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degustati da noi vini#02

Franciacorta Docg Dosaggio Zero 2018 “Naturae”, Barone Pizzini

Franciacorta Docg Dosaggio Zero 2018 Naturae, Barone PizziniIl Franciacorta Docg Dosaggio Zero 2018Naturae” di Barone Pizzini è uno degli spumanti della Guida Top 100 Migliori vini italiani 2023. Chardonnay (60%) e Pinot nero (40%). Vista esemplare, in linea con le punte di qualità assoluta ormai espresse dalla denominazione, su cui non occorre soffermarsi. Primo naso su frutta polpa gialla e impronta terziaria (mou, caffè, toffee). In bocca gran bella verticalità d’agrume, sorretta da tanta materia. Vino di carattere, che chiama il piatto.

Guida top 100 – 2023

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Franciacorta Docg Satèn 2016, Barone Pizzini

Il Franciacorta Docg Satèn 2016 Barone Pizzini è uno degli spumanti Metodo classico presenti nella Top 100 Migliori vini italiani 2022 di WineMag.it. Alla vista si presenta di un giallo paglierino e rivela un perlage fine, persistente.

Un Satèn di estrema ricchezza ed eleganza, simbolo fulgido di quanto lo Chardonnay possa raggiungere punte di eccellenza assoluta anche nella formulazione del Satèn, tipologia notoriamente relegata a canoni di “setosa” morbidezza ed avvolgenza.

Le note iodate, saline e cremose risultano in perfetta fusione con quelle tostate e fruttate-agrumate. A colpire è proprio la preponderanza dei sentori minerali, salini, freschi, d’arancia e pompelmo rosa. Frutta estremamente croccante e, al contempo, di grande concentrazione nel Franciacorta Docg Satèn 2016 di Barone Pizzini.

Bocca felpata da un perlage cremosissimo, che accompagna il sorso sino alla chiusura asciutta. Nella preziosa gamma della cantina di Provaglio d’Iseo (BS), un vino da non perdere. Pezzo da novanta, anche nel rapporto qualità prezzo.

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Curtefranca a picco, Igt Sebino in ripresa: arrancano i vini fermi della Franciacorta

ERBUSCO – Cenerentola e le sorellastre. La bella al ballo di mezzanotte. Col principe. E le figlie della matrigna a casa. Ad aspettare giorni migliori. Tocca scomodare il celebre romanzo di Charles Perrault per trovare un’immagine capace di rappresentare Curtefranca Doc ed Igt Sebino, i cui bianchi e rossi fermi arrancano in Franciacorta, al cospetto della regina delle bollicine italiane.

Per il Curtefranca, in particolare, si può parlare di una vera e propria Waterloo. I dati forniti dall’ufficio tecnico del Consorzio a WineMag.it (l’Osservatorio Economico si occupa solo del Metodo classico) parlano chiaro. Dal 1995 al 2018, la produzione è calata a 874 mila bottiglie, da una base di oltre 2,2 milioni.

La cifra risulta ancora più significativa se si considera l’anno record per il Curtefranca. Nel 2005, allo scoccare del decennale dal riconoscimento della Doc, furono prodotti oltre 4,5 milioni di bottiglie (1,8 di bianco e 2,6 di rosso).

La luce sugli assemblaggi di Chardonnay, Pinot Nero, Pinot Bianco, Carmenere, Cabernet franc, Cabernet Sauvignon e Merlot, si è spenta l’anno successivo. È nel 2006 che inizia il tracollo dei vini fermi franciacortini, sino ai minimi storici attuali. Inutile pure il flebile accenno di ripresa, a cavallo tra il 2007 e il 2008.

BRESCIANINI: “MAI SMESSO DI INVESTIRE”

“La Franciacorta è un piccolo territorio – commenta Silvano Brescianini, presidente del Consorzio (nella foto) – e la sua superficie vitata è di poco superiore ai 3 mila ettari. Come noto non è facile ottenere i diritti e la autorizzazioni per piantare nuovi vigneti. Molti produttori hanno optato a favore del Franciacorta, in quanto è il vino più rappresentativo e la più nota espressione del territorio”.

“I vini fermi – continua il numero uno del Consorzio – hanno avuto storicamente come mercato di sbocco il Bresciano e negli ultimi anni si è vista una forte specializzazione provinciale.

Tra i bianchi, oggi il Lugana è il più rappresentativo. Anche gli altri vini locali hanno incrementato la loro presenza, come ad esempio Valtènesi per i rosati, Botticino e Montenetto per i rossi”.

Le ragioni del tracollo del Curtefranca, dunque, sarebbero da ricercare nel successo crescente delle vicine Denominazioni, forse più capaci di proporre sul mercato vini moderni e in grado di incontrare il gusto dei consumatori.

Nulla a che vedere, sempre secondo Brescianini, con una precisa scelta di un Consorzio di Tutela ormai universalmente riconosciuto per il proprio Metodo Classico, spumante prodotto con la stessa tecnica dello Champagne. “Ogni associato – ricorda il presidente dell’ente di Erbusco – sceglie liberamente cosa produrre”.

“Sicuramente – aggiunge – la specializzazione verso il Franciacorta è stata importante ed è innegabile che i maggiori investimenti sono stati concentrati in quest’ambito. Non credo il problema sia credere o meno nei Curtefranca: abbiamo tutt’ora eccellenze molto ben posizionate a livello di prezzo anche fuori dall’Italia, ma certamente ci siamo specializzati e forse è giusto così”.

CURTEFRANCA DIMENTICATO ANCHE DALLA GDO

Eppure, la fotografia del Curtefranca offerta dalla Grande distribuzione organizzata è impietosa. Provare per credere. Decine di bottiglie delle tipologie bianco e rosso giaciono impolverate sugli scaffali di tutte le insegne in cui la Doc figura in assortimento, nel Nord Italia.

Il segnale che le rotazioni (ovvero le vendite) siano molto basse, è dato anche dalla presenza sul banco di diverse annate per la medesima etichetta. Il Curtefranca bianco di marchi noti per il Franciacorta, come Ferghettina e Castel Faglia, dimostra che un buon brand, da solo, non basta a garantire il successo nel mondo del vino.

Nella stessa fila, mal disposte, sono riscontrabili diverse bottiglie delle vendemmie 2014, 2015, 2016 e 2017, che risultano ormai “datate”, considerando le logiche della Gdo. Non va meglio ai Curtefranca rosso e al Sebino Igt “Riflesso” di Mirabella. Tipologie destinate , dunque a sparire, al supermercato come in enoteca?

“Credo piuttosto che diventeranno sempre più una nicchia“, risponde Silvano Brescianini. “Non abbiamo mai smesso di promuoverle e abbiamo costantemente supportato la denominazione Curtefranca, soprattutto a livello locale”.

“Ne è un esempio il progetto con il Giornale di Brescia: dopo il successo di qualche anno fa, abbiamo deciso di riproporlo per dare visibilità ai vini fermi, oltre che ai Franciacorta”, annuncia ancora il presidente del Consorzio.

LE SIRENE DI CAPRIANO DEL COLLE E DEL MONTENETTO

Sul fronte degli investimenti, incuriosiscono quelli effettuati da alcune note aziende franciacortine nei vicini areali di produzione di vini bianchi e rossi fermi, come quelli del Capriano del Colle Doc e del Montenetto di Brescia Igt, per il quale è stato avviato il processo di riconoscimento della Doc, nel 2018.

La stessa Barone Pizzini, di cui Brescianini è general manager, ha finalizzato a marzo 2019 l’acquisto dell’Azienda Vitivinicola La Contessa di Capriano del Colle (nella foto, sopra), proprietà di Alessia Berlusconi dal 2009. La cantina dell’area del Monte Netto si è così aggiunta al portafoglio della casa madre di Provaglio d’Iseo. Distante appena 32 chilometri.

“Indipendentemente da quelle che possono essere le scelte di alcuni – commenta Brescianini – sicuramente questo non rispecchia la strategia del territorio, che è di continuare sicuramente ad investire per l’innalzamento qualitativo della Franciacorta”.

I dati di produzione dell’Igt Sebino forniti a WineMag.it dal Consorzio

Un segnale positivo, in questo senso, viene dall’Igt Sebino, Indicazione Geografica Tipica il cui territorio copre l’intera Franciacorta. Sempre secondo i dati forniti dall’Ufficio Tecnico del Consorzio di Tutela, la produzione rivendicata nel 2018 è sostanzialmente raddoppiata rispetto al 2017, passando da 16 a 30 ettari.

Sono 2.193 i quintali di uve prodotte e rivendicate, da cui sono sono state prodotte 129.540 bottiglie. “Il Disciplinare – precisa il Consorzio di Erbusco – garantisce un ampio margine interpretativo di questi vini. Possiamo trovare interpretazioni anche molto diverse tra loro, da vini freschi e di immediata piacevolezza a vini particolarmente importanti e di grande personalità”.

I vini dell’Igt Sebino possono essere prodotti in quattro versioni (bianco, rosso, novello e passito) oltre che nelle tipologie recanti il nome dei vitigni Chardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Carmenere, Nebbiolo e Barbera. Le sorelle di Cenerentola, in Franciacorta, sono molte più di due.

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Franciacorta Docg Riserva 2011 non dosato “Bagnadore”, Barone Pizzini


Chi lo ha detto che arrivare “dopo” è peggio? Dopo oltre 70 mesi di affinamento in bottiglia, il Franciacorta Docg Riserva 2011 non dosatoBagnadore” è stato presentato in anteprima al Ristorante Viva della chef stellata Viviana Varese. Un’etichetta che Barone Pizzini ha saputo sapientemente attendere, immettendo sul mercato prima la vendemmia 2012.

Dire che ne è valsa la pena è poco. Bagnadore 2011 è un Franciacorta di grande schiettezza al palato. Teso, equilibrato. Capace di assicurare una lunghissima longevità. “Per noi un’annata strepitosa – commenta Silvano Brescianini, general manager di Barone Pizzini – che potremmo quasi dire fortunata. Ci aspettiamo grandi cose anche dall’annata 2016, alla quale per certi versi assomiglia la 2011″.

“Le favorevoli condizioni climatiche – continua Brescinini – hanno permesso l’ottenimento di basi spumante di eccellente qualità, tanto che viene concessa la riserva vendemmiale. Le condizioni si sono rivelate ottimali anche per la composizione acidica e la concentrazione del prodotto”.

Un successo, quello di Bagnadore 2011, legato secondo il manager di Barone Pizzini anche “ad una maturità aziendale che ci ha permesso di raggiungere degli ottimi risultati”. Risale allo stesso anno, inoltre, l’avvio della collaborazione con il professor Leonardo Valenti dell’Università di Milano (a sinistra nelle foto), in qualità di agronomo ed enologo.

Numerosi i riconoscimenti ottenuti da Bagnadore 2011 sulle guide Guide enologiche del 2020: 3 Bicchieri dal Gambero Rosso, 4 viti dell’Ais 5 Grappoli da Bibenda, tra i Migliori Spumanti da L’Espresso 2020, Vino Slow da Slow Wine, Corona da Vini Buoni d’Italia di Touring Club.

Un Franciacorta che va ben oltre il calice e l’etichetta. “Bagnadore – spiega Piermatteo Ghitti, amministratore delegato della Barone Pizzini – rappresenta e interpreta nel migliore dei modi la nostra filosofa aziendale. Siamo stati infatti i primi a produrre Franciacorta da viticoltura biologica certificata. Ma è anche un vino a cui sono particolarmente affezionato”.

“Questa Riserva – spiega Ghitti – nasce infatti per volontà di mio padre Pierjacomo, tra i fondatori della Barone Pizzini, con lo scopo di celebrare la nostra famiglia: siamo infatti detti i ‘Bagnadore’, dal nome del torrente che scorre accanto alla nostra dimora quattrocentesca di Marone, sul lago d’Iseo”.

LA VINIFICAZIONE
Ventimila le bottiglie prodotte per l’annata 2011, frutto di rigore e tanta pazienza, oltre che di una selezione accurata delle uve. La tecnica di vinificazione prevede un leggero passaggio in legno, ma soprattutto un prolungato affinamento e nessun dosaggio.

Bagnadore 2011 nasce dal sapiente matrimonio delle migliori uve Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%), provenienti da un unico vigneto: il Roccolo. Piante di oltre vent’anni, che godono dei benefici di una posizione spettacolare.

Si trovano infatti nei pressi di un bosco che mitiga il calore, garantisce un’ottima escursione termica e favorisce la biodiversità. Le uve vengono vendemmiate separatamente, pressate e affidate per 8 mesi alle barrique e altrettanti mesi in vasche inox, dove maturano prima di essere assemblate.

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Biodiversità significa vino di qualità. In Franciacorta il primo studio al mondo


PROVAGLIO D’ISEO –
E’ la differenza che passa tra una bellezza naturale e una costruita dal chirurgo. Da un ambiente sano e ricco di biodiversità, non ritoccato dai “ferri” della chimica, nasce un vino “naturalmente” buono.

E’ quanto conferma per la prima volta al mondo uno studio avviato in Franciacorta dall’Università della California di Davis, in collaborazione con il professor Leonardo Valenti dell’Università degli Studi di Milano. Un progetto avviato tra i vigneti di Barone Pizzini, azienda pioniera della sostenibilità in Italia, poi diffuso in altre aree vinicole del Paese.

Non a caso Barone Pizzini ha affidato all’enologo Valenti la presentazione dei primi risultati dello studio, in occasione dell’assaggio delle basi spumante 2018 della maison franciacortina. L’analisi dei terreni dei “cru” – oltre 40 quelli a disposizione di Barone Pizzini – dà infatti vita a micro vinificazioni, utili alla perfetta composizione delle cuvée.

Un approccio che avvicina la cantina bresciana ad alcune note realtà cooperative dell’Alto Adige, che da anni vinificano separatamente le uve dei propri conferitori, per arrivare al miglior blend. La marcia in più è costituita dall’attenzione alle diverse condizioni registrabili nelle micro porzioni di ogni singolo vigneto.

Un puzzle nel puzzle, che si traduce per esempio in scelte differenti sui livelli di pressatura delle uve del medesimo “cru”, da stabilire in base alle caratteristiche di “croccantezza” ed elasticità della buccia.

Sembra una cosa ovvia la connessione tra la vitalità del suolo e la qualità del vino – spiega Silvano Brescianini, direttore generale di Barone Pizzini e neo presidente del Consorzio per la Tutela del Franciacorta – ma in realtà non sempre questo viene considerato”.

“Per di più – sottolinea Brescianini – non esistono pubblicazioni ufficiali su questo tema. Dobbiamo essere dunque orgogliosi, come italiani, di essere stati i primi a lavorarci. E un grande merito va al nostro enologo, il prof Valenti, e al nostro agronomo, Pierluigi Donna”.

I PUNTEGGI DI BIODIVERSITÀ
“Quando una vite è in equilibrio con l’ambiente – spiega Leonardo Valenti – lo dimostra con un comportamento vegetativo corretto e una tendenza a generare uve di qualità. Non abbiamo fatto altro che analizzare i fattori alla base di questa correlazione, nel sottosuolo”.

Sono stati messi sotto osservazione i differenti appezzamenti di Barone Pizzini, ritenuti più o meno in grado, secondo le evidenze storiche raccolte in occasione delle diverse vendemmie, di produrre uve di maggiore o minore qualità.

Abbiamo dunque assegnato dei veri e propri punteggi di biodiversità ai diversi terreni – aggiunge Valenti – provando per la prima volta al mondo le precise assonanze tra i valori di vitalità del suolo e la qualità dei vini da esso prodotti. Il medico non tratta tutti i pazienti alla stessa maniera. Conoscere le caratteristiche di ogni singolo terreno ci aiuta a comprendere come aiutarlo naturalmente a produrre meglio”.

L’ASSAGGIO DELLE BASI E L’ERBAMAT

Dal campo alla bottiglia, insomma, il passo è breve. E promette benissimo l’annata 2018 di Barone Pizzini, sulla base degli assaggi delle basi spumante dell’ultima vendemmia. Si tratta di prelievi di “botte”, che andranno a comporre i Metodo Franciacorta passando per il tiraggio e la successiva sboccatura.

Le uve atte alla produzione di spumante – ricorda il professor Valenti – devono raggiungere un’immaturità matura. Potremmo anche definirla una ‘maturità adolescenziale’, di un giovane che ha un carattere abbastanza formato, anche se ancora malleabile”.

E’ così che lo Chardonnay del “cru” Roncaglia, utile alla produzione dell’etichetta “Animante” (20-30 mesi sui lieviti) rivela una buona acidità, equilibrata col resto del corredo. Sarà infatti “tirato” a breve.

Più torbida la base dello Chardonnay di Ronchi, che finirà nella cuvée del “Satèn” o del “Naturae”. Una storia a sé per questo vino, ottenuto grazie a una selezione di lieviti indigeni compiuta in un magazzino sterile di Barone Pizzini, fino a individuare – tra 10 diversi – quello più capace di garantire elevati standard qualitativi in fermentazione.

Ben 5, ovvero la metà, sono risultati “gravemente problematici”: una riprova che anche tra i lieviti indigeni delle uve occorre fare selezione, per evitare arresti fermentativi o altri problemi indotti. Un progetto che Barone Pizzini intende comunque estendere ad altri vigneti.

Altro campione altra base: lo Chardonnay del “cru” del Roccolo è perfetto per il Franciacorta Riserva “Bagnadore”, prodotto di punta della cantina bresciana. Si tratta infatti delle ultime uve raccolte nel comprensorio aziendale.

Una maturazione più lenta che garantisce l’ottenimento di un vino base di potenza, struttura e maturità, grazie ad un accumulo di zucchero che non penalizza l’uva in termini di acidità e ph.

Non a caso le radici affondano in un suolo misto, dove parti profonde e sottili si mescolano. Una situazione simile a quella della fascia centrale della Borgogna, dove si trovano appunto i preziosi Grand Cru e i Premier Cru.

Tra gli assaggi più significativi anche quello dell’Erbamat, l’autoctono riscoperto da Barone Pizzini ed entrato ufficialmente tra i vitigni del Franciacorta dalla vendemmia 2017, con un massimo del 10%.

Un vitigno che dà vita a vini duri, ma dotati al contempo di una certa aromaticità, avvertibile nel retro olfattivo. In Italia può essere paragonato solo alla Durella, l’uva “tosta” con cui si produce il Metodo classico dei Monti Lessini.

“Il campanello d’allarme delle caldissime vendemmie 2003 e 2007 – spiega Silvano Brescianini – ci ha spinto ad interrogarci ancora più seriamente sui cambiamenti climatici. Tra le 18 varietà autoctone disponibili per la Denominazione abbiamo scelto l’Erbamat. Una scelta dovuta al fatto che matura 6-8 settimane dopo lo Chardonnay e mostra un’acidità malica elevata, oltre ad essere citata dall’agronomo bresciano Agostino Gallo già nel 1564″.

Barone Pizzini ha iniziato a reimpiantarlo nel 2008 in località Timoline (vigneto Prada). Nel 2011 le prime prove di vinificazione e nel 2016 i nuovi vigneti, per aumentare la massa critica. La cantina di Provaglio di Iseo, assieme a Berlucchi, detiene oggi la nursery dell’Erbamat.

Ci vorrà del tempo per capire se la sperimentazione avrà avuto gli effetti sperati – evidenzia ancora Brescianini – ma di sicuro avere un vitigno così sul territorio ci consente di presentarci all’estero con una storia autentica e di territorio da raccontare, oltre ai vantaggi garantiti dalle caratteristiche di questa uva”.

Secondo l’enologo Leonardo Valenti, la quota perfetta di Erbamat nella cuvée del Franciacorta è tra il 20 e il 25%, meglio se con Chardonnay e Pinot Noir. Sorprendenti, appunto, anche gli assaggi di Pinot Nero della vendemmia 2018 di Barone Pizzini: potenti, salini e dotati del giusto apporto di frutto.

Quel che è certo è che tutti i Franciacorta della cantina di Provaglio d’Iseo siano “ipocalorici”, come piace definirli al direttore Silvano Bresciani. Ovvero sostanzialmente privi di percezioni zuccherine. La “coda” dolce della liqueur d’expedition è poco percettibile ed è semplice capire perché: il vino “più dosato” è il Satèn, che registra tra i 4 e i 5,5 grammi di residuo.

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Barone Pizzini acquista La Contessa di Capriano del Colle: focus sui vini rossi


CAPRIANO DEL COLLE –
Rotolando verso Sud. Barone Pizzini, azienda tra le più in vista della Franciacorta, ha annunciato ieri il suo ultimo investimento nella Bassa Bresciana. Si tratta dell’Azienda Vitivinicola La Contessa di Capriano del Colle (BS), proprietà di Alessia Berlusconi dal 2009.

Un’operazione che consolida la presenza di Barone Pizzini nella provincia di Brescia. La cantina dell’area del Monte Netto va infatti ad affiancarsi alla casa madre di Provaglio d’Iseo. Le due aziende sono separate tra loro da soli 32 chilometri.

Ma se in Franciacorta il focus è ovviamente quello dello spumante Metodo Classico (anzi, Metodo Franciacorta), a Capriano del Colle si producono principalmente vini rossi. Un segno evidente della scarsa “fiducia” con la quale molte aziende franciacortine affrontano il mercato, con i loro Curtefranca Doc.

La Denominazione di Origine controllata “Capriano del Colle”, di fatto, è ad oggi una scommessa. Con i suoi 68 ettari complessivi arroccati sul Monte Netto (in realtà una collina, il cui punto più alto raggiunge appena 133 metri sul livello del mare) la zona può diventare entro i prossimi 10 anni lo scrigno di una nuova enologia bresciana. Fondata, come un tempo, sui vini rossi fermi.

Potrà dare certamente il suo contributo un “brand” come Barone Pizzini, che ha già dimostrato di saper proporre vini di qualità anche lontano dalla Franciacorta. In Toscana, con Poderi di Ghiaccioforte, e soprattutto nelle Marche, dove è presente la consociata Pievalta, capace di firmare nobilissime etichette di Verdicchio dei Castelli di Jesi.

E tra le novità che potranno determinare il lancio definitivo dei vini della Bassa Bresciana c’è la decisione, già approvata da parte del Cda del Consorzio di Tutela, di cambiare il nome della Doc da “Capriano del Colle” a “MonteNetto”, più rappresentativo di un areale che comprende altri 2 Comuni oltre allo stesso Capriano: Poncarale e Flero.

LA NUOVA ACQUISIZIONE DI BARONE PIZZINI
In particolare, l’Azienda Vitivinicola La Contessa conta 8,5 ettari di vigneti attorno alla struttura della Cascina Colombaroli. Le varietà di uva presenti sono principalmente rosse.

Il vitigno coltivato maggiormente è il Marzemino, con cui La Contessa realizza attualmente “9.9”, il suo prodotto di punta.

Seguono Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Barbera, Sangiovese e Rebo, ottenuto dall’incrocio tra Teroldego e Merlot elaborato nel 1920 da Rebo Rigotti, ricercatore dell’Istituto Agrario di San Michele all’Adige.

Tra le varietà a bacca bianca sono presenti lo Chardonnay e il Trebbiano. Una produzione certificata biologica dall’estate 2014. A cinque anni, cioè, dall’acquisizione de La Contessa da parte di Alessia Berlusconi (nella foto), figlia di Paolo e nipote di Silvio Berlusconi.

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Franciacorta oggi, più che mai: viaggio nella Docg con 10 assaggi (+1) imperdibili


E poi arriva quel momento. Il momento in cui i grandi sono grandi e basta. Cavalli di razza. In quello stesso istante, lo sforzo dei gregari rischia di abbacinare il pubblico più dello slancio di chi taglia il traguardo per primo, da tempo. E’ il momento della manifesta superiorità poetica della sconfitta. È così che la Franciacorta rischia di finire oggi “fuori moda”. Almeno per qualcuno.

In un mondo del vino dominato dalla spasmodica (spesso ingiustificata) ricerca del nuovo e dell’esotico, il confortante abbraccio della costanza non risulta poi più così appagante, agli occhi di un consumatore sempre più simile a un avventuriero del gusto. Tutti pirati dei Caraibi. Nel gioco a chi la Sparrow più grossa.

L’area vinicola più vocata d’Italia per la produzione di spumante (quella che per anni è valsa per tutti l’accostamento agli inarrivabili Champagne) viene quasi snobbata dal winelover medio che finge d’essere un esperto. E così “Franciacorta deludente” is the new “Franciacorta inarrivabile”.

Chi gli preferisce Trento, chi l’Alta Langa. Mettendo però a confronto il top della produzione dei primi con bottiglie franciacortine di media fascia. Per la serie “bello vincere facile”, le degustazioni non sono (quasi mai) tenute alla cieca. Jingle, please.

In realtà la qualità media degli spumanti della Franciacorta, al netto dello sdoganamento commerciale operato da una Grande distribuzione che negli anni d’oro ha allargato gli scaffali degli spumanti come un’avida fisarmonica, è ancora altissima.

GLI STANDARD QUALITATIVI

Merito anche dei controlli serrati operati da un silenzioso quanto attivissimo Consorzio di Tutela, popolato da soci che collaborano e operano tutti nella stessa direzione, come le migliori corazzate.

Si parla di una media di 6-700 analisi organolettiche e di laboratorio annuali, con campioni prelevati direttamente nei negozi. Senza chiedere prima il permesso a nessuno.

Si verificano così parametri “vitali” per la Denominazione, come l’origine delle uve, i livelli di solforosa e dell’alcol in volume. Per le versioni rosé, un passaggio al cromo spettrometro è sempre d’obbligo. Chi supera la prova passa alle finalissime: le degustazioni alla cieca. Chi sgarra finisce segnalato all’Icqrf. Senza se e senza ma.

Una Denominazione, la Franciacorta, che è riuscita a superare anche la clamorosa e ormai palese inutilità delle Commissioni tecniche di degustazione. Come? Creandone una esclusiva per la zona, composta da esperti locali. Ma l’asticella della qualità si è alzata, nei decenni, anche grazie a un Disciplinare rivisto 4 volte in 20 anni.

“Oggi – ricorda Giuseppe Salvioni (nella foto sopra), ad del Consorzio per la Tutela del Franciacorta – siamo l’area vinicola con la produzione per ettaro più bassa al mondo e con il periodo di affinamento minimo necessario prima della commercializzazione più lungo. I controlli sono numerosi e i furbi li buttiamo fuori in due mesi”.

Non è un caso, insomma, se il Comité Interprofessionnel du Vin Champagne (CiVC) si interfaccia spesso proprio con la Franciacorta, quando cerca interlocutori internazionali, fuori dai gelosi confini della Francia.

I NUMERI E I MERCATI
In termini di cifre, il prezzo medio al pubblico di una bottiglia di “bollicine” bresciane si aggira attorno ai 19,60 euro ivati e ai 12,45 euro franco cantina (progressivo gennaio/ottobre 2018, +4%). Numeri confortanti anche dai venduti ufficiali: 17,4 milioni di bottiglie nel 2017. Un decennio fa, la Franciacorta si assestava sui 9 milioni, con Trento a inseguire a 8,5 (oggi a 10 milioni).

Numeri che il Consorzio punta a consolidare, anche grazie a una virata decisa sull’export in Paesi ritenuti chiave, a fronte di mercati meno redditizi. E’ il caso del Giappone, più semplice da penetrare grazie a una presenza meno pressante dei cugini d’Oltralpe. Le donne nipponiche, peraltro, amano sempre più l’italian style, specie nella sua versione Satèn.

Ma un occhio di riguardo, in questo 2019, sarà riservato anche a Svizzera (volumi raddoppiati in 3 anni) e Cina. Senza dimenticare gli Usa, dove a frenare gli acquisti sono le politiche internazionali e le decine di leggi che variano di State in State. Lo sforzo economico, da qui a fine anno, sarà ingente: 2 milioni di euro complessivi, di cui 750 mila da investire, appunto, Oltreoceano.

E in Italia? “Saremo concentrati nel miglioramento tecnico e nella formazione – risponde Salvioni – intensificando le collaborazioni con le Università di Milano, Brescia e Padova. Ma il miglioramento qualitativo passa anche dal campo. Forti investimenti sono in programma in questo 2019 sulla lotta integrata, nonché nella sperimentazione della varietà Erbamatt“.

Non finisce qui. “Tra i progetti c’è anche quello di rimettere mano alla zonazione – annuncia l’ad del Consorzio Franciacorta – con particolare cura rispetto alle Mga (Menzioni Grafiche Aggiuntive, ndr) sulla base delle microparticelle e dei reali toponimi delle aree, come leva di ulteriore valorizzazione delle specificità della zona”.

DIECI ETICHETTE DA NON PERDERE

Franciacorta Docg Dosaggio Zero millesimato 2012, Andrea Arici – Colline della Stella
80% Chardonnay e 20% Pinot Noir, sboccatura aprile 2018. Giallo paglierino piuttosto carico, perlage fine e persistente. Impronta minerale calcarea, netta. Un tratto distintivo dei vini di Andrea Arici. Ma qui c’è spazio anche per una vena di frutta tendente al maturo. Naso che si apre poi sulla liquirizia. Ingresso di bocca verticale e asciutto, su note agrumate e chiusura nuovamente minerale. Perfetto per chi ama i vini ricchi di spina dorsale.

Vsq “Tesi 1”, Barone Pizzini
Azienda bandiera della Franciacorta diretta dall’attuale presidente del Consorzio, Silvano Brescianini. Si tratta della prima prova (“Tesi 1”, appunto) col vitigno Erbamatt, che compone il blend al 60% (completano un 20% di Chardonnay e un 20% di Pinot Noir). Seimila bottiglie complessive in attesa di “Tesi 2” (40-30-30%), che sarà presto presentato, e “Tesi 3” (20-40-40) in commercio tra 4 anni.

In particolare, l’Erbamatt matura 6-8 settimane dopo lo Chardonnay ed è il vitigno “resistente” su cui sta puntando la Barone Pizzini (e, in generale, il Consorzio) per il futuro della Denominazione. “Tesi 1” (sbocc. maggio 2018) è un Franciacorta a cui l’Erbamatt dà una sferzata dura, aspra, che ricorda alcuni ottimi Metodo classico della Lessinia, base Durella.

Franciacorta Docg Biologico Satèn, Elisabetta Abrami
Chardonnay in purezza, come vuole il disciplinare. Naso tra i più intriganti della Denominazione, con un corredo erbaceo profondo e note talcate e mentolate che fanno da contorno alla tradizionale “crosta di pane”. Corrispondenza gusto olfattiva netta: uno dei Satèn più espressivi e di carattere in circolazione.

Franciacorta Docg Demi-sec “Nuvola”, Bersi Serlini
Uno dei migliori spumanti della tipologia “Demi-sec” in vendita al momento: più “Sec” che “Demi”. Si chiama “Nuvola”, forse perché è un nettare spensierato, eppure così “pensato” in ogni sua sfumatura. In realtà è un riferimento pirandelliano delle colte sorelle Chiara e Maddalena Bersi Serlini.

Ancor più di “Nuvola” stupisce il Franciacorta Brut Nature 2005 “Mia” di Bersi Serlini: un Metodo Classico che dimostra quanto il tempo faccia bene agli spumanti bresciani. Note evolute e al contempo freschissime per lo Chardonnay “Mia”, con agrumi e pasticceria che compongono la sinfonia perfetta, prima di una chiusura mielosa.

Franciacorta Docg Brut Nature, Enrico Gatti
Nato quasi per gioco, più di 10 anni fa, su richiesta di un cliente che ritirò tutte le bottiglie non dosate, vendendole nella sua enoteca in pochissimo tempo. Da allora, un must. Chardonnay in purezza fino al 2007, poi in blend con un 15% di Pinot Nero.

In particolare degustiamo la vendemmia 2015 (base), con sboccatura a febbraio 2018. Naso e bocca corrispondenti, su agrumi come il lime che accompagnano verso una chiusura minerale, salina e al contempo balsamica, con accenni di liquirizia.

Franciacorta Docg Brut “Edea”, Mirabella
Uno degli spumanti franciacortini che mette più in risalto le caratteristiche del Pinot Bianco (25%), anche se utilizzato per completare il blend con lo Chardonnay (75%). Primo impatto su note cremose, sia al naso sia al palato. Chiusura esotica ed agrumata.

Un Franciacorta “scalare”, per la capacità di evidenziare ed esaltare le capacità dei vitigni di base in fasi differenti (prima lo Chardonnay, poi il Pinot Bianco). Gran bella chiusura fresca, di un balsamico quasi dirompente (sbocc. 06/2018, base vendemmia 2013).

Franciacorta Docg Vendemmia Pas Operè 2011, Bellavista
Il vino più elegante ed aristocratico della linea Bellavista. Naso connotato da richiami di fiori come la camomilla, ma anche da note fruttate fresche (mela), e al contempo più evolute (miele), oltre alla classica venatura dettata dalla permanenza sui lieviti.

Lo Chardonnay domina la scena col suo 60%, ma non mancano i muscoli del Pinot Nero (40%), in evidenza al palato per i ricordi agrumati decisi. Il risultato è un sorso di grande eleganza e pienezza, che tende leggermente alle note di arancia matura nel finale, lungo e preciso.

Franciacorta Docg Rosé Pas Dosé, 1701 Franciacorta
Il volto biodinamico della Franciacorta, ma la scelta di Silvia Stefini va ben oltre le logiche commerciali: è un vero credo, peraltro in linea con le linee guida della Denominazione. Di questa cantina premiamo su tutti il rosé, tra i più centrati e di carattere.

Cinque ore circa di contatto con le uve 100% Pinot Nero regalano al nettare una veste color cipria. Al naso arancia sanguinella e bergamotto. In bocca gran carattere, ottima struttura, pur evidenziando qualche esuberanza di gioventù (vendemmia 2015, sbocc. luglio 2018). Chiusura nuovamente connotata da note d’agrumi, con pregevoli ritorni minerali.

Franciacorta Riserva Docg Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2001, Ca’ del Bosco. Avete presente quando dicono che il vino più invecchia, più diventa buono? Ecco. Premio al miglior Pinot Nero di Franciacorta, certamente più nota per lo Chardonnay. L’eccezione.

Franciacorta Docg Rosé Brut 2o11 “QRosè”, Quadra
Circa 27 mila bottiglie di questo portentoso rosé riposano tuttora sui lieviti nelle cantine di Quadra, in catasta. Due terzi Pinot Nero e un terzo Chardonnay è la “ricetta” perfetta studiata da Mario Falcetti.

Ne assaggiamo la versione 78 mesi sui lieviti, che consta di un 40-50% dei vini base fermentati e pre affinati in legno. Un rosato di freschezza disarmante, balsamico, pieno, tra gli agrumi e la menta. Un vino giovanissimo, che ha bisogno di tempo per diventare indimenticabile.

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Approfondimenti

La Franciacorta al Vinitaly

La Franciacorta torna anche quest’anno a Vinitaly con una rappresentanza significativa della realtà che sempre più si conferma un’eccellenza nel panorama vitivinicolo internazionale. Saranno 70 le aziende presenti dal 9 al 12 Aprile alla 51esima edizione dell’evento veronese, per portare in degustazione le loro migliori etichette, raccontando l’impegno e la passione che caratterizza il loro vino.

In un’area espositiva interamente dedicata, Franciacorta celebrerà, insieme a quanti sceglieranno di vivere questa esperienza, l’eleganza di un prodotto riconosciuto come uno dei più autorevoli ambasciatori del Made in Italy e la bellezza di un territorio ricco di storia, cultura, tradizioni capaci di affascinare e coinvolgere ogni appassionato del buon gusto.

Nella Sala degustazione riservata, allestita all’interno dell’area Franciacorta, si terranno vari appuntamenti, tra cui la conferenza di presentazione del Festival Franciacorta d’Estate, uno degli eventi più attesi dagli amanti del Franciacorta, che si terrà il 17 e 18 giugno, ogni anno coinvolge appassionati e curiosi in un weekend all’insegna di visite in cantina, itinerari in bicicletta tra le colline e cene suggestive con gli chef del territorio.

Non potranno ovviamente mancare momenti di confronto, verticali e degustazioni di vario tipo, come quella interamente dedicata al Satèn, per scoprire l’espressione unica del vino più morbido ed elegante prodotto esclusivamente in Franciacorta.

GLI EVENTI

SALA DEGUSTAZIONI • STAND B/C 16  • AREA FRANCIACORTA

Lunedì 10 Aprile, 12.00 – 13.00 – SINERGIA TRA DUE ECCELLENZE ITALIANE
Degustazione guidata di tre tipologie di Franciacorta in abbinamento a tre stagionature di Parmigiano Reggiano. Posti limitati. Prenotazione obbligatoria a: mail@franciacorta.net

Martedì 11 Aprile, 15.00 – 16.00: SATÈN, UNICITÀ IN FRANCIACORTA
Degustazione di 6 diverse interpretazioni della tipologia più elegante e morbida prodotta esclusivamente in Franciacorta. Posti limitati. Prenotazione obbligatoria a: mail@franciacorta.net

Alla manifestazione, in programma dal 9 al 12 aprile 2017 presso Veronafiere, Franciacorta sarà presente all’interno del Palaexpo nel padiglione Lombardia (lato Nord, 2° piano) con 46 cantine (area Franciacorta) e con altre 24 presenti nei padiglioni esterni al Palaexpo.

LE CANTINE PRESENTI NEL PADIGLIONE LOMBARDIA
Antica Fratta, Az. Agr. Fratelli Berlucchi, Az. Agr. Santo Stefano, Barboglio De Gaioncelli, Bariselli Gabriella, Barone Pizzini, Bellavista, Contadi Castaldi, Berlucchi Guido, Biondelli, Bonfadini, Bosio, Ca Del Bosco, Camossi, Cantina Chiara Ziliani, Cascina San Pietro, Castello Bonomi – Tenute In Franciacorta, Castelveder, Clarabella, Corte Aura, Faccoli Lorenzo, Ferghettina, La Fioca, La Fiorita, La Montina, La Rotonda, La Torre, La Valle, Lantieri De Paratico, Le Cantorie, Le Marchesine, Le Quattro Terre, Marzaghe, Mirabella, Quadra, Ricci Curbastro, Romantica, Ronco Calino, Santus, Santa Lucia, Solive, Tenuta Montedelma, Tenuta Moraschi, Ugo Vezzoli, Vezzoli Giuseppe, Vigna Dorata, Villa Franciacorta.

LA FRANCIACORTA NEI PADIGLIONI ESTERNI
1701, Abrami Elisabetta, Bellavista, Contadi Castaldi, Bersi Serlini, Ca’ D’or, Castel Faglia, Castello Bonomi, Tenute In Franciacorta, Castello Di Gussago La Santissima, Castelveder, Cavalleri, Corte Fusia, Derbusco Cives, Lo Sparviere, Lovera, Marchese Antinori Tenuta Montenisa, Monte Rossa, Monzio Compagnoni, Mosnel, Plozza Ome, Sullali, Uberti, Villa Crespia.

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Vini al supermercato

Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore, Pievalta

(3 / 5)Direttamente dalle Marche, ecco il Verdicchio dei Catelli di Jesi Doc Classico Superiore Pievalta. Un vino che, come evidenzia la stessa etichetta, è ottenuto secondo i criteri di viticoltura biologica. Un vero e proprio credo per Barone Pizzini, società che controlla direttamente Pievalta, azienda agricola con sede a Maiolati Spontini, in provincia di Ancona. Sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it, in particolare, finisce la vendemmia 2014. Nel calice, questo Verdicchio bio si presenta di un giallo paglierino tenue. Al naso regala sentori floreali e fruttati che richiamano gli agrumi. Caratteristiche che ritroviamo anche al palato, dove tuttavia si presenta meno sapido di quanto aspettabile: viene dunque a mancare una delle caratteristiche peculiari dello stesso Verdicchio. In cucina, questo bianco biologico si presta ad accompagnare tra le più variegate portate a base di pesce, a partire da primi come le linguine allo scoglio, sino alle fritture e ai frutti di mare in generale. La temperatura di servizio dev’essere compresa tra i 10 e i 12 gradi.

LA VINIFICAZIONE
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Pievalta (Barone Pizzini) è ottenuto mediante pressatura diretta e fermentazione in vasche di acciaio Inox delle omonime uve. La maturazione avviene sempre in vasche Inox, per una durata di 6 mesi. Prima della commercializzazione, il vino è sottoposto a un ulteriore affinamento della durata di un mese, in bottiglia. I vigneti di proprietà di Pievalta Barone Pizzini da cui prende vita questo Verdicchio dei Castelli di Jesi sono quelli di Chiesa del Pozzo, Fosso del Lupo, Costa del Togno, Veranda, San Paolo Vecchie Vigne, Orfeo, San Paolo Bosco e Pieve. La tipologia del terreno varia da quella a composizione argillo calcarea a quella calcarea argillo sabbiosa. Allevato a Guyot, con una densità variabile tra i 1666 e i 5400 ceppi per ettaro, il Verdicchio Pievalta registra una resa per ettaro di 60 quintali. A Maiolati Spontini, sulla riva sinistra dell’Esino, si trovano la cantina e 21,5 ettari di vigne degli anni Settanta. Da diversi anni, Pievalta dichiara di “lavorare senza alcun coadiuvante di origine animale”. Per questo, dal 2009, i vini prodotti possono essere considerati anche vegani, con tanto di certificazione qualità vegetariana vegan.

Prezzo pieno: 7,49 euro
Acquistato presso: Esselunga

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news ed eventi

Andrea Larsson sommelier per Franciacorta al Vinordic

Poco dopo la conclusione di Vinitaly il Franciacorta riparte per un nuovo viaggio, direzione Svezia. Dal 26 al 29 Aprile Franciacorta sarà infatti ospite di Vinordic, la principale fiera nordeuropea dedicata alle eccellenze enogastronomiche.A rappresentare il territorio e i suoi raffinati prodotti vitivinicoli saranno le 24 cantine presenti, ubicate nello stand interamente dedicato della grandezza di 27 mq. Si tratta di un primo piccolo passo, che acquista però molta importanza strategica, date le potenzialità dell’ambito di inserimento: i paesi scandinavi presentano infatti un mercato in notevole crescita nel settore dell’enoturismo e costituiscono un’interessante vetrina per la realtà franciacortina. Alla giornata inaugurale del 25 aprile seguirà una cena eclusiva presso il rinomato ristorante di Villa Källhagen di Stoccolma, che proporrà un menù studiato interamente con abbinamenti Franciacorta. All’esclusivo evento parteciperanno vari degustatori e personaggi di spicco della società svedese e il migliore sommelier del mondo 2007, Andreas Larsson. Il 26 aprile lo stesso Larsson sarà il conduttore di due seminari di degustazione presso la Conference Room della fiera (K24), dove tutti i partecipanti di Vinordic avranno la possibilità di avvicinarsi al mondo del Franciacorta, attraverso gli assaggi e la sapiente descrizione delle varie tipologie di vini.
LE CANTINE PRESENTI A VINORDIC – FRANCIACORTA STAND A43:10
Abrami Elisabetta – Antica Fratta – Azienda Agricola Fratelli Berlucchi – Barone Pizzini – Bellavista – Berlucchi Guido – Bersi Serlini – Bonfadini – Castel Faglia Monogram – Cavalleri – Contadi Castaldi – La Boscaiola – Le Cantorie – Lo Sparviere – Majolini – Mirabella – Monte Rossa – Mosnel – Plozza Ome – Ricci Curbastro – Ronco Calino – Santus – Tenuta Montedelma – Villa Crespia Muratori
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Approfondimenti

“Cosmesi Kmzero”: gli scarti del vino diventano creme di bellezza. Barone Pizzini insieme all’Istituto Spallanzani

Realizzare prodotti di cosmesi grazie all’utilizzo di scarti di produzione delle aziende vitivinicole. Questo l’obiettivo del progetto “Cosmesi Kmzero”, a cura dell’Istituto Spallanzani di Rivolta d’Adda, Cremona, e dell’azienda vitivinicola biologica Barone Pizzini di Provaglio d’Iseo. I dettagli sono stati presentati la scorsa settimana a Verona, in occasione di Vinitaly.

“Stiamo assistendo a un dialogo virtuoso tra due filiere molto diverse – commenta Ettore Prandini presidente dell’Istituto Spallanzani -. Arrivare infatti alla realizzazione di prodotti cosmetici grazie all’utilizzo di sottoprodotti dell’attività vitivinicola significa fare grandi passi avanti nel settore della ricerca, determinante per lo sviluppo del nostro Paese”. Il progetto prevede l’estrazione dei principi attivi di vinacce, raspi e foglie di vite. “Il tutto grazie a un nuovo sistema – spiega Marina Montedoro, direttore dell’istituto Spallanzani.

“Siamo pronti a proseguire in questo percorso di ricerca e sperimentazione – aggiunge Silvano Brescianini dell’azienda agricola bresciana Barone Pizzini -. In questa prima fase abbiamo fornito ai ricercatori la materia prima che ha dato ottime risposte per la futura realizzazione di un prodotto cosmetico biologico di alte prestazioni. Per il futuro e in attesa di attori interessati alla realizzazione sarà importante il coinvolgimento anche di altre realtà vitivinicole bresciane”.

“Valorizzare in termini economici lo scarto aziendale – prosegue il presidente Prandini – è importante, soprattutto se legato all’ambito del biologico che viene apprezzato molto dai consumatori e rappresenta un valore aggiunto importante”. Il progetto è finanziato da Regione Lombardia ed è il risultato dell’alta professionalità dei ricercatori dell’istituito Spallanzani. “A loro va il mio ringraziamento – conclude Ettore Prandini – e mi auguro di poter arrivare velocemente alla realizzazione delle creme cosmetiche biologiche a chilometro zero”.

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news ed eventi

Ed è boom del bio in Lombardia con oltre 20 mila ettari vitati

Boom del vino bio in Lombardia. Secondo un’analisi della Coldiretti regionale realizzata in occasione dell’apertura di Vinitaly, le superfici a vigneto per questo tipo di produzione sono aumentate del 150% passando da 870 a oltre 2.200 ettari, dal 2008 a oggi. Si tratta  di quasi l’11% dell’intera superficie coltivata a vite in Lombardia che nel 2015 ha superato i 20.500 ettari. ”Il vino – spiega Ettore Prandini, Presidente di Coldiretti Lombardia – rappresenta non solo una dimensione economica, ma anche culturale dei territori, soprattutto in una regione come la nostra dove quasi il 90% del vino è dedicato a produzioni di alta qualità, per un totale di oltre 150 milioni di bottiglie. Dalla Valtellina a Mantova, dalla Franciacorta alla zona del Lugana nel Bresciano, dall’Oltrepò Pavese alle colline di San Colombano, la Lombardia offre un grande varietà di vigneti e storie”. Come quella di Mimma Vignoli, titolare con la suocera Amedea dell’azienda agricola Corte PagliareVerdieri di Commessaggio. Dal 2000 coltiva 3 ettari di terreno a vigneto (per il 90% l’antica varietà Lambrusco viadanese, la parte restante Ancellotta, Salamino e Sorbara) per la produzione biologica di vino, che vende anche all’estero. Una parte dei 170 ettolitri prodotti, dal 10 al 15%, è destinata, infatti, all’esportazione, soprattutto in Giappone e negli Stati Uniti. ”Proprio nei giorni scorsi – spiega Mimma Vignoli – è partito un carico per New York. Avremmo molte più richieste, ma per ora non intendo aumentare la produzione. I miei clienti stranieri hanno imparato che devono aspettare”. Intanto – spiega la Coldiretti regionale – l’export totale del vino lombardo ha raggiunto i 255 milioni di euro. “La nostra azienda ha puntato sulla qualità come strumento per ottenere risultati sempre più convincenti sia in Italia che all’estero. Il nostro export ha toccato circa il 15% rispetto al totale della vendite e i mercati in cui siamo presenti sono ‎America, Giappone e Nord Europa” spiega Silvano Brescianini dell’azienda biologica Barone Pizzini di Brescia. L’agricoltura italiana – spiega Coldiretti – è diventata la più green d’Europa: il nostro Paese conta 49.070 imprese biologiche, in aumento del 12% rispetto all’anno precedente, con la superficie coltivata superiore al milione di ettari. Le aziende bio italiane – conclude la Coldiretti – sono il 17% di quelle europee, al secondo posto la Spagna (30.462 imprese, 12% dell’Ue) e la Polonia (25.944, 10% di quelle europee). Il 62% degli italiani – conclude Coldiretti – è disposto a pagare di più un alimento bio, il 65% per uno che garantisce l’assenza di Ogm.  Intanto i cambiamenti dell’ultimo mezzo secolo nei consumi e nella produzione, le innovazioni dalla vigna al bicchiere, la tutela della qualità ed i controlli, l’impetuosa crescita all’estero e la storica sfida con i cugini francesi, hanno segnato le tappe del successo italiano al centro del dossier di Coldiretti, presente al Vinitaly al Centro Servizi Arena – stand A, tra il padiglione 6 e 7, dove in esclusiva, per la sola giornata inaugurale, sono state esposte le innovazioni più significative dell’ultimo cinquantennio. Oggi 11 aprile uno spazio dedicato a frodi e inganni con la ”Cantina degli orrori”  mentre martedì 12 aprile sarà in mostra la prima ”Top ten dei vini più venduti in Italia”.
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