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L’Ovada Docg fa la “Revolution” a Vinitaly: buona la prima, in verticale dal ’91


VERONA –
C’era una volta l’Ovada Docg, vino simbolo del Piemonte “pop” e “quotidiano”. Quello che da tutti è considerato il fratello minore del Nebbiolo, assieme al cugino di Alba, ha fatto il giro largo per l’esordio a Vinitaly, in occasione dell’edizione 2019 che si chiude oggi a Verona. La rampa di lancio per quella che viene definita Ovada Revolution.

Uno sbarco in carrozza nel padiglione del Piemonte, con una verticale-orizzontale dal 1991 al 2017 organizzata dal Consorzio di Tutela costituitosi solo nel 2013, presieduto da Italo Danielli e dal suo giovane vice, Daniele Oddone.

Già, perché l’Ovada Docg è una principessa che ha perso la scarpetta per strada. Ma che, pur scalza, ha saputo ritrovare la via maestra. Merito soprattutto di un ricambio generazionale che sta portando la luce del rinnovamento sulla Docg ovadese, spinta anche dalla scelta di Regione Piemonte di indicare il 2019 quale “Anno del Dolcetto“.

Un vino prodotto in 22 comuni collinari dell’Alto Monferrato Ovadese e negli immediati dintorni. Siamo tra Acqui e Gavi, in quel lembo di terra che dagli Appennini scivola verso la valle del Po, ad un’altitudine compresa tra i 200 e i 400 metri sul livello del mare (massimo ammesso dal disciplinare 600 metri).

Una Denominazione di origine controllata e garantita che conta una produzione annua complessiva di circa 100 mila bottiglie. Crescita a doppia cifra nell’ultimo biennio, con percentuali superiori al 20%. Un vino che trova in Italia il suo mercato fertile. Resta nel Bel Paese il 90% della produzione.

L’export, di fatto, è tra le sfide del futuro per la cinquantina di  aziende produttrici (dato 2018), il 70% delle quali associate al Consorzio di Tutela dell’Ovada Docg, per un totale di 110 ettari vitati. La maggior parte delle cantine è a conduzione famigliare ed esegue internamente le fasi di produzione, vinificazione e imbottigliamento.

Le specifiche caratteristiche dei terroir dell’Ovadese e il particolare microclima della zona danno vita a un vino di notevole struttura, caratterizzato da robustezza e forza, in un mix di alcol, tannini e acidità. Un vino dal sapore generalmente concentrato e persistente.

L’abbondante carica antocianica garantisce una spiccata attitudine all’invecchiamento di questa Denominazione piemontese. Non di rado completa il quadro organolettico dell’Ovada Docg una mineralità sapida, per via del vento marino che soffia dalla Liguria attraverso i filari.

GLI INTERVENTI A VINITALY

“E’ un momento particolarissimo per il nostro territorio – ha sottolineato il presidente del Consorzio Italo Danielli – c’è tantissima emozione. Siamo certi di avere potenzialità incredibili nel nostro territorio. Dimostreremo che l’Ovada Docg non è una meteora, bensì un vino che è lì dalla notte dei tempi”.

Lo abbiamo perso per qualche anno – ha aggiunto Danielli – per colpa nostra. Ma adesso c’è un gruppo di persone che ha riconquistato l’entusiasmo e per raccontare con orgoglio quello che siamo e possiamo fare”.

“Ovada era forse la zona più vocata per il Dolcetto, in Piemonte – ha evidenziato Filippo Mobrici, presidente di Piemonte Land of Perfection, la Scarl che riunisce i Consorzi di tutela del vino del Piemonte – ma piano, piano ci siamo dimenticati tutti quanti di questo grande vitigno che ha rappresentato la storia del Piemonte vitivinicolo. A tavola il vino più bevuto era il Dolcetto, assieme alla Barbera. I vini quotidiani”.

“Il fatto che i produttori di Ovada abbiano deciso di prendere in mano il loro destino andando in giro a proporsi senza sentirsi gli ultimi – ha aggiunto Mobrici – dimostra il rinnovato orgoglio per le proprie radici e per il proprio territorio. Senza Dolcetto e senza Barbera nemmeno il Nebbiolo avrebbe fatto la sua strada”.

A Vinitaly anche Gianfranco Comaschi, presidente dell’Associazione Paesaggi vitivinicoli dell’Unesco. Una presenza utile a sottolineare il risultato ottenuto in seguito al Forum culturale Italia-Cina del 2017.

Nei giorni scorsi è stato infatti concretizzato il gemellaggio tra i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e i terrazzamenti di Honghe Hani, nella regione dello Yunnan in Cina. “Il ruolo del Dolcetto è importantissimo – ha commentato Comaschi – per la sua centralità nella storia della produzione del vino in Piemonte”.

Mario Arosio, presidente Enoteca Regionale di Ovada e Monferrato, ha evidenziato la compattezza del gruppo di produttori che sta animando la Ovada Revolution: “Oggi ho visto molti vignaioli qui a Vinitaly, partiti appositamente da Ovada per venire a Verona, pur non avendo uno stand. Significa che il territorio ha voglia di stare assieme e di fare squadra: questa è la strada maestra che ci porterà lontano”.

“Il bicchiere è pieno, o quantomeno si sta riempiendo. Per Ovada questo è un punto di partenza”, ha confermato il vicepresidente del Consorzio, Daniele Oddone, prima dell’inizio della verticale orizzontale alla cieca (i produttori non sono stati appositamente resi noti) guidata dal sommelier Ais Piemonte Paolo Novara. Ecco come è andata.

LA DEGUSTAZIONE

2017
. L’annata in commercio. Rosso rubino, riflessi violacei. Naso di frutta rossa fresca, ciliegia, lamponi, poi corrispondenti in centro bocca, assieme al carattere tipicamente vinoso del Dolcetto. Tannino e sapidità controbilanciano, prima della chiusura, un alcol importante. Vino contraddistinto da un’acidità spinta e da una gran freschezza.

2016. Vino più violaceo, più profondo. In bocca meno spinta fruttata e ancor più verticalità e freschezza, opltre al consueto slancio vinoso. Tannino che taglia il sorso, che chiude appunto su una leggera nota amaricante. Giovanissimo, ma fa presagire un ottimo futuro.

2011. Rosso rubino, intenso. Al naso mostra sentori evolutivi, di terziarizzazione. Frutto maturo, ciliegie e prugne, ma anche fiori appassiti e una leggera spezia. Sbuffi balsamici. In bocca gran consistenza, tannino un po’ troppo invadente, ma ancora una volta l’alcol ci gioca bene sopra, bilanciandolo. Un vino che si rivela giovanissimo e con ottime prospettive di un positivo affinamento.

2004. Il vino più sorprendente del tasting organizzato dal Consorzio dell’Ovada Docg. Un Dolcetto dal colore rosso rubino scarico, tendente al granato, mediamente trasparente. Naso che evidenzia l’evoluzione: chiodo di garofano, pepe bianco, confettura, buccia d’arancia. In bocca la frutta si perde in maniera voluttuosa nel tannino, nella freschezza e nella spinta minerale salina. Un vino tattile, nel pieno della sua maturità, che può ancora migliorare.

1998. Granato trasparente. Vino che mostra la sua evoluzione al naso, con la frutta che lascia spazio a percezioni di tabacco e liquirizia dolce, cioccolato, spezia dolce, su sfumature ematiche nette, ferrose. E la frutta c’è ancora, ma sotto spirito. In bocca il tannino è dolce e fa il paio col calore glicerico. La chiusura è tendente all’amaro, che ricorda le erbe macerate e la china.

1991. Granato classico. Naso tra l’ematico e il frutto, con prevalenza di terziari di caffè, tabacco, di liquirizia dolce, ma anche di cereali. Al palato meno piacevole, con la percezione ematica che prende il sopravvento in centro bocca, complicata dal tannino. Meglio il retro olfattivo, tra il balsamico e il frutto sotto spirito.

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E’ il tempo delle “Barolo Girls”. Grandi Langhe 2019 all’insegna delle “quote rosa”


ALBA –
Pink power. Anzi, “Barolo Girls” power. Sono tanti i Barolo e i Barbaresco delle produttrici piemontesi a convincere a Grandi Langhe 2019. In grande spolvero le etichette di diverse winemaker, tra l’altro giovani e – in qualche caso – alle prime vendemmie, anche se supportate da famiglie di lunga tradizione enologica.

“Quote rosa” e numeri soddisfacenti per l’ultima edizione della kermesse, andata in scena il 28 e 29 gennaio ad Alba. La manifestazione dedicata alle nuove annate di Barolo (2015)Barbaresco (2016)Roero (2016) e agli altri vini Doc del territorio – su tutti un Dolcetto d’Alba in netta crescita qualitativa – ha visto raddoppiare gli ingressi. Il modo migliore per dare il via, in Piemonte, alle Anteprime del vino italiano del 2019.

Siamo molto soddisfatti dall’edizione 2019 di Grandi Langhe – dichiara Matteo Ascheri (nella foto sotto), presidente del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani -. Ci sono state molte novità, prima fra tutte l’anticipo al mese di gennaio che oggi posso dire essersi rivelata decisione assolutamente indovinata”.

I NUMERI
“Dati alla mano possiamo dire che le novità introdotte in questo Grandi Langhe abbiano portato ottimi risultati, ma noi stiamo già pensando al futuro: in particolare ai prossimi eventi del 2019, dichiarato dalla Regione Piemonte ‘Anno del Dolcetto’, e naturalmente alla prossima edizione di Grandi Langhe”.

Duecentosei cantine presenti al Palazzo Mostre e Congressi “G. Morra” di Alba, 21 sommelier under 35 provenienti da dieci nazioni, 150 tra giornalisti e addetti internazionali del settore, oltre a 6 seminari di approfondimento. Questi i numeri che hanno contribuito a rendere l’esperienza di Grandi Langhe memorabile.

Abbiamo lavorato in sinergia con il Consorzio Turistico Langhe Monferrato Roero – evidenzia Andrea Ferrero, direttore del Consorzio di Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani – per offrire un’edizione all’insegna delle novità e di alto livello qualitativo con l’obiettivo di perfezionarci sempre più e affermarci come appuntamento imperdibile per il mondo del vino nazionale e internazionale”.

I MIGLIORI ASSAGGI DI BAROLO E BARBARESCO
Oltre 800 gli assaggi effettuati in due giorni da WineMag ai banchi di 180 produttori, sui 206 presenti a Grandi Langhe 2019. Queste le etichette più convincenti di Barolo e Barbaresco, spaziando tra nuove e vecchie annate.

Barolo Docg 2015 “La Tartufaia”, Giulia Negri – Serradenari (94/100)
Giulia (nella foto) ha 39 di febbre ma tiene duro al secondo giorno di Grandi Langhe. Ed è in gran forma anche la sua batteria di vini, con “Tartufaia” 2015 a spiccare su tutti. Naso generoso, palato succoso e al contempo verticale, di gran prospettiva. Ottima la persistenza. Giulia è diventata grande.

Barolo Docg 2015, Trediberri (93/100)
Altro Barolo dal tocco femminile: Stefania Brocco è il braccio destro del marito Nicola Oberto. La loro prima vendemmia risale al 2010 e di Trediberri si sentirà parlare a lungo. E bene. Ottime prospettive per il Barolo 2015 (assemblaggio delle vigne Berri e Capalot), capace di coniugare in maniera ineccepibile il nuovo corso della Denominazione con quello tradizionale. Old & New style in un solo calice.

Barolo Brunate Docg 2015, Oddero Poderi e Cantine (92/100)
Terzo gradino del podio per il Brunate di un’altra winemaker, Mariacristina Oddero, che nelle vesti di enologa ha raccolto l’eredità del padre Giacomo. Un nettare giocato su una mentolata freschezza, che invita al sorso successivo senza stancare. Eppure mai banale. Ottima, tra le annate meno recenti, anche la Riserva 2012 Bussia, ben più austera, tannica e aristocratica.

Barolo Bussia 2015, Poderi Luigi Einaudi (89/100)
Buon compromesso tra Cannubi e Vigna Costa Grimaldi (Terlo) con il Bussia Einaudi. Frutto, mineralità e tannino di prospettiva per un Barolo molto elegante e verticale, che entro 5-6 anni inizierà a offrire anche una gran beva.

Barolo Scarrone Docg 2010, Bava (89/100)
Il coraggio di rispettare il vino, fregandosene del mercato. Già, perché l’annata di Barolo di Bava in commercio è proprio questa: la 2010. E dopo l’Albarossa (altro vino da provare) ecco il re dei rossi piemontesi a esaltare le scelte di questo validissimo produttore. Il cru di Castiglione Falletto racconta nel calice un’elegante, dolce potenza.

Barolo Docg 2015, Negretti (88/100)
Freschezza, frutto, bella prospettiva. Non manca davvero nulla al Barolo 2015 dei fratelli Negretti, tra i più agili e verticali, nonché minerali, in degustazione a Grandi Langhe 2019. Frutta e alcol trovano perfetti alleati nel terreno in evidenza e nei tannini.

Barolo Docg 2015, Rizieri (87/100)
Gran precisione del frutto per il Barolo di Barbara e Arturo Verrotti di Pianella. Tannino dolce, su eleganti note di cannella e liquirizia. Longevità assicurata da un’ottima freschezza. Un Barolo spensierato, ma fatto con la testa.

Barolo Riserva Docg 2011, Demarie (87/100)
Seimila bottiglie per questa Riserva 2011 che regala una beva agile, su note di agrumi, cacao e tannino integrato.

Barolo Docg del Comune di Serralunga d’Alba 2015, Tenuta Cucco (85/100)
Il Barolo qualità prezzo della manifestazione, poco più di 20 euro in cantina. Siamo a Vughera, cru di Serralunga, per un rosso dalla gran bevibilità, fresco e fruttato.

Barbaresco Riserva 2013, Manera (92/100)
Un Barbaresco deciso, potente, eppure così preciso e fresco, che si inizia ad apprezzare adesso ma ha una vita lunghissima davanti. Frutto sotto spirito, spezie. E, al contempo, balsamicità per un sorso equilibrato e di gran persistenza.

Barbaresco Docg Asili 2016, Ca’ del Baio (91/100)
Campione di botte in gran spolvero. Vigna esposta a Sudovest pieno. Frutto profondo, scuro. Agrumi, speziatura netta, ma anche petali di rosa e viola secchi. In bocca corrispondente: struttura ben marcata, senza perdere neppure un millimetro in termini di eleganza. Sarà grande.

Barbaresco Docg Rabajà-Bas 2015, Castello di Verduno (90/100)
Un’altra chicca nella “carta dei vini” di Castello di Verduno. La nuova etichetta riflette le caratteristiche del terroir. Bel frutto, sale, mineralità spiccata e una bocca che risulta assieme grassa ed elegante. Solo 1.800 bottiglie. Castello di Verduno, per ora, è l’unica cantina a produrre questa menzione dall’ottimo rapporto qualità prezzo (25 euro).

Barbaresco Docg Asili 2015, Cascina Luisin (90/100)
Ben più concentrato e del “fratello” Paulin, su note esaltanti di frutto di bosco, arancia rossa e giusta vena amara data dal tannino. Giovane, ma diventerà grande alla grande.

Barbaresco Docg Gallina 2016, Francone (88/100)
Un Barbaresco giocato nettamente sull’eleganza, più che sulla potenza. Le armi vincenti sono la gran freschezza, unita alla pulizia e precisione delle note fruttate e dei terziari integrati.


LA SORPRESA DOLCETTO E GLI ALTRI ROSSI
Che i produttori piemontesi stiano tornando a dare centralità al Dolcetto? E’ una speranza di tutti i veri amanti di questo vino e di questo vitigno, espiantato per fare spazio al Nebbiolo e, in alcuni casi, anche ad altri vitigni internazionali. Uno su tutti sorprende Grandi Langhe 2019: eccolo di seguito, assieme agli altri rossi.

Dolcetto di Diano d’Alba Docg Superiore 2016 “Garabei”, Abrigo Giovanni (90/100)
Esposizione diversa per questo Dolcetto rispetto all’altro della gamma, “Sorì dei Crava” 2017, pur ottimo ma con meno prospettiva. “Garabei” è concentrato, potente, di gran struttura, eppure conserva un’ottima bevibilità. Vino dal gran potenziale a tavola.

Nebbiolo d’Alba Superiore Doc 2016 “Sansteu”, Ghiomo Azienda agricola (92/100)
Vini da masticare quelli di Giuseppino Anfossi, che a Guarene (CN) nega di far miracoli racchiusi in bottiglia: “Interpreto solo il terreno”.

Poi, però, una mezza ammissione: “Le cose belle sono quelle diverse, altrimenti faremmo tutti Coca-Cola”. Al limite dei concetti vinnaturisti la produzione di Ghiomo, ma guai a dirlo. Su tutti questo Nebbiolo Superiore 2016 già bellissimo al palato, ma che si può dimenticare in cantina.

Roero Docg Riserva 2015 “Ciabot San Giorgio”, Negro Angelo & Figli (92/100)
Nebbiolo, of course. E di quelli da ricordare. Naso fruttato di gran eleganza e precisione, impreziosito da una vena speziata. Ingresso di bocca verticale, che poi si allarga sul frutto e su una dosata vena salina, chiudendo su agrumi, tannino e mentuccia. Gran prospettiva e ottimo rapporto qualità prezzo, attorno ai 20 euro.

Barbera d’Alba Superiore Doc 2015 “Rocca delle Marasche”, Deltetto 1953 (90/100)
La barrique usata in maniera davvero sapiente conferisce il giusto apporto a questa Barbera giovanissima, di grande prospettiva e davvero tipica, in tutte le sue componenti.

Barbera d’Alba Doc Superiore 2013 “Vigna veja”, Renato Buganza (89/100)
Un rosso capace di unire più anime, dalla vena floreale alla potenza, conservando eleganza. Frutto, spezia, legno molto ben integrato e gran bella struttura per una Barbera dai tratti decisamente gastronomici.

Nebbiolo d’Alba Doc 2015, Rizieri (88/100)
Finalmente un Nebbiolo che è un Nebbiolo vero e non un “piccolo Barolo” o un wannabe Barolo. Nebbiolo preciso, veritiero, ben fatto, elegante. Cinquemila bottiglie complessive.


BIANCHI E SPUMANTI
Non solo rossi, ovviamente, a Grandi Langhe 2019. Ecco la nostra selezione di spumanti e bianchi.

Roero Arneis Spumante Docg 2011, Negro Angelo & Figli (89/100)
Terreno e vitigno in gran evidenza in questo spumante davvero sensato, prodotto solo nelle migliori annate. Ottantaquattro mesi sui lieviti per un Metodo classico da Arneis in purezza. Ottimo rapporto qualità prezzo, attorno ai 18 euro.

Metodo Classico Brut Rosè Vsq “Maria Teresa”, Antica Cascina dei Conti di Roero (86/100)
Trentasei mesi sui lieviti per questo millesimato croccante, ottenuto da uve Nebbiolo in purezza.

Langhe Doc Arneis 2018 “Montebertotto”, Castello di Neive (92/100)
Il vitigno nella sua massima espressione. Ancora da esprimere appieno, ovviamente, trattandosi di un vino in bottiglia da pochissimo, ma già capace di mettere in mostra la stoffa del campione. Tre diverse epoche di maturazione e di raccolta poi assemblate, per un Arneis che in bocca sembra fatto a gradoni espressivi, tra loro sequenziali. Chapeau.

Roero Arneis Docg 2018, Mauro Molino (90/100)
Un Arneis capace di coniugare un naso e un palato allo stesso tempo alpino e marino. In bottiglia da poco, ma già molto espressivo su venature di macchia mediterranea, erbe medicinali, mineralità e frutto.

Langhe Doc Sauvignon 2017, Silvano Bolmida (89/100)
Un Sauvignon giocato sui primari, sulla frutta, ma senza la minima sbavatura. Leggero accenno alla foglia di pomodoro. Un manifesto della grande attenzione in vigna e in cantina di questo viticoltore, che segue scrupolosi protocolli nel segno del rispetto della natura, ma sopratutto del terroir e dell’espressività del vitigno.

Nascetta 2017, Renato Buganza (88/100)
Non molte le espressioni di Nascetta presenti a Grandi Langhe 2019. Questa decisamente la più veritiera e rispettosa del vitigno autoctono piemontese.


LA SORPRESA

Linea vini Az. Agr. Chiesa
Su tutti? Il Roero Arneis Docg 2017 dal naso suadente, ben oltre il frutto, verso la radice di liquirizia, la camomilla, i fiori di campo e un accenno fumé. Ma è tutta ottima, fresca e beverina, la linea di vini dei fratelli Davide e Daniele Chiesa di Santo Stefano Roero, tra le migliori soprese “young” di Grandi Langhe 2019.

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