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Birrificio 79: Brew firm di qualità

Matera, la città dei sassi. Matera, capitale europea della cultura 2019. Matera, nella sua immobile bellezza, è anche città brassicola. In via Beccherie, in pieno centro storico, proprio dietro la chiesa di San Francesco d’Assisi, si trova infatti Birrifcio 79.

IL BIRRIFICIO
Due fratelli, Vito e Domenico Ferrara, ed un amico, Eustachio Lapacciana. Domenico ed Eustachio, legati da profonda e ventennale amicizia sono entrambi classe ’79, anno cui si ispira il nome del birrificio.

L’idea di B79 parte da questi “giovanotti” innamorati del proprio territorio e delle sue peculiarità e dal loro “voler avviare un progetto imprenditoriale basato sulla valorizzazione di colture agroalimentari volano di uno sviluppo culturale complessivo del territorio lucano, con l’obiettivo di far emergere prodotti innovativi e potenzialità nascoste generatrici di benessere nell’accezione più ampia del termine”.

I primi esperimenti di home brewing (birra fatta in casa) partono nel 2006. Cinque anni dopo, nel 2011, in collaborazione col birrificio lucano Alba, nasce la prima birra imbottigliata, la prima ricetta di B79 destinata ad essere commercializzata.

Da allora è un crescendo che porterà alla costituzione, nel 2014, di Birrificio 79 con un progetto di “beer firm” (anzi meglio “brew firm”),  un birrificio senza impianto di produzione. Un modello di “azienda aperta”, snella ed elastica, capace di sviluppare un sistema di rete con altre realtà (prima fra tutte quella con il birrificio Alba di Felice Curci) per cogliere e valorizzare le caratteristiche del territorio della Basilicata.

Forte attenzione alle materie prime. Selezione dei migliori malti lucani ed internazionali col desiderio di coniugare il “locale” col “globale” nella continua ricerca della qualità. Selezione attenta dei luppoli per creare una propria identità di “birra”. Questi gli ingredienti della produzione di B79.

Appoggiati al bancone, chiacchierando amabilmente con Domenico che si dimostra appassionato e disponibile, abbiamo avuto modo di degustare alcune delle più interessanti produzioni di B79.

LA DEGUSTAZIONE
Eustakiainer. Weizen da 5,0%. Colore biondo chiaro pallido ed opalescente, caratteristico delle birre prodotte con malto di frumento. La schiuma bianca è fine, compatta e non eccessiva. Al naso è fruttata con note di frutta bianca (pesca e banana) ed una leggera vena citrica. In bocca è scorrevole con una piacevolissima acidità che invita al sorso. Finale armonico.

Mater. American Pale Ale da 5,6%. Malti inglesi e luppoli aromatici per questa birra ambrata con un bel cappello di schiuma fine. Profumi floreali e leggermente agrumati. Piena ed amara in bocca ma non stucchevole. Finale pulito.

oG79. Tripple da 9,0%. Tipicamente belga nello stile si presenta con un bel colore dorato carico e schiuma bianca piuttosto persistente. Speziata nei profumi si rivela dolce al sorso con note che ricordano la frutta esotica. Il finale è sorprendentemente secco, pulito e non particolarmente persistente , cosa che dona alla birra una “pericolosa” scioltezza nella beva.

Black Lake. Stout da 6.2%. Nera con schiuma persistente. Complessa al naso. Immediate le forti note di tostatura fra le quali si distinguono bene caffè e cacao con una leggera nota di liquirizia. Seguono agrumi e mosto cotto. Sul fondo si percepiscono note di frutti rossi. In bocca la carbonazione sposa la tostatura, la mitiga e rende percepibili al palato le altre note dando completezza e soddisfazione al sorso. Finale amaricante e persistente.

Birra del Notaio. IPA da 6,5% “sui generis”. Si presenta di bel colore ambrato scuro, inusuale per lo stile. Ci spiega Domenico che in questa ricetta ha voluto “metterci del suo” per creare un prodotto non banale, accostando materie prime locali ad un luppolo neozelandese. Il risultato è nel bicchiere. Una birra il cui aroma vira sul balsamico con note resinose e legnose bilanciate da una nota fresca di pompelmo.

BIRRIFICIO, BEER FIRM O BREW FIRM ?
Abbiamo detto che Birrificio 79 è un “beer firm” (più precisamente un “brew firm”), ma cosa significa esattamente? Cominciamo col dare con precisione le dimensioni del fenomeno “birrificio” e “beer firm”. Le realtà brassicole artigianali censite ad oggi in Italia sono 1.409 (dati microbirrifici.org), di cui 176 risultano chiuse o con produzione sospesa. Delle 1.233 realtà in attività ben 418 sono beer firm, pari al 33.9%. Come a dire che una birra artigianale su tre è figlia di un beer firm. Un fenomeno importante che merita attenzione.

Il termine beer firm identifica quelle realtà che non possiedono un proprio impianto di produzione e che quindi commissionano la produzione ad un birrificio vero e proprio. La definizione di beer firm può dare, e da, adito ad equivoci ed a critiche.

Vi sono infatti beer firm che commissionano ad un birrificio tanto la produzione quanto lo sviluppo della ricetta limitandosi a commercializzare quella birra con proprio marchio, allo stesso modo delle “privat label” della GdO. Questi beer firm in genere non hanno competenza in merito a materie prime e conduzione d’impianto.

Ecco perché è doveroso utilizzare il termine brew firm per identificare quelle realtà che, come Birrificio 79, sviluppano in proprio un ricetta secondo la propria esperienza e le proprie idee e la producono su di un impianto di terzi (in genere un altro birrificio artigianale) affittando l’impianto stesso e mettendoci mano personalmente, in accordo col mastro birraio proprietario, ed adattando la ricetta alla sala cotta a disposizione.

Questo approccio, se ben gestito, consente vantaggi sinergici tanto per il brew firm che può permettersi di sviluppare la propria impresa senza sobbarcarsi da subito il costo di dimensionamento, acquisto e realizzazione di un impianto, quanto per il birrificio che può così aumentare la produttività saturando le risorse. Ecco spiegata l’idea di “azienda aperta” e di “sviluppo di rete” messo in atto da Birrificio 79 (e da molte altre realtà Italiane).

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Birrificio Birfoot di Matera: il coraggio di fare birre buone

Come dice Rocco Papaleo in un noto film “Si, la Basilicata esiste. Esiste! È un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi. Io credo nella Basilicata.” È vero. E non solo esiste ed è una terra affascinante, ma esiste anche una Basilicata brassicola.

Undici le realtà birraie presenti nella regione (dati Microbirrifici.org). Oggi vi raccontiamo il Birrificio Birfoot di Matera, nato ad ottobre 2016 per mano del giovane mastro birraio Giovanni “Uacezza” Pozzuoli (leva 1992).

IL BIRRIFICIO
Giovanni, dopo lunga esperienza come home-brewer, stage in birrifici e il conseguimento di diverse qualifiche professionali, ha preso coraggio e ha aperto il proprio micro birrificio. Con l’obbiettivo di esternare la propria passione per la buona birra.

Capacità produttiva di sette ettolitri, cura manicale per i dettagli, attenta selezione delle materie prime: questi gli elementi fondanti, i “core assets”, di Birfoot. Infatti, chiacchierando con Giovanni, emerge quanto lui sia consapevolmente convinto che “solo curando in modo rigoroso ogni singola fase del processo produttivo si possa ottenere e replicare un prodotto di qualità”.

Badare alla freschezza di tutte le materie prime selezionandole con attenzione diviene così un must irrinunciabile. Tre al momento le birre prodotte e commercializzate da Birfoot: una Blanche, una Apa ed una Strong Ale. Le abbiamo degustate tutte e tre.

LA DEGUSTAZIONE
Albus. Blanche da 4,8%. Nella ricetta anche scorze d’arancia, coriandolo e pepe rosa. Colore giallo paglierino scarico, leggermente velata. Schiuma bianca fine e persistente.

Al naso è fresca ed agrumata, semplice quel tanto da invitare subito alla beva e complessa quel poco da creare un bella aspettativa. In bocca è scorrevole, la spiccata carbonazione non è fastidiosa e la rende setosa al tatto. Emergono le note dolci dei cereali, la leggera speziatura ed ancora un sentore di agrumi.

Finale mediamente persistente, fresco. Unico difetto, ma davvero piccolo piccolo, l’acidità non è molto sostenuta visto la tipologia di birra. Un poco in più avrebbe contribuito positivamente alla sensazione di freschezza. Nel complesso un buon prodotto.

Hop Jungle. American Pale Ale da 5,4%. Giallo dorato carico con riflessi che tendono all’aranciato. Schiuma abbondante, bianca e molto persistente.

Al naso è intensa. La luppolatura (ci dice Giovanni che sono stati utilizzati luppoli tedeschi ed americani) dona piacevoli profumi floreali ed una leggera nota agrumata cui si affiancano piacevoli sentori di frutta esotica matura. In bocca l’effervescenza è moderata e lega bene col gusto secco e pulito della birra. Sul finale, di media persistenza, emergono le gradevoli note amare tipiche dello stile.

Aztec. Strong Ale da 7.4%. Di ispirazione inglese si presenta con un bel colore ambrato, carico e luminoso, ed una schiuma fine e compatta. Complessa al naso con note di caramello e di frutta matura che lasciano presagire morbidezza al palato.

L’assaggio conferma l’intuizione del naso; è corposa e morbida con delicate note maltate e fruttate che portano il sorso verso una dolcezza non eccessiva, tipica per lo stile così come la lieve carbonazione. Buona persistenza.

Tre prodotti ben riusciti, in grado di coprire una buona gamma di gusti. E un produttore giovane, che non ha puntato sull’effetto moda delle “Ipa”, sviluppando invece birre con una propria identità e in grado di legarsi anche alla cucina del territorio. Albus, Hop Jungle e Aztec possono infatti accompagnare trasversalmente la tavola, dalle crudità di mare ai piatti di carne insaporiti alle erbe, dalle verdure fritte ai salumi più saporiti.

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