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L’anima del Lagrein di Gries nella verticale Rottensteiner: 10 anni da incorniciare


Quante anime ha il Lagrein? Di certo più d’una. La più intima è però quella di Gries, quartiere di Bolzano in cui il vitigno simbolo dell’Alto Adige ha trovato una casa d’elezione e un interprete d’eccezione della tipologia “Riserva”: Rottensteiner. Tra le case della più popolosa circoscrizione del capoluogo sudtirolese si nascondono piccoli appezzamenti di vigneti, tramandati da padre in figlio. Vere e proprie gemme, dal valore inestimabile. «Comprare oggi un ettaro di Lagrein nella zona Classica può arrivare a costare 1 milione e mezzo di euro», spiega Hannes Rottensteiner, nel precisare che si tratta per lo più di piccole parcelle frammentate. Gries come Barolo e Montalcino, nel segno di un’uva, il Lagrein, che dà ancora “da mangiare” ai viticoltori. Come Nebbiolo e Sangiovese delle zone più vocate. «La redditività è alta per i vigneti situati in questo quartiere di Bolzano: si arriva ai 40-50 mila euro ad ettaro, pur con rese contenute a 70-80 quintali per il Lagrein».

Il vigneto della famiglia Pichler è ordinato come il cassetto di una nonna premurosa. Le reti antigrandine disegnano come linee di matita il perimetro dei filari, incastonati tra le rocce nere e le generose chiazze di boschi delle montagne circostanti. I tetti delle case di Bolzano iniziano e finiscono tra un corridoio e l’altro, come in un puzzle bucolico. Si tratta di uno degli appezzamenti dal quale provengono le uve del Lagrein Grieser Riserva Select di Rottensteiner. Ormai da due generazioni, i Pichler seguono il rigido protocollo della cantina fondata nel 1956 da Hans Rottensteiner, oggi gestita dai coniugi Hannes e Judith. L’uva delle tradizione locale ha un peso determinante nella produzione: circa un terzo delle 450 mila bottiglie complessive sono di Lagrein. Numeri che fanno di Rottensteiner una delle dieci cantine private altoatesine più importanti, in una zona in cui le cooperative non mancano e fanno scuola sul fronte della qualità.

GRIES, IL QUARTIERE DI BOLZANO “CASA” DEL LAGREIN

I calici della verticale di 10 anni di Lagrein Grieser Riserva Select Rottensteiner riflettono uno dopo l’altro, con punte di eccellenza sfavillante, lo scintillio di un “ecosistema” – quello di Gries – che ha quasi parvenze extraterrestri. In un periodo in cui Bordeaux si interroga su quanto vigneto estirpare e i vini rossi soffrono nel mondo l’avanzata galoppante dei vini bianchi e degli spumanti, l’esclusiva degustazione proietta nelle sale dell’Italia del vino un film inatteso. Un modello, di valore e di principi, che parte dal vigneto e finisce dritto nelle mani di chi si ritrova a sorseggiare un Lagrein dai tratti costantemente unici, lungo i saliscendi delle sfide climatiche di un decennio. La formula magica del Lagrein Riserva di Rottensteiner è la ricerca dell’equilibrio tra frutto e tannino, abolendo le sovraconcentrazioni divenute negli anni una costante nell’interpretazione altoatesina del vitigno.

Ne sono un fulgido esempio le annate 2010, 2011, 2018 e 2021 del Lagrein Grieser Riserva Select, i calici più sorprendenti della verticale organizzata da Rottensteiner (in batteria anche l’anteprima 2022, insieme ai “millesimi” 2020, 2019, 2017, 2016 e 2014). «Le nostre vendite vanno controcorrente – sottolinea Hannes Rottensteiner, enologo della cantina – nel senso che il nostro Lagrein non ha subito la flessione di cui si parla riferendosi ai vini rossi, su scala nazionale e internazionale. Per il futuro speriamo di poter selezionare cloni che non necessitino, come gli attuali, di un controllo spasmodico delle rese per garantire qualità assoluta. Nel frattempo, rispetto agli esordi, abbiamo abolito qualsiasi protocollo sull’utilizzo dei legni, in cantina: ogni dicembre degustiamo alla cieca le singole botti, per lo più usate, e selezioniamo le migliori per il nostro Lagrein Riserva Select». Solo 30 mila bottiglie l’anno per questa etichetta, che sorprende anche nella positiva evoluzione.

L’ANNATA TOP: LAGREIN RISERVA SELECT 2018 ROTTENSTEINER

2022 (anteprima, prova di botte)
Annata classica, estremamente siccitosa, fino a fine vendemmia. Al naso ciliegia e frutti neri, al palato una densità inattesa. Vino goloso, dal profilo più leggero di altri, come riflette in maniera piuttosto netta lo stesso colore. Sarà in commercio dal gennaio 2025 e promette di un profilo aperto e generoso, sin dai primi anni, al pari di una capacità di invecchiamento presumibilmente inferiore rispetto ad altre annate in degustazione in occasione della verticale.

2021
Vendemmia più tardiva rispetto alla 2022: primavera fredda, estate calda con luglio tormentato dal maltempo. Settembre abbastanza caldo, ottobre con un nuovo calo delle temperature. Annata che, al contrario della 2021, si preannuncia molto longeva. Pregevole il gioco tra la densità del frutto (ciliegia matura) e i ricordi di arancia sanguinella. Gran tensione acida, sapidità, lunghezza. Tra le annate top del tasting.

2020
Estate calda. Poco prima della vendemmia ecco la pioggia. Cioccolato netto, ciliegia sotto spirito. Vino al palato più graffiante degli altri, con una nota tannica e una bella ruvidità. Convince nel segno dell’elegante rusticità, ossimoro che spesso è sinonimo di grandi vini, capaci di superare la prova delle lancette.

2019
Molto tardiva come annata per il Lagrein. Pioggia anche a luglio e agosto che non ha risparmiato Gries. Frutto ancora una volta nel segno del bilanciamento tra surmaturo e tensione acida, amalgamati da un sapiente utilizzo dei legni.

2018
Annata precoce: aprile secco e caldo, a maggio pioggia, poi un’estate calda, con qualche pioggia ad agosto ed un autunno splendido. Il vino è il campione di giornata, con risvolti che, per certi versi, ricordano la 2020 e mostrano forse dove potrà andare anche quell’annata. Palato goloso, sferzato da una vibrante acidità e da una trama tannica elegantissima. Vino che ha ancora molto da dire e ne avrà ancora per diversi anni.

2017
Annata per certi versi sottovalutata, in quanto arrivata dopo due annate considerate “grandi”. Primavera calda, germogliamento precoce. Gelate tardive che lambiscono in parte il Lagrein di Rottensteiner destinato a diventare Grieser Riserva. L’evidenza è nel calice, con note da uva surmatura che rendono il calice piacevole e bilanciato oggi, ma a cui non conviene concedere tempo ulteriore. Si lascia apprezzare per la beva, equilibrata e agevole, ma pecca in profondità.

2016
Un’annata splendida, piuttosto tardiva, caratterizzata da una primavera calda, un giugno freddo e piovoso e un luglio nella media. Si prosegue nella normalità sino a settembre, seguito da un ottobre fresco e asciutto, assolato. Siamo di fronte a un altro Lagrein bello da bere oggi, per freschezza e precisione del frutto, nel bilanciamento tra acidità e polpa. Lungo, fresco, mostra di avere ancora vita davanti. Con un filo in più di concentrazione sarebbe stato l’apoteosi.

2014
Annata considerata da tutti difficile, che Rottensteiner ha interpretato con coraggio. Il vino si discosta completamente dagli altri 9 campioni in degustazione in occasione della verticale del Lagrein Grieser Riserva Select. Per certi versi, l’acidità molto spinta, e il tannino piuttosto asciutto in chiusura portano lontano dall’idea del vitigno. Vino sottile, con poca polpa, tutto freschezza e verticalità. Un’annata di cui potersi innamorare o su cui poter nutrire più d’un dubbio.

2011
Annata precoce, con primavera calda e secca. Nella seconda metà di maggio arriva la pioggia tanto attesa, seguita da un principio d’estate più
“nuvoloso” che piovoso. Più sole ad agosto, in preparazione di un autunno caldo e secco. All’epoca era stata definita la sesta annata del secolo per qualità. Nell’interpretazione di Rottensteiner si coglie qualche similitudine con la 2017, superata in precisione e “grip” grazie a una più che mai positiva terziarizzazione degli aromi. Vino che cambia continuamente nel calice, con il profilo che va e torna sulle note già avvertite nella grande 2018. Un’altra annata top della verticale.

2010
Annata piuttosto tardiva, con primavera fredda in grado di determinare un ritardo nel germogliamento. Poi caldo e secco fino a fine di luglio. Agosto fresco e piovoso. Vino da bere oggi, arrivato al vertice della propria curva evolutiva ma ancora lassù, ben stabile e pronto a rimanerci ancora per qualche tempo. Tanto cioccolato e liquirizia dolce in retro olfattivo, a segnare i contorni di un tannino soffice, pur palpabile. Preziosi ricordi di zafferano chiudono un naso infinito. L’annata più “vecchia” della verticale è un messaggio forte e chiaro sul lavoro intrapreso dalla cantina sulla varietà del cuore dei Rottensteiner: il Lagrein.

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Mercatini di Natale in Alto Adige: la Foresta Natalizia di Birra Forst sarà il primo a riaprire

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La Foresta Natalizia di Birra Forst sarà il primo tra i Mercatini di Natale dell’Alto Adige a riaprire, presso la sede del birrificio a Lagundo, in provincia di Bolzano. Dopo l’interruzione dello scorso anno, dovuta alla pandemia, dal 17 novembre 2021 al 9 gennaio 2022 sarà possibile rivivere l’atmosfera unica creata ogni anno da Birra Forst.

L’evento si terrà nel pieno rispetto delle normative vigenti sull’emergenza sanitaria, con un particolare occhio di riguardo per la sicurezza degli ospiti. «La nostra Foresta Natalizia – commenta Cellina Von Mannstein di Birra Forst – negli anni è diventata un appuntamento irrinunciabile per condividere il periodo più suggestivo dell’anno».

«Dopo l’interruzione forzata dei Mercatini di Natale dello scorso anno – continua Von Mannstein – speriamo che i nostri ospiti possano trascorrere qui da noi ore felici e spensierate per vivere il calore del Natale, immergendosi nel nostro magico mondo Forst. E non dimenticando che, soprattutto in quest’edizione, il nostro impegno sarà volto a garantire la sicurezza di tutti, rispettando i protocolli previsti per legge».

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Bolzano: riapre lo storico Stadt Hotel Città grazie a Forst e Podini

Riapre, dopo un’accurata ristrutturazione durata soli sei mesi, lo storico Stadt Hotel Città in Piazza Walther a Bolzano. Il progetto nasce grazie alla collaborazione tra Birra Forst Spa e Podini Spa, due grandi realtà imprenditoriali altoatesine accomunate da una lunga tradizione famigliare.

«Adoriamo gli hotel di tradizione, quelli che hanno una storia da raccontare, ma soprattutto quelli che hanno un’anima», dichiarano Cellina von Mannstein di Birra Forst e Giovanni Podini della Podini Spa, rispettivamente Presidente e Amministratore Delegato della società Hotel Città Srl.

IL NUOVO STADT HOTEL CITTÀ

Facciata in stile neobarocco dalle linee pulite. 91 stanze completamente rinnovate. Un’area benessere, una zona fitness e una nuova brasserie con dehors, aperta a pranzo e cena, i punti di forza del nuovo Stadt Hotel Città.

Uno spazio urbano e raffinato che si completa con un cafè affacciato su Piazza Walther. Un ambiente chic-urbano in cui trovare ospitalità, cucina mediterranea, tutte le specialità birrarie Forst ed una accurata selezione di vini.

Il progetto è stato realizzato dallo Studio Bizzarro di Ravenna, specializzato nel campo della progettazione di strutture alberghiere di prestigio, su precise indicazioni dei due committenti.

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Rottensteiner e quel Maso appeso al cielo di Bolzano, tra le vigne del passito Cresta

Si chiama Maso Kristplonerhof ed è il perfetto connubio tra “ospitalità” e “dolcezza”. Non tanto per la particolare cura assicurata agli ospiti di uno dei più antichi “masi” altoatesini, le cui prime tracce risalgono all’anno Mille. Quanto perché le finestre del moderno boutique hotel da esso ricavato si affacciano sul vigneto che dà vita a un passito di Gewürztraminer tra i più interessanti (e qualitativamente costanti) dell’Alto Adige: il “Cresta“, che figura nella Top 100 Migliori Vini italiani di WineMag.it 2021.

Il “miracolo” si compie in località Guncina, proprio sopra Bolzano. Merito di una famiglia che ha saputo dividersi i compiti, quasi genealogicamente. Mentre papà Toni, il figlio Hannes Rottensteiner e la moglie Judith si occupano della cantina, Evi ha preso in mano le chiavi dell’ospitalità di Maso Kristplonerhof.

«I lavori di risanamento per la realizzazione di tre appartamenti nel vecchio fienile – spiega – si sono conclusi sul finire del 2019. La struttura era di proprietà del vescovo di Trento, motivo per cui la zona ancora oggi viene chiamata “Welschwinkel”, ovvero “Angolo italiano”».

Probabilmente il nome deriva dalla formulazione latina “Cresta piana“, che rimanda alla posizione del Maso, davanti al quale il vigneto scende leggermente, creando una stretta terrazza sul quartiere Gries di Bolzano.

Non solo Gewürztraminer tra le varietà allevate. Oltre al passito “Cresta”, nasce infatti qui l’omonima Schiava “Vigna Kristplonerhof”. La storia di Maso Kristplonerhof, peraltro, è tutta al femminile: passa di madre in figlia ormai da tre generazioni.

«Lo ho ereditato dai nonni materni – racconta Evi Rottensteiner – mia madre Rosl, primogenita di sei sorelle, col matrimonio si trasferì a Bolzano, nel maso Hofmannhof di proprietà di mio padre. Qui abitano ancora i miei genitori ed è il luogo dove hanno costruito insieme la cantina, gestita oggi da mio fratello Hannes. Anch’io sono nata e cresciuta là, trasferendomi al Kristplonerhof quando sono nati i miei figli Jan e Nora».

L’attuale “boutique hotel” è da sempre circondato da pascoli, vigneti e frutteti. A partire dal 1930 la famiglia ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla viticoltura, per produrre il vino da vendere direttamente nella trattoria di proprietà.

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Non essendoci più il bestiame, il fienile, tutelato dai beni culturali, è stato riconvertito in agriturismo, ma senza modificarne troppo l’aspetto, così da mantenerne intatto l’antico fascino. Sono stati ricavati tre appartamenti la cui progettazione e realizzazione è stata oggetto di particolare cura.

Ogni unità si trova su 2 piani, per una totale di 38 metri quadrati (quindi ideale per 2-4 persone) ma due unità sono collegate internamente e possono ospitare dalle 4 alle 8 persone.

Tutti i balconi sono esposti a sud, con vista sulle Dolomiti e sulla città di Bolzano, nonché sul vigneto tanto caro a Tenuta Rottensteiner, che si estende per 3,4 ettari. All’esterno è a disposizione degli ospiti un giardino molto curato.

Frutta e verdura vengono coltivate per uso privato, ma anche per gli ospiti che abbiano il desiderio di dedicarsi alla raccolta delle erbe e di vari tipi di verdura. Nel punto vendita ricavato in quella che era la cantina del maso, sono in vendita prodotti fatti in casa come marmellate, sciroppi, succhi, tisane, sale aromatizzato alle erbe, sughi e pesto.

E gli animali non sono scomparsi: ci sono gatti, conigli e galline che producono ottime uova per la colazione, punto di forza del Kristplonerhof. Il cestino del risveglio, preparato con cura in base alle preferenze dei singoli ospiti, è composto di pane fragrante, caffè o tè, latte, nonché dei prodotti del maso e della regione.

Prelibatezze locali come burro, marmellata, miele, uova, yogurt, succo di frutta e frutta fresca di stagione, vengono posizionate all’alba all’interno di una cassapanca, all’esterno dei tre appartamenti, pronte per essere consumate a colazione.

Giocoforza Maso Kristplonerhof è anche il punto di partenza di gite, passeggiate, escursioni in alta montagna, itinerari in mountain bike, equitazione e wellness, nonché della visita guidata e degustazione dei vini della Tenuta Rottensteiner.

ROTTENSTEINER: TRE VINI DA NON PERDERE

Alto Adige Doc Pinot Bianco 2019 “Carnol”
Due vigne contribuiscono all’assemblaggio delle uve di Pinot Blanc. La prima si trova a 850 metri, l’altra a 650 metri sul livello del mare. Vino che esalta il terreno ricco di porfido, la sapidità. Entra dritto come una lama e chiude fresco, con un accento di pietra bagnata e fil rouge sulla salinità, ben accostata alla pienezza del frutto.

Alto Adige Doc St. Magdalener Classico 2019 Vigna Premstallerhof
Rosso rubino, bellissimo nella sua brillantezza. Naso di frutti rossi, fiori di rosa freschi, lampone, e tocco di spezia. Perfetta corrispondenza in bocca. Allungo amaricante che invoglia la beva.

Alto Adige Doc Gewurztraminer 2018 “Cresta”
Giallo dorato. Naso freschissimo, sorso pure. Grandissima precisione sia nella parte olfattiva che gustativa. Frutta tropicale matura, miele, crema pasticcera che cedono il passo ad una beva scorrevole e soddisfacente. L’assaggio delle vecchie annate conferma la straordinarietà di questo nettare.

La 2017 conferma gran equilibrio acido-zuccherino, mentre la 2009, dopo qualche minuto di ossigenazione nel calice, sfodera con grande generosità le note tipiche del vitigno. La vena dolce, da annata calda, è esuberante. Ma la freschezza la controbilancia ancora una volta in maniera ineccepibile.

Il primo naso di Cresta 2004 è invece più diretto, molto franco: conserva le venature di frutta sciroppata e porta in dote una nota di caramello accompagnata da un tocco fumé. Vira poi su frutta secca, noci, arachidi, vivo e pieno.

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La Cantina delle famiglie di Bolzano, nel cubo della città

La cantina delle famiglie di Bolzano, nel cubo della città. Così ama definirsi Cantina Bolzano (Kellerei Bozen) nell’abbracciare sotto al proprio tetto i 223 soci viticoltori. Sono loro i protagonisti di una storia segnata sempre dallo stesso obiettivo: produrre e commercializzare i migliori vini dell’Alto Adige. In particolar modo, gli autoctoni Lagrein e Santa Maddalena (St. Magdalener).

Storie di famiglie diverse per origine e consuetudini, accomunate dalla passione per la viticoltura e dalla ricerca della miglior qualità possibile. Ma Cantina Bolzano è oggi diventata anche un simbolo della cultura vitivinicola della città altoatesina. Merito del nuovo e inconfondibile edificio a forma di cubo, che svetta sotto la montagna, nel quartiere di San Maurizio.

Un segnale chiaro della tradizione che si rinnova per inseguire nuovi traguardi di eccellenza, suggellati dalla produzione di vini premiati e riconosciuti non solo in Alto Adige e in Italia, ma anche a livello internazionale.

IL VINO COME RACCONTO DELLE FAMIGLIE

Cantina Bolzano è la cantina delle famiglie nel cubo della città perché i masi, le tenute, i vigneti arrampicati su ripidi pendii o a fondovalle parlano da soli. Raccontando la storia di chi, da decenni, con passione e dedizione al lavoro, si impegna a coltivare le quindici varietà di uve che portano alla creazione di vini dall’inconfondibile carattere regionale.

I 223 soci viticoltori, tanto di dinastia nobile quanto di origine contadina, hanno tramandato di generazione in generazione la passione per la coltivazione dei vigneti. sono accomunati dalla passione per la viticoltura e da un obiettivo preciso: produrre vino di qualità nel rispetto della natura che quella qualità rende possibile.

La cantina delle famiglie, dunque. Come quella di Hannes e Gottfried Plattner del Maso Huck am Bach. Un nome con un passato nella storia di Bolzano e una specialità: la coltivazione su viti vecchie oltre sessant’anni delle uve destinate al vino Santa Maddalena.

Proprio come la famiglia Falser di Maso Moar, che ha fatto del vino Santa Maddalena la sua missione. Ma ci sono anche aziende gestite da giovani sotto al tetto accogliente di Cantina Bolzano. È il caso di Hanno Mayr, che produce il suo Gewürztraminer in attesa di convertire l’intero vigneto al biologico.

Karl e Armin Platter del Maso Mock, già menzionato sulle mappe topografiche nel 1275, hanno dato ulteriore impulso alla propria missione impiantando un vigneto di Sauvignon su un pendio a 500 metri sul livello del mare, dove l’escursione termica e l’ottima esposizione regalano uve eccellenti, sin dagli anni Settanta.

UNA COLLABORAZIONE DI QUALITÀ

C’è poi la nobile famiglia degli Eyrl, che a Gries produce le uve Lagrein nella tenuta dell’omonimo quartiere che circonda Bolzano. Merlot, Gewürztraminer e Sauvignon Blanc sono invece le uve coltivate da Graf Huyn.

Un’azienda particolarmente attenta al rispetto della natura, tanto da aver trasformato alcuni vecchi macchinari, che oggi vengono alimentati da un impianto fotovoltaico.

Tra lo Sciliar e il Catinaccio, nel Giardino delle Rose, crescono le uve del Maso Baumann, famoso non solo per il Pinot Grigio e Pinot Bianco, ma anche per gli Schlutzkrapfen – le mezzelune ripiene solitamente di spinaci e ricotta, simili ad agnolotti – che si possono gustare nella rinomata osteria contadina.

Aziende familiari dunque, quelle di Cantina Bolzano, che producono vini premiati a livello nazionale e internazionale. Il risultato di un’idea tanto semplice quanto affascinante: valorizzare la qualità dell’uva e non la quantità.

«Perché il vitigno ha le sue peculiarità ed esigenze, che un buon enologo deve sapere riconoscere», spiega il winemaker Stephan Filippi (nella foto, sopra) che all’interno della grande famiglia di Cantina Bolzano ha dato vita nel 1988 al “Progetto Qualità“. Un disegno trasformato in un caposaldo.

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«Sommelier unitevi, il vino è dalla parte del cuore». Parola di Raffaele Fischetti

Ha pubblicato di recente il suo primo libro e ha scelto di mettersi in copertina, per metà. Lo ha intitolato “Il vino dalla parte del cuore“: la sinistra, su cui poggia un elegante calice di vino rosso. Il sogno del sommelier Fis Raffaele Fischetti è quello di mostrare «il lato più nascosto del degustatore, alimentato dalla scintilla della passione». Ma non solo.

L’autore del libro, pugliese di Mattinata (Gargano) da vent’anni in Alto Adige, dove ha iniziato da giovanissimo la carriera negli Alberghi Bolzanini, spera ancor più in un mondo della sommellerie italiana diverso. Unito.

«È una gara di appartenenza a questa o quella associazione ed ogni volta si arriva a discorsi beceri ed inutili per cui la gente, piuttosto che avvicinarsi al mondo del vino, scappa. Anche in privato o a degustazioni miste ho assistito a scene che, credetemi, mi facevano venire il latte alle ginocchia», ha scritto non troppo tempo fa su Facebook.

Raffale Fischetti, prima di entrare “a gamba tesa” nell’argomento, sdrammatizziamo come piace a te (e a noi di WineMag.it): cosa ci fa un pugliese a Bolzano, da vent’anni?

Sono sommelier professionista dal 2006 e dal 2015 ricopro il ruolo di presidente per Fondazione italiana Sommelier Trentino Alto Adige – Bibenda, con immenso orgoglio. Sono docente per i corsi sia del vino che dell’olio, altra mia immensa passione.

Siamo riusciti in questi anni a far partire 5 corsi professionali per la figura del sommelier del vino e uno meraviglioso per diventare sommelier dell’olio: il primo in Trentino Alto Adige oltre a tante altre meravigliose attività. Mi occupo inoltre di Marketing, consulenza e formazione aziendale. Insomma non mi annoio!

Con immenso orgoglio ho compiuto tutta la gavetta negli Alberghi Bolzanini, fino ad arrivare a ricoprire il ruolo di Maitre in locali importanti e la figura di sommelier anche in locali stellati. Faccio il buyer a tempo pieno e per alcuni anni ho selezionato solo vini certificati Bio per i mercati Europei.

Affronti in maniera molto diretta ma oggettiva quella che potrebbe essere chiamata “la guerra” tra associazioni della sommellerie italiana. La gara al “senso di appartenenza” a cui fai accenno, di per sé, dovrebbe essere un valore aggiunto in ogni settore. Perché, a tuo avviso, diventa invece un fattore limitante tra professionisti del vino?

Cerco di rispondere alla tua domanda in punta di fioretto, proprio come ho fatto sulla pagina Facebook “Sommelier: Appunti di degustazione”. La pagina nasce tanti anni fa, proprio per consentire agli appassionati di poter scrivere in maniera libera le loro degustazioni.

Da altre parti e su altre pagine si creavano alcuni attriti quando scriveva qualcuno che non era di una determinata associazione. Nel nucleo principale della nostra pagina figuravano e figurano invece amministratori e moderatori di quasi tutte le associazioni più grandi.

Ad ogni post di qualche iscritto che recitava più o meno così: “Ciao a tutti, sono Raffaele e vorrei iscrivermi ad un corso da sommelier, cosa mi consigliate?”, sembrava di stare allo stadio, ad assistere ad una partita che, come minimo, decideva le sorti del campionato. Si cercava ogni volta di moderare al massimo la conversazione tra gli utenti, ma spesso si finiva in malo modo con toni alticci e altisonanti per restare eleganti.

La goccia da cui è scaturita quella mia frase è stato un messaggio privato dell’ennesimo utente: non capiva il perché di tutte quelle risposte poco eleganti e sosteneva di aver deciso di non approfondire più le sue conoscenze e la sua passione attraverso un corso professionale, proprio per quello. Io vivo di passioni ed emozioni per carattere. Vedere svanito il sogno di alcuni utenti mi ha fatto molto riflettere.

Il mio, insomma, voleva essere un grido accorato e di speranza a tutti quegli appassionati che vogliono curare un seme e farlo diventare una splendida rosa. Continuo a credere fermamente in questo: tutti devono essere liberi di frequentare il corso che reputano più opportuno, a loro deve interessare la rosa che nasce.

Ci sono altri episodi che ti hanno convinto a impegnarti ancora di più per questo obiettivo?

In genere una gara, in termini di “senso di appartenenza”, dovrebbe generare la voglia e l’esigenza di “spingere l’asticella sempre più in alto”, per offrire a tutti i corsisti il massimo, migliorando sempre più la didattica e portandola al passo con i tempi, preparando sempre più i docenti con corsi di approfondimento, scegliendo i vini più rappresentativi per ogni lezione. Questa è la gara 3.0 a cui vorrei assistere, sana, costruttiva.

Il bicchiere, al momento, è “mezzo pieno” o “mezzo vuoto”?

Siamo una nazione dove, di fatto, non esiste un’associazione unita, anzi più si va avanti più se ne creano. Da questo però io vedo anche il “bicchiere mezzo pieno”, da buon sommelier. Le differenze portano ricchezza e la ricchezza è un dono. La soluzione non è dietro l’angolo ma credo che il momento di riflessione sia già in atto da parte di molti.

Al di là dell’aspetto etico e delle scelte compiute per promuovere l’iniziativa, la recente polemica sul “Corso online” della Scuola italiana sommelier rivela come ci siano diversi “nodi scoperti” nel settore: uno di questi è l’impossibilità di passare direttamente da un’associazione all’altra.

Pensi possa essere utile, nonché un segnale di “distensione” tra le varie compagini, l’eliminazione di questo vincolo, oppure le didattiche sono talmente diverse da giustificare le attuali misure?

Non entro in merito alla questione ma dirò in maniera esplicita come la penso. Personalmente non riesco a concepire un corso del vino online senza quella parte emozionale e di racconto che solo durante un corso si può trasmettere. Non credo e non voglio credere che il futuro sia questo.

Per me non ha senso per un corso professionale, sono troppe le variabili che non possono essere controllate. Ricordo sempre le facce delle persone che finiscono il corso e ti guardano come per dirti: “E adesso il martedì sera cosa faccio?”.

Si instaura un rapporto particolare con tutti i corsisti che, per 52 incontri, ti porta a sapere che quel giorno, in quel posto e in quell’orario hai un appuntamento fisso che è stato scelto da loro, fortemente. Molti, alla fine, ne sentono la mancanza.

Fai parte di Fis, una realtà per certi versi “simbolo” delle divisioni e delle lotte, a tratti intestine, tra associazioni della sommellerie.

La storia del settore è costellata da scissioni che hanno portato alla nascita di una costellazione di realtà che promuovono la cultura del vino.

Una promiscuità utile alla causa, oppure il primo dei grandi motivi di quei “discorsi beceri ed inutili per cui la gente piuttosto che avvicinarsi al mondo del vino, scappa”?

Fondazione Italiana Sommelier, per me come per tutto lo staff regionale, è stata un’opportunità, un modo unico per poter esprimere noi stessi, far conoscere a chi ci avrebbe scelto la nostra passione e il nostro entusiasmo. Abbiamo avuto l’onore di avere ospiti meravigliose cantine da tutta Italia e siamo riusciti a portare in giro per il Paese le nostre eccellenze.

Tengo a precisare che tutti i sommelier e tutto lo staff regionale hanno un lavoro fisso e vive di altro. Finiamo di lavorare e ricominciamo a farlo per organizzare le attività che si svolgeranno in regione, sottraendo una marea di tempo ai nostri familiari. Corsi e degustazioni sono tutt’altro che una cosa semplice.

Nessuno, da solo, riuscirebbe a fare tutto questo. La mia fortuna più grande è stata proprio quella di avere un gruppo solido e affidabile, che sostiene tutte le attività e i corsi. La passione è il motore che ci spinge a saltare l’ostacolo. Abbiamo intrapreso la strada giusta, diamo sempre il massimo di noi stessi e sappiamo che dobbiamo ancora migliorare. Per dirla in breve, noi non ci sentiamo proprio arrivati.

Le associazioni sono fatte di uomini e, per questo, ogni delegazione di ogni singola associazione meriterebbe un discorso a sé. Siamo tuttavia a conoscenza di casi in cui le associazioni sembrano voler accentrare sempre più “potere”, giocando sulle sorti degli iscritti e impedendo, di fatto, il processo di “amalgama” tanto auspicato. Che fare?

Le associazioni sono fatte di uomini e sono gli uomini che fanno la differenza, lo dico da sempre. Ho amici e colleghi in tutte le associazioni preparatissimi e seri professionisti che fanno la differenza dove sono.

Per quanto riguarda le iscrizioni da altri corsi, posso dirti che Fis accetta tutti gli iscritti che vogliono finire un percorso. In Alto Adige ho avuto alcuni iscritti che hanno terminato il percorso da noi entusiasti.

Per le altre associazioni non posso esprimermi, non conoscendo a fondo la scelta che ha portato a non far partecipare e terminare i corsi a chi magari, per essersi trasferito, non ha potuto chiudere le sessioni dove le ha iniziate.

Altro tema centrale sollevato dalla Scuola italiana sommelier sono i costi dei corsi delle realtà più accreditate (Ais, Fisar, oltre alla stessa Fis): credi che la critica sia giustificabile?

Anche in questo caso preferisco parlare delle cose che faccio io. Per garantire lo standard che attuiamo in Trentino Alto Adige il corso è al minimo della spesa. Le spese che affrontiamo sui vini (in degustazione i corsisti degustano, tra gli altri, Sassicaia, San Leonardo, Gaja), oltre alla sala, i kit di alta qualità, le tovaglie, i sommelier di servizio e i docenti che arrivano da tutta Italia, giustificano al minimo la somma richiesta. Ovvio che spostando tutto online avrai altre spese. Si eliminano ingenti costi fissi.

La didattica della sommellerie italiana è al passo coi tempi o risponde a logiche che meriterebbero di essere rivoluzionate? Mi spiego: ha ancora senso parlare di “giallo paglierino tenue”?

La didattica deve evolversi ed essere al passo con i tempi. Deve migliorare sempre. In Fondazione ho la fortuna di avere i responsabili alla didattica che stanno lavorando per modificare proprio le lezioni, che in questi ultimi anni sono cambiate in sequenze e fatti, avendo anche un taglio più moderno e attuale. Un punto di forza sicuramente.

Sempre sul fronte della didattica, i corsi sono strutturati in modo da formare allievi in grado di determinare le differenze tra le varie denominazioni più sulla base delle caratteristiche dettate dai disciplinari che sull’assaggio di una moltitudine di vini di “terroir”, in grado di rappresentare i vini prodotti in una determinata zona in tutte le sue più profonde e variegate sfaccettature.

Questo certamente perché il corso da sommelier è solo un punto di partenza, ma non tutti gli allievi hanno “voglia” di andare “oltre” al diploma e di approfondire le proprie conoscenze.

D’altro canto, sempre più produttori che non si riconoscono nei “meccanismi industriali” e “consortili” stanno proponendo sul mercato vini validissimi, interpreti autentici dei territori e dei vitigni.

Non sarebbe il caso che anche la didattica della sommellerie si “distraesse” un poco dai disciplinari (ormai superati) avvicinandosi a forme di viticoltura alternative e fornendo strumenti di comprensione e lettura delle espressioni meno “convenzionali”?

Risposta molto complessa, a cui cerco di rispondere per sommi capi. In primis, il corso da sommelier è un punto di partenza non un punto di arrivo. Credo serva per avere anche a chi lo frequenta “un linguaggio comune tra colleghi”. In genere, in una lezione ci sono tre vini in degustazione che devono “raccontare con il calice la lezione”.

Si cerca quindi di prendere in considerazione vini che raccontano la tipicità di un vitigno, legato anche a sfaccettature particolari di un determinato territorio. Un lavoro certosino che mi è capitato di affrontare ultimamente anche per la carta nazionale dei vini di Fondazione italiana sommelier, per un progetto che partirà presto.

Nella nostra didattica abbiamo aperto anche alle “viticulture alternative”, dando risalto in una lezione specifica ai cosiddetti “vini naturali”, biologici, biodinamici eccetera. Un piccolo passo che verrà seguito sicuramente da altri in seguito.

Restano sempre nozioni da approfondire. Non si può pensare che in due ore si possa dare tutto, ma di certo spingere i corsisti alla curiosità è un primo passo per approfondire in seguito l’argomento. In questa lezione ovviamente si degustano vini di questa tipologia, ricercati per la specificità dell’argomento.

Cosa deve aspettarsi chi si approccia alla lettura del tuo libro “Il vino dalla parte del cuore“, in cui appari in copertina solo per metà? La metà di quello che pensi e vivi, o la parte che conta di più di Raffaele Fischetti?

Per quanto possa sembrare strano per chi mi conosce personalmente, resto nel mio intimo un uomo molto timido. La copertina nasce dall’esigenza specifica di non voler apparire protagonista, ma appunto lasciare in primo piano il vino e la “poesia liquida” che ne scaturisce: il pensiero e le parole che si generano senza vincoli specifici, semplicemente degustando un vino in un determinato momento, in uno specifico posto con determinate persone.

Un contesto che non sarà più perfettamente replicabile in seguito. Questa è la magia anche del vino, per chi sa sognare e guarda al futuro con ottimismo e positività. In tanti lo chiamano “libro”, io lo chiamo “sogno realizzato”, per chi quel sogno lo ha alimentato nel tempo: gli amici, i miei genitori e la mia famiglia che hanno collaborato alla stesura del libro, compresi i miei due figli, con un loro disegno!

Volevo catturare per un attimo, in un’istantanea, queste schegge sparse, ma allo stesso modo lasciarle libere. Mi piace immaginare chi leggerà questo libro cimentarsi a modo suo, con parole e qualsiasi forma di comunicazione, con un calice di vino in mano e non prendendosi troppo sul serio, comunicando emozioni enoiche.

In questo libro racconto il Raffaele più nascosto, quello non impegnato a degustare per lavoro: lì scattano altri bisogni e specifiche. Il degustatore alimentato dalla scintilla della passione.

Mettere il “vino dalla parte del cuore” significa solo in apparenza “leggerlo” in maniera soggettiva. Si può essere sommelier ed esperti di vino mettendo l’emozione in primo piano, oppure la tecnica (la parte destra del tuo corpo, celata in copertina?) deve rimanere sempre il cardine fondamentale nell’assaggio?

Quesito interessante. Tecnicamente nel libro parlo di “degustazione emozionale”. Un racconto per ricordi ed immagini di un determinato assaggio. Una strada da percorrere particolare.

Una degustazione che si scosta completamente da quella fredda del secco-caldo-morbido. Credo che per raccontare un vino in questo modo bisogna padroneggiare le tecniche di degustazione classiche, per poi scegliere una strada tutta propria, che il cuore e la passione ci indica.

Sostieni che “non è importante aver bevuto milioni di calici, è più importate averne bevuti il giusto”. Qual è “il giusto”?

Credo nei casi, in quei momenti scritti da altri che accadono per un motivo particolare. Mi è capitato spesso di capire l’importanza del momento senza riuscire a metterla a fuoco subito. Senti dentro però che è importante, anche in quel momento. Il “giusto” è un concetto personale, diverso per ogni persona.

Il mio “giusto”, nello specifico, in questo momento è approfondire quello che mi incuriosisce e quello che il cuore e la passione mi spingono a fare, anche attraverso nuove sfide e passioni scaturite in un determinato periodo. Proprio strani sti sommelier vero?.

I tre (o più, o meno) vini “avvicinati al cuore” che ti hanno sorpreso di più?

Ci sono dei vini che mi hanno veramente emozionato e che mi hanno colpito in maniera particolare, mi capita spesso soprattutto da vini che non ti aspetti a volte ma che riescono a scuoterti in maniera particolare. Le emozioni forti le ho ricevute sia da vini blasonati sia da vini poco conosciuti.

Tutti quelli presenti nel libro mi hanno donato tanto e alcuni sono stati veramente eccezionali. Sono certo però che quello che ancora mi farà rimanere a bocca aperta e senza parole deve ancora arrivare nel mio calice. In fondo sono un’inguaribile sognatore.

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Cantina Bolzano: la winery “al cubo” dell’Alto Adige

Sono 223 i soci viticoltori protagonisti di Cantina Bolzano, una realtà che dalla sua fondazione persegue lo stesso obiettivo: produrre e commercializzare i migliori vini dell’Alto Adige, in particolare gli autoctoni Lagrein e Santa Maddalena.

Una “winery” che è divenuta simbolo della città, ancor più dalla realizzazione del cubo, la struttura che la contraddistingue e la rende riconoscibile tra mille, a livello internazionale. L’unica parte visibile di un nuovo edificio produttivo perfettamente integrato nella natura, ai piedi delle montagne del quartiere San Maurizio di Bolzano.

“La tradizione che si rinnova, per inseguire nuovi traguardi di eccellenza”, come amano sintetizzare all’unisono il presidente Michael Bradlwarter, il direttore Klaus Sparer e l’enologo Stephan Filippi.

UNA STORIA DI OLTRE UN SECOLO

La storia di Cantina Bolzano inizia nel 1908, quando 30 viticoltori del quartiere bolzanino di Gries decisero di fondare una cooperativa vinicola con lo scopo di vinificare uno dei vitigni più importanti della zona: l’autoctono Lagrein.

Qualche anno dopo, nel 1930 viene fondata da 18 viticoltori un’altra piccola cooperativa a Santa Maddalena, all’interno della quale i soci riuscirono a produrre da uve Schiava un vino di grande pregio: il Santa Maddalena.

Dalla fusione di queste piccole realtà vinicole nel 2001 nasce Cantina Bolzano, la cantina di produttori che si fa portavoce delle due varietà autoctone principi della zona: il Lagrein e il Santa Maddalena.

Di pari passo alle due realtà riunite sotto il nome di Cantina Bolzano, cresce anche il numero di soci, ad oggi 224, e si rende necessario unificare anche fisicamente le due sedi produttive. Nel 2015 viene posata la prima pietra della nuova cantina nel quartiere di San Maurizio alle porte della città di Bolzano.

L’edificio produttivo, costruito rispettando i più moderni principi di sostenibilità, viene completato nel 2018 quando per la prima volta le uve vengono consegnate e lavorate all’interno della nuova cantina.

LA “NUOVA” CANTINA BOLZANO

Il nuovo sito produttivo è perfettamente integrato nella superficie collinare circostante. Grazie alla sua strutturazione su 5 livelli, sfrutta la gravità per realizzare il processo di lavorazione a caduta dell’uva.

L’edificio unisce i principi di funzionalità e valorizzazione del vino a quelli di ecosostenibilità e tutela del paesaggio. Cantina Bolzano è infatti la prima cantina produttori certificata CasaClimaWine®.

Lo stabile è costruito sotto il livello del terreno ed è coperto in superficie da terrazze coperte da vigneti, per mimetizzare totalmente la struttura. L’unica costruzione in superficie è la parte centrale, dominata dal cubo che è diventato il simbolo della nuova Cantina Bolzano, anche grazie ai “filamenti” che ricordano una foglia di vite.

L’aumento dello spazio di lavoro con il nuovo stabilimento ha permesso di valorizzare maggiormente le caratteristiche delle selezioni. I vari “Cru” sono infatti lavorati in serbatoi separati per esaltare al meglio le proprietà di ciascuna zona di produzione.

CANTINA BOLZANO IN SINTESI

  • Fondazione: 1908 Cantina di Gries, 1930 Santa Maddalena, 2001 fusione in Cantina Bolzano, 2018 trasferimento nella nuova sede di San Maurizio
  • Posizione & territorio: Bolzano e dintorni. La zona vinicola di Bolzano è una delle principali aree vinicole della regione. I terreni di fondovalle sono ben ventilati, caratterizzati da forti escursioni termiche tra il giorno e la notte e beneficiano della vicinanza ai fiumi Adige e Isarco. Qui le uve, che crescono sui pendii ai piedi delle Dolomiti ad un’altitudine che va dai 200 ai 1000m. s.l.m., acquisiscono caratteristiche d’eccellenza. Ne sono esempio i due vini di punta della regione vinicola: Lagrein e Santa Maddalena (Schiava).
  • Modello aziendale: Cooperativa di produttori
  • Direttore: Klaus Sparer
  • Presidente: Michael Bradlwarter
  • Enologo: Stephan Filippi
  • Soci: 224
  • Superficie vitata: 340 ettari
  • Impianto: sistema a pergola per alcuni vigneti di Santa Maddalena; sistema a spalliera per la maggior parte dei vigneti.
  • Vitigni: Lagrein, Schiava/Santa Maddalena, Cabernet, Merlot, Pinot Nero, Pinot Bianco, Sauvignon, Chardonnay, Gewürztraminer, Pinot Grigio, Sylvaner, Müller Thurgau, Kerner, Riesling, Moscato Rosa, Moscato Giallo.
  • Terreni: sui versanti terreni prevalentemente sabbiosi, a fondovalle terreni alluvionali.
  • Produzione: 3 milioni di bottiglie
  • Export: ca. 20%
  • Fatturato: 20 milioni di euro
  • Vini più rappresentativi: TABER Lagrein, PRESTIGE Lagrein, BARON CARL EYRL Lagrein, HUCK AM BACH Santa Maddalena, MUMELTER Cabernet, Pinot Nero Riserva, SIEBENEICH Merlot, MAURITIUS Lagrein-Merlot, MOCK Sauvignon; DELLAGO Pinot Bianco, KLEINSTEIN Chardonnay, VINALIA Moscato Giallo, ROSIS Moscato Rosa.
  • Hospitality: visite guidate in cantina con successiva degustazione.
  • Visite guidate: per gruppi privati su richiesta
  • Info e contatti:
    Cantina Bolzano
    Via San Maurizio, 36
    39100 Bolzano (BZ), Italia
    +39 0471 27 09 09
    info@cantinabolzano.com
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Merano Wine Festival 2020 rimandato a marzo 2021: “Sarà primavera vino italiano”

Il Merano Wine Festival 2020 è stato rimandato al 2021. Lo conferma in esclusiva a WineMag.it l’organizzatore Helmuth Köcher, raggiunto telefonicamente dalla redazione. Si tratta dell’ultima vittima illustre di Covid-19 in un annus horribilis che ha già visto saltare Vinitaly, ProWein e Mercato dei Vini e dei Vignaioli Fivi.

La 29a edizione della kermesse altoatesina, in programma a Merano dal 6 al 10 novembre, è rinviata dal 26 al 30 marzo 2021, nella cittadina dell’Alto Adige. “Un periodo simbolico – commenta Helmuth Köcher a WineMag.it – dal momento che sarà primavera: sarà un po’ la primavera del vino italiano, quando, ci auguriamo, avremo messo ormai l’emergenza Coronavirus alle spalle”.

A causare la cancellazione del Merano Wine Festival 2020 sono state le misure intraprese in Alto Adige dove, nelle ultime ore, sono state chiuse anche alcune scuole.  Sono 124 i positivi al Covid-19, secondo le ultime statistiche, su un numero di tamponi pari a 1.573.

“Il presidente della giunta provinciale di Bolzano – commenta ancora Köcher – ha emanato un decreto che stabilisce che da lunedì fino 30 novembre non potranno essere organizzati eventi pubblici che prevedano somministrazione di bevande e cibi”.

“Una misura – continua il numero uno della kermesse meranese – che chiaramente ci interessa direttamente. Puntiamo dunque su un’edizione 2020 digitale, dal momento che la piattaforma a cui lavoro da maggio, prevista in parallelo, è pronta al salto in prima linea”.

La 29° edizione del Merano Wine Festival si terrà dunque online, con le date confermate dal 6 al 10 novembre. “Sarà possibile l’interazione con i produttori, partecipare a degustazioni online e show cooking, anche grazie all’apporto di app come Telegram“.

Continua Helmuth Köcher, in esclusiva a WineMag.it: “Metteremo in evidenza le schede tecniche dei vini premiati, le specifiche delle cantine e tutte le descrizioni utili a un’esperienza a 360 gradi. L’edizione digitale non sostituisce quella che abbiamo dovuto cancellare, ma darà comunque visibilità ad ogni azienda”.

Il tutto in attesa di quella che Köcher definisce la “primavera del vino italiano“. “L’obiettivo è organizzare una 29° edizione speciale: abbiamo già ottenuto la conferma delle disponibilità di tutte le sale, dal 26 al 30 di marzo. Un periodo simbolico, che segna la rinascita: saremo infatti in primavera e la temperatura, a Merano, supererà i 20 gradi. Un momento che si preannuncia molto bello e di buon auspicio per tutto il settore del vino italiano”.

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Alto Adige Wine Summit 2019, tutti d’accordo: “Meglio la zonazione dei Piwi”


BOLZANO –
Il futuro della viticoltura altoatesina è nella zonazione, nella mappatura del microclima dei singoli vigneti e nella ricerca di nuovi terreni “in alta quota“. Tutti strumenti utili a contrastare i cambiamenti climatici. È quanto emerso dal convegno inaugurale dell’Alto Adige Wine Summit 2019, venerdì 6 settembre al NOI Techpark di Bolzano.

Una kermesse che si conclude oggi a mezzogiorno, dopo aver raccolto nella provincia autonoma circa 150 professionisti e opinion leader del settore vitivinicolo provenienti da 16 Paesi del mondo, per un focus sulla produzione altoatesina che ha interessato un totale di 58 produttori.

Inattesa, tuttavia, la timidezza sul fronte dei Piwi, le varietà resistenti agli attacchi fungini, di cui proprio l’Alto Adige è culla italiana. Emblematico, al convegno, l’intervento del presidente del Consorzio di Tutela Vini, Maximilian Niedermayr, che ricopre anche il ruolo di presidente della cantina cooperativa Colterenzio.

“Il progetto di zonazione del territorio – ha evidenziato Niedermayr – ci ha impegnato in maniera assidua negli ultimi anni, ma vogliamo fare un ulteriore passo avanti, indicando quali sono i vitigni migliori da allevare all’interno di ognuna delle 86 aree identificate“.

Non solo. “Nel futuro pensiamo di consentire di produrre solo vini da singole varietà in questi ‘cru’ – ha aggiunto Niedermayr –proibendo i blend al fine di caratterizzarli in maniera chiara e univoca. Contestualmente sarà abbassata la resa per ettaro all’interno dei disciplinari Doc. Attendiamo ancora le autorizzazioni definitive, ma siamo fiduciosi”.

A fare eco al presidente del Consorzio, un produttore affermato come Martin Foradori: “Il palcoscenico su cui recitare in futuro come Alto Adige non è certo quello del Pinot grigio o della Schiava da 2,50 euro”.

“Noi produttori – ha sottolineato ancora il vignaiolo – dobbiamo ricordare le nostre specificità ed fare una ‘fuga in avanti’. Il giusto collegamento tra specifico vitigno e specifico vigneto è la via corretta da percorrere. Non abbiamo necessità di introdurre nuovi vitigni, ma di rendere più congeniali quelli che già ci sono“.

Andreas Kofler, giovane e dinamico presidente che sta contribuendo a proiettare Cantina Cortaccia (Kurtatsch) in una dimensione internazionale e volta alla qualità assoluta, non ha nascosto di essere d’accordo con il collega produttore.

Sono convinto che la produzione viticola dell’Alto Adige sia al bivio – ha detto Kofler – negli ultimi 30 anni abbiamo fatto tanta strada, ma adesso dobbiamo tirare i remi in barca. Qualcuno nega i cambiamenti climatici, ma noi produttori di vino li abbiamo sotto gli occhi giorno per giorno e vediamo come incidono sulle uve che vendemmiamo”.

“Dovremo adeguare in tal senso anche le scelte sui vitigni. I Piwi – ha proseguito Andreas Kofler – potrebbero essere una soluzione, ma le barbatelle piantate da pochi anni non assicurano una produzione eccellente in poco tempo”.

“Dobbiamo ancora fare esperienza e commettere errori per dirci pronti sul fronte delle varietà resistenti. Ecco perché stiamo puntando tutto, come cooperativa, sulla mappatura e sulla zonazione dei vigneti dei nostri soci conferitori, nell’ottica di restituire il meglio di ogni terreno nel calice”, ha concluso Kofler.

Magdalena Pratzner di Tenuta Falkenstein ha ribadito il concetto: “Mio nonno diceva sempre che il vino si fa in campagna, non in cantina. Fondamentale, dunque, approfondire il discorso della zonazione, tenendo bene a mente che conta più di qualsiasi altra cosa la varietà giusta nella giusta area di produzione”.

PAROLA AI RICERCATORI
A confermare in maniera emblematica le parole dei produttori anche Barbara Raifer, intervenuta al convegno dell’Alto Adige Wine Summit 2019 in qualità di responsabile del settore Viticoltura del Centro di Sperimentazione Laimburg di Ora (Bolzano).

“In realtà – ha dichiarato – i nuovi vitigni Piwi sono un tema piuttosto limitato. Varietà come Traminer o Pinot nero hanno almeno mille anni di storia in Alto Adige. La necessità di proseguire sul tema delle ‘resistenze’ c’è, ma possiamo migliorare moltissimo la nostra produzione anche con altre azioni”.

Quali? “Il nostro centro di ricerca – ha risposto Raifer – fornisce a tutti i viticoltori che intendono impiantare un nuovo vigneto tutti gli strumenti per comprendere qual è la varietà migliore per l’appezzamento prescelto. Ci stiamo inoltre impegnando a fornire dettagliate descrizioni microclimatiche”.

“Una soluzione – ha proseguito la ricercatrice – potrebbe essere l’alta quota, ma l’ombra condiziona molto la produzione del vino. A quote maggiori sono pochi i terreni di qualità, che godono della necessaria irradiazione solare durante la giornata”.

I numeri snocciolati dagli esperti durante il convegno parlano chiaro. Considerando tutte le superfici inutilizzate o attualmente allevate a meleto e potenzialmente riconvertibili, gli ettari a disposizione della viticoltura del futuro dell’Alto Adige sono 8000.

La cifra più realistica si aggira dunque attorno ai 4000 ettari di nuovi impianti, tenendo conto anche le nuove aree “in quota”, tra i 700 e i 1000 metri di altezza sul livello del mare. “Salire in quota con la viticoltura comporta rischi – ha però ammonito Barbara Raifer – e non è poi detto che tutto ciò che di negativo prevedono i climatologici si avvererà”.

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Kettmeir compie 100 anni: brindisi di stile per i pionieri dello spumante in Alto Adige


CALDARO –
I ritocchi in vista della grande festa, come s’addice a una premurosa Dama d’inizio Novecento, sono iniziati ben prima della data fatidica. Tanto che ieri pomeriggio, Kettmeir, si è presentata con l’abito lungo e la “casa” tirata a lucido alle celebrazioni dei suoi primi 100 anni di storia, a Caldaro (BZ).

Un secolo di vita per la cantina fondata nel 1919 da Giuseppe Kettmeir, che produce spumanti dal 1964. Pionieri delle “bollicine” in Alto Adige, insomma. Prima col Metodo italiano (Martinotti). Poi, dal 1992, anche con il Metodo classico (Champenoise), all’insegna di un’etichetta divenuta emblema degli sparkling altoatesini: l’Athesis Brut.

Quanto sia stata azzeccata la scelta compiuta nel 1986 da Franco Kettmeir, che ha individuato in Santa Margherita Gruppo Vinicolo “l’erede ideale per l’impresa di famiglia”, è parso chiaro ieri alle celebrazioni del centenario.

Gli investimenti ricamati attorno al gioiellino altoatesino dal colosso di Fossalta di Portogruaro (VE) – ben 242 milioni di euro spesi nelle dieci tenute sparse per l’Italia nel periodo 2005-2019 – hanno consentito a Kettmeir di dotarsi, negli ultimi anni, di strumentazioni all’avanguardia assoluta.

Dalle presse alle decine di serbatoi di acciaio utili alle micro vinificazioni, passando per l’impianto geotermico che ha abbattuto a un decimo i costi (e le emissioni) di una cantina divenuta sempre più green e attenta alla qualità assoluta.

Strumenti utilissimi nelle mani dell’enologo Josef Romen. Uno con le idee chiare sul senso del proprio lavoro: “Si parla tanto di territorio, e allora noi vogliamo che si senta da quando si mette il naso nel bicchiere. Chi beve Kettmeir deve pensare: ecco l’Alto Adige”.

Un puzzle di 60 ettari, che sarebbe meglio definire microcosmo. La cantina, di fatto, possiede un solo ettaro, interamente allevato a Moscato Rosa. La parte del leone spetta ai 40 soci viticoltori. Sessanta ettari complessivi, estremamente frazionati. Si va dai 326 metri quadrati ai 5 ettari, dislocate in diverse zone vocate.

Maso Reiner, sulla sinistra-Adige, a pochi chilometri dal confine con la provincia di Trento, poggia su un terreno calcareo che è ideale per la coltivazione di Pinot Nero e Chardonnay. Riceve il sole dalla tarda mattinata ed è protetto dalle correnti più fredde grazie alle montagne sovrastanti.

Maso Ebnicher, più a nord, guarda il massiccio del Catinaccio e domina la città di Bolzano. Il terreno qui è sabbioso, d’alta collina, caratterizzato da un’elevata pendenza. Un luogo dove la coltivazione può davvero considerarsi eroica, ma dove cresce il miglior Müller Thurgau di Kettmeir.

Grande rilevanza, specie nella produzione dello spumante Alto Adige Doc, anche al Pinot Bianco. La rinascita di della tradizione spumantistica regionale si deve proprio alla presentazione, del primo sparkling sudtirolese del Dopoguerra, avvenuta nel 1965 alla Fiera del Vino di Bolzano: la “Grande Cuvée” di Pinot Bianco.

Uno Charmat lungo – tuttora in produzione – che costituisce una buona fetta delle 420 mila bottiglie complessive prodotte annualmente da Kettmeir. Ben 85 mila bottiglie sono di Metodo classico, su un totale di circa 350 mila prodotte in Alto Adige. Una parte rilevante, dunque, nell’ambito di quella che resta ancora una nicchia.

Non a caso Gaetano Marzotto, presidente del Gruppo Vinicolo Santa Margherita (vendite per 177 milioni di euro nel 2018), ha definito in occasione del suo discorso per i 100 anni di Kettmeir “un gioiello”. “Un brand che può contare su una forte caratterizzazione e uno stile inconfondibile”, ha aggiunto l’amministratore delegato Ettore Nicoletto.

LA CENA DI GALA: STELLE IN CUCINA

Per celebrare i primi 100 anni di storia, Kettmeir ha pensato in grande. Una cena stellata “a quattro mani”, curata con maestria dagli chef Anna Matscher (“Zum Löwen” di Tesimo) e Claudio Melis (ristorante “In Viaggio” di Bolzano).

Antipasto – Claudio Melis: “Sangue di Rapa” (Rapa rossa affumicata, Kefir, Crescioni)

Un piatto “di terra e territoriale”, rivisitato in chiave estremamente moderna e abbinato al Lago di Caldaro Classico Doc 2017 Kettmeir.


Primo piatto – Anna Matscher: “Risotto ai tre pomodori gialli”

Giallo come l’Alto Adige Doc Chardonnay “Vigna Maso Reiner” 2017 Kettmeir in abbinamento, ancora un po’ troppo condizionato dal legno e degno, a maggior ragione, di piatti ancora più strutturati (secondi a base di carne).


Secondo piatto – Claudio Melis: “Maialino Cinturello Orvietano – New York, Tokyo, Sardegna”

Maialino Cinturello Orvietano, selezione Alfredo Angeli e cinta senese in purezza. Poi, a parte, alcuni ricordi di viaggio dello chef, che delizia con la testina salmistrata di maialino impanata e fritta, servita con maionese e senape.

In abbinamento l’Alto Adige Doc “1919” Riserva Extra Brut 2013, la “novità” del 2019 Kettmeir: il vino del centenario non poteva che essere un Metodo classico. Siamo all’apice della qualità degli spumanti della casa di Caldaro, che con questa etichetta mette nel calice due delle grandi caratteristiche dell’enologia altoatesina: potenza e finezza.


Dessert – Anna Matscher: “Zuppetta alle erbe aromatiche, sorbetto al basilico rosso e all’ananas

Chiusura deliziosa e all’insegna della freschezza per la cena celebrativa dei 100 anni di Kettmeir. Dal piatto si liberano intensi i profumi di mentuccia e delle altre erbe della montagna altoatesina.

Un po’ come stare in un prato, ovviamente con un ottimo calice di vino. In questo caso l’Alto Adige Doc Moscato Rosa 2018 “Athesis” Kettmeir, prelevato da vasca ma già in grado di mostrare tratti dell’equilibrio che sarà, tra potenza, dolcezza e freschezza.

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Bomba d’acqua e grandine sui vigneti di Bolzano e Merano: al via la conta dei danni

BOLZANO – È da poco iniziata la conta dei danni ai vigneti e frutteti in seguito al violento nubrifagio e alla grandine che si è abbattuta su Bolzano e Merano.

Il grave eventl atmosferico si è verificato oggi, attorno alle 14. Un violento temporale con una forte grandinata si è abbattuto sul centro di Bolzano poco prima delle ore 14. Un evento atmosferico che ha colto di sorpresa i numerosi turisti scesi dalle valli per visitare il capoluogo altoatesino.

Unico rimedio quello di rifugiarsi nella via dei portici, approfittando delle nuvole fare shopping. Il temporale ha colpito anche il meranese. Diversi gli allagamenti negli scantinati e nelle cantine.

La grandine, secondo le previsioni meteo, portebbe ora interessare altre aree Alpine e Prealpine. Allerta in metà Paese, che pare diviso in due dal maltempo. In particolare è nel Bresciano che sarebbero attesi i fenomeni atmosferici più violenti, già da queste ore.

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Il vino della Valle Isarco è una “cultura di dettagli”


“È una cultura di dettagli”. Con questa frase Christophe Roumier definì la Borgogna, ma le stesse parole possono descrivere anche un altro territorio: la Valle Isarco. Siamo in Alto Adige (o per meglio dire in SudTirol) lungo quella valle, percorsa per l’appunto dal fiume Isarco, che da Nord a Sud va dal Brennero a Bolzano.

Circa 80 km in tutto. La zona vitivinicola parte più a sud, presso Bressanone, per terminare all’altopiano del Renon sopra Bolzano. Circa 400 ettari vitati. Esposizioni che variano dalla destra alla sinistra orografica della valle a seconda dell’andamento della stessa.

Conformazioni geologiche che variano dalla fillade quarzifera al porfido quarzifero, al “dioride di Chiusa“, dal pietrisco glaciale ai sedimenti fluviali depositatisi fra le glaciazioni. Grandi escursioni termiche giorno-notte, scarse precipitazioni, molte ore di esposizione solare.

Quota dei vigneti che varia dai 300 ai 970 metri sul livello del mare, dove si coltivano 10 vitigni a bacca bianca (Kerner, Sylvaner, Muller Thurgau, Gewurztraminer, Riesling, Gruner Veltliner, Pinot Grigio, Weissburgunder, Sauvignon, Chardonnay che danno il 90% della produzione) e quattro a bacca rossa (Zweigeilt, Portugieser, Vernatsch/Schiava, Pinot Nero/Blauburgunder).

Diciannove produttori con una media di 1,5 ettari per vitati per azienda agricola. Circa 2.200.000 bottiglie/anno, il 75% commercializzato in Italia, con una media di 31.500 bottiglie a vignaiolo. Questi i numeri.

Questo il perché della “cultura dei dettagli” e del paragone con l’illustre Borgogna. Parliamo di un territorio fatto di equilibrio fra le differenze, dove ogni vitigno torva la sua parcella d’elezione, dove ogni vignaiolo può leggere ed interpretare il suo singolo pezzo di terra nel rispetto del terroir, dove lo stesso vitigno coltivato più a nord o più a sud, più “di qui” o più “di là”, da risultati differenti.

A raccontare questo incredibile mosaico enologico è EisaktalWein, associazione nata del 2015 che raccoglie oltre ai 19 produttori (17 vignaioli più la cooperativa Cantina Valle Isarco e la storica Abbazia di Novacella) anche strutture di accoglienza e promozione per favorire l’interscambio fra i vari attori e far conoscere la realtà “Valle Isarco” al pubblico.

Ed il modo migliore per iniziare ad esplorare una tale complessità è “al calice”. Fermarsi. Sedersi. Chiacchierare con chi quel territorio lo vive e lo conosce. Assaggiarne i vini. Capirne le differenze. In un mondo in cui la comunicazione sempre più passa attraverso canali social fatti di “mordi e fuggi”, di immagini belle ma fugaci che depauperano i contenuti in nome dell’apparire, occorre prendersi il tempo di percorrere idealmente la Eisacktal attraverso la degustazione di vitigni ed areali.

Ecco quindi l’idea di una cena proprio nel cuore della “città social”, Milano. Più di 20 vini a rappresentare “i dettagli” e ad accompagnare le preparazioni dello chef Stefano Caffarri che dall’aperitivo al dolce ha voluto omaggiare il patrimonio gastronomico italiano proprio a dimostrare la grande versatilità dei vini isarchesi.

Prosciutto di Parma, salame di Nero, gnocco fritto, piadina, spuma d’acciughe, mazzancolle, orecchiette allo zola, plin, sgombro, risotto al graukase, sbrisolona.

Giusto per citare alcune delle preparazioni. Ad esse in abbinamento i Sylvaner, i Kerner, i Gruner Veltliner, i Muller Thurgau, i Riesling, i Pinot Grigio, i Sauvignon. Sempre serviti in coppia da due sotto zone diverse, a mostrare caratteri differenti e differente versatilità nel “paring”.

Non ultima la sfida del tempo. Tre vecchie annate presentate. Weissburgunder 2013 di Ebner; la freschezza che non ti aspetti tanto al naso quanto in bocca.

Riesling Praepositus 2013 di Abbazia di Novacella; perfetto equilibrio fra la frutta matura e l’idrocarburo, fra il “nord” teutonico ed “sud” italiano, un calice nel quale lasceresti il naso ab aeterum. Sylvaner 2010 di Cantina Valle Isarco; si signori, un Sylvaner con quasi 10 anni sulle spalle. Complessità di miele e frutta surmatura, fiori secchi e fieno. Perfettamente godibile al sorso. Sfida vinta!

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Trofeo Schiava dell’Alto Adige 2019: ecco le migliori


LANA –
Si è svolta il 3 e 4 giugno al Vigilius Mountain resort la sedicesima edizione del Trofeo Schiava dell’Alto Adige, che ha dimostrato ancora una volta la grande versatilità di questo vino. Una competizione pensata da Ulrich Ladurner, Othmar Kiem e Günther Hölzl per “promuovere la Schiava di qualità”.

La giuria di giornalisti, enologi, sommelier ed esperti del mondo del vino ha selezionato le “Schiave dell’anno” tra 93 campioni. La speciale categoria “La Schiava diversa” ha raggruppato i vini di annate più vecchie e quei vini che non entrano nelle caratteristiche delle Doc.

SCHIAVA DELL’ANNO 2019

Categoria “Schiava Classica”

  • Alto Adige Lago di Caldaro Classico Superiore 2017Alexander 2018 –  Nicolussi Leck
  • Alto Adige Lago di Caldaro Classico Superiore Bischofsleiten 2018 – Castel Sallegg
  • Alto Adige Meranese 2018 –  Innerleiterhof
  • Alto Adige Schiava Fass Nr. 9 2018 – Cantina Cornaiano
  • Alto Adige Schiava Freisinger 2018 – Cantina Termeno
  • AA Santa Maddalena classico  Antheos 2018 – Ansitz Waldgries
  • AA Santa Maddalena classico 2018 – Fliederhof
  • AA Santa Maddalena classico 2018 – Cantina Bolzano

Categoria “La Schiava diversa”

  • AA Santa Maddalena classico Gran Marie 2017 – Fliederhof
  • Farnatzer Kunstwerk der Natur 2016 – Kränzelhof Graf Pfeil

Una commissione scelta tra semplici appassionati, non professionisti del mondo del vino, ha eletto la Schiava preferito tra quelle premiate dalla giuria. A spuntarla è stato il Santa Maddalena classico Gran Marie 2017 di Fliederhof.

Momento culminante del Trofeo Schiava dell’Alto Adige è stato il Galà della Schiava, che ha rivelato la gran versatilità di questo vino in abbinamento con le prelibatezze dalla cucina capitanata dallo chef Filippo Zoncato.

“La Schiava è un vino della tradizione che oggi è sempre più moderno per le sue caratteristiche di leggerezza e piacevolezza”, ha sottolineato Othmar Kiem, giornalista enogastronomico e organizzatore del Trofeo.

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degustati da noi vini#02

Südtirol Alto Adige Doc Lagrein Riserva 2016 Grieser, Cantina Bolzano


(5 / 5) Fa parte della “Prestige Line” di Cantina Bolzano – Kellerei Bozen il Südtirol Alto Adige Doc Lagrein Riserva 2016 Grieser. Non è un nome di fantasia, bensì la menzione geografica di una delle aree più vocate per il Lagrein dell’Alto Adige: Gries-San Quirino, una delle cinque circoscrizioni di Bolzano, la seconda per estensione e la più popolata.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Lagrein Riserva Grieser si presenta di un rosso rubino intenso, impenetrabile, con unghia violacea. Al naso salgono immediatamente richiami netti ai frutti di bosco come i mirtilli e le more, ma anche di ciliegia nera e prugna matura.

Un’impronta marcatamente fruttata, intensa, cui fanno eco ricordi di vaniglia e cioccolato bianco, assieme a leggere spolverate di spezia e di resina. Un naso decisamente invitante e preciso nella sua abbondanza e ricchezza di sentori.

La stessa che poi si ritrova al palato, dove il Lagrein Riserva Grieser di Cantina Bolzano riesce ancora a stupire. Perfetta la corrispondenza gusto olfattiva, che si arricchisce di un elemento fondamentale e premiante: una gran freschezza, che dona il perfetto equilibrio a un sorso che, altrimenti, sarebbe stato solo grasso e banale.

La frutta, golosa e succosa, unita a un tannino morbido e setoso, si fa quasi masticare mentre i richiami salini e balsamici accompagnano verso un retro olfattivo lungo, altrettanto preciso ed efficace nella sua capacità di chiamare il sorso successivo.

Un vino perfetto da bere oggi, ma che può essere tranquillamente lasciato in cantina per svariati anni, ad affinare ancora. Oggi si presta in abbinamento a primi e secondi ricchi di sugo di pomodoro, come la carne alla pizzaiola, ma riesce a sostenere senza problemi anche piatti ben più strutturati come la selvaggina. Ottimo anche con i formaggi stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Si tratta di un’etichetta ottenuta al 100% da uve Lagrein, tra le varietà più preziose e tipiche di Bolzano e dell’Alto Adige. I terreni, nella zona di Gries, sono di tipo alluvionale e sabbioso. La vendemmia avviene a metà ottobre.

Le uve del Lagrein Riserva Grieser fermentano in botti di legno e affinano per circa un anno in barrique di rovere francese e botti grandi. Cantina Bolzano è una cooperativa nata nel 1908 dall’unione di 30 viticoltori locali. Nel 1930 si uniscono a questo folto gruppo altri 18 produttori della collina di Santa Maddalena. Oggi Kellerei Bozen è una realtà che riunisce 220 famiglie.

La nuova struttura, inaugurata il 5 aprile 2019 in via San Maurizio 36 a Bolzano, è costata 35 milioni di euro, ricavati in gran parte dalla vendita delle due vecchie cantine. Un edificio interamente scavato nella montagna, il cui impatto ambientale è ridotto al minimo.

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news ed eventi

Dalla Cina a Bolzano: l’elisir di lunga vita “Kombucha” conquista il mondo

BOLZANO – La Kombucha alla conquista del Bel Paese. Arriva in Italia l’ultima novità in fatto di beverage e cocktails che spopola tra gli amanti dei vini naturali e delle birre artigianali. Il ristorante Castel Flavon di Bolzano ha inaugurato sabato scorso il primo Kombucha bar d’Italia.

Si tratta di una bevanda fermentata probiotica a base di tè che, a partire dalla Cina, sta conquistando Stati Uniti e mondo anglosassone. Non a caso viene definita “elisir della salute immortale“. L’alfiere della Kombucha è Mattia Baroni, giovane chef d’avanguardia del ristorante Castel Flavon, noto per la sua elegante cucina a base di prodotti fermentati.

Dopo aver lanciato EatAlive, un menù realizzato partendo dalle tecniche di fermentazione antica che esalta digeribilità e integrità dei cibi conservandone gusto e sapore, Baroni propone la sua ricetta “bere sano”.

Nella carta dei vini del ristorante si trova una selezione di bevande a base di Kombucha studiate in abbinamento alle sue creazioni. Ma è altrettanto intrigante sperimentarle come proposta alternativa nella lounge Skybar di Castel Flavon che domina il capoluogo altoatesino.

LA KOMBUCHA
Le prime notizie relative a questa bevanda risalgono alla dinastia cinese Qin (intorno al 250 a.C.). Un vero e proprio elisir per i cinesi, in virtù dei suoi benefici effetti sulla digestione e sulle funzioni vitali. In seguito la kombucha si diffuse in Russia e nell’Europa dell’Est, verso la fine del Medioevo, quando il tè per la prima volta diventò un prodotto alla portata di tutti.

La preparazione della kombucha è relativamente semplice. Il tè (verde, nero o un mix di entrambi) o altre infusioni tanniche, zucchero e acqua filtrata sono sigillati con un tappetino di cellulosa dall’aspetto viscoso chiamato Scoby, che è una coltura simbiotica di batteri e lievito.

Si fa galleggiare questo biofilm sulla miscela e si lascia fermentare dai 7 ai 30 giorni, a seconda delle condizioni atmosferiche e delle preferenze personali. Il gusto della Kombucha può essere personalizzato aggiungendo frutta e spezie.

IL FENOMENO
I kombucha bar sono ormai un fenomeno a livello globale. Il salto della bevanda dai negozi di prodotti salutistici al mainstream, attraverso i caffè hipster, è stato rapido.

Considerata un efficace sostituto dell’alcol, anche se è frequente l’uso in mixologia, la produzione di Kombucha fresca (Raw Kombucha) sta uscendo dalla sua nicchia di cultori.

Conquistando spazi nel mercato dei giovani consumatori di birra artigianale e vini naturali anche nei classici pub e caffè di tendenza e spesso adottata da molte cucine gourmet per le sue qualità aromatiche e l’acidità naturale.

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Approfondimenti

Vivite Milano: “Cooperazione importante per la tenuta del vigneto”

Milano – Che viticoltura sarebbe senza la cooperazione? I dati dicono che il vigneto italiano negli ultimi 5 anni ha conosciuto un calo delle superfici del 7% e che le riduzioni maggiori abbiano interessato proprio le regioni dove mancano cooperative strutturate e dimensionate. Regioni come Campania, Sardegna, Lazio (in cui si concentra solo il 12% delle cooperative), hanno conosciuto la contrazione più significativa, da un -15% della Campania a un -21% della Calabria.

Al contrario, in territori dove la viticoltura è estremamente frammentata come Trento e Bolzano, Emilia Romagna, Abruzzo e Veneto, la significativa presenza di cooperative molto grandi per fatturato (oltre 30 milioni di media per cooperativa a Trento, Verona, Treviso e Reggio Emilia) ha garantito una tenuta della coltivazione della vite in questi territori, registrando anche una crescita delle superfici del vigneto.

È questo lo studio inedito realizzato da Winemonitor-Nomisma e che è stato presentato oggi a Vivite, il festival del vino cooperativo in programma oggi e domani al Museo della Scienza e della tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, con una seconda edizione arricchita nel programma e nel parterre di ospiti.

Alla cerimonia di inaugurazione hanno partecipato il presidente di Alleanza cooperative Italiane Maurizio Gardini, insieme ai copresidenti Mauro Lusetti e Brenno Begani, che hanno voluto rimarcare con la loro presenza la grande vitalità di un comparto come quello della cooperazione vitivinicola, espressa da numeri di tutto riguardo: oltre 480 imprese operanti su tutto il territorio nazionale, 140.000 soci viticoltori, un fatturato di 4,5 miliardi di euro, 8 cooperative nella classifica delle prime 15 imprese italiane del vino.

“Lo studio presentato da Nomisma dimostra con l’evidenza dei numeri – ha spiegato Ruenza Santandrea, coordinatrice Vino di Alleanza cooperative Agroalimentari – il ruolo svolto dalle cantine cooperative nell’opera di salvaguardia e di sviluppo dei produttori di uva anche nelle zone più svantaggiate del paese. Nelle province dove la cooperazione non c’è, il potenziale produttivo va via via riducendosi. Ma attenzione, la cooperazione spesso è una condizione necessaria ma non sufficiente alla tenuta del vigneto, sufficienza che invece dipende dalla dimensione competitiva della cooperative, perché è nelle zone dove insistono cooperative più grandi ed internazionalizzate che è garantita la coltivazione della vite e la sostenibilità economica d migliaia di piccoli agricoltori che producono il 58% circa del vino italiano”.

“Oggi più che mai – le ha fatto eco il presidente di Alleanza cooperative agroalimentari Giorgio Mercuri – la sfida è quella della sostenibilità, che la cooperazione è pronta a raccogliere, nel senso più profondo della definizione, ossia garantendo uno sviluppo che non metta a repentaglio quello delle future generazioni”. E ai quattro asset della sostenibilitàambientale, sociale, economica e culturale – verranno dedicati quattro momenti di confronto nell’ambito della due giorni della manifestazione.

IL FESTIVAL DEL VINO COOPERATIVO
Pensata non per essere una mostra di vini, bensì un vero e proprio racconto del mondo del vino cooperativo, Vivite offre ai visitatori, nella splendida cornice delle ex scuderie Le cavallerizze, un allestimento “esperienziale”, per far conoscere da vicino le tante realtà produttive della cooperazione e i loro territori, per far assaggiare i loro vini ascoltando i loro racconti. L’obiettivo è quello di comunicare a tutti, esperti di vino e neofiti, curiosi e grande pubblico, attraverso un format alternativo che parli, come recita il pay-off, la “lingua di tutti”.

I visitatori possono scegliere tra un ampio ventaglio di attività. Insieme alle classiche degustazioni e masterclass, il programma include: laboratori didattici e ludici, workshop, concerti, attività di intrattenimento, degustazioni, momenti di confronto informali (“pane e salame”), animati da un ricco parterre di ospiti che include: Raffaele Borriello, Giampaolo Buonfiglio, Francesco Citarda, Renzo Cotarella, Paolo De Castro, Francesco Giangregorio, Giovanni Luppi, Giorgio Mercuri, Denis Pantini, Christian Scrinzi, Raffaele Testolin, Angelo Totaro, Adriano Turrini e Pierluigi Zama

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Vini al supermercato

Alto Adige Doc Gewurztraminer 2016, Elena Walch

(4,5 / 5) Il Gewurztraminer è uno dei vini più amati, per la sua aromaticità, dalle donne. Uno dei più richiesti al ristorante. Sotto la lente di vinialsuper finisce oggi l’Alto Adige Doc Gewurztraminer 2016 di Elena Walch.

Un’etichetta che si discosta (in positivo) dalla media dei Gewurz presenti al supermercato. Giustificando così il prezzo superiore e consacrando la cantina tra i riferimenti assoluti dell’Alto Adige del vino al supermercato.

LA DEGUSTAZIONE
Giallo dorato luminoso, limpido. La vista invitante precede un “naso” che costituisce la componente migliore del Gewurztraminer di Elena Walch: esotico intenso di papaya, ananas, litchi, pesca gialla matura, marzapane.

Sentori erbacei che sfiorano il balsamico e floreali di rosa rendono complesso l’olfatto, assieme a chiari richiami minerali iodici che ricordano la salsedine. Non manca una spolverata di pepe bianco, piacevolissima.

In bocca il vino entra quasi in punta di piedi, sul filo della glicerina (14%). Poi si accende di un’acidità appagante, che attenua le note dolci della frutta già avvertita al naso.

Il gioco è fatto: un Gewurztraminer che seduce e avvolge inizialmente, per poi farsi più serio e potente, chiudendo sui tasti neri di un immaginario pianoforte, con un’improvvisa svolta amaricante.

Un vino completo, anche nell’abbinamento: perfetto come aperitivo, si presta ad accompagnare alla perfezione piatti della cucina asiatica e indiana, speziati e saporiti. Ottimo con i crostacei, ma anche con portate di terra come foie gras e patè.

LA VINIFICAZIONE
Prima della fermentazione, il Gewuztraminer di Elena Walch macera 6 ore sulle bucce. Le uve vengono poi pressate in maniera soffice. Il mosto subisce poi una chiarifica statica, utile a illimpidire il nettare.

Successivamente viene fermentato in serbatoi d’acciaio a una temperatura controllata di 18 gradi, per preservarne li aromi. Il vino successivamente affina per alcuni mesi sui propri lieviti, in contenitori inox.

La storia della cantina Elena Walch inizia 150 anni fa a Tramin (Termeno), in provincia di Bolzano. Una struttura storica che è stata ampliata nel 2015, nel segno dell’avanguardia tecnologica e ambientale.

Prezzo: 13,90 euro
Acquistato presso: Iper, La grande i

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Spatium Pinot Blanc: l’Europa del Pinot Bianco in Alto Adige

Far uscire il Pinot Bianco dall’ombra delle altre varietà bianche, mettendolo sul palcoscenico che gli spetta. Questo l’obiettivo di “Spatium Pinot Blanc”, in programma il 3 e 4 maggio ad Appiano (Bolzano).

Una terza edizione ricca di novità, sulla scorta del successo ottenuto nel 2014 e nel 2016. Saranno infatti oltre cento i produttori locali, nazionali ed internazionali presenti.

Gli organizzatori, in particolar modo l’Associazione Vineum Appiano, il Centro di Sperimentazione Agraria e Forestale Laimburg e l’Associazione Turistica Appiano, vogliono “esaltare il potenziale di questa varietà diffusa in tutta Europa, accrescendo la sua notorietà tra gli appassionati”.

“A livello europeo – spiega Hans Terzer, enologo della Cantina San Michele-Appiano – il Pinot Bianco sta prosperando sia nella ristorazione che nel commercio, uscendo sempre più dalla nicchia. C’è un ottimo potenziale, soprattutto a livello qualitativo. Le caratteristiche che contraddistinguono questo vino non sono solo la sua freschezza e vivacità, ma anche le diversità stilistiche e la capacità di trasformarsi in un vino complesso”.

UN LABORATORIO ENOGASTRONOMICO
“Spatium Pinot Blanc” aprirà i battenti giovedì 3 maggio con una speciale serata enogastronomica dal titolo “Eleganza pura e armonia: raffinate specialità culinarie & Pinot Bianco”, presso la Cantina Cornaiano.

L’evento sarà curato dalla chef stellata Anna Matscher con il supporto dello chef Manuel Ebner (due cappelli della guida Gault Millau).

I partecipanti avranno la possibilità di toccare con mano la straordinaria versatilità di questo vino e scoprire come le diverse tipologie di Pinot Bianco si possano combinare in maniera eccellente con le straordinarie creazioni culinarie della chef stellata.

Sarà possibile assaporare la molteplicità di aromi esaltati dagli abbinamenti gastronomici. Un viaggio nei cinque sensi, dal piatto al calice.

La serata all’insegna dei piaceri del palato prevede un menù di sei piatti, un buffet di dolci e una selezione di squisite specialità casearie di altissima qualità firmate Capriz, proposte in abbinamento a 15 Pinot Bianco d’eccellenza.

I MIGLIORI PINOT BIANCO
La giornata di venerdì 4 maggio è dedicata a coloro che desiderano approfondire la conoscenza dell’universo Pinot Bianco e scoprirne l’essenza, i produttori e le regioni di produzione.

Il programma prevede degustazioni masterclass alle 17 e alle 19 e una degustazione aperta al pubblico presso la Cantina San Michele-Appiano dalle 16 alle 22.

Sarà possibile non solo degustare i migliori Pinot Bianco provenienti da Italia, Germania, Austria, Svizzera e Francia ma anche conoscere di persona i produttori e ottenere informazioni direttamente da chi crea i migliori Pinot Bianco d’Europa.

“Si tratta di un’occasione unica – evidenzia ancora Hans Terzer – che solo Spatium Pinot Blanc è in grado di offrire nel panorama europeo. La manifestazione fornisce una panoramica a 360 gradi sul mondo del Pinot Bianco, permettendo agli appassionati di approfondire le proprie conoscenze e diventare dei veri intenditori”.

FOCUS SUL VITIGNO
Il programma di venerdì mattina si rivolge principalmente ad un pubblico di esperti e specialisti. Illustri referenti internazionali esporranno le più recenti novità e risultati scientifici che riguardano il Pinot Bianco e vaglieranno le nuove possibilità di posizionamento e commercializzazione di questo vino.

Tra i relatori di spicco presenti al convegno anche il critico di vini David Schildknecht (“Come può una varietà di nicchia conquistare la scena del mercato internazionale?”), la Master of Wine Madeleine Stenwreth (“Uno sguardo ai mercati del Nord, ai loro monopoli e al ruolo del Pinot Bianco oggi e domani”) e il Prof. Dott. Ulrich Fischer, direttore dell’Istituto per la Viticoltura ed Enologia del Centro Rheinpfalz.

Sarà lui a illustrare le linee guida più attuali per creare un migliore profilo qualitativo del Pinot Bianco. A seguire, una tavola rotonda durante la quale diversi rappresentanti del panorama vitivinicolo locale, nazionale ed internazionale discuteranno dei diversi stili del Pinot Bianco.

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Cantina Bolzano: nuovo sito produttivo “green” su 5 livelli

BOLZANO – Sarà ultimato entro la vendemmia 2018 il nuovo sito produttivo di Cantina Bolzano. Un edificio all’insegna del “green”. Riunirà in sé tutta la produzione, in località San Maurizio, alle porte del capoluogo dell’Alto Adige.

“Un immobile – assicura Cantina Bolzano in una nota – perfettamente integrato nella superficie collinare circostante, che sfrutterà la pendenza del suolo per realizzare il processo di lavorazione a caduta dell’uva e sarà la prima cantina cooperativa ad avere la certificazione CasaClimaWine®”.

Si tratta di “un progetto all’avanguardia, che unisce i principi di funzionalità e valorizzazione del vino a quelli di ecosostenibilità e tutela del paesaggio”.

L’UVA IN CADUTA LIBERA
Il nuovo edificio produttivo è strutturato su 5 livelli che permettono di sfruttare l’altezza per la produzione di vino. L’area di consegna è situata nel punto interrato più alto dell’edificio, in modo da assicurare una temperatura costante.

La maggior parte dell’uva viene consegnata in bins, che possono essere scaricati nei magazzini di stoccaggio interrati, dove la temperatura è naturalmente bassa o, al bisogno, in celle frigorifere. L’uva scende poi al livello inferiore tramite degli scivoli: qui le uve bianche vengono pigiate, pressate e proseguono poi verso i serbatoi d’acciaio dove avviene la fermentazione.

Le uve rosse invece, dopo la pigiatura, passano attraverso dei nastri direttamente in tini o in serbatoi d’acciaio di 1m x1m, le dimensioni ideali per permettere un maggiore contatto del mosto con le bucce e con i componenti presenti negli acini. I vini rossi vengono rimontati con il metodo del délestage con ridotto uso di pompe.

La lavorazione di tutte le uve avviene con la massima delicatezza per rispettare la consistenza della buccia. La cantina di affinamento è situata al piano interrato più basso, dove la temperatura è ideale e ospiterà botti da 5 mila litri, barrique e tonneaux, in cui verranno affinati per la maggior parte vini rossi, ma anche bianchi importanti.

L’aumento dello spazio di lavoro con il nuovo stabilimento, permetterà inoltre di valorizzare maggiormente le caratteristiche delle selezioni: i vari Cru saranno infatti lavorati in serbatoi separati per esaltare al meglio le proprietà di ciascuna zona di produzione.

“UN’OPERA SIMBOLO PER BOLZANO”
“La nuova Cantina Bolzano – evidenziano i titolari – darà la possibilità ai visitatori di fare tour guidati nella struttura. La grande terrazza panoramica permetterà di osservare i vigneti terrazzati con le Dolomiti sullo sfondo”.

Sarà possibile vedere la cantina di affinamento situata nel piano più interrato dell’edificio produttivo dove il vino riposa in botti, barrique e tonneaux.

L’enoteca sarà aperta ai visitatori che vorranno conoscere da vicino il lavoro della più grande cantina urbana dell’intero arco alpino.

L’intero edificio produttivo, i cui lavori sono già terminati, è costruito sotto il livello del terreno ed è coperto in superficie da terrazze dove verranno piantati dei vigneti, in modo da mimetizzare totalmente la struttura. L’unico edificio in superficie sarà la parte centrale.

Un prisma “che diventerà il simbolo della nuova Cantina Bolzano e che ricorda nel suo aspetto una foglia di vite”. In Italia, neppure troppo lontano dall’Alto Adige, una struttura simile si trova in Valpolicella: è Zýmē di Celestino Gaspari, allievo ed erede di Quintarelli.

La struttura del prisma sarà di vetro e lo strato esterno verrà costituito da foglie di vite stilizzate realizzate in lamiera traforata di alluminio color bronzo. 

LA PRIMA COOPERATIVA CERTIFICATA CASACLIMAWINE
Il nuovo edificio è in costruzione su una superficie agricola di circa 20 mila metri quadrati ed è stato costruito seguendo principi di sostenibilità all’avanguardia. Per rispondere ai requisiti di controllo della temperatura, che viene mantenuta costante tutto l’anno tra i 14°e i 16°, l’isolamento a cappotto è stato fatto in tutte le aree vicine alla superficie, il soffitto e le pareti laterali della cantina sono isolate fino ad una profondità di tre metri.

La ventilazione degli ambienti sotterranei è garantita da un sistema a quattro pozzi di ventilazione con aperture controllabili che sono regolate in funzione della temperatura interna ed esterna: è possibile sfruttare l'”effetto camino” e mantenere la ventilazione senza ventilatori ausiliari quindi con nessun consumo di energia elettrica.

L’energia termica necessaria per il processo di riscaldamento dell’acqua si ottiene grazie a un impianto a pellet completamente autonomo, supportato in caso di guasto da una caldaia a gas. L’acqua refrigerata necessaria per il raffreddamento di ambienti e serbatoi viene prodotta con moderni chiller a CO2.

Il calore scartato dalla produzione di freddo e di aria compressa, viene utilizzato per la produzione di acqua calda, riducendo del 45% il consumo energetico per la sua produzione. Negli spazi di lavoro e di accoglienza saranno garantiti un alto comfort microclimatico e acustico, accompagnati da un’elevata qualità dell’aria e da un uso ottimale della luce naturale. La nuova Cantina Bolzano sarà la prima cantina cooperativa ad ottenere la certificazione CasaClimaWine®.

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Vini al supermercato

Luca Maroni, punteggi astrali ai vini Schenk di Md Discount: meritati?

Fiano del Salento Igt passito 2016 Galadino. E Croatina Provincia di Pavia Igt 2016 Cantina Clairevue. Cos’hanno in comune questi due vini in vendita negli Md discount? Entrambi si sono aggiudicati 96 dei 99 punti sulla scala di valutazione del noto critico Luca Maroni, autore dell’Annuario dei Migliori Vini Italiani.

“Galadino” e “Cantina Clairevue”, inoltre, sono due linee del colosso Schenk Italian Wineries di Ora (Bolzano), che figura sulle retro etichette come Casavin. Schenk imbottiglia sia il Fiano sia la Croatina pavese, prodotta tuttavia dal Consorzio Vitivinicolo Piemontese-Lombardo-Veneto, con sede a Pavia.

Come accade sempre più spesso, è su richiesta degli attenti lettori di viniasuper che ci siamo spinti nella degustazione di questi due vini. “Sono stati recensiti bene da Luca Maroni, voi cosa ne pensate?”, ci scriveva Giacomo, il 24 gennaio scorso.

Una domanda che ci inorgoglisce. Consci che, nella giungla del web, sia passato il concetto che i degustatori di vinialsuper non abbiano padroni. Lungi da noi, al contempo, giudicare il giudice.

Ma questo è quello che pensiamo di due etichette, il Fiano e la Croatina, in vendita da Md discount rispettivamente a 4,99 euro e 2,99 euro. Punteggi meritati quelli assegnati da Luca Maroni?

FIANO DEL SALENTO IGT PASSITO 2016, GALADINO
(5 / 5) Giallo dorato limpidissimo, nel calice, questo Fiano del Salento Igt ottenuto da uve leggermente appassite. Al naso l’impronta netta di questa tecnica, che consiste nel raccogliere le uve leggermente in ritardo rispetto alla completa maturazione. Con la conseguente presenza di una maggiore concentrazione zuccherina negli acini.

Dunque frutta esotica (melone giallo e ananas su tutti), ma anche pesca a polpa gialla matura, papaya e banana, uniti a richiami salini e vegetali importanti. Passiamo all’assaggio, insomma, dopo un’analisi olfattiva davvero suadente.

L’ingresso in bocca rispetta le attese: morbido, sulla scia dei sentori di frutta matura avvertiti all’olfatto. Poi, questo Fiano sembra vivere un moto d’orgoglio. Accendendosi di un’acidità calda e regalando, infine, una chiusura dominata da piacevolissime note a metà tra il salmastro e il fruttato maturo di banana.

Bel vino, insomma. Soprattutto nel rapporto qualità prezzo. Se “la qualità del vino è la piacevolezza del suo sapore, ovvero la sua fruttosità”, assunto da cui prende il via il metodo di valutazione dei vini di Luca Maroni, anche noi di vinialsuper ci troviamo perfettamente in linea con la valutazione di 96/99.

CROATINA PROVINCIA DI PAVIA IGT 2016, CANTINA CLAIREVUE
(2,5 / 5) Rosso carico con riflessi violacei impenetrabili per questa Croatina che, all’esame visivo, mostra una certa consistenza. Al naso, il piatto forte non è certo l’eleganza. Ma da un vitigno ruvido come questo, e per 2,99 euro, si può anche non aspettarsela.

Il punto è che naso e bocca paiono piuttosto corrispondenti. Frutti rossi come amarena e mora vengono sotterrati da richiami di cuoio, tabacco e incenso, pesanti come macigni. L’ossigenazione fa guadagnare qualcosa a questa Croatina, che pare davvero molto chiusa in se stessa.

Interessante, forse, riassaggiarla tra qualche anno. Ma senza troppe velleità, al cospetto di un vino che lascia a desiderare in quanto a “consistenza” del sorso. Ingresso e beva esile, su cui si innesta – peraltro – una vena vagamente zuccherina, pensata forse per alleggerire la beva.

Una vena “bonardizzante”, per usare un neologismo, che certamente apprezza il consumatore medio. Il retro olfattivo è fruttato e presenta una chiusura leggermente speziata, con gli sbuffi di pepe nero tipici del vitigno.

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Approfondimenti

A Cantina Tramin la Notte degli Aromi

Sabato 12 agosto, dalle 18 alle 24, Cantina Tramin propone la “Notte degli Aromi”: una grande festa dei sapori sotto il cielo di Termeno, in provincia di Bolzano.

La Casa del Gewürztraminer aprirà le proprie porte per offrire una proposta di specialità gastronomiche e una selezione di vini abbinati ad ogni piatto con un ristorante all’aperto che proporrà un menu speciale preparato con prodotti di mare e di montagna.

A ciascun piatto sarà abbinato un vino di Cantina Tramin: Moriz Pinot Bianco 2016 con insalata di pesce di mare con funghi, mela e chips di polenta; Blauburgunder Pinot Nero 2016 con tartare di vitello, mela Kanzi e pane integrale; Selida Gewürztraminer 2016 con gnocchetti di patate con gamberi, verdura e salsa piccante; Schiava Freisinger 2016 con ravioli di farro ripieni all’anatra su funghi misti; Pepi Sauvignon 2016 con salmone Alaska su crema di piselli, olio alla menta e patate croccanti; Cuvée Cabernet-Merlot Rungg 2015 con medaglione di cervo con nocciole, crema di sedano e frutti di bosco e per finire Roen Gewürztraminer vendemmia tardiva 2015 con Strudel di mela, mousse alla panna agra, cioccolato e uva secca al rum.

Ad accompagnare la serata musica Jazz/Soul con Jenni Williams & The Experince, dal tramonto a mezzanotte. Il costo di partecipazione è di 9,50 euro a piatto, compreso l’abbinamento con il vino degustato; 6 euro senza vino. Sarà inoltre possibile degustare tutti i vini della cantina al costo del singolo calice.

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Schenk Italian Wineries: fatturato a 108 milioni

“Il 2016 è stato per noi un anno più che positivo e i dati confermano che abbiamo intrapreso la strada giusta. Il forte legame col territorio, sempre più al centro del nostro percorso, unito all’impegno e alla professionalità di tutto il nostro personale, ha contribuito a rendere Schenk Italian Wineries un gruppo solido e strutturato, in grado di competere sul mercato esprimendo al meglio le potenzialità dell’Italia del vino attraverso prodotti che sempre più conquistano consensi nel mercato interno e all’estero”.

Così Daniele Simoni, Amministratore Delegato Schenk Italian Wineries, commenta i ricavi consolidati al 31 dicembre 2016 del gruppo di Ora (BZ), pari a 108,3 milioni di euro. Un incremento del 7% rispetto ai 100,5 milioni registrati nell’esercizio precedente.

Significativi i dati di crescita dell’export (+9,3%), pari a 80,1 milioni di euro rispetto ai 73,3 milioni del 2015. L’export, che rappresenta il 74% del fatturato totale, risulta trainato soprattutto dalle ottime performance sia del mercato europeo, che di quello nordamericano (Stati Uniti e Canada). Bene anche il mercato domestico, dove Schenk Italian Wineries registra ricavi pari a 28,2 milioni rispetto ai 27,3 milioni al 31 dicembre 2015, con un incremento pari al 3,6%. In netta crescita anche il numero delle bottiglie vendute, che raggiungono i 57,3 milioni di unità rispetto al 31 dicembre 2015, quando erano pari a 55,2 milioni.

LA STRATEGIA
Schenk Italian Wineries ha da poco siglato un importante accordo di partnership strategica con CDA (Consorzio Distributori Alimentari), riferimento italiano nel comparto del beverage di primaria importanza focalizzato sul mercato Horeca, che conta 100 aziende associate, una rete di oltre 83 mila esercizi distribuiti su 104 provincie, circa 6000 brand gestiti e oltre 9,5 milioni di ettolitri distribuiti all’anno.

“L’accordo di partnership strategica con CDA – prosegue Simoni – ci darà la possibilità di penetrare in un segmento di mercato, quello Horeca, tra i più competitivi,ampliando ulteriormente il nostro business in modo capillare. Confidiamo infatti di chiudere il 2017 con una crescita a doppia cifra, continuando a raccogliere i frutti di un lungo percorso evolutivo che ci ha condotti fino ad oggi, grazie anche alle collaborazioni poste in essere dal nostro staff di agronomi ed enologi con produttori locali di alto livello, insieme all’acquisizione delle cantine Bacio della Luna a Vidor – Valdobbiadene (Treviso) nel 2011, e Lunadoro a Valiano di Montepulciano (Siena) nel 2016. Al momento stiamo inoltre vagliando ulteriori opportunità di espansione e alcuni progetti di acquisizione sono in fase di studio, opportunità queste che danno nuovo impulso al nostro progetto e ci permettono di guardare al futuro con fiducia”.

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Vini al supermercato

Muller Thurgau Igt Venezie frizzante Von Steeiger, Cantine Ora Bolzano

(2,5 / 5) Spuma corposa, che si dissolve in qualche secondo. Grana della “bollicina” mediamente fine, su uno sfondo giallo paglierino intenso, luminoso. Di primo acchito non sembra male il Muller Thurgau Igt delle Venezie frizzante a marchio Von Steeiger: imbottigliato dalle Cantine di Ora (Schenk Italia) in provincia di Bolzano, viene prodotto dal colosso Effe.Ci. Srl, con sede legale presso Strada Nuova Naviglio 6, a Parma.

Una delle “big” del panorama della distribuzione vinicola italiana, che in Iper – la grande I opera anche con il marchio Jean Paul Roble. Facciamo un passo indietro, fondamentale per capire il “peso qualitativo” di questo vino sullo scaffale del supermercato: parliamo di un 100% Muller Thurgau del Triveneto, imbottigliato a Bolzano per conto di una Srl di Parma. Serve altro? Crediamo di no.

L’ANALISI
Dopo le prime (buone) impressioni all’esame visivo, il calice al naso si mostra con la semplicità attesa. Quella del vino da pasto, da tutti i giorni. Frutta bianca (pera) e gialla (pesca) accostate a sentori floreali freschi, compongono un bouquet lineare, che tenta di sovrastare un’impronta di solforosa piuttosto marcata. In bocca, il Muller Thurgau Igt delle Venezie frizzante Von Steeiger, nel confermare la propria semplicità, evidenzia un buono spunto minerale sapido. La persistenza di questo nettare è appena sufficiente. Vino bianco frizzante leggero – appena 11% la percentuale d’alcol in volume – da accostare a pasti non ricercati, adatto piuttosto ad aperitivi poco impegnativi.

Prezzo: 3,99 euro
Acquistato presso: Iper la grande I

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degustati da noi vini#02

A Vinea Tirolensis debutta il nuovo vino bianco di Thomas Niedermayr

Continua senza soste il lavoro di sperimentazione di Thomas Niedermayr sui vitigni “PIWI”, le varietà di uva naturalmente resistenti alle malattie fungine verso cui l’interesse di agricoltori e amanti del vino sta crescendo sempre più.

Mercoledì 26 ottobre, in occasione di Vinea Tirolensis, il salone dedicato all’enologia altoatesina all’interno della Fiera “Hotel” di Bolzano, il giovane viticoltore di Appiano sulla strada del vino (BZ) ha presentato in anteprima la sua ultima etichetta biologica nata dal Solaris, il vitigno Piwi maggiormente diffuso nella sua tenuta e vinificato per la prima volta in purezza.

IL VINO
Il T.N. 14 Solaris 2015 nasce da uve Solaris allevate in una vigna giovane a oltre 500 metri di altezza. Dopo una macerazione di un giorno a contatto con le proprie bucce, il vino ha riposato in acciaio fino a metà agosto, quando l’affinamento è proseguito in bottiglia.

“E’ un vino giovane e fresco – spiega Thomas Niedermayr – in cui il Solaris esprime in modo diretto le sue caratteristiche principali: intensi profumi fruttati e un gusto piacevolmente sapido. Il buon andamento dell’annata 2015 ha permesso di ottenere un’ottima struttura nonostante la giovane età della vigna, dimostrando il grande potenziale di questa uva nel nostro territorio”.

Di colore giallo paglierino vivace, il T.N. 14 Solaris ha profumi ben delineati di sambuco, uva spina, mela e ananas e una spiccata mineralità che ravviva un sapore pieno e armonico. Ideale da gustare con zuppe e primi piatti con condimenti di verdure, carni bianche e pesce.

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Vini al supermercato

Pinot Nero Sudtirol Alto Adige Doc 2013, Cantina Cortaccia

(5 / 5) Etichetta impegnativa per il pubblico non ‘germanofono’, quella del Blauburgunder Kurtatsch. Per chi mastica solo italiano, aiutano le scritte Pinot Nero (Blau burgunder, appunto) e Cortaccia (Kurtatsch), la cantina produttrice.

Disquisizioni linguistiche e di marketing del vino a parte, quel che conta è il contenuto. E il Blauburgunder Pinot Nero 2013 della cantina Kurtatsch, vale proprio la pena d’essere acquistato e stappato.

Si aggira tra gli 8 e i 9 euro, di fatto, il prezzo di questo prezioso nettare della Doc Sudtirol Alto Adige, sugli scaffali dei supermercati. E questo è il momento perfetto per assaporarne l’evoluzione in bottiglia, a tre anni dalla vendemmia e dall’immissione in vetro.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Pinot Nero Cortaccia 2013 si presenta del tipico rosso rubino. Meno trasparente, tuttavia, rispetto ad altri vini ottenuti dallo stesso vitigno. Al naso i richiami sono quelli attesi: sottobosco, piccoli frutti a bacca rossa e nera. Sentori intensi, fini, decisi ma delicati.

Un naso, dunque, che disegna un palato capace di confermare le attese: le note fruttate si mescolano a una sensazione di velluto che rende piacevole la beva. Alla delicatezza della frutta fa spazio un’acidità piacevole, rinfrescante. E una sapidità percettibile, ma dosata e pacata.

Una volta deglutito, il Pinot Nero 2013 di cantina Cortaccia si rivela lungo, su note  che si fanno vagamente speziate, ad accompagnare i frutti di bosco. Buon vino da meditazione, accompagna al meglio ricchi primi piatti e secondi di carne rossa, alla griglia o arrosto, oltre alla selvaggina e ai formaggi stagionati. La temperatura di servizio deve aggirarsi fra i 16 e i 17 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Tra i prodotto di punta della linea “Selection” di Cantina Cortaccia, questo Pinot Nero è ottenuto al 100% dalle omonime uve originarie dalle Borgogna francese, che da oltre un secolo hanno trovato una seconda, accogliente casa nei terreni del Sudtirolo.

In particolare, la zona produttiva si trova nel comune di Montagna, in località Gleno, provincia di Bolzano: uno splendido paesino situato a 500 metri sul livello del mare, ai piedi del Monte Cislon, il cui paesaggio è dominato da vigne e folti boschi. Il terreno è misto sabbioso e argilloso, caratteristiche che in bottiglia si traducono nel giusto compromesso tra una pronta bevibilità del prodotto e una complessità non banale.

La vinificazione del Pinot Nero Cortaccia prevede una fermentazione a temperatura controllata in vasche aperte e un successivo affinamento in legno grande, meno invasivo delle piccole barrique. Cantina Cortaccia conta oggi 190 soci, che coltivano 190 ettari di terreni, dislocati tra i 220 e i 900 metri di altitudine.

Prezzo: 8,90 euro
Acquistato presso: Il Gigante

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Vini al supermercato

Cabernet Sauvignon Riserva Alto Adige Doc 2012, Wilhelm Walch

[Usr 3,5]Torniamo sullo scaffale dell’Alto Adige, uno nel quale ci piace pescare il vino ogni tanto. Siamo in una delle regioni vinicole più piccole d’Italia, ma anche una delle più particolari, con vitigni che si allungano sui versanti che costeggiano l’Isarco e l’Adige, dai nevai fino alle pianure per una superficie vitata di poco inferiore ai 5300 ettari. Il vino, sotto la nostra lente di ingrandimento oggi, è prodotto dall’azienda Wilhelm Walch di Tramin in provincia di Bolzano: si tratta di un Cabernet Sauvignon Riserva Alto Adige Doc, annata 2012. Nonostante non sia giovanissimo, il suo colore è ancora rosso rubino violaceo, limpido e poco trasparente. Si presenta nel calice con una fluidità densa. Un vino elegante che al naso regala aromi intensi di frutta rossi e frequenti  richiami erbacei. Al palato è di corpo, morbido ed avvolgente. Un vino caldo, sono 13% i gradi di alcol in volume. Il sorso è invitante, la frutta si distende al palato su un tannino levigato, la sapidità è quasi impercettibile. Molto gradevole e beverino, di grande equilibrio anche se a sorpresa il finale è poco persistente. Il Cabernet Sauvignon Riserva Alto Adige Doc 2012 si presta ad un invecchiamento di 4-10 anni, ma riteniamo questa bottiglia in una fase matura. Un vino che si abbina a carne rossa, selvaggina e formaggio piccante. Lo consigliamo per una cena tra amici, perchè è un vino che per tipologia, con la sua morbidezza può soddisfare il palato di molti.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve 100% Cabernet Sauvignon vinificate in parte in botte di legno grande ed in parte in botte di legno Allier di 20h, botti i cui legni provengono dalle foreste del dipartimento di Allier facente parte del massiccio centrale della regione Alvernia-Rodano-Alpi. Il Cabernet Sauvignon è un vitigno di origine bordolese delle zone di Medoc e Graves. Varietà di uva longeva che spesso viene usata in assemblaggio con Merlot, Cabernet Franc dando appunto il nome al famoso taglio bordolese. Cabernet Sauvignon, come si intuisce deriva dall’origine del vitigno, figlio di un incrocio tra Cabernet Franc, vitigno a bacca nera e Sauvignon, vitigno a bacca bianca. L´azienda Wilhelm Walch a Tramin e´ una tra le aziende vinicole piú antiche e rinomate dell`Alto Adige, nasce addirittura nel 1869 . Da allora, cinque generazioni hanno contribuito alla buona riuscita dell’azienda familiare, che nei diversi periodi ha seguito concezioni ed impostazioni diverse, date dallo spirito del tempo e che si rispecchia sia nei vigneti e nel loro trattamento sia nella tecnica cantiniera. Ambedue hanno influenzato le scelte di mercato. e l´impostazione della vendita. Se negli anni remoti la meta era quella di una produzione di massa nei vigneti almeno in alcuni periodi, la nuova generazione oggi fa scelte quasi opposte, scegliendo la riduzione nella resa e porgendo la massima attenzione all´ottimizzazione del prodotto finale in bottiglia. Un catalogo molto variegato con prodotti che spaziano da bianchi come Gewurtztraminer, Chardonnay, Pinot Grigio ai rossi come Lagrein anche in versione rosata, al Lago di Caldaro o al classico Pinot Nero. Tutti prodotti distribuiti in diverse catene gdo della penisola.

Prezzo pieno: 8,90 euro
Acquistato presso: Tigros
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Gran colpo di Schenk Italian Wineries: acquisita Lunadoro e il suo vino Nobile di Montepulciano apprezzato nel mondo

Lunadoro, Azienda Agricola di Montepulciano con 12 ha vitati per la produzione di Vino Nobile di Montepulciano, già apprezzata da Robert Parker, Wine Enthusiast, Gambero Rosso, Veronelli con recensioni molto lusinghiere, è stata acquisita nei giorni scorsi da Schenk Italian Wineries, una tra le più rilevanti realtà vinicole nello scenario nazionale, con sede a Ora (BZ), classificata ad aprile 2016 da Mediobanca al 15° posto come società vinicola italiana per i fatturati 2014-2015. ”L’Azienda Agricola Lunadoro ha sede in una delle regioni vinicole italiane di maggior fascino e successo che non finisce mai di stupire ed emozionare: la Toscana – commenta Daniele Simoni, amministratore delegato di Schenk Italian Wineries. Questo brand ci aiuterà a soddisfare la domanda mondiale crescente di vini di qualità superiore e rappresenta un vero fiore all’occhiello sia per noi sia per l’intero Gruppo Schenk, che potrà così ampliare ulteriormente la gamma di prodotti europei ad alto valore aggiunto”. ”Siamo orgogliosi di poter annoverare nel nostro portfolio una realtà così prestigiosa – aggiunge Simoni. Da diversi anni stiamo investendo in aziende agricole situate in zone particolarmente vocate e suggestive, con l’obiettivo di poter offrire prodotti di qualità sempre maggiore come espressione sincera del territorio, delle sue tradizioni e della sua cultura”.”Schenk, fino ad oggi conosciuto in tutto il mondo come gruppo leader tra gli esperti del vino – conclude Daniele Simoni – sempre più ora si sta affermando come grande e consolidata realtà europea in grado di produrre vini eccellenti da territori blasonati sia in Italia, come è il caso di Lunadoro e Castello di Querceto in Toscana o Bacio della Luna in Veneto, sia all’estero con l’acquisizione di marchi prestigiosi come Henri Badoux (Aigle Les Murailles) in Svizzera e Chateau d’Aigueville nella Valle del Rodano, innalzando ulteriormente il proprio posizionamento sul mercato dei beni di lusso”. Schenk Italian Wineries, fondata nel 1952 a Reggio Emilia come Schenk Italia, rappresenta una tra le maggiori aziende vinicole dello scenario italiano. Nel 1960 la sede è stata spostata a Ora con l’intento principale di lavorare vino sfuso. Oggi, con l’acquisizione di marchi prestigiosi sul territorio nazionale puntando soprattutto su prodotti di alta qualità in Veneto, Piemonte, Toscana, Abruzzo e Sicilia, diventa Schenk Italian Wineries, una realtà produttrice di primo livello. Gli addetti complessivi, considerati tutti i brand italiani, sono oltre 100, per una produzione totale di oltre 55 milioni di bottiglie ed un fatturato 2015 di 104 milioni di euro. Schenk Italian Wineries fa parte del Gruppo Schenk, fondato in Svizzera nel 1893, una delle più grandi aziende vinicole a conduzione familiare in Europa con partecipazioni in Svizzera, Francia, Italia, Spagna, Germania, Benelux e Regno Unito.
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