiaramente sbagliate, soprattutto per i lunghi affinamenti e la volontà di produrre solo nei migliori millesimi». Elementi che fanno quasi passare in secondo piano il dettaglio del “singolo vigneto” da cui provengono le uve Chardonnay, posto su un terrazzamento che sovrasta la piccola cantina di Monticelli Brusati.
«Imbottiglio al 100% Franciacorta da singola annata – spiega ancora il produttore – e in catasta ho solo vini da singola vendemmia. La decisione di non uscire sul mercato dopo 18 mesi è dettata dalle caratteristiche dei suoli, che hanno sempre dato vini di grande struttura e di grande corpo. Allungando i tempi per avere vini più “pronti”, sono arrivato a portare l’uscita del mio vino “base” solo dopo 60 mesi sui lieviti, per poi salire a 130, 140…».
In cantina, il Franciacorta millesimo 2005 è il più datato: «Volevo arrivare a 240 mesi sui lieviti (20 anni, ndr) – ma adesso che ci sono quasi arrivato mi spiace, quindi forse lo lascerò lì ancora un po’». Non scherza, Guido Rizzini. Spoiler alert: nel 2025 Rizzini Franciacorta compirà 40 anni. Lo stock da cui attingere per i festeggiamenti? Circa 120 mila bottiglie. Quasi una bottiglia per ogni abitante della vicina Brescia. Trentatré a testa per quelli del piccolo comune di Monticelli Brusati.
RIZZINI FRANCIACORTA: LA DEGUSTAZIONE
Franciacorta Docg Brut Millesimato 2017 (92/100)
Sboccatura 11/2023, 3/3,5 grammi litro il dosaggio. Solo acciaio, 68 mesi su lieviti. Perlage raffinato. Naso e sorso sul frutto, in particolare su una mela gialla matura e su ricordi di frutta esotica. Chiusura lunga che non perde l’impronta decisamente fruttata. Un Brut goloso, pur teso e dissetante.
Franciacorta Docg Dosage zero 2016 (95/100)
È il re della batteria di Rizzini Franciacorta sottoposti in assaggio. Settantadue mesi sui lieviti, solo acciaio, sboccatura a marzo 2023. Diciotto mesi di tappo, dunque. Un dosaggio zero che rispetta i canoni della tipologia, su una tensione acida e una verticalità marcata, tanto da staccarlo in maniera netta dal Brut 2017. Meno opulenza del frutto, più stratificazione e balsamicità. Chiude giustamente asciutto, senza risparmiarsi sul fronte della spalla acida, neppure in retro olfattivo. Un pugile più che mai pronto per il ring, con cui giocare negli abbinamenti.
Franciacorta Docg Extra Brut 2010 (92/100)
132 mesi sui leviti, 90% acciaio e 10% barrique usata. Sboccatura avvenuta ad aprile 2022: 30 mesi di tappo. Un altro (ris)volto di casa Rizzini Franciacorta, forse quello più vicino all’opulenza dei suoli dei vigneti di Monticelli Brusati. Struttura e trama vinosa, complessità della lisi. Chiusura precisa, sul frutto giallo, mai urlato. Sorso giustamente fresco, che chiama la beva e ammalia, grazie al tocco mielato riscontrabile in persistenza aromatica intensa.
ANTEPRIMA E “ARCHIVIO”
Franciacorta Docg 2018 (93/100)
Aperto à la volée, dunque senza liqueur. Dà la tara al gran lavoro compiuto in vigna e in cantina da Guido Rizzini e dall’enologo Andrea Rudelli. Sorso di gran sostanza e buona struttura, abbinato a una certa morbidezza glicerica naturale, in un’annata genericamente generosa per la denominazione bresciana e di qualità medio-alta per chi ha superato indenne fenomeni temporaleschi violenti e improvvisi. Sarà ulteriormente sboccato tra dicembre 2024 e gennaio 2025, quando avrà passato la soglia dei 70 mesi sui lieviti. Con un dosaggio che dovrebbe aggirarsi attorno ai 2,5 grammi per litro.
Centoventi mesi sui lieviti per il Brut Nature Riserva 2009 di Rizzini. Sboccatura ad aprile 2022, senza aggiunta di zucchero. Ancora una volta, acciaio e barrique usata. Giustamente il Franciacorta più evoluto della gamma scelta per l’assaggio ma il primo che vira in maniera netta sulla pasticceria, chiudendo su ricordi netti di zabaione. Consueta struttura, resa ancora più compatta dalle note evolutive-terziarie, che tuttavia non sovrasta né scalfisce la finezza. Bollicina da pasto, che non teme piatti strutturati e le carni.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Derthona, Terre di Libarna eMonleale sono le tre sottozone della Doc Colli Tortonesi. Insieme raggruppano 46 comuni e 7 valli della provincia di Alessandria, vocate alla produzione di Timorasso e Barbera. Il tavolo vitivinicolo regionale di Regione Piemonte, in occasione dell’incontro di ieri mattina con il presidente del Consorzio, Gian Paolo Repetto, ha dato il via libera alla modifica del disciplinare della Doc Colli Tortonesi che disegna un futuro ancora più chiaro per una zona che si sta facendo largo nel mondo, a suon di vini bianchi e rossi di estrema qualità. Su tutti, luce verde alla sottozona Derthona e a una migliore profilazione della sottozona Terre di Libarna, riservata ai soli spumanti. Tecnicamente si tratta di “UGA“, acronimo di “Unità geografiche aggiuntive” utilizzato per identificare le “sottozone”.
Provvedimenti per i quali è stata richiesta la retroattività volontaria alla vendemmia 2024, per chi già rispetterà i nuovi parametri. In caso contrario, le modifiche dovrebbero entrare in vigore a partire dalla vendemmia 2025, comunque non prima dell’avallo definitivo del Comitato nazionale Vini. Il provvedimento mescola le carte in tavola nei Colli Tortonesi, al solo fine di mettere ordine. Disegnando i contorni di un futuro ancora più chiaro per una zona che si sta facendo largo nel mondo, a suon di vini bianchi e rossi di estrema qualità.
DERTHONA, IL VINO DOC OTTENUTO DALLE UVE TIMORASSO
Addio, in primis, alla “Colli Tortonesi Doc Timorasso”, a compimento del progetto portato avanti sin dalla fine degli anni Ottanta da alcuni vignaioli alessandrini, su tutti Walter Massa. Un passo indietro, per farne cento avanti. Con “Timorasso” si andrà a identificare solo l’uva o, meglio, il vitigno. Con “Derthona” i vini Doc prodotti con uve Timorasso. Il nome è quello dato dai romani all’attuale città di Tortona, divenuta oggi un nevralgico centro agricolo, logistico e industriale della provincia di Alessandria. Proprio a Tortona ha sede il Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi. Il nome Derthona, ad oggi, è più che mai noto agli amanti del basket, grazie all’omonima squadra (di Tortona, per l’appunto) che milita in serie A.
La posizione centrale e strategica della città, negli ultimi anni, ha causato un accentramento di potere da parte di grandi gruppi dell’industria e della logistica, che ha finito per schiacciare la vocazionalità agricola della zona (nota, oltre che per il vino, anche per la Pesca di Volpedo). Il ricorso all’antico nome romano Derthona è un implicito richiamo alle radici rurali di Tortona, voluto da un Consorzio e da una base produttiva animata da vignaioli che mirano alla qualità assoluta del prodotto. Non sono un caso gli investimenti di grandi nomi del vino, soprattutto delle Langhe, avvenuti negli ultimi anni nel comprensorio della Doc. E c’è anche chi si “rifugia” qui dal vicinissimo (e tormentato) Oltrepò pavese.
SOLO VINI SPUMANTI NELLA SOTTOZONA / UGA TERRE DI LIBARNA (VAL BORBERA)
La seconda importante modifica riguarda la sottozona / UGA Terre di Libarna della Val Borbera, che si trasformerà ufficialmente nel cuore della spumantistica alessandrina. Una piccolissima “Alta Langa” del Timorasso, per usare un “eufemismo” senza uscire dai confini del Piemonte. Con una produzione annuale che si assesta attorno alle 12 mila bottiglie Doc, quasi esclusivamente prodotte da una cantina icona del territorio come Ezio Poggio.
Grazie a un’estensione della sottozona Derthona alle zone più vocate delle valli Borbera e Spinti, i vini fermi base Timorasso potranno rivendicare il nome Derthona. La menzione “Terre di Libarna” scompare, in sostanza, dai vini fermi. E sarà ascrivibile in etichetta solo sui vini spumanti. La scelta non è casuale, visto che la vallata in cui ricade la sottozona Terre di Libarna gode di altitudini e acidità delle uve che favoriscono la spumantistica. Per lo stesso motivo, in futuro, l’alta Val Curone potrebbe essere assoggettata all’UGA Terre di Libarna.
La mappa dei Colli Tortonesi (® Cantina Vite Colte)
PICCOLO DERTHONA, DERTHONA E DERTHONA RISERVA
Confermate dal Ministero anche le richieste del Consorzio relative all’esclusione dei fondovalle e delle altimetrie superiori ai mille metri, per una produzione e pianificazione “verticale” del Derthona che deve essere vino di qualità uniforme e riconoscibile. Tre le tipologie approvate: Piccolo Derthona, Derthona e Derthona Riserva. «Abbiamo ristretto il perimetro dei comuni – commenta a winemag il presidente del Consorzio, Gian Paolo Repetto – portando la sottozona / UGA Derthona ad essere circa la metà della Doc Colli Tortonesi, grazie a 432 km quadrati di superficie rispetto ai 785 complessivi. Pochi sanno che la Colli Tortonesi è una Doc molto estesa in termini di territorio».
COLLI TORTONESI DOC: IN FUTURO NUOVE SOTTOZONE (UGA)
«Questa novità – continua Repetto, titolare dell’omonima cantina di Sarezzano – ci dà la grande possibilità di valorizzare le zone più vocate e di iniziare a lavorare al prossimo step, ovvero l’istituzione di altre sottozone (UGA), in areali a noi già ben chiari per la qualità costante delle uve e che fanno ben sperare per il futuro. La discussione sulle nuove “menzioni” si concentra piuttosto sul naming e su come renderle omogenee per tipologia e per uve. In definitiva, oggi abbiamo portato a casa il bersaglio grosso della modifica al disciplinare. Da domani lavoreremo un po’ più di fino».
NELLE ANNATE FAVOREVOLI SI ADOTTERÀ IL “SUPERO” PER IL PICCOLO DERTHONA
Dal punto di vista produttivo, le modifiche al disciplinare comportano un passaggio dagli 80 ai 75 quintali per ettaro, relativamente alla resa del Timorasso. La riduzione, un po’ a sorpresa, riguarda anche il Piccolo Derthona. Per la tipologia “di ingresso” della Doc, chiamata ad introdurre i consumatori a vini più stratificati e complessi (Derthona e Derthona Riserva, per l’appunto) l’ipotesi inziale era di 90 quintali per ettaro. Ma la proposta è tramontata dopo il primo confronto tra il Consorzio e i tecnici di Regione Piemonte. Al netto di un disciplinare restrittivo, che uniforma il “base” alla “Riserva”, l’asso nella manica sarà il ricorso al “supero di campagna”.
Un “escamotage”, normato dalle leggi vigenti, sino ad ora mai utilizzato dall’ente tortonese. «In annate favorevoli – annuncia ancora il presidente Gian Paolo Repetto – il Consorzio potrebbe deliberare il supero per il Piccolo Derthona. Questo ci permetterà una certa flessibilità a fronte di vendemmie positive sul fronte della quantità, ovvero in grado di garantire oltre alla qualità anche un certo volume di produzione. Il supero consentirà ancor più alla tipologia di “ingresso” della denominazione di avvalorare i propri risvolti, anche dal punto di vista strettamente “commerciale”».
LA VENDEMMIA 2024 DEI COLLI TORTONESI: BENE TIMORASSO E BARBERA
Non si parla neppure sottovoce di “supero” al cospetto della vendemmia 2024 dei Colli Tortonesi. Nel complesso, a conti fatti, il territorio registrerà una riduzione della produzione del 30% e una qualità da buona a ottima. Una novità interessante riguarda le gradazioni alcoliche dei vini atti a divenire Derthona e, ancor più, dei Barbera (Monleale incluso), altro vitigno principe della zona che tornerà su percentuali d’alcol in volume più moderate, dopo l’abbondanza delle annate precedenti.
Le maggiori difficoltà dell’annata 2024 riguardano i vigneti lavorati in regime biologico, con danni da peronospora che – in alcuni casi – vengono definiti «disastrosi» dai produttori alessandrini. La viticoltura biologica è molto diffusa all’interno della Doc Colli Tortonesi, al punto da assestarsi al 42% sul vitigno Timorasso (e dunque sui futuri vini Doc Derthona). La cifra del bio scende al 22-34% per il vitigno Barbera, la cui quota maggiore del vigneto è detenuta dalle cooperative.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Colli Maceratesi Ribona Riserva e Colli Maceratesi Ribona Spumante Riserva. Via libera alle due nuove tipologie “Riserva” della Doc Colli Maceratesi, con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dopo un iter di tre anni, proposto e avviato dall’Istituto marchigiano di tutela vini (Imt) e dal Comitato Colli Maceratesi. L’introduzione delle due nuove versioni offre una possibilità enologica ed agronomica in più alle Marche del vino, nel contesto di una denominazione di 250 ettari, con un potenziale di circa 600 mila bottiglie complessive da 0,75 litri.
COLLI MACERATESI: ECCO RIBONA RISERVA E SPUMANTE RISERVA
Quarantasei i viticoltori e 28 i produttori della Doc. Colli Maceratesi Ribona Riserva e Colli Maceratesi Ribona Spumante Riserva costituiscono «un upgrade verso prodotti premium a maggior longevità, in linea con gli obiettivi di sviluppo di Imt e dei 74 produttori e viticoltori dell’area». Tra le altre disposizioni pubblicate in Gazzetta: l’eliminazione della tipologia novello per la versione rosso; sul fronte etichettatura e presentazione dei vini della Doc è prevista la possibilità per i produttori di riportare il nome geografico “Marche”, secondo indicazioni specifiche stabilite nel disciplinare.
«La modifica del disciplinare della Doc Colli Maceratesi, con l’introduzione dei due nuovi bianchi Riserva della Ribona nelle tipologie vino e spumante metodo classico – evidenzia il presidente Imt, Michele Bernetti – è coerente con il processo di aggiornamento di alcuni disciplinari delle nostre 16 denominazioni, nati circa 50 anni fa e che necessitano di essere attualizzati. Un’azione in linea con il percorso intrapreso dal Consorzio che punta a innalzare qualità e valore aggiunto delle produzioni. La notizia della pubblicazione in Gazzetta è il modo migliore per festeggiare i primi 25 anni di Imt».
I DISCIPLINARI DEI RIBONA RISERVA COLLI MACERATESI
Produzione massima contingentata (91 ettolitri per ettaro), procedimento di elaborazione di almeno 36 mesi per la Ribona Spumante Riserva con rifermentazione esclusivamente in bottiglia, immissione al consumo consentita solo dopo un affinamento di 12 mesi per la Ribona Riserva, costituiscono le principali norme per la vinificazione delle due nuove tipologie che saranno ottenute da uve coltivate in provincia di Macerata e nel Comune di Loreto, in provincia di Ancona.
Per il presidente del Comitato della Doc Colli Maceratesi, Filippo degli Azzoni: «Le due nuove Riserve introdotte grazie al lavoro fatto da Imt valorizzano il Colli Maceratesi Ribona, un prodotto con ottime potenzialità di crescita sul mercato, e sono in grado di rispondere a una domanda qualificata, capace di apprezzare le doti di longevità e di complessa eleganza che sono nel Dna del vitigno. Dopo anni di ricerca che hanno portato a questa scelta, si aprono ora delle opportunità per attivare nuovi canali di vendita, sia sul mercato interno sia estero; questo è molto positivo».
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«Vendemmia 2024 dell’Alta Langa? Siamo fiduciosi che possa essere un’ottima annata. Grazie al costante impegno dei nostri viticoltori, le uve sono belle e sane. In un contesto in cui le condizioni climatiche sono meno prevedibili, il ruolo del viticoltore è sempre più cruciale». Lo assicura Giovanni Carlo Bussi, vicepresidente del Consorzio Alta Langa, che raggruppa i produttori degli spumanti metodo classico che si promuovono sui mercati e tra gli appassionati come “Alte Bollicine piemontesi“. La vendemmia 2024 dell’Alta Langa è cominciata con la raccolta dei primi grappoli di Pinot nero, nei giorni scorsi. Proseguirà quindi con le uve Chardonnay.
In vista della raccolta, il Consorzio Alta Langa ha avviato sin dai mesi scorsi una serie di appuntamenti dedicati ai soci, al fine di diffondere la conoscenza delle migliori tecniche agronomiche in vigneto e consolidare gli alti livelli qualitativi delle uve destinate a diventare Alta Langa Docg. Salvo qualche lieve riduzione di resa dovuta alle condizioni meteorologiche instabili nel momento della fioritura, quello che si attende è un raccolto quantitativamente nella media e con una buona qualità delle uve.
VENDEMMIA 2024 ALTA LANGA: LE CONDIZIONI CLIMATICHE
La stagione è stata caratterizzata da un innalzamento delle temperature a inizio primavera, seguito da un periodo alquanto piovoso e fresco. Le precipitazioni sono state circa il doppio della media, rendendo l’annata agricola 2024 la più piovosa degli ultimi 67 anni. Nei vigneti delle province di Asti, Cuneo e Alessandria l’esperienza e la tempestività di intervento dei viticoltori sono dunque state ancor più fondamentali per scongiurare la comparsa di fitopatie.
Con l’arrivo dell’estate, le condizioni si sono ristabilizzate, consentendo una regolare maturazione delle uve. Ciò ha collocato il periodo di vendemmia tra l’ultima decade di agosto e l’inizio di settembre. In particolare, la vendemmia 2024 dell’Alta Langa è iniziata nelle zone più precoci e assolate di Strevi (Alessandria), Serralunga d’Alba (Cuneo) e Castel Rocchero (Asti). Nei prossimi giorni la raccolta entrerà nel vivo risalendo i vigneti a quote collinari via, via più elevate. È il caso di Roddino (CN) e Bossolasco (CN), dove l’invaiatura non è ancora completata.
IL SUCCESSO DELL’ALTA L’ALGA
Il Consorzio Alta Langa vanta oggi oltre 70 case spumantiere aderenti, 440,5 ettari di vigneti e 3,2 milioni di bottiglie prodotte in occasione della vendemmia 2023. Nel 2002, l’Alta Langa ottenne il riconoscimento di prima Doc piemontese dedicata al metodo classico. Un vero e proprio traguardo enologico, con l’obiettivo di «far crescere il territorio nel rispetto della grande storia vinicola che lo contraddistingue, portando la vigna dove un tempo era marginale per riuscire a valorizzarne al meglio l’unicità nel pieno rispetto delle singole entità produttive».
A seguire, nel 2011, l’Alta Langa otterrà la Docg retroattiva al millesimo 2008. Caratteristica distintiva dell’Alta Langa è quella di essere prodotto con uve Pinot nero e Chardonnay, in purezza o insieme, esclusivamente millesimato. Ogni etichetta riporta infatti l’anno della raccolta delle uve. Può essere bianco o rosé, brut o pas dosé. Ma avrà sempre, come prevede il rigoroso disciplinare, non meno di 30 mesi di affinamento sui lieviti.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Una produzione di oltre 61 milioni di bottiglie nel 2023 tra Valpolicella, Valpolicella Ripasso, Amarone e Recioto destinate per il 60% all’export in 87 Paesi del mondo. È l’istantanea del Consorzio vini Valpolicella – 8.617 ettari su 19 comuni che, dalle colline, si estendono fino a Verona; 2.200 viticoltori, 316 imbottigliatori e 6 cantine sociali – che oggi, nell’ambito di “Venezia Superiore”, che oggi ha presentato il focus socioeconomico della principale denominazione Rossa del Veneto. Il dossier di 40 pagine fotografa l’evoluzione del vigneto in Valpolicella, con un fatturato di 600 milioni di euro l’anno.
«In un momento sfidante come quello attuale, soprattutto per i vini Rossi – ha commentato in conferenza stampa il presidente dell’ente di tutela vini Valpolicella, Christian Marchesini – è importante infatti monitorare non solo i mercati ma anche la capacità di risposta e di adattamento del territorio e dei produttori. In questo contesto, il dossier è uno strumento strategico di analisi e di lettura delle tendenze, a partire da quella che coinvolge proprio il vino di territorio per antonomasia, il Valpolicella Superiore, che grazie alla sua versatilità sta scalando nuove quote di mercato».
Protagonista dell’evento “Venezia Superiore”, il Valpolicella si sta rivelando il vino ‘trendy’ della denominazione veronese anche sui mercati internazionali che valgono il 61% delle vendite, con Canada (39%) e Usa (15%) in testa alla classifica dell’export. Nel primo semestre di quest’anno il Valpolicella, che si candida a conquistare i giovani winelover della generazione meno incline al consumo di vino di sempre, ha raggiunto una produzione di quasi 9,5milioni di bottiglie (+0,4% rispetto allo stesso periodo del 2023), un dato sostanzialmente in linea con quello pre-pandemico del 2019.
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La produzione di Trebbiano Spoletino raddoppierà nei prossimi anni grazie all’allargamento della zona Doc a tutti i Comuni dove è già possibile produrre il vino più noto della zona, il Sagrantino di Montefalco. Lo ha annunciato durante l’evento di apertura di “A Montefalco” il nuovo presidente del Consorzio Vini Montefalco e Spoleto, Paolo Bartoloni. «Il Sagrantino – ha dichiarato – è ormai è un must e grazie ad esso vogliamo entrare nella “Top 10” dei vini italiani. Ma non scordiamoci del Trebbiano Spoletino. Il Cda ha deciso di ampliare la zona Doc per passare dalle attuali 225 mila bottiglie a mezzo milione, nel giro dei prossimi anni».
MONTEFALCO SEMPRE PIÙ “BIANCO”
«Le tendenze cambiano – ha aggiunto Paolo Bartoloni – il bianco cresce. Con questo provvedimento resteremo comunque un’area di nicchia, capace di produrre 4,5 milioni di bottiglie sommando tutte le denominazioni. Per affrontare il mondo ci servono comunque i numeri». Al momento sono 450 gli ettari di terreni Doc Montefalco Rosso, 390 quelli del Sagrantino di Montefalco e solo 50 quelli destinati a Trebbiano Spoletino Doc.
«Oggi produciamo 1 milione di bottiglie di Sagrantino di Montefalco – ha concluso il presidente del Consorzio – ma siamo arrivati a produrne anche 2 milioni nella storia della denominazione. Anche grazie alla crescita del Trebbiano Spoletino possiamo dimostrare al mondo di essere una “terra del vino” unica in Italia, nella quale si possono produrre grandi vini rossi e grandi vini bianchi nello stesso fazzoletto di terra».
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Giampaolo Brunelli è il nuovo presidente di Cantina Valpolicella Negrar, il numero 14 nella storia della cooperativa veneta. Ad affiancarlo nel suo mandato triennale in qualità di vice presidente sarà Alessia Ceschi, 33 anni, avvocato a Verona. Entrambi sono nati a Negrar di Valpolicella, sono figli di viticoltori soci pluridecennali della cantina e hanno già avuto esperienza direzionale nei trascorsi direttivi. Brunelli è dal 2014 all’interno del collegio sindacale e Ceschi dal 2020, in qualità di consigliere. Tra i progetti del nuovo corso, la realizzazione di una trentina di vasche dalla capacità di 53 mila ettolitri, entro il 2025.
L’obiettivo è «aumentare la capacità di stoccaggio di vini che necessitano un lungo affinamento». Sarà inoltre concluso l’ampliamento della cantina per altri 2.700 metri quadrati, da destinare a magazzino e all’impianto di imbottigliamento da 12 mila bottiglie all’ora. Altra mission del nuovo presidente è l’allargamento della base sociale – oggi i soci sono 230, per oltre 700 ettari di vigneto – in modo da «rafforzare la capacità produttiva e allargare i mercati». Ultimo progetto è quello di «gettare le basi per realizzare un bilancio di sostenibilità».
«Abbiamo di fronte situazioni molto complesse sia dal punto di vista economico che sociale – commenta il nuovo presidente di Cantina Valpolicella Negrar, Giampaolo Brunelli – a cui però intendiamo rispondere non chiudendoci a riccio, ma con lo slancio e l’energia propri a una compagine “giovane”, che guarda a un futuro migliore, desiderosa di portare la cantina a bissare i primi 90 anni». «Nel mio mandato, in linea con il presidente e il consiglio – aggiunge Alessia Ceschi, prima donna a ricoprire la carica di vice presidente della cantina – porterò la mia professionalità e la mia sensibilità verso il cambiamento, a beneficio dei soci e del territorio».
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Allargare la zona di produzione della Doc Spoleto nei territori della Doc Montefalco, per aumentare il numero di bottiglie di Trebbiano Spoletino e farlo conoscere a un numero più vasto di consumatori, in tutto il mondo. È l’obiettivo della proposta presentata nelle scorse ore al Cda del Consorzio Vini Montefalco e Spoleto da Gianluca Piernera, presidente della Commissione tecnica della Doc Spoleto e titolare di Cantina Ninni Spoleto. Quella sul tavolo dell’ente presieduto da Giampaolo Tabarrini, che dovrà valutarla insieme ad altre, è un’idea rivoluzionaria: «Includere i comuni di Bevagna, Gualdo Cattaneo e Giano dell’Umbria nella Doc Spoleto, consentendo ai produttori locali di etichettare il loro Trebbiano Spoletino come “Doc Spoleto”, al posto dell’attuale Montefalco Bianco Doc».
Quest’ultima, stando sempre alla proposta di Piernera, dovrebbe essere eliminata, al pari della Doc Spoleto Bianco. «Così facendo – spiega il vignaiolo in esclusiva a winemag.it – riusciremmo a portare in giro per il mondo il Trebbiano Spoletino, vino simbolo della Doc Spoleto che sta riscuotendo sempre più successo da parte della critica. Attualmente ne vengono prodotte solo 200 mila bottiglie, ma con l’allargamento della denominazione ai tre comuni si consentirebbe a un numero maggiore di produttori di imbottigliare Trebbiano Spoletino utilizzando la sua denominazione simbolo, nata nel 2011».
ALLARGAMENTO DELLA DOC SPOLETO PER IL TREBBIANO SPOLETINO?
Il progetto della Doc Montefalco Bianco, che prevede un minimo del 50% di Spoletino, non convince – al momento – tutti i produttori. Ne sono una riprova i numeri risicati degli imbottigliamenti e la decisione di ricorrere all’Umbria Igt, piuttosto che alla Doc di Montefalco, per i vini prodotti fuori dalla Doc Spoleto con il Trebbiano Spoletino. La proposta di Gianluca Piernera – tra i protagonisti e fautori, nel 2019, dell’ingresso della Doc Spoleto nel Consorzio Vini Montefalco – va nella direzione opposta: «Sono certo che, con l’ingresso nella Doc Spoleto, le uve provenienti dai vigneti di Bevagna, Gualdo Cattaneo e Giano dell’Umbria sarebbero rivendicate con la Doc simbolo del vitigno. Con questa operazione, nel giro di 5 anni, le bottiglie totali passerebbero da circa 200 mila a oltre un milione, se non a un milione e mezzo. Con benefici assoluti per tutto il territorio».
Un impulso che sarebbe in linea con gli ultimi trend di consumo, che vedono i vini bianchi e gli spumanti crescere esponenzialmente, nel mondo, a discapito dei vini rossi. Nonostante il cambio di rotta riscontrabile in occasione delle ultime Anteprime – nella direzione di vini più “pronti” e dai tannini più integrati – il Montefalco Sagrantino Docg, grande vino rosso da invecchiamento, non sta infatti attraversando uno dei suoi periodi di maggiore splendore, soprattutto sul fronte dell’export. Non un caso isolato, come dimostrano i report di mercato più aggiornati relativi alle spedizioni di vini italiani nel mondo, che dipingono una crisi del Made in Italy enologico nei 12 Paesi Top importer.
PRESTO IL VIA LIBERA A RISERVA, SPUMANTE E MACERATO DA SPOLETINO
«I tempi sono maturi – sottolinea Gianluca Piernera – per poter far conoscere questo meraviglioso vitigno a un numero più vasto di consumatori. È un dato di fatto che le bottiglie attuali non siano abbastanza. L’allargamento del territorio della Doc Spoleto darebbe fiducia ai produttori e a una zona dalle immense potenzialità, in parte non ancora esplorate. Il tutto senza snaturare le caratteristiche del Trebbiano Spoletino, che sarebbero preservate anche in altri territori. Sarà poi il consumatore a scegliere il prodotto di una zona o dell’altra».
Nel frattempo procedono a passo spedito, verso l’approvazione ministeriale, le modifiche al disciplinare che porteranno all’ufficiale riconoscimento della Riserva (che andrebbe a sostituire ed eliminare il Superiore), nonché dei metodi alternativi al sughero per la tappatura dello Spumante (sarà incluso il tappo corona) e del Macerato ottenuto con uve Trebbiano Spoletino all’interno della Doc Spoleto. Tutte specifiche di cui potrebbero beneficiare anche i produttori di Bevagna, Gualdo Cattaneo e Giano dell’Umbria, qualora la “linea Piernera” prevalesse in Consorzio. Un dibattito che si preannuncia aperto ed avvincente.
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Le bottiglie di vino sono state esentate dalle norme sugli imballaggi europei. Confermata l‘esenzione agli obblighi di riutilizzo, con il rischio di una standardizzazione delle bottiglie per la riduzione indiscriminata del loro peso, eliminando di fatto il formato magnum ma anche le tipologie scelte dai produttori per identificare i vini più “importanti” della gamma, secondo logiche di marketing. La battaglia si sposta ora nella seduta del Parlamento europeo in plenaria, previsto per la settimana del 20 novembre. «L’obiettivo – commenta Coldiretti – è migliorare un testo che è ancora fortemente penalizzante per alcuni settori dell’agroalimentare». Cinquantasei i voti a favore, 23 contrari, 5 le astensioni.
«Il vino – aggiunge Uiv – è l’unica bevanda alcolica fuori dai vincoli previsti dalla riforma della normativa Ue sugli imballaggi (Ppwr) che prevede la ridefinizione dei target di riuso per i vari materiali di imballaggio, tra cui il vetro. Il testo del regolamento votato oggi dalla Commissione per l’Ambiente, la Sanità pubblica e la Sicurezza alimentare (COMENVI) rappresenta un primo step importante per il vino in attesa del voto in plenaria e del Trilogo tra Parlamento, Consiglio e Commissione; un risultato importante, raggiunto in particolare grazie al costante lavoro degli eurodeputati italiani vice-relatori di questo dossier, che sottolinea sia le specificità del vino sia gli sforzi già in atto da parte della filiera per garantire uno sviluppo sostenibile del settore.
«Un voto in chiaroscuro quello di stamattina sulla revisione della Direttiva Imballaggi – commenta invece la presidente di Federvini, Micaela Pallini -. Se i vini, grazie al fondamentale lavoro condotto dalla delegazione italiana, possono finalmente tirare un sospiro di sollievo, è ancora tanto il lavoro da fare per scongiurare l’impatto estremamente oneroso che il riuso potrebbe determinare per il comparto degli aperitivi, amari, liquori e distillati italiani. Come Federvini siamo determinati a proseguire con fermezza in tutte le sedi istituzionali gli sforzi per tutelare le nostre imprese e auspichiamo che possa esservi una revisione nel voto già in occasione dell’Assemblea plenaria del Parlamento europeo previsto in novembre».
IMBALLAGGI UE: VINO SALVO, MA È ALLARME PER L’ORTOFRUTTA
Se il vino è salvo dopo l’adozione da parte della Commissione Ambiente del Parlamento europeo della relazione sulla proposta di regolamento della Commissione imballaggi e rifiuti di imballaggio, lo stesso non si può dire dell’ortofrutta. Confermato infatti il limite di imballaggio, fissato a 1 chilogrammo. Una soglia che, secondo Coldiretti, «rischia di cancellare dagli scaffali dei supermercati l’insalata in busta, i cestini di fragole, le confezioni di pomodorini e le arance in rete di peso inferiore al limite».
«Nella forma attuale – commenta Coldiretti – il testo apre ad una serie di problemi dal punto di vista igienico-sanitario, della conservazione e degli sprechi, che potrebbero aumentare, come potrebbero aumentare anche i costi per i consumatori e per i produttori. Ma si rischia anche un effetto negativo sui consumi, dove i prodotti di quarta gamma, dalle insalate in busta alla frutta confezionata, sono ormai entrati profondamente nelle abitudini degli italiani, con il pericolo di ridurne il consumo, già calato del 10% per la frutta e del 6% per gli ortaggi nel primo semestre del 2023, con un impatto pericoloso sulla salute».
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Produzione in crescita al pari della reputazione, anche a livello internazionale, per l’Albana di Romagna. Di seguito tutti i punteggi all’Anteprima Vini ad Arte 2023, andata in scena nella seconda metà di luglio, a Faenza (seguirà nei prossimi giorni il focus sul Sangiovese di Romagna delle Sottozone). Un modo per scoprire le migliori dell’annata 2022 e 2021, pur considerando la visione parziale rispetto al numero di etichette sul mercato. La varietà romagnola a bacca bianca si conferma una delle più versatili presenti in Italia.
Ormai “riadattata” alla perfezione nella versione secca – in passato era nota come passito – copre una superficie di 818 ettari, per una produzione annuale di poco inferiore al milione di bottiglie. L’imbottigliato ha subìto una frenata solo nel 2020, passando a 756.400 rispetto agli 872.533 “pezzi” del 2019. Nuovo exploit nel 2021, con 915.600 bottiglie, sino a giungere al record di 956.133, nel 2022. Ecco dunque le migliori Albana di Romagna, con i relativi punteggi in centesimi.
NOME
ANNO
DENOMINAZIONE
AZIENDA
ZONA
DESCRIZIONE
SCORE
Albena
2022
Romagna Albana Secco Docg
ASSIRELLI
IMOLA
Vena balsamica tra naso e bocca, sapidità e piacevole espressione del frutto.
87
Dutia
2022
Romagna Albana Secco Docg
BRANCHINI
IMOLA
Naso e bocca su frutta perfettamente matura, leggere note mielate, tanto fiore fresco, mandorlo. Beva agile, su una buona concentrazione aromatica.
88
Campo Mamante
2022
Romagna Albana Secco Docg
CANTINA BRASCHI
MERCATO SARACENO
Fresca, agrumata, verde di erbe della macchia mediterranea e dal frutto croccante. Beva agile, al momento afferita ai soli agrumi.
86
Alba Nuova
2022
Romagna Albana Secco Docg
CANTINA DI CESENA – TENUTA AMALIA
CESENA
Vino agile, beverino, corretto.
84
Volo d’Aquila
2022
Romagna Albana Secco Docg
CANTINA FORLÌ
PREDAPPIO
PREDAPPIO
Molto profumata. In bocca tanta mandorla, leggera percezione tannica. Distensione e persistenza sufficiente: vino spensierato.
85
Tratti d’Autore
2022
Romagna Albana Secco Docg
CANTINA FORLÌ
PREDAPPIO
PREDAPPIO
Convince nel finale, per la buona concentrazione aromatica che riequilibra la leggera percezione tannica.
86
I Croppi
2022
Romagna Albana Secco Docg
CELLI
BERTINORO
X
X
A
2022
Romagna Albana Secco Docg
FATTORIA DEL MONTICINO ROSSO
IMOLA
Tra le più tipiche, dall’espressione del frutto, alla tensione acida, passando per la sapidità. Vino di buona personalità, frutto di un’azzeccata interpretazione stilistica.
89
Bianco di Ceparano
2022
Romagna Albana Secco Docg
FATTORIA ZERBINA
MARZENO
Vino di buona concentrazione sul frutto, con note aromatiche che regalano un sorso pieno, pur slanciato e verticale.
89
Cleonice
2022
Romagna Albana Secco Docg
FIORENTINI
CASTROCARO
La gran aromaticità al naso è confermata al palato, su tinte tropicaleggianti. Parola d’ordine “piacevolezza”.
88
Neblina
2022
Romagna Albana Secco Docg
GIOVANNA MADONIA
BERTINORO
X
X
GioJa
2022
Romagna Albana Secco Docg
GIOVANNINI
IMOLA
Morbidezza assoluta e calore alcolico per un vino piuttosto potente, ma equilibrato.
85
8000
2022
Romagna Albana Secco Docg
GIOVANNINI
IMOLA
Albana macerata in anfore georgiane. Necessita di tempo e pazienza nel calice per regalare le note migliori, di frutta a polpa gialla matura. Buona corrispondenza gusto-olfattiva.
87
Fondatori GP
2022
Romagna Albana Secco Docg
MERLOTTA
IMOLA
Si cambia passo con questa Albana che coniuga aromaticità, frutto goloso, allungo sapido e gran freschezza. Vino di prospettiva.
90
Damadora
2022
Romagna Albana Secco Docg
PODERE DELLA GROTTA
CESENA
Bel naso su erbe aromatiche, frutto bianco (mela) e giallo (pesca, ancor più albicocca). Vino che ha già trovato uno splendido equilibrio tra polpa e verticalità, sale e frutto.
91
Sette Note
2022
Romagna Albana Secco Docg
PODERI MORINI
ORIOLO
Note mielate al naso, oltre al tipico frutto giallo e biancospino. Alcol un po’ invadente, ma si uniformerà rendendo ancora più piacevole il sorso.
87
Valleripa
2022
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA CASALI
MERCATO SARACENO
Mineralità “vulcanica”, polpa, croccantezza. Ottima espressione in termini di tipicità, eleganza e persistenza. Gran profilo gastronomico.
90
Frangipane
2022
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA LA VIOLA
BERTINORO
Vino teso, lungo, concreto, sapido, che non disdegna di mostrare una certa struttura, anche tannica. Vino molto, molto promettente, da aspettare.
90
Amorosa
2022
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA UCCELLINA
RAVENNATE
Buon compromesso tra polpa e sapidità, connotato poi da una dolcezza piuttosto marcata del frutto in retro olfattivo. Vino goloso.
89
Bacana
2022
Romagna Albana Secco Docg
TENUTE BACANA
BRISIGHELLA
Naso molto bello, pieno, maturo, tipico, di ottima concentrazione. Al momento pecca di corrispondenza col palato.
84
Vitalba
2022
Romagna Albana Secco Docg
TRE MONTI
SERRA
Note da passito, di frutta stramartura, al naso. Si fa spesso e profondo con l’ossigenazione, virando su ginger e agrumi maturi. In bocca conferma l’espressione varietale e la gran versatilità del vitigno, anche a fronte di interpretazioni stilistiche.
90
Vigna Rocca
2022
Romagna Albana Secco Docg
TRE MONTI
SERRA
Tanta polpa, agrume, pesca e albicocca matura. Bella concretezza e buona struttura al palato.
88
Arlus
2022
Romagna Albana Secco Docg
TRERE’
BRISIGHELLA
Vino che non si trova nella sua curva evolutiva migliore, ma che sembra avere tutto per poter convincere.
85
Colle del Re
2022
Romagna Albana Secco Docg
UMBERTO CESARI
IMOLA
Naso tutto sul frutto esotico. Gran beva oltre a una certa profondità e stratificazione, capaci di chiamare agilmente l’abbinamento gastronomico.
88
–
2022
Romagna Albana Secco Docg
ZAVALLONI
CESENA
Frutta molto matura al naso, così come al palato. Vino equilibrato e giocato su una equilibrata piacevolezza.
87
Masselina Albana
2022
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA MASSELINA
SERRA
Mineralità salina, frutta a polpa bianca e gialla, e poi – di nuovo – un gran allungo sapido, unito a una marcata tensione acida e a una corretta percezione tannica. Vino emblema della varietà e delle sue prospettive sui mercati nazionali e internazionali.
92
Albana di Ca’ di Sopra
2022
Romagna Albana Secco Docg
CA’ DI SOPRA
MARZENO
X
X
Codronchio
2021
Romagna Albana Secco Docg
FATTORIA DEL MONTICINO ROSSO
IMOLA
Tanto tropicale al naso. Superlativo al palato, dove sfodera l’abbraccio tra sapidità e frutto esotico. Lunga persistenza per un altro vino da non perdere.
92
Alba della Torre
2021
Romagna Albana Secco Docg
LA SABBIONA
ORIOLO
Vino all’insegna dell’equilibrio e di una beva piuttosto agile, su freschezza e frutto.
85
Drusiana
2021
Romagna Albana Secco Docg
PODERI DELLE ROCCHE
IMOLA
X
X
–
2021
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA DEL GELSO
BERTINORO
Il finale piuttosto tannico è ben congeniato: conferisce carattere e invita al sorso successivo.
87
–
2021
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA FRANZONA
IMOLA
Naso che conquista per aromaticità e palato concreto, giocato tra l’espressione del frutto giallo maturo (corrispondente all’olfatto) e una tannicità leggera. Vino giovane, di ottima prospettiva.
91
InTerra Bianco
2021
Romagna Albana Secco Docg
TENUTA LA VIOLA
BERTINORO
Giallo dorato. Vino macerato in anfore georgiane che mostra toni cupi di brace, oltre ad agrume e ginger. Percezione tannica equilibrata, al palato.
85
Amedeo Bianco
2021
Romagna Albana Secco Docg
ZAVALLONI
CESENA
Piacevole nota aromatica al naso, che poi si conferma al palato. Vino sul frutto maturo, esotico, dotato di una struttura corpulenta, come gli abbinamenti gastronomici che certamente riuscirà a sostenere.
90
G.G.G.
2021
Romagna Albana Secco Docg
GIOVANNINI
IMOLA
Vino al momento sbilanciato sulle dolcezze, che al naso intrigano e al palato chiedono una maggiore integrazione.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Si aggira intorno ai 10 miliardi di euro il valore complessivo dell’imbottigliato certificato da Valoritalia nel 2022. Secondo l’Annual Report 2023 della società leader in Italia nella verifica delle fasi di produzione, dal vigneto alla bottiglia, il 2022 registra una flessione pari al 3,8%. Ma i primi mesi del 2023 inducono a un «cauto ottimismo». I dati emergono dall’analisi dei processi di certificazione di 218 denominazioni di origine italiane. Evidente il cambio di scenario rispetto alla situazione presentata un anno fa.
«Se il 2021 aveva fatto registrare numeri estremamente positivi, nonostante problematiche importanti – sottolinea Francesco Liantonio, presidente di Valoritalia – i dati del 2022 mostrano un rallentamento su cui pesa il conflitto russo-ucraino con il suo corollario di crisi energetica, che ha evidentemente imposto minori flussi economici in tutti i settori. Del resto, il vino deve essere considerato a tutti gli effetti un sensibile indicatore degli andamenti economici generali ed era quindi lecito attendersi questa contrazione.
Va però sottolineato come, nel suo insieme – aggiunge Liantonio – il sistema vino italiano abbia tenuto botta soprattutto a partire dal secondo semestre dello scorso anno e come i dati del primo quadrimestre del 2023 inducano a un cauto ottimismo. È un segnale importante, la cartina tornasole di come il mondo delle DO, a livello italiano, possa contare su una solidità che gli consente di attraversare anche momenti di grandi incertezza e difficoltà».
ANNUAL REPORT VALORITALIA: LE DENOMINAZIONI PIÙ PERFORMANTI
La ricerca evidenzia infatti un dato fondamentale: nonostante le difficoltà sopra descritte, circa un terzo delle denominazioni tra quelle certificate Valoritalia ha comunque registrato una crescita dei volumi con le significative performance del ”Sistema Prosecco” formato dalle Dop Prosecco, Asolo Prosecco e Conegliano Valdobbiadene. Ottimi anche i comportamenti del Franciacorta, dell’Asti e Moscato D’Asti, dell’Alta Langa, del Collio, del Lugana, dell’Oltrepò Pavese, del Vino Nobile di Montepulciano, del Frascati e del Castel del Monte. Un’altra trentina di Denominazioni ha registrato cali contenuti entro la soglia del 5%, alcune dei quali di natura fisiologica.
Più in generale, i risultati dell’Annual Report 2023 Valoritalia si basano sui dati relativi alla certificazione di 47 DOCG, 184 DOC, e 37 IGT. Una massa critica che rappresenta il 56% della produzione nazionale DO, con 5 mila tipologie di vino per una produzione certificata che nel 2022 ha riguardato oltre 21 milioni di ettolitri. Quasi 2 miliardi di bottiglie certificate e 1.353.930.245 contrassegni di Stato gestiti, per un valore complessivo che supera ampiamente 9 miliardi di euro e che impiega circa 95 mila operatori inseriti nel sistema dei controlli. Una enorme mole di numeri che lascia emergere anche i principali punti di forza e di debolezza della Viticoltura italiana di qualità.
«Tra i plus – evidenzia Valoritalia – l’ampiezza quantitativa della Denominazione di Origine e le loro dimensioni, in grado di garantire risultati performanti grazie alla capacità di affrontare i mercati con mezzi e continuità. Viceversa, il limite maggiore del nostro sistema è costituito proprio dalla frammentazione delle Denominazioni di Origine. Basti pensare appunto che le prime 20 DO coprono l’84% dell’imbottigliato e che solo 27 Denominazioni su 218 commercializzano volumi annui superiori ai 10 milioni di bottiglie. Tutto questo, ha una sua precisa rilevanza soprattutto quando ci si confronta sui mercati esteri».
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Da una parte la riduzione dei costi energetici, tornati ai livelli del 2021. Dall’altra il progressivo aumento del costo delle bottiglie di vetro, anche nel 2023. A denunciare il controsenso è Unione italiana vini (Uiv), che ha messo sotto la lente di ingrandimento i costi della bolletta energetica e del prezzo delle bottiglie di vetro degli ultimi due anni, focalizzandosi sui bilanci di tre colossi europei del vetro attivi in Italia. Il 2022 si è concluso infatti con bilanci record per le principali vetrerie italiane ed europee. In piena crisi energetica, i “big” del vetro hanno segnato utili anche sopra il 30%.
«Una performance eccezionalmente positiva – fa notare Unione italiana vini – sostenuta anche dai crediti di imposta e dall’aumento dei listini imposti al mondo del vino, con un +70% del costo delle bottiglie in poco più di un anno». A fare da contraltare, più a valle lungo la filiera, sono i conti delle imprese vitivinicole italiane e i portafogli dei consumatori, sempre più alleggeriti da inflazione e carovita, che si traducono in tagli agli acquisti di vino nell’ordine del 6-7%.
«In piena crisi inflattiva e con un consumatore più attento – commenta Lamberto Frescobaldi, presidente Uiv – la filiera produttivo-distributiva stringe ancora la cinta, mentre altri continuano a veder crescere i profitti». «Abbiamo assorbito tutti i costi. Ora è a rischio la remunerazione dei soci», aggiunge Carlo Piccinini, presidente di Alleanza Cooperative Agroalimentari. «Impennata dei costi energetici, rincari dei rottami e della logistica hanno influito in maniera rilevante sui bilanci dell’industria vetraria», replica dal canto suo il presidente di Assovetro, Marco Ravasi che, secondo quanto riferisce Uiv, non escluderebbe «possibili revisioni dei listini in un prossimo futuro».
I BILANCI STELLARI DELL’INDUSTRIA DEL VETRO
Stando all’analisi condotta da Unione italiana vini dal professore di Economia dell’impresa vitivinicola dell’Università di Verona, Luca Castagnetti, una delle maggiori aziende produttrici mondiali di bottiglie di vetro avrebbe realizzato nel segmento Europa un utile operativo di 488 milioni di dollari (+31,5% rispetto al 2021), con un’incidenza dei costi sui ricavi che è scesa sensibilmente negli ultimi 3 anni. Anche per i colossi europei il 2022 è stato un anno di crescita importante, con i ricavi consolidati che sono passati – nel caso di una nota azienda francese – da 2,7 a 3,4 miliardi di euro e un ebitda che dal 24,9% del 2022 vola a 29,2% nel primo trimestre di quest’anno.
Bene, infine, anche uno dei gruppi italiani, che ha chiuso l’anno con aumenti in doppia cifra: +30% i ricavi consolidati (640,8 milioni di euro), con un +44,3% per l’utile netto, pari a 86,6 milioni di euro. Registrano i risultati migliori proprio le società del gruppo dedicate al mondo del vino: utile netto 2022 pari al 17,5% dei ricavi (era il 17,1% nel 2021) per la prima. La seconda vola a 20,8% dei ricavi, contro il 16,2% nel 2021.
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«Lo Zibibbo è un vitigno antico, presente in provincia di Trapani da secoli, con due piccolissime eccezioni poco significative in termini di superfici coltivate e questa è l’unica provincia in cui per legge ne è ammessa la coltivazione». Benedetto Renda, presidente del Consorzio per la tutela e la valorizzazione dei Vini Doc dell’Isola di Pantelleria, replica ai contenuti controversi del convegno organizzato dall’amministrazione comunale pantesca, lo scorso weekend.
A dimostrare che non è in atto una «sicilianizzazione» del vitigno – ovvero, nell’idea dei promotori dell’iniziativa, uno scippo dell’isola “madre” nei confronti della terra d’origine del vitigno – è l’elenco delle varietà idonee dell’Irvo, che stabilisce come lo Zibibbo sia coltivabile esclusivamente nella provincia di Trapani e – dal 13/09/2007 – anche nell’isola di Ustica, nonché nelle isole Pelagie (D.A. 30/06/2015 anche). «Crediamo fermamente che l’elemento più importante, unico e distintivo, sul quale concentrare la tutela e promozione sia in ogni caso quello dell’origine “Pantelleria” più che il vitigno».
Basti pensare – aggiunge Benedetto Renda – che ci sono produttori australiani che vinificano Nero d’Avola o Glera, imbottigliando quest’ultima come Prosecco. Il Consorzio è fortemente impegnato nel racconto e nella valorizzazione della viticoltura eroica e dell’Isola di Pantelleria: un unicum con un grande primattore, lo Zibibbo.
Dai progetti destinati alla formazione agli operatori della ristorazione e della ricettività, i primi “ambasciatori” dell’Isola, all’ organizzazione di educational dedicati alla stampa fino al lancio campagne di comunicazione sui media nazionali».
CRESCE LA PRODUZIONE DI BIANCO FERMO, SPUMANTE E PASSITO A PANTELLERIA
«Coltivare la terra qui è un atto d’amore – continua il presidente del Consorzio pantesco – che chiama tutti noi a un sempre maggiore impegno, ma ci sono dati che confermano come la Doc Pantelleria sia viva ed in evoluzione. Se paragoniamo i dati di imbottigliamento del 2018 con quelli del 2022, si registra un +25% per la denominazione doc Pantelleria bianco, un +68% per la denominazione Pantelleria Moscato spumante e un +10% per il Passito».
Sul banco degli imputati, anche la modifica del disciplinare della Doc Sicilia, contestata in quanto consente di menzionare in etichetta il vitigno “Zibibbo”, anche se presente in maniera inferiore, nell’uvaggio, rispetto ad altri vitigni. «Teniamo presente – replica a winemag.it il Consorzio presieduto da Antonio Rallo – che si tratta solo del caso dei bivarietali e, ad oggi, nella Doc Sicilia i bivarietali con lo Zibibbo non sono mai stati prodotti».
Le repliche dei due Consorzi confermano, dati alla mano, come l’attacco dell’amministrazione comunale di Pantelleria non trovi conferme nei numeri. Una mossa, quella dalla giunta guidata dal sindaco Vincenzo Campo, arrivata peraltro a pochi giorni dalle elezioni comunali, che vedono il primo cittadino ricandidarsi in una lista sostenuta dal Movimento 5 Stelle. Per organizzare la tre giorni di convegni utile a lanciare l’attacco alla Doc Pantelleria e alla Doc Sicilia, Campo ha avallato uno stanziamento di 25 mila euro. Soldi pubblici in cambio di un pizzico di visibilità?
Pantelleria, lo Zibibbo, il sindaco 5 Stelle e gli esperti mondiali di Consorzi e Denominazioni
Pantelleria, lo Zibibbo, un sindaco 5 Stelle e gli esperti mondiali di Consorzi e Denominazioni. Cronache dall’isola siciliana, sotto elezioni
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Il 30 novembre 2022 l’Ue ha pubblicato la proposta di regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio che contiene disposizioni in materia di riduzione, riuso, riciclo ed etichettatura. «La proposta della commissione europea -sottolineano Confagricoltura e Federvini – presenta numerose criticità. Quelle che più preoccupano sono indubbiamente il ricorso al riuso anziché al riciclo e la standardizzazione degli imballaggi».
La proposta di regolamento prevede dal 1° gennaio 2030 l’obbligo del riuso: ciò significa che su 100 bottiglie immesse nel mercato europeo, da 5 a 10 bottiglie dovranno essere riutilizzabili. L’Azienda avrà l’obbligo di contribuire alla realizzazione e mantenimento di un regime che raccoglie, lava, sanifica e riconsegna le bottiglie agli utilizzatori.
«Attenzione – spiega Micaela Pallini, Presidente di Federvini – la riciclabilità sarà misurata in base a criteri di progettazione che saranno stabiliti successivamente dalla Commissione europea, senza la consultazione degli operatori. Se fra questi criteri sparirà quello legato alla funzione di presentazione del prodotto, rischiamo di perdere le forme e il design che oggi caratterizzano molti dei nostri prodotti».
L’OBBLIGO DI MINIMIZZAZIONE DI PESO E VOLUME DELLE BOTTIGLIE
Un’altra insidia si annida nell’obbligo di minimizzazione. Entro il 1° gennaio 2030, infatti, tutti gli imballaggi dovranno ridurre al minimo peso e volume. «Nel nostro settore gli imballaggi, le bottiglie – mette in guardia Micaela Pallini – svolgono una funzione peculiare. Non sono solo un mero contenitore, sono veicolo di presentazione al consumatore di prodotti unici, che si differenziano gli uni dagli altri per territorio di provenienza, storia, tradizioni. Inoltre, le moderne tecnologie hanno permesso di ridurne il peso di oltre il 30%».
Gli imballaggi impiegati nel settore vitivinicolo sono prevalentemente bottiglie di vetro – quindi riciclabili al 100% – inoltre, l’Italia nel 2023 ha raggiunto un tasso di riciclo del vetro pari all’88%, a fronte di un obiettivo UE al 70% entro il 2025. Studi universitari (Università di Wageningen e Politecnico di Milano) dimostrano che il riuso ha performance ambientali migliori del riciclo (vuoto a rendere vs vuoto a perdere) solo entro brevi distanze (non più di 175-200 km), e il vino è un prodotto vocato all’export.
L’ETICHETTATURA DEGLI IMBALLAGGI
«Dati che non solo vanificano i benefici attesi dai commissari europei – afferma il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti – ma evidenziano in modo inequivocabile la necessità di valutare con molta attenzione l’introduzione di divieti su alcune tipologie di imballaggio, di tassi obbligatori di materiale riciclato e di obiettivi e target di riutilizzo. Tutte queste misure andrebbero ponderate avvalendosi di evidenze scientifiche a supporto delle decisioni anche in relazione alle ricadute economiche di settori strategici e iconici come quello del vino e considerando tutte le esternalità ambientali e anche quelle in termini di sicurezza alimentare e qualità organolettiche, determinanti per il settore».
Per quanto riguarda l’etichettatura, la Commissione Ue propone di inserire su tutti gli imballaggi informazioni armonizzate per consentirne una corretta gestione e smaltimento. «Sosteniamo l’armonizzazione delle indicazioni relative all’etichettatura ambientale degli imballaggi da fornire tramite gli strumenti digitali. «Oggi – precisa ancora Giansanti – abbiamo chiesto al Governo e ai deputati italiani al Parlamento europeo di mobilitarsi per tutelare le imprese del settore e l’intero sistema produttivo del Paese, in tutte le sedi del negoziato, affinché vengano superate le rilevanti criticità riscontrate nella proposta di Regolamento».
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Con un bilancio che testimonia l’ottimo stato di salute del Prosecco DOC, il Consorzio che tutela e promuove le note bollicine veneto-friulane chiude l’anno 2022 registrando un incremento dei volumi di produzione (+1,8% sul 2021) e un aumento più che proporzionale dei valori (+11,5% sul 2021) per un totale di 638,5 milioni di bottiglie vendute e un controvalore stimato di oltre 3 miliardi di euro.
La quota export, per la prima volta, si spinge all’ 81,2%, mentre il consumo interno nel 2022 si è attestato al 18,8% delle vendite totali, confermando comunque la leadership della denominazione a livello nazionale. Anche per quanto riguarda la vendemmia dello scorso anno i segnali sono positivi con volumi capaci di soddisfare adeguatamente, per quantità e qualità, l’intero 2023.
PROSECCO DOC, CRESCE L’EXPORT IN FRANCIA
«Risultati – commenta il Consorzio Prosecco Doc – che confermano la proficua programmazione e gestione della Denominazione». Sul fronte dei mercati esteri, la novità che salta all’occhio è il balzo compiuto dagli Stati Uniti che con una crescita del 5,8% ha sorpassato il Regno Unito, a volume, mentre da diversi anni risultava al vertice in termini di valore.
Al netto dell’Italia, che consuma 120 milioni di bottiglie , oggi il primo mercato sono quindi gli USA con oltre 134 milioni importate, seguiti da UK – che con un aumento del 3,5% sul 2021 si ferma a 130 milioni di bottiglie.
La Germania, solida nella sua terza posizione, cresce di un buon 2,8% sull’anno precedente arrivando a consumare 46 milioni di pezzi. Stabile l’export della Francia, in quarta posizione, con incrementi particolarmente significativi: + 19% a volume e + 30% valore.
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Le spedizioni totali di Champagne nel 2022 ammontano a 326 milioni di bottiglie, con un aumento dell’1,6% rispetto al 2021. Dopo una buona annata nel 2021, questi risultati confermano il dinamismo generale del mercato dello Champagne, sia in volume che in valore. Il valore delle spedizioni supera così, per la prima volta, i 6 miliardi di euro.
La Francia, con 138,4 milioni di bottiglie, registra un leggero calo (-1,7%). L’export, con 187,5 milioni di bottiglie, sono aumentate del 4,3% in un anno e confermano la loro preponderanza rispetto al mercato nazionale. La quota delle esportazioni sul totale delle vendite è passata dal 45% di dieci anni fa a poco più del 57% di oggi.
Maxime Toubart, presidente del Syndicat Général des Vignerons, co-presidente del Comité Champagne, si dice «soddisfatto di queste performance. Premiano i nostri sforzi per garantire che lo Champagne rimanga un vino eccezionale».
Per David Chatillon, presidente dell’Union des Maisons de Champagne, co-presidente del Comitato Champagne, «lo Champagne, un vino che non può essere ignorato nelle celebrazioni, ha naturalmente accompagnato i consumatori di tutto il mondo che hanno festeggiato la fine delle restrizioni e hanno riscoperto il gusto della festa, delle attività all’aperto e dei viaggi».
Secondo il Comitato, i risultati del 2022 confermano che lo Champagne, che si è rapidamente ripreso dallo shock della crisi sanitaria del 2020, «continua a occupare un ruolo unico nella mente e nel cuore dei consumatori».
Inoltre, la vendemmia del 2022, soleggiata e considerevole in termini di quantità e qualità, contribuirà a ricostituire le scorte per soddisfare la domanda del mercato. Pertanto, «nonostante un contesto geopolitico ed economico mondiale che invita alla cautela sulle prospettive per il 2023, i produttori di Champagne rimangono fiduciosi sui fondamentali del settore».
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Il 2022 certifica l’ottimo stato di salute dell’Etna Doc. È quanto emerge dai numeri relativi all’imbottigliato dello scorso anno, analizzati e diffusi dal Consorzio di Tutela Etna Doc. Una fiducia che va ben oltre la conclusione dei lavori di mappatura delle contrade (qui la mappa). Se il 2021 ha rappresentato l’anno della auspicata ripresa, con dati in linea con gli anni precedenti l’inizio della pandemia, il 2022 sembra l’anno della consacrazione non solo per Etna Doc Rosso ed Etna Doc Rosato, ma anche per l’Etna Doc Bianco Superiore prodotto nel Comune di Milo, nonché per il rosato.
Nell’anno appena conclusosi sono stati imbottigliati 43.651,09 ettolitri di vino, pari a poco più di 5,8 milioni di bottiglie, con una crescita del 28,68% rispetto al 2021. Un dato che, se confrontato con il 2019, ultimo anno prima dell’inizio della crisi pandemica e che si era chiuso già in modo molto positivo, sale al 34,6%.
«Se gli ottimi dati del 2021 potevano essere visti come un normale rimbalzo rispetto all’anno precedente, flagellato dall’inizio della pandemia – commenta Francesco Cambria (nella foto, sotto) presidente del Consorzio Tutela Vini Etna DOC.grazie soprattutto alla riapertura del mondo Horeca, quelli relativi al 2022 certificano ora in modo inconfutabile la grande e costante crescita della richiesta sia sul mercato nazionale che internazionale».
Al di là dell’andamento generale e delle differenze presenti nelle singole tipologie della nostra denominazione, emerge un aspetto che probabilmente è quello che più di tutti ci riempie di orgoglio e dona grande fiducia per il futuro: la credibilità.
I nostri vini sono riusciti a conquistarsi una posizione di grande prestigio all’interno del mercato locale, nazionale e anche nei principali Paesi dell’export grazie a scelte oculate da parte di tutta la base produttiva, che puntano a preservare la qualità e la tipicità del nostro terroir».
IL DETTAGLIO: SORPRESA ETNA DOC SUPERIORE
Scendendo nel dettaglio delle singole tipologie, l’Etna Rosso, che rappresenta poco più del 50% dell’imbottigliato complessivo, cresce del 28,36%, pari a 23.365,31 ettolitri. Crescita altrettanto sostenuta anche per la seconda tipologia più imbottigliata, l’Etna Bianco, con il 28,08%, pari a 14.366,09 ettolitri.
Spiccano, anche se su numeri complessivi più piccoli, le ottime performance di due tipologie sempre più richieste e apprezzate dai consumatori, vale a dire l’Etna Bianco Superiore, le cui uve devono provenire esclusivamente dal Comune di Milo sul versante est del vulcano, che cresce del 67,19% con 746,48 ettolitri imbottigliati, e l’Etna Rosato, salito del 45,53% con 3.880,61 ettolitri imbottigliati.
Stabile, ma sempre in crescita l’Etna Spumante, +5,85% con 792,65 ettolitri imbottigliati (erano 160 mila le bottiglie nel 2020, +30% sul 2019). Gli unici dati con segno meno sono relativi all’Etna Rosso Riserva, -26,30% con 146,87 imbottigliati, e all’Etna Spumante Rosato, -19,73% con 353,08 ettolitri imbottigliati, che derivano più da singole scelte produttive che non da minori richieste da parte del mercato.
LUNETTA: «CRESCITA RECORD TRA VIGNETI E BOTTIGLIE»
I dati sono evidenti – aggiunge Maurizio Lunetta, direttore del Consorzio – e certificano una crescita che possiamo certamente definire da record. Negli ultimi 10 anni la superficie dei vigneti Etna Doc e la produzione di bottiglie è quasi raddoppiata.
Si può affermare che la crescita è legata sia al rafforzamento dei mercati in cui siamo già presenti e sia alla forte spinta data dall’enoturismo, che vede l’Etna tra le destinazioni più ambite dai wine lovers di ogni parte del mondo.
«I numeri – conclude Lunetta – ci danno ci danno grande energia e fiducia e confermano la necessità di gestire la crescita della denominazione con oculatezza e responsabilità».
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Spumanti per le Feste? Sì e pure da record: saranno 341 milioni le bottiglie di spumante italiano stappate tra Natale e Capodanno nel mondo. Lo sostiene l’Osservatorio Uiv-Ismea nella sua consueta analisi sui consumi di sparkling per le festività. Nonostante l’inflazione e la preoccupante situazione geopolitica, gli spumanti tricolore si apprestano a tornare protagonisti a tavola in Italia (95 milioni) e all’estero, sempre più testimone della febbre da Italian sparkling con i 3/4 delle vendite totali.
Complessivamente, il 2022 chiuderà con un nuovo record produttivo molto vicino al tetto di un miliardo di bottiglie (970 milioni), per un controvalore di 2,85 miliardi di euro di cui circa 2 miliardi solo di export. A trainare la crescita, la domanda nei mercati chiave di Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Ma anche piazze consolidate ed emergenti, come Canada, Svezia, Giappone, Est Europa e Francia, sempre più attratta dalle bollicine italiane (+25% la crescita in volume nel Paese dello Champagne).
PROSECCO LEONE DELLE FESTE, BENE TRENTO DOC E ASTI
Secondo le stime dell’Osservatorio di Unione italiana vini e Ismea, sotto l’albero è il Prosecco (Doc, Conegliano Valdobbiadene Superiore Docg e Asolo) a giocare la parte del leone, forte di una incidenza sulla produzione che oggi è arrivata al 70% degli spumanti imbottigliati nel Belpaese. Favorevole alle bollicine veneto-friulane anche la propensione all’export che lo rende il prodotto tricolore dell’agroalimentare più commercializzato nel mondo, con un valore complessivo stimato per il 2022 che supera 1,6 miliardi di euro.
Accanto alla corazzata Prosecco, alla crescita in doppia cifra del Trento Doc, ai numeri in incremento dell’Asti e alla conferma del Franciacorta, sono centinaia le produzioni (o micro-produzioni) a testimoniare l’effervescenza della tipologia lungo tutto lo Stivale. Dall’Oltrepò all’Alta Langa, ai Trebbiani al Verdicchio, dai Moscati alle Falanghine ai Grechetti. E ancora: dalle Malvasie al Grillo, dal Nero d’Avola al Negroamaro al Durello e al Monti Lessini, ai Vermentini e molti altri.
CRESCE LA PRODUZIONE DI SPUMANTE IN ITALIA
Produzioni a denominazione di origine nell’83% dei casi (al 6% gli Igt) che quest’anno segneranno, sempre secondo l’analisi dell’Osservatorio Uiv-Ismea, «una crescita più contenuta rispetto alle ultime annate, ma che consolidano il proprio ruolo di traino in favore di tutto il settore in un periodo certamente meno brillante per i vini fermi».
Per il 2022 la crescita produttiva stimata è del 6%, con un aumento dei volumi esportati dell’8% e una variazione minima, ma comunque positiva (+1%), della domanda interna. Nelle festività saranno circa 101 milioni le bottiglie stappate nel Belpaese. Di queste, quasi 6 milioni quelle d’importazione (+3% volume, non mancherà certo lo Champagne) e 95 milioni le bollicine italiane (+1%). Migliore invece il trend di consumo all’estero (+8% i volumi), a circa 246 milioni di bottiglie.
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FOTONOTIZIA – Un milione di bottiglie in tempo record per il Consorzio Roma Doc. Mai così presto il Consorzio capitolino aveva infatti raggiunto questo numero di etichette certificate. Si prospetta dunque un nuovo record di bottiglie nel 2022.
«Siamo senza dubbio ancora molto giovani – commenta Tullio Galassini, presidente del Consorzio Roma Doc – ma i numeri registrati quest’anno confermano che la nostra crescita è costante e ben indirizzata».
«Raggiungere la milionesima bottiglia con questo anticipo – continua il numero uno dell’ente capitolino – ci rende orgogliosi. Certifica un sorpasso sulle precedenti annate da un punto di vista quantitativo e, ne siamo sicuri, anche da quello qualitativo. Il compito della Doc Roma è infatti quello di esportare la qualità delle bottiglie romane in Italia e nel mondo».
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Il gusto di luce nel vino è uno dei difetti meno comuni. Cos’è e come riconoscerlo? Può essere riscontrato nei vini bianchi sottoposti a fonte luminosa, specie se non adeguatamente protetti da un vetro “fotoresistente”. Una problematica che rischia di diffondersi, vista la carenza di bottiglie che sta attanagliando da mesi i produttori di vino.
Se da un lato, come ricorda Assoenologi, l’anidride solforosa ed i tannini, soprattutto di natura gallica, limitano la comparsa del difetto di luce, l’efficacia di questi composti potrebbe essere «direttamente legata alla quantità di forme fenoliche ossidate». Ma il loro impiego potrebbe consentire il mantenimento della qualità del vino nel corso della “shelf-life”. Ed evitare i tipici sentori anti-aromatici di cavolo cotto o cipolla.
A indagare le problematiche legate al gusto di luce e alla crescente preoccupazione degli enologi per la comparsa di questo difetto del vino, sarà il convegno “Difetti di luce nei vini bianchi e rosati”, in programma a Simei 2022, giovedì 17 novembre a Fiera Milano. L’appuntamento è alle ore 10.30 nella Sala Convegni del Pad. 3 è sarà uno degli eventi di maggior interesse al Salone internazionale Macchine per Enologia e Imbottigliamento.
LA CARENZA DI VETRO PER LE BOTTIGLIE E IL DIFETTO GUSTO DI LUCE
«Il crescente utilizzo di bottiglie inadeguatamente foto-filtranti per il confezionamento di vini bianchi e rosati – anticipa il prof. Antonio Tirelli, che modererà l’incontro – impone agli enologi di prevenire la comparsa di difetti sensoriali legati alla foto-esposizione del prodotto, peraltro spesso insufficientemente protetto da sorgenti luminose nelle fasi post-produttive».
Le pratiche di prevenzione correntemente adottate in cantina sono spesso penalizzanti l’apprezzabilità del prodotto e, molte volte, del tutto inefficaci».
Al fine di fornire strumenti adatti a prevenire la comparsa di difetti foto-indotti, e la conseguente penalizzazione commerciale, il progetto di ricerca Enofotoshield condotto nei trascorsi due anni dall’Università degli Studi di Milano ha valutato efficaci approcci enologici a basso impatto sensoriale e ambientale.
Il percorso di studio biennale sul cosiddetto difetto o gusto di luce nel vino è stato realizzato dal polo universitario milanese grazie alla collaborazione con con quattro aziende vitivinicole lombarde, Assoenologi e il Consorzio di Tutela Franciacorta, e finanziato da Regione Lombardia.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Non c’è pace per Moët & Chandon. Tra le 955 bottiglie contraffatte scoperte dalla Guardia di Finanza di Foggia a Cerignola figurano anche quelle della nota maison di Champagne. Ben conosciuto anche il brand di Rum Don Papa, a sua volta finito nella rete dei finanzieri. Il sequestro compiuto all’inizio della settimana a Cerignola è avvenuto a un anno e mezzo dall’ultima scoperta di Moët & Chandon contraffatto in Italia. Nel dicembre 2020, infatti, i finanzieri di Napoli hanno rinvenuto 1400 litri di Cuvée Imperial “tarocca” a San Giuseppe Vesuviano.
Il Tribunale di Foggia, su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di due soggetti, operanti nel settore della rivendita all’ingrosso e al dettaglio di bevande alcoliche.
FALSO MOËT & CHANDON E DON PAPA A CERIGNOLA
I due imprenditori sono indagati per ricettazione, sottrazione all’accertamento ed al pagamento dell’accisa sulle bevande alcoliche, uso di contrassegni di Stato contraffatti, commercio di sostanze alimentari contraffatte ed adulterate ed autoriciclaggio, con contestazione per entrambi della qualità di delinquenti abituali e professionali.
Per un anno gli indagati non potranno esercitare qualsiasi attività imprenditoriale avente per oggetto il commercio di prodotti alimentari. Il tutto in seguito al sequestro preventivo di 955 bottiglie, tra cui quelle dei noti brand Moët & Chandon e Rum Don Papa, avvenuto della sede operativa della ditta di Cerignola.
Nella rete dei finanzieri anche altri prodotti alcolici miscelati con additivi chimici altamente dannosi per la salute umana, imbottigliati con marchi contraffatti di note case produttrici del settore e sigillati con contrassegni di Stato falsi. Tra la merce contraffatta anche alcuni preparati alcolici per cocktail e bevande alcoliche di largo consumo, in totale evasione di imposta (accisa).
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Mentre la Loira, e in particolare i vigneron di Vouvray, si interrogano sull’opportunità di seguire l’esempio dell’Alsazia, indicando sulla retro-etichetta dei propri Chenin Blanc il residuo zuccherino, il Sudafrica mette la freccia. E sorpassa. L’ultima trovata della Chenin Blanc Association (Cba) è infatti “l’indicatore di stile” dello Chenin (“Fresh”, “Fruity” oppure “Rich”) che apparirà sulle bottiglie della vendemmia 2022.
A guidare i consumatori verso una scelta più consapevole, e soprattutto più vicina al proprio gusto, sarà un duplice bollino. Sarà apposto alle bottiglie di Chenin Blanc, sulla parte frontale e sul retro. La “Show-and-tell taste icon” non lascerà spazio a dubbi: “Quello che vedi è ciò che compri”, recita il claim dell’iniziativa.
Una freccia, posizionata sulla scala di valori che va da “Fresh” (“Fresco”) a “Fruity” (“Fruttato”), sino a “Rich” (“Ricco/Complesso”), spiegerà lo stile di ogni Chenin Blanc presente a scaffale, ancor prima di aprire la bottiglia e assaggiarlo.
La Chenin Blanc Association lo descrive, senza mezzi termini, come «un nuovo asso nella manica». «Parte del fascino dello Chenin è la sua versatilità», spiega Ken Forrester, uno dei principali artefici della creazione dell’Acb e della reputazione mondiale degli Chenin sudafricani.
In Sudafrica si possono ottenere Chenin Blanc assolutamente deliziosi, da quelli secchi a quelli finemente dolci; da quelli puri e freschi a quelli stratificati e complessi. La notizia non così buona è che lo Chenin, a volte, può confondere gli acquirenti. Come possono sapere quali caratteristiche gustative aspettarsi dalla bottiglia che prendono dallo scaffale?».
LA “SHOW-AND-TELL TASTE ICON” PER SCEGLIERE LO CHENIN BLANC
«Per semplificare la selezione – continua Ken Forrester – abbiamo creato un’icona a scala lineare. Inizia con “Fresco” a un’estremità e “Ricco” all’altra, con “Fruttato” posizionato proprio nel mezzo. Una freccia indica la posizione del vino lungo la linea, dal punto di vista del gusto. Non riflette la composizione chimica del vino. Serve a prevedere, in modo rapido e comprensibile, cosa ci si può aspettare dal punto di vista stilistico».
L’indicatore di stile, sviluppato in collaborazione con il South African Wine & Grape Research Institute dell’Università di Stellenbosch, è stato approvato dal South African Wine Industry and Systems (SAWIS), l’ente responsabile delle denominazioni di origine del vino sudafricano e della loro etichettatura.
La nuova icona è stata sperimentata da diversi produttori di grandi dimensioni e da piccoli produttori artigianali. Alcuni sono andati ben oltre, collegandola a un codice QR per offrire ai consumatori la possibilità di ottenere informazioni aggiuntive, su aromi e sapori dello Chenin blanc del Sudafrica.
«Speriamo che alla fine tutti i membri della Chenin Blanc Association la adottino – commenta ancora Forrester – nel tentativo di rendere gli acquisti ancora più facili. Non tutte le etichette saranno dotate di codici QR. Ma i produttori che sceglieranno questa strada saranno in grado di portare i consumatori a descrittori più approfonditi, che si allineano alla ruota degli aromi dello Chenin Blanc».
LA RUOTA DEGLI AROMI DELLO CHENIN BLANC
Uno degli Chenin Blanc sudafricani disponibili sul mercato italiano
I descrittori sensoriali su scala lineare, da “Fresco” a “Fresco/Fruttato”, “Fruttato”, “Fruttato/Ricco” e “Ricco”, sono tratti dalla “Ruota” ideata nel 2007 dalla CBA, insieme all’Università di Stellenbosch e a diversi operatori del settore.
Secondo Forrester, i vini che si collocano sul lato “Fresh” della scala sono freschi e sapidi. Quelli che si trovano al punto “Fruity” o in sua prossimità, mostreranno caratteri di frutta e spezie. Quelli che si trovano all’estremità “Rich” dello spettro mostreranno probabilmente qualche traccia di affinamento in legno e note di frutta cotta o secca, con memorie di burro e vaniglia.
«Gli sforzi per costruire il profilo di prestigio dello Chenin Blanc del Sudafrica a livello nazionale stanno già dando i loro frutti – sottolinea Ken Forrester – con vini dal prezzo compreso tra R100 e R120 a bottiglia (dai 5,95 ai 7.10 euro, ndr) che cresceranno del 96% in volume tra il 2020 e il 2021».
Nel frattempo, gli Chenin venduti al dettaglio tra i R90 e R100 (dai 5,30 ai 5,95 euro) sono aumentati dell’87%. Quelli nella fascia tra R70 e R80 (4,15 / 4,70 euro) del 49% nello stesso periodo. «Nel complesso – conclude Forrester – c’è stata una buona crescita in valore, ma siamo particolarmente soddisfatti dell’interesse crescente per i vini con un prezzo superiore a 70 Rand».
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L’Asolo Prosecco ha chiuso il primo quadrimestre 2022 con 8,6 milioni di bottiglie certificate. Il 33,4% in più rispetto ai 6,4 milioni registrati alla fine di aprile del 2021. Il confronto con il periodo pre-pandemia conferma l’esplosione dell’Asolo Prosecco, con l’85,8% di bottiglie in più certificate rispetto ad aprile 2019.
Per questo motivo, il Consiglio di Amministrazione del Consorzio veneto ha deciso di vagliare lo svincolo della riserva vendemmiale 2021. «Una scelta espansiva – spiega l’ente – ipotizzata per consentire a tutti i produttori di Asolo Prosecco di assecondare la forte domanda proveniente dal mercato». L’assemblea dei Soci sarà chiamata ad esprimersi domani, mercoledì 11 maggio.
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Il record di più antica cantina dedita alla produzione di spumanti ungheresi? Rischia di passare in secondo piano, almeno in tempi di crisi di disponibilità di materie prime nel settore del vino. Nei cunicoli di Littke pezsgőgyár, la “fabbrica specializzata in Champagne” con la più lunga tradizione dell’Ungheria – la fondazione risale al 1859 – si trovano infatti 180 mila bottiglie di vetro vuote. Accatastate a prendere polvere.
Un numero che sarebbe in grado di rispondere alle necessità di decine di piccole cantine magiare, che come altre nel mondo stanno facendo i conti con aumenti dei costi di produzione che sfiorano il 40%, vista la scarsa disponibilità di materiale e prodotto.
Oltre ai rincari delle bollette dell’energia, è la carenza di bottiglie di vetro a mettere a rischio il futuro di parecchi vignaioli, non più in grado di rispondere alle aspettative dell’export. Senza la possibilità di imbottigliare, il vino resta in cantina. Oppure rimane invenduto, se i mercati rigettano i rincari.
Littke pezsgőgyár si trova a Pécs, quinta città magiara per numero di abitanti. Siamo nella zona sud-occidentale del Paese, a una quarantina di chilometri dalla capitale dei vini rossi ungheresi, Villány. Non lontano dal confine con la Croazia.
LA STORIA DI LITTKE PEZSGŐGYÁR, OGGI LITTKE PALACE
La famiglia Liedtke, traslata poi localmente in Littke, si stabilì a Pécs dalla Polonia, all’inizio del Settecento. La fondazione della “fabbrica di Champagne” a Szent István tér (piazza Santo Stefano) si deve a Lőrke Littke (1809–1879). Appassionato di vino e spumanti, tornò in patria dopo essersi formato in Francia, Germania e Italia, dando vita al suo sogno.
Oggi, forse, il fondatore saprebbe come utilizzare meglio quel patrimonio di 180 mila bottiglie di vetro accatastate nei 2 chilometri di cunicoli. L’antica fabbrica, scavata sino a 12 metri di profondità, è arrivata a produrre svariati milioni di bottiglie, prima degli anni Ottanta.
Col passare degli anni, la produzione si ridimensionata. La Littke pezsgőgyár è diventata Littke Palace, dal nome della moderna struttura che sovrasta l’edificio originario. Dell’attuale proprietà svedese nessuna traccia durante la visita di winemag.it.
Nel fresco ventre della cantina, ogni anno rifermentano sui lieviti appena 20 mila bottiglie a marchio Littke, suddivise in tre etichette (due bianchi e un rosé). Le altre, immobili e silenziose, stanno lì a guardare compiersi il miracolo dello “Champagne”. Polvere permettendo.
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La domanda di Morellino di Scansano Docg supera l’offerta con una produzione di 9,2 milioni di bottiglie, circa il 7% in più rispetto al 2019. Sono alcuni dati che fotografano l’attuale situazione della nota denominazione toscana.
L’indagine, condotta da LT Wine & Food Advisory per il Consorzio di Tutela del Morellino di Scansano, ha preso in esame alcuni dei principali indicatori che evidenziano una denominazione molto dinamica, che continua costantemente a migliorare il posizionamento dei suoi vini in tutti i canali di distribuzione nei quali è presente.
Il Morellino di Scasano Docg – commenta Alessio Durazzi, direttore del Consorzio Tutela Morellino di Scansano – evidenzia da alcuni anni un trend di crescita grazie alla strategia messa a punto dal Consorzio per consolidare il valore e la qualità della denominazione. Sono in costante aumento le vendite, con indicatori molto positivi per la nostra base produttiva».
I 9,2 milioni di bottiglie prodotti hanno un valore alla produzione di circa 51 milioni di euro, distribuite per l’80% in Italia e per la restante quota principalmente in paesi come Stati Uniti d’America, Germania, Belgio e Svizzera.
I CANALI DEL MORELLINO DI SCANSANO DOCG
Nei canali di distribuzione moderna il Morellino di Scansano emerge non solo per crescita dei volumi, +5,3%, ma anche a valore, +6,7% grazie ad un incremento del prezzo medio dell’1,2%. Notizie positive arrivano anche dal canale Horeca, all’interno del quale spicca l’ottimo posizionamento, sia in Italia che all’estero, con una presenza sempre maggiore nelle carte dei vini dei ristoranti.
Ottimo, infine, è anche l’andamento del vino sfuso, con il prezzo per ettolitro del Morellino di Scansano Docg in continua ascesa a partire dal 2019. A gennaio 2022 si è registrato un aumento del 47% con un valore di 330 euro per ettolitro.
Il valore dello sfuso – commentava a winemag.it Alessio Durazzi durante Wine Paris 2022 – è un indicatore molto importante. Siamo passati dai 170, 180 euro all’ettolitro del 2016 a cifre di scambio che variano dai 300 ai 350 euro ad ettolitro. Abbiamo superato Denominazioni importanti.
Il Consorzio sta gestendo la Denominazione, tutelando il territorio in termini di valore. La richiesta cresce, ma non dobbiamo lasciarci ingolosire da questa crescita. Il nostro lavoro è proprio questo: gestire la Docg».
«Non possiamo che essere soddisfatti dei risultati emersi da questa indagine – aggiunge Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio Tutela Vini Morellino di Scansano. La costante crescita di interesse verso i vini del nostro distretto produttivo è evidente.».
«Dobbiamo continuare lungo questo percorso – conclude il massimo rappresentante del Consorzio della Docg toscana – che consolida il posizionamento dei vini della nostra denominazione, attraverso lo sviluppo di un’identità sempre più legata al territorio, alla sua storia ed alla consapevolezza di essere sempre più una delle denominazioni di riferimento in Toscana».
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FOTONOTIZIA – Nel 2021 il rosato Valtènesi ha superato la soglia dei 2 milioni di bottiglie, con un aumento del 17%. Il bilancio arriva a pochi giorni dall’uscita sul mercato della nuova annata, il Valtènesi 2021, prevista per il 14 febbraio.
«Le prospettive per il nuovo anno e per il Valtènesi 2021 sono altrettanto positive – riferisce il Consorzio presieduto da Alessandro Luzzago – e puntano a confermare un trend di crescita che negli ultimi 8 anni è marciato a ritmi medi del +10%».
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Anno d’oro, il 2021, per il Prosecco Doc che raggiunge quota 627,5 milioni di bottiglie. Un dato che va ben oltre la sbornia del successo della nuova tipologia Prosecco Rosé, che ha “gonfiato” i dati relativi al 2020.
La versione rosata delle bollicine venete Doc pesa comunque sul bilancio finale dello scorso anno, con 71,5 milioni di bottiglie. «Ma il dato più interessante – chiosa il Consorzio di Treviso – è probabilmente quello relativo alla valorizzazione della singola bottiglia, che all’export, in USD (dollari, ndr), ha superato il 4%».
PROSECCO DOC, ZANETTE: «DIECI ANNI ENTUSIASMANTI»
«Dopo dieci anni entusiasmanti – spiega il presidente Stefano Zanette – il nostro obiettivo è quello di consolidare il successo della Denominazione. Il che significa progettare il futuro dell’intera filiera, con uno sguardo attento ai consumatori, al territorio e alle sue comunità. Coinvolgendo attivamente, nella sua realizzazione, l’intero sistema produttivo e non solo».
Centrale il tema della promozione, che passerà sempre più da una parola chiave: coinvolgimento. «Si tratta di un lavoro di tessitura – spiega il direttore generale del Consorzio di Tutela del Prosecco Doc, Luca Giavi – l’impegno appare non banale. Oserei dire di traduzione in un linguaggio adatto al grande pubblico, di un corredo valoriale che appartiene al territorio e nel quale la comunità veneta così come quella del Friuli Venezia Giulia vorremmo si riconoscessero sempre più profondamente».
PAROLA D’ORDINE «COINVOLGIMENTO»
Valori umani universali come leggerezza, immediatezza, cordialità, convivialità, accoglienza, qualità che facilmente i consumatori di tutto il mondo riconoscono alle nostre produzioni», precisa Giavi.
Fondamentale la risposta del mercato, che sta dando ragione al management consortile. L’export del Prosecco Doc vola. Tanto da aver fatto registrare, nei primi tre trimestri del 2021 – complice certamente la pandemia – un + 30% di quota.
«Il lavoro da fare è ancora tanto – ammette il presidente Zanette – a breve presenteremo quella che potremmo definire l’Agenda 2030 della Doc Prosecco. Questo è il grande, imprescindibile lavoro che ci attende per coinvolgere attivamente l’intero sistema produttivo verso una crescita realmente condivisa. Con uno sguardo attento ai consumatori, al territorio e alle sue comunità».
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