MILANO– Appuntamento nel cuore di Milano con il Gallo Nero. Lunedì 28 ottobre nella prestigiosa cornice del Westin Palace, dalle 14.30 alle 20.30, 64 produttori di vino Chianti Classico presenteranno oltre 200 etichette al pubblico meneghino. L’evento con il “Signore” dei vini rossi italiani, realizzato in collaborazione con AIS Milano, è riservato ai professionisti del settore.
È a loro che ha pensato il Consorzio toscano: “Alle persone che ogni giorno a Milano comunicano e diffondono la conoscenza del vino italiano sulla piazza più internazionale del Paese, per scoprire la produzione della zona vitivinicola più antica d’Italia”.
Insieme al vino Chianti Classico saranno presenti anche due prodotti tipici del territorio, il Vin Santo del Chianti Classico e l’Olio DOP Chianti Classico, ciascun con un banco di assaggio dedicato.
Due i seminari organizzati durante il pomeriggio: alle 15 il seminario “Olio DOP: cosa cambia?“, tenuto da Fiammetta Nizzi Grifi, responsabile tecnico del Consorzio Olio DOP Chianti Classico, e alle 18:30 “Chianti Classico da nord a sud“, guidato da Armando Castagno, che presenterà 8 etichette di Chianti Classico Riserva 2016, la vendemmia del Trecentesimo Anniversario dalla prima definizione dei confini della zona di produzione dell’attuale Chianti Classico.
“Siamo orgogliosi di confrontarci con gli esperti del settore in una piazza competitiva come quella milanese – dichiara il Presidente del Consorzio, Giovanni Manetti – presentando i nostri Chianti Classico Gallo Nero, il prodotto della nostra terra, espressione di quella combinazione unica e irripetibile di caratteristiche pedoclimatiche, capacità tecnica, profilo geomorfologico che identifica i nostri vini e il nostro lavoro di produttori.”
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MILANO – L’Abruzzo a Milano. Lo ha portato lunedì 18 febbraio al Westin Palace Hotel il Consorzio di Tutela Vini d’Abruzzo, con la collaborazione dell’Associazione italiana sommelier (Ais). L’evento “We Are. d’Abruzzo: vini e territori diversi, un’unica importante regione vinicola” ha posto l’accento sulle tante uve allevate in Abruzzo, al centro dell’attenzione della nuova generazione di vignaioli.
Si tratta solo del primo appuntamento per il Consorzio di Tutela Vini, fuori dall’Abruzzo. Il primo marzo si terrà infatti a Roma il Seminario “Abruzzo, un patrimonio in bottiglia“, in collaborazione con Fis (Fondazione italiana sommelier), dedicato alla stampa e agli addetti del settore (su invito).
L’evento avrà luogo all’Hotel Rome Cavalieri e sarà dedicato al Montepulciano d’Abruzzo, portabandiera dei vini della regione e tra i più grandi vitigni a bacca rossa diffusi nel mondo.
A guidare l’assaggio Daniela Scrobogna, esperta docente Fis, e il professor Attilio Scienza, che in anteprima assoluta illustrerà i suoi ultimissimi e innovativi studi condotti sul Montepulciano d’Abruzzo presso l’Università degli Studi di Milano.
In degustazione le cantine Azienda Tilli, Il Feuduccio di S. Maria d’Orni, Cantine Mucci, Buccicatino, Terzini, Chiarieri, Cerulli Spinozzi, Tenuta Torretta, Pietrantonj e Citra Vini.
I NUMERI
Disteso tra il mare Adriatico e i massicci del Gran Sasso e della Majella, la produzione vitivinicola abruzzese conta 32 mila ettari vitati, con una produzione annua di 3,5 milioni di ettolitri. Al Montepulciano la parte del leone, con circa l’80% della produzione totale.
Seguono poi il Trebbiano e gli autoctoni Pecorino, Passerina, Cococciola e Montonico. Le aree produttive si concentrano per la quasi totalità nella zona collinare, in particolare nella provincia di Chieti dove ricade il 75% del territorio vitato. Pescara e Teramo interessano il 10%, l’Aquila il 4%.
Clima mite sul versante appenninico, più continentale nei versanti interni. Buona l’esposizione e il clima risulta generalmente mite. I massicci del Gran Sasso e della Majella assicurano escursioni notturne e buona ventilazione, garantendo un microclima unico e straordinario per i viticoltori.
VINI E TERROIR D’ABRUZZO Variegate, invece, le tipologie di terroir. Il sottosuolo di Teramo e Pescara è composto da arenarie e quarzi misti a calcare, che conferiscono vini di grande eleganza e struttura. Quello di Chieti, con terreni argillosi, arenacei e sabbiosi, porta a vini più semplici e di immediata beva.
Il comprensorio Aquilano, meno adatto alla viticoltura, trova aree ideali nelle zone delle marne calcaree della conca Peligna, che conferisce maggior austerità ai vini. La tradizione vitivinicola abruzzese, così antica, variegata e peculiare, è stata raccontata bene, lunedì 18 febbraio, anche attraverso un grande banco d’assaggio.
Ben 43 cantine partecipanti al Westin Palace di Milano, oltre un centinaio di etichette tra Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano d’Abruzzo, ma anche Pecorino, Passerina, Cococciola e Montonico. Ecco i nostri migliori assaggi.
I MIGLIORI ASSAGGI
Lunaria Cantina Orsogna (CH) Pecorino Civitas 2018: 86/100
Raccolta tardiva intorno alla metà di settembre, altitudini di 500 metri, vinificazione e affinamento in acciaio. Nessun inoculo di lieviti e temperature controllate. Giallo paglierino, naso espressivo con agrume, salvia, ginestra, frutta a polpa bianca, pera, uva spina. In bocca sapidità e freschezza, con buona corrispondenza olfattiva.
Cantina Frentana, Rocca San Giovanni (CH)
Abruzzo Pecorino Doc 2018 “Costa del Mulino”: 86/100
Immediata freschezza all’olfazione, rimandi salmastri, poi frutta bianca, pera e agrumi, misti a erbe aromatiche. In bocca buona acidità e medio corpo. Giusta persistenza e gradevolezza al sorso che fanno di questo Pecorino un ottimo vino da abbinamento gastronomico.
Sciarr – Az.Agr. D’Alesio, Città Sant’Angelo (PE) Pecorino Superiore 2015: 86/100 Vendemmia in settembre, vinificazione in bianco con spremitura soffice delle uve, decantazione statica a freddo e fermentazione in acciaio. Affinamento finale in bottiglia per almeno 3 mesi. In bocca fiori di campo, zagara, frutta come il pompelmo. Chiude con finale erbaceo vegetale. In bocca fresco, sapido, di medio corpo e di buon equilibrio gustativo.
Trebbiano d’Abruzzo Doc 2013 “Tenuta del Professore”: 90/100 Fermentazione in acciaio e affinamento per 18 mesi in botti di rovere di allier. Vigne di più di 30 anni su suoli argillosi a medio impasto. Giallo paglierino carico, note di cerale, camomilla, fieno e mallo di noce. Bocca corrispondente, sapidità appena accennata, caldo. Ben equilibrato e di estrema finezza.
Az. Agr. Valori, Sant’Omero (TE) Abruzzo Pecorino Doc 2018: 86/100 Trecento metri sul livello del mare, vendemmia leggermente tardiva a metà settembre. Fermentazione e affinamento in acciaio per un Pecorino classico, schietto, dai sentori marcatamente erbacei e agrumati. Sapido e con una lunghezza e coerenza molto territoriale.
Az. Agr. Rapino Emilio, Francavilla (PE) Trebbiano d’Abruzzo Doc 2016: 92/100
Età dei vigneti di circa 20 anni, a 150 metri sul livello del mare. Ottenuto dal solo mosto fiore, non filtrato. Si presenta paglierino, con naso floreale, erbe di campo, fieno, paglia, mallo di noce, frutta gialla matura, quasi un sentore di litchi. Bocca piena, corrispondente e con un bel finale.
Az. Agr. Barone Cornacchia, Torano Nuovo (TE) Cerasuolo d’Abruzzo Doc 2018: 92/100
Vinificazione a fine settembre, pigiadiraspatura e pressatura soffice, decantazione statica del mosto a 8 gradi centigradi per 24 ore. Poi fermentazione a temperatura controllata in acciaio. Un vino dal colore ipnotico: rosso cerasuolo,. E dai profumi intensi fruttati di fragolina, lamponi, ribes e poi di ciliegia. Sapore fresco, intenso, persistente e fine.
Montepulciano d’Abruzzo Doc 2015 “Vigna le Coste”: 92/100
Vendemmia nella seconda metà di ottobre, selezione manuale dei grappoli per questo vino ottenuto da una piccola antica vigna di varietà Montepulciano. Età media delle piante intorno ai 40-50 anni. Macerazione sulle bucce per 8-9 giorni a temperatura controllata.
Successivo affinamento in botti di rovere di Slavonia da 30 ettolitri per 14 mesi e poi in bottiglia per 6 mesi. Colore rosso rubino carico. Profumo intenso, complesso con sentori di prugna matura, visciola, fino alla confettura. In bocca morbido, persistente, equilibrato ed armonico. Spinge un po’ ancora il tannino ma il sorso è molto piacevole.
Ciavolich Azienda Agricola, Loreto Aprutino (PE) Cerasuolo d’Abruzzo Dop 2018 “Fosso Cancelli”: 93/100
Ottenuto da uve di Montepulciano raccolte a mano, il cui mosto viene lasciato a contatto con le bucce per 24-36 ore. Segue un salasso, prelevando del mosto in fermentazione che viene trasferito in anfora di terracotta. Qui continua la fermentazione spontanea, senza controllo della temperatura.
L’affinamento prosegue sulle fecce nobili in anfora fino all’imbottigliamento. Vino rotondo, morbido, dai sentori confettati e dai profumi fruttati che rimandano al melograno, alla fragolina di bosco e al melone bianco. Intenso, con persistenza da vendere.
Montepulciano d’Abruzzo 2015 “Divus”: 93/100
Ottenuto dai vigneti più vecchi della tenuta, effettua una fermentazione in acciaio per poi affinare in botti da 20 hl e in barrique di vari passaggi, per circa un anno. Dal colore rosso rubino intenso e dal naso intenso e fitto. Forse ancora un po’ chiuso ma dalla prospettiva immensa.
Spiccano sentori di confettura di frutta rossa come ciliegia e prugna con cenni speziati, balsamici e di sottobosco. Frutto polposo e succoso. Lungo e pieno il sorso, ben equilibrato e dalla trama tannica, molto morbida. Finale ampio e persistente.
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MILANO – Appuntamento a Milano per il Consorzio Tutela Vini Montecucco per un evento di degustazione volto a far conoscere la Denominazione e il territorio al pubblico meneghino. La degustazione, organizzata in collaborazione con Ais Milano, si terrà lunedì 25 febbraio al The Westin Palace Hotel, dalle 15.00 alle 20.00.
Il tasting, dedicato alla stampa e agli operatori del settore, vedrà la partecipazione di quindici cantine: Basile, Campinuovi, Collemassari, De Vinosalvo, Maciarine, Montenero, Otto Ettari, Parmoleto, Peteglia, Pianirossi, Pierini e Brugi, Podere Montale, Poderi Firenze, Poggio Stenti e Tenuta L’Impostino.
Durante l’evento, per approfondire la conoscenza del Montecucco Sangiovese Docg, gioiello enologico della Maremma Toscana e punta di diamante della Denominazione, avrà luogo la masterclass “Montecucco, il Sangiovese vulcanico dell’Amiata” guidata dal giornalista Luciano Ferraro.
I NUMERI DELLA DOC
“Milano è un panorama interessante per presentare la nostra Denominazione, che registra una crescita costante dei volumi di produzione – dichiara Claudio Tipa, presidente del Consorzio Claudio Tipa – e cresce in termini di margini e soprattutto di qualità, ricevendo sempre maggiori conferme dal mercato italiano ed estero”.
Il Consorzio di Tutela Vini Montecucco oggi conta 67 aziende produttrici, raggruppa oltre 500 ettari di vigneto su una superficie vitata di 750-800 ettari e oltre 1,2 milioni di bottiglie su una produzione complessiva di 1,8 milioni l’anno.
La denominazione, Doc e Docg, si estende su sette comuni del territorio dell’Amiata (Arcidosso, Campagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna e Seggiano), in provincia di Grosseto, e conta il 70% circa di produzione biologica.
L’intera filiera, dalla produzione delle uve all’imbottigliamento, è sottoposta a un accurato sistema di tracciabilità, che permette ai consumatori di verificare in ogni momento la provenienza delle bottiglie acquistate, oltre ad un controllo sul prodotto confezionato già presente nei canali di vendita.
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Vorrei ma non posso, fidarmi di te. L’Oltrepò pavese sembra da anni incastrato in un brutto sogno, dal quale stenta a risvegliarsi. Un incubo fatto di scandali finanziari e di sofisticazioni che, oggi, una nuova generazione di produttori sta cercando di mettersi alle spalle. Per conto di tutti. Anche di chi continua ad alimentare, appena possibile, la macchina del fango.
Certo è che di occasioni di rilancio, l’Oltrepò, ne ha perse a bizzeffe nella sua storia fatta non solo di Bonarda massacrato dalla Grande distribuzione, ma sopratutto di Pinot Nero, di cui è patria con 3 mila ettari di grandissima qualità.
Non a caso, molti territori affermatissimi per la spumantizzazione devono tutto (o quasi) all’Oltrepò. Zone che per decenni hanno attinto da quel grande magazzino di terra e di uva preziosa. E lo fanno tuttora.
Per capirlo basta spulciare i libri di storia. Oppure fare due chiacchiere con produttori illuminati come Fabio Marazzi di Cantina Scuropasso, l’uomo che sembra aver preso sottobraccio il nuovo Oltrepò pavese, fungendo da “guru” per giovani (di per sé in gambissima) come Alessio Brandolini, Matteo Bertè, Matteo Maggi e Luca Padroggi.
E mentre il tram chiamato La Versa inizia a muovere i primi passi fuori dalla stazione, a ProWein 2018 la scena del Pinot nero se la prendono i friulani. Mica un Consorzio strutturato come quello pavese. A Dusseldorf, alle 12.15 di martedì 21 marzo, la Rete D’Impresa Pinot Nero Fvg si è resa protagonista di “Italian Pinot Noir: the new key players“.
Sugli scudi cinque aziende delle province di Udine, Gorizia e Pordenone (Castello di Spessa, Conte d’Attimis Maniago, Masut da Rive, Russolo e Zorzettig) che “credono nel Pinot Nero come simbolo di una produzione d’eccellenza”.
Un’associazione “nata per promuovere questo vitigno che nel Friuli Venezia Giulia trova un’interpretazione nuova ed affascinante”. Anche dell’italiano, come dimostra l’immagine sopra, tratta dal sito web ufficiale della Rete d’Impresa Pinot Nero Fvg (si scrive “qual è”, senza apostrofo – ma questa è tutta un’altra storia).
E l’Oltrepò, allora? Per quanto tempo, ancora, dovrà assistere al match dalla panchina? Mentre il Consorzio di Tutela si appresta a cambiare allenatore (Michele Rossetti non si ricandiderà) abbiamo chiesto al direttore Emanuele Bottiroli un’intervista lontana dalla più sbiadita vena democristiana. In pieno stile vinialsuper, insomma.
Oggi pomeriggio, invece, il banco di degustazione “Oltrepò Pavese. Le colline del pinot nero“, organizzato dall’Associazione italiana sommelier (Ais) al Westin Palace di Milano. Per prenotare: eventi@aismilano.it o https://www.aismilano.wine/.
Direttore, quali sono le sue proposte per l’Oltrepò, primo terroir vitivinicolo di Lombardia, con 13.500 ettari di vigneti? L’Oltrepò Pavese deve prendere in mano il proprio destino e optare per una specializzazione dei marchi aziendali. Il tesoretto rappresentato da 3 mila ettari di Pinot nero fanno di questa terra contadina, amata da Gianni Brera e Luigi Veronelli, la capitale italiana della più internazionale delle varietà: un po’ Borgogna e un po’ Champagne.
Dobbiamo concentrarci su ciò che ci rende unici. Siamo la culla del Metodo Classico italiano dal 1865 e abbiamo un vitigno internazionale che esprime sulle nostre terre al 45° Parallelo, nel mondo sinonimo di grandi vini, caratteristiche qualitative precise. Il problema è che tutti ne parlano ma pochissimi si concentrano su leve strategiche nuove.
In che senso? Nell’ultimo decennio l’Oltrepò ha fatto passi da gigante in termini di qualità assoluta. Non lo dico io, lo dicono degustatori nazionali ed internazionali che hanno sancito come i nostri vitivinicoltori abbiano storia, qualità e assi nella manica.
Il problema, però, è che a differenza di quanto accaduto in molte altre zone italiane le imprese locali non trasformano le rispettive identità in una scelta d’impresa. Non parlo solo di Pinot nero, perché il territorio è vasto e ci sono più frecce diverse che ognuno può avere al proprio arco per caratterizzarsi, in base alla zona.
Al momento ci sono aziende piccole che producono un numero troppo vasto di referenze e tipologie, mandando in tilt la percezione di sé. Siamo partiti dai disciplinari, che abbiamo emendato e sfoltito, da una nuova tracciabilità dei vini DOC con il contrassegno di Stato, per lanciare un messaggio forte e chiaro a buyer e mondo consumatore. C’è però un passato che si deve superare anche nelle scelte aziendali, una mentalità di rinnovare.
Cosa occorrerebbe fare? Se il tuo catalogo è una carta dei vini sterminata significa che nel percepito produci valore medio e non valore aggiunto. Evidentemente se fai troppo non emergi e comunichi una forbice di prezzi troppo ampia, nemica di un posizionamento forte del tuo marchio.
Nel marketing insegnano che l’immagine di ogni azienda viene associata all’etichetta che posiziona a scaffale al prezzo più basso. Ebbene la nostra qualità è venduta a prezzi che sono mediamente dal 20 al 30 percento al di sotto di quelli che sarebbero adeguati a parità di qualità.
Senza generalizzare, perché sarebbe sbagliatissimo, osservando varie indagini di mercato l’impressione è che si voglia vendere “tutto” e “tanto” anziché vendere “bene”, come il consumo medio pro capite di vino in Italia suggerirebbe a una zona che esporta direttamente ancora una percentuale minima della propria produzione.
Qualcuno però dirà che i conti devono pur tornare Bisogna fare i calcoli in modo scientifico in azienda, ricordando che il fatturato non è mai la misura dello stato di salute di un’impresa, ma che al contrario risulta spesso solo un miraggio.
A volumi sanno lavorare bene le industrie, gli imbottigliatori o le cooperative, mentre invece i piccoli produttori dovrebbero usare metodi diversi per monitorare la loro performance, scegliendo i canali di vendita con cura e diversificandoli.
Bisogna puntare sulla distintività e sull’esclusività, facendo percepire le caratteristiche uniche dei nostri prodotti di punta. I “vini da cassetto” sono come i “menù di lavoro” dei ristoranti che, alla fine, si scelgono perché costano poco, non per il valore che hanno.
Nel mondo questo genere di vini saranno prodotti via via sempre più da molti paesi emergenti in ambito enologico. Per me l’Italia e l’Oltrepò devono prendere un’altra strada. Bisogna avere più bottiglie nel segmento “premium”, per poi agire con il marketing e la pubblicità per far vendere vini a valore aggiunto. Viceversa, “Oltrepò” vorrà sempre dire “terra che fa vino”. Un messaggio che dice tutto e dice niente.
Ma tra il “dire” e il “fare” c’è di mezzo il rischio d’impresa: chi se la dovrebbe sentire? Delle due l’una: smettere di lamentarsi perché non ci si vede riconosciuto il giusto valore e andare avanti come prima, oppure cambiare essendo capaci di affermare un’identità che ciascuno può saper trovare perché qui le imprese il loro karma ce l’hanno tutte.
Spesso si pensa erroneamente all’Oltrepò come a una terra dal bel potenziale inespresso. E’ sbagliato, odioso e avvilente. Questo il mercato e i giornalisti di settore lo dicono perché le aziende non si concentrano abbastanza sul dare numeri al loro top di gamma, comunicandolo e posizionandolo in modo capillare come merita.
Un po’ di tutto andava forse bene quando il vino si vendeva da solo, negli anni ’70. Oggi le dinamiche sono molto diverse e di certo più complesse.
Che peso hanno, dunque, le “svendite” della Gdo e l’azione degli imbottigliatori? Secondo me un produttore e un imbottigliatore hanno profili e target differenti. Per me le svendite di taluni prodotti e tipologie sono solo una conseguenza. Il problema a monte è che il territorio deve riuscire a imporsi e fare valore aggiunto con i prodotti che ai grandi poli al momento quasi non interessano.
Il Pinot nero dell’Oltrepò Pavese Doc e l’Oltrepò Pavese Metodo Classico Docg, il Cruasé o i grandi Riesling sono vini che al top di gamma richiedono scelte in vigneto, in cantina e nell’affinamento a misura di piccola impresa che voglia distinguersi.
Chi deve fare maxi volumi certi investimenti non li fa, almeno fino a quando ha la miglior materia prima a prezzi stracciati. Occorre staccare la punta della piramide qualitativa territoriale e lavorarci insieme, unendo tutti i produttori capaci e stringendo un patto per un prezzo minimo sotto il quale non scendere.
Si parte valorizzando il vino per poi pagare di più le uve, partendo da quelle selezionate e vendemmiate a regola d’arte. Non servono altre associazioni, sigle o loghi. Serve un piano sorretto dalla volontà di non cambiare idea a ogni vendemmia, condannandosi a essere serbatoio o discount del vino al litro.
Le cantine cooperative sono una virtù o un limite in questo percorso? La cooperazione può essere una straordinaria opportunità per arrivare a produrre qualità in quantità. Il riavvio di La Versa, ad esempio, vuol dire tanto per la spumantistica Docg del territorio. Torrevilla, che guarda al Pinot nero e al Metodo Classico con crescente tensione qualitativa e apre a strategie di zonazione, è un altro fatto enormemente positivo.
Terre d’Oltrepò, che a Broni e Casteggio ridisegna il packaging e punta sul vino in bottiglia e sul creare una rete commerciale, rappresenta un passo avanti notevole. La Cantina di Canneto che scommette su progetti di rete nazionali può dare un importante contributo.
Credo che demonizzare modelli aziendali diversi dal proprio sia un errore e un darsi martellate da soli. Il futuro si progetta solo con tutti seduti a un tavolo.
E’ il Consorzio di Tutela quel tavolo? Sarebbe troppo facile dire di sì, specie a me. Mi limito solo a osservare che bisogna superare la logica di contrapposizione e, ancora di più, le larghe intese a parole. Ci sono idee diverse, non bisogna fingere di andare d’accordo come fosse una recita.
Occorre trovare punti di sintesi, far volare gli stracci, consumare le dialettiche del caso e poi uscire forti e determinati ad andare avanti insieme. Qualcuno pensa che costruendo fortini ognuno ottenga il suo regno.
In verità la storia recente insegna che non va così, perché il profilo di un territorio è responsabilità e dovere di tutti. Divisi e in ordine sparso si coltiva solo fragilità, quella fragilità che rende schiavi. Io in Oltrepò credo servano leader di mercato, non di vallata.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Torna a Milano il Malbec World Day, la giornata dedicata al noto vino argentino, ormai apprezzato in tutto il mondo. L’appuntamento è per il 9 aprile, dalle 15 alle 20.
La location scelta da Via dell’Abbondanza, importatore e distributore dei migliori vini biancoazzurri in Italia, è ancora The Westin Palace di Milano, in piazza della Repubblica, 20.
Sessanta i vini in degustazione, con biglietto d’ingresso fissato a 10 euro. Si va dalle vendemmie 2011 alla 2017, con qualche sforamento tra le annate precedenti, in particolare la 2009.
Saranno 40, invece, i Malbec argentini sottoposti al giudizio (rigorosamente alla cieca) di una giuria che decreterà il miglior Malbec presente sul mercato italiano. Una giuria alla quale prenderemo parte anche noi di vinialsuper.
Un vino corposo, il Malbec. Ma niente paura: a saziare stomaco (e palato) penserà il ristorante argentino El Carnicero di Milano, con una selezione di finger food, previsto per le ore 17. Dietro ai banchi di degustazione saranno presenti i sommelier della delegazione Ais Milano, guidati dal presidente Hosam Eldin Abou Eleyoun.
“Consumi e importazioni del Malbec argentino sono in costante crescita in Italia – evidenzia Federico Bruera, numero uno di Via dell’Abbondanza – tanto è vero che al Malbec World Day 2018 di Milano presenteremo un ventaglio di etichette prodotte da 25 cantine, situate nelle zone più vocate dell’Argentina”.
“Si tratta della settima edizione di questo evento a Milano – aggiunge Bruera – una cosa impensabile agli esordi, che oggi mi riempie di gioia e di orgoglio”.
Tra le cantine sarà presente Matervini, con cui collabora l’italiano Roberto Cipresso. New entry assoluta al Malbec World Day 2018 la Bodega Catena Zapata, una delle cantine più prestigiose in Argentina.
Poi Vinos de Potrero, il progetto enologico del giocatore di calcio argentino Nicolás Andrés Burdisso (ex Inter e Roma, ora in forza al Torino). Di seguito, i nostri migliori assaggi dell’edizione 2017.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Si svolgerà lunedì 13 Novembre dalle 15.30 alle 20.30 presso il Westin Palace di Piazza della Repubblica la trasferta milanese di “Maremmachevini”, manifestazione firmata dal Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana.
All’evento, organizzato in collaborazione con Ais Milano saranno presenti 31 produttori della DOC Maremma Toscana con 88 vini in degustazione per guidare gli appassionati alla scoperta delle eccellenze vinicole della zona.
Durante la giornata, la sommelier Adua Villa condurrà la masterclass “Maremma: L’altra Toscana del Vino”, approfondimento dedicato ad otto vini del territorio ottenuti da una selezione dei vitigni coltivati in zona: dal Vermentino al Sangiovese presentato in versione rosato, dal Ciliegiolo all’Alicante, dal Cabernet Sauvignon al Merlot.
MASTERCLASS: AZIENDE E VINI IN DEGUSTAZIONE
Podere Ristella – Maremma Toscana DOC Vermentino 2016 “Bazzico”
Val delle Rose – Tenuta della Famiglia Cecchi Maremma Toscana DOC Vermentino 2016 “Litorale”
Poggio L’Apparita – Maremma Toscana DOC Rosato 2016 “San Michele n.3 Rosato”
Sassotondo – Maremma Toscana DOC Ciliegiolo 2015
Tenuta Rocca di Montemassi – Maremma Toscana DOC Rosso 2015 “Rocca di Montemassi
Fattoria Il Casalone – Maremma Toscana DOC Cabernet Sauvignon 2013 “Il Cucchetto”
Fattoria Mantellassi – Maremma Toscana DOC Alicante 2013 “Querciolaia”
Rigoloccio – Maremma Toscana DOC Merlot 2012 “Abundantia”
IL CONSORZIO
Il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana è una realtà associativa nata nel 2014 con l’obiettivo di promuovere e tutelare la qualità dei vini della Doc Maremma Toscana. Al Consorzio, che opera nel Grossetano in una vasta area che si estende dalle pendici del Monte Amiata fino alla costa maremmana, l’Argentario e l’Isola del Giglio aderiscono 272 aziende. La DOC si sviluppa su una zona di produzione di circa 8.550 ettari di cui, oltre 1.750 sono stati utilizzati nel 2016 per produrre vini della denominazione.
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Al sontuoso catering allestito dal ristorante meneghino-argentino El Carnicero, lo chef Emanuel Gonzalo Gentile Dominguez è chiamato – letteralmente – agli straordinari. La sessantina di Malbec in degustazione al The Westin Palace di piazza della Repubblica, coi loro 14 gradi e oltre di media, chiamano abbinamenti corpulenti.
E allora, voilà. Empanadas e Pata Negra stagionato 24 mesi, come se non ci fosse un domani. Per il fiume di appassionati e professionisti alla scoperta del vitigno principe dell’Argentina. Un successo strepitoso quello dell’evento promosso dall’importatore e distributore Federico Bruera (Via dell’Abbondanza), in collaborazione con Ais Associazione italiana Sommelier Lombardia: 19 aprile a Milano fa rima con Malbec World Day, non a caso l’appuntamento più importante per il vino argentino in Italia.
L’occasione per eleggere il “miglior Malbec argentino in Italia 2017” da parte di una giuria formata da sommelier, enologi, ristoratori, giornalisti e distributori. Per la cronaca, la “Gold medal” è andata al Bacan Reserva Malbec 2012. Medaglia d’argento per il Matervini Alteza 2014 Valle de Cafayate (Salta). Bronzo per il Finca Altamira 2013 di Achaval Ferrer.
“Ais – spiega Hosam Eldin Abou Eleyoun (nella foto, a destra), presidente della delegazione di Milano – ha sposato questo progetto da cinque anni, non appena arrivato in Italia come Malbec World Day attraverso Via dell’Abbondanza. Federico Bruera è un nostro socio e ci siamo sentiti in obbligo e in dovere di divulgare la cultura del vino argentino, tramite il suo vitigno re, il Malbec. Un prodotto che non si abbina con tutta la cucina italiana, ma che ha la possibilità di farsi conoscere sempre meglio, grazie ad eventi come questo, e di essere sempre più apprezzato anche sulla tavola degli italiani. Sicuramente con piatti come la Fiorentina, la carne in generale, la salsiccia, trova il suo matrimonio ideale. Ma differenza di tanti vini italiani, non è così versatile sui formaggi”.
Una viticoltura, quella argentina, “in forte crescita”. “I margini – evidenzia Eleyoun – sono illimitati. I produttori di quest’area hanno la possibilità di affermarsi sempre più non solo nei mercati limitrofi, come quelli del Sudamerica e degli Stati Uniti, ma anche qui da noi in Europa”. “L’evento è nato 6 anni e fa – aggiunge Federico Bruera (nella foto, a sinistra) – e il senso è proprio quello di promuovere la conoscenza del Malbec argentino in Italia, in tutte le sue sfumature regionali. Il risultato dell’edizione 2017 è un grande successo: tantissima gente e tutto riuscito molto bene. A conferma del grande interesse per l’Italia nei confronti del vino argentino, parlano del resto le 300-400 mila bottiglie l’anno esportate dai vari produttori”.
LA DEGUSTAZIONE Per nulla influenzati dai grandi nomi e dalle operazioni di “marketing vinicolo” in atto anche Argentina (vedi il progetto del calciatore Leo Messi), ci siamo messi anche noi a ficcare il naso (e il palato) tra la sessantina di Malbec in degustazione. I nostri preferiti? Eccoli.
San Pedro de Yacochuya 2012, Yacochuya. Si tratta di un blend tra Malbec (85%) e Cabernet Sauvignon (15%). Et delle vigne oltre i 60 anni, a 2.035 metri sul livello del mare. Un vino stellare, e non solo per l’altezza del vigneto. Un vino ricco, pieno, complesso, che comincia ad affascinare al naso – tutto giocato tra frutta, terziari e la parte vegetale offerta dal Sauvignon – e termina in un retro olfattivo infinito. Non a caso prodotto nella terra più vocata per l’intera viticoltura argentina, la provincia di Salta.
Stone Soil Select 2014, Manos Negras. Malbec in purezza prodotto nella regione di San Carlos, ha come caratteristica predominante una strepitosa mineralità. Merito del terreno a ricca presenza calcarea, che regala un vino dal grande profilo sensoriale: un naso e un palato unici tra la sessantina di prodotti presenti al banco di degustazione. Raro trovare così ben bilanciati in un vino rosso mineralità, frutta e corpo. Da provare.
Buenalma Malbec 2012, Finca Dinamia. Ecco che spunta anche il Malbec biodinamico, al tasting del Westin Palace. Una prova dell’eccezionale crescita qualitativa del vino argentino, alla prova del nove a livello internazionale anche sul campo della viticoltura “bio” e “alternativa”. Siamo nella zona di San Rafael, nella vocata area vinicola di Mendoza. Vigne a 750 metri sul livello del mare, selezione e raccolta manuale degli acini di Malbec, vinificato in purezza in acciaio con lieviti indigeni e affinato per 6 mesi in legno. Un naso splendido, dove la pulizia e finezza delle note fruttate domina sui terziari. E una bocca che tiene nettamente il passo, intensa ma garbata, anche nel lungo finale.
Tannat 2014, Bodega Bouza. L’outsider. Tannat, infatti, è il nome del vitigno di origine francese (regione dell’Aquitania) più coltivato in Uruguay, che scopriamo al tavolo dei sommelier Ais, quasi nascosto e sovrastato dai tanti Malbec. Quello prodotto da Bodega Bouza è un cru, ottenuto dalla parcella B26. Un prodotto che sfida la fama stessa del vitigno, noto per la sua “tannicità”. Al naso note molto intense di viola e piccoli frutti di bosco a bacca scura, oltre alla ciliegia; seguono note speziate di chiodi di garofano e cioccolato, in un sottofondo balsamico. In bocca il tannino è tutt’altro che aggressivo: ben calibrato con le note fruttate “grasse”, dona equilibrio e finezza alla beva.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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