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Report Unionbirrai: «La birra artigianale cresce più del vino»

Report Unionbirrai «La birra artigianale cresce più del vino»
Quello della birra artigianale in Italia è un settore in continua crescita, sia in termini di numero di birrifici, che non si è interrotta neanche nel periodo pandemico, sia sotto il profilo dei consumi: cresce più del vino. Secondo il Registro delle imprese CCIAA, nel 2022 le realtà che producono birra in Italia hanno raggiunto le 1.326 unità occupando un totale di 9.612 addetti diretti, con una crescita rispetto al 2015 del 104% in termini di birrifici e del 22% in termini di addetti. È quanto evidenziato nel Report 2022 “Birra artigianale, filiera e mercati” di Unionbirrai, associazione di categoria dei piccoli birrifici indipendenti, realizzato a cura di OBIArt, Laboratorio del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università degli Studi di Firenze.

Il report dimostra come l’Italia si collochi al sesto posto a livello europeo per numero di birrifici (dopo Francia, Regno Unito, Germania, Svizzera e Olanda) e al nono per volume di produzione con 17,6 milioni di ettolitri prodotti nel 2021. A livello geografico i birrifici risultano ormai essere diffusi in tutto il Paese. Più rilevante la consistenza delle imprese nel Nord Italia, ma è nel Centro Sud che si continuano a registrare gli incrementi più consistenti.

Il dato significativo riguarda la crescita dei birrifici agricoli, divenuta un’opportunità a partire dal 2010, anno in cui le produzioni di birra e malto sono entrate a far parte delle attività connesse praticabili nelle imprese del primario. Presente in appena una ottantina di aziende nel 2015, nel 2022 la produzione di birra arriva ad essere presente in 290 imprese agricole, arrivando a rappresentare il 22% di tutti i birrifici nazionali e ad occupare oltre 1.000 addetti.

BIRRA ARTIGIANALE ITALIANA: CONSUMI IN CRESCITA

Sotto il profilo dei consumi e del comportamento dei consumatori, il report segnala, sulla base di un’indagine di mercato su 1700 contatti, che il 41% è consumatore abituale di birra, il 12% della sola birra industriale e il 29% di birra industriale e artigianale. «C’è ancora molto lavoro da fare per migliorare il settore e per diffondere il consumo della birra artigianale – sottolinea il presidente di Unionbirrai, Vittorio Ferraris – ma possiamo prendere atto che il settore è in crescita».

«Dobbiamo e possiamo sicuramente fare di meglio nello specifico del comparto GDO – continua Ferraris – dove il nostro genere di prodotto fa più fatica ad essere gestito con le dovute attenzioni alla qualità e alla durabilità. Abbiamo scoperto come, all’interno di un maggior interesse verso le bevande alcoliche da parte degli italiani, la birra stia crescendo molto di più del vino con abitudini di consumo che diventano meno tradizionali e più variegate assomigliando sempre più al modello nordeuropeo che a quello mediterraneo più legato al vino e al consumo durante i pasti».

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Beer Farm Hoppy Hobby: la birra artigianale secondo Giancarlo Longhi


LEGNANO – Convinti dalla degustazione di Adorable Saison di Beer Farm Hoppy Hobby abbiamo deciso di incontrare il mastro birraio nel suo laboratorio di Legnano (MI), Corso Sempione 193. Giancarlo Longhi, leva 1977, laurea in ingegneria, sorriso aperto e disponibile, ci accoglie nella sua officina.

Piccola realtà puramente artigianale fatta di passione e competenza. Un piccolo impianto tradizionale a tre tini, semi-autocosturito, in cui le automazioni sono ridotte al minimo e dal quale nascono le 9 etichette del birrificio, circa 10.000 l/anno.

Appassionato di cucina e birre, in particolare dello stile belga, Giancarlo apre ufficialmente il suo birrificio a Legnano, tra Milano e Varese, poco meno di un anno fa. È il maggio 2018, ma studi prove e sperimentazioni erano già iniziate da tempo.

Complici un kit per l’home brewing ed un paio di viaggi in Belgio che gli hanno permesso di identificare la propria strada. Una strada fatta di ricerca e studio, di conoscenza degli aromi e dei meccanismi che li generano attraverso il comportamento dei lieviti.


“Sono appassionato di birre del Belgio – dice Giancarlo – dove il lievito la fa da padrona. Anche il malto, anche il luppolo giocano sicuramente un ruolo fondamentale, ma è il lievito che ti dà le caratteristiche più importanti”.

Se inizi a lavorare con tre, quattro, cinque ceppi di lievito, a conoscerli e a capirne la storia e le caratteristiche, che tipo di esteri e di fenoli producono, studiando queste caratteristiche, poi le ritrovi nella birra”

Questo uno dei due elementi chiave del suo approccio: la conoscenza e consapevolezza tecnica fatta di studio ed esperienza. L’altro elemento chiave? L’idea che la birra sia un bere “di classe”.

Nelle sue produzioni infatti si mantiene distante da quello che definisce “machismo da birra“: un atteggiamento che vede nella ricerca di birre dal corpo pesante, ad alto contenuto alcolico ed iper-luppolate la “birra” da “uomo”.

È invece nella ricerca di una bevuta raffinata, dell’equilibrio fra i vari elementi, della piacevolezza di beva il segreto delle birre di Hoppy Hobby. La birra come alternativa elegante al vino. La birra che si spina, serve e sorseggia in camicia e non necessariamente con indosso la maglietta della band Thrash Metal del momento.

LA BIRRA BRETTATA
La birra che fa godere di se ad ogni sorso senza necessariamente ammazzarti di alcool ed amaro del luppolo. Eleganza nella birra che ritroviamo in ogni sperimentazione del birrificio, come nella prima birra brettata, appositamente “contaminata” da brettanomyces. Quello che nel vino è considerato un difetto, nella birra viene invece ricercato come tratto distintivo.

Ancora in affinamento (in un locale separato per evitare contaminazioni) si presenta luminosa nel colore e dal naso intrigante: frutta gialla, nota agrumata ed un fondo di pepe bianco. In bocca l’acidità è evidente ma non invadente lasciando spazio ad un interessante retro olfattivo dolce di frutta esotica matura.

Competenza ed equilibrio, uniti ad un approccio “green” nella scelta di materie prime naturali e nella gestione delle trebbie che stanno decretando il successo del Beer Farm di Giancarlo, al punto da portarlo a pensare ad un prossimo ampliamento dell’impianto.

Ampliamento che, nonostante i legittimi dubbi legati alla capacità di confezionamento ed alla replicabilità delle ricette, si sta rendendo sempre più necessario viste le richieste del mercato che, seppur locale, sta dando riscontri molto positivi.


LA DEGUSTAZIONE

Oltre al campione “da vasca” della nuova brett-beer abbiamo la fortuna di degustare altre preparazioni di Beer Farm Hoppy Hobby.

Danke! Weizen ad alta fermentazione in stile tedesco. Schiuma bianca, copiosa e mediamente persistente. Al naso da subito note di banana e chiodi di garofano.

Frutta e spezia che ritroviamo anche in bocca accompagnate dalla viva frizzantezza e dalla piacevole freschezza. Amaro appena accennato. Finale asciutto e non eccessivamente persistente.

La Belle Blonde. Stile Belgian Blond Ale. Al naso note floreali ed un leggero ma intrigante sentore speziato che accompagna le delicate note fruttate. In bocca il corpo leggero invita da subito al sorso successivo, sorso che si arricchisce di un piacevole sentore di miele.

Old Style. Stile English IPA. Al naso alterna note floreali ad una nota quasi boisè cui segue un sentore di biscotti al burro. Complessa ma scorrevole al palato chiude il sorso con una sensazione fresca ed amaricante, agrume e luppolo che accompagnano la piacevole persistenza invitando al sorso successivo.

Adorable Seison. Complessa al naso. Frutta bianca e gialla. Pesca, albicocca e prugna gialla, ed una nota agrumata di scorza d’arancia. Poi spezia morbida come pepe bianco.

Di corpo medio e carbonazione fine è scorrevole in bocca, quasi setosa. Accompagna bene il sorso con una piacevole freschezza che la rende pericolosamente beverina.

Pagan Deity. Birra senza una definizione di stile nata dalla fantasia del Mastro Birraio. Colore rosso intenso, quasi mogano. Schiuma ambrata compatta e persistente.

Naso intrigante dove si alternano frutti gialli e frutti rossi (derivanti da due ceppi di lievito diversi che lavorano a temperature ed in tempi diversi). Pesca gialla, albicocca, mora, prugna, dattero.

Di buon corpo in bocca è avvolgente e coinvolge con sentori retro olfattivi che cambiano con la temperatura. Se fresca, questa etichetta di Beer Farm Hoppy Hobby regala frutta fresca e frutta secca, scaldandosi mette in evidenza note speziate e terziarie come caffè, cacao e radice di liquirizia.

Black Abbey. Stile Belgian Dark Strong Ale. Birra da meditazione. Prugna nera, fico, uvetta disidratata, pepe nero. In bocca è morbida ed arricchita da una piacevole pesudo dolcezza. Finale pulito e persistente.

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Birra Artigianale Saison Cazeau

La Saison Cazeau è una birra belga, prodotta secondo lo stile Saison, originario del Belgio, ma oggi diffuso in varie parti del mondo.

LA DEGUSTAZIONE
Di colore dorato chiaro ed opalescente nel calice la schiuma è presente ed è discretamente persistente.

Al naso, appena versata, si mostra subito con una prorompente nota floreale intensa che però tende a sparire nel breve tempo.

In bocca la sensazione floreale è coperta da sensazioni agrumate acerbe che intensificano un amaricante persistente. Con una carbonazione non spinta, ma adeguata si lascia bere in scioltezza complice una gradazione modesta (5% di alcol in volume) ed un corpo davvero esile. Sufficientemente equilibrata, nel complesso risulta apprezzabile, ma non eccelsa.

Per la Saison Cazeau  sono stati utilizzati tre luppoli, Norther Brewer, Fuggles e Sterling combinati all’aroma di fiori di sambuco. 32 ebu il grado di amarezza.

IL  BIRRIFICIO
La storia del birrificio Cazeau parte nel lontano 1753 a Templeuve, in Vallonia. Tra passaggi di mano a figli e nipoti la svolta avviene nel 1892 sotto la guida di Arthur e Charles Agache che avviano un vero e proprio sviluppo commerciale. Con la prima guerra mondiale arriva una battuta di arresto e il birrificio diventa addirittura un deposito di armi tedesco.

Dopo aver ripreso l’attività, il birrificio nel 1969 si converte ad attività di mera distribuzione ed è solo nel 2004 che  Laurent Agache erede della famiglia decide di far ripartire la brasserie lanciando, il 1 maggio dello stesso anno, “Tournay Blonde”.

La Saison, prodotta dal 2008 è la penultima nata in casa Cazeau che produce, ad oggi, una gamma di 5 birre artigianali.

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Hibu e Dibevit (Heineken), c’è l’accordo: l’industria punta sulla birra artigianale

Ieri, 2 ottbre 2017, Hibu Società Agricola Srl, dal 2007 produttore artigianale di birra e Dibevit Import Srl, società del Gruppo Heineken dedicata all’importazione di birre premium e speciali, hanno firmato l’accordo di acquisizione.

Le birre Hibu saranno commercializzate dalla rete dei 400 distributori Ho.Re.Ca. di Dibevit che offriranno al mercato l’intera gamma Hibu.

Un portfolio di oltre 30 etichette, sia in fusti sia in bottiglia. Il birrificio Hibu, con sede a Burago di Molgora (MB), conta una decina di collaboratori e oltre 30 etichette tra Birre Perenni, Stagionali, Fugaci e Speciali.

L’OPERAZIONE
L’acquisizione da parte di Dibevit Import consentirà un quadro di sviluppo di sinergie tra le due aziende. Hibu, che sarà totalmente autonoma nella gestione delle attività, potrà avere una distribuzione capillare sul territorio nazionale grazie alla rete di distributori Dibevit che è, ad oggi, una delle più capillari in Italia. Dibevit arricchirà il proprio portfolio di birre premium e speciali con uno dei marchi più prestigiosi del panorama birrario Italiano.

“Con l’ingresso di Hibu – commenta Davide Daturi, amministratore delegato di Dibevit Import Srlinserisce – la nostra azienda aggiunge un marchio di eccellenza Made in Italy al proprio grande portfolio di brand premium e speciali. La nostra esperienza nella selezione e nella distribuzione Ho.Re.Ca di birra in Italia consentirà ai prodotti Hibu di raggiungere capillarmente tutto il mercato italiano”.

CHI E’ HIBU
Nata ufficialmente nel 2007, la storia di Hibu ha inizio dalla volontà di tre giovani amici imprenditori tra cui Raimondo Cetani, il mastro birraio che ha avviato la produzione di birra artigianale nel lontano 1999 nel garage di casa. Negli ultimi 4 anni Hibu ha sviluppato coltivazioni di orzo in circa 40 ettari in Lombardia e Basilicata.

Il fondatore e mastro birraio di Hibu, Raimondo Cetani, ha così commentato: “Era giunto il momento di crescere. L’incontro con Dibevit, realtà specializzata nella distribuzione di birre di alta qualità, ci offre l’opportunità di non rinunciare a ciò che siamo stati fino ad oggi, ingranando però una marcia in più. Non cambierà niente: andremo avanti con la stessa identità e filosofia, puntando come sempre sulla passione che ci caratterizza, in libertà, mai rinunciando alla qualità e alla creatività, verso prodotti sempre migliori”.

L’ANALISI
Alle soglie dell’estate appena trascorsa avevamo affrontato il tema: da alcuni anni i grandi gruppi industriali stanno dimostrando interesse per le birre “diverse”, artigianali, nate dallo spirito di territorialità e dalla voglia di fare di giovani mastri birrai.

E così, se prima sia assisteva ad un proliferare, sugli scaffali GdO, di birre industriali che imitano (o tentano di imitare) il gusto delle nostrane birre artigianali, ora siamo al “next level”: l’acquisizione da parte di grandi gruppi multinazionali di piccole realtà brassicole.

Nella primavera 2016 fu Birra del Borgo a capitolare sotto le lusinghe di AB Inbev (la più grande multinazionale della birra con oltre 50 miliardi di fatturato e più di 400 marchi proprietari). Ora Hibu entra nell’orbita del gruppo Heineken.

L’anno scorso non bastarono le rassicurazioni di Inbev/Birra del Borgo sul mantenimento dell’autonomia produttiva, e si ebbe una vera e propria levata di scudi dei più importanti operatori italiani ed europei della birra artigianale.

Fra essi Teo Musso (Baladin), Manuele Colonna (publican di “Ma che siete venuti a fà”), Jean Hummler (Moeder Lambic, tempio della birra artigianale di Bruxelles), Diego Vitucci (Luppolo12) e Jean Van Roy (Cantillon), compatti contro le multinazionali. Una forma di resistenza tutta europea, fatta di pub, locali e piccoli birrifici ostinatamente indipendenti “per dire no alla corsa all’acquisizione che dopo gli Stati Uniti si abbatterà presto su di noi”.

Succederà anche ora per Hibu? Come si evolverà il mercato italiano della birra? Delle 1.409 realtà artigianali della birra (dati microbirrifici.org) quante sopravviveranno al mercato ed alla “golosità” dei grandi gruppi multinazionali mantenendo un legame autentico con la propria territorialità?

Sono domande che troveranno risposta nei prossimi anni. Artefici delle risposte siamo tutti noi: birrai, publican, multinazionali e consumatori. Consumatori che, auspichiamo, siano sempre più attenti, informati e consapevoli di come anche la birra possa essere autentica espressione del territorio.

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Arsa di Birranova, la Porter che profuma di Puglia

“Puglia: tarallucci e birra”. Così recitava un cartellone pubblicitario di una nota marca industriale di birra posto sul raccordo che dall’aeroporto di Bari-Palese immette sulla SS16 accogliendo chi arrivava a Bari con ironia, giocando sul modo di dire “Tarallucci e vino”.

Ironia fino ad un certo punto. Degli undici birrifici industriali italiani ben due sono in Puglia (dati Assobirra) e si contano ben 73 realtà artigianali (dati microbirrifici.org). Fra queste il birrificio Birranova di Triggianello, frazione di Conversano (BA), di cui oggi assaggiamo Arsa.

LA DEGUSTAZIONE
Stile Smoked Porter, tipico del nord Europa,  gradazione 5,5%. Arsa è realizzata utilizzando grano arso, prodotto che ha lunga tradizione nel tavoliere, unito a malto affumicato della regione di Bamberga, zona della Germania famosa per la “rauchbier” (la birra affumicata). Stili, tradizioni e culture che si legano fra di loro.

Di colore scuro, impenetrabile, con schiuma chiara e piacevolmente morbida. Al naso esplodono subito note affumicate e tostate, intense ed aromatiche che ricordano il fumo di legna ed il pane scuro tostato. Seguono note fruttate, frutta disidratata come prugne ed albicocche.

In bocca il corpo leggero accompagna il sapore tostato rendendolo agile e non stucchevole. Le note luppolate rendono il sorso secco e pulito. Di media persistenza chiude con piacevoli note fumose che ricordano da vicino il sapore del grano arso.

IL BIRRIFICIO
Anni novanta. Un viaggio studio nel Regno Unito per imparare l’inglese. È così che Donato di Palma, a soli 16 anni, entra per la prima volta in contatto col mondo birraio del nord Europa, fatto di stili brassicoli diversi e variegati. Forte dell’amore per quel contesto compie i primi esperimenti di home brewing (birra fatta in casa), acquisendo così l’esperienza necessaria per concretizzare il progetto di un proprio birrificio nel 2007.

Oggi Birranova produce circa 2.000 ettolitri anno suddivisi in 17 tipi di birra diversi, fra classiche e stagionali, confermandosi una delle più importanti realtà brassicole del sud Italia. Birre che, come Arsa, emozionano raccontando di un territorio. Quella striscia di terra che collega il mare alle Murge.

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Birrificio Birfoot di Matera: il coraggio di fare birre buone

Come dice Rocco Papaleo in un noto film “Si, la Basilicata esiste. Esiste! È un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi. Io credo nella Basilicata.” È vero. E non solo esiste ed è una terra affascinante, ma esiste anche una Basilicata brassicola.

Undici le realtà birraie presenti nella regione (dati Microbirrifici.org). Oggi vi raccontiamo il Birrificio Birfoot di Matera, nato ad ottobre 2016 per mano del giovane mastro birraio Giovanni “Uacezza” Pozzuoli (leva 1992).

IL BIRRIFICIO
Giovanni, dopo lunga esperienza come home-brewer, stage in birrifici e il conseguimento di diverse qualifiche professionali, ha preso coraggio e ha aperto il proprio micro birrificio. Con l’obbiettivo di esternare la propria passione per la buona birra.

Capacità produttiva di sette ettolitri, cura manicale per i dettagli, attenta selezione delle materie prime: questi gli elementi fondanti, i “core assets”, di Birfoot. Infatti, chiacchierando con Giovanni, emerge quanto lui sia consapevolmente convinto che “solo curando in modo rigoroso ogni singola fase del processo produttivo si possa ottenere e replicare un prodotto di qualità”.

Badare alla freschezza di tutte le materie prime selezionandole con attenzione diviene così un must irrinunciabile. Tre al momento le birre prodotte e commercializzate da Birfoot: una Blanche, una Apa ed una Strong Ale. Le abbiamo degustate tutte e tre.

LA DEGUSTAZIONE
Albus. Blanche da 4,8%. Nella ricetta anche scorze d’arancia, coriandolo e pepe rosa. Colore giallo paglierino scarico, leggermente velata. Schiuma bianca fine e persistente.

Al naso è fresca ed agrumata, semplice quel tanto da invitare subito alla beva e complessa quel poco da creare un bella aspettativa. In bocca è scorrevole, la spiccata carbonazione non è fastidiosa e la rende setosa al tatto. Emergono le note dolci dei cereali, la leggera speziatura ed ancora un sentore di agrumi.

Finale mediamente persistente, fresco. Unico difetto, ma davvero piccolo piccolo, l’acidità non è molto sostenuta visto la tipologia di birra. Un poco in più avrebbe contribuito positivamente alla sensazione di freschezza. Nel complesso un buon prodotto.

Hop Jungle. American Pale Ale da 5,4%. Giallo dorato carico con riflessi che tendono all’aranciato. Schiuma abbondante, bianca e molto persistente.

Al naso è intensa. La luppolatura (ci dice Giovanni che sono stati utilizzati luppoli tedeschi ed americani) dona piacevoli profumi floreali ed una leggera nota agrumata cui si affiancano piacevoli sentori di frutta esotica matura. In bocca l’effervescenza è moderata e lega bene col gusto secco e pulito della birra. Sul finale, di media persistenza, emergono le gradevoli note amare tipiche dello stile.

Aztec. Strong Ale da 7.4%. Di ispirazione inglese si presenta con un bel colore ambrato, carico e luminoso, ed una schiuma fine e compatta. Complessa al naso con note di caramello e di frutta matura che lasciano presagire morbidezza al palato.

L’assaggio conferma l’intuizione del naso; è corposa e morbida con delicate note maltate e fruttate che portano il sorso verso una dolcezza non eccessiva, tipica per lo stile così come la lieve carbonazione. Buona persistenza.

Tre prodotti ben riusciti, in grado di coprire una buona gamma di gusti. E un produttore giovane, che non ha puntato sull’effetto moda delle “Ipa”, sviluppando invece birre con una propria identità e in grado di legarsi anche alla cucina del territorio. Albus, Hop Jungle e Aztec possono infatti accompagnare trasversalmente la tavola, dalle crudità di mare ai piatti di carne insaporiti alle erbe, dalle verdure fritte ai salumi più saporiti.

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Salone del Gusto 2016, la Chiocciola inciampa a Torino. Mercato confuso, enoteca poco “Slow”

Volevamo sorvolare, sornioni. Ma l’amore per la verità, che è l’unico vero caposaldo di questo portale del vino e dell’enogastronomia italiana, ha avuto la meglio. Anche oggi. E allora non possiamo che commentare, anche noi di vinialsupermercato.it, l’edizione 2016 del Salone del Gusto di Torino. Partecipazione è in primis sinonimo di “acceso”, per tutti. Ci spiace dirlo, ma l’edizione 2016 del Salone del Gusto di Torino è parsa più una riedizione allargata di Cheese di Bra: mal venuta, confusa. Per carità, ottimo livello degli espositori confermata rispetto alle edizioni precedenti. Ma, per dovere di cronaca, il Mercato Slow al Parco del Valentino è parso un’accozzaglia di piccoli produttori (affiancati per la verità da marchi ultranoti) sotto gazebo tutti uguali, che poco potevano valorizzare l’esposizione e la spettacolarizzazione dei presidi Slow, apprezzata al Lingotto nelle precedenti edizioni.

Anche Slow Food cade, insomma, nell’errore della standardizzazione, tipica della più becera Gdo. Per non parlare dell’enoteca self service ‘meccanizzata’ a Palazzo Reale: quattro sommelier Fisar non fanno il ‘monaco’ davanti a una muraglia di sterili dispenser di vino, tristi e anonimi. Neppure se a pagargli lo ‘stipendio’ sono i soliti soloni di Slow Wine, la cui opera migliore, ultimamente, sembra la critica ai vini Lidl. In sintesi: che delusione, Slowfood. L’ennesima occasione persa da questo “movimento” che, negli anni, sta venendo meno in quanto a credibilità. Anche nella sua Torino.

Di fronte alle pompose dichiarazioni di Carlo Petrini, soddisfatto dalla riuscita dell’evento fuori dalle porte del Lingotto, rimaniamo perplessi. E con tante domande. Ma forse, nell’era 2.0 della comunicazione e del fast food, anche chi cammina Slow si accontenta di code chilometriche ai food track che sfornano comunissime piadine (ma Slow), comunissimi panini (ma gourmet), e comunissime birre (ma “artigianali”). L’ennesima dimostrazione che, a parole, son bravi tutti. L’insegna, che vale più dell’assortimento. Addio, Slow life.

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Birrificio Baladin “green” con Siemens

In una cornice suggestiva come quella delle Langhe, sul fiume Tanaro, in Piemonte, si produce non solo del buon vino, ma anche della birra artigianale sostenibile e autosufficiente. Inaugurato a metà luglio, il birrificio Baladin sorge a Piozzo, in provincia di Cuneo, su un’area di 72.000 metri quadrati e rappresenta il primo microbirrificio artigianale in Italia ed “il più moderno birrificio al mondo di queste dimensioni”. Così lo definisce Teo Musso, proprietario di Baladin.

Il nuovo birrificio agricolo è quasi totalmente autonomo: dalla fase di produzione della materia prima, orzo e luppolo (prodotta per l’85%), alla sua trasformazione, produzione, ottimizzazione delle risorse energetiche fino alla sua distribuzione.

Una capacità produttiva che può arrivare a 50 mila ettolitri di birra all’anno. A Siemens Italia il compito di studiare una soluzione completamente integrata di automazione di stabilimento e di automazione energetica.

L’intero birrificio è totalmente gestito, dal punto di vista energetico, dal Power Center Siemens Sivacon S4 – il quadro di distribuzione primaria di bassa tensione – mentre il monitoraggio di alcuni dei processi produttivi è invece affidato allo SCADA Siemens WinCC, il tutto inserito all’interno di una rete di comunicazione di stabilimento Profinet su fibra ottica.

Ed è proprio grazie all’utilizzo di questa rete Profinet, che Siemens ha ottimizzato la comunicazione tra gli interruttori scatolati 3VA2 e i multimetri Pac4200 Sentron all’interno del Power Center, rispondendo in questo modo all’esigenza di Baladin di ottimizzare la comunicazione del proprio impianto con un sistema innovativo e aperto di monitoraggio energetico e di telecontrollo / telemanutenzione.

Con i prodotti inseriti all’interno del Power Center di Siemens, Baladin è in grado di monitorare i consumi energetici, avendo a disposizione tutti i dati necessari per effettuare analisi sui consumi allo scopo di ottimizzarli e soprattutto di risparmiare in termini energetici.

“Siemens – spiega Teo Musso (nella foto) – si è rivelata il partner ideale per concorrere al nostro obiettivo di ottimizzazione ed efficientamento delle risorse energetiche. Per Baladin l’attenzione all’ambiente è un vero elemento di distinzione: sia il birrificio sia la gran parte dei locali di mescita sono alimentati con energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili. Un’attenzione che testimonia il nostro reale impegno a favore e nel rispetto dell’ambiente”.

“Valori e attenzioni condivisi da Siemens – spiega in una nota il colosso tedesco – che ha fatto e continua a fare della sostenibilità, uno dei suoi più grandi fattori di successo e dunque dei propri clienti. Ed è l’innovazione a rendere i prodotti Siemens sempre più efficienti da un punto di vista energetico e, di conseguenza, ad aiutare i clienti a ridurre i costi energetici”.

Il portfolio ambientale Siemens vale 32,7 miliardi di euro e comprende prodotti e soluzioni “che danno un contributo diretto e quantificabile alla protezione di clima e ambiente: dal 2002 al 2015 sono state abbattute quasi 500 milioni di tonnellate di CO2”.

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Live Wine 2016, il vino artigianale al Palazzo del Ghiaccio di Milano

Si preannuncia spumeggiante la prossima edizione di Live Wine, al Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi 14, a Milano. L’appuntamento è un must per gli amanti del buon vino: in degustazione i prodotti di 140 cantine italiane e internazionali, attentamente selezionate da Ais Lombardia e da “Vini di Vignaioli” Fornovo, realtà che ha come scopo “la tutela dei vini sani, che esprimono il loro territorio e la loro annata”. Vini “vivi e digeribili”, dunque, la cui produzione “non è soggetta alla moda del momento ma solo alla natura”. Si aprono le danze sabato 5 marzo, dalle 14 fino alle 20. Domenica 6 marzo l’appuntamento è dalle 12 alle 20, con area dedicata appositamente ai bambini. Lunedì 7 marzo, invece, porte aperte dalle 10 alle 17. Sono molte le attività collaterali che caratterizzeranno l’edizione 2016 di Live Wine. Quattro degustazioni uniche saranno condotte da Samuel Cogliati (iscrizioni al sito: http://www.livewine.it/it/incontri-e-degustazioni-guidate-2016/): “Loira: il territorio, i vignaioli, i vini” e “Jura: il territorio, i vignaioli, i vini”, con intervista e degustazione assieme a François Morel; “Laguna nel bicchiere”, alla scoperta dei rarissimi vini di Venezia; e infine “Champagne: Blanc de…quoi?”, un percorso alla cieca nel cuore della Francia.

Inoltre l’imperdibile occasione di conoscere le leggendarie birre Lambic del birrificio belga Cantillon, in un percorso curato dall’esperto Patrick Böttcher. Tra gli eventi del ‘fuori salone’ Live Wine Night segnaliamo il party dedicato al “buon bere” e alla musica dal vivo, organizzato con la collaborazione del ristorante Un Posto a Milano a Cascina Cuccagna, sabato 5 marzo, dalle 20.30 in via Cuccagna 2. Durante il salone sarà possibile acquistare i vini direttamente dagli espositori e degustare anche cibo artigianale di qualità. L’ingresso al pubblico costa 16 euro, che diventano 13 per i soci Ais. Per gli operatori Horeca 10 euro, previa iscrizione al link: http://www.livewine.it/it/operatori/.

LA DEGUSTAZIONE
I vini in degustazione avranno caratteristiche ben precise, legate alle tecniche di produzione dei vignaioli che aderiscono all’evento. Invalicabile, per esempio, il limite di 50 mg/l di solforosa totale per i vini rossi (la legge ne permette fino a 150 mg/l). Limite di 70 mg/l di solforosa totale per i vini bianchi e rosati (la legge ne permette fino a 200 mg/l). Limite di 100 mg/l di solforosa totale per i vini dolci (i limiti di legge vanno dai 200 ai 300 mg/l a seconda delle tipologie). Vini, inoltre, che presenteranno una varietà di colori differente da quelle canoniche, capaci di discostarsi dal classico “giallo paglierino” o dal “rosso granato”, ottenuti dalla vinificazione di vitigni autoctoni.

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Mastro birraio Piacenza 2015: le eccellenze della birra artiglianale italiana

PIACENZA – Amare il vino non significa snobbare la birra. Soprattutto se si parla di birra artigianale. Con questo presupposto ho visitato, per il secondo anno consecutivo, la manifestazione in programma presso i padiglioni fieristici di Piacenza, dedicata al variegato e pittoresco mondo della birra artigianale italiana.

A tirar le somme, raccogliendo pareri tra gli ospiti della manifestazione, c’è chi è rimasto deluso. Dopo il grande successo dell’edizione 2014 di Birra Expo, l’edizione 2015 di Mastro Birraio Piacenza (ovviamente più ristretta) “non si è dimostrata all’altezza”.

La rassegna di birra artigianale che ha aperto i battenti venerdì 8 maggio e sarà in scena fino a questa sera, non è tuttavia paragonabile – come spiegano gli organizzatori – a un evento di più ampio respiro nazionale come Birra Expo 2014.

Un minor numero di birrifici presenti ha comunque consentito ai visitatori di godere in maniera più ‘approfondita’ di alcune delle perle dei migliori mastri birrai italiani. E’ il caso, per esempio, del pluripremiato birrificio Baladin, nato nel 1996 come brewpub a Piozzo, in provincia di Cuneo (terra nota più per i grandi vini delle Langhe), grazie all’intuizione del grande mastro birraio Teo Musso.

Presente tra l’altro, in bella vista, anche uno dei prodotti di punta più recenti: Xyauyù Kentucky, “birra da divano” infusa a freddo assieme al tabacco Kentucky in barrique di rovere.

Ottime anche le birre di Retorto di Podenzano (PC), che quindi gioca in casa. Da provare, su tutte, la Daughter of Autumn, premiata di recente come miglior italiana nello stile Strong Ale angloamericano.

Da apprezzare anche il tocco di “milanesità” conferito alla manifestazione dal neonato birrificio “I 3 Bagai”, con i due prodotti di punta “Mahori” e la Bock “Fuorigioco”.

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