(5 / 5) Ci sono cantine che divengono sinonimo stesso del territorio di cui fanno parte. È il caso di Hofstätter con l’Alto Adige. Degustiamo per voi il Weissburgunder (Pinot Bianco), annata 2016.
LA DEGUSTAZIONE Giallo paglierino chiaro, luminoso nel bicchiere. Note floreali al naso con una punta di frutta fresca a polpa bianca che dona armonia e rotondità. Molto pulito ed elegante.
In bocca dimostra una buona mineralità e una spiccata acidità che dona una piacevolissima freschezza, una grande agilità di beva e lascia intuire potenzialità di affinamento in bottiglia.
Dimenticarsi una bottiglia in cantina per un paio d’anni non sarebbe un reato, anzi. Il finale, mediamente persistente, è fresco e netto. Un vino molto equilibrato.
LA VINIFICAZIONE
Le uve, selezionate, provengono dai vigneti di Cortaccia, a pochi minuti dalla cantina. Pigiatura soffice. I sedimenti sono separati per precipitazione naturale e il mosto lasciato fermentare a una temperatura controllata di 20° C. Cinque mesi di affinamento in botti di acciaio inossidabile alla temperatura costante di cantina a 15° C completano il processo produttivo.
LA CANTINA
Fondata nel 1907 da Josef Hofstätter e nata per produrre i vini da commercializzare nella vicina locanda “Schwarzer Adler” (Aquila Nera) di proprietà della moglie Maria, fu una delle prime realtà Alto Atesine a vinificare separatamente uve provenienti da vigneti diversi.
Oggi è una cantina in grado di coniugare tecnica e passione, grandi numeri e costanza qualitativa. Più di 50 ettari vitati e gestiti come singoli appezzamenti, come “cru”. Dalla cantina (storico edificio posto proprio dietro la chiesa di Termeno) escono più di 800 mila bottiglie all’anno, frutto di passione e del rispetto delle caratteristiche di ogni singolo vitigno.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
(4 / 5) Un vino fresco, “facile”, ma non banale. Sotto la nostra lente di ingrandimento il Kalterersee Auslese (Lago di Caldaro Scelto) Doc, linea 1840, di cantina H.Lun vendemmia 2016.
LA DEGUSTAZIONE Colore rosso rubino, luminoso e trasparente. Al naso è fine, delicato. Emergono da subito note fruttate, piccoli frutti rossi come ciliegia e fragola seguiti da un leggera nota di pesca.
In bocca, con tannini fini appena accennati ha una bella acidità che ben si integra nel corpo leggero donando freschezza e piacevolezza di beva.
Il finale, non molto lungo, ripercorre le sensazioni del sorso per chiudere con un tratto leggermente mandorlato. Un vino vellutato, completo nella sua semplicità.
Il Kalterersee Auslese 1840 di H.Lun viene vinificato in fusti di cemento dopo attenta selezione delle uve, 100% Schiava.
LA CANTINA Nata nel 1840, da cui il nome della linea, per volere di Alois H. Lun, la cantina fu una delle prime realtà imprenditoriali nella storia della vitivinicoltura Alto Atesina.
Volere del fondatore era quello di produrre vini di qualità dai terreni più vocati per ogni singolo vitigno. Anche dopo l’acquisizione da parte di Cantina Girlan, H.Lun continua a produrre e commercializzare con marchio proprio i propri vini, mantenendo immutata la propria filosofia.
Cantina e vigneti sono collocati a Cornaiano, un fazzoletto di terra, un terroir, ben noto agli amanti dei vini Alto Atesini. Quella striscia della Val d’Adige che parte da Termeno e sale verso nord attraverso Caldaro ed Appiano per arrivare a Terlano dove le forti escursioni termiche fra il giorno e la notte ed il clima mite garantiscono condizioni ideali per la viticultura.
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(3,5 / 5) Un progetto nato nel 2006, con l’impianto dei primi vigneti di varietà locali come Garganega e Raboso. Siamo ai piedi dei colli Euganei, a circa 12 chilometri da Padova.
Qui, l’Abbazia di Praglia produce il Pratàlea Bianco Veneto Igt. Un blend di Chardonnay, Moscato giallo e Garganega dalla storia antica. Come quella del luogo in cui prende vita.
LA DEGUSTAZIONE
Sotto la lente di vinialsuper finisce la vendemmia 2016. All’esame visivo, il vino si presenta di un giallo paglierino cristallino e abbastanza consistente. Avvicinando il calice al naso si percepisce l’intensità tipica dei vitigni aromatici. Sentori floreali e fruttati di buona finezza e complessità.
Si individuano nel bouquet frutti a polpa bianca come la pesca, ma anche frutti esotici come mango e ananas. Gradevoli profumi aromatici come quelli inconfondibili della foglia di geranio. Al palato, Pratàlea Bianco Veneto Igt risulta secco, caldo e morbido nonostante l’annata giovane e abbastanza persistente. Sapidità e freschezza si percepiscono in un secondo momento, mentre il corpo leggero lo rende un vino da tutto pasto, piuttosto armonico nel complesso.
Un vino perfetto per un pranzo domenicale in famiglia, a base di piatti non particolarmente elaborati di verdure, pesce e carni bianche, consigliato col baccalà alla vicentina. Un bianco senza grosse pretese, conviviale, che rispetta la terra di provenienza e la filosofia di vita della regola monastica benedettina.
LA VINIFICAZIONE
Come anticipato, Pratàlea è un vino appartenente alla tipologia Bianco Veneto Igt. L’uvaggio comprende due vitigni aromatici/semi-aromatici come Chardonnay e Moscato giallo, oltre alla Garganega. Il metodo di allevamento utilizzato è il sistema a guyot (a spalliera) che garantisce migliori risultati qualitativi, ottimizzando l’insolazione, e il cordone speronato, più semplice da lavorare anche da mani poco esperte perché più adattabile alla potatura e alla vendemmia meccanizzata.
La densità d’impianto si aggira sui 4500 ceppi per ettaro. L’alta densità d’impianto, abbinata alla riduzione del numero di gemme per ceppo, porta alla formazione di grappoli con acini più piccoli e con una maggiore ricchezza in polifenoli e sostanze aromatiche, che daranno vini più colorati e profumati. Il terreno argilloso conferisce sensazioni olfattive complesse, ricchezza di alcol etilico, morbidezza e longevità in linea con la degustazione.
La vendemmia dello Chardonnay si svolge generalmente nella prima decade di settembre. Per il Moscato giallo si aspetta la terza decade, mentre la Garganega viene raccolta tra la fine di settembre e gli inizi di ottobre. La vinificazione avviene con un’iniziale macerazione sulle bucce per 5-6 ore, seguita da una pressatura soffice con sgrondro statico.
Il mosto fiore, inoculato con lieviti selezionati, fermenta in serbatoio di acciaio per 10-12 giorni a temperatura controllata. Poi, il vino riposa a contatto con le fecce per poter acquisire le specifiche caratteristiche varietali, in serbatoi di acciaio per circa 6 mesi.
VINO E STORIA L’abbazia di Praglia fu fondata nell’XI secolo come dipendenza dell’Abbazia di San Benedetto in Polirone di Mantova, ma solo con gli inizi del XIV secolo la comunità di Praglia, conosciuta originariamente col nome di Pratalia, si rese del tutto autonoma eleggendo un Abate.
L’Abbazia benedettina fu fiorente fino alla soppressione napoleonica del 1810 ma, nel 1904 due monaci ritornarono in monastero e poté riprendere a pieno la vita regolare che continua fino ai nostri giorni.
Questa piccola e isolata abbazia è conosciuta in tutto il mondo per i suoi manoscritti, libri d’arte e pergamene, ma negli ultimi decenni è inoltre riconosciuta per la produzione di vini locali. I documenti ci raccontano di due tipologie di prodotto: il “vino de monte”, di buona qualità, ricavato dalle vigne di collina, impiegato per le funzioni liturgiche; e il “vino de plano”, meno pregevole, destinato ad essere consumato nelle taverne.
Nel 2006, il progetto riceve nuova linfa dall’impianto di varietà tipiche locali come Garganega, Raboso Piave e Veronese e Moscato Giallo, detto Fior d’Arancio, ma anche di vitigni internazionali come Chardonnay, Merlot e Cabernet.
Viene allestita in quegli anni, negli antichi spazi, una una piccola cantina moderna ed efficiente, in grado di coniugare la millenaria tradizione benedettina alla tecnologia più recente. Dalla vigna fino alla vinificazione, tutto viene controllato personalmente da Paolo Briani, che insieme ai monaci, ideatori e promotori dell’impresa, offrono il loro prezioso apporto.
Prezzo: 6,90 euro
Acquistato presso: Alìper – Alì Supermercati e Ipermercati
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(4,5 / 5) Una linea di vini che spazia dai bianchi ai rossi, passando per le bollicine, contraddistinta da un ottimo rapporto qualità prezzo, senza perdere di vista la territorialità del prodotto.
Feudi di San Gregorio, ormai storica cantina di Avellino, propone ai supermercati un assortimento completo, capace di tratteggiare l’Irpinia del vino adatto a tutte le tasche.
Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper finisce oggi il Fiano di Avellino Docg di Feudi di San Gregorio, vendemmia 2015. In commercio è presente anche la vendemmia 2016: interessante valutare l’evoluzione in bottiglia dell’annata precedente.
Nel calice, il Fiano Docg di Feudi si presenta di un giallo paglierino acceso, leggermente velato per la presenza di fini particelle in sospensione (nulla che ne comprometta la qualità). Al naso l’intensità è decisa: le note floreali e fruttate fresche, assieme a una spiccata mineralità, evidenziano la tipicità del vitigno Fiano.
Fiori di camomilla, pesca gialla e note agrumate invitano a un sorso che parla di campi sterminati e sterminate pianure di mare. L’alcolicità sostenuta (13,5%), tutt’altro che “ubriacante”, fa da cuscino a una spalla acida e a una mineralità che donano freschezza alla beva. Un sorso che non stanca mai. Completa il quadro il tipico finale di nocciola mista a pepe bianco.
Perfetto l’abbinamento del Fiano di Feudi di San Gregorio con crostacei, primi e secondi a base di pesce, anche grigliato. Per gli amanti della cucina giapponese, un vino perfetto per accompagnare sushi e sashimi.
LA VINIFICAZIONE Semplicissima la tecnica di vinificazione di questo Fiano che punta a valorizzare, assieme, la prontezza della beva della vendemmia in commercio e le buone doti di ulteriore affinamento in bottiglia. Le uve vengono raccolte, diraspate e poste a fermentare in serbatoi di acciaio, a una temperatura controllata di 16-18 gradi. Anche la maturazione – della durata di quattro mesi – è affidata a serbatoi in acciaio, capaci di garantire la conservazione dei profumi e degli aromi tipici del vitigno.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
(4 / 5) E’ tra i vini spumanti Metodo Classico trentini più diffusi al supermercato. Parliamo del Brut Rosè Trentodoc Le Premier di Cesarini Sforza. La variante rosata del classico Le Premier, prodotto con sole uve Chardonnay.
Per ottenere il colore rosato viene infatti aggiunta una piccola percentuale di Pinot Nero, uva dal grappolo rosso. Sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper la sboccatura 2016.
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Brut Rosè Trentodoc Le Premier Cesarini Sforza si presenta di un colore buccia di cipolla cristallino, luminoso. Il perlage è fine e persistente. Non resta che avvicinarlo al naso per avvertire l’impronta tipica del Pinot Nero: i frutti rossi come la fragolina di bosco, i lamponi e il ribes fanno tuttavia da sfondo alle più marcate note di lieviti e crosta di pane.
Corrispondente al palato, il Rosè Cesarini Sforza Le Premier sfodera nuovamente la carica delicata e sottile dei frutti rossi già avvertita al naso. Netta, poi, la svolta verso tinte mediamente balsamiche, che ricordano le erbe di montagna. Chiusura sulla mineralità tipica del Trentodoc, capace di ricordare la soluzione salina. Percezioni che, unite in un sorso mediamente caldo e secco, esaltano la sottigliezza di un perlage capace di solleticare delicatamente la lingua. Un bel quadro trentino, di assoluta qualità.
LA VINIFICAZIONE Il Brut Rosè Le Premier Cesarini Sforza è prodotto all’85% con uve Chardonnay, cui viene addizionato un 15% di Pinot Nero. La zona di produzione, come da disciplinare, è quella della Trento Doc. In particolare, i vigneti hanno esposizione a Sud, Sud-est e sono collocati su una fascia che va dai 450 ai 700 metri sul livello del mare.
La composizione del terreno è di tipo strutturato e profondo, franco argilloso. Le radici della vite affondano in un composto ricco di pietre, sciolti fluvio-glaciali da disfacimento di rocce porfiriche e sabbiosi. La forma di allevamento è il Guyot, a pergola semplice trentina, con una densità di impianto di 4 mila ceppi per ettaro.
La vinificazione prevede la raccolta manuale di Chardonnay e Pinot Nero nella prima decade di settembre, pressatura soffice delle uve intere, decantazione statica dei mosti, fermentazione a temperatura controllata in serbatoi di acciaio inox e affinamento sulle lisi per circa 6 mesi.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
(2 / 5) Non ce ne vogliano il Decanter, l’International Wine Challenge, il Gambero Rosso e l’associazione italiana sommelier (Ais), che tra il 2003 e il 2014 hanno premiato il Vermentino di Sardegna Doc Aragosta della Cantina Santa Maria La Palma con medaglie, “bicchieri” e “grappoli”.
Il vino simbolo della cantina di Alghero, pur presentandosi sugli scaffali di gran parte dei supermercati italiani a prezzi più che allettanti, non andrebbe certo segnalato nel “gotha” dei grandi vini della Sardegna. Un vino bianco che non risponde certo alle esigenze di chi cerca qualcosa più del prezzo, acquistando vino al supermercato.
LA DEGUSTAZIONE
La vendemmia sotto la lente di vinialsuper è la 2016, l’ultima in commercio. Il Vermentino di Sardegna Doc Aragosta di Cantina Santa Maria La Palma si presenta nel calice di colore giallo paglierino, con riflessi verdolini. Al naso, l’aromaticità tipica del vitigno è solo apparente. Analizzando con attenzione l’olfatto, paiono evidenti i sentori “rinoplastici” di mela golden, pesca, frutti esotici (ananas, mango) e fiori di glicine.
Al palato il corpo è leggero. La percezione “amarognola” tipica della chiusura di gran parte dei Vermentini di Sardegna sovrasta, fin dall’ingresso in bocca, le attese note fruttate. Una nota tanto evidente da coprire anche la mineralità, altro tratto distintivo del vitigno sardo. Un peccato. La persistenza è tutta giocata, monocorde, sul contrasto tra la suddetta nota amarognola, la frutta e la soluzione salina. Facile la beva, per chi non ha pretese di gusto tipico e d’abbinamento. Unica raccomandazione una temperatura di servizio non superiore ai 12 gradi.
LA VINIFICAZIONE
Il nome “Aragosta”, scelto dalla Cantina Santa Maria La Palma per il suo Vermentino “base”, si deve all’abbinamento per antonomasia di questo vino bianco ad Alghero: quello con l’aragosta alla catalana. Ricetta e vino “popolare”: un binomio che funziona, proprio per il prezzo allettante di questo nettare, colonna portante del fatturato di una cantina che vinifica 700 ettari complessivi di terreni dei circa 600 soci della cooperativa. La mancanza di notizie sulla tecnica di vinificazione di Aragosta, suggerisce una lavorazione tradizionale degli acini di Vermentino, raccolti senza una particolare selezione nei vigneti algheresi della nota cantina sarda.
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(4 / 5) E’ uno dei quattro vini della linea “Perla dello Jonio” di Cantina Coppola destinati alla Gdo. Parliamo del Vermentino Salento Bianco Igt prodotto e imbottigliato dalla storica cantina di Gallipoli, in provincia di Lecce.
La vendemmia sotto la lente di ingrandimento di vinialsuper è la 2016. Grande piacevolezza e facilità di beva, oltre a un ottimo rapporto qualità prezzo, ne fanno un prodotto di tutto rispetto nella “nicchia” dei vini bianchi di Puglia, storicamente terra di grandi e corpulenti rossi.
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice, il Vermentino Salento Bianco Igt 2016 di Cantina Coppola si presenta di un giallo paglierino piuttosto intenso, con riflessi verdolini che rendono il nettare brillante. Al naso è intenso, aromatico: richiami floreali di ginestra e mandorlo fanno da contraltare a sentori fruttati di pesca a polpa bianca. Più nascosti richiami alla macchia mediterranea contribuiscono a far emergere l’impronta minerale di questo vino.
E’ in bocca, di fatto, che il Vermentino Perla dello Jonio di Cantina Coppola rivela il suo carattere marcatamente salino. Un tuffo a bocca aperta nel mare di Puglia, dopo aver inspirato i profumi di questa terra straordinaria. Ma chi pensa a un vino “duro” si sbaglia: il palato, nonostante la percezione iodica, si equilibra sulle morbidezze. Un Vermentino di corpo leggero ma non banale, estivo, rotondo. In cui l’acidità gioca un ruolo fondamentale in termini di freschezza della beva. Sorprende (ma solo per la fascia prezzo di riferimento) anche la persistenza più che sufficiente di questo vino bianco pugliese.
Perfetto come aperitivo, il Vermentino della linea Perla dello Jonio di Cantina Coppola si sposa in cucina con piatti semplici della tradizione mediterranea. Accompagna bene antipasti di mare e di terra, primi e secondi non troppo elaborati a base di pesce e, in generale, le carni bianche. Non sfigura neppure alla prova del fritto.
LA VINIFICAZIONE
Cantina Coppola alleva Vermentino dal 1980 in Agro di Alezio, nella Tenuta Santo Stefano, a 72 metri sul livello del mare, sul golfo di Gallipoli. Il sistema di conduzione è la spalliera. I grappoli vengono raccolti a mano, attorno alla metà del mese di agosto e vinificati in maniera tradizionale. L’intero processo di vinificazione avviene in loco, compreso l’imbottigliamento.
“Perla dello Jonio – spiega Giuseppe Coppola – è una linea che abbiamo lanciato da qualche tempo con lo slogan ‘Gusto Quotidiano’, intendendo in questo modo la filosofia del vino di qualità per un consumo giornaliero, con un prezzo accessibile”. L’immagine in etichetta è il perimetro stilizzato del periplo del centro storico di Gallipoli. Un segno dell’inscindibile legame tra i vini di Cantina Coppola, che opera a Gallipoli dal 1489 – ormai alla quindicesima generazione di vignaioli – e il territorio di produzione.
Prezzo: 3,50 euro
Acquistato presso: Famila (Megamark); IperMac
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“Il 2016 è stato per noi un anno più che positivoe i dati confermano che abbiamo intrapreso la strada giusta. Il forte legame col territorio, sempre più al centro del nostro percorso, unito all’impegno e alla professionalità di tutto il nostro personale, ha contribuito a rendere Schenk Italian Wineries un gruppo solido e strutturato, in grado di competere sul mercato esprimendo al meglio le potenzialità dell’Italia del vino attraverso prodotti che sempre più conquistano consensi nel mercato interno e all’estero”.
Così Daniele Simoni, Amministratore Delegato Schenk Italian Wineries, commenta i ricavi consolidati al 31 dicembre 2016 del gruppo di Ora (BZ), pari a 108,3 milioni di euro. Un incremento del 7% rispetto ai 100,5 milioni registrati nell’esercizio precedente.
Significativi i dati di crescita dell’export (+9,3%), pari a 80,1 milioni di euro rispetto ai 73,3 milioni del 2015. L’export, che rappresenta il 74% del fatturato totale, risulta trainato soprattutto dalle ottime performance sia del mercato europeo, che di quello nordamericano (Stati Uniti e Canada). Bene anche il mercato domestico, dove Schenk Italian Wineries registra ricavi pari a 28,2 milioni rispetto ai 27,3 milioni al 31 dicembre 2015, con un incremento pari al 3,6%. In netta crescita anche il numero delle bottiglie vendute, che raggiungono i 57,3 milioni di unità rispetto al 31 dicembre 2015, quando erano pari a 55,2 milioni.
LA STRATEGIA
Schenk Italian Wineries ha da poco siglato un importante accordo di partnership strategica con CDA (Consorzio Distributori Alimentari), riferimento italiano nel comparto del beverage di primaria importanza focalizzato sul mercato Horeca, che conta 100 aziende associate, una rete di oltre 83 mila esercizi distribuiti su 104 provincie, circa 6000 brand gestiti e oltre 9,5 milioni di ettolitri distribuiti all’anno.
“L’accordo di partnership strategica con CDA – prosegue Simoni – ci darà la possibilità di penetrare in un segmento di mercato, quello Horeca, tra i più competitivi,ampliando ulteriormente il nostro business in modo capillare. Confidiamo infatti di chiudere il 2017 con una crescita a doppia cifra, continuando a raccogliere i frutti di un lungo percorso evolutivo che ci ha condotti fino ad oggi, grazie anche alle collaborazioni poste in essere dal nostro staff di agronomi ed enologi con produttori locali di alto livello, insieme all’acquisizione delle cantine Bacio della Luna a Vidor – Valdobbiadene (Treviso) nel 2011, e Lunadoro a Valiano di Montepulciano (Siena) nel 2016. Al momento stiamo inoltre vagliando ulteriori opportunità di espansione e alcuni progetti di acquisizione sono in fase di studio, opportunità queste che danno nuovo impulso al nostro progetto e ci permettono di guardare al futuro con fiducia”.
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L’Osservatorio del Vino rilascia i dati definitivi sull’export 2016 del vino italiano, confermando le proprie stime diffuse nei mesi scorsi. Anche questo è un anno da record: le esportazioni hanno raggiunto quota 5,6 miliardi di euro con un incremento del 4,3% sul 2015, che risulta inferiore, però, rispetto a quello del 2015 sul 2014 (+5,3%). I vini spumanti continuano ad essere i veri protagonisti di questo successo, con un valore di quasi 1,2 miliardi di euro (+21,4%) e un volume scambiato pari a circa 3,35 milioni di ettolitri (+19,9%). Il Prosecco guida questa domanda con un incremento del 23,9% a volume (quasi 2,3 milioni di ettolitri) e del 32,3% a valore (circa 885 milioni di euro).
Questi, i dati dell’Osservatorio del Vino relativi all’export 2016 del comparto, elaborati su base Istat da Ismea, partner dell’Osservatorio.
“Continua il trend positivo già annunciato dall’Osservatorio del Vino nei mesi scorsi – commenta Antonio Rallo, Presidente Osservatorio del Vino -. A parte i dati del Prosecco, non ci sentiamo di manifestare troppo entusiasmo perché cresciamo meno rispetto al 2015 e a ritmo più lento. Il fenomeno Prosecco va sostenuto con ogni mezzo affinché prosegua la brillante corsa iniziata da qualche anno – sottolinea il presidente Rallo -, ma non possiamo affidarci solo a questo prodotto per migliorare le performance del vino italiano fuori dai confini nazionali. Preoccupa, infatti, il dato relativo ai vini fermi in bottiglia. Il -4,5% fatto registrare dalle consegne oltre frontiera in questo segmento, accompagnato da un lieve arretramento dei valori dello 0,7%, deve far riflettere l’intero mondo produttivo”.
“Dobbiamo, quindi, definire nuove strategie per spingere altri vini italiani che stanno incontrando difficoltà nella crescita sui mercati internazionali – prosegue Antonio Rallo -. Si rivelano pertanto fondamentali progetti di promozione e comunicazione come quelli posti in essere da ICE per sviluppare attività mirate in Paesi chiave per le nostre imprese: in particolare negli Usa, primo mercato estero per i nostri vini, e in Cina. Tra i consumatori cinesi, registriamo una crescita a valore del 13,8% (101 milioni di euro) e a volume dell’11,4% (299mila ettolitri), ma siamo ancora molto lontani dalla Francia che ha migliorato le proprie performance ed esporta per un valore di 612 milioni di euro (+ 9,94%) e volumi di circa 1,79 milioni di ettolitri (+8,89%), come ci confermano i dati delle dogane francesi”.
“In questo senso – conclude Rallo – stiamo intensificando l’attività di UIV al fianco di ICE, proprio con l’obiettivo di migliorare il nostro posizionamento su questi mercati in termini di volumi di vino venduti e di incremento del valore medio a bottiglia”.
Il vino italiano a Denominazione vede incrementare complessivamente le esportazioni del 10,5% in valore (3,3 miliardi di euro) e del 7% in volume (8 milioni di ettolitri), confermando che la cultura del consumatore sta cambiando e la richiesta di vino è sempre più orientata verso prodotti di qualità. Vini e mosti nel complesso fanno registrare ottime performance nelle esportazioni 2016. Gli Stati Uniti rappresentano il primo mercato di sbocco, dove si registra, sullo stesso periodo 2015, un incremento in valore del 5,5%, per un corrispettivo di 1,35 miliardi di euro, e in volume del 3,2% (3,3 milioni di ettolitri). La Germania, secondo Paese d’interesse per il nostro export, torna a crescere sensibilmente rispetto al 2015, con un +1,7 in valore (977 milioni di euro) e un +0,5 in volume (5,56 milioni di ettolitri).
La Francia si rivela quest’anno un buon cliente, acquistando 1 milione di ettolitri (+15,2%) per un valore di 155 milioni di euro (+8,8%). Nel Regno Unito, una leggera crescita in valore (+2,3% per un corrispettivo di 764 milioni di euro) e un deciso arresto nei volumi (-7,4% con 3 milioni di ettolitri), evidenziano la propensione del consumatore a scegliere vini di maggiore qualità, pagando un prezzo/bottiglia mediamente maggiore rispetto al 2015. In Cina il vino italiano cresce in valore del 13,8% (101 milioni di euro) e in volume dell’11,4% (299mila ettolitri). La Russia evidenzia un trend positivo con un +10% in valore (78 milioni di euro) e un +15% in volume (335mila ettolitri).
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Stride, sul collo della bottiglia, la fascetta della Doc, dopo il primo sorso di Camé, Bonarda dell’Oltrepò Pavese vendemmia 2016 imbottigliato dall’Azienda Vinicola M.G. Sas a Cassolnovo, piccolo borgo alle porte di Vigevano (non esattamente, dunque, “Oltre il Po”). E stride, ancor prima, il manifesto affisso al cestone del Penny Market,
nel quale sono rovesciate le bottiglie di quello che viene presentato come il “Vino del mese”.
La promozione è di quelle accattivanti: al vino in questione viene applicato uno sconto del 27%, che porta il prezzo da 2,19 euro a 1,59 euro. Per intenderci, il Bonarda Camé costa 2,12 euro al litro. Bastasse la convenienza, saremmo a cavallo.
Dal nostro esame, il prodotto ne esce – di fatto – a pezzi. Spuma assente, naso grezzo, palato impastato da una pastosità che ricorda il ritrito. Undici gradi e mezzo la percentuale di alcol in volume.
Un’acqua rossa che offende un territorio intero, per mano di una catena della grande distribuzione come Penny Market, che con questa etichetta – a dispetto di un assortimento che può vantare punte di eccellenza nel rapporto qualità prezzo, come l’imbattibile Bolgheri InSogno di Podere Guado al Melo, non a caso inserito nella nostra classifica 2015 delle migliori bottiglie di vino acquistabili al supermercato – tocca uno dei suoi punti più bassi.
Avrebbe potuto seguirla a ruota Esselunga, se non fosse che il Syrah 2014 Terre Siciliane Igt Costa Gaia è prodotto da un mostro sacro come Cantine Pellegrino di Marsala. Gente che, se rischia, lo fa coscientemente.
Il vino in questione, in sell out a spot la scorsa settimana nella catena di Caprotti al fantasmagorico prezzo di 1,99 euro (al netto di un 50 e rotti percento di sconto) risulta letteralmente “regalato” nel suo apparire nel calice perfettamente didattico (più che mai adatto, dunque, al pubblico della Gdo).
Classiche note del vitigno che spaziano dalla frutta rossa al pepe nero, unite a una facilità di beva strepitosa, nonostante i 13% che lo rendono tutt’altro che un “vinello” da quattro soldi.
Due vini, il Bonarda Camé e il Syrah Costa Gaia, capaci di mostrare il duplice volto del rapporto qualità prezzo del vino al supermercato. Saper scegliere, per scegliere bene.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Archiviata la vendemmia e conclusi i brindisi di fine anno è tempo di bilanci per il vino Made in Italy che conquista nel 2016 la leadership mondiale nella produzione con circa 50 milioni di ettolitri e aumenta del 3% il valore dell’export che raggiunge il massimo storico di sempre a 5,2 miliardi. E’ quanto emerge dall’analisi della Coldiretti dalla quale si evidenzia che il vino è nel 2016 la prima voce dell’export agroalimentare nazionale.
Il primato produttivo davanti alla Francia nel 2016 è dovuto – sottolinea la Coldiretti – alla crescita in Veneto che si conferma la principale regione produttrice ma anche in Emilia, Romagna, Piemonte, mentre un contenimento di diversa entità si è verificato in Trentino Alto Adige, in Sicilia. In Lombardia mentre in Puglia presenta uno scenario molto variegato, con perdite pesanti su alcune varietà ed incrementi altrettanto importanti su altri secondo l’Ismea.
I NUMERI
Si stima che la produzione Made in Italy 2016 è rappresentata per oltre il 40 per cento dai 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc) e ai 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), per il 30 per cento ai 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 per cento a vini da tavola.
Per quanto riguarda le esportazioni, le performance dei prodotti nei singoli Stati si scoprono aspetti sorprendenti – evidenzia Coldiretti – a partire del successo del vino tricolore in casa degli altri principali produttori, con gli acquisti che crescono in Francia (+5%), Stati Uniti (+3%), Australia (+14%) e Spagna (+1%). Ma va sottolineato che nel Paese transalpino, patria dello Champagne, lo spumante tricolore fa addirittura segnare un incremento in doppia cifra, pari al +57%.
Il risultato è che la quantità di vino Made in Italy consumato fuori dai confini nazionali è risultata addirittura superiore a quella bevuta fuori dei confini nazionali con l’Italia. Negli Stati Uniti, continua Coldiretti, sono particolarmente apprezzati il Chianti, il Brunello di Montalcino, il Pinot Grigio, il Barolo e il Prosecco che piace però molto anche in Germania insieme all’Amarone della Valpolicella e al Collio.
Il settore del vino in Italia rappresenta un motore economico che genera quasi 10 miliardi di fatturato solo dalla vendita del vino e che da opportunità di lavoro nella filiera a 1,3 milioni di persone. La vendemmia 2016 – ricorda la Coldiretti – ha coinvolto 650 mila ettari di vigne, dei quali ben 480mila Docg, Doc e Igt e oltre 200mila aziende vitivinicole. La ricaduta occupazionale riguarda sia per le persone impegnate direttamente in vigne, cantine e nella distribuzione commerciale, sia per quelle impiegate in attività connesse e di servizio.
L’INDOTTO Secondo una ricerca di Coldiretti, per ogni grappolo di uva raccolta si attivano ben diciotto settori di lavoro dall’industria di trasformazione al commercio, dal vetro per bicchieri e bottiglie alla lavorazione del sughero per tappi, continuando con trasporti, accessori, enoturismo, cosmetica, bioenergie e molto altro.
Il futuro del Made in Italy dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività che è stata la chiave del successo nel settore del vino dove ha trovato la massima esaltazione la valorizzazione delle specificità territoriali che rappresentano la vera ricchezza del Paese” ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare che “il vino italiano è cresciuto scommettendo sulla sua identità con una decisa svolta verso la qualità che ha permesso di conquistare primati nel mondo dove oggi 1 bottiglia esportata su 5 è Made in Italy”.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Un sistema facile e intuitivo per comprendere, ancor prima di leggere la recensione, se siamo di fronte a un vino valido o, piuttosto, al cospetto di una sola.
Vinialsuper presenta oggi il nuovo metodo di valutazione dei vini recensiti nella categoria “supermercato”, dedicata alle bottiglie reperibili sugli scaffali delle maggiori insegne della grande distribuzione organizzata (Gdo) che operano in Italia. Una classifica che va da 1 a 5 “cestelli” della spesa, in grado di indicare il valore della bottiglia degustata.
Il punteggio, che prevede anche l’utilizzo di decimali (es: 3.5, 4.5) apparirà all’inizio di ogni recensione. Prima della descrizione del prodotto finito sotto la nostra lente di ingrandimento, troverete l’immagine stilizzata di cinque cestelli, che si coloreranno interamente o parzialmente, in base al giudizio assegnato.
Il nuovo sistema di classificazione grafica dei vini in vendita al supermercato riguarderà in primis le recensioni pubblicate a partire dal 2017. Col trascorrere delle settimane, il sistema sarà integrato anche sulle schede dei vini degustati lo scorso anno.
A fine anno, come già accaduto nel 2015 e nel 2016, pubblicheremo la classifica dei migliori vini in vendita al supermercato degustati nell’anno solare. E consegneremo un attestato di merito alle cantine produttrici dei vini che saliranno sul “podio” per le categorie “vino rosso”, “vino bianco”, “vino rosato”, “vino spumante” e “miglior cantina Gdo”.
A curare quella che è solo una delle novità che attendono i lettori di #vinialsuper nel 2017, è stato il nostro staff tecnico, a cui rivolgiamo un personale ringraziamento. Ai lettori, nuovamente un sincero augurio di buon anno dalla redazione di vinialsupermercato.it
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Per il quarto anno consecutivo Lidl si conferma “Insegna dell’anno”. Il premio 2016-2017 è stato assegnato dai clienti che hanno espresso le loro valutazioni online sull’operato di oltre 450 insegne retail suddivise in 27 categorie: dall’abbigliamento all’elettronica, dall’arredamento ai supermercati. Lidl Italia è risultata vincitrice assoluta non solo della categoria di appartenenza, “Supermercati”, ma anche del premio che decreta l’insegna che ha ottenuto le migliori valutazioni sia da un punto di vista quantitativo (numero di voti) che qualitativo (media voti). “Si tratta di un record – evidenzia il gruppo tedesco attivo dal 1992 in Italia – nessun’altra insegna partecipante aveva finora registrato quattro vittorie consecutive”.
Terminata l’eco degli scrosci di applausi, ecco qualche significativo dettaglio su come ci si aggiudica il premio, che ha visto tra l’altro “Iper, La grande i” trionfare nella categoria “Ipermercati”, strappandolo a Coop. I consumatori possono valutare le loro insegne preferite sulla base di “nove principali fattori che contano negli acquisti”. Un esempio? I tre criteri legati al prezzo: rapporto qualità-prezzo, livello dei prezzi e promozioni. Quindi un focus sui criteri legati al servizio: servizio, competenza degli addetti e cortesia. Infine sull’ampiezza di gamma: assortimento, atmosfera e innovazione. Oltre alla valutazione su ogni tema su una scala da 1 a 10, è possibile inserire una spiegazione aggiuntiva.
Criterio
Punteggio
Importanza
Punteggio x Importanza
Assortimento
7,5
12,96%
0,97
Cortesia degli addetti
6
9,84%
0,59
Rapporto qualità-prezzo
8
18,69%
1,5
Servizio
5,5
9,69%
0,53
Promozioni
6,7
15,40%
1,03
Livello prezzi
6,7
11,30%
0,76
Atmosfera
7
3,20%
0,22
Innovazione
7,5
14,81%
1,11
Competenza addetti
6,9
4,11%
0,28
Risultato finale
7
I clienti vengono invitati a votare online, ma anche grazie alla presenza di apposita cartellonistica in-store, che in questi anni – secondo le nostre impressioni – è apparsa quasi esclusivamente all’interno dei punti vendita Lidl. E c’è un perché. I promotori del premio “Insegna dell’anno” mettono a disposizione, per una cifra che parte dai 250 euro, dei “pacchetti offline”: poster, volantini, vetrofanie “e molte altre soluzioni” con il marchio della manifestazione, nell’ottica di “comunicare ai clienti la partecipazione alla manifestazione e invitarli a valutare già in punto vendita”. Insomma: più investi, più ottieni voti. Più hai la possibilità di aggiudicarti il titolo. Ma non finisce qui.
Per la prima volta, nel 2016, alle insegne è stato offerto “uno strumento in più per conoscere il parere dei loro clienti”. Quale? La possibilità di inserire “fino a tre domande personalizzate nel questionario”. Come? Pagando, of course. Il costo è di 1000 euro per una domanda aggiuntiva, 750 euro l’una per due domande e 600 euro l’una per tre domande. Semplice, facile ed evidentemente conveniente. Più in generale, le insegne possono contattare i consumatori per farsi valutare e per generare un numero adeguato di voti. Se ne richiede un minimo di 380, rendendo così ancora più fondamentale la visibilità della partecipazione dell’insegna al concorso.
COS’E’ “INSEGNA DELL’ANNO” A spiegare (parzialmente) cos’è “Insegna dell’Anno” ci pensa il sito web del concorso. “E’ la più grande ricerca sui consumatori in Italia – si evince – il suo successo cresce di anno in anno dal 2008. L’anno scorso vi hanno partecipato oltre 244 mila consumatori. Se i consumatori decretano che la tua insegna è la migliore, il titolo di Insegna dell’Anno è tuo per un anno e questo ti dà un enorme vantaggio competitivo!”. Perché le insegne dovrebbero partecipare?
La risposta, in un elenco: “Insegna dell’Anno è la più grande ricerca sui consumatori in Italia; oltre 244.000 consumatori; 27 vincitori di categoria e un vincitore assoluto; strumento di marketing ideale; apprezzato dai consumatori; genera attenzione e grande interesse da parte dei media; fornisce informazioni sulle esigenze dei consumatori e su come ti valutano; informazioni su come vengono valutati i tuoi competitor e sul tuo posizionamento”.
Ma per sapere qualcosa di più sugli organizzatori, occorre fare qualche “clic” in più. E scoprire, così, che a promuovere “Insegna dell’anno” è SEIC – Studio Orlandini, una società di consulenze e servizi rivolti al mondo della grande distribuzione e dei centri commerciali. “Nasce nel 1989 dall’esperienza di Carlo Orlandini – si legge sempre sul sito web – a cui si devono i primi centri commerciali e ipermercati in Italia, e di sua figlia Beatrice, che vanta un’esperienza ventennale in retail tour all’estero. Dal 2014 Beatrice Orlandini è partner di Q&A ed è responsabile dell’edizione italiana di Insegna dell’Anno. Assieme a Q&A organizza per conto di Assofranchising il premio l’Asso del Franchising, creato sulla falsariga di Insegna dell’Anno per premiare le eccellenze nel mondo del franchising”.
Sponsorizza l’evento e lo speciale Dossier “Largo Consumo”, la rivista dedicata al retail e ai mercati dei beni food e non food a maggiore diffusione in Italia. Largo Consumo cura la serata di evento di premiazione dell’Insegna dell’anno, e lo speciale Dossier dedicato ai vincitori. Sempre sul sito web della manifestazione, un’informazione vitale: “Sono disponibili diverse opzioni di sponsorizzazione, il nostro team è a disposizione per trovare la soluzione più adatta alle esigenze della tua azienda”. E adesso, per un anno e fino alla prossima edizione del premio, buono spot a tutti. In tv. E per le corsie dei supermercati Lidl.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Nove miliardi di euro. Valgono tanto USA e UK per import di vino, i due principali mercati al mondo. Pesando rispettivamente per il 18% e 15% sul totale del vino commercializzato a livello globale. Gli Stati Uniti figurano, allo stesso tempo, come il primo paese al mondo per consumi di vino: oltre 31 milioni di ettolitri nel 2015, il 38% in più di quanto si bevono gli italiani.
Questo doppio primato deriva dal fatto che gli USA rappresentano anche il quarto produttore mondiale (22 milioni di ettolitri nel 2015) e buona parte del proprio vino viene consumato entro i confini nazionali (ne esportano poco più di 4 milioni). Al contrario, il Regno Unito che per ragioni pedo-climatiche (forse ancora per pochi anni, visti i cambiamenti climatici in corso) produce quantità marginali di vino, è “costretto” a consumare principalmente prodotto di importazione e in questo caso i consumi totali coincidono con gli acquisti dall’estero, facendo del Regno Unito il sesto paese al mondo per consumi (13,5 milioni di ettolitri).
Ancora più interessante è il “peso” che il vino detiene sul totale delle bevande alcoliche consumate: 10% negli USA, 18% in UK dove in entrambi i paesi la parte del leone viene fatta dalla birra. Da questi pochi numeri si capisce però dove insistono le maggiori prospettive di crescita per i vini italiani. Mentre nel Regno Unito è difficile pensare ad ulteriori effetti “sostituzione” rilevanti (tra vino e birra), nel caso degli Stati Uniti gli spazi di crescita sono duplici: da un lato, i tassi di penetrazione del vino ancora bassi tra i consumatori di bevande alcoliche dovrebbero crescere a scapito della birra (il consumo pro-capite di vino negli USA è inferiore ai 10 litri, in Italia – seppur in calo – viaggiamo sui 37 litri); dall’altro, tra vini concorrenti, quelli esteri possono aumentare le proprie quote di mercato a danno di quelli nazionali, in virtù di una crescita dei redditi pro-capite che ha tra i propri effetti quello di spostare l’acquisto da vini locali a vini stranieri. Ovviamente, in linea teorica. Poi da quel punto in avanti interviene la concorrenza tra prodotti esteri (Francia, Australia, Nuova Zelanda, Cile) a fare la differenza.
Stante questo scenario, nel corso degli ultimi 5 anni le importazioni negli Stati Uniti di vini dall’Italia sono aumentate del 61% a valore e del 26% a volume, uno scostamento determinato sia da un riposizionamento qualitativo dei nostri vini oltre che da un effetto rivalutazione prodotto dal rafforzamento del dollaro rispetto all’euro. Le nostre performance sono state superiori alla media del mercato, intesa come trend dell’import totale (+52% a valore) ma inferiori a quelle dei vini neozelandesi (+119%) e francesi (+83%). I dati relativi ai primi 10 mesi del 2016 mostrano ancora una tendenza positiva ma determinata da una spinta più debole: l’import di vino cresce a livello totale dell’1,8% in valore e di appena lo 0,1% in volume, con l’Italia che mette a segno un +3,9% a valore e un +1,9% a volume.
Siamo cioè distanti da quel 10% di tasso medio annuo (CAGR) di crescita che ha connotato l’import dal nostro paese nel quinquennio 2010/2015. Anche in questo caso, Nuova Zelanda e Francia registrano variazioni positive più ampie, rispettivamente pari a +9,2% e +4,2% in valore. Se guardiamo alle diverse tipologie, è solo grazie agli spumanti – e in particolare al Prosecco – che l’Italia registra questi valori positivi nel 2016: mentre i vini fermi imbottigliati calano del 2,6% in volume, gli sparkling crescono del 25,5%.
IL VINO ITALIANO NEL REGNO UNITO
Anche il mercato inglese presenta analogie simili nelle tendenze che si sono manifestate su quello americano. Nel medesimo quinquennio di tempo considerato, l’import di vino è cresciuto del 21% a valore ma meno del 5% a volume. Rispetto a questa media, l’import di vini italiani è aumentato rispettivamente del 64% e 35%, surclassando a valore praticamente tutti i diretti competitor, mentre a volumi rimanendo appena dietro la Spagna (+37%).
Le importazioni dal paese iberico hanno visto crescere soprattutto la categoria dei vini fermi imbottigliati (+50%), mentre è nuovamente merito degli spumanti (e anche in questo caso del Prosecco) se gli acquisti dall’Italia sono cresciuti così tanto: basti pensare che, a volume, l’import di sparkling italiano in UK è cresciuto del 572% tra il 2010 e il 2015.
Si tratta di un trend che trova conferma anche nell’anno in corso. I primi dieci mesi del 2016 mostrano una crescita dell’import dall’Italia che, nel totale a volume evidenzia un +3,2% sostanzialmente frutto della categoria spumanti che, presa a sé stante, mette a segno un +38% (si pensi infatti che i vini fermi imbottigliati italiani registrano un calo del 12% a valore e dell’8% a volume, in analogia a quanto sta accadendo all’import dell’intera categoria: -12% a valore e -5% a volume totale mondo).
LO STUDIO WINE MONITOR “Secondo le nostre stime – dichiara Denis Pantini, responsabile Wine Monitor di Nomisma – nel 2016 le importazioni a valore di vino negli Stati Uniti chiuderanno con una crescita inferiore al 2%, mentre nel Regno Unito ipotizziamo un calo di quasi il 10%”. D’altronde, si tratta di quei mercati che nel 2016 hanno vissuto due tra gli eventi più destabilizzanti e meno prevedibili che si ricordino: Brexit e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.
“L’indecisione che gira attorno alla Brexit e che ha portato la sterlina a perdere oltre il 10% nei confronti dell’euro e delle principali valute internazionali dal referendum ad oggi, non ha fatto altro che tenere gli importatori inglesi alla finestra, riducendo gli acquisti di lungo periodo”, continua Pantini.
Nel caso invece degli Stati Uniti, l’elezione di Trump ha avuto, sulla valuta locale, l’effetto contrario. Il rafforzamento del dollaro che potrebbe continuare anche nel 2017 a seguito degli interventi di politica economica e fiscale promessi in campagna elettorale, potrebbe ridare vigore alle importazioni dall’Italia, a condizione che contestualmente non vengano attivate misure protezionistiche volte a tutelare i vini californiani. Il che, ad oggi, sembra però lontano dall’essere attuabile (così almeno si spera).
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Ripresa dei consumi nel mercato interno per il vino di qualità. Leggera crescita dell’export. Dematerializzazione dei registri e approvazione del Testo Unico della Vite e del Vino. Sono questi alcuni punti del bilancio estremamente positivo, “sia sul fronte organizzativo sia politico”, presentato ieri dal presidente di Unione Italiana Vini, Antonio Rallo, all’ultimo Consiglio Nazionale Uiv del 2016.
Proprio sull’approvazione del Testo Unico si è espresso il vice ministro dell’Agricoltura, Andrea Olivero: “È nato per merito della collaborazione tra i soggetti della filiera produttiva – ha evidenziato – di cui Unione Italiana Vini è autorevole espressione. Grazie al suo operato, questo lavoro è stato possibile in un tempo relativamente breve. Uiv, in questi anni, non ha tutelato solo gli interessi dei propri associati ma ha portato avanti le istanze di tutto il mondo vitivinicolo italiano. Questo coraggio nell’interpretare e proporre un’idea virtuosa di ‘bene comune’, è stato indispensabile per formulare una legge corretta e completa. UIV rappresenta, in sintesi, un soggetto economico conscio della propria responsabilità nei confronti del comparto e un vero motore del vino italiano, di cui l’Italia ha veramente bisogno”.
“Con 60 nuovi soci e l’ingresso del Movimento Turismo del Vino in Unione Italiana Vini – ha commentato il presidente di UIV, Antonio Rallo – abbiamo toccato quest’anno un record di adesioni che premia il lavoro promosso da tutto il Consiglio Nazionale. Tra i grandi traguardi raggiunti nel 2016, è significativo il rafforzamento del nostro ruolo di rappresentanza nazionale ed europea: uno scenario positivo per la Confederazione, proiettata, grazie alle ultime novità introdotte dal Testo Unico, verso un programma concreto di modernizzazione del settore”.
Alla consueta serata degli auguri che ha anticipato l’ultimo Consiglio UIV dell’anno, hanno partecipato rappresentanti delle Istituzioni italiane e straniere, confermando l’amicizia e la stima nei confronti di Unione Italiana Vini, sempre più solido e apprezzato riferimento del mondo del vino a livello nazionale. Tra i presenti, il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin. “Il vino -ha commentato – è cultura e rappresenta una parte importante della nostra tradizione. In questi termini va approcciato e raccontato, per proporre un modello di consumo consapevole, rispettoso dei valori nobili che questo comparto, da sempre, esprime. Unione Italiana Vini si muove proprio in questa direzione e, da qui, nasce il sostegno che il Ministero della Salute sta dando ai progetti di educazione alla responsabilità nel consumo di vino fino ad ora proposti da UIV”.
Per quanto riguarda il dettaglio dei consumi interni, si registra che nella Gdo sono cresciuti per il vino di qualità (fino a 0,75 l) del 3,8% a valore e dell’1,7% a volume (Fonte dati IRI – novembre 2016). Anche il canale Horeca fa rilevare un incremento delle vendite del 7,5% a valore e del 7% a volume (proiezione fine anno su dati Osservatorio del Vino). Il dato dell’export relativo al periodo Gennaio – Settembre vede una crescita del 3,3% a valore e del 1,4% a volume, trainato dal Prosecco (dati Osservatorio del Vino). Se si mantenesse tale trend, il valore delle esportazioni a fine anno potrebbe superare la soglia dei 5,5 miliardi di euro.
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Frank e Cindy ti guardano stralunati. Pesci fuor d’acqua. Con in mano un calice di vino. Vuoto. “We’re looking for american Barbera. We love american Barbera. Where is it?”. Vaglielo a spiegare, alla coppia agée d’americani in tour a Barolo, che alla rassegna di Vignaioli Corsari in programma a Castello Falletti non figurano aziende a stelle e strisce. Tradotto: scordatevi la vostra Barbera. Glielo fai capire con le buone. Mentre il discorso vira, lento come i fumi dell’alcol, verso altri lidi: “We love Barbera, and we love Donald Trump. He’s a good person. Hillary Clinton is fake. Believe in us!”. Lo faremo. Ma da domani. Oggi, piuttosto, è il giorno dei bilanci per la rassegna di vini europei organizzata dall’Associazione culturale Giulia Falletti al Castello di Barolo. Affluenza a tre zeri che soddisfa i promotori dell’evento, con i sotterranei del maniero letteralmente presi d’assalto da un pubblico eterogeneo, tra cui figurano tanti giovani.
“Siamo molto contenti di vedere volti nuovi rispetto alla scorsa edizione – commenta Marta Rinaldi – con ottocento persone ai nostri banchi d’assaggio, tra le giornate di domenica 4 e lunedì 5 dicembre. I produttori sono sempre 30, ma quest’anno abbiamo avuto il piacere di ospitarne di nuovi, rappresentando zone d’Europa prima non considerate. Lo spirito è rimasto lo stesso: prima di tutto l’amicizia. E poi lo scambio di esperienze tra diversi produttori. Vini Corsari non è solo un festival per un pubblico amante dei vini artigianali, ma anche un’occasione per i vignaioli di incontrarsi e scambiare parecchio, tra di loro e con il territorio del Barolo”. Una zona volutamente non rappresentata ai banchi d’assaggio, che non hanno visto intervenire nessuno dei grandi interpreti locali delle uve Nebbiolo e Barbera. “Però – sottolinea ancora Marta Rinaldi – sono molti i produttori delle Langhe che hanno partecipato alle degustazione e alle cene con i loro colleghi europei”. Una quarta edizione che ha visto la collaborazione di “amici” portoghesi e francesi, al fianco dell’Associazione culturale Giulia Falletti. E un risultato, a conti fatti, davvero prezioso per l’accuratezza della selezione di produttori intervenuti. Tutti capaci di esprimere un livello qualitativo altissimo, attraverso le loro opere: i loro vini.
LA DEGUSTAZIONE Con fatica, noi di vinialsuper proviamo a identificare qualche vino ‘sopra le righe’ degustato alla quarta edizione di Vini Corsari. Tra gli italiani, una menzione speciale per i vini rossi va di diritto a Cristiana Galasso di Feudo D’Ugni. Memorabile il suo Montepulciano d’Abruzzo 2013 “Rudero”, ottenuto da vendemmia tardiva. Vino rosso da tavola, di quelli che si scordano i Consorzi delle Doc. Troppo bello per essere vero il frutto rosso che si materializza al naso, sotto forma di sublime confettura. Una concentrazione e una carica gusto olfattiva di rara bellezza, per un vino capace di accompagnare piatti della tradizione abruzzese, tanto quanto non sfigurerebbe in un ristorante stellato di qualsiasi capitale del mondo.
Ma Cristiana Galasso di professione fa la “vignaiola fiammiferaia”. E se le fai i complimenti, arrossisce. Del Montepulciano d’Abruzzo 2013 ne ha prodotte solo 300 bottiglie. In ognuna deve averci lasciato un pezzo del cuore umile sfoggiato a Barolo. Bottiglia dal valore inestimabile. Da amare, sorso dopo sorso. Così come splendido è il Cerasuolo da uve Montepulciano rimaste poche ore a contatto con le bucce e vinificato in cemento e acciaio. Imbottigliamento dopo 15 mesi, con un pizzico di solforosa.
Un rosato indimenticabile, per struttura e intensità. Capace, al contempo, di assicurare la beva leggera, estiva, caratteristica delle vinificazioni in bianco. Tra gli altri rossi a Barolo, una menzione speciale va all’intera elegante produzione della Tenuta di Valgiano, Lucca, che con Moreno Petrini ha portato in degustazione gli ottimi “Tenuta di Valgiano Rosso” 2013 e 2011 e, soprattutto, “Palistorti” 2012.
Dall’altra parte della sala degustazioni allestita a Castello Falletti, ecco il nostro eroe dei vini bianchi italiani presenti in rassegna. E’ Patrick Uccelli di Tenuta Dornach, Salorno (Bolzano), Alto Adige. Uno capace di mettere il punto sul Gewurztraminer con il suo “G.”, vendemmia 2015. Nel senso che ti manda a capo, tanto è in grado di spiazzarti in un gioco quasi diabolico tra un naso più che convenzionale (ma curioso) dominato dal litchi e un palato dirompente, persistente, di sorprendente tannicità verde. Quel colore rosato, dovuto al contatto di un mese con le bucce dello splendido uvaggio autoctono altoatesino, non poteva che portare a tale conclusione. Ma te ne rendi conto troppo tardi. Proprio per colpa di quell’olfatto così convenzionale. Poi la bocca ti frega. E sono pernacchie che ti ricorderai a lungo.
Tre ettari e mezzo che nel 2017 diventeranno 4,5, per Tenuta Dornach. E una filosofia spiegata con chiarezza dal quell’eterno Peter Pan che sembra essere il 42enne Patrick Uccelli, vignaiolo giocoliere. “Io e la mia famiglia produciamo tutto in biodinamico dal 2009 e speriamo che un giorno tutto il mondo del vino operi in questo regime. Ma il cambiamento è assurdo pensarlo in tempo reale. Sarebbe arrogante. Ci vuole pazienza, è inutile forzare le tappe”.
A pari merito con Dornach, impossibile, tra i vini bianchi italiani, non citare l’intera produzione de La Castellada di Giorgio e Nicolò Bensa, realtà che opera in Friuli Venezia Giulia. Più esattamente a Oslavia, Gorizia. Tutti vini importanti, da aspettare, quelli presenti al banco degustazione corsaro. Il Collio Doc 2010 Bianco della Castellada è sublime. Ottenuto da un 50% Pinot Grigio, un 30% Chardonnay e un 20% Sauvignon da vigne di età compresa tra i 20 e 50 anni, pare una caramellina al palato. Per poi accendersi d’improvviso, come il fuoco su un terreno impregnato di benzina, svelandosi caldo, strutturato, poderoso. E dotato di un finale senza fine. Il Pinot Grigio, come spiega al banco di degustazione il preparatissimo Stefano Bensa, viene colto e subito pressato. Il mosto viene fatto dunque fermentare in barrique, con lieviti indigeni. Chardonnay e Sauvignon fermentano a contatto con le bucce per 4 giorni.
Poi vengono travasati in barrique per completare la fermentazione. Seguono 11 mesi in barrique e 12 mesi in vasca d’acciaio inox di affinamento, più ulteriori 12 mesi in bottiglia, senza filtrazione. Sontuoso il Collio Doc Bianco Riserva 2006 “Vrh”: un blend ottenuto al 75% da Chardonnay, cui viene sommato un 25% Sauvignon di vigne di 45 anni di marna Eocenica. I grappoli vengono diraspati e il pigiato posto a fermentare in tini aperti di rovere di Slavonia, per 2 mesi. Fermentazione alcoolica e malolattica a contatto con le bucce. Seguono 36 mesi in botte grande di rovere di Slavonia, 12 mesi in vasca d’acciaio inox. In bottiglia senza filtrazione, esprime un 14,5% di alcol in volume. Dieci ettari di vigneto per La Castellada nel goriziano, per un totale di 25-30 mila bottiglie prodotte annualmente. Azienda tutta da scoprire e da amare al primo sorso.
Rimaniamo in Italia per segnalare altri due bianchi coraggiosi. Il Liguria di Levante Igt “Poggi Alti” 2015 dell’Azienda Agricola Santa Caterina di Sarzana è un vino di grande prospettiva, capace di far tornare alla mente i grandi bianchi liguri di quel genio anarchico di Fausto De Andreis, one man company di Rocche del Gatto. “Fermentazione in tini aperti d’acciaio e maturazione in gres”, spiega Andrea Kihlgren, che così mira a preservare e valorizzare i varietali del Vermentino. “Facevo altro nella vita – continua il vignaiolo dal cognome svedese, tramandato dal padre – ma quando ho deciso di dedicarmi a tutto tondo al vino ho capito subito che una via ‘tiepida’ non faceva per me. Questo è un lavoro che bisogna sentire dentro e che fa fatto con coscienza, oppure bisognerebbe fare altro”. Un degno compagno di De Andreis, insomma. Dentro e fuori dal calice. Ad accomunarli, ovviamente, anche i problemi con il Consorzio per il riconoscimento di una Denominazione d’origine controllata a cui, entrambi, hanno ormai rinunciato su parte della produzione.
Merita un plauso, infine, il coraggio di Les Petits Riens di Regione Chabloz, Aosta, piccola realtà a metà tra Morgex e Saint Vincent. L’unica ad allevare, nell’intera Valle d’Aosta, l’Erbaluce di Caluso. Nasce così Petit Bout De Lun 2014, un bianco curioso, la cui vinificazione avviene all’80% in acciaio e al 20% in barrique, dove resterà a maturare 15 mesi, prima dell’imbottigliamento. Un vitigno, l’Erbaluce, scelto per conferire acidità a uno Chardonnay altrimenti stanco. Altra curiosità: i vini de Les Petits Riens sono tutti turati con il sughero, ricoperto da cera d’api. Un altro modo per sottolineare il profondo legame del vino con il territorio d’origine.
Tra le bollicine presenti a Vini Corsari 2016, non poteva che spuntarla il sontuoso Franciacorta Docg Pas Dosé 2011 “Il Contestatore” dell’Azienda Agricola Il Pendio di Michele Loda (Monticelli Brusati, Brescia). Un Metodo Classico ottenuto in purezza da uve Chardonnay, provenienti dai gradoni più alti della vigna. Capace di surclassare l’unica maison di Champagne presente ai banchi di degustazione, La Closerie, con il solo “Le Beguines” (prezzo tra gli 80 e i 90 euro) a discostarsi da una produzione fin troppo piaciona e commerciale, fondata sul Pinot Meunier.
GLI STRANIERI C’è una cantina che più delle altre ha saputo convincere tra i Corsari 2016. L’avreste mai immaginato? Proviene dalla Svizzera. Più esattamente dal Vallese. Quel Valais che, in estate, vi abbiamo raccontato in lungo e in largo (vedi qui). Dimenticandoci, però, di uno come Olivier Pittet di Fully (d’altronde, con centosessantadue vini degustati in diciotto differenti cantine, poste su un percorso di circa 250 chilometri, siamo sicuri potrete perdonarci). Il Fendant 2014 di Pittet è divino. Si scosta dalla semplicità intrinseca del vitigno Chasselas, per assumere al naso sentori complessi, che segnano tutta l’esperienza olfattiva con Pittet: quelli vegetali, erbacei, in bilico tra l’erba fresca e il fieno, tra i fiori e le aromatiche alpine, sino alla camomilla secca.
Note che nel Petit Arvine 2014 diventano quasi piccanti, con il peperone giallo a verde a spuntare nel mucchio composto di sentori delicati. Una caratteristica che, qui, ritroveremo anche in bocca. Chimere 2014 è il più gastronomico dei vini di Olivier Pittet, quello di più facile abbinamento in cucina. A.R.H. 2014 è invece il sorprendente blend tra Petite Arvine (50%) e un clone sconosciuto derivante da un incrocio di quattro vitigni, tra cui l’autoctono Rèze (Resi) e l’Humagne Blanc: un vino dal residuo zuccherino elevato (12 g/l).
Per completezza e qualità nella produzione non può essere dimenticato anche Aleks Klinec, vignaiolo bio del Collio sloveno, impiantato a Medana. Il fil rouge che lega i vini è quello di una consistente sapidità, quasi croccante, da mordere. Ma a convincere più di tutti – per presente e prospettive future – è Jakot 2012, ottenuto da fermentazione spontanea con quattro giorni di contatto con le bucce delle omonime uve, dimenticate per 3 anni in botti di acacia. Tipico colore aranciato e grande intensità e finezza olfattiva, che richiama fiori e frutta esotica matura. Un naso suadente, che al palato rompe gli indugi sfoderando muscoli d’acciaio: di alcolicità calda, almeno al percepito, controbilanciata alla perfezione da una freschezza e da una sapidità invidiabili. Vino che stupisce, appunto, per il suo grande equilibrio.
Ottima anche la Malvazia Istriana 2012 di Klinec, più profonda al palato rispetto a Jakot, per la presenza di un’acidità ancora più spinta e un tannino astringente. In Gardelin 2012 è ancora più marcata la vena sapida, evidentemente per l’assenza dei tannini in un uvaggio come il Pinot Grigio. La Ribolla 2012 (14 giorni di macerazione e 3 anni in botte per estrarre al meglio le proprietà di un’uva dalla buccia spessa come l’orgoglio del popolo sloveno) è un altro luminoso esempio della grandezza dei vini della vicina Slovenia. Infine, ma non ultima, la Riserva 2006 Klinec con base Verduzzo Friulano, in blend con Ribolla, Malvasia e Tocai. Un Barolo bianco, potremmo azzardare. Estratto secco che pesa come un macigno, sulla lingua. E 14,9% di alcol in volume a completare il quadro. Chapeau.
Segnaliamo, tra gli altri, anche la cantina portoghese Encosta da Quinta, 80 chilometri a nord di Lisbona. Vino di facile beva ma di cui non ci si dimentica affatto il bianco Humus 2015, proposto in degustazione dal timido Rodrigo Filipe. Un blend ottenuto dai vitigni autoctoni del Portogallo Arinto e Fernao Pires. A chiudere la rassegna dei migliori vini degustati tra i Corsari 2016 anche lo Chardonnay du Hasard, Vin de Voile di Domaine Labet, Jura, Francia. Un bianco unico, in cui alle note ossidative fanno da contraltare sorprendenti note fruttate fresche. Spazio anche per un vino a prezzi pazzi: il blend di Trebbiano e Trebbiano di Spagna di Vittorio Graziano (Castelvetro di Modena): 13 euro per un’esperienza sensoriale giocata sul filo sottile dell’equilibrio tra le note macerative e quelle fruttate mature.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Trovarsi alla Terra Trema ogni anno è come passare una serata con gli amici lontani, con cui ti ritrovi raramente. Legno. Luci soffuse. Musica in sottofondo. Un buon bicchiere di vino. E chiacchiere. Tante chiacchiere. In particolar modo se, per te, è il sesto anno consecutivo. Ma siamo alla 12° edizione. La numero 10 al Leoncavallo di Milano. E si vede. Finalmente il bicchiere non è quello classico, da degustazione della festa del paese. E’ un calice!
Gli amici sono quelli di sempre, ma ogni anno conosci qualcuno di nuovo. Perché la manifestazione conta ben 90 produttori, in media, all’anno. Tutti Vignaioli, contadini, amanti della terra. Del suo profumo e del suo calore. Lo trasmettono. Anche solo da come ti parlano. Tutto attorno, un ambiente che li mette a loro agio. Come in campagna. Nulla di sfarzoso.
Niente distoglie il visitatore da quei faretti. Puntati solo su di loro. I protagonisti. Al fianco dei loro vini. Bisogna solo avvicinarsi e parlare. Non aspettano altro che raccontarti la loro passione. La loro fatica.
LA DEGUSTAZIONE
L’inizio è quello di sempre, con i vignaioli che poi si incontrano anche in cantina, durante l’anno. Si parte col Pecorino dell’Azienda Agricola Fiorano di Cossignano (AP), il Donna Orgilla 2015. Giallo paglierino con riflessi verdognoli, naso floreale ed erbaceo, caldo figlio di un’annata tosta. In bocca sapido e molto minerale. E’ capitato negli anni di degustare magnum con qualche anno sulle spalle. E questa vigna riesce col tempo a sfoderare evoluzioni Riesliniane.
Da lasciare a bocca aperta. Peccato che Paolo, co-titolare dell’azienda, non ne abbia portate in degustazione. Altro Pecorino di casa è il Giulia Ermina, con fermentazione in tonneaux francese e maturazione “sur lies” per 12 mesi, più 8 di affinamento in bottiglia. Una piccola chicca, per chi ama il sentore terziario appena percettibile del legno, sempre ben bilanciato da una buona acidità. Vero e proprio contraltare della freschezza di Donna Orgilla.
Nuova tappa ma ancora Pecorino. Stavolta Il Fiobbo di Vini Aurora ad Offida (AP). Questo è un gioiellino e basta. Perfetto, intrigante, complesso nei sentori gusto-olfattivi ma allo stesso tempo beverino. Anche qui riflessi verdognoli tipici del vitigno. Naso di mela verde, agrumi, fieno ed erbe aromatiche. Finale rinfrescante.
Facciamo un passo più a nord, sempre Marche. Stavolta quella del Verdicchio. Corrado Dottori di Cupramontana (AN). Azienda La Distesa, è in ritardo. Il banchetto è ancora vuoto. E allora ne approfittiamo per assaggiare i Verdicchio di La Marca di San Michele, che porta il Capovolto 2015 e il PassoLento 2014, in magnum. Capovolto 2015 è quello che non ti aspetti. Annata calda, siccitosa. Ma la vendemmia è stata anticipata di più di un mese, con inizio a fine agosto. E qui si trova la chiave di tutto. Qui non c’è macerazione e non c’è passaggio in legno.
Solo acciaio. E 8 mesi sulle fecce nobili. E’ un vino che esprime il varietale del Verdicchio. Da bere a secchi in estate. PassoLento 2014 è invece il fratello maggiore… inizia la fermentazione in acciaio poi passa in botti di rovere da 10 hl dove finisce la fermentazione e matura per 9 mesi sulle fecce fini. Poi attende altri 9 mesi in bottiglia. E’ molto più complesso e strutturato con un corpo caldo nonostante l’annata fresca, di 13% vol. Un vino che ancora deve evolvere.
Lasciamo le Marche e andiamo in Sicilia, regione rappresentata a La Terra Trema da ben 15 produttori. Nino Barraco e Marilena Barbera fanno da capofila. Barraco schiera una batteria di 10 e forse più vini in degustazione. Uno più buono dell’altro. Merita una nota particolare il rosso Milocca 2006 da vendemmia tardiva di Nero D’Avola. Una perla. Affinato in castagno da 205 litri per 24 mesi. C’e tutto: pepe, cacao, ciliegie, anice stellato. In bocca dolce e sapido, suadente. Tra i bianchi, non si può scegliere. Ognuno ha le proprie peculiarità. Il Catarratto, lo Zibibbo in secco, il Grillo. Sono tutti deliziosi. Acidità e sapidità la fanno da padrona, ma non coprono mai i varietali. Qui Nino Barraco ha trovato la giusta alchimia.
Da Marilena Barbera è facile perdere la testa. Per lei, per il suo amore per il proprio lavoro, per la sua terra. E per i suoi vini. Inzolia 2015 è quasi salmastro. E per Marilena questa è la chiave. Ammette infatti che il sale stimola le papille gustative e le rende più recettive ai sentori. Rendendo la beva molto più interessante e appagante. Ma da Marilena Barbera, quest’anno, c’è una sorpresa: l’Arèmi, blend con una piccola percentuale di Zibibbo. Vino imbottigliato quella stessa mattina, come racconta entusiasta la vignaiola, proprio per portarne un campione alla fiera. Niente vendita. Ma è facile immaginare che chiunque l’abbia assaggiato si sia appuntato il numero della cantina. Per ordinarne un bancale. Un vino che non puoi non amare: fresco, sapido, con quella nota aromatica dello Zibibbo di Menfi, nel sud più profondo.
Lasciamo Marilena Barbera ma rimaniamo in Sicilia. Per una scoperta. 2012 Etna Rosso – Eno-trio, Nerello Mascalese in purezza da vigne a piede franco in contrada Calderara. Versante nord-ovest dell’Etna. E’ amore a prima olfazione.
Età media delle piante: 80-90 anni. Rese da 600g/1kg per pianta. Siamo al top. Affinamento in tonneaux e barrique di secondo, terzo passaggio per 12-18 mesi, più altri 6 in bottiglia. Boom. Naso commovente, con frutto dolcissimo e speziato, ciliegia, china, noce moscata, carbone, fumo e questa dolcezza intossicante che fa pensare alle pesche mature.
Notevole, veramente notevole. Bocca (per fortuna) idem: il tannino morbido accarezza il palato, poi è dolce, setoso e lungo. Poi un Traminer Aromatico, da vigne a 1000m d’altezza sull’Etna. Anche qui siamo su rese bassissime, ma con densità di impianto leggermente superiore al Nerello. Vino elegante, aromatico, delicato. Con note floreali, fruttate e con sentori di spezie. Altra bel prodotto.
Risalendo lo stivale cadiamo nella tentazione di qualche bella bollicina. Di Lambrusco, però. Il vino giusto, per spezzare e preparare il palato ai rossi corposi. Denny Bini è un personaggio da amare. Un Emiliano Doc, di Reggio. La Rosa dei Venti lo puoi bere anche a colazione. Lambrusco varietà Grasparossa, rosato rifermentato in bottiglia. Macerazione di 2 ore senza controllo. Secco, leggermente amaro, con un accenno di tannino. Bellissimo. Ponente 270 Lambrusco dell’Emilia, “come lo si fa a Reggio”, ci racconta. Cinque giorni di macerazione, mischiando tutte le varietà di Lambrusco: Lambrusco Grasparossa, Malbo Gentile, Lambrusco Salamino, Lambrusco di Sorbara. Pieno, ma morbido. Libeccio 225, il suo Lambrusco, il Grasparossa. Qui siamo a 10 giorni di macerazione , il colore lo rivela. Rifermentato in bottiglia. Bel corpo e una bevibilità che non ti stanca mai. Un po’ come La Terra Trema. Imperdibile, l’anno prima. Come l’anno dopo.
Medico per vocazione e sommelier per passione. Mi sono poi riscoperto medico per passione e sommelier per vocazione. Sostieni il nostro progetto editoriale con una donazione a questo link.
Dwight Stanford, un lavoro ce l’aveva. In America. Chirurgo generale. Apriva e ricuciva pazienti, nella sua clinica di Kansas City, Missouri. Poi, la svolta. Anche Antonella Lonardo, un lavoro l’avrebbe avuto. Una cattedra all’Università di Napoli. Docente ordinaria, dopo la laurea in Archeologia. Ebbene. Ci ha rinunciato. Ancor prima di cominciare. Il richiamo della terra è una questione di vita o di morte per i vignaioli Fivi. L’americano che molla tutto e si trasferisce a Offida, nella sperduta provincia di Ascoli. E l’avellinese che dopo tanti sacrifici sui libri capisce cosa vuole davvero: proseguire il cammino segnato dai genitori, titolari di un’azienda agricola ben avviata, a Taurasi. Storie di vino. Storie di vignaioli che, nel weekend scorso, si sono resi protagonisti del Mercato dei Vini della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi), nei padiglioni di Piacenza Expo, pronto ora allo storico sbarco nella capitale, Roma, il 13 e 14 maggio 2017 all’Eur.
“Sopra la stessa zolla. Sotto la stessa goccia. Nello stesso letame”: questo il messaggio lanciato dai viticoltori nel corso della sesta edizione della manifestazione, che ha chiuso con più di 9 mila ingressi la due giorni nel capoluogo emiliano (+50% rispetto all’edizione 2015). Citazione della retroetichetta delle bottiglie di Prosecco di Luigi Gregoletto, vignaiolo Fivi dell’anno. Un segnale forte, in un periodo in cui il vino e i vignaioli sono sotto accusa, in particolare nella zona di Conegliano-Valdobbiadene. In un’arena piena di colleghi il vignaiolo di Miane, premiato come Vignaiolo dell’anno, ha commosso i presenti con il suo discorso. Un inno alla terra e al suo rispetto.
“Dalla mia vita e dalle mie esperienze – ha raccontato Gregoletto – posso dire che la terra va rispettata, va amata, perché la terra è madre e sa ricompensare. Anche oggi che produrre molto è facile e produrre poco è altrettanto facile. Produrre equilibrato nel rispetto della terra, della sua conservazione e della qualità del prodotto, è molto più difficile. Ma sono convinto che questa sia la via da affrontare e sono altrettanto convinto che la terra non delude. La terra ti può fare meno ricco, ma sicuramente più signore”.
I MIGLIORI VINI DEGUSTATI Signori vini, quelli in degustazione al “Mercato” di Piacenza. I bianchi di Ermes Pavese, vignaiolo valdostano di Morgex, mostrano tutte le potenzialità del vitigno autoctono Prié Blanc. Il metodo classico Pas Dosé, 24 mesi sui lieviti si rivela complesso, sapido, minerale, di persistenza balsamica. Più pronto del Pas Dosé 18 mesi, ancora giovane, come evidenzia un’acidità spiccata e di prospettiva. Anche Nathan, il barricato di casa Pavese, è un buon compagno da dimenticare in cantina e riscoprire tra qualche anno.
Dalla Valle D’Aosta ci spostiamo in Friuli Venezia Giulia, dai Vignai Da Duline. La cantina di Villanova (Udine), visitata nelle scorse settimane da Angelo Gaja e dal suo staff, porta sugli scudi Malvasia Istriana e, soprattutto, Friulano Giallo: antico biotipo di Tocai, risulta meno produttivo ma più resistente alle malattie. Duecento ceppi in totale, che nelle annate migliori i coniugi Lorenzo Mocchiutti e Federica Magrini tramutano in magnum d’occasione. Memorabile la vendemmia 2015 di Giallo di Tocai, in degustazione: note speziate di zenzero e curcuma si legano a doppio filo ai terziari conferiti dal legno. Naso rigoglioso, cui fa eco un palato morbido, ricco, carico di vitalità. Da provare anche Morus Alba, unione tra i cru di Malvasia Istriana e Sauvignon che esprime l’idea di territorialità dei Vignai Da Duline.
Un passo più in là ecco Weingut Abraham. A presentarla Martin Abraham. Personaggio schivo, presenta in degustazione una batteria interessantissima. Tra i Pinot Bianco svetta la vendemmia 2013. Lungo periodo sulle fecce e due anni in botte seguono una raccolta dei migliori grappoli, da viti del 1955. L’acidità spiccata gioca con note esotiche che, tanto al naso quanto in bocca, spaziano dal mango alla banana. Un Pinot Bianco salino, che darà il meglio di sé nei prossimi due, tre anni. Solo 600 le bottiglie prodotte. Una vera perla.
Straordinario anche il Traminer 2014 di Martin Abraham. Meno aromatico di quanto ci si possa aspettare, spariglia le carte con un olfatto tipico e un palato che, al contrario, spinge maggiormente sulla mineralità. La vendemmia 2013 di Traminer è ancora più concentrata, ma conserva i medesimi tratti. Ottimi anche i rossi del vignaiolo altoatesino di Appiano (Bolzano). Upupa Rot 2013 è il blend tra Schiava (95%) e Pinot Nero (5%), vino “dritto” sulle acidità più che sulle note fruttate tipiche dei due vitigni. Sublime il tannino espresso, così come elegante risulta quello del 100% Pinot Nero 2013, timido in ingresso, pronto poi ad aprirsi sul classico bouquet di sottobosco.
Ecco dunque Edi Keber, friulano di Cormons, Gorizia. Il suo Collio 2015 è fresco e fruttato. In degustazione anche una più evoluta vendemmia 2012, che mostra tutta la potenzialità d’invecchiamento dell’uvaggio storico Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla. Giallo dorato, naso minerale che richiama il terroir, frutta meno stucchevole e meglio bilanciata da un’acidità viva. “Un vino da aspettare”, come conferma al banco il giovane vignaiolo Kristian Keber.
Non poteva mancare la Lombardia, con una vera e propria “chicca”. E’ Bastian Contrario, 100% Trebbiano dell’azienda Lazzari di Capriano del Colle, provincia di Brescia. Novecentotrenta bottiglie, numerate. La vendemmia in degustazione è la 2014. Giallo dorato, naso di miele millefiori e tipica nota botritica. Al palato pieno, sapido ed elegante. Morbido, nonostante l’acidità spiccata. Fondamentali i diradamenti dei tralci di Trebbiano, in vigne di età superiore ai 20 anni. “L’obiettivo – spiega Davide Lazzari – è quello di ridurre il carico produttivo fino a non più di 60 quintali di uva per ettaro: si spinge così sulla surmaturazione con vendemmia tardiva a fine ottobre. Attendiamo dunque l’attacco botritico, che contribuisce a un’ulteriore concentrazione delle rese. Il 50% del mosto fermenta direttamente nella barrique in cui resterà in affinamento per 12 mesi”. L’abbinamento perfetto? Quello con i formaggi grassi delle valle Orobiche.
Ecco dunque l’incontro che non t’aspetti. Quello con Ps Winery di Offida, Ascoli Piceno. Una cantina a metà tra le Marche e gli Stati Uniti d’America. Chiedere per credere ai due soci fondatori, Raffaele Paolini e Dwight Stanford. Galeotto fu il master di Scienze Gastronomiche organizzato da Slow Food del 2006, presso la Reggia di Colorno. I due si conoscono lì e la passione per il vino fa il resto.
“Dopo 25 anni di lavoro in clinica ero un po’ stanco – spiega Dwight (nella foto con la moglie, conosciuta al Bravio delle Botti di Montepulciano) – volevo un anno sabbatico. Ho deciso così di aderire al master di Slow Food. Mi avevano assicurato che tutte le slide sarebbero state in inglese. Ma quando sono arrivato, mi sono reso conto che non era così! Passavo i pomeriggi a tradurre i pochi appunti, studiando su Internet cosa fosse esattamente, per esempio, il Parmigiano Reggiano. Proprio in quei giorni mia madre è venuta a mancare e ho deciso di reinvestire l’eredità, assieme ai soldi che avevo messo da parte in tanti anni di lavoro, nell’acquisto di alcuni terreni, assieme al mio compagno di corso Raffaele”. I due scelgono i cloni, le varietà. E trasformano interi campi coltivati a erbe mediche in vigna. “Il primo anno è stato fantastico – ammette Dwight – anche se abbiamo dovuto mandare via l’enologo. A quello poi ho ovviato io, laureandomi in enologia”.
Da provare l’Incrocio Bruni 54 di Ps Winery, dal prezzo strabiliante di 10 euro (in cantina). Si tratta del risultato dell’incrocio, per impollinazione, di Verdicchio di Jesi e Sauvignon Blanc. “Una pianta legnosissima – spiega Raffaele Paolini – tutt’altro che elastica, già a maggio. Delicatissima nel periodo della fioritura, ha un grappolo spargolo”. Solo 14, in tutta la regione, le cantine che lo allevano. Ps Winery ne ha 1.500 ceppi, distribuiti su un quarto di ettaro. Di colore giallo paglierino con riflessi dorati, il Marche incrocio Bruni 54 Igt di Ps Winery richiama il Verdicchio e la sua carica minerale, al naso. Al palato è un concentrato di struttura e di calore, ben espresso dagli oltre 15 gradi di percentuale d’alcol in volume. La sapidità è il secondo tratto distintivo del magnifico terroir Marche, espresso anche in questo Incrocio.
Di Ps Winery splendido anche il Syrah 2013 (24 mesi tra barrique e tonneau). Ai frutti rossi maturi rispondono a livello olfattivo percezioni floreali di viola, che poi lasciano spazio a complessi terziari di vaniglia, tabacco, liquirizia. Non manca uno spunto vegetale, che richiama la macchia mediterranea (alloro, rosmarino). Di grande freschezza in ingresso, rivela al palato la potenza (elegante) di un tannino ben bilanciato che nobilita la beva e chiama il sorso successivo. Ancora verde il tannino del Montepulciano 2011 Igt di Ps Winery: altro prodotto di assoluto valore, ma da attendere.
Rimaniamo nelle Marche per scoprire un altro vignaiolo che ha fatto della sperimentazione il proprio credo. E’ Giuseppe Infriccioli dell’Azienda agricola biologica Pantaleone, che lascia a bocca aperta con il suo Bordò. Si tratta di un biotipo storico appartenente alla famiglia dei Grenache. Utilizzato in purezza (100%), dà vita all’Igt Marche Rosso La Ribalta, di cui apprezziamo in particolare le vendemmie 2012 e 2010.
Di colore rosso rosso granato intenso, impenetrabile, si rivela speziato al naso: alle note fruttate rosse fanno da preponderante contorno liquirizia, chiodi di garofano, ginger e una spruzzata di pepe nero. Il tannino è presente, ma non disturba la beva in una vendemmia 2012 che, a conti fatti, risulta di grande eleganza e avvolgenza, anche nel finale tendente nuovamente al fruttato. Più complessa, come da aspettative, l’evoluzione della vendemmia 2010. Naso e bocca tendono al peperone verde e al cetriolo sotto aceto. Tutt’altro che un difetto, anzi: vino da provare, almeno una volta nella vita, per accompagnare grigliate, stufati, arrosti, brasati, cacciagione e selvaggina, nonché formaggi stagionati.
E’ di Contrade di Taurasi – Cantine Lonardo, provincia di Avellino, l’ultimo vino che segnaliamo tra i migliori assaggi al Mercato dei Vini Fivi 2016. Ventimila bottiglie la produzione totale della cantina oggi condotta in regime biologico dall’ex archeologa Antonella Lonardo, avviata dal padre Alessandro Lonardo e dalla madre Rosanna Cori: lui professore di Lettere in pensione e sommelier, lei insegnante di educazione Tecnica a Napoli. Cinque ettari, coltivati prettamente ad Aglianico. Ed è proprio un Taurasi Docg a centrare nel segno. Si tratta del cru Coste, vendemmia 2011.
Vino elegante, maestoso, che esprime tutta la magnificenza del grande vitigno avellinese. Difficile non pensare a una ricca tavola imbandita, sorseggiandolo a Piacenza: perfetto l’abbinamento con piatti elaborati a base di carne (dal brasato alla selvaggina) o accostato a formaggi stagionati. “L’annata 2016 è stata dura – commenta Rosanna Cori – le piogge ci hanno fatto temere addirittura per l’intero raccolto. Abbiamo vendemmiato quasi grappolo per grappolo, non appena compariva un po’ di sole. Il nostro enologo si è meravigliato quando ha visto le condizioni perfette delle uve condotte in cantina”.
Contrade di Taurasi produce vino ma svolge anche un ruolo sociale ed educativo nell’avellinese, nell’indole dei suoi fondatori. “Ogni anno ospitiamo un tirocinante dell’Università di Palermo – evidenzia ancora Rosanna Cori – che può formarsi al fianco del nostro piccolo staff scientifico, di cui fanno pare il professor Giancarlo Moschetti e il professor Nicola Francesca, microbiologi dell’Università di Palermo”. Loro il merito di aver estratto i lieviti indigeni che rendono così unici i vini di Cantine Lonardo, capace – se non bastasse – di recuperare anche un vitigno abbandonato come il Grecomusc, unico bianco di questa validissima realtà avellinese.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Sarà Luigi Gregoletto, vignaiolo in Conegliano-Valdobbiadene, a ricevere il premio Romano Levi per il Vignaiolo dell’anno conferito dalla FIVI durante il Mercato dei Vini. La sua famiglia da più di 400 anni lavora la terra e coltiva la vite. “Luigi Gregoletto rappresenta quella figura di vignaiolo che sa di essere custode, non padrone della sua terra. E la coltiva con la cura di chi sa che la terra rimarrà anche in futuro e darà buoni frutti solo se rispettata. Rappresenta una generazione che ha visto la povertà diventare ricchezza, ma ha mantenuto i piedi sempre saldi a terra, come le radici dei suoi storici vigneti. Rappresenta quelle figure che sono ambasciatori di un territorio, scrigni di sapere e di passione, esempio del passato e faro per i vignaioli del futuro”.
Gregoletto sarà uno dei protagonisti della sesta edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti che sabato 26 e domenica 27 novembre vedrà riuniti 421 vignaioli che racconteranno il territorio attraverso i loro prodotti. Un’occasione per conoscere i vini di vignaioli provenienti da tutta Italia, anche attraverso quattro degustazioni tematiche condotte dagli stessi produttori.
Saranno inoltre consegnate le targhe FIVI a sette nuovi punti di affezione. Sono enoteche e ristoranti che hanno in carta i vini dei Vignaioli Indipendenti e che possono esporre lo stemma dell’associazione nel loro locale. Per la prima volta saranno consegnate anche a due locali fuori Italia, uno a Tallin e uno a Berlino.
Ma il Mercato diventa anche mostra. All’ingresso del padiglione fieristico si potranno infatti ammirare quest’anno 15 opere dell’oste pittore Giordano Floreancig. Attraverso pennellate decise e impietose e una pittura ricca di significati e forza, l’artista friulano esprime la tragedia dell’esistenza umana. Nel salone della Fiera saranno invece esposte le 5 foto vincitrici del contest #chinonbeveincompagnia, lanciato sui social media da FIVI, che ha raccolto scatti in vigna o nella natura sul tema della festa. Gli autori saranno premiati con un soggiorno in agriturismo e con bottiglie di vino.
Gli orari di apertura del Mercato dei vini sono: sabato dalle 11.30 alle 19.30 e domenica dalle 11.00 alle 19.00. Ingresso € 15.00 (ridotto € 10 per i soci AIS – FIS – FISAR – ONAV e SLOW FOOD).
IL MERCATO DEI VINI FIVI IN BREVE
Quando: sabato 26 e domenica 27 novembre 2016
Dove: PiacenzaExpo
Orario di apertura al pubblico: Sabato dalle 11.30 alle 19.30 | Domenica dalle 11.00 alle 19.00
Ingresso: € 15.00 comprensivo di catalogo e bicchiere per degustazioni ingresso giornaliero, € 25.00 il biglietto per due giorni.
Ingresso ridotto: € 10.00 per soci AIS – FIS – FISAR – ONAV – AIES e SLOW FOOD – possessori del biglietto della manifestazione MareDivino 2016 (il socio deve mostrare tessera valida dell’anno in corso). I minorenni non pagano l’ingresso e non possono effettuare degustazioni.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Sul tavolo della sala di degustazione ci sono due piccoli calici. Mezzo dito di vino sul fondo, colora tutto il vetro d’un rosso acceso. La luce soffusa punta dritta negli occhi. Un omino piccolo si avvicina alla porta. Due giri di serratura. Mano tesa. “Buonasera, si accomodi pure. Arrivo”. Nello stanzino attiguo, qualcuno prova a far cambiare idea a Lino Maga. “Lino, no, non la voglio, ti ringrazio. Lino, davvero. Vado. Ciao Lino, ci vediamo”. “Aspetta”, risponde lui con dolcezza perentoria. Quella bottiglia di Barbacarlo, già incartata, rimarrà nella sala di degustazione. “La regalerò a qualcun altro”. Il sorriso di Lino Maga è quello di un condottiero stanco, ma ancora determinato a combattere. Stretto in una sciarpa blu, si siede al tavolo offrendo un tarallo dolce. Si abbina bene con le note fruttate, genuine, del Barbacarlo 2015. “La 2016 promette ancora meglio”, commenta subito, fiero. Incontriamo Lino Maga nella sua Broni, nella sala-bottega di via Mazzini 50.
Il conto alla rovescia per il Mercato dei Vini Fivi di sabato 26 e domenica 27 novembre è già iniziato. Nonostante qualche acciacco, il vignaiolo che ha contribuito a far conoscere al mondo intero l’Oltrepò pavese, presenterà in prima persona una verticale del vino-mito Barbacarlo. Cinque annate (2010, 2009, 2007, 2004, 2000), che saranno commentate da Walter Massa (altro vignaiolo simbolo di un territorio intero, col suo Timorasso che ha conquistato il pianeta) e il collega oltrepadano di Maga, Andrea Picchioni, che il “signor Barbacarlo” identifica come erede in Oltrepò, “dopo mio figlio”.
Ma non si aspettino scintille. Lino Maga, 80 anni suonati, è un personaggio schivo, riservato. Uno che non fa certo il paio con Massa, al contrario della sua “badante” Picci. Un agricoltore che ama la sua terra come si ama una sposa. Oggi, come quando aveva 6 anni. “A quell’età – ricorda Maga fissando il vuoto – aiutavo per la prima volta mio padre in vigna. Tiravo via le foglie dalle ceste di uva. Non mi ha insegnato niente nessuno. Semplicemente, se non facevo quello che diceva mio padre, erano legnate. E quando invece le prendevo da mia madre, sapevo che poi papà mi avrebbe dato il resto. Ho avuto una vita difficile, eppure riuscivamo sempre a sbarcare il lunario. I tempi difficili della guerra. Avevamo tutti i rifugi in vigna, per ripararci dalle mitragliate. La mamma faceva il pane in casa, il pollaio c’era, il maiale si ammazzava… Era dura, ma bella. Mi abbronzavo, in vendemmia”. Quest’anno, il figlio Giuseppe, ha provato a dare un freno all’intraprendenza del padre. “Mi ha tolto le chiavi del trattore. E allora io sono salito fin sulle vigne più alte a piedi”. Già, le vigne alte. Quelle più amate da Lino Maga. “Le più difficili da lavorare – ammette – ma allo stesso tempo le migliori. Quelle che regalano l’uva più bella. Quelle dove non arrivi con le macchine. L’agricoltore è un uomo libero che fa piccoli numeri. E nei piccoli numeri sta la qualità”.
Un dogma che, da oltre mezzo secolo, si traduce in una produzione che non supera le 10 mila bottiglie. “Eppure – evidenzia Lino Maga – c’è chi, ancora oggi, mi chiede di fare squadra con chi ne produce 200 milla, a dire poco. Ma come potrei? Il vino è una cosa seria. Il vino è un credo”. “Il problema – continua il viticoltore, tra un tiro stanco e l’altro alla sigaretta – è che l’industria ha superato l’agricoltura, anche nei termini. Si parla di vino biologico, ma mai di vino genuino. Non basterebbe dire che un vino è genuino per essere automaticamente biologico? E i sommelier? Sentiamo mai dire a un sommelier che quel vino sa…di uva? No, mai. Eppure questa sarebbe la cosa più naturale del mondo, per il vino”.
“Hanno complicato tutto – continua Lino Maga -. Mi hanno fatto la guerra sin dal 1979, quando ho fondato l’Associazione dei vignaioli dell’Oltrepò. Non ci riconoscevano, dicendo che avevamo un regolamento troppo rigido. Ci fecero decadere. Eppure è a noi che si deve la nascita dell’Oltrepò pavese come denominazione di origine controllata. Ho dato la vita per l’Oltrepò e ai contadini la possibilità di usare il nome della loro terra sulle etichette dei loro vini. Allora aveva un significato. Ma oggi? Lascio un punto interrogativo. Ultimamente vengo trattato con riconoscenza, ma non è stato sempre così. Anzi”.
Al figlio Giuseppe, l’eredità pesante di Lino Maga. “Mio figlio ha questo peso sulle spalle e lo stanno bombardando. Ma davanti a lui ci sono io. Come esempio. Faccio coraggio a lui e a tutti i giovani, di crederci. Perché la terra ti toglie, ma poi ti dà. La burocrazia ha tolto il sorriso agli agricoltori. Ma sono sicuro che se l’agricoltura saprà riprendersi i suoi valori, sarà anche in grado di dominare l’industria”. Agli oltrepò-steri l’ardua sentenza.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Trecentoquarantamila bottiglie. Si assesta su queste cifre la produzione di vino novello da parte di Cavit, Cantina Viticoltori del Trentino. Cifre in decremento. Così come in picchiata risultano, su scala nazionale, le vendite di vino novello. Una crisi senza fine, quella del corrispettivo italiano del Beaujolais nouveau francese. Il primo nettare della vendemmia, ottenuto (almeno parzialmente) mediante macerazione carbonica, ha perso il fascino di 10 anni fa. In Italia se ne producevano 10 milioni di bottiglie. Oggi 2 milioni. Il minimo storico, come sottolinea la stessa Coldiretti.
“Indubbiamente – spiega Susi Pozzi, direttore Marketing Italia di Cavit S.C. – il mercato del Novello negli anni ha subito un ridimensionamento, sia dal punto di vista delle bottiglie totali sia del numero di produttori. E’ un prodotto che ha raggiunto la fase di maturazione e declino. Le motivazioni sono diverse: un calo generalizzato del consumo di vino, la perdita ‘dell’effetto attesa’, dopo la modifica della data del cosiddetto ‘deblocage‘ del 6 novembre, una costante rincorsa all’anticipo del Natale che ha eroso ‘spazio/tempo’ alla vendita di questo prodotto, in particolare nel canale Gdo”.
Eppure, per Cavit, la produzione di vino novello rappresenta un segmento importante. “Il nostro novello Fiori d’Inverno è leader nel canale Gdo – precisa ancora Pozzi – mentre Terrazze della Luna è dedicato al canale Horeca. Il novello, per Cavit, rappresenta ancora un prodotto importante, che sosteniamo con eventi ad hoc per comunicare al consumatore e agli opinion leader la peculiarità dell’uva Teroldego, particolarmente adatta alla tecnica della macerazione carbonica, oltre alle caratteristiche distintive dei nostri Novelli”.
IL NOVELLO DI CAVIT L’Igt Vigneti delle Dolomiti “Fiori d’Inverno”, destinato ai supermercati, è un vino di pronta beva, preparato e proposto al consumatore già un mese dopo la fine della vendemmia. La zona di produzione è il Campo Rotaliano, nei comuni di Mezzolombardo, San Michele all’Adige e tra le colline coltivate a vite di Roverè della Luna. In particolare, “Fiori d’Inverno” nasce dalle uve di due vigneti autoctoni trentini: Teroldego e Schiava Gentile, che contribuiscono al blend rispettivamente al 70 e al 30%.
La tecnica usata per la vinificazione del Teroldego è la macerazione carbonica: le uve, perfettamente sane e mature, vengono fatte sostare intere e non pigiate in tini di acciaio inox in ambiente saturo di anidride carbonica. Durante questo periodo avviene la fermentazione intracellulare con estrazione delle sostanze aromatiche più delicate presenti nella buccia. Dopo qualche giorno l’uva viene pressata e il mosto fatto fermentare a temperatura controllata. Unito alla Schiava gentile (che dunque non subisce macerazione carbonica) viene poi sottoposto a un breve affinamento in tini di acciaio inox, prima dell’imbottigliamento e della commercializzazione. Dati analitici: alcool 11,50% vol., acidità totale 4,8 g/l, estratto secco netto 26 g/l, zuccheri residui 7 g/l.
Caratteristiche organolettiche: colore rosso rubino, vivo e brillante. Profumo netto, marcatamente fruttato con sentore di lampone e fragola tipico dei vini ottenuti in macerazione carbonica. Sapore secco, piacevolmente equilibrato, di corpo leggero, ma elegante e vivace. Temperatura di servizio: 12-14° gradi.
Il Novello di Teroldego Igt Vigneti delle Dolomiti “Terrazze della Luna” è vinificato e proposto al consumatore appena dopo un mese dalla vendemmia. “A torto – spiega Susi Pozzi – per la sua giovinezza, è considerato di ‘relativa’ qualità: è invece il frutto di un’attenta selezione delle uve, di una raffinata tecnica enologica e di un efficiente servizio al consumatore più curioso”. La zona di produzione è sempre quella del Campo Rotaliano in Trentino, ossia l’area vitata delimitata dalle Borgate di Mezzolombardo, Mezzocorona e San Michele all’Adige, collocata lungo i fiumi Adige e Noce. “L’esperienza – evidenzia Pozzi – ha dimostrato che il vitigno più adatto all’elaborazione del vino Novello è l’autoctono Teroldego, opportunamente selezionato e vinificato in purezza. La particolare resistenza ‘meccanica’ della buccia consente di mantenere integri gli acini durante la prima fase di vinificazione in macerazione carbonica delle uve intere. Particolare questo molto importante per i processi enzimatici che avvengono in questa prima fase all’interno dell’acino e che conferiscono al vino quel particolare sentore fruttato e fresco, tipico del novello”.
Il metodo di elaborazione è quello della macerazione carbonica. I grappoli maturi e perfettamente sani vengono posti interi, e non pigiati, in piccoli tini di acciaio inox. La macerazione in ambiente chiuso, in totale assenza di ossigeno, favorisce l’estrazione delle sostanze aromatiche e coloranti dalle bucce. Dopo alcuni giorni si passa alla pigiatura delle uve, avviando il mosto alla fermentazione a temperatura controllata. Un breve affinamento in recipiente d’acciaio inox precede imbottigliamento e commercializzazione.
Caratteristiche organolettiche: colore rosso rubino, vivace e brillante; profumo netto con marcato sentore fruttato che ricorda i frutti di bosco e in particolare il lampone. Sapore fresco, armonico, delicato e piacevole. Dati analitici: alcool 12,00% vol, acidità totale 5 g/l, estratto netto 26 g/l, zuccheri residui 6 g/l. Temperatura di servizio: 12-14° gradi.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Dal 18 al 27 novembre si svolgerà ad Abbiategrasso, Cittaslow, la diciassettesima edizione di Abbiategusto, la nota kermesse dedicata alle eccellenze enogastronomiche. Il tema di quest’anno, già introdotto con la Fiera Agricola tenutasi in ottobre, è “Il Ticino, la grande via d’Acqua, dalla Svizzera, al Piemonte alla Lombardia”. Come da tradizione Abbiategusto apre le porte della città a chiunque voglia scoprire il gusto e la storia legata ai sapori del territorio locale, e non solo. “Con Abbiategusto 2016 – afferma Pierluigi Arrara, Sindaco di Abbiategrasso – si capitalizza l’esperienza acquisita in questi anni relativa alla celebrazione del “gusto” declinato in diversi ambiti enogastronomici e contestualmente si dà avvio a un nuovo tema culturale che ha come riferimento il fiume Ticino e i relativi territori: Svizzera, Piemonte, Lombardia”.
Abbiategrasso, secondo il primo cittadino, “può ricoprire un ruolo strategico in questo contesto”. “È posizionata geograficamente a 20 Km da Milano – evidenzia Arrara – e contestualmente nel Parco del Ticino adiacente al Parco Agricolo Sud e rappresenta storicamente il punto d’ingresso dell’idrovia a Milano, collegando la Svizzera, passando per il Piemonte fino alla Lombardia. Un contesto geografico, paesaggistico e culturale unico in ambito internazionale, che coinvolge territori di montagna, valli, pianure, laghi e corsi d’acqua. Il fiume Ticino collega da secoli Milano, Abbiategrasso e la Svizzera: un collegamento logistico ed economico attraverso la navigazione del Ticino, ma anche culturale e paesaggistico. Si pensi ad esempio – conclude il sindaco di Abbiategrasso – al trasporto del marmo di Candoglia su concessione di Gian Galeazzo Visconti del 1387 che è servito alla realizzazione del duomo di Milano. Un immenso territorio con una produzione agricola e culturale d’incredibile qualità e appeal”.
IL PROGRAMMA L’evento è organizzato in collaborazione con il Parco del Ticino, gli agricoltori e i produttori locali, gli esercenti della zona e l’Associazione Maestro Martino ed è declinato in funzione di alcune prestigiose location della città: il Castello Visconteo, l’ex Convento dell’Annunciata, alcuni locali commerciali della città e lo Spazio Fiera.
I sotterranei del Castello Visconteo ospitano, dalla sera del 18 novembre in occasione del weekend del tradizionale appuntamento di “Aspettando Abbiategusto”, l’Osteria del Grotto, il luogo dove si svolgono degustazioni, incontri con produttori delle valli tra la Svizzera e il Piemonte presentati dal Parco del Ticino e dai suoi protagonisti. È stato scelto il concept del “Grotto” per ricreare un locale tipico delle regioni montuose delle Alpi, in particolare delle zone del lago di Como, della Valchiavenna e del Canton Ticino. L’offerta gastronomica dell’Osteria del Grotto è curata dallo Chef Alessandro Manzetti. Il menù è incentrato sulla produzione agroalimentare di qualità e su antiche ricette della tradizione ticinese, ossolana e lombarda proposte con semplicità e rigore.
L’Osteria del Grotto resta aperta nelle date di Aspettando Abbiategusto (18-20 Novembre) e durante Abbiategusto (25-27 Novembre) a ciclo continuo con una formula pranzo, cena e aperitivo. Ad animare l’atmosfera sono previsti alcuni cori degli Alpini delle valli, un momento d’intrattenimento della tradizione ossolana con canti popolari di montagna e la degustazione dei Runditt o Stinchett, tipici della cucina piemontese della val Vigezzo, che vengono proposti dalle donne dell’Accademia Runditt vestite in abiti tradizionali, nella versione originale con burro e sale o accompagnati ai salumi. L’Osteria del Grotto sarà anche un luogo d’incontri aperti al pubblico con i produttori di salumi, di formaggi, di vino e dei prodotti delle valli tra la Svizzera e il Piemonte presentati dal Parco del Ticino e dai suoi protagonisti che racconteranno le lavorazioni e i loro prodotti in un confronto tra due territori.
LA MOSTRA Ad arricchire la bellezza dei sotterranei del Castllo Visconteo una mostra d’arte di Gabriele Cantadore, che inaugurerà il 18 novembre, artista che ha saputo celebrare le valli, gli animali e le montagne del Ticino. “L’opera di Gabriele conferma una mia arcana convinzione – dichiara la nota critica e storica dell’arte Elda Cerchiari Necchi -. I materiali che l’uomo usa per costruire e per “fare” una casa assorbono e restituiscono le sue energie creative, energie assai più complesse ed articolate di quanto in genere si pensi. Le sue opere seguono uno straordinario percorso attraverso valori tanto remoti quanto attuali: è un cammino che affratella l’uomo al creato”.
La città si animerà il 25-26-27 novembre con Abbiate Experience un’offerta gastronomica e sensoriale curata da una serie di esercizi commerciali della città, sviluppata sia in base al tema territoriale del Ticino, a cui l’evento è ispirato, ma anche ad altri ambiti geografici a livello nazionale e internazionale purché rappresentativi di un’eccellenza (tè, cioccolato, bollicine, distillati, salumi, etc.). Il programma dettagliato sul sito www.abbiategusto.it.
SPAZIO FIERA
Lo Spazio Fiera, dal 25 al 27 novembre, ospita la mostra mercato di prodotti enogastronomici d’eccellenza con più di sessanta espositori provenienti da tutta Italia e una rappresentanza di 15 Cittaslow. Per offrire un concreto aiuto alle zone colpite dal recente terremoto la Fiera è lieta di ospitare alcune aziende agricole della zona dei Monti Sibillini ed Antonello Egizi di Forme d’Autore con una esposizione di formaggi e guanciale dell’area di Amatrice.
All’ingresso dello Spazio Fiera, nella piazza dedicata ad un illustre abbiatense, lo stilista Franco Moschino, vengono esposte le eccellenze della città dedicate alla moda, all’industria, all’economia, alla cultura e ai sapori in un percorso storico dalla seconda metà degli anni ’50 sino ad oggi.
Sempre dal 25 al 27 novembre in Piazza Castello ci sarà la tipica Cucina Popolare a cura del Gruppo Alpini Abbiatense e del Gruppo La Cappelletta. Ad arricchire il programma gastronomico domenica 27, durante tutta la giornata, ci sarà il “Mercato del gusto” in piazza Marconi, per le vie adiacenti e nel cortile interno del castello Visconteo.
Evento conclusivo di Abbiategusto la grande Festa Gourmet dalle 18 alle 23 presso l’ex Convento dell’Annunciata con l’apertura straordinaria dell’Ambasciata del Gusto promossa dall’Associazione Maestro Martino. Una serata dedicata all’esperienza Gourmet con l’Ambasciata del Gusto e i prodotti del Parco del Ticino con gli chef Sabrina Tuzi, Lucia Tellone, Sara Preceruti, Matteo Monfrinotti, Antonio Colombo e Andrea Besuschio. All’interno del convento anche musica e appuntamenti legati ad esperienze sensoriali con degustazioni legate a prodotti d’eccellenza: caviale, tè, cioccolato distillati e sigari.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Soddisfazione e ottimismo di Helmuth Köcher, presidente e fondatore del Merano WineFestival, in chiusura della venticinquesima edizione della manifestazione (qui la lista dei vini premiati), che ha visto superare le diecimila presenze in 5 giorni di attività, superando di qualche decina i numeri del 2015. Cento aziende vitivinicole partecipanti a bio&dynamica, 394 cantine italiane e 92 artigiani del gusto e birrifici nella Selezione Ufficiale 2016, 89 aziende vitivinicole internazionali e 13 tra Consorzi e aziende di servizi alla ristorazione partecipanti, 7.500 biglietti staccati, 300 giornalisti e media accreditati, 2750 pass per le aziende e circa 300 persone coinvolte nell’organizzazione: questi i numeri della venticinquesima edizione del Merano WineFestival, che per la città vale un indotto di circa 8 milioni di euro.
Settemilacinquecento biglietti venduti, di cui oltre 700 per Catwalk Champagne, grande sorpresa di questa edizione. “Considerando gli oltre 600 produttori presenti – commenta Helmuth Köcher – possiamo calcolare che le presenze al Merano WineFestival 2016 abbiano superato quota 10.000, superando di poco i valori 2015”. Numeri notevoli, che tuttavia non hanno intaccato il flusso e la ‘vivibilità’ delle sale nel fine settimana della Selezione Ufficiale. “Molti visitatori infatti, complice probabilmente il meteo, hanno preferito domenica e lunedì per visitare la manifestazione e ciò ha permesso che la presenza del pubblico fosse equilibrata e non concentrata al sabato”, continua Köcher.
IL FUTURO
Sempre più appassionati e competenti i visitatori del Merano WineFestival, ma non solo: percezione di tutte le aziende è stata la maggiore presenza di addetti del settore nelle sale del Kurhaus, grazie ad un settore che lavora ogni giorno alla comunicazione del vino in Italia con competenza e passione. Soddisfazione, seppure con margini di miglioramento, per la prima edizione di GourmetArena for professional only, un po’ di delusione per la sezione bio&dynamica, “settore di nicchia che meriterebbe più attenzione da parte degli addetti del settore”, spiega Köcher, particolarmente orgoglioso del successo della seconda edizione di Catwalk Champagne, che si appresta a divenire punto di riferimento italiano per lo Champagne.
Per il futuro Köcher si augura di consolidare i numeri di quest’anno e aprire all’estero, coinvolgendo maggiormente sia aziende che pubblico internazionali, forte della posizione geografica della cittadina altoatesina e della particolare caratteristica dell’evento, che si sta posizionando come manifestazione-guida nel panorama del vino in Italia, proponendo esclusivamente etichette selezionate. Nel frattempo si lavora ai prossimi eventi della società di Köcher, Gourmet’s International: Merano Award Selection Roma (27 e 28 novembre all’Acquario Romano) e Wine&Siena (21-22 gennaio 2017).
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È la paninoteca Panini Durini di Milano, con il panino “Settembre”, ad aggiudicarsi il contest Panino, passione italiana nella giornata conclusiva di Milano Golosa, la manifestazione ideata e organizzata dal gastronauta Davide Paolini. La competizione ha visto in gara cinque delle più importanti paninoteche italiane (insieme a Panini Durini, anche Panini di Mare di Vieste, Peschici, Milano, Torino e Firenze, All’Antico Vinaio di Firenze, Quinto Quarto di Cesenatico e La Prosciutteria di Milano) fronteggiarsi con tre panini ciascuna abbinati a tre bibite vintage di Spumador Passione Italiana: tonica, spuma e chinotto. Settembre, preparato con Prosciutto di Parma, Pecorino sardo, fichi neri e miele d’acacia si è abbinato alle note amare e agrumate del Chinotto.
Insieme al premio per la migliore pizzeria votata dagli utenti del sito del Gastronauta, andato a S.paccio di San Patrignano, il contest ha concluso la terza e ultima giornata di Milano Golosa.
Un’edizione da record, con oltre 13.000 presenze, composte per il 16% da buyer e operatori del settore. Inaugurata all’indomani dell’uscita dell’ultimo libro di Davide Paolini Il crepuscolo degli chef. Gli italiani e il cibo tra bolla mediatica e crisi dei consumi da cui è partito un accorato appello a riportare al centro dell’attenzione la materia prima e gli artigiani che la producono nel rispetto della qualità e delle tradizioni.
Artigiani che sono stati protagonisti di una serie di incontri e dibattiti, dai quali è emerso il ruolo sociale che deve essere loro riconosciuto. Questo il caso, ad esempio degli apicoltori, che faticosamente riescono a mantenere in vita un mestiere preziosissimo per l’ambiente, come ha sottolienato Andrea Paternoster, produttore di miele trentino.
LA QUALITA’ DELL’ALIMENTAZIONE “In Italia manca la consapevolezza dell’importanza che riveste l’alimentazione degli animali sulla qualità dei formaggi”: questa la denuncia di Roberto Rubino, presidente dell’Associazione Nazionale Formaggi Sotto il Cielo che ha dimostrato come animali alimentati con erba e fieno portino a formaggi nemmeno paragonabili a quelli prodotti con latte da animali nutriti con mangimi.
Scarsa conoscenza anche verso la materia prima da cui si ricava il cioccolato. Claudio Corallo, toscano che vive in Africa dal 1974 è considerato uno dei più importanti produttori al mondo di fave di cacao. “Siamo abituati a pensare al cacao come a qualcosa di amaro – spiega – ma questo è solo un difetto. Ho applicato lo stesso rigore che si riserva a vino e olio e ho eliminato tutti i difetti dal cacao”.
Materia prima che potrebbe essere anche selvatica, come quella raccolta da Valeria Mosca, sostenitrice del foraging. “Qualcosa di molto normale fino alla fine dell’800, quando la gente povera si nutriva di cibi spontanei non coltivati”. O materia coltivata direttamente nell’orto sinergico di Pietro Leemann per gli ingredienti da utilizzare nel suo ristorante Joia, unico stellato in Europa a proporre cucina vegetariana.
A Milano Golosa si è parlato anche di vino, nell’incontro Pietra, vetro, porcellana: nuove vie per il vino? Benjamin Zidarich, vignaiolo del Carso, ha portato la tradizione millenaria dei vasi di pietra ricavata dalle cave della zona; Stefano Amerighi l’esperienza maturata sui Monti Sibillini con il Pecorino affinato in damigiane di vetro; Fabio Gea il percorso di sperimentazione di innovativi contenitori vinari realizzati in particolari ceramiche cotte ad alte temperature.
LA TRE GIORNI DEL GUSTO “Sono stati tre giorni intensi – commenta Davide Paolini – con un pubblico molto qualificato, composto sia di operatori del settore che di appassionati. Sono soddisfatti gli artigiani del gusto che hanno partecipato e tornano a casa con relazioni e contatti importanti”. Quasi 200 infatti gli espositori che hanno portato a Milano i loro prodotti da tutta la penisola. A raccontare l’Italia del cibo tanti prodotti caseari, salumi, prodotti ittici, vini e liquori. Uno spazio importante è andato alla pasticceria con panettoni realizzati con pasta madre provenienti da tutto lo stivale.
Ma Milano Golosa non si è dimenticata di chi questi prodotti li seleziona e propone al pubblico: alle 13 migliori botteghe artigiane d’Italia è andato la prima edizione del Premio Kia alle Botteghe Golose d’Eccellenza, un’iniziativa nata in collaborazione con Kia Motors Italia che ha premiato: Erbavoglio di Aosta, Gastronomia Gallo di Torino, Parla come mangi di Rapallo (Genova), Damini – Macelleria e Affini di Arzignano (Vicenza), Latte e… di Treviso, Baita del Formaggio di Milano, Enogastronomia Giusti di Modena, Gastronomia Galanti di Firenze, Il Merlo di Camaiore di Camaiore (Lucca), Roscioli di Roma, La Tradizione di Roma, La Tradizione di Vico Equense (Napoli), Campania Mia di Napoli. L’appuntamento ora è con la seconda edizione di Gourmandia a Santa Lucia di Piave (Treviso), dal 6 all’8 maggio 2017.
Winemag.it, wine magazine italiano incentrato su wine news e recensioni, è una testata registrata in Tribunale, con base a Milano. Un quotidiano online sempre aggiornato sulle news e sulle ultime tendenze italiane ed internazionali. La direzione del wine magazine è affidata a Davide Bortone, giornalista, wine critic, giudice di numerosi concorsi internazionali e vincitore di un premio giornalistico nazionale. Winemag edita inoltre con cadenza annuale la Guida Top 100 Migliori vini italiani. Winemag.it è un progetto editoriale indipendente e di elevata reputazione in Italia e in Europa. Puoi sostenerci con una donazione.
Sarà uno scambio di “esperienze, progetti e opportunità, anche in chiave turistica”, quello che andrà in scena ad Abbiategrasso. La cittadina lombarda, per la sua vicinanza a Milano e la sua caratterizzazione storica e paesaggistica, diventerà per tre giorni “il luogo di riflessione internazionale in cui avranno modo d’incontrarsi le culture agricole, artistiche, gastronomiche e paesaggistiche dell’area del Ticino”. Italia e Svizzera ancora più vicine, insomma, il 15, 16 e 17 ottobre allo Spazio Fiera di Abbiategrasso, teatro designato per la 533°edizione della Fiera Agricola Regionale. Un appuntamento importante per il territorio e gli imprenditori agricoli che si amplia coinvolgendo tutto il Parco del Ticino dei due versanti Piemontese e Lombardo che da Locarno arriva sino a Milano.
La Fiera di Abbiategrasso diventa per la prima volta così un’opportunità per la Svizzera e i territori di montagna per presentare le proprie ricchezze al pubblico milanese e lombardo. E un’occasione per le aziende del capoluogo, per intercettare nuova domanda e per creare percorsi virtuosi. Il 15 ottobre, dopo il taglio delle nastro delle ore 10, si incontreranno alle ore 11 per illustrare il progetto “Il Ticino Autostrada d’Acqua, Locarno-Milano-Venezia” l’assessore all’Economia, Crescita e Semplificazione di Regione Lombardia Massimo Garavaglia, l’assessore alla mobilità di Milano città Metropolitana Marco Granelli, i presidenti del Parco del Ticino del versante Lombardo Gian Pietro Beltrami e di quello piemontese, il presidente del Consorzio di Bonifica Villoresi Alessandro Folli e l’architetto Empio Malara presidente dell’Associazione Amici dei Navigli e grande promotore del progetto.
I TEMI Si parlerà di progetti come la navigazione sul fiume Ticino, sul Lago Maggiore e i sui canali tra Locarno e Milano. Negli ultimi anni, grazie anche ad Expo 2015, è rinato un forte interesse per valorizzare le idrovie in una prospettiva storico-culturale, naturalistica e turistica con il coinvolgimento delle Regioni Lombardia e Piemonte, di Venezia e di Locarno in Svizzera. Abbiategrasso è posizionata geograficamente a 20 Km da Milano e contestualmente nel Parco del Ticino adiacente al Parco Agricolo Sud e rappresenta storicamente il punto d’ingresso del Ticino a Milano, un fiume che parte dalla Svizzera, passa il Piemonte fino in Lombardia.
Una via d’acqua che, attraverso il Lago Maggiore, sboccando nel Po, arriva fino all’Adriatico, a Venezia toccando anche il Veneto e l’Emilia-Romagna. Un contesto geografico, paesaggistico e culturale unico in ambito internazionale, che coinvolge territori di montagna, valli, pianure, laghi e corsi d’acqua. Questa immersione nelle valli del Ticino consente alla Chef Sabrina Tuzi, chef ambassador selezionata dallo chef Carlo Cracco, di proporre tutti i giorni un menù che valorizzerà i prodotti di questi territori. La sera del 15 ottobre sempre presso lo spazio Fiera gli Yo Yo Mundi con la collaborazione del Centro Studi di Slow Food, daranno vita allo spettacolo di canzoni e musica dal titolo – Terra Madre: Sorella Acqua, Fratello seme, un intreccio di canzoni e narrazione: un rabdomante racconta il suo rapporto con l’acqua e, gioco forza, il riassunto della vita sulla terra, dal suo punto, di vista, filtrata dalla sua sensibilità.
LA CANAPA Il 16 ottobre, alle ore 11, si terrà l’incontro “La canapa, idea innovativa per l’impresa agricola”. Il focus si sposterà sulla coltivazione della canapa, che in questi ultimi anni ha registrato una ripresa significativa soprattutto per usi alimentari viste le sue interessanti caratteristiche nutrizionali che ne fanno un Super Food a tutti gli effetti.
La fiera Agricola rappresenta l’occasione per conoscere questa coltura e per presentare esperienze eccellenti realizzati anche nei territori alpini. Si potranno quindi gustare ricette a base di canapa e imparare a valorizzare questa pianta in cucina attraverso specifici corsi e seminari. La giornata si concluderà con balli e musica country a cura di Riccardo Cagni e i Chaltrones.
Nella giornata conclusiva, il 17 ottobre, in occasione della Festa di Abbiategrasso, si parlerà con l’onorevole Paolo Cova, membro della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati, e con le associazioni di categoria della filiera Latte, di “come migliorare il rapporto dalla produzione alla trasformazione”. La Fiera Agricola di ottobre di Abbiategrasso è anche l’occasione per vedere le nuove macchine agricole in esposizione e avvicinare i bambini al mondo animale delle cascine. Il programma di questa edizione prevede anche un calendario di attività che coinvolgono il Castello Visconteo di Abbiategrasso con i suoi sotterranei e Palazzo Stampa.
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La lista degli ingredienti e i valori nutrizionali nelle etichette del vino sono inutili e portano solo ad un aggravio di costi per i produttori. Ne è convinta la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) che nell’ambito della CEVI (Confederazione Europea Vignaioli Indipendenti) si è dichiarata contraria alla possibile modifica della legislatura europea in termini di etichettatura del vino. Il presidente della CEVI, il francese Thomas Montagne, ha pertanto inviato una lettera al Commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare Vytenis Andriukaitis, per ribadire con forza le ragioni della contrarietà dell’associazione che riunisce i Vignaioli Indipendenti di tutta Europa, tra cui appunto la FIVI. In vista della pubblicazione del report della Commissione Europea sugli ingredienti e le informazioni nutrizionali delle bevande alcoliche, la CEVI chiede di mantenere la specificità del settore vitivinicolo.
“Chiediamo l’esenzione dall’obbligo di riportare in etichetta la lista degli ingredienti e i valori nutrizionali perché riteniamo che per il settore del vino, e in particolare per noi piccoli produttori – commenta Matilde Poggi, presidente FIVI e vicepresidente CEVI – sarebbe un inutile aggravio sia in termini di tempo che economici. Il vino non ha una ricetta, cambia di anno in anno, sulla base della stagione e delle condizioni fitosanitarie dell’uva. Noi produttori dovremmo quindi farci carico di far analizzare il vino ad ogni nuova vendemmia, e cambiare di conseguenza anche l’etichetta”. La CEVI ritiene che il settore del vino sia già dotato di una legislazione esaustiva e molto precisa, oltre che rigida. Per questo il consumatore è già ampiamente tutelato, oltre che essere poco interessato alla parte nutrizionale di una bevanda che ritiene fonte di piacere, oltre che prodotto di una cultura più che di una ricetta.
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Vendemmia di qualità per i 450 soci dei Viticoltori Friulani La Delizia di Casarsa, la più grande cantina del Friuli Venezia Giulia e una delle maggiori d’Italia.
Le positive condizioni meteorologiche lungo il mese di settembre hanno portato a uve eccellenti: ora si procederà con la vinificazione. Prime bottiglie, con l’esordio della nuova Doc Friuli, pronte già a dicembre.
“Abbiamo raccolto – ha commentato il presidente de La Delizia Flavio Bellomo – poco meno di 300 mila quintali con una qualità di uve davvero straordinaria: senza timore di smentita possiamo definire questa come un’ottima annata, favorita dal caldo avuto lungo le ore diurne, per grappoli sani anche grazie all’assenza di piogge, e fresco alla sera, elemento che ha favorito il raggiungimento del grado zuccherino ottimale degli acini”.
La struttura lavorativa ha visto per la prima volta l’utilizzo della nuova sede di Orcenico Inferiore a Zoppola insieme a quella storica di Casarsa della Delizia. “Un esordio che è andato per il meglio – ha aggiunto Bellomo – grazie all’impegno di tutti, dai soci fino ai dipendenti: è stato un mese di lavoro davvero intenso ma tutta La Delizia si è mossa in sincronia”.
Ora la ‘parola’ alle bottiglie: se per i vini rossi occorrerà attendere fino alla prossima primavera, per gli spumanti il banco di prova con i consumatori sarà già a dicembre. “I vini della vendemmia 2016 – ha concluso Bellomo – saranno i primi con la nuova Denominazione di origine controllata Friuli, che utilizzeremo insieme a quelle del Prosecco e Grave. Un passaggio epocale per continuare a essere leader della produzione vinicola in Friuli Venezia Giulia, in Italia e sui mercati esteri dove è destinato il 55% della nostra produzione”.
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Cifre da capogiro per Morbegno in Cantina, nella giornata di sabato 8 ottobre. Sono 5631 i pass staccati ieri, validi per l’accesso alle vecchie cantine della città, fatte rivivere a suon di vino e prodotti gastronomici tipici della Valtellina. Impeccabile l’organizzazione, che è riuscita a tamponare i possibili disagi dovuti alle lunghe code alle porte delle cantine. La manifestazione prosegue quest’oggi e si chiuderà il prossimo weekend: sabato 15 e domenica 16 ottobre, in concomitanza con la Festa del Bitto, uno dei prodotti caseari lombardi più pregiati (il Bitto Storico è un presidio Slow Food). L’edizione 2016 prevede, proprio nel fine settimana conclusivo, un nuovo percorso speciale volto a valorizzare l’enogastronimia locale. “Quest’anno – spiega Paolo Angelone (nella foto, a destra), presidente del Consorzio Turistico di Morbegno – abbiamo cercato di dare all’evento una connotazione ancora più valtellinese. Oltre ai vini, ai banchetti allestiti all’interno delle 31 cantine visitabili è possibile trovare esclusivamente prodotti della nostra Valtellina: dai salumi ai formaggi, senza dimenticare dolci come la Bisciola. Un modo per valorizzare non solo dal punto di vista enologico ma anche gastronomico il nostro splendido territorio”. “Morbegno – aggiunge Alberto Zecca (nella foto, a sinistra), vicepresidente del Consorzio Turistico – gode di una posizione strategica non solo nel contesto della Valtellina, ma anche in quello lombardo. Ogni anno accogliamo una media di 20 mila persone, che giungono anche da altre regioni d’Italia, come per esempio il Piemonte e la Toscana, ma anche da altri Paesi, come la Svizzera, per godere delle nostre tipicità. E il feedback che ci viene offerto è sempre positivo”.
Anche Mamete Prevostini, presidente del Consorzio Vini di Valtellina e di Ascovilo, è soddisfatto dal primo bilancio dell’evento: “C’è continuità rispetto agli altri anni – commenta – e i dati sono molto incoraggianti. Per noi, la vera novità è stata l’introduzione dei wine lab in occasione della domenica d’apertura di Morbegno in Cantina. Un’iniziativa che ha dato lustro e risalto alla manifestazione e che ripeteremo certamente il prossimo anno, in collaborazione con i produttori”. Prevostini anticipa anche qualche cifra sulla prossima vendemmia: “La Valtellina produce in media 3,5 milioni di bottiglie all’anno. Un dato che subirà una lieve flessione con la vendemmia 2016, appena iniziata per le uve dello Sforzato. Nonostante le piogge di inizio stagione, che hanno favorito la peronospora, le uve risultano ad oggi in buono stato”.
I MIGLIORI VINI DEGUSTATI Davvero ampia l’offerta enologica nelle 31 cantine fatte rivere da Morbegno in Cantina. La scopriamo con la complicità di un ‘Cicerone’ d’eccezione, il sommelier Ais Massimo Origgi, brianzolo, oggi valtellinese d’azione che collabora da tempo con il Consorzio Turistico. Al terzo weekend di degustazione la parte del leone spetta ai medio-grandi produttori, capaci di fornire agli organizzatori un quantitativo più elevato di vino. Di fatto, ieri non v’era traccia dei nuovi ‘monumenti’ della viticoltura valtellinese. Aziende come Dirupi e Rivetti & Lauro, per citarne due su tutte, che per via della limitata produzione sono riuscite a fare bella mostra di sé solo in occasione del fine settimana di apertura dell’evento. L’altra faccia della medaglia è che i mostri sacri di Valtellina – i vari Arpepe, Mamete Prevostini, Nino Negri e Rainoldi – hanno saputo confermare la grandezza della loro stella, degna di un palcoscenico nazionale ed internazionale. Un palco su cui può salire di diritto, nelle sue varie coniugazioni, la Chiavennasca, nome col quale viene chiamata localmente l’uva Nebbiolo (a proposito: secondo alcuni recenti studi, il vitigno sarebbe originario proprio della Valtellina e non del Piemonte).
A vini da non perdere come lo Sforzato di Valtellina Albareda di Mamete Prevostini (in degustazione una vendemmia 2012 succosa, più pronta ad oggi di un vino di luminosa prospettiva come il 5 Stelle Sfursat di Nino Negri 2011, ancora un ‘infante’ nel calice) si affiancano gli ottimi Inferno Carlo Negri Valtellina Superiore Docg 2012 (degustabile sul percorso rosso, ‘fermata’ Gerosa: rivela anch’esso un futuro strabiliante per acidità e tannino) e il Grumello 2011 Arpepe (40 giorni sulle bucce e utilizzo di botti di castagno, come vuole la tradizione, ormai sulla via della definitiva riscoperta). Per completezza e qualità della gamma espressa a Morbegno in Cantina, un riconoscimento speciale va alla Aldo Rainoldi, capaci di spaziare dall’ottimo Inferno in vendita nei supermercati a prodotti di straordinaria freschezza e piacevolezza come il Prugnolo 2012, 13%, criomacerazione e utilizzo di barrique precedentemente utilizzate per lo Sforzato: un “vino quotidiano” d’eccezione il cui prezzo si aggira sui 10 euro.
Senza dimenticare, sempre di Rainoldi, le punte espresse dalle due Riserve di Sassella e Grumello Docg 2010 (interessante da valutare nell’evoluzione in bottiglia il primo, mentre il secondo, ottenuto da un unico vigneto posto a 600 metri sul livello del mare, oltre allo sprint futuro, regala un presente già delizioso), nonché dal Brut Rosè Metodo Classico, ottenuto da uve Nebbiolo vinificate in rosato assieme a una piccola percentuale di uve Pignola e Rossola: letteralmente l’unica bollicina che merita una menzione tra quelle presenti ai banchi d’assaggio. Ottima anche la vendemmia tardiva Crespino, sempre a firma Rainoldi. Da concedersi al termine della degustazione il sorprendente passito Vertemate di Mamete Prevostini, nome che ricorda la splendida villa di Piuro (frazione del Comune di Prosto, nei pressi di Chiavenna, SO) nei cui giardini sorgono le vigne di Riesling e Gewurztraminer da cui prende vita questo vino speciale (residuo zuccherino elevato, pari a 80-90 g/l).
Tra i ‘volti’ meno noti al pubblico non residente in Valtellina, da non perdere il Valtellina Superiore Valgella Docg 2009 di Cantina Motalli (Teglio, SO): vino di grande complessità, ottenuto in purezza da uve Chiavennasca del singolo cru ‘Le Urscele’. Anche il Valtellina Superiore Docg Grumello 2011 Red Edition di Plozza Vini Tirano, con il suo doppio passaggio in legno (prima rovere, poi castagno) svela ottime potenzialità di evoluzione, con un tannino e un’acidità stuzzicanti, in prospettiva. E’ invece di Triacca (Tenuta La Gatta di Bianzone, SO) il Valtellina Superiore Docg 2011 “Prestigio”, 14%, 100% Chiavennasca che affina 12 mesi in barrique di rovere francese nuove: un altro ottimo aspirante al trono della longevità.
De La Perla di Marco Triacca, invece, è il Valtellina Superiore Docg 2011 “La Mossa”: ottenuto dal vigneto situato in Valgella, affina due anni in botti grandi di rovere e un anno in bottiglia, prima della commercializzazione. Degno di nota anche il Valtellina Superiore Docg Riserva 2009 “Giupa” di Caven, azienda agricola del gruppo Nera Vini. Prodotto in edizione limitata dalla vendemmia tardiva di uve Nebbiolo, affina per circa 6 mesi in piccole botti di rovere, per poi maturare per ulteriori 18 mesi in botte grande, sempre di rovere. Da provare, infine, “Le Filine”, il Valtellina Superiore Docg 2011 di Vini Dei Giop, realtà di Villa di Tirano che opera in regime biologico, pur non certificato. Ennesimo vino di prospettiva, ottenuto da piccoli appezzamenti di vigna, “Le Filine” appunto, strappati letteralmente alle rocce, che fanno da contorno.
NON SOLO VINO Due, in assoluto, gli incontri da non mancare con la gastronomia Valtellinese a Morbegno in Cantina. Il pilastro locale, vera e propria istituzione in città, è il negozio di alimentari Fratelli Ciapponi di Piazza III Novembre 23. Una di quelle botteghe d’altri tempi, in cui trovare delizie enogastronomiche non solo locali. Del posto sono certamente le forme di formaggio Bitto in bella mostra nelle ‘segrete’ del negozio, aperte al pubblico. Tra queste, si potrà scorgere anche qualche forma di Bitto Storico di 15 anni. Fornitissima anche l’enoteca, che oltre a offrire una panorama pressoché completo della viticultura Valtellinese, non dimentica di annoverare le più prestigiose case vinicole italiane, passando addirittura per alcune tra le più note maison di Champagne francese. I più fortunati riusciranno anche a conoscere il signor Ciapponi, anima e cuore della storica attività, pronto a regalare sorrisi e battute geniali.
Per i più giovani, invece, l’appuntamento è con il modernissimo food truck Marco Gerosa e Massimo Rapella “L’idea è quella di proporre ai nostri tempi i sapori che avevano in bocca i nostri nonni – spiega Marco Gerosa -. Pertanto è nata l’idea del cibo ‘bio-grafico’, che riprende ricette storiche tradizionali, mediante utilizzo di materia prima esclusivamente locale. Un esempio su tutti è quello delle farine: è più facile trovarne di estere, anche nel nostro territorio. I nostri prodotti sono invece ottenuti da farina di grano saraceno e segale nata, cresciuta e macinata in Valtelina, in particolare nei comuni di Ponte e Morbegno. I nostri nonni di certo non compravano saraceno in Cina! Il valore aggiunto è la valorizzazione della territorialità e della tipicità dei prodotti ottenuti dall’arco alpino, unici al mondo. E anche i nostri salumi vengono trattati come li trattavano i nostri nonni”. Un evento al mese per Il Carretto Valtellina Street Food, che a Morbegno propone, oltre agli sciatt, un panino di segale della Valtellina spalmato con burro aromatizzato al timo selvatico, ripieno di slinzega di codone.
Cronista di nera convertito al nettare di Bacco, nel mondo dell’informazione da oltre 15 anni, tra carta stampata e online, dirigo winemag.it. Collaboro inoltre come corrispondente per una delle testate internazionali più autorevoli del settore, in lingua inglese. Edito con cadenza annuale la “Guida Top 100 Migliori vini italiani” e partecipo come giurato ai più importanti concorsi enologici internazionali. Oltre alle piazze tradizionali, studio con grande curiosità i mercati emergenti, seguendone dinamiche, trend ed evoluzioni. Negli anni ho maturato una particolare esperienza nei vini dei Balcani e dei Paesi dell’Est Europa, tanto da aver curato la selezione vini per un importatore leader in Italia. Nel 2024 mi è stato assegnato un premio nazionale di giornalismo enogastronomico.
Venti milioni di litri per la vendemmia 2016 del Primitivo di Manduria, una cifra che permetterà di produrre 25 milioni di bottiglie con un miglioramento del 10- 12% rispetto all’anno 2015. Questi i dati ufficiali della raccolta uva per il Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria. “Un’annata a 5 stelle quella del 2016 che ha registrato una sorprendente eccellenza delle uve raccolte – dichiara Roberto Erario, presidente del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria – La pioggia che ha sfiorato i vigneti non ha provocato danni in quanto l’80% di uva era già stata raccolta. Quindi qualità e quantità i valori di questa vendemmia. Un risultato straordinario che vorrei condividere con le 27 aziende ringraziandole del grande lavoro fatto in questi anni e con i 800 viticoltori il cui ruolo è fondamentale”.
Ma dove ‘viaggeranno’ le 25 milioni di bottiglie di Primitivo di Manduria? Oltre all’Italia saranno esportate in molti Paesi esteri (60 – 70%): Stati Uniti, Canada ed Europa le destinazioni principali. Ma una buona parte sbarcherà anche in Cina. “Il primitivo di Manduria – aggiunge Erario – ultimamente sta conquistando, bottiglia dopo bottiglia, anche i mercati orientali, dove fino a pochi anni fa non c’era una grande cultura enologica. Oggi invece parliamo di consumatori attenti, che si accontentano solo di un prodotto ma di altissima qualità”.
Il Consorzio, oltre a “supportare le aziende per penetrare nei mercati esteri”, conferma così il proprio impegno “nel tutelare il prodotto all’estero, contro eventuali abusi, atti di concorrenza sleale e contraffazioni, il tutto per salvaguardare la grande denominazione pugliese”.
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Cifre a tre zeri per il secondo weekend di Morbegno in cantina, la più importante rassegna enogastronomica della Valtellina. Circa 4 mila i pass staccati per l’ingresso di sabato 1 e domenica 2 ottobre. Numeri in crescita a una settimana dall’inaugurazione della XXI edizione, che ha preso il via il 24 settembre nella splendida cornice di Palazzo Malacrida. Per chi non c’era, niente paura. Il centro storico di Morbegno vivrà di vino e gastronomia ancora per due weekend. La città della provincia di Sondrio aprirà al pubblico i consueti quattro itinerari tra le cantine storiche, il 7-8 e il 9 ottobre, per chiudersi poi sabato 15 e domenica 16 ottobre, in concomitanza con la Festa del Bitto. L’edizione 2016 prevede, proprio nel weekend conclusivo, un nuovo percorso speciale, realizzato in collaborazione con il Consorzio di Tutela Vini di Valtellina e con il Consorzio Tutela Valtellina Casera e Bitto.
LA NOVITA’
Si chiama appunto “Rosso Cheese&Wine”: in quattro cantine del percorso Rosso saranno allestite speciali installazioni e saranno disponibili degustazioni di produzioni speciali di Bitto e Casera con la presenza di un assaggiatore dell’Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi (Onaf) che guiderà la degustazione. “Il Consorzio Turistico di Morbegno ha lavorato in continuità rispetto all’anno scorso – dichiara il presidente Paolo Angelone – nel solco del miglioramento qualitativo della manifestazione, che in questa edizione è ben evidente nella preziosa collaborazione con i due consorzi di tutela rivolgiamo alle associazioni di volontariato e alle organizzazioni coinvolte nella gestione delle cantine, un sentito ringraziamento per la costante e fattiva collaborazione che anche quest’anno non hanno fatto mancare”. L’organizzazione e la promozione della manifestazione sono curate dal Consorzio Turistico di Morbegno.
I DETTAGLI
Nel centro storico di Morbegno gli itinerari sono quattro, tutti curati dalla qualificata presenza dell’Associazione Italiana Sommelier (Ais):
• Itinerario ORO: 8-9 ottobre
• Itinerario ROSSO: 7-8-9, 15-16 ottobre
• Itinerario GIALLO: 8-9, 15-16 ottobre
• Itinerario VERDE: 8-9 ottobre
Gli orari di apertura sono i seguenti: sabato dalle 14.30 alle 22.30 e domenica dalle 12 alle 19. Solo per il 7 ottobre stato reintrodotto il “venerdì dei morbegnesi” che dalle 18 alle 23 potranno godersi il giro delle cantine con maggiore tranquillità rispetto agli altri fine settimana. I prezzi dei pass sono invariati rispetto al 2015: da un minimo di 20 a un massimo di 40 euro, in base al percorso prescelto.
LE CANTINE
Saranno presenti le case Alberto Marsetti, Aldo Rainoldi, Alfio Mozzi, AR.PE.PE, Barbacàn, Boffalora, Cantina Castel Grumello, Cooperativa Triasso e Sassella, Dirupi, Fratelli Bettini, Fay, Folini, Giorgio Gianatti, La Perla, Luca Faccinelli, Mamete Prevostini, Nino Negri, Plozza, Rivetti & Lauro, Rupi del Nebbiolo, Tenuta Scerscè, Terrazzi Alti, Triacca.
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