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L’Italia cresce a Wine Vision by Open Balkan 2024. Veronafiere Vinitaly: «Balcani mercato chiave»


Non c’è due senza tre. L’Italia aderisce sempre più in massa al “Vinitaly dei Balcani“. Wine Vision by Open Balkan 2024 segna il terzo anno della collaborazione commerciale e istituzionale che vede Veronafiere con Vinitaly capofila della missione a Belgrado, insieme ad Agenzia Ice. «L’obiettivo – spiega a Winemag l’ente di Verona – resta la promozione del vino italiano in Serbia, Macedonia del Nord e Albania. La presenza di Vinitaly a Wine Vision By Open Balkan (22-24 novembre), dove organizza e gestisce l’Area Italia, rafforza la posizione del nostro Paese come partner strategico per il comparto enologico dei Balcani». Una macro-area da oltre 320 milioni di euro di export. Una vera e propria porta di accesso al più ampio mercato dell’Europa dell’Est, sempre più attenta, nei suoi centri e città nevralgiche, al Made in Italy enologico.

VINO ITALIANO SEMPRE PIÙ APPREZZATO IN SERBIA (E NEI BALCANI)

«Vinitaly – aggiunge Veronafiere – continua dunque a investire in attività promozionali per favorire l’incontro tra produttori italiani e buyer locali, sostenendo al contempo una cultura del vino di qualità attraverso un programma di 6 importanti masterclass, guidate da Giuseppe Vaccarini, presidente di Aspi, e realizzate in collaborazione con Ice». Negli ultimi anni, il consumo di vini italiani in Serbia ha mostrato una crescita costante. Molte etichette italiane sono diventate le principali scelte dei winelovers, dalle parti di Belgrado. «Questo interesse crescente – evidenzia Veronafiere Vinitaly – rispecchia un apprezzamento per la qualità e la varietà dell’offerta italiana, nonché il successo delle iniziative che presentano il vino italiano come scelta di valore per i consumatori serbi».

AUMENTA LA PRESENZA DELL’ITALIA A WINE VISION BY OPEN BALKAN 2024

In aumento, quest’anno, le aziende vinicole che fanno parte della collettiva organizzata da Vinitaly nell’Area Italia: 57 (erano 50 nella scorsa edizione), in rappresentanza di 8 regioni italiane: Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana e Veneto. Le cantine hanno già fissato un calendario di incontri b2b con operatori da Albania, Austria, Bosnia Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Macedonia, Montenegro, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, parte del programma di incoming realizzato sempre in partnership con Ice.

«La missione a Belgrado – aggiunge Veronafiere Vinitaly a winemag.it – oltre ad accompagnare le aziende italiane in Serbia, fa parte delle attività di Vinitaly per selezionare e invitare operatori e buyer locali per la prossima edizione del salone interazionale dei vini e dei distillati di Verona, in programma dal 6 al 9 aprile 2025. Confermata la partecipazione in Fiera a Verona dei produttori di Serbia, Albania e Macedonia del Nord in un unico spazio espositivo, con le migliori etichette dei tre Paesi, riunite nell’area Open Balkan».

Cara Italia, occhio ai Balcani: missione Veronafiere in Serbia per Wine Vision by Open Balkan

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Cara Italia, occhio ai Balcani: missione Veronafiere in Serbia per Wine Vision by Open Balkan


EDITORIALE – A pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni, una cosa è certa: Wine Vision by Open Balkan (16-19 novembre 2023) si candida ad essere una Fiera internazionale del Vino e degli Spirits di primo piano in Europa, accanto a Prowein, Wine Paris e Vinitaly. Un’auto candidatura che dà una nuova centralità ai Balcani, così netta da non sfuggire neppure a Veronafiere, primo partner assoluto del sistema vino italiano. Il 12 giugno, una delegazione dell’ente veronese ha visitato i padiglioni della Fiera di Belgrado (Beogradski sajam), dove a fine anno andrà in scena l’evento. Presenti il direttore generale di Fiera Verona, Maurizio Danese, oltre a Raul Barbieri, fresco di nomina a direttore commerciale di Veronafiere
e Matjaž Žigon, direttore dell’Ufficio di Rappresentanza della Spa scaligera per l’area Alpe-Adria, Polonia e Turchia.

Le premesse per un successo della seconda edizione di Wine Vision by Open Balkan ci sono tutte. Belgrado riflette in pieno la rinnovata voglia di volare in grande dei Balcani. La capitale della Serbia è fresca di investitura a città ospitante di Expo 2027. Il Paese guidato dal conservatore Aleksandar Vučić ha bruciato la concorrenza della Spagna in finale, conquistando l’assegnazione della Mostra-Esposizione internazionale specializzata Expo 2027 con 81 voti, contro i 70 di Malaga. La città non si farà certo trovare impreparata all’appuntamento, tanto da stimare ricavi pari a 1,1 miliardi di euro.

Una cifra ritenuta esagerata da molti commentatori politici serbi. Sul piatto, tuttavia, ci sono già una lunga lista di investimenti volti a trasformare Belgrado in una città all’avanguardia. Oltre alla metropolitana è in programma la realizzazione di un nuovo gigantesco polo fieristico nel sobborgo di Surčin, a pochi passi da quello che diventerà il nuovo stadio nazionale (nei Paesi dei Balcani e nell’Est Europa il calcio è considerato un driver fondamentale per l’attrazione di capitali esteri, vedi il caso emblematico dell’Ungheria). Dopo l’Expo 2027 – con molte probabilità – si trasferirà a Surčin anche Wine Vision by Open Balkan, che nella struttura attuale, sulle rive del fiume Sava, può contare su tre padiglioni, oltre a una quindicina di piccole hall.

VINO, MISSIONE DELL’ITALIA NEI BALCANI CON VERONAFIERE
La visita dei rappresentanti di Veronafiere a Belgrado con Maurizio Danese, Raul Barbieri e Matjaž Žigon

Secondo indiscrezioni raccolte da winemag.it nei Balcani, l’Italia, proprio tramite Veronafiere, avrebbe chiesto di occupare un intero padiglione sin dall’edizione 2023 della Fiera. Un’ipotesi che gli organizzatori hanno rispedito (cordialmente) al mittente, per evitare che le cantine italiane finiscano per rubare la scena nell’ambito di una Fiera internazionale che vuole comunque mantenere saldo il focus sui vini e sul turismo nei Balcani. L’organizzazione dell’International wine, food, and tourism fair Wine Vision by Open Balkan agisce infatti sotto l’egida e il patrocinio dei governi di Serbia, Macedonia del Nord e Albania, in una sorta di déjà vu dell’assetto dell’Ex Jugoslavia che sta diventando sempre più una costante dalle parti di Belgrado, Tirana e Skopje, che spesso possono contare anche sull’appoggio di Podgorica (Montenegro).

Tutto sembra ruotare attorno al ruolo centrale della capitale serba, che con la prima edizione della fiera ha saputo convincere – forse sarebbe meglio dire “sorprendere” – un po’ tutti. L’interesse espresso dall’Italia, attraverso Veronafiere, è tutt’altro che scontato e dice molto sulla necessità di nuove alleanze, nel contesto di un settore fieristico che sta attraversando la sua fase più delicata, dopo l’uscita dal periodo cupo della pandemia, non senza scricchiolii e profonde trasformazioni del concetto stesso di “Fiera”. Lo scorso anno sono intervenuti a Wine Vision by Open Balkan oltre 30 mila visitatori professionali, attratti in Serbia dalla presenza di più di 350 espositori provenienti da 22 Paesi (192 serbi, ma nella Top10 figurano anche Usa, Austria e Olanda).

Il tutto nell’ambito di una Fiera allestita nei minimi particolari, secondo canoni di spettacolarizzazione e cross-marketing (vino, gastronomia, turismo, design, moda, music e Opera) mai visti a Düsseldorf, Parigi e Verona. Abbastanza per spingere gli organizzatori a dichiarare che «il successo dell’anno scorso è un incentivo affinché dal 16 al 19 novembre 2023, Belgrado, in quanto capitale dei migliori vini durante la Fiera, riunisca i più eminenti produttori di vino, vignaioli, enologi, sommelier e wine buyer, nonché gli espositori delle più famose cantine del mondo». In tre parole “Wine”, “Vision”, “Unity”. Il mondo del vino è avvertito, Italia compresa: occhio ai “nuovi” Balcani.

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The Balkans International Wine Competition 2023: il concorso enologico nella terra di Dracula


La misteriosa Transilvania, in Romania, ospiterà a giugno The Balkans International Wine Competition 2023, ovvero il Concorso enologico internazionale dei Balcani 2023, giunto ormai alla 12a edizione. Le degustazioni si terranno dall’1 al 3 giugno nel distretto di
 Bistrita-Nasaud, una delle località protagoniste del romanzo Dracula di Bram Stroker. Il Balkan Wine Festival sposterà poi le tende a Sofia, in Bulgaria, tra il 15 e il 17 giugno 2023: qui sarà possibile degustare le etichette premiate durante il concorso enologico internazionale.

Al di là del contorno suggestivo, non mancano i contenuti di peso. La missione principale del BIWCF e del presidente onorario del Concorso, Konstantinos Lazarakis MW, primo titolare del titolo di Master of Wine in Grecia e nei Balcani, è infatti quella di «promuovere i vini balcanici e la cultura del vino in tutto il mondo». Un areale, quello balcanico, che con 11,5 milioni di ettolitri di vino all’anno si colloca al quarto posto in Europa, dietro ai maggiori Paesi produttori di vino (Italia, Francia e Spagna).

«POTENZIALE ENORME PER IL VINO IN ROMANIA»

“Il Concorso enologico internazionale dei Balcani è la migliore prova di quanto sia dinamica la scena enologica dei Balcani – spiega il presidente del BIWC, il serbo Igor Lukovic – e di quanto sia grande la qualità dei vini della regione. Questo grande Concorso è cresciuto negli ultimi dieci anni di pari passo con lo sviluppo dell’enologia e il potenziale è ancora enorme. Negli ultimi anni, è diventata una regola che i vini che vengono riconosciuti per la prima volta al BIWC ricevano poi riconoscimenti da concorsi mondiali molto più grandi e diventino iconici.

La ragione di ciò risiede nel lavoro dedicato dell’intero team del BIWC, guidato da Galina Niforou, e nell’attenta selezione di giudici esperti e rispettati a livello internazionale, provenienti da tutto il mondo. È un vero onore guidare un concorso di questo tipo. Quest’anno il BIWC si svolgerà per la prima volta in Romania, e sono sicuro che questo porterà una nuova qualità al concorso».

BIWC, UN CONCORSO ENOLOGICO ITINERANTE

Dopo il grande successo dell’11ª edizione dello scorso anno, nella storica isola di Salamina, in Grecia, la BIWC continuerà la rotazione delle sedi e quest’anno sarà la Romania a ospitare la 12ª edizione. L’obiettivo di questa rotazione del più prestigioso concorso enologico per i vini dei Balcani è «una migliore integrazione delle cantine di tutti i Paesi balcanici e una loro migliore esposizione nella regione e in Europa».

«Ho già visitato diverse volte la contea di Bistrita-Nasaud – spiega il direttore generale Galina Niforou – e sono innamorata del paesaggio pittoresco della regione, della grande ospitalità e, naturalmente, dei suoi vini straordinari». «Era ora che la Romania ospitasse questo concorso – aggiunge Horia Hasnas, co-organizzatore rumeno della manifestazione enologica – per confermare la sua appartenenza geografica e culturale ai Balcani, ma anche per mostrare le sue bellezze, comprese quelle enologiche».

La decisione di ospitare questo grande evento in un’area che nemmeno molti rumeni associano al vino – continua Hasnas – potrebbe sembrare una sorpresa, ma credo che per i giudici e, più in là, per coloro che saranno legati a tutto ciò che si svolgerà ad Ardeal, la sorpresa sarà di grandi proporzioni».

LA GIURIA DI THE BALKANS INTERNATIONAL WINE COMPETITION 2023

Il miglior vino dei Balcani sarà scelto da una prestigiosa giuria composta da 25 persone – tra cui il direttore di winemag.it, Davide Bortone, per l’Italia – che quest’anno comprende 5 detentori del titolo di Master of Wine, Master Sommelier provenienti da Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Svizzera e rinomate personalità del vino provenienti da tutto il mondo. Dopo il concorso, il 4 giugno sarà organizzata una mostra nel cortile del Complexul Muzeal Bistria-Nasaud, alla quale sono invitati buyer, sommelier, distributori e winelovers dalla Romania e dall’estero.

La cerimonia di premiazione e la cena di gala, nota come “Oscar del vino dei Balcani“, si svolgeranno quest’anno il 3 giugno nell’incantevole Castello di Teleki a Posmus, costruito nel 1634. Nella stessa location si terranno anche le giornate di degustazione. L’anno scorso il Gran Trofeo per il “Miglior vino dei Balcani 2022” è stato assegnato alla cantina Tikves, situata nella Macedonia settentrionale, per il Bela Voda bianco 2020.

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I top 10 Vranec / Vranac / Vranç di Macedonia, Montenegro e Kosovo

Dal Vranec/Vranac World Day 2021 e dall’ampio reportage di WineMag.it in Macedonia, Montenegro e Kosovo arriva qualche indicazione su quali siano le migliori espressioni del vino-vitigno simbolo dei Balcani. Ecco i migliori assaggi nelle terre d’elezione del Vranec/Vranac.

Vranec o Vranac: sfide e prospettive per il vino rosso simbolo dei Balcani

I MIGLIORI VRANEC DELLA MACEDONIA
  • Bovin Winery
  • Chateau Kamnik
  • Dalvina Winery
  • Puklavec Family Wines
  • Stobi Winery

Bovin e Kamnik, i Vranec più grassi e pieni, che sembrano ricordare (stilisticamente, per struttura e rotondità) vini come il Primitivo di Manduria. Esemplare poi il Vranec di Dalvina Winery, da vigne di 50 anni.

Puklavec e Stobi giocano invece sulla precisione enologica, senza soffocare l’emozione che ci si attende dal calice di un grande vino rosso. Più in generale, negli ultimi 20 anni la Macedonia ha fatto passi da gigante nel settore del vino. Oggi, l’85% del vino macedone viene esportato in 38 Paesi.

Investimenti importanti da parte di grandi gruppi privati, così come una consapevolezza sempre più forte da parte del governo di Skopje sulle possibilità del settore – specie in binomio col turismo – mostrano la dinamicità di un Paese che ha urgenza di dire la sua a livello internazionale.

I MIGLIORI VRANAC DEL MONTENEGRO
  • Lipovac Winery
  • Vinarija Marković

Il Montenegro è il Paese in cui si registra la maggior superficie vitata del vitigno Vranac. A convincere sono le espressioni delle realtà più artigianali, a dispetto soprattutto della cantina che vanta il maggior vigneto d’Europa e disponibilità di uve: Plantaže.

Lipovac, cantina di proprietà di un magnate russo ricavata tra i monti di Građani, è un laboratorio per le frontiere “vinnaturiste” del vitigno. Se nella versione classica c’è qualcosa da aggiustare sul fronte della preservazione del frutto in ambiente ossidativo, è curiosissima la versione rosata del Vranac. Così come ben riuscito è l’uvaggio col Syrah (20%).

Vinarjia Marković, oggi nelle mani dell’ultima generazione rappresentata da Nikola Marković, presenta invece un Vranac fuori dal comune. Un rosso che fa della bevibilità e dell’agilità di beva il suo punto forte. Lontano, insomma, dalle concentrazioni e dal “peso specifico” dei Vranec/Vranac degustati durante il World Day 2021.

I MIGLIORI VRANEC (VRANÇ) DEL KOSOVO
  • Labi Wine
  • Rahvera
  • Stonecastle Wine

La vera sorpresa del Vranec/Vranac World Day 2021 sono i vini del Kosovo. Il futuro enologico di questa piccola nazione dei Balcani passa dal lavoro, ancora da iniziare, sui terreni e sulla zonazione.

Alle terre rosse si alternano infatti terre bianche che possono regalare grandi soddisfazioni, oltre a determinare un punto di forza in termini di eterogeneità della produzione. I Vranç del Kosovo sono generalmente più leggeri, croccanti e freschi rispetto alla media dei “vicini di casa” di Macedonia e Montenegro.

Hanno dunque tutte le carte in regola per competere sul mercato moderno, che fatica ad accettare le “concentrazioni” in voga in passato. Il successo e l’affermazione del Vranç kosovaro sono insomma nelle mani dei vignaioli locali.

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Vranec o Vranac: sfide e prospettive per il vino rosso simbolo dei Balcani

EDITORIALE – Che lo si chiami Vranec o Vranac è lo stesso. Nei Balcani si identifica principalmente con questi due nomi il vitigno in grado di regalare vini rossi potenti e corposi, freschi, tannici e longevi. L’omonimo vitigno è originario del Montenegro, ma è diffuso anche in Macedonia e Kosovo. Proprio in questi tre Paesi si è svolto il Vranec / Vranac World Day 2021.

Il viaggio e le degustazioni, riservate a critici e stampa internazionale dal 30 settembre al 5 ottobre 2021 (giornata ufficiale della terza edizione organizzata da Wines of Macedonia, celebrata a Podgorica con l’intervento delle istituzioni nazionali e della Master of Wine Caroline Gilby), hanno messo in luce lo “stato dei lavori” sulla varietà. Sia dal punto di vista agronomico che enologico.

L’obiettivo dei produttori è “infilare” il vitigno-vino Vranec / Vranac in valigia, varcando i confini dei Balcani – dove è già molto conosciuto e consumato – per raggiungere ristoranti e tavole di intenditori e consumatori internazionali.

Un percorso agli esordi per il vitigno frutto dell’incrocio naturale o della spontanea mutazione di Kratošija (Кратошија, l’italiano Primitivo) e Duljenga. Una storia ancora tutta da scrivere, nel triangolo compreso tra Skopje, Podgorica e Pristina.

L’IDENTITÀ DEI VINI VRANEC / VRANAC

La lettura locale più schietta è quella di Radosh Vukichevich (nella foto), Ceo di Tikveŝ, la più grande cantina della Macedonia, fresca d’elezione ad “Ambasciatrice del vitigno nel mondo”, assieme all’altro colosso Plantaže, numero uno in termini di volumi in Montenegro (suo il vigneto a corpo unico più vasto d’Europa, 2.300 ettari).

Il Vranec è il vitigno simbolo dei Balcani – spiega bene Vukichevich – importante per il suo potenziale enologico ma anche per l’economia dei nostri Paesi, dal momento che consente di produrre vini di ogni fascia di prezzo, in base all’interpretazione delle cantine. Un vino che, tuttavia, è ancora in fase di profilazione».

«Tutti conosciamo per esempio quale sia il profilo dei vini prodotti con vitigni come Cabernet Sauvignon o Merlot. La grande sfida del Vranec – continua il Ceo di Tikveŝ – è renderlo sempre più riconoscibile quale varietà locale dei Balcani, attraverso alti standard produttivi. Un obiettivo da centrare con il contenimento delle rese, il bando alla standardizzazione ed investimenti in sostenibilità e biologico».

A capo del management di Tikveŝ e con il via libera di un presidente visionario come Svetozar Janevski, Radosh Vukichevich sta traghettando la cantina verso un futuro votato alla qualità, più che alla quantità delle bottiglie prodotte (circa 15 milioni all’anno).

Prova tangibile è l’intera linea Horeca della cooperativa e dei suoi Chateaux & Domaines, espressione dei tre microclimi di Barovo, Lepovo e Bela Voda. Vini che rendono onore alla varietà principe dei Balcani, il Vranec, così come ad autentiche interpretazioni dei vitigni internazionali (da segnalare, in particolare, quella del Cabernet Sauvignon e dello Chardonnay).

La consulenza dell’enologo francese Philippe Cambie aiuta. Così come la presenza in pianta stabile del suo “protetto”, Marko Stojakovic, nato in Serbia ma formatosi a Bordeaux e Montpellier prima dell’approdo a Tikveŝ a soli 27 anni, nel 2010.

IL VRANEC IN MACEDONIA

Dagli assaggi al Vranec / Vranac World Day 2021 emergono chiaramente gli approcci dei tre Paesi al loro vino rosso simbolo. Le idee più chiare in Macedonia. Al di là dei volumi, il Vranec macedone garantisce standard qualitativi più omogenei.

Merito degli ingenti investimenti di diverse cantine in tecnologia, nonché dell’arrivo di capitali ed expertise dall’estero, con professionisti internazionali che hanno trovato un habitat ideale alla corte di Skopje.

L’interpretazione della varietà è schietta e sincera. Spazia dai vini larghi, corpulenti e market-oriented (su tutti quelli di Bovin Winery e Chateau Kamnik), ad espressioni più fresche ed eleganti, come quelle di Stobi Winery e Puklavec Family Wines. Due cantine che sembrano parlare la stessa lingua, potendo contare – tra l’altro – su due winemaker fuoriclasse.

Stobi, a Gradsko, nel cuore della Macedonia, ha trovato la quadra perfetta nella “lettura” del Vranec del giovane giramondo Andon Krstevski, ossessionato dall’esaltazione del varietale e da un uso garbato (intelligentissimo), dei legni.

Una trentina di chilometri più a sud, a Timjaniku, gli ambiziosi investimenti della famiglia slovena Puklavec consentono all’enologo Dane Jovanov di valorizzare microclima e terroir macedone.

Lo stesso approccio produttivo della “casa madre”, situata nella regione di Podravjedel (Ljutomer-Ormož). Nella regione di Radovish, molto convincente il Vranec di Dalvina, da splendide piante di oltre 50 anni.

IL VRANAC DEL KOSOVO

Spostandosi in Kosovo, si cambia completamente registro. Il viaggio organizzato in occasione del Vranec / Vranac World Day 2021 ha consentito di toccare con mano le differenze tra l’interpretazione kosovara del Vranac e quella macedone e montenegrina – per certi versi più vicine tra loro – ancor prima di mettere il naso nel calice.

A parlare, di fatto, è il paesaggio e la sua morfologia. Terre rosse, terre bianche e terre nere si alternano in maniera vivace, dando vita a una sorta di linea immaginaria che avvicina il Kosovo alla Puglia del Primitivo di Manduria.

È qui, al netto delle esigue dimensioni del “vigneto” del Paese (3.500 ettari totali), che il Vranac pare avere una «profilazione» più omogenea. Tutti i vini degustati al Centro della Vite e del Vino di Rahovec (Orahovac), nel Distretto di Prizren, presentano un colore più scarico e un rapporto frutto-acidità lontano da molti eccessi macedoni.

Un paio di vini non perfettamente “puliti” invitano a una maggiore attenzione nelle pratiche di cantina. Ma il calice di Vranac di realtà come Labi Wine, cantina artigianale guidata dall’enologo Labinot Shulina, si staccano dalla media tanto da poter essere considerati simboli per l’intero areale dei Balcani (sopra, una foto del suo vigneto innevato).

Ottime anche le prove di Stonecastle Wine e Rahvera, cantine che consentono di eleggere la cittadina di Rahovec – 65 chilometri a sudest della capitale Pristina, non lontano dal confine con l’Albania – a vero cuore pulsante del Vranac kosovaro.

A convincere, oltre al colore che “spaventa” un po’ meno il consumatore moderno rispetto a quello del «black stallion» macedone, è l’integrazione e corretta gestione (anche grazie alle caratteristiche pedoclimatiche) degli alti livelli di acidità, tipici della varietà.

Il tutto, in accompagnamento alla golosità generalizzata del frutto rosso e nero (si spazia dalla ciliegia alla mora di rovo, come in Macedonia del Nord), e a una spezia che dona carattere ed elettricità al sorso. Per il Kosovo, dunque, ampi margini di miglioramento e note più che mai incoraggianti.

Crescita e consacrazione del movimento del vino kosovaro non possono tuttavia prescindere da un approfondito studio dei terreni (bianchi, rossi, scuri) che possono regalare vini tanto diversi quanto tipici. Più luci che ombre, insomma, nella piccola repubblica dei Balcani.

IL VRANAC IN MONTENEGRO

Si cambia Paese ma resta la “a”, al posto della “e” di Vranec. Anche in Montenegro, il rosso simbolo dei Balcani si chiama Vranac. È qui che succede quello che non t’aspetti. Dopo le prove più che mai positive dei colossi macedoni (grandi cantine in grado di produrre annualmente ingenti volumi di vino) a scivolare è la cantina che più di tutti dovrebbe trainare la scoperta del vitigno: Plantaže.

Tutti i vini degustati a Šipčanik, nelle maestose sale ricavate da un ex aeroporto militare (7 mila metri quadrati complessivi, profondità media di oltre 30 metri, tunnel per l’affinamento dei vini lungo 356 metri e alto 7) paiono usciti da un film in bianco e nero. Di un’altra epoca.

Piacciono tantissimo alle guide internazionali, eppure non emozionano e non convincono. Tantomeno nel rapporto qualità prezzo, squilibrato su un marketing utile forse a giustificare costi di gestione e interessi degli azionisti (tra cui figura ancora lo stesso Stato del Montenegro). In definitiva, vini stanchi. Vini in divisa.

La vera sorpresa, in Montenegro, sono i giovani. Gente come Nikola Marković (nella foto sotto) che con la famiglia sta realizzando mattone dopo mattone una cantina (con ristorante e mini hotel) strappata alla natura incontaminata, a Cetinje. Appena due ettari per 10 mila bottiglie annue.

Se la migliore espressione del Vranac è ancora da trovare – il desiderio di produrre una versione meno opulenta finisce per dar vita a un rosso troppo scarno, che può essere considerato un punto di partenza ma non un punto di arrivo, tantomeno un’icona stilistica alternativa nell’interpretazione della varietà – colpisce l’altro rosso di Vinarija Marković.

Si tratta di un vino ottenuto dalla Tamjanika nera, varietà originaria della Serbia. In “carta” anche un vino ottenuto da Tamjanika bianca, altrettanto interessante. «Produrre vino qui è una questione d’amore più che di business», riferisce Nikola Marković riequilibrando inconsapevolmente il braccio della bilancia con i vicini di casa di Lipovac Winery (nella foto a inizio paragrafo).

Questo il nome scelto dal magnate russo per una boutique winery votata alla spettacolarizzazione del concetto di “vino”. Il sipario si apre a centinaia di metri di distanza dall’edificio, su un costone circondato da terrazze artificiali di vigneti. Tutt’attorno, un anfiteatro di montagne, in cui la roccia s’alterna a un verde che profuma di Mediterraneo.

Siamo a Građani (Грађани), in uno di quei luoghi in cui il viaggio – arduo – vale la meta. Lo “show” continua in cantina, dove il direttore Pavle Micunovic mostra fiero il proprio arsenale di anfore di terracotta d’Impruneta e qvevri (kwevri / kvevri / quevri) tipiche della Georgia (ქვევრი). C’è concretezza, oltre allo spettacolo, nel calice.

In primis grazie a una delle rare espressioni “in rosa” del Vranac (una caramellina, nonché il classico rosato “glou glou” che cattura sin dal colore, corallo luminoso). Poi grazie al Vranac in anfora e qvevri, capace di colpire per stile, gioventù e prospettiva (non solo di mercato).

UN BRAND COLLETTIVO PER IL VRANEC / VRANAC DEI BALCANI

La domanda è centrale, specie nel contesto della terza edizione del Vranec / Vranac World Day 2021, quella della svolta. La strada segnata da diversi produttori è quella corretta, anche se – come dice bene Radosh Vukichevich – i vini necessitano di ulteriore profilazione. E poi?

In un mondo sempre più globalizzato, in cui esperienze ed expertise sono intercambiabili e replicabili in diversi angoli del pianeta, occorre forse andare oltre (anche) al profilo della varietà. Per esplorare le potenzialità della sua terra d’origine: i Balcani. Un contesto uniforme.

Già, perché se la varietà (il vitigno) è replicabile ovunque lo consentano le condizioni climatiche, l’accezione “balcanica” del Vranec / Vranac rappresenta un unicum. Anzi, l’unicum su cui puntare. Ben oltre il “banale” nome (replicabile) di un vitigno.

E se dopo essersi “(ri)unite” per la comunicazione del Vranec / Vranac, i tre paesi Macedonia, Montrenegro e Kosovo lavorassero a un “brand collettivo” sotto cui riunire e identificare i vini prodotti con questa varietà, secondo standard comuni?

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