Se nella zona del Vesuvio e dei Campi Flegrei il Piedirosso sta guadagnando sempre più spazio nelle scelte (e nel savoir-faire) dei produttori, in Cilento è l’Aglianicone a dominare la scena, tra le varietà outsider.
Merito della crescente attenzione dei consumatori nei confronti dei vini ottenuti da vitigni autoctoni, ma anche del lavoro dell’Associazione Terre dell’Aglianicone, che da anni promuove la varietà. Tra le cantine più attive c’è Tenuta Macellaro, che lo imbottiglia col nome di fantasia “Quercus“, sotto l’egida dell’Igp Colli di Salerno.
«Nell’ambito del Consorzio Vini di Salerno – sottolinea Ciro Macellaro – l’Aglianicone sta riscuotendo un successo incredibile tra i consumatori, che iniziano a conoscerlo e apprezzarlo come già avviene, ormai da qualche anno, all’estero».
È assaggiando l’Aglianicone in verticale che ci si rende conto del percorso compiuto dai vignaioli locali. Al di là dell’annata sfavorevole, la vendemmia 2014 di “Quercus” di Tenuta Macellaro è anni luce più ruvida della 2019, che entrerà in commercio a breve.
TENUTA MACELLARO: PRESTO IN COMMERCIO QUERCUS 2019
Un vino che promette di regalare soddisfazioni, col suo frutto rosso pienamente maturo (lampone, ciliegia, fragola), la suadente spalla acida e la corroborante vena speziata. Sorso morbido (14%) e tannino che riequilibra l’abbondanza di polpa, premiando al massimo primari e varietale.
Un altro passo avanti rispetto alla 2018, stagione molto piovosa in cui Ciro Macellaro è riuscito in un mezzo miracolo enologico. La crescita è ancor più evidente se si effettua il confronto tra “Quercus” 2019 e 2017. Un’annata caldissima, che ha comportato un volume alcolico ingombrante nell’equilibrio complessivo del vino (14,5% in vol., un grado in più della 2018).
Per trovare una vendemmia più regolare bisogna tornare indietro alla 2016, che ha regalato un “Quercus” preciso, soprattutto nella componente fruttata. Abbastanza per mostrare l’ottima agilità di beva garantita dai vini prodotti con l’Aglianicone. Caratteristica che – all’estero – vale il paragone (piuttosto ingombrante) con alcune espressioni di Pinot Nero.
Un confronto difficile da immaginare con la 2015 (14%), caratterizzata da concentrazione del frutto, balsamicità, bouquet di spezie scure e un tannino piuttosto fitto. Due mesi fa è stata invece imbottigliata la vendemmia 2020.
LA PROVA CON L’AGLIANICONE ROSÉ
«È andata benissimo – anticipa Ciro Macellaro – e ci aspettiamo molto. “Quercus” 2020 ha appena iniziato il suo iter di affinamento, che si protrarrà per un totale di 18 mesi». Sulla scia dell’entusiasmo e delle richieste del mercato, lo scorso anno Tenuta Macellaro ha effettuato una prova di Aglianicone rosé.
«Le cose non sono andate come mi aspettavo – rivela il titolare della cantina di Contrada Vespariello, a Postiglione (SA) -. La varietà non sembra essere adatta a fissare il colore, se vinificata in rosa. Il vino, dopo poco tempo, ha infatti virato dal rosé all’aranciato».
Così Ciro Macellaro ha deciso di declassare la massa. «Il rosato è certamente una tipologia sempre più richiesta – commenta – ma l’Aglianicone non è in grado di garantire, almeno secondo la mia esperienza, quelle tinte di rosa che oggi si aspetta il pubblico». Avanti tutta con Quercus, insomma. Prosit.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Un nome che ispira giovialità, ma che non deve trarre in inganno. L’Aglianicone, nuovo “vino bandiera del Cilento“, recuperato da un manipolo di fieri vignaioli e pronto ad entrare a pieno diritto nei disciplinari di produzione della Dop Cilento e delle Igp Paestum eColli di Salerno, non va confuso col più noto Aglianico.
Dotato di una maggiore facilità e prontezza di beva, favorita da tannini più “dolci” e da un frutto più immediato, si sta ritagliando un posto d’onore tra i vini del Cilento – accanto dunque a Fiano e Aglianico – anche grazie alla sua presenza nella Dop Castel San Lorenzo. L’unica, al momento, in cui può essere indicato in etichetta.
Venerato dagli stranieri, a cui ricorda per certi versi il Pinot nero – accostamento che sentiamo di sottoscrivere solo parzialmente – conquista fette di mercato anche in Italia. Tanto da ‘costringere’ i produttori dell’Associazione Terre dell’Aglianicone a gestire con parsimonia gli ordini dei ristoratori locali, vista la produzione limitatissima.
Già, perché lo scopo dei vignaioli della provincia di Salerno è ora quello di far conoscere questo ‘nuovo’ ma antico vitigno al maggior numero possibile di consumatori. Raccontandolo come una delle bellezze imperdibili dell’areale cilentano. Una terra generosa di cultura, arte e architettura, oltre che di enogastronomia.
Gli investimenti privati delle singole cantine – spiega Ciro Macellaro (nella foto) presidente dell’Associazione Terre dell’Aglianicone – stanno cominciando a dare i loro frutti e abbiamo ottimi motivi per continuare a proporre questo straordinario vitigno come vera bandiera del Cilento“.
A dispetto di un’iscrizione nel Registro Nazionale che risale al 1971, la riscoperta del vitigno Aglianicone si deve in primis ad aziende come Tenute del Fasanella, che assieme a pochi altri privati ha avviato il lavoro di propagazione delle barbatelle, con il supporto della Regione Campania.
Oggi, l’Associazione Terre dell’Aglianicone conta ormai dieci aziende: Viticoltori De Conciliis, Cantina Rizzo, Azienda agricola Scairato, Tenuta Mainardi, Tenute del Fasanella, Tenuta Macellaro, Azienda agricola Silvaplantarium, Azienda agricola La Cantina dei Nonni, Nuova Val Calore e Cardosa di Marco Peduto.
LA VENDEMMIA DELLA CONSACRAZIONE
Solo 10 mila le bottiglie prodotte nelle ultime annate. La vendemmia 2019 sarà quella della consacrazione definitiva. “Contiamo di produrre un totale di circa 15 mila bottiglie – anticipa Ciro Macellaro – continuando nella crescita”.
Rosee anche le prospettive per la superficie vitata, con un numero crescente di produttori disposto a investire in nuovi impianti di Aglianicone, spariti nel corso dei decenni per far spazio ai più redditizi Aglianico, Sangiovese e Barbera.
Secondo i più recenti censimenti dell’Associazione, in Cilento sarebbero 30 gli ettari vitati complessivi. “Contiamo di raggiungere quota 60 ettari entro i prossimi 4, 5 anni”, annuncia ancora Ciro Macellaro.
Mano tesa ai produttori da parte del Consorzio Vini Salerno. “Valorizzare varietà come l’Aglianicone – riferisce a WineMag.it il presidente Andrea Ferraioli – è il nostro compito principale. Definirlo autoctono è persino sbagliato, per certi versi. Sarebbe meglio parlare di una ‘varietà storica’ per il nostro amato Cilento”.
“La portarono i Greci in provincia di Salerno – continua Ferraioli – e grazie all’impegno di alcune cantine, oggi, possiamo ancora parlarne. L’Aglianicone rientrerà nelle prossime modifiche ai disciplinari, nell’ottica di poter essere menzionato sulle etichette dei vini Dop Cilento e Igp Paestum e Colli di Salerno”.
Riteniamo infatti che la vera sfida per il vino italiano non sia più soltanto quella della qualità – precisa Ferraioli – ormai appannaggio di tutti grazie ai progressi della tecnologia, a livello internazionale. In provincia di Salerno vogliamo puntare sul valore aggiunto costituito da vitigni distintivi, unici e irripetibili, come l’Aglianicone”.
UNA VARIETÀ “FORTUNATA”
Le carte in regole ci sono tutte, anche dal punto di vista delle caratteristiche ampelografiche. Si tratta infatti di un’uva che matura prima dell’Aglianico, anche – e soprattutto – dal punto di vista fenologico.
“Nel corso delle nostre sperimentazioni – evidenzia Paola De Conciliis della cantina Viticoltori De Conciliis (nella foto) – siamo riusciti a dimostrare quanto l’Aglianicone sia predisposto alla produzione in regime biologico, grazie a una conformazione spargola del grappolo e allo spessore della buccia che conferisce una buona resistenza al crittogame”.
“Abbiamo così la possibilità di presentarci sul mercato con un’impronta del carbonio molto bassa – evidenzia ancora Paola De Conciliis – unita a una sostanziale certezza di vendita per via delle produzioni quantitativamente ridotte: esiste ormai una domanda che incontra un’offerta insufficiente, tanto da consentirci di spuntare prezzi attorno ai 20 euro“.
Il ritrovamento di diverse vecchie viti di Aglianicone in un’area molto vasta, compresa tra i comuni di Castel San Lorenzo, Castelcivita, Postiglione e Monteforte Cilento, dimostra inoltre la grande capacità di quest’uva di adattarsi alla variabilità pedoclimatica. Un altro punto a favore, nell’auspicato scacco matto al mercato. Prosit.
LA DEGUSTAZIONE
Castel San Lorenzo Dop Aglianicone 2018 “Albanuova”, La Cantina dei Nonni di Doto Michele
Rosso rubino intenso, riflessi violacei. Al naso frutto rosso, arancia sanguinella, leggero tratto selvatico ed ematico. Con l’ossigenazione spunta la macchia mediterranea sulla spezia nera e il corredo si fa balsamico. In bocca l’acidità è vibrante. Il vino si fa bere ad ampi sorsi, suggerendo un consumo a una temperatura più fresca della media dei rossi.
Castel San Lorenzo Dop Aglianicone 2017 “Indigeno”, Azienda Agricola Cardosa di Marco Peduto
Rosso rubino intenso, riflessi che sfiorano le tinte granata. Frutto nero al naso, oltre al rosso: mora e mirtillo sul lampone e il ribes. Frutta matura che gioca con un verde da mallo di noce, ma anche su descrittori scuri come la liquirizia.
Echi di resina e menta, un leggero selvatico. Un naso decisamente complesso. In bocca, la struttura non esasperata e l’acidità spinta finiscono per esaltare un tannino fine, anche se presente in maniera più netta rispetto al precedente assaggio. Buona prova sulla bilancia della longevità, a due anni dalla vendemmia.
Colli di Salerno Igp Rosso 2016 “Quercus”, Tenuta Macellaro di Ciro Macellaro
Rosso rubino intenso, riflessi violacei. Naso che evidenzia un’ottima pulizia e precisione delle note fruttate: ciliegia, lampone, arancia rossa. Intriganti le note di tabacco, ginepro, liquirizia e prugnolo.
Al palato, in perfetta rispondenza alle caratteristiche del vitigno, il vino convince per agilità più che per struttura e corpo. La netta corrispondenza gusto olfattiva si sviluppa su un’acidità vibrante, che si arricchisce di note di tamarindo. Chiusura sulla liquirizia e su note vagamente amaricanti.
Paestum Igp rosso 2015 Buxento, Azienda Agricola Silvaplantarium di Donnabella Mario Rosso rubino carico. Naso inizialmente timido, ma che conviene di gran lunga aspettare. Perché poi si fa ampio e pronto ad arricchirsi di nuovi sentori regalati dall’ossigenazione, di minuto in minuto. Oltre ai consueti frutti rossi (lampone e ciliegia su tutti), si avvertono ricordi autunnali terrosi, di foglia bagnata, fungo porcino e humus.
In bocca colpisce per l’elegante ruvidezza del tannino, che assieme all’ormai consueta acidità gioca con la parte glicerica, molto ben integrata (13,5% vol.). Chiusura altrettanto fresca e fruttata, sul melograno appena maturo. Accompagnano tutte le fasi dei dosati accenni selvatici, sia al naso che al palato.
Paestum Igp Rosso 2015 “Alburno”, Tenute del Fasanella
Rubino carico, riflessi violacei. Tabacco, liquirizia dolce, salvia, rosmarino, ginepro, china: piace citare in sequenza le note che si susseguono in uno dei calici più convincenti della batteria. Un altro naso da aspettare, affinché possa esprimersi al meglio. E in bocca il nettare finisce per convincere ancor più del naso.
Un vino rispondente alla freschezza e acidità dell’Aglianicone: una struttura più corpulenta gioca a riequilibrare una parte glicerica presente (15% vol.) anche se per nulla disturbante. Chiude su un accenno di tannino, sottolineato per la prima volta da una liquirizia più verde (radice) che nera.
Misterioso, Viticoltori De Conciliis
Poco si sa su questa etichetta che degustiamo appositamente senza fare domande al produttore (per ora!). Il colore rubino e l’unghia violacea parlano di un nettare giovane, d’annata.
Anche il naso, scolpito su sentori pieni di frutti di bosco maturi (more, mirtilli, lamponi) fa pensare a una vendemmia recente. Bella la facilità di beva. Sapidità e leggero tannino (quest’ultimo in chiusura) fanno da spina dorsale a un nettare che, quantomeno, contiene una buona percentuale di Aglianicone.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
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