In attesa delle elezioni Fivi 2025, spunta l’elenco delle vignaiole e dei vignaioli candidati al nuovo Consiglio direttivo Fivi. Le elezioni della Federazione italiana vignaioli indipendenti si terranno giovedì 13 febbraio 2025 alle 10.30, presso l’Autodromo internazionale Enzo e Dino Ferrari di Imola, in provincia di Bologna. Ventuno i candidati al Consiglio direttivo Fivi, che rimarrà in carica per il triennio 2025/2028. Quindici i posti disponibili. Ecco i nomi:
Stefan Vaja (Alto Adige / Südtirol)
Laura Pacelli (Calabria)
Fabio De Beaumont (Campania)
Rita Babini (Emilia Romagna)
Stefano Pizzamiglio (Emilia Romagna)
Ludovico Maria Botti (Lazio)
Valeria Radici (Lombardia)
Alessandro Starabba (Marche)
Gianluca Morino (Piemonte)
Luca Aimasso (Piemonte)
Camillo Favaro (Piemonte)
Pietro Monti (Piemonte)
Francesco Mazzone (Puglia)
Carmela Pupillo (Sicilia)
Ettore Ciancico (Toscana)
Clementina Balter (Trentino)
Ninive Pavese (Valle d’Aosta)
Désirée Pascon Bellese (Veneto)
Giovanni Mattia Ederle (Veneto)
Andrea Pieropan (Veneto)
Maurizio Favrel (Veneto)
LE ELEZIONI FIVI 2025: RIVOLUZIONE AI VERTICI PER MANCANTE RICANDIDATURE
Al di là della mancata ricandidatura del presidente uscente, Lorenzo Cesconi (Trentino), salta all’occhio il quasi completo azzeramento dell’ultima gestione apicale di Fivi. Un triennio parecchio tormentato, che ha visto una lunga serie di dimissioni dal consiglio, cooptazioni e ribaltoni. Oltre alla massima carica, non si ricandidano neppure i vicepresidenti uscenti Diletta Cavalleri (Lombardia) e Luigi Maffini (Campania). Tra i vertici del precedente cda, confermata la ricandidatura di Rita Babini (Emilia Romagna), data da molti come aspirante al ruolo di futura presidente della Federazione. Quella che si preannuncia, insomma, è una rivoluzione ai vertici della Federazione italiana vignaioli indipendenti.
Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, presidente Federdoc, non usa giri di parole: «La firma dell’accordo tra Unione Europea e Mercosur è un passo avanti cruciale per la competitività dei vini europei nei mercati sudamericani». Di fatto, un traguardo significativo per molti settori economici, incluso quello agroalimentare. E, in particolare, per il comparto vitivinicolo europeo di qualità. L’intesa, raggiunta dopo un lungo processo negoziale, rafforza le relazioni dell’Europa – e dei produttori di vino europei – con un partner strategico di primaria importanza sullo scenario globale, comprendendo Paesi come Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, Venezuela e Bolivia, membri a pieno titolo del Mercosur, oltre a Cile, Perù, Colombia, Ecuador, Guyana e Suriname come Paesi associati.
MERCOSUR, PROSECCO E PROTEZIONE DELLE INDICAZIONI GEORGRAFICHE
Questa area economica, una delle più rilevanti al mondo, svolge un ruolo centrale negli scambi commerciali internazionali, offrendo opportunità uniche per i produttori europei. «Siamo soddisfatti del risultato raggiunto – commenta ancora Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi – per il settore vitivinicolo europeo di qualità con la sigla dell’accordo UE-Mercosur. La protezione di ben 349 Indicazioni Geografiche europee consentirà alle nostre aziende di crescere ulteriormente nei Paesi sudamericani, valorizzando il patrimonio unico e l’eccellenza dei nostri vini. L’eliminazione o la riduzione dei dazi prevista dall’accordo offrirà un vantaggio competitivo decisivo nei mercati del Mercosur, aprendo nuove opportunità di sviluppo». Novità importanti potrebbero arrivare anche per il Prosecco, prodotto con questo nome in Brasile.
IN GIOCO IL FUTURO DEL VINO IN EUROPA
L’accordo UE-Mercosur non si limita agli aspetti economici, ma include anche disposizioni rilevanti sul fronte della sostenibilità. «L’intesa contiene risultati in linea con la politica ambientale dell’UE, grazie al rispetto dell’Accordo di Parigi sul clima e a forti impegni contro la deforestazione», aggiunge Gallarati Scotti Bonaldi. Ciò rappresenta un ulteriore valore aggiunto per un settore sempre più attento alla responsabilità sociale e alla sostenibilità ambientale. Con questa intesa, il vino europeo di qualità si prepara a rafforzare la propria presenza in una regione strategica e dinamica, consolidando il proprio ruolo di ambasciatore delle eccellenze agroalimentari dell’Unione Europea. Più in generale, soddisfazione per l’accordo Ue-Mercosur è stata espressa anche dalla Confindustria italiana.Confindustria italiana.
EDITORIALE – Nella terra delle mele, il Trentino, prende sempre più largo il progetto Feral Drinks. Vi racconto così il mio “Dry January” – in realtà durato un solo pomeriggio, ma non ditelo al mio nutrizionista – scusa perfetta per assaggiare queste bevande dal packaging giovane e accattivante. Si tratta di due fermentati di barbabietola bianca e due fermentati di barbabietola rossa. Zero alcol, zero bollicine. Feral N° 1, Feral N° 2, Feral N° 3 e Feral N° 4 sono veri e propri “succhi di ortaggio”, nella cui ricetta compaiono a vario titolo diverse piante e spezie. Rispettivamente luppolo e pepe di Szechuan. Zenzero, pimento e bacche di ginepro. Mirtilli selvatici, rovere, pepe nero e timo. Mirtilli selvatici, lavanda e bacche di ginepro. L’azienda ha sede a Mezzolombardo, terra del Teroldego Rotaliano e del Trento Doc.Feral
COSA SONO I FERMENTATI DI BARBABIETOLA E PERCHÉ FANNO BENE
Spulciando sul web, ho scoperto che l’idea Feral può andare ben oltre il Dry January. I fermentati di barbabietola, sia bianca che rossa, sono un alimento salutare e interessante per arricchire la dieta. Grazie alla fermentazione, diventano una fonte naturale di probiotici, che favoriscono la salute intestinale e rafforzano il sistema immunitario. Questo processo aumenta anche la biodisponibilità dei nutrienti, come ferro e magnesio, e riduce i composti antinutrizionali presenti naturalmente nelle barbabietole. La barbabietola rossa, ricca di betalaine, offre potenti proprietà antiossidanti e antinfiammatorie, oltre a supportare la salute cardiovascolare grazie ai nitrati naturali che aiutano a ridurre la pressione sanguigna.Dry January
La barbabietola bianca, invece, ha un gusto più delicato ma mantiene le stesse proprietà nutritive e probiotiche, rendendola un’alternativa versatile. Preparare i fermentati è semplice e si può fare anche a casa. Basta tagliare le barbabietole, immergerle in una salamoia di acqua e sale e lasciarle fermentare per circa una settimana. Possono essere personalizzate con spezie o erbe per dar loro un tocco di sapore in più. Senza processarle ulteriormente a bevande, sono perfette da consumare come snack, in insalate o come contorno. Ma i medici consigliano di iniziare con piccole quantità, per abituare l’organismo.
FERAL DRINKS: INTERVISTA ALLA FONDATRICE MADDALENA ZANONI
La chiacchierata con la fondatrice di Feral Drinks, Maddalena Zanoni, è servita ad inquadrare ulteriormente un progetto che si è rivelato interessantissimo, dentro e fuori dal calice.
Maddalena Zanoni, sei la fondatrice Feral Drinks. Qual è il tuo percorso?
Sono trentina d’origine, per l’esattezza della Val di Non, ma super esterofila. Dopo un periodo di studi e lavoro a Milano ho lavorato per una grande azienda in Belgio, per poi tornare in Trentino, in mezzo alle montagne. Qui ho fatto un periodo di “stop” in una malga, ritrovando me stessa e le mie passioni, tra cui la cucina, il mondo dei fermentati, ma soprattutto la natura e l’esplorazione! Feral infatti è un prodotto molto esplorativo, sia a livello di concetto sia per i gusti e le ricette che siamo riusciti a creare. Ed anche il nostro target solitamente lo è: gente a cui piace esplorare nuovi orizzonti di gusto, nuove esperienze diverse dall’ordinario, dando valore a un prodotto no alcol ma comunque perfetto per gli abbinamenti gastronomici senza alcun pregiudizio.
Come è nata l’idea Feral Drinks?
L’idea è nata circa due anni e mezzo fa, quando ancora non esisteva una sede, ma solo una storia da raccontare e realizzare. Si è concretizzata poi, mettendo insieme più teste, tra cui botanici, start-up enthusiast e sommelier.
Due drink di barbabietola bianca e due di barbabietola rossa
Esattamente. Le ricette sono tutte pubblicate sul nostro sito. Tutti i prodotti derivano da materie prime umili e sottovalutate come la barbabietola (rossa per i rossi e bianca per i bianchi). Il nostro scopo è proprio quello di nobilitarli grazie ad una fermentazione lattica, attraverso i batteri lattici, e un’infusione di spezie, erbe selvatiche e fiori. Come per esempio la lavanda, le bacche di ginepro, lo zenzero e il peperoncino. Da qui, ognuno dei nostri quattro prodotti ha sviluppato un suo carattere specifico, dedicato ad abbinamenti gastronomici diversi tra loro.
Quali mercati siete riusciti a raggiungere con Feral Drinks?
I mercati attuali sono sicuramente al primo posto l’Italia, subito seguita da tre Paesi principali dove gli acquisti risultano maggiori: Olanda, Belgio, e Germania. Dopo questi seguono Austria, Spagna, ma anche Svizzera e Danimarca. La risposta migliore l’abbiamo dal nord Europa, dove questa cultura è già ampiamente diffusa da più anni che in Italia.
Le materie prime dei drink Feral sono italiane, trentine?
Le nostre materie prime non derivano tutte dal Trentino, ma in futuro uno dei nostri focus sarà sicuramente quello di avvicinarci sempre più a produttori del territorio. Stiamo continuando a fare ricerca a riguardo. Conosciamo in ogni caso molti dei nostri produttori e agricoltori di persona. La barbabietola più vicina a noi è in Germania del sud. Si tratta dell’unico campo che già certificato biologico, reperito quando abbiamo iniziato la nostra ricerca. Lo abbiamo scelto per questo, ma anche per una serie di altri fattori. Li andiamo a trovare quando possiamo. Questo, per noi, è un valore altrettanto importante. Ci piace creare un rapporto con chi ci sta supportando in questo progetto e poterli conoscere per nome.
Da dove deriva il nome Feral?
Feral dall’inglese significa “animale che dalla cattività è tornato al suo stato selvatico, alla libertà”. In Feral, ognuno ha passato un momento che a noi piace chiamare proprio “Momento Feral”. Cambiando vita, prendendo decisioni rischiose e coraggiose, per difendere la nostra libertà e ritrovare un po’ noi stessi. Siamo tutte persone molto diverse tra noi, ma con questa cosa in comune che ci lega fortemente al significato del brand. Ci crediamo davvero molto e ci rappresenta. Io stessa ho preso la decisione di licenziarmi e trovare un’altra dimensione partendo da dove era arrivata, dalle montagne.
LA DEGUSTAZIONE
Feral N° 1
Barbabietola bianca fermentata con luppolo e pepe di Szechuan. Al colore, base una torbida base spumante, o uno dei rifermentati tanto in voga nell’ambiente del vini naturali. Al primo naso rivela un’intrigante speziatura, tra il piccante, l’amaro e l’agrumato – che sarebbe meglio definire luppolatura, visto l’ingrediente. Non mancano ricordi di frutta secca come nocciola, note tostate di torrefazione, foglie di tè e cioccolato bianco. Un profilo sorprendentemente complesso, specie se paragonato all’estrema linearità del palato: fresco tanto da poter essere definitivo giustamente citrico, dissetante e speziato.
All’ingresso agrumato e d’un fruttato morbido, che ricorda quasi il litchi, la mela gialla matura e la frutta esotica (note che accompagnano tutto il sorso, sino a chiusura e retro olfattivo), segue un centro bocca moderatamente pepato, avvolto da una vena vanigliata. Una speziatura stuzzicante, che gioca con le reminiscenze luppolate-agrumate, bilanciando la frutta. Bello immaginare Feral N° 1 sulla carne bianca o su un’orata al forno.
Che vino ricorda? La nota fruttata, per certi versi, conduce allo Chardonnay. La componente più dolce del frutto, l’accenno di litchi, a un Moscato più che a un Traminer. Includendo in questo gioco anche quel tocco di spezia, dato dal pepe di Szechuan, ecco che la memoria corre a certi Viognier del lago di Ginevra, in Svizzera. (Vi vedo: non ridete! È un gioco).
Feral N° 2
Barbabietola bianca fermentata con zenzero, pimento e bacche di ginepro. Giallo oro, quasi fluorescente. Nessuna bollicina. Al primo naso ricorda insistentemente la noce moscata e i chiodi di garofano, con un tocco dolce di cannella a rendere il tutto più caldo e avvolgente. L’ingresso di bocca è di fatto piuttosto morbido, setoso. Dal centro bocca alla chiusura è però la componente speziata “piccante” a prendere il largo, ricordando più il ginger fresco (zenzero) che il pepe. Il risultato, nel complesso, è a dir poco dissetante. Da immaginare su piatti della cucina indiana, su una zuppa vietnamita o thailandese al curry e latte di cocco, così come sul cioccolato, non troppo amaro.
Che vino ricorda? Nel complesso ha la vena speziata e tendente al dolce di certi Gewurztraminer. Al naso ricorda, per certi versi, alcune componenti verdi del Sauvignon Blanc. Ma bisogna proprio sforzarsi.
Feral N° 3
Barbabietola rossa fermentata con mirtilli selvatici, rovere, pepe nero e timo. Alla vista si presenta del tipico colore della barbabietola rossa, frullata. Un rosso sanguigno, impenetrabile alla vista. Al naso ricorda proprio la barbabietola rossa. Cambiano completamente i toni della speziatura, che a differenza di Feral N°1 e Feral N°2 qui risulta mentolata, balsamica, per la presenza del timo (e del rovere). Il sorso non è semplice lettura. Ingresso sul sapore della barbabietola e chiusura su una piccantezza che diventa ancora più evidente nel retro olfattivo. Nulla di insostenibile, sia chiaro.
Ma questo tratto rende Feral N°3 non proprio per tutti i palati. Interessante il fronte dell’abbinamento, dove proprio questa piccantezza gioca un ruolo determinante nella scelta della pietanza. Il consiglio, nel pairing, è quello di scegliere piatti molto saporiti, succulenti, come insaccati affumicati, carni alla brace, ricchi ragù di selvaggina e formaggi di buona stagionatura, sapidi e saporiti. C’è da scommettere sulla buona riuscita dell’abbinamento di N°3 con delle costine alla salsa barbecue.
Che vino ricorda? Nessuno. Neppure a sforzarsi!
Feral N° 4
Barbabietola rossa fermentata con mirtilli selvatici, lavanda e bacche di ginepro. Al naso risulta ormai chiaro come la barbabietola rossa dia bevande di più difficile “lettura” e “comprensione”, rispetto alla barbabietola bianca (ovvero quella comunemente definita “da zucchero”). Il profumo della pianta, o meglio dell’ortaggio, è netto anche nel calice di Feral N° 4, ben avvolto dai ricordi floreali di lavanda e dalla profondità del ginepro. Attenzione però al sorso: molto più slanciato rispetto a quello di Feral N° 3. Più sull’acidità e, dunque, su una freschezza che ricorda quella degli agrumi.
Pare quasi esserci, in chiusura, un tocco appena percettibile di tannino. Il risultato è un drink che si può apprezzare con pietanze grasse, che hanno bisogno di una bevanda capace di “pulire”, o meglio “resettare” il palato, dopo ogni boccone. Feral N° 4 può funzionare su salumi mediamente stagionati e poco affumicati, così come su una pasta al ragù o un cremoso risotto. Ci si può scommettere su una zuppa di pesce di fiume.
Che vino ricorda? Non tanto per profilo organolettico, ma più per doti d’abbinamento, può essere accomunato a un rosato di sostanza – come un Cerasuolo -. Uno di quei vini che, a dispetto dei luoghi comuni sul colore “rosa”, sanno reggere bene un piatto e accompagnarlo con estrema dignità. La leggera speziatura finale e la nota floreale potrebbe poi far pensare a un Verduno Pelaverga. Ma ancora una volta: è solo un gioco.
Le spedizioni totali di Champagne nel 2024 ammontano a 271,4 milioni di bottiglie, con un calo del 9,2% rispetto all’anno precedente. Nel 2024 il mercato francese ha rappresentato 118,2 milioni di bottiglie (-7,2% rispetto al 2023) e continua a risentire del contesto politico ed economico negativo.
L’export, pari a 153,2 milioni di bottiglie, è in calo del 10,8% rispetto al 2023. Tuttavia, la percentuale di esportazioni (56,4% del totale) rimane significativamente superiore alle vendite sul mercato interno. Si conferma così l’inversione di tendenza registrata negli ultimi anni.
«lo Champagne è un vero e proprio barometro del sentimento dei consumatori – dichiara Maxime Toubart, presidente del Syndicat Général des Vignerons e co-presidente del Comité Champagne – . Questo non è il momento di festeggiare, con l’inflazione, i conflitti in tutto il mondo. Pesano inoltre l’incertezza economica e un atteggiamento politico attendista in alcuni dei principali mercati, come la Francia e gli Stati Uniti».
«È nei momenti meno favorevoli che dobbiamo prepararci per il futuro – aggiunge David Chatillon, presidente dell’Union des Maisons de Champagne e co-presidente del Comité Champagne –. Dobbiamo mantenere la nostra rotta in termini di sviluppo sostenibile e di conquista di nuovi mercati e nuovi consumatori. Lo Champagne è un modello organizzativo solido e sostenibile, che ha dimostrato il suo valore anche di fronte alle avversità e che dà fiducia nel futuro».
Dalla Guida Top 100 Migliori Vini italiani 2025 di Winemag: Toscana Igt 2018 Leggenda, Podere Casanova (15%).
Fiore: 8 Frutto: 9 Spezie, erbe: 8.5 Freschezza: 7.5 Tannino: 7.5 Sapidità: 7.5 Percezione alcolica: 6 Armonia complessiva: 9.5 Facilità di beva: 7.5 A tavola: 9.5 Quando lo bevo: subito / oltre 3 anni
Il mondo dei vini naturali deve fare largo a una manifestazione che, nel bene e nel male del contesto, non può più essere considerata di “serie B”, rispetto ad altre della stessa categoria. Ma, anzi, assurta all’olimpo delle natural wine fair. Se non a livello europeo, almeno a livello italiano. Parlo di Vino In-dipendente, rassegna di “vini artigianali” organizzata dal “sommelier vinnaturista” Stefano Belli. L’edizione 2025, la numero 10, può essere considerata quella dell’assoluta consacrazione. Oltre ai winelovers – tra cui molti giovani e giovanissimi – la fiera andata in scena il 12 gennaio ha visto la partecipazione di un buon numero di distributori e buyer, italiani ed (addirittura) esteri.
IL RACCONTO AUTENTICO DEI VIGNAIOLI
“Addirittura” perché si tratta di un evento organizzato in una “sperduta” località della provincia di Brescia, come Calvisano. Poco meno di 9 mila abitanti e una certa fama, non legata al mondo del vino. La cittadina è piuttosto nota per essere ricompresa nell’area di produzione del Grana Padano, oltre che per l’allevamento di storioni da caviale della nota azienda Calvisius Caviar. Non ultimo, per la squadra locale di rugby, che milita in Serie A. La sala polivalente del Comune, perfetta per ospitare i banchi di assaggio di una settantina di cantine, si trova proprio accanto allo stadio.
Anche i vini in assaggio sono risultati “sportivi”. Alcuni da ola. Altri da fischi. La media qualitativa dei vini in degustazione è risultata tutto sommato soddisfacente. Ma la presenza di difetti, molto evidenti ai non ultras del vino naturale, è ancora troppo alta per poter far gridare alla nuova era del vino naturale italiano. Messe da parte volatili e brett, anche le etichette “sporche” sono riuscite a mettere in risalto il racconto appassionato (e spesso sincero) dei vignaioli.
I MIGLIORI VINI NATURALI A VINO IN-DIPENDENTE 2025
Racconti di vigna, di «mani sporche di terra». Storie di profumi, di colori, di terre, di passione e di fatiche che, qualche volta, trovano piacevole consolazione nei calici. Ecco allora i migliori assaggi a Vino In-dipendente 2025, pescati come tra quelli da dimenticare in fretta. Frutto, questi ultimi, di uno storytelling che non è falso o volutamente deviato, bensì il chiaro frutto di un amore per la terra non accompagnato dalla dovuta competenza nella scienza e nell’arte – tutto tranne che naturale – di «Fare Vino Buono». Tra i tanti, troppi, difetti, vere e proprie gemme. Eccole, in ordine sparso.Vino In-dipendente 2025
Azienda agricola Franzina
Un’interpretazione autentica della Valtellina e della sottozona Maroggia, su tutta la gamma. Tutto da bere il Rosso, più complesso e strutturato “St Sixtus”. La Riserva, ottenuta dalla parcella più alta del vigneto, è una chicca.
Rosso di Valtellina Doc 2022
Valtellina Superiore Docg 2021 “St Sixtus”
Valtellina Superiore Docg Riserva 2021 Maroggia
Pietramatta
I vigneti si intersecano come un puzzle con quelli di Nove Lune, il “parco giochi” del responsabile Piwi Lombardia, Alessandro Sala. Pietramatta, del fratello Andrea Sala, è l’altra metà del pianeta. Memorabile il rosato da uve Moscato di Scanzo. Ottimo l’orange Amber, da uve Piwi (Souvigner Gris). Da scoprire “Sass”, taglio bordelese.
Bergamasca Igp Rosato 2023 “035”
Bergamasca Igp rosso 2022 “Sass”
Vino Bianco “Amber”
Denis Montanar
Chiuso e a prima vista un po’ scontroso, Denis Montanar è riuscito a fare un vino che non gli somiglia per niente, a livello “caratteriale”. “Massàl”, Merlot vendemmia 2019, è disteso, goloso ed aristocratico. Un autentico capolavoro, per la ricchezza del frutto, la raffinatezza della spezia e la profondità del sorso. Best in show tra i vini rossi a Vino In-dipendente 2025.
Vino Rosso Igt Venezia Giulia 2019 Massàl – Dodòn (BEST IN SHOW – VINI ROSSI)
Cascina La Signorina
Sfodera la verticale, zitta zitta, La Signorina. Per mettere a tacere anche l’ultimo degli idioti che ancora va in giro a dire, tronfio: «A me il Dolcetto non piace». Come se ce ne fosse solo uno. Come se tutto n0n dipendesse dalle mani di chi lo produce, forse più di qualsiasi altra varietà piemontese. Come se “La bocassa” non esistesse. Alla fine tutti muti davanti all’accoppiata 2007-2017. Tutto tranne che retorico rispetto per gli “anziani”. Chapeau.
Ovada Docg 2017 “La bocassa”
Dolcetto di Ovada Superiore Doc 2007 “La bocassa”
Azienda agricola Mariapaola Di Cato (Vini Di Cato)
Una gamma migliorabile sotto diversi profili, quella della cantina Di Cato. Ma questo “Cerasuolo d’Abruzzo” che “Cerasuolo d’Abruzzo Doc” non è – «lo abbiamo volutamente declassato» – è da applausi. Un “Raggio di Luna” che illumina il Montepulciano: floreale, carnoso, sapido, dissetante. E soprattutto ribelle. Un po’ come il Neil Young di “Eughenos Harvest Moon”.
Rosato Terre Aquilane Igp Biologico 2022 “Eughenos Raggio di Luna”
La Rocchetta di Mondondone
Da infermiere a vignaiolo in Oltrepò pavese, per poi tornare in corsia al momento del bisogno, durante l’emergenza Covid. Stefano Banfi è prima di tutto un Uomo dal cuore grande. Poi, e non è un dettaglio, fa pure grandi vini. La Croatina “Croaticum” e il Pinot Nero “Suavis Noir”, entrambi vendemmia 2015, sono da comprare a cartoni e da abbandonare in cantina. Con la promessa di iniziare a berli tra 5, 6 anni. Scommettiamo?
Provincia di Pavia Igp Pinot Nero 2015 “Suavis Noir”
Provincia di Pavia Igp Croatina 2015 “Croaticum”
Rós di Daniele Paolucci
Un altro “bravo ragazzo”, Daniele Paolucci di Rós. Siamo a Volta Mantovana, a poca distanza dal Lago di Garda, per un’avventura enologica fondata sì sulla passione, ma soprattutto su un gran savoir-faire. Un progetto che, nel 2025, compie 10 anni di vita. Quelli della maturità.
Come questo Metodo classico non abbia superato l’esame per la certificazione “Franciacorta”, è un mistero che poco importa risolvere. «Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio Vsq per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati»: suonava così. No?
Metodo classico Vsq Blanc de Noirs Dosaggio Zero 2020 (BEST IN SHOW – METODO CLASSICO)
Azienda agricola Case Vecchie di Paolo Ferri
Al mantovano Paolo Ferri piace esagerare e le bottiglie da riempire col suo vino le compra solo da 1 litro. Fa bene. Perché il rosato Rondinella 2023 sarà pure “Tormentato”. Ma è da svuotare a canna, tanto va giù facile e sincero. Vola, Rondinella. Vola.
Un altro a cui difficilmente strappi un sorriso, Antonio “Billy” Camazzola. Ma il vino lui, dalle parti di Monzambano (Mantova) lo sa fare. Tutta apprezzabile la gamma, da cui peschiamo il bianco “Lügar”, sapientemente ottenuto da uve Riesling, Garganega e Moscato, macerate per circa una settimana. Convince per la golosa agilità di beva, abbinata a una profondità che sfiora il balsamico.
Vino Bianco “Lügar”
Samuele Casella Azienda agricola
Uve Rebo, sì. Ma non siamo in Valle dei Laghi, in Trentino, bensì a Gavardo, in provincia di Brescia. Una chicca di casa Samuele Casella, piena di frutto e dalla chiusura sapida, che chiama il sorso successivo. Degno di nota anche il lavoro della cantina sulle varietà Bordolesi.
Benaco Bresciano Igt Rosso 2021 Rebo
Grawü – Grasselli & Würth
Vale il discorso fatto prima per il Dolcetot di Cascina La Signorina. A quel paese di Grawü va mandato chi pensa il Pinot Grigio sia solo quello venduto per pochi spiccioli al supermercato. Poi, gli stessi, li si manda sul “Lato Oscuro” a scoprire il vitigno ibrido Regent, incrocio di varietà europee ed americane. Un rosso che convince gli amanti dei rossi che non disdegnano di sfoderare un buon tannino, su tanto frutto e freschezza. Geniale la scelta della semi-carbonica sul vitigno.
Attenzione a non confondere il cognome: Giorgia Quintarelli non è parente della più nota famiglia pilastro della Valpolicella. Lei sta a Custoza. E sembra avere molta voglia di restarci, per continuare a fare benissimo. La sua giovane gamma di vini vale una standing ovation. Colpisce la purezza della Garganega, sia nell’interpretazione più classica, “Neissance”, che con “Luna” (grappolo intero). La Corvina “Isa”? Anche lei in semicarbonica. Abbastanza per appuntarsi il nome di Cantina La Bacheta. Per non scordarlo più.
Verona Igt Garganega 2023 “Neissance”
Verona Igt Garganega 2023 “Luna”
Verona Igt Corvina 2023 “Isa”
Perego & Perego
“Il Barocco” è il rosso da non perdere dalle parti di Rovescala, in Oltrepò pavese. La vera chicca di Giorgio Perego, in degustazione anche a Vino In-dipendente. Vino da sempre presente nella Guida Top 100 Migliori vini italiani di Winemag, pronto a presentarsi al pubblico con una 2018 che segnerà un leggero cambio di stile, verso una maggiore componente fruttata e, quindi, una maggiore beva.
Vino Rosso 2017 “Il Barocco”
Azienda agricola Cuore Impavido di Loris De Bortoli
Una varietà Piwi, un vino Piwi. Che, tra l’altro, si chiama come la cantina. Piacciono le cose semplici in casa Loris De Bortoli. Scelta azzeccata col frizzante non filtrato prodotto a 800 metri d’altitudine, nel Comune di Sovramonte. Siamo alle porte del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi. Il vitigno resistente di “Cuore Impavido” è il Solaris. Un rifermentato che ricorda soprattutto il cedro, dal naso alla freschissima chiusura. Il sorso convince dall’ingresso al retro olfattivo, perché non mostra le asperità classiche di altri Piwi. Aiuta un perlage soffice e avvolgente, che porta con sé pulizia del frutto (agrumi, pesca) e una leggera, piacevolissima, vena minerale.
Vino Bianco frizzante non filtrato “Cuore impavido” (Piwi)
Josef – Luca Francesconi
Lo aveva detto nel video di presentazione per i social media, richiesto a tutti i vignaioli dall’organizzatore Stefano Belli: «Venite a Calvisano a Vino In-dipendente 2025, il 12 gennaio, se volete scoprire “vini d’autore”». Promessa mantenuta da Luca Francesconi, alias Josef, con l’Alto Mincio Igt Bianco 2022 “Guadalupe”. Solo Turbiana di Lugana, lavorata in vetroresina. Vino che ti resta in testa per quella “promessa” mantenuta al punto da diventare “premessa”, grazie all’unico vino della gamma di Josef ottenuto da un’uva in purezza. Applausi, di cui sopra.
Alto Mincio Igt Bianco 2022 “Guadalupe”
Il Pendio – Michele Loda
«Sì vabbè, ma loro si sono fatti un nome con il Metodo classico, in Franciacorta». Sento forte e chiaro rispondo dritto per dritto: assaggiate Chardonnay fermo e Pinot Nero vinificato in rosso fermo de Il Pendio. Poi fatemi sapere… In fondo, tutto non può che cominciare da una buona “base”.
Sebino Igt Chardonnay 2023
Sebino Igt Pinot Nero 2023 “La Valletta”
Matrignano
È qui la festa? Sembra di sentire in sottofondo il basso ritmato di Michael Peter “Flea” Balzary, mentre in gola scivola il frizzante “Skianty” di Matrignano. Molto più di una semplice provocazione al sistema di certificazione delle Doc, in particolare a quella del Chianti, richiamata dal nome di fantasia. “Skianty” è gusto testa capolavoro anche dal punto di vista della coscienza enologica. La base è un Sangiovese vendemmia 2023 da 11,5%, rifermentato con il mosto congelato di Cabernet Franc dolce della vendemmia 2022. Solo 500 bottiglie e uscita a marzo 2025. Da prenotare.
Vino Rosso frizzante “Skianty” (BEST IN SHOW – FRIZZANTI)
Forti del Vento
Una garanzia Forti del Vento, nel suo Monferrato. Il Dolcetto “La Volpe” è un altro di quelli da presentare a chi «Io il Dolcetto non lo bevo». Vinificazione in solo acciaio e riposo in cantina per un anno, prima della commercializzazione. Ben più strutturato “Ottotori”, vinificato in legno e frutto di una singola vigna. I due volti del Dolcetto, insomma, tra beva e tanta vera sostanza.
Vino Rosso Biologico 2022 “La Volpe”
Vino Rosso Biologico 2020 “Ottotori”
Terrazzi Alti
La Valtellina a Vino In-dipendente si difende alla grande anche con Terrazzi Alti. Splendide le due espressioni di Sassella della cantina della famiglia Buzzetti. Vini concreti ed eleganti, espressioni autentiche della Chiavennasca e del territorio.
Cantina che non sbaglia un colpo (e non è una cosa poi così comune, specie nel segmento dei “vini naturali”). Siamo ad Auna di Sotto (Renon) a 500 metri d’altitudine, per il progetto enologico creato tra il 1998 e il 2009 dal compianto Rainer Zierock, professore di mitologia greca e filosofia agraria, sulla base dei principi di Rudolf Steiner. Oggi la tenuta è della famiglia Marginter, che realizza vini da assemblaggio, proseguendo il lavoro iniziato da Rainer Zierock con varietà provenienti da Grecia, Francia e Spagna. Ecco allora Assyrtiko, Petit Manseng e il Piwi Souvignier Gris, accanto a Riesling, Gewürztraminer, Sauvignon blanc. Oppure Sangiovese, Petit Verdot, Agiorgitiko, Mourvèdre e Alicante Bouschet, in mezzo a Pinot Nero, Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Un progetto unico. Tutto da scoprire.
Vino Bianco 2023 “Sacker Weiss”
Vino Bianco 2019 “Dolomytos”
Vino Bianco “Amphora”
Vino Rosso “Sacker Rot”
Vino Rosso 2017 “Skythos”
Vino Rosso 2018 “Athos”
Colle del Bricco – Matteo Maggi
Gipsy Red è l’ultimo arrivato di casa Colle del Bricco – altra presenza nell’edizione 2025 della Guida Top 100 Migliori vini italiani di Winemag – è un vino succosissimo, frutto del sapiente assemblaggio pensato e voluto dal giovane Matteo Maggi, a Stradella. Un vino che, per concetto ed esecuzione, mancava in Oltrepò pavese.
Provincia di Pavia Igt Rosso 2023 Gipsy Red
Azienda agricola Terre di Pietra
Dimmi che nel calice ho un vino Veronese senza dirmi che nel calice ho un vino Veronese. Autenticità allo stato puro a casa Terre di Pietra, a San Martino Buon Albergo. Corvina, Corvinone e Rondinella con l’anima.
Rosso Veronese Igt 2018 “Vigna del Peste”
Rosso Veronese Igt 2020 “Testa calda”
Rosso Veronese Igt 2016 “Mesal”
Villa Calicantus
Forse la vera azienda da scoprire, per chi ancora non la conoscesse, dalle parti di Bardolino. Non solo per il Chiaretto “Chiar’Otto”, vino ormai entrato nell’olimpo dei rosati italiani. Ma anche per le tante, splendide interpretazioni del Bardolino. Villa Calicantus, una garanzia.
Chiaretto di Bardolino Doc Classico 2023 “Chiar’Otto” (BEST IN SHOW – VINI ROSATI)
Radici erranti
Progetto molto interessante, quello di Radici erranti sulla sponda orientale del Lago di Garda, a Navelli di Salò. L’idea è nata durante il periodo del Covid, nel 2020, tra cinque amici impegnati a vario titolo nel settore del vino. L’ultimo arrivato è proprio il Metodo classico Dosaggio Zero “Stradivari”.
Metodo classico Dosaggio Zero “Stradivari”
Enò-Trio
Nunzio Puglisi porta avanti, insieme alla sua famiglia, una delle cantine artigianali più interessanti della zona dell’Etna. Un progetto che – proprio come il vulcano della Sicilia – sembra tendere verso l’alto. A una precisione sempre maggiore nella restituzione, nel calice, del frutto delle vigne allevate come figli, a un’altezza che si spinge fino ai mille metri. A Vino In-dipendente, il coniglio pescato dal capello è “Calderara” 2019: vino consigliato a chiunque voglia capire davvero cos’è il Nerello Mascalese.
Etna Rosso Doc 2019 Nerello Mascalese “Calderara”
Prima Radice
Tra i vini più curiosi dell’evento c’è la Franconia di Prima Radice, che propone un modello davvero condivisibile, in un segmento popolato da stregoni e più d’un ciarlatano: «Agricoltura rigenerativa, laica e scientifica». Oltre al vino da varietà rare anche sidro, birra, farine e gallette da cereali storici. Il tutto a Polcenigo, in provincia di Pordenone, in Friuli Venezia Giulia.
Trevenezie Igt Franconia 2023 “L’importanza di essere franco”
Daniele Ricci
Poche parole per i vini dell’ex casellante Daniele Ricci. Una gamma straordinaria, che ormai tutti conoscono e la cui grandezza tutti (ri)conoscono. Poi succede che a Vino In-dipendente il vignaiolo del tortonese porti un “San Leto” 2004. Dando un senso a quei paragoni tra la denominazione piemontese e la Francia. A un prezzo tanto più conveniente da sembrare quasi folle. Daniele Ricci per il best in show-vini bianchi di Vino In-dipendente.
A quasi un anno esatto dalle prime avvisaglie, scoppia la guerra tra Comune di Rovato e Consorzio Franciacorta. L’ente che tutela la denominazione spumantistica è impegnato a difendere il nome Franciacorta dal presunto utilizzo abusivo da parte del Comune alle porte di Brescia, parte integrante del territorio della Docg e vera e propria “capitale” del territorio. Oggetto del contendere non è solo la parola in sé, ma anche la grafica utilizzata dall’ente comunale per pubblicizzare una rassegna culturale locale. La contesa è legale e si gioca ora nelle aule dell’Ufficio italiano brevetti e marchi (Uibm). A definire i contorni esatti della curiosa vicenda è il quotidiano di informazione online Prima Brescia.
COMUNE DI ROVATO E CONSORZIO FRANCIACORTA AI FERRI CORTI
Tutto ha inizio il 29 gennaio 2024, quando il Comune di Rovato presenta domanda all’Uibm per registrare il marchio legato alla rassegna culturale “Franciacorta la magnifica città, incontri e passeggiate nella cultura“. L’obiettivo, inizialmente, era proteggere il marchio del “Chilometro del manzo all’olio”, ma l’opportunità ha portato a includere anche la rassegna culturale. Una scelta che il Consorzio Franciacorta non ha tardato a contestare.
Si arriva così al 2 settembre 2024, data in cui Rovato riceve una diffida legale. Secondo il Consorzio, il Comune avrebbe fatto «un utilizzo illecito» del termine Franciacorta, configurando un caso di concorrenza sleale e sfruttamento indebito della Docg. La richiesta? Ritirare la domanda di registrazione e cessare ogni utilizzo del marchio. Il sindaco di Rovato, Tiziano Belotti, ha però respinto le accuse. Sottolineando che «Franciacorta è un toponimo che identifica un’area geografica storica e amministrativa». Nelle memorie difensive, il Comune di Rovato ha negato «ogni confusione possibile con il marchio del Consorzio».
LE POSIZIONI DEL CONSORZIO FRANCIACORTA E DEL COMUNE DI ROVATO
Il Consorzio, nato nel 1990 per tutelare la Docg Franciacorta, evidenzia il valore commerciale e culturale del nome. Nel documento di opposizione, si sostiene che il marchio del Comune configurerebbe uno «sfruttamento del segno notorio» e potrebbe ingannare il pubblico. Inoltre, vengono evidenziate similitudini tra i due marchi, come la comune presenza della parola Franciacorta e una stilizzazione della lettera F.
Il Comune, dal canto suo, ribadisce che Franciacorta è patrimonio di tutti i cittadini del territorio. Sottolinea come Rovato, da sempre identificato come capitale storica della Franciacorta, abbia il diritto di usare il nome per promuovere il proprio patrimonio culturale. Nelle memorie presentate, si contestano le accuse di confusione o sfruttamento, evidenziando che gli eventi culturali organizzati non sono a scopo di lucro.
LA GUERRA DEL FRANCIACORTA SI ALLARGA?
Gli amministratori di Rovato accusano inoltre il Consorzio di un « atteggiamento monopolistico», denunciando diffide inviate ad altre realtà locali per limitare l’uso del termine Franciacorta. «Il Consorzio – sostiene il Comune – riduce la Franciacorta a un negozio di vini, ignorando la storia, la cultura e le altre attività agricole che caratterizzano il territorio». La questione pone interrogativi importanti. Può un ente pubblico utilizzare un nome fortemente legato (anche) a un prodotto commerciale, o meglio a una Docg? Secondo il Comune, la risposta è sì. «Non esiste alcuna legge che possa impedire l’uso del toponimo da parte di un ente pubblico», si legge nelle memorie difensive. L’ultima parola sarà dell’Ufficio italiano brevetti e marchi. [Qui l’articolo integrale di Prima Brescia]
Dalla Guida Top 100 Migliori Vini italiani 2025 di Winemag: Marche Igt Merlot 2020 Mossone, Santa Barbara (14%).
Fiore: 8.5 Frutto: 9 Spezie, erbe: 9 Freschezza: 8.5 Tannino: 7.5 Sapidità: 7.5 Percezione alcolica: 6 Armonia complessiva: 9.5 Facilità di beva: 8 A tavola: 9.5 Quando lo bevo: subito / oltre 3 anni
L’Icqrf ha individuato e bloccato in Svezia la produzione di aromi destinati alla “produzione di Grappa fai da te”. Un prodotto che violava le normative europee e italiane sulla Grappa. La scoperta dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari è stata resa ancora più rilevante dal fatto che il prodotto sfruttava in modo improprio l’indicazione geografica protetta “Grappa”. Come? Utilizzando diciture ingannevoli come “Gran Riserva Superiore“, per attirare i consumatori e conferire un’illusoria patina di qualità. Questo tipo di violazioni, conosciute come pratiche di italian sounding, rappresentano una seria minaccia per il prestigio e l’autenticità dei prodotti italiani all’estero.
FINTA GRAPPA: COLLABORAZIONE INTERNAZIONALE PER FERMARE IL FENOMENO
L’operazione è stata possibile grazie al protocollo di intesa siglato tra il Ministero dell’Agricoltura italiano e Amazon, che consente un monitoraggio più efficace delle piattaforme di e-commerce per individuare e rimuovere prodotti che violano le normative di tutela. Una volta segnalata la violazione, la vendita del prodotto incriminato è stata immediatamente interrotta sulla piattaforma, evitando ulteriori danni ai consumatori e all’immagine del Made in Italy. Ma non è tutto: grazie al supporto delle autorità svedesi, è stata disposta anche la sospensione della produzione di questi aromi. Questo intervento conferma l’importanza della cooperazione internazionale nel contrastare pratiche commerciali sleali e tutelare le indicazioni geografiche protette.
IL RUOLO DELL’ICQRF NEL CONTRASTO ALLE FRODI
Questo caso rappresenta un ulteriore esempio dell’impegno del Ministero dell’Agricoltura nella difesa dei prodotti italiani di qualità, un impegno che si traduce in azioni concrete contro ogni forma di contraffazione e inganno ai danni dei consumatori. L’ICQRF, in particolare, svolge un ruolo fondamentale nell’attività di controllo e repressione, affermandosi come una delle autorità di riferimento a livello europeo in materia di tutela agroalimentare. La “Grappa”, uno dei simboli più rappresentativi della tradizione distillatoria italiana, gode di una denominazione geografica protetta che ne tutela l’autenticità e la qualità. Difendere il suo nome e la sua storia significa proteggere il lavoro di migliaia di produttori italiani che ogni giorno si impegnano per offrire un prodotto unico e inimitabile.
GRAPPA CONTRAFFATTA: I PRECEDENTI E LE AZIONI DELL’ITALIA
Oltre al recente caso svedese, negli ultimi anni sono emerse diverse situazioni di contraffazione della Grappa italiana all’estero. Nel 2016, il Ministero delle Politiche Agricole ha emanato un decreto che stabiliva come, dal 1º agosto 2016, la Grappa potesse essere esportata solo come prodotto finito. Vietando operazioni come edulcorazione, diluizione o refrigerazione al di fuori dell’Italia. Una misura che mirava a prevenire contraffazioni. E a garantire l’autenticità del distillato italiano.
Nel luglio 2023, è stato dato il via libera alla costituzione di consorzi di tutela per la Grappa e altri distillati. Questo provvedimento, atteso da sette anni, ha posto le basi per proteggere questi prodotti contro abusi e contraffazioni, rafforzando la difesa delle indicazioni geografiche. Garantendo, così, maggiore controllo sulla produzione e commercializzazione all’estero. Interventi come quello contro la “Grappa fai da te” in Svezia, sottolinea il Ministero dell’Agricoltura, evidenziano l’impegno costante delle autorità italiane nel salvaguardare la qualità e l’autenticità della Grappa, contrastando efficacemente le pratiche di contraffazione a livello internazionale.
Dalla Guida Top 100 Migliori Vini italiani 2025 di Winemag: Vino Bianco Derthona 2021 “il Barone”, Pomodolce (13,5%).
Fiore: 9 Frutto: 8.5 Spezie, erbe: 8.5 Freschezza: 8.5 Tannino: 0 Sapidità: 7.5 Percezione alcolica: 5.5 Armonia complessiva: 9.5 Facilità di beva: 8.5 A tavola: 9 Quando lo bevo: subito / oltre 3 anni
EDITORIALE – Lake Garda Wines è il progetto che riunisce i Consorzi del Lago di Garda sotto un unico brand. I dettagli saranno presentati a Milano, il 4 febbraio. Una data significativa, che anticipa la prima uscita pubblica unitaria dei dei Consorzi Bardolino, Custoza, Garda, Lugana e Valtènesi, nientemeno che in Francia. A Wine Paris 2025 (10-12 febbraio, Porte de Versailles). «Lake Garda Wines – spiegano i cinque enti – è un nuovo brand nato dalla volontà dei Consorzi Bardolino, Custoza, Garda, Lugana, Valtènesi di creare sinergia tra diverse denominazioni e valorizzare così l’eccellenza enologica del territorio».
Ancora presto per sbilanciarsi, ma l’idea di creare un brand unico denominato “Lake Garda Wines” potrebbe rappresentare una svolta strategica per il mercato del vino a cavallo tra Veneto e Lombardia. La zona, del resto, è già oggetto di numerose aggregazioni tra cantine, soprattutto sul fronte dei gruppi cooperativi. Un marchio ombrello di questo tipo sarebbe in grado di valorizzare l’intero territorio e le sue peculiarità, rafforzando l’identità regionale e migliorando la competitività sui mercati internazionali. Il Lago di Garda è già un riferimento geografico noto e affascinante per i consumatori di tutto il mondo, specie quelli tedeschi e scandinavi. Riunire sotto un unico marchio i consorzi che operano nella zona significherebbe sfruttare la forza evocativa del nome “Lake Garda” per posizionare i vini come espressione autentica di un’area unica.
LAKE GARDA WINES: UN BRAND MODELLO PER ALTRE REGIONI VINICOLE ITALIANE?
Per i consumatori internazionali, che spesso fanno fatica a distinguere tra denominazioni come Bardolino, Lugana o Valtènesi, il marchio Lake Garda Wines fornirebbe un riferimento immediato e riconoscibile. Inoltre, il Lago di Garda è una meta turistica di fama mondiale e un brand unitario potrebbe integrarsi con le campagne di promozione turistica, invitando i visitatori a scoprire non solo le bellezze naturali del territorio, ma anche la sua offerta enologica. Un marchio unico consentirebbe strategie di marketing ed esportazione più efficienti, aumentando la visibilità dei vini dell’area in un mercato globale sempre più competitivo.
Presentare i vini del Lago di Garda come un’offerta coesa potrebbe facilitare il lavoro di distributori e retailer all’estero, offrendo un’identità forte e riconoscibile. Le prime risposte arriveranno non a caso da Wine Paris 2025, evento scelto dai cinque Consorzi come rampa di lancio del nuovo brand Lake Garda Wines. Le denominazioni coinvolte, da Bardolino al Lugana, passando per Custoza e Valtènesi senza dimenticare gli spumanti Garda Doc, rappresentano una grande varietà di stili e tipologie di vino. Dai bianchi freschi e aromatici agli eleganti rosé, sino ai rossi più o meno strutturati. Un brand ombrello potrebbe mettere in luce questa diversità come un punto di forza. Consentendo ai consumatori di esplorare stili diversi all’interno dello stesso marchio. E se il nuovo brand “Lake Garda Wines” rappresenti un modello per altre regioni vinicole italiane?
Ecco i migliori vini rosati siciliani a meno di 25 euro, grazie agli assaggi alla cieca a Sicilia en Primeur 2024. Le anteprime siciliane sono l’evento enologico di punta dell’isola, che vede la partecipazione delle cantine associate ad Assovini Sicilia. Dopo i migliori vini bianchi siciliani a meno di 20 euro e i migliori vini rossi siciliani a meno di 20 euro, proseguono così le pubblicazioni dedicate al racconto dei vini della Sicilia, attraverso i migliori assaggi a Sep 2024, suddivisi per fascia prezzo.
CANTINA
ETICHETTA
ANNO
UVE
PROV.
DOC / IGP
CERT.
PREZZO
CRISTO DI CAMPOBELLO
C’D’C’ Cristo di Campobello Rosato
2023
Nero d’Avola 100%
AG
DOC Sicilia
–
12,90 €
CANTINE COLOSI
Salina
2023
Nerello Mascalese 50%, Corinto Nero 50%
ME
IGP Salina
–
13,00 €
BAGLIO DI PIANETTO
Viafrancia Rosè
2023
Syrah 100%
PA
IGT Terre Siciliane
BIO
14,00 €
MASSERIA DEL FEUDO
Cotì
2023
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
15,00 €
FEUDO DISISA
Grecu di Livanti
2022
Nero d’Avola 100%
PA
DOC Sicilia
–
15,00 €
COTTANERA
Etna Rosato
2023
Nerello Mascalese 100%
CT
DOC Etna
–
16,00 €
TENUTA FERRATA
Cime’
2022
Nerello Mascalese 100%
CT
DOC Etna
–
16,00 €
LE CASEMATTE
Rosematte
2023
Nerello Mascalese 100%
ME
IGT Terre Siciliane
–
18,00 €
SERRA FERDINANDEA
Serra Ferdinandea
2023
Nero d’Avola 100%
AG
DOC Sicilia
–
18,00 €
PALMENTO COSTANZO
Mofete Rosato
2023
Nerello Mascalese 100%
CT
DOC Etna
–
19,00 €
TORRE MORA
Scalunera Etna Rosato
2023
Nerello Mascalese 100%
CT
DOC Etna
BIO
22,00 €
ALESSANDRO DI CAMPOREALE
Vignazza
2021
Nerello Mascalese 100%
CT
DOC Etna
BIO
25,00 €
Sul fronte dei vini rosati siciliani presentati a Sicilia en Primeur 2024 è parsa sin da subito evidente la predominanza di vini provenienti dall’Etna Doc. Il Nerello Mascalese mostra così la sua versatilità, in una veste fresca, fruttata, spesso anche sapida. Lo stesso vale per il Nero d’Avola, più noto nella sua versione tradizionale “in rosso”, ma non da sottovalutare anche “in rosa”. Più difficili da reperire in Italia i rosati da Syrah e Corinto Nero, che hanno saputo ben figurare in degustazione a Sicilia en Primeur 2024.
Luca Rigotti è stato rieletto presidente del Gruppo di Lavoro Vino del Copa-Cogeca, la principale organizzazione di rappresentanza agroalimentare europea. Rigotti, presidente del Comitato del Settore Vitivinicolo di Confcooperative Fedagripesca, è stato eletto a Bruxelles in rappresentanza di Alleanza delle Cooperative Agroalimentari. Sarà affiancato per il prossimo biennio da due vicepresidenti, il francese Lodovic Roux (LCA) ed il tedesco Christian Schwoerer (DBV). Imprenditore del settore vitivinicolo, Luca Rigotti è presidente dal 2012 del Gruppo Mezzacorona e della controllata Nosio S.p.a. Nel 2021 è stato eletto per la prima volta presidente del Gruppo Vino Copa-Cogeca.
NUOVO MANDATO DI LUCA RIGOTTI AL GRUPPO VINO COPA-COGECA
«Dobbiamo tornare a fare apprezzare il vino a un pubblico vasto – ha dichiarato Rigotti – promuovendo nel contempo la cultura del bere consapevole moderato e responsabile. Ci sono sfide impegnative legate al valore della sostenibilità ambientale, con risultati importanti già raggiunti dai nostri viticoltori che dobbiamo far conoscere ai consumatori, e alla crescita dei vini low alcol e dealcolati, che può essere una nuova opportunità da sostenere ed incentivare con determinazione».
Nel ringraziare per la fiducia con cui è stato riconfermato alla guida del gruppo di lavoro, Rigotti ha di fatto sottolineato nel suo discorso di insediamento le principali criticità che il settore è chiamato ad affrontare in questo particolare periodo. E come la cooperazione vitivinicola europea, che rappresenta la maggior parte della produzione del Continente, «si sta impegnando sul fronte della qualità e della commercializzazione». «Il dibattito a livello europeo – ha concluso – è improntato sulla condivisione di misure idonee ad agevolare il settore in tutte le sue fasi sia per quanto riguarda le evoluzioni del mercato che il cambiamento dei gusti, delle modalità e dei luoghi di consumo».Gruppo Vino Copa-Cogeca
Il dibattito negli Stati Uniti sul legame tra consumo di alcol e salute si arricchisce di nuovi elementi grazie al rapporto “Review of Evidence on Alcohol and Health” della National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine (NASEM), uno dei più autorevoli organi scientifici statunitensi. Il risultato è una revisione completa delle evidenze scientifiche sugli effetti del consumo di alcol sulla salute. Questo studio, tra i più importanti nel panorama scientifico internazionale, fornisce una revisione approfondita delle evidenze disponibili sugli effetti del consumo di alcol, distinguendo in modo chiaro tra consumo moderato e abuso.
Il rapporto evidenzia come un consumo moderato di alcol possa essere associato a benefici cardiovascolari e a una riduzione del rischio di mortalità generale. Tuttavia, conferma anche un aumento del rischio di tumore al seno e sottolinea la necessità di ulteriori ricerche per approfondire il legame con altre patologie oncologiche. Il rapporto completo è disponibile al seguente link.
«BEN OLTRE L’ALLARMISMO DELL’OMS»
Questa revisione introduce una prospettiva più articolata rispetto alle posizioni più allarmistiche adottate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal Surgeon General USA, evidenziando con maggiore chiarezza la distinzione tra consumo moderato e abuso di alcol. Il rapporto NASEM ribadisce, inoltre, l’importanza di condurre ulteriori studi per approfondire il legame tra consumo moderato di alcol e il rischio di specifiche patologie, al fine di colmare le attuali lacune conoscitive. Le evidenze emergenti potranno contribuire a definire raccomandazioni più dettagliate e mirate nelle future Dietary Guidelines for Americans, supportando lo sviluppo di politiche di salute pubblica fondate su dati scientifici aggiornati e rigorosi.
A commentare il rapporto è il professor Attilio Giacosa, presidente di IRVAS, l’Istituto per la Ricerca su Vino, Alimentazione e Salute, nato per promuovere e facilitare la diffusione della conoscenza e dell’informazione di temi riguardanti la dieta mediterranea e il consumo moderato e consapevole di vino, in rapporto ad una corretta alimentazione, alla salute e al benessere della popolazione, salvaguardando e valorizzando la cultura del territorio. «Il rapporto della National Academies of Sciences – sottolinea Giacosa – propone un’analisi scientifica più equilibrata sul consumo di alcol, distinguendo in modo chiaro tra consumo moderato e abuso. I principali rischi per la salute emergono infatti in relazione a un consumo eccessivo e prolungato.
Allo stesso tempo, il rapporto evidenzia la necessità di approfondire ulteriormente i potenziali rischi associati al consumo moderato, in particolare per alcune patologie oncologiche. «Le politiche di salute pubblica – aggiunge Attilio Giacosa – devono riflettere questa complessità, promuovendo un’informazione chiara e completa che consenta ai cittadini di compiere scelte consapevoli e responsabili. Se da un lato la ricerca scientifica deve continuare a indagare i possibili rischi legati al consumo moderato di alcol, dall’altro è essenziale evitare di demonizzare comportamenti che, se inseriti in uno stile di vita sano ed equilibrato, possono non comportare effetti negativi. Serve equilibrio e responsabilità, tanto nella comunicazione quanto nell’elaborazione delle politiche di salute pubblica».IRVASNASEM
Ecco i migliori vini rossi siciliani a meno di 20 euro, grazie agli assaggi alla cieca a Sicilia en Primeur 2024. Le anteprime siciliane sono l’evento enologico di punta dell’isola, che vede la partecipazione delle cantine associate ad Assovini Sicilia. Dopo i migliori vini bianchi siciliani a meno di 20 euro, proseguono così le pubblicazioni dedicate al racconto dei vini della Sicilia, attraverso i migliori assaggi a Sep 2024, suddivisi per fascia prezzo. Domani sarà la volta dei rosati.
CANTINA
ETICHETTA
ANNO
UVE
PROV
DOC / IGP
CERT.
PREZZO
CANTINA CHITARRA
Cutò Frappato
2022
Frappato
TP
IGP Terre Siciliane
–
8,00 €
CANTINA CHITARRA
Cutò Nero d’Avola
2021
Nero d’Avola 100%
TP
DOC Sicilia
–
8,00 €
PRINCIPE DI CORLEONE
Ridente Orlando
2022
Syrah 100%
PA
DOC Monreale
–
9,00 €
CASTELLUCCI MIANO
Nerod’Avola
2022
Nero d’Avola 100%
PA
DOC Sicilia
–
9,00 €
DUCA DI SALAPARUTA
Autentico di Sicilia Nero d’Avola
2023
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
–
9,50 €
FEUDO ARANCIO
Nero d’Avola Feudo Arancio
2022
Nero d’Avola 100%
RG
DOC Sicilia
–
10,00 €
DUCA DI SALAPARUTA
Passo delle Mule
2022
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
–
12,00 €
PRINCIPI DI BUTERA
Amira
2021
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
–
12,00 €
PRINCIPI DI BUTERA
Deliella
2017
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
–
12,00 €
PLANETA
Frappato
2023
Frappato
RG
DOC Vittoria
BIO
12,50 €
TENUTE NAVARRA
Scurò
2021
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
–
13,30 €
VALLE DELL’ACATE
Il Frappato
2023
Frappato
RG
DOC Vittoria
BIO
15,00 €
MASSERIA DEL FEUDO
Syrah
2022
Syrah 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
15,00 €
MASSERIA DEL FEUDO
Viarossa
2021
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
15,00 €
TENUTE LOMBARDO
Nero d’Altura
2021
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
–
15,00 €
VALLE DELL’ACATE
BDN Cerasuolo di Vittoria DOCG Classico
2021
Nero d’Avola 60%, Frappato 40%
RG
DOCG Cerasuolo di Vittoria Classico
BIO
16,00 €
SANTA TRESA
Cerasuolo di Vittoria DOCG
2021
Nero d’avola, Frappato
RG
DOCG Cerasuolo di Vittoria
BIO
16,00 €
TENUTE NAVARRA
Maribu
2022
Nero d’Avola, Frappato
CL
DOCG Cerasuolo di Vittoria
–
16,35 €
CASA GRAZIA
Laetitya
2022
Frappato
CL
DOC Sicilia
BIO
17,90 €
DONNAFUGATA
Bell’Assai
2022
Frappato
RG
DOC Vittoria
Sostain
18,00 €
DONNAFUGATA
Floramundi
2022
Nero D’Avola, Frappato
RG
DOCG Cerasuolo di Vittoria
Sostain
18,00 €
SANTA TRESA
Senia (Az. Cortese)
2021
Nero d’Avola 100%
RG
DOC Sicilia
BIO
18,00 €
CASA GRAZIA
Victorya
2022
Nero d’Avola 50%, Frappato 50%
CL
DOCG Cerasuolo di Vittoria
BIO
19,90 €
CASA GRAZIA
Emiryam
2020
Nero d’Avola 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
20,00 €
Il focus di Sicilia en Primeur 2024 è stata la vendemmia 2023, che ovviamente ha riguardato una piccola parte di vini rossi. In generale, pur affermandosi sempre più come grande terra di vini bianchi – grazie all’Etna Doc, ma non solo – la Sicilia si sta imponendo sempre più anche con i propri vini rossi. Significativo, su questo fronte, il segnale di “alleggerimento” del Nero d’Avola, varietà a bacca rossa simbolo dell’isola.
I vini presentati a Sep 2023 dalle cantine associate ad Assovini Sicilia sembrano registrare positivamente il cambio di tendenza nelle scelte dei consumatori. Anche i rossi siciliani paiono dunque sempre meno condizionati da alcol e “sovraconcentrazioni”, garantendo un’agilità di beva maggiore. Minore anche l’incidenza del legno nuovo. Grandi passi avanti che non riguardano solo il Nero d’Avola. Sempre più profilate varietà come il Frappato (nella Docg Cerasuolo di Vittoria, ma non solo) e ottime sorprese anche sul fronte del Syrah.
Migliori vini rossi siciliani a meno di 20 euro, report Sicilia en Primeur 2024 Assovini Sicilia
Un accordo strategico, accompagnato da un investimento di oltre un milione di euro, sancisce «l’inizio di una nuova era» per Tenuta Valdipiatta. Il nuovo proprietario è Michael L. Cioffi, fondatore del boutique hotel diffuso Monteverdi Tuscany. Ad annunciare l’accordo, insieme all’imprenditore americano, è Miriam Caporali, ormai ex titolare della storica Tenuta Valdipiatta di via della Ciarliana 25/A, a Montepulciano, in provincia di Siena. L’obiettivo dell’accordo trovato tra i due imprenditori è rafforzare l’eccellenza enologica e il legame con la terra del Vino Nobile di Montepulciano.
UN’ALLEANZA PER IL FUTURO DI TENUTA VALDIPIATTA
Con il nuovo accordo, Tenuta Valdipiatta beneficerà di significative risorse finanziarie destinate all’ampliamento dei vigneti e all’acquisto di attrezzature all’avanguardia. Miriam Caporali continuerà a guidare l’azienda come Chief Operating Officer, affiancata dal marito Giuliano, portando avanti l’eredità familiare. «La nostra missione – spiega Caporali – è rispettare e valorizzare il territorio, unendo tradizione e innovazione». La collaborazione con Monteverdi Tuscany rappresenta un’opportunità unica per consolidare l’identità della cantina e promuovere la sua eccellenza a livello internazionale».
LA STORIA DI TENUTA VALDIPIATTA
Fondata negli anni ’60, Valdipiatta è stata acquistata negli anni ’80 da Giulio Caporali, padre di Miriam, che ha trasformato l’azienda in un riferimento per il Vino Nobile di Montepulciano. La cantina, oggi certificata biologica, si estende su 30 ettari, tra vigneti, uliveti e boschi, ed è un esempio di sostenibilità e biodiversità. Dal 2002, Miriam Caporali ha portato avanti il lavoro iniziato dal padre, ottenendo riconoscimenti internazionali. Non ultimo, negli ultimi 25 anni, la cantina ha instaurato collaborazioni significative con alcuni dei più rinomati enologi di Bordeaux.
MONTEVERDI TUSCANY E MICHAEL L. CIOFFI
Monteverdi Tuscany, raffinato albergo diffuso fondato da Michael L. Cioffi nel cuore della Val d’Orcia, è un luogo dedicato al benessere e alla creatività. Con i suoi ristoranti, la spa e un centro culturale, Monteverdi rappresenta un’eccellenza nell’ospitalità toscana, «in perfetta sintonia con la filosofia di Valdipiatta». «Giulio Caporali era un uomo straordinario, un grande studioso e vignaiolo – ricorda il nuovo proprietario – e questa collaborazione è il modo migliore per onorare la sua memoria e proseguire il suo lavoro». Michael L. Cioffi, avvocato, imprenditore e filantropo statunitense con una passione per l’arte, la cultura e la tradizione italiana, in particolare toscana, rende così ancora più profondo il suo rapporto con la Val d’Orcia.Tenuta Valdipiatta a Monteverdi Tuscany
Elena Salviucci è la nuova presidente della Strada del Vino Orcia. La giovane produttrice, titolare della cantina Campotondo, guiderà per i prossimi tre anni l’associazione che raggruppa i 12 comuni della denominazione Orcia Doc. Insieme agli enti, cantine e realtà produttive locali. La nomina della 29enne è avvenuta il 9 gennaio durante il primo Consiglio del nuovo corso dell’associazione. Ad affiancarla saranno i vicepresidenti Andrea Francini, sindaco di Trequanda, e Marco Bartoli, sindaco di San Quirico d’Orcia.
Nel Consiglio di amministrazione della Strada del Vino Orcia siedono figure come Giulitta Zamperini, presidente del Consorzio del Vino Orcia. Presenti inoltre personalità locali impegnate nella valorizzazione del territorio. «La mia missione – ha dichiarato Elena Salviucci – sarà consolidare un sistema turistico integrato che unisca Val d’Orcia, Amiata e Valdichiana Senese. Promuovendo un’immagine unitaria per il marketing territoriale, con un focus sull’agroalimentare e sull’integrazione delle offerte turistiche locali».
TURISMO RIGENERATIVO E SOSTENIBILE LUNGO LA STRADA DEL VINO ORCIA
Tra le priorità della nuova presidente della Strada del Vino Orcia c’è lo sviluppo di un turismo rigenerativo. Un modello che mira a creare benefici duraturi per i territori, le comunità e i visitatori. Questo approccio punta a promuovere un’offerta turistica di qualità, sostenibile dal punto di vista economico, ambientale e sociale, e a rafforzare la rete locale di imprese, migliorando l’accoglienza e incentivando una permanenza più lunga dei turisti.
Fondata nel 2003, la Strada del Vino Orcia comprende località di straordinaria bellezza, tra cui Pienza, Montalcino, Radicofani e San Quirico d’Orcia, e celebra la Val d’Orcia, riconosciuta nel 2004 Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco. Questo territorio iconico rappresenta la quintessenza della campagna toscana, con paesaggi da cartolina e un invito a immergersi in un luogo dove natura, cultura e tradizioni si fondono armoniosamente.Elena Salviucci cantina Campotondo
La città di Palermo è meta mondiale 2025 di Airbnb. Il turismo esperienziale continua a crescere e a dimostrarlo sono proprio i dati del noto motore di ricerca di alloggi e destinazioni Airbnb. Palermo brilla come unica meta italiana presente tra le destinazioni più trendy per il 2025, insieme a luoghi mozzafiato come Puerto Escondido, Les Deux Alpes e Tokyo. Il capoluogo siciliano, grazie alla sua ricca storia, architettura, arte e cultura, è una delle principali destinazioni per i viaggi di coppia nell’anno nuovo. Con l’introduzione di nuove rotte aeree verso Palermo nel 2025, sempre più turisti potranno esplorare i principali punti di riferimento della città. Naturalmente, senza perdere l’occasione di gustare la prelibata cucina palermitana, in abbinamento ai vini locali. Magari soggiornando in uno dei loft del centro storico disponibili: davvero economico, al momento, quello suggerito da Airbnb.
6 VINI DA NON PERDERE A PALERMO, META 2025 MONDIALE PER AIRBNB
Nella città e nella provincia di Palermo ricadono ufficialmente, secondo i disciplinari produttivi, otto denominazioni di origine dei vini. Oltre alla Doc Sicilia e all’Igt Terre Siciliane, si tratta di Alcamo Doc, Contea di Sclafani Doc, Contessa Entellina Doc e Monreale Doc. Non risultano rivendicate – e dunque disponibili a livello commerciale – altre due denominazioni del vino della provincia di Palermo come Valle Belice Igt e Fontanarossa di Cerda Igt. Ecco 6 vini da non perdere a Palermo, meta 2025 mondiale per Airbnb.
Alcamo DOC: Questa denominazione interessa sia la provincia di Trapani che quella di Palermo. Nella provincia di Palermo, comprende i comuni di Balestrate, Camporeale, Monreale, Partinico, San Cipirello e San Giuseppe Jato. Il vino della Doc Alcamo da assaggiare a Palermo? Alcamo Classico Doc Bio “Vigna Casalj” di Tenuta Rapitalà.
Contea di Sclafani DOC: Coinvolge le province di Palermo, Caltanissetta e Agrigento. Nella provincia di Palermo, include i comuni di Valledolmo, Caltavuturo, Alia, Sclafani Bagni e parte di Petralia Sottana, tra gli altri. Il vino della Doc Contea di Sclafani da assaggiare a Palermo? Rosso del Conte Sicilia Contea di Sclafani Doc di Tasca d’Almerita.
Contessa Entellina DOC: Questa denominazione è circoscritta al comune di Contessa Entellina, situato nella provincia di Palermo. Il vino della Doc Contessa Entellina da assaggiare a Palermo? Contessa Entellina Doc Mille e Una Notte, Donnafugata.
Monreale DOC: Riguarda l’area intorno alla città di Monreale e altri comuni limitrofi nella provincia di Palermo. Il vino della Doc Monreale da assaggiare a Palermo? Il Cataratto “Vigna di Mandranova” di Alessandro di Camporeale.
Sicilia DOC: Questa denominazione copre l’intero territorio della regione Sicilia, includendo quindi anche la città e la provincia di Palermo. Il vino della Doc Sicilia da assaggiare a Palermo? Il “Viafrancia” di Baglio di Pianetto.
Terre Siciliane IGT: Anche questa indicazione geografica tipica abbraccia tutta la regione Sicilia, comprendendo la provincia di Palermo. Il vino della Igt Terre Siciliane da assaggiare a Palermo? “Angimbé” Tenuta Ficuzza di Cusumano.
Futuro dei vini Premium, novità e trend del biennio 2025-2026 sono i temi affrontati dal Prowein Business Report 2025. Ieri la presentazione, con l’intervento, tra gli altri, del produttore campano Piero Mastroberardino. Secondo i dati emersi sul campione di ospiti internazionali della Prowein di Düsseldorf – oltre 30 Paesi coinvolti – l’industria del vino premium e super-premium continua a evolversi, nonostante le difficoltà del periodo a livello internazionale. Il focus crescente dei fine wines, con prezzi superiori a 50 euro, riguarda qualità, sostenibilità e innovazione. I dati del ProWein Business Report 2025, realizzato in collaborazione con Hochschule Geisenheim University, rivelano le strategie e i trend chiave per conquistare i consumatori di oggi e di domani.
FATTORI DI SUCCESSO PER I VINI PREMIUM
Secondo gli esperti, la reputazione del marchio rimane il pilastro fondamentale per il successo di un vino premium, con il 70% degli intervistati che lo considera un elemento cruciale. L’esclusività e la capacità di creare un senso di rarità seguono a ruota (67%), mentre il marketing esperienziale, che include visite personalizzate alle cantine ed eventi di degustazione immersivi, raggiunge il 60%. Altri fattori significativi includono la valorizzazione del patrimonio e del retaggio storico (53%) e l’adozione di pratiche sostenibili (53%). Dimostrato così come la narrazione legata alla tradizione e alla sostenibilità (sociale ed ambientale) sia essenziale per attirare consumatori consapevoli. Punti, questi, toccati proprio dall’intervento di Piero Mastroberardino, a capo di una delle cantine italiane di maggior successo e prestigio nel mondo.
LE OPPORTUNITÀ DELLA PREMIUMISATION
Nonostante le sfide globali, la premiumisation rappresenta una strategia a lungo termine. Circa il 53% degli esperti ritiene che le vendite di vini premium siano resilienti alle crisi economiche. Tuttavia, i prezzi dei super-premium stanno raggiungendo livelli insostenibili (45%), limitando le opportunità di crescita futura. Un dato interessante emerge dalla necessità di adattare il marketing per coinvolgere le nuove generazioni di consumatori. Il 67% degli esperti sottolinea l’importanza di strategie mirate ai giovani, che iniziano ad apprezzare i vini premium man mano che crescono in età e reddito.
IL VINO FRA TREND E NOVITÀ DI PRODOTTO NEL BIENNIO 2025-2026
In un mercato del vino che si sta evolvendo rapidamente, rispecchiando i cambiamenti nelle preferenze dei consumatori e le nuove dinamiche globali, il ProWein Business Report 2025 individua anche trend e novità di prodotto per il biennio 2025-2026. I vini bianchi e gli spumanti, inclusi Champagne e Prosecco, continueranno a guidare la crescita del settore nei prossimi anni, con rispettivamente il 73% e il 71% delle preferenze tra gli esperti intervistati.
Sta inoltre emergendo una forte richiesta per vini a basso contenuto alcolico, che raggiungono un notevole 65%, e per prodotti completamente privi di alcol. Una chiara inclinazione verso opzioni più leggere e salutari. Anche i vini rosati mantengono una posizione rilevante nel mercato, sostenuti dalla loro versatilità e crescente appeal tra i giovani consumatori. Meno rilevante appare, invece, il futuro di categorie più tradizionali come i vini fortificati o quelli aromatici, che insieme occupano solo una piccola fetta delle proiezioni di mercato.
PACKAGING E PRESENTAZIONE DEI VINI: I DATI DEL PROWEIN BUSINESS REPORT 2025
L’innovazione non riguarda solo le tipologie di prodotto ma anche il modo in cui i nuovi vini e le alternative vengono concepiti e presentati. La confezione gioca un ruolo fondamentale: il 76% degli esperti sottolinea l’importanza di un packaging accattivante e memorabile, che non solo catturi l’attenzione sullo scaffale, ma trasmetta anche l’identità del brand. La sostenibilità emerge come un altro pilastro centrale, con il 69% degli intervistati che privilegia l’utilizzo di ingredienti naturali e pratiche rispettose dell’ambiente.
Accanto a ciò, il prezzo rimane un fattore chiave per catturare un pubblico ampio, così come la capacità di presentare un’immagine giovane e dinamica del brand. Fattore apprezzato dal 67% del campione. Altri elementi importanti per il successo dei nuovi prodotti includono l’offerta di sapori unici, che rispondano ai gusti in evoluzione dei consumatori. E una distribuzione capillare, che assicuri la presenza del prodotto sia nei canali retail sia nella ristorazione. Meno determinante, ma comunque significativo nell’ottica di presentazione, è il contenuto alcolico ridotto. Una caratteristica che continua ad attrarre segmenti di mercato più attenti alla salute.
Si preannuncia un’edizione memorabile per Amarone Opera Prima 2025, l’evento organizzato dal Consorzio Vini Valpolicella, in programma dal 31 gennaio al 2 febbraio 2025 presso il Palazzo della Gran Guardia di Verona. Con 74 cantine partecipanti e ben 106 giornalisti accreditati provenienti da 26 nazioni, l’iniziativa vedrà il debutto dell’annata 2020 dell’Amarone della Valpolicella. Tutto nel segno di un importante traguardo: i 100 anni del Consorzio Vini Valpolicella, uno degli enti più rappresentativi del Made in Italy enologico nel mondo.
«In questa speciale edizione – sottolinea il presidente Christian Marchesini – Amarone Opera Prima guarda al futuro e, in particolare, ai nuovi margini di potenziale crescita della denominazione in uno scenario evolutivo accelerato, che ci impone un cambio di paradigma fondato su strategie e approcci rinnovati. Un impegno che ci vede sempre più attivi sul fronte della promozione e che le aziende stanno premiando sia in termini di partecipazione record all’evento che di adesioni al Consorzio, con 51 nuovi associati nel 2024».
AD AMARONE OPERA PRIMA 2025 DEBUTTA L’AMARONE 2020
Fulcro dell’evento sarà il debutto ufficiale dell’annata 2020 dell’Amarone, protagonista delle degustazioni tecniche e ai banchi d’assaggio. L’Amarone, simbolo della Valpolicella, si conferma icona della tradizione vinicola italiana, pronta a consolidare il suo posizionamento sui mercati internazionali. L’evento si aprirà venerdì 31 gennaio, con una giornata riservata alla stampa specializzata. Spiccano due masterclass: “Amarone: iconic of fine dining in the world’s 50”, guidata dall’esperto JC Viens, che presenterà una selezione di Amarone presenti nelle carte vini dei 50 migliori ristoranti del mondo (ore 10:30); “La memoria del tempo, un viaggio tra le annate storiche di Amarone”, curata dal MW Andrea Lonardi, vicepresidente del Consorzio (ore 15:00).
AMARONE OPERA PRIMA 2025, INGRESSO PUBBLICO E OPERATORI
A rendere ancor più esclusiva la giornata, il pranzo stellato firmato dallo chef Giancarlo Perbellini al Teatro Filarmonico. Sabato 1° febbraio, l’attenzione si sposterà sul focus “Valpolicella: 100 anni tra passato e futuro della denominazione”, con interventi di Christian Marchesini, presidente del Consorzio e Carlo Flamini dell’Osservatorio del vino di Unione Italiana Vini. Seguirà l’inedito spettacolo teatrale “Amarone, epopea in Valpolicella”, scritto e interpretato da Andrea Pennacchi. Dalle ore 12:30, via alle degustazioni ai banchi dei produttori, che dalle 16:00 apriranno le porte anche agli amanti dell’Amarone. Domenica 2 febbraio, l’evento sarà dedicato agli operatori del settore, con degustazioni aperte dalle ore 10:00 alle 17:00. L’ultima giornata di Amarone Opera Prima 2025 si concluderà con un aperitivo tematico: “Valpolicella: freschezza e creatività nel calice”, a cura del Gruppo Giovani del Consorzio.
Ecco i migliori vini bianchi siciliani a meno di 20 euro, grazie agli assaggi alla cieca a Sicilia en Primeur 2024. Le anteprime siciliane sono l’evento enologico di punta dell’isola, che vede la partecipazione delle cantine associate ad Assovini Sicilia. Inauguriamo così le pubblicazioni dedicate al racconto dei vini della Sicilia, attraverso i migliori assaggi a Sep 2024, suddivisi per fascia prezzo.
CANTINA
ETICHETTA
ANNO
UVE
PROV
DOC / IGP
CERT.
PREZZO
CANDIDO VINI
Guardalomu
2023
Grillo 100%
PA
DOC SICILIA
BIO
7,00 €
CANDIDO VINI
Inzolia
2023
Inzolia 100%
PA
IGP Terre Siciliane
BIO
7,00 €
CANTINA CHITARRA
Cutò
2023
Grillo 100%
TP
DOC Sicilia
–
7,50 €
CANTINA CHITARRA
Cutò Inzolia
2023
Inzolia 100%
TP
IGP Terre Siciliane
–
7,50 €
CANTINA CHITARRA
Cutò Zibibbo
2023
Zibibbo 100%
TP
IGP Terre Siciliane
–
7,50 €
CANDIDO VINI
Arridi
2023
Sauvignon Blanc 100%
–
IGP Terre Siciliane
BIO
8,00 €
PRINCIPE DI CORLEONE
Ridente Angelica
2023
Grillo 100%
PA
DOC Sicilia
–
8,50 €
PRINCIPE DI CORLEONE
Bianca di Corte
2023
Insolia, Chardonnay
PA
DOC Sicilia
–
9,00 €
FEUDO ARANCIO
Grillo Feudo Arancio
2023
Grillo 100%
RG
DOC Sicilia
–
10,00 €
PRINCIPI DI BUTERA
Chardonnay
2023
Chardonnay 100%
CL
DOC Sicilia
–
11,00 €
CASA GRAZIA
Per Mari Grillo
2023
Grillo 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
12,90 €
VALLE DELL’ACATE
Zagra Grillo
2023
Grillo 100%
RG
DOC Sicilia
–
13,00 €
TENUTE NAVARRA
Allucià
2023
Grillo 100%
CL
DOC Sicilia
–
13,30 €
TENUTE LOMBARDO
Bianco d’Altura
2023
Catarratto 100%
CL
DOC Sicilia
–
13,50 €
TENUTE LOMBARDO
Grillo d’Altura
2023
Grillo 100%
CL
DOC Sicilia
–
13,50 €
MASSERIA DEL FEUDO
Voce di Lago
2023
Grillo 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
15,00 €
PRINCIPI DI BUTERA
Serò
2018
Inzolia 100%
CL
DOC Sicilia
–
17,00 €
MASSERIA DEL FEUDO
Hermosa
2022
Grillo 100%
CL
DOC Sicilia
BIO
18,00 €
SANTA TRESA
Vanedda (Az. Cortese)
2019
Grillo, Catarratto, Fiano
RG
IGP Terre Siciliane
BIO
18,00 €
GORGHI TONDI
Rajàh
2022
Zibibbo 100%
TP
DOC Sicilia
BIO
19,00 €
Il focus di Sicilia en Primeur 2024 è stata la vendemmia 2023. Agronomi ed enologi locali l’hanno definita «una vendemmia performante, dal profilo qualitativo e organolettico». I produttori siciliani hanno puntato sulla ricchezza varietale e sulla diversità degli areali siciliani. Mostrando capacità nel saper governare la complessa e sfidante situazione climatica. Nonostante la riduzione della quantità, con un calo certificato del 31% rispetto al 2022, vincono identità, territorio e qualità.
Migliori vini bianchi siciliani a meno di 20 euro Sicilia en Primeur 2024 Assovini
«Il brand di una cantina e i suoi vini premium si costruiscono giorno per giorno»: così Piero Mastroberardino, numero uno della cantina campana divenuta un simbolo del Made in Italy enologico, con 300 anni di storia e 260 ettari di proprietà. L’attuale vicepresidente di Federvini, intervenendo nel primo pomeriggio a “ProWein Business Talk: Shaping the Future of Wine“, ha sottolineato l’importanza del branding nel settore vitivinicolo, focalizzandosi sul valore percepito dai consumatori e sulle soluzioni per costruire un’identità aziendale forte.
Secondo Mastroberardino, il valore percepito è l’elemento centrale per costruire un brand di successo. «È necessario proporre valori distintivi che rafforzino costantemente il marchio – ha spiegato il produttore campano durante il talk, moderato da Simone Loose dell’Università di Geisenheim – spostando l’attenzione da un marketing operativo a un marketing strategico, ancora poco diffuso nel mondo del vino. Il settore vitivinicolo, infatti, rispetto a molti altri, si trova ancora a uno stadio iniziale sul fronte del marketing, spesso limitato a comunicazioni generiche e poco mirate. Tutti raccontano le stesse cose, senza emergere. Distinguersi è fondamentale e una delle chiavi è valorizzare l’eredità storica dell’azienda».
HERITAGE AZIENDALE ALLA BASE DELLA COSTRUZIONE DEL BRAND
L’heritage aziendale, sempre secondo Pietro Mastroberardino, non è solo una risorsa distintiva, ma «un pilastro per costruire credibilità e autorevolezza». «Esperienze come le degustazioni verticali, che mettono in luce la continuità e l’evoluzione dei vini – ha sottolineato – sono strumenti efficaci per consolidare la fiducia dei consumatori. Raccontare la propria storia diventa quindi una strategia cruciale, non solo per il presente ma anche per tramandare il valore del brand alle future generazioni.». Mastroberardino ha sottolineato come questo processo virtuoso finisca per includere, in maniera naturale e non artefatta, anche temi «come la sostenibilità sociale e ambientale dell’azienda, garantendo così un futuro solido per l’investimento iniziale».
«La costruzione di un brand forte richiede tempo, almeno dieci anni in molti casi, e un impegno costante. Non è sufficiente – ha ammonito Piero Mastroberardino – concentrarsi sulle vendita immediata e gioire per le cantine vuote. Bisogna piantare radici profonde nel settore. Questo richiede un cambiamento di mentalità: non si può adottare un approccio speculativo, entrando e uscendo dal mercato senza una visione chiara. Il successo del brand e dei vini premium si costruisce giorno per giorno, con scelte ponderate e coerenti».
PREMIUM WINES? «MENO ASPETTI TECNICI, PIÙ COINVOLGIMENTO DIRETTO»
Nonostante il periodo di crisi generalizzata dei consumi, Mastroberardino vede un futuro promettente nel segmento dei vini premium, caratterizzati da un costo medio di 50 euro o superiore. «Tuttavia – ha precisato – è fondamentale spostare l’attenzione negativa che oggi esiste attorno al tema dell’alcol verso l’educazione e l’offerta di esperienze ai consumatori. Coinvolgere il pubblico attraverso il contatto diretto con l’ambiente vinicolo, condividere la storia e le emozioni legate alla produzione, piuttosto che ormai inutili aspetti tecnici come il valore del ph e dell’acidità, permette di rafforzare il legame con il brand e far comprendere che il vero valore non risiede solo nel prodotto, ma in un’esperienza immersiva».
PIERO MASTROBERARDINO: «VINI PREMIUM? ALLE NUOVE CANTINE DICO CHE…»
Del resto, le aspettative dei consumatori sono cambiate. «Oggi le persone cercano esperienze più profonde, emozionali – ha concluso Piero Mastroberardino sempre in occasione del “ProWein Business Talk: Shaping the Future of Wine” – che vadano oltre i dettagli tecnici. È qui che entra in gioco la capacità di raccontare la propria storia e la propria eredità, per costruire un dialogo autentico con i consumatori. Cosa suggerirei alle nuove cantine che vogliono produrre premium wines?
La costruzione di una storia e di un’identità di brand richiede tempo e dedizione. È fondamentale iniziare fin da subito con una visione di lungo termine. Investendo in attività che rafforzino il valore percepito, come “librerie di vini”, ovvero lo storico della produzione che consenta di organizzare degustazioni verticali. Ed evitando di pensare solo alla vendita immediata». Il segreto del successo, in sintesi, risiede secondo Piero Mastroberardino nella capacità di unire passato, presente e futuro in un percorso che sia sostenibile. E autentico.Piero Mastroberardino vini premium. VCR421 Antonio Mastroberardino.
Dalla Guida Top 100 Migliori Vini italiani 2025 di Winemag: Trento Doc Riserva Extra Brut 2016 Altinum, Cantina Aldeno (12,5%).
Perlage: 10 Fiore: 9 Frutto: 9 357 Freschezza: 9 Sapidità: 6.5 Percezione alcolica: 5 Armonia complessiva: 9 Facilità di beva: 8 A tavola: 9.5 Quando lo bevo: subito / oltre 3 anni
Una modella di colore, sorridente, regge con la mano destra un calice di vino. Ben salda, nel palmo della mano sinistra, tra i seni nudi, esibisce una bottiglia di vino del Collio. «L’unico bianco che amo» si legge, insieme alla scritta «Collio Bianco del Friuli Venezia Giulia». Ecco spiegato il perché del messaggio di cordoglio diffuso ieri, sui social, dal Consorzio Collio, alla notizia della morte del noto fotografo Oliviero Toscani, all’età di 82 anni Per comprendere le ragioni di questo legame occorre riavvolgere le lancette dell’orologio, indietro fino al 2001. Fu l’allora presidente dell’ente, Marco Felluga, insieme al fondatore, il conte Douglas Attems, a presentare al territorio la campagna pubblicitaria realizzata da Oliviero Toscani. Solo una delle provocazioni di un «genio della comunicazione, maestro delle immagini, provocatore instancabile», come lo descrive nel post il Consorzio Collio.
IL CONSORZIO COLLIO RICORDA OLIVIERO TOSCANI E LA SUA CAMPAGNA PUBBLICITARIA
«Oliviero Toscani – recita ancora il messaggio affidato a Facebook dall’ente oggi presieduto da David Buzzinelli – ci ha insegnato a guardare oltre il semplice scatto. Con le sue campagne, ha sempre saputo accendere dibattiti e suscitare emozioni, unendo arte e messaggio in un modo che pochi sanno fare. Nella collaborazione con il Consorzio Collio, ha portato il suo inconfondibile stile. Una campagna che, come sempre, ha fatto parlare di sé. A prescindere dalle reazioni, resta indiscutibile il suo contributo all’arte visiva e alla comunicazione. Grazie, Oliviero, per averci insegnato che l’immagine è un linguaggio potente, capace di far riflettere e discutere. Il brindisi oggi è per te».
NOEMI CAMPBELL E OLIVIERO TOSCANI: GIALLO COLLIO
A distanza di 20 anni, come rivelato dal Messaggero Veneto, si capì che la modella prescelta da Oliviero Toscani per la campagna sui vini del Collio non era quella – di nazionalità svedese – comparsa effettivamente sui manifesti. Bensì Naomi Campbell. «Dopo il forfait della Campbell – si legge ancora – il budget di Regione e Consorzio venne drasticamente ridotto a 200 milioni e Toscani trovò la modella svedese, sempre di colore, che prestò il suo volto per la campagna. Fece comunque parlare, quella scelta di marketing, e contribuì a far conoscere fuori dal Friuli i vini del territorio. Poi però restò un unicum, che non venne replicato».
Il Consorzio del Collio optò infatti per «vie più tradizionali di comunicazione». E si affidò, in particolare, ai nomi dei suoi produttori. La campagna pubblicitaria suscitò comunque critiche e polemiche. Alcuni la considerarono troppo audace e provocatoria. Altri la interpretarono come inappropriata ed offensiva. Proprio di fronte alle tante reazioni negative, la decisione fu di ritirare la pubblicità. Marco Felluga espresse il suo dispiacere per la conclusione anticipata dell’iniziativa, sottolineando l’importanza di investire nella comunicazione per far conoscere il prodotto e il territorio. Pur senza i social media attivi, all’epoca, quell’immagine divenne “virale”. Tanto da essere riprodotta pure sulle carene degli scooter Vespa della zona. Gialle come il colore simbolo del Collio. Lo stesso che tanto simboleggia, a ben pensarci, il carattere artistico di Oliviero Toscani.
«Creiamo la prima collezione di Rosés de Terroirs al mondo! Un micro-mercato di rosé da collezione, conservati per una decina d’anni, è ora ipotizzabile ». La proposta arriva dalla Francia ed è rivolta ai produttori di rosato in Italia e nel mondo. Non una provocazione, ma un invito messo nero su bianco (qui il form per aderire) da Philippe Guigal, presidente dell’Associazione Rosés de Terroirs (Airt), dal 2023 proprietario dello Château d’Aquéria nella Aop Tavel. Si tratta, non a caso, della denominazione di provenienza di alcuni dei rosati più prestigiosi del mondo, nel Rodano meridionale. Teatro del lancio dell’appello «Rosés de terroirs, unissons-nous!», ovvero «Rosés de terroirs, unitevi!», è stata Milano. L’associazione di produttori francesi, che riunisce già 59 aziende e 78 annate di vini rosati provenienti da Francia, Italia, Grecia e Spagna, ha chiamato a raccolta la stampa al Grand Hotel et de Milan, proponendo un percorso di assaggi e abbinamenti tra rosé (e rosati) curato dal sommelier Alfredo Moccia e dallo chef Francesco Potenza.
L’APPELLO DELL’ASSOCIAZIONE ROSÉS DE TERROIRS AI PRODUTTORI DI ROSATI ITALIANI
«L’ambizione dell’Associazione Rosés de terroir – spiega Philippe Guigal – è quella di essere l’ambasciatrice dei grandi rosé di terroir del mondo. Per questo, in linea con il nostro appello fondativo del febbraio 2020, «Rosés de terroirs, unitevi!», lanciato dalla Dop Tavel, invito i viticoltori che producono i più grandi rosé de terroirs del mondo ad unirsi a noi. Dopo 20 anni di crescita storica, il mercato del rosé sta entrando in una nuova fase del suo sviluppo, con una possibile e auspicabile diversificazione dell’offerta, in particolare attraverso i rosé di terroir posizionati come nicchia di mercato apprezzata o addirittura molto apprezzata. La creazione di un micro-mercato di rosé da collezione, conservati per una decina d’anni, è ora addirittura ipotizzabile».
COSA SONO I ROSES DE TERROIRS?
«Per me – continua Philippe Guigal – i rosati di terroir sono prima di tutto dei veri vini. Attraverso i loro sapori e colori, raccontano storie spesso uniche di luoghi e vignaioli e viticoltori. Si abbinano anche a pasti completi e a un’ampia varietà di cucine, come dimostrano le “Rosés de Terroirs experiences” organizzate dall’associazione». Si tratta, per l’appunto, dell’evento andato in scena in mattinata al prestigioso Grand Hotel et de Milan, struttura “mitologica” del capoluogo lombardo, dove visse Giuseppe Verdi. «In secondo luogo – continua il produttore francese – i rosé de terroirs non sono destinati a seguire le mode. Sono rosé senza tempo che abbracciano la loro unicità. La diversità delle cuvée cooptate dall’associazione è quindi fondamentale».
Da qui l’appello a un’unità nella diversità. «Creando la prima collezione di rosé al mondo – suggerisce Guigal – la nostra associazione diventerà un punto di riferimento nel settore. Il punto di riferimento in questo campo. In breve, non solo per il loro carattere ma anche per il modo in cui vengono consumati, i rosati di terroir sono davvero complementari ai rosati dissetanti di tendenza. In questo contesto, la nostra associazione internazionale può e deve assumere il ruolo di guida nell’offerta di una gamma di rosati “diversi e sorprendenti, per natura e nel corso degli anni”, per citare uno dei nostri slogan».
L’EVENTO AL GRAND HOTEL ET DE MILAN
Sono 22 i vini, tra rosé e rosati, presentati durante l’evento di quest’oggi al Grand Hotel et de Milan. Nello specifico: Château de la Selve, cuvée L’Audacieuse 2021 (IGP Coteaux de l’Ardèche); Via Caritatis, cuvée Lux de Caelo 2022 (AOP Ventoux); Château Gassier, cuvée 946 2022 (AOP Côtes de Provence Sainte-Victoire); Château d’Aquéria, cuvée 2020 (AOP Tavel); La Bastide Blanche, cuvée 2021 (AOP Bandol); Domaine Corne Loup, cuvée 2021 (AOP Tavel). E ancora: Château de Manissy, cuvée Langoustière 2019 (AOP Tavel); Domaine de l’Odylée, cuvée Rosé d’Automne 2020 (AOP Côtes du Rhône); Domaine la Suffrène, cuvée Sainte-Catherine 2018 (AOP Bandol); Château Paquette, cuvée Thémis 2022 (AOP Côtes de Provence Fréjus); Château de Pibarnon, cuvée Nuances 2020 (AOP Bandol); Château Pradeaux, cuvée 2019 (AOP Bandol).
TRE CANTINE ITALIANE IN ROSÉS DE TERROIRS
Non ultimi: Domaine Fournier Père et Fils, cuvée Les Belles Vignes 2023 (AOP Sancerre); Domaine Labastidum, rosé 2022 (AOP Fronton); Domaine de la Mordorée, cuvée La Reine des Bois 2020 (AOP Tavel); Domaine Gavoty, cuvée Clarendon 2022 (AOP Côtes de Provence); Le Grand Cros, cuvée Aurélia 2022 (AOP Côtes de Provence), Marquis de Pomereuil, cuvée 2018 (AOP Rosé des Riceys) e Domaine Les Béates, cuvée Terra d’Or 2022 (VSIG). Italia rappresentata da tre vini di altrettante cantine: Villa Calicantus, cuvée Chiar’Otto 2023 (Bardolino Doc classico); Guerrieri Rizzardi, cuvée Keya 2023 (Chiaretto di Bardolino Doc Classico); Le Fraghe, cuvée Traccia di Rosa 2021 (Chiaretto di Bardolino Doc). Se l’ingresso di Villa Calicantus nell’associazione Rosés de Terroir è recente, per Le Fraghe e Guerrieri Rizzardi non si è trattato della prima volta. Già dal 2021, le due cantine venete rappresentano l’Italia nel prestigioso gruppo d’Oltralpe. Dopo l’appello di Philippe Guigal, il circolo di produttori di rosé d’eccellenza potrà allargarsi ad altre cantine.
Il Consorzio Doc Delle Venezie chiude il 2024 in crescita: +3% di imbottigliamenti e +8% di certificazioni. L’ente si conferma un pilastro per il Pinot Grigio sul mercato internazionale, chiudendo l’anno con un bilancio positivo, nonostante il calo globale dei consumi di vino. Grazie a un modello di integrazione che unisce Veneto, Friuli Venezia Giulia e la Provincia autonoma di Trento, la denominazione continua a distinguersi per qualità, controllo rigoroso e stile fresco e dall’alcol moderato.
CRESCONO IMBOTTIGLIAMENTI E CERTIFICAZIONI DEL PINOT GRIGIO DELLE VENEZIE
Nel 2024, il volume imbottigliato ha raggiunto 1.706.466 ettolitri, registrando un incremento del +3% rispetto al 2023. Particolarmente significativa è stata la domanda di Pinot Grigio Doc Delle Venezie dell’ultima annata, che ha trainato la crescita del settore. «Il 2024 è al terzo posto per performance dal lancio della DOC, dopo i due anni eccezionali della pandemia», commenta Stefano Sequino, direttore del Consorzio.
I dati dimostrano «la capacità del nostro Pinot Grigio di rispondere alle esigenze dei consumatori, consolidando la posizione della DOC Delle Venezie sul mercato». Le certificazioni hanno registrato un incremento ancora più marcato. Il totale è cresciuto del +8% rispetto al 2023, con un picco di +16% a dicembre. La media mensile è passata da 134.420 ettolitri nel 2023 a 146.112 ettolitri nel 2024, secondo i dati di Triveneta Certificazioni.
La crescita si deve anche al sistema di controllo del Consorzio, che assicura alti standard di tracciabilità e conformità grazie all’impiego del contrassegno di Stato su circa 230 milioni di bottiglie annue. «L’efficace gestione dell’offerta e la pianificazione produttiva – conclude Sequino – sono elementi fondamentali per mantenere la stabilità del mercato».Triveneta Certificazioni
Mladen Dragojlovic, l’enologo che firma i vini di Novak Djokovic, è una vera e propria star del settore in Serbia. Un successo che è tutto tranne che riflesso. Grazie alle decine di riconoscimenti internazionali, ottenuti realizzando vini per diverse cantine dei Balcani, il winemaker classe 1983 non poteva passare inosservato agli occhi del campione del tennis, che nel 2020 ha fondato la sua cantina vicino Topola, nella regione vinicola serba di Šumadija. Una collaborazione che ha dato ulteriore spolvero a un giovane capace di trasformare l’uva in oro. Ma il sogno nel cassetto di Mladen Dragojlovic è anche quello di tornare a lavorare in Italia, dopo l’esperienza maturata in Abruzzo con Marina Cvetić (Masciarelli), durante gli studi. Se il Belpaese chiamasse, difficilmente Mladen Dragojlovic direbbe di no. cantina vini Djokovic.
Mladen Dragojlovic, qual è il percorso che ti porta sino ad oggi?
Ho conseguito un master in Biotecnologie alimentari presso l’Università di Novi Sad, in Serbia. Durante i miei studi, ho sviluppato un profondo interesse per la viticoltura. All’epoca, le cantine non erano molto sviluppate in Serbia, così ho deciso di andare all’estero per acquisire conoscenze ed esperienze. Questo viaggio mi ha portato in Italia, dove ho lavorato con Marina Cvetić presso la cantina Masciarelli in Abruzzo, e in Cile, dove ho collaborato con RR Wine e Viña Carmen. Tutte le visite mi hanno fornito una chiara visione di ciò che volevo realizzare in Serbia e, alla fine, sono riuscita a trasformare questa visione in realtà.
Dopo aver completato gli studi, ho deciso di fondare la mia società di consulenza enologica. Ora collaboro con sette aziende vinicole della Serbia e della Croazia. Insieme, abbiamo ottenuto un notevole successo, vincendo numerosi premi prestigiosi e punteggi elevati, tra cui le medaglie di Decanter e il riconoscimento per i migliori vini dei Balcani. Per mia soddisfazione personale, ho avuto l’onore di essere nominato Enologo dell’anno 2023. Questo riconoscimento significa molto per me e mi ha dato la forza e la motivazione per intraprendere un progetto personale e familiare: lanciare il mio marchio, Dragojlovic Winery.
Tra le cantine di cui sei enologo, quella che più salta all’occhio per la popolarità del nome è Djokovic Winery. Come è avvenuto l’incontro e come è nata l’idea di Novak Djokovic di produrre vino?
Persone del settore vinicolo mi hanno raccomandato alla famiglia Djokovic per una potenziale collaborazione. Dopo un paio di incontri, abbiamo scoperto di condividere la stessa energia e la stessa visione, che si allineavano perfettamente. Di conseguenza, abbiamo deciso di lavorare insieme, con reciproca soddisfazione. La cantina Djokovic è guidata dallo zio di Novak, Goran Djokovic, che ha voluto utilizzare il terroir nel modo più unico e prezioso per produrre vini degni del nome Djokovic.
Come descriveresti Novak nel privato, lontano dai riflettori?
Personalmente, devo dire che mi sento molto privilegiato per aver conosciuto Novak. Tutti noi gli siamo profondamente grati per tutto ciò che ha fatto per la Serbia. In privato, lontano dai riflettori, Novak è straordinariamente concreto e genuino. Nonostante la sua fama mondiale, rimane umile e disponibile, mostrando sempre un sincero interesse per le persone che lo circondano.
Novak Djokovic interviene nelle scelte di cantina? Si intende di vino?
Novak è il più grande tennista della storia e ha un’agenda molto fitta. Ma ogni volta che l’ho incontrato, si è sempre dimostrato molto interessato al processo di vinificazione, alla manutenzione dei vigneti e a tutti i dettagli coinvolti nella produzione di grandi vini. È concentrato al 100% sul tennis e non è coinvolto nelle scelte di cantina, ma è sempre interessato a conoscere l’intero processo. Suo zio Goran e io siamo profondamente coinvolti nel processo di vinificazione della cantina Djokovic.Non viene spesso, ma ogni volta che ha tempo si sforza di visitare e offrire il suo sostegno.
Sei anche l’enologo di altre cantine della Serbia che producono grandi vini: Matalj, Matijasevic Vinogradi, Ŝapat Wine Atelier e Kast Vjestina vina in Croazia. Quali sono i punti di forza di ognuna delle cantine, nella regione vinicola in cui operano?
La forza di queste cantine risiede nel loro terroir. È importante sottolineare che il terroir di ogni cantina e i suoi vigneti sono unici e l’approccio produttivo varia di conseguenza. Il mio compito, insieme ai miei colleghi, è quello di massimizzare il potenziale del terroir e di mettere in risalto l’unicità delle uve provenienti da zone specifiche. Spesso dico ai proprietari delle cantine che è impossibile utilizzare la stessa tecnologia in due cantine diverse, perché le condizioni non sono mai le stesse. Ogni regione richiede un approccio personalizzato. Per essere più precisi, Matalj è un’ottima cantina per i vini rossi, Matijasevic produce uno dei migliori Sauvignon Blanc di questa parte del mondo. Sapat si trova su un altopiano di loess e questo tipo di terreno è ottimo per i grandi rossi e gli Chardonnay. Kast, in Croazia, è un’azienda vinicola di pregio della città di Ilok, ben nota per eccellere nella produzione di vini da varietà Grasevina e Gewurtztraminer.
Presso la cantina Matalj state riscoprendo una varietà di uva autoctona che mi ha letteralmente folgorato, ovviamente in positivo: la Bagrina. Credi possa essere l’ennesimo elemento di successo per una cantina che già si è fatta notare con l’etichetta “Kremen Kamen”, grandissimo Cabernet Sauvignon in purezza?
Non sono del tutto sicuro che la reputazione di Kremen Kamen possa essere ripetuta, dato che è diventato un marchio che ha superato quello della stessa cantina Matalj. Tuttavia, credo davvero che la Bagrina possa contribuire in modo significativo al successo complessivo dell’azienda. La tendenza globale si sta spostando verso un ritorno alle varietà locali e autentiche. E la Bagrina si inserisce perfettamente in questo “movimento”. Le reazioni positive di persone come te ci danno la motivazione e la forza per lavorare ancora di più sulla promozione di questo vitigno autoctono. Sono molto felice della Bagrina in questo momento.
Vorrei “scavare” un po’ nella tua quotidianità di enologo. Cosa ti viene richiesto più spesso, a livello tecnico, dai titolari delle cantine?
È una domanda difficile, dato che ci troviamo sempre più spesso ad affrontare le sfide portate dai cambiamenti climatici e dalle condizioni meteorologiche estreme. Di solito, la domanda più frequente è: «Riusciamo a migliorare ulteriormente il livello rispetto alla vendemmia precedente?». Ogni vendemmia presenta nuove domande, ma l’obiettivo rimane lo stesso: ottenere una qualità del vino costante o addirittura migliorarla. Questo può essere molto impegnativo e spesso richiede maggiori sforzi e capacità di adattamento. Ma finora siamo riusciti a tenere tutto sotto controllo.
Ci siamo conosciuti grazie a Wine Vision by Open Balkan, che mi piace ribattezzare “Il Vinitaly dei Balcani”. Come vedi il vino dei Balcani (e, in particolare, quello della Serbia) nei prossimi anni?
Come persona proveniente dai Balcani, zona che spesso guarda all’Italia come a un Paese con un’industria vinicola ben sviluppata, sono molto orgoglioso che tu abbia paragonato Wine Vision by Open Balkan a Vinitaly. Da un punto di vista commerciale, WVbOB è un punto d’incontro cruciale in cui le persone possono entrare in contatto e concludere affari. Per il consumatore medio di vino, questa fiera offre al mondo l’opportunità di scoprire i vini balcanici e di riconoscere la nostra regione come produttore di vino tradizionale. Inoltre, aiuta a sfidare e forse a rompere i pregiudizi sui vini balcanici e sulla loro qualità. Pertanto, sono fermamente convinto che i vini balcanici prenderanno presto il posto che meritano sulla scena vinicola mondiale.
Quali sono i vitigni su cui la Serbia può (e deve) puntare per farsi sempre più riconoscere nel mondo? Gli internazionali oppure le varietà locali, come il Prokupac? Più vini bianchi o vini rossi?
La Serbia dovrebbe concentrarsi sui suoi vitigni locali. Purtroppo, al momento ci troviamo di fronte a problemi legati ai materiali di piantagione. Tuttavia, con il sostegno del governo e degli istituti scientifici, spero che riusciremo a colmare questo divario e a concentrarci maggiormente sulle nostre varietà locali. Questo approccio consentirebbe alla Serbia di presentarsi come veramente autentica sulla scena vinicola mondiale. Abbiamo grandi varietà autoctone come il Prokupac, il Grašac (ovvero il Riesling italico, ndr), la Bagrina, la Smederevka, il Probus e lo Začinak, ma è assolutamente necessario educare i consumatori. Queste varietà sono diverse da quelle internazionali e non ci si può aspettare che un Prokupac assomigli a un Cabernet o a un Merlot. La Serbia è fortunata per quanto riguarda il clima, anche se la situazione varia a seconda della regione. Per esempio, la Serbia settentrionale e centrale è un po’ più fresca, ideale per i vini bianchi e alcuni rossi più freschi. Le regioni meridionali e orientali sono più adatte per i vini rossi più audaci e alcuni bianchi specifici.
Il governo della Serbia sta puntando moltissimo sulla promozione del vino. Basti pensare all’organizzazione maestosa di Wine Vision by Open Balkan. Quanto è fondamentale questo appoggio per il settore del vino serbo e come vengono impiegate principalmente le risorse da parte delle cantine?
Il sostegno dello Stato è molto importante, soprattutto per un settore in così rapida crescita in Serbia. I produttori di vino utilizzano questa fiera, ovviamente, per presentare i loro vini. Ma Wine Vision by Open Balkan serve anche per educare i produttori stessi. Una serie di regole per la vendita del vino si applica al mercato nazionale, mentre altre completamente diverse si applicano ai mercati esteri. In questa fiera, i produttori imparano queste regole. Imparano a presentarsi e imparano a vendere i loro vini in modo più efficace.
Cosa pensi della crisi dei consumi che sembra attanagliare il settore del vino internazionale, soprattutto sul fronte dei vini rossi?
Questo è ovviamente un problema importante, soprattutto lo squilibrio tra il consumo di vini bianchi e rossi. Non conosco la ragione esatta di questo squilibrio. Tuttavia, la crisi generale del consumo di vino è causata dagli sconvolgimenti geopolitici, dalle guerre, dalla diminuzione del potere d’acquisto dei consumatori. E, allo stesso tempo, dall’aumento dei prezzi del vino dovuto ai maggiori costi di produzione. Quando l’economia globale si stabilizzerà, tutto diventerà più certo, chiaro e prevedibile.
Qual è la tua opinione sui vini senz’alcol? Pensi di produrne uno, un giorno?
Il vino è una sinergia di numerosi componenti, ognuno dei quali svolge un ruolo importante e significativo in questo sistema. L’alcol è uno di questi elementi essenziali. A mio parere, se dovessimo eliminare l’alcol, si interromperebbe questa delicata sinergia. Sarebbe dunque difficile definire e giudicare il vino con i canoni a cui siamo abituati. Tuttavia, sono molto aperto a nuove sfide e possibilità. E chissà che non cambi idea.
Spostiamoci fuori dai Balcani. Qual è il tuo vino italiano preferito?
Questa è di gran lunga la domanda più difficile! Amo l’Italia in generale. Per i suoi vini, la cucina, il caffè, la moda, la passione per lo sport, lo stile sartoriale dello “spezzato”, eccetera. È molto più facile per me rispondere quale sia il mio vino francese, spagnolo o austriaco preferito. Ogni regione italiana ha vini autentici di alta qualità. Per me i migliori bianchi sono quelli dell’Alto Adige, mentre i migliori bianchi e rossi da bere tutti i giorni sono quelli del Veneto. I più grandi esempi di Barolo sono imbattibili. Al Brunello di Montalcino non posso dire di no, lo adoro. Amo la Toscana per molte ragioni. L’Amarone della Valpolicella dei migliori produttori è così ricco e stratificato. E ce ne sono molti, molti altri!
Se potessi lavorare in Italia come enologo, quale regione e denominazione sceglieresti?
Ho lavorato in Abruzzo ed è stata una grande esperienza. Ma credo di essere più orientato verso le zone settentrionali, come il Trentino-Alto Adige o il Friuli-Venezia Giulia. Sarebbe bello anche lavorare in Toscana. Penso che mi troverei benissimo in quelle regioni.
Quali sono i tuoi progetti per il 2025 e gli anni a venire?
Amo quello che faccio e voglio continuare il più a lungo possibile. Voglio continuare a dare il mio contributo all’industria vinicola della regione, cercando di ottenere qualche altro riconoscimento internazionale. Continuare a lavorare come consulente enologico, che è la mia attività principale. E lavorare all’ulteriore sviluppo del progetto della mia cantina di famiglia (cantina Dragojlovic). Essere in salute e felice con la mia famiglia.
Dalla Guida Top 100 Migliori Vini italiani 2025 di Winemag: Trento Doc Dosaggio Zero Riserva Millesimato 2018 Salísa, Villa Corniole (12,5%).
Perlage: 10 Fiore: 8 Frutto: 8.5 Freschezza: 9 Sapidità: 9 Percezione alcolica: 5 Armonia complessiva: 9.5 Facilità di beva: 8.5 A tavola: 9.5 Quando lo bevo: subito / oltre 3 anni
Il vino Fragolino è legaleo illegale? Cosa ci vendono i supermercati? Il Fragolino, vino aromatico e dolce a base di uva fragola – nota anche come uva americana o Vitis labrusca – è soggetto a restrizioni in molti paesi dell’Unione Europea, inclusa l’Italia. Queste restrizioni non derivano tanto dalla pericolosità del prodotto, quanto da normative specifiche sulla vinificazione e l’uso di certe varietà di vite.
PERCHÈ IL FRAGOLINO È CONSIDERATO ILLEGALE?
Tipologia di uva: L’uva fragola appartiene alla specie Vitis labrusca, diversa dalla Vitis vinifera, che è la specie più comunemente usata per la produzione di vini in Europa. Le normative dell’UE vietano la produzione di vino da Vitis labrusca per motivi legati alla tradizione enologica europea e alla protezione delle varietà autoctone.
Produzione di metanolo: L’uva fragola produce una quantità leggermente più alta di metanolo durante il processo di fermentazione rispetto alla Vitis vinifera. Sebbene le quantità siano generalmente sicure per il consumo umano, questo aspetto è stato utilizzato come giustificazione per limitarne la produzione commerciale.
Denominazioni protette: Le normative UE vietano la vendita di prodotti etichettati come “vino” se non provengono da varietà di vite autorizzate. Questo significa che il Fragolino non può essere commercializzato legalmente come vino, anche se è possibile produrlo e consumarlo a livello privato.
DOVE È LEGALE IL FRAGOLINO E COME SI CONSUMA
Produzione casalinga: In Italia, è legale produrre il Fragolino per uso personale, ma non è permessa la vendita commerciale.
Versioni commerciali: Alcuni prodotti chiamati “Fragolino” sono in realtà bevande aromatizzate che imitano il sapore del Fragolino ma non sono ottenuti dalla fermentazione dell’uva fragola.
Fuori dall’UE: In alcuni paesi extraeuropei, come gli Stati Uniti, l’uva fragola è usata senza restrizioni nella vinificazione.
Dunque, il vino Fragolino è legale o illegale? La risposta, in sintesi, è che il Fragolino non è propriamente “illegale”. Ma la sua produzione e commercializzazione (con questo nome, anche nei supermercati) sono fortemente limitate da normative vinicole specifiche. La prima regola, se lo si acquista in Gdo, è dunque quella di non aspettarsi propriamente un vino, bensì una bevanda aromatizzata che imita il sapore dell’originale, non vendibile al pubblico nella grande distribuzione. Un esempio su tutti? Il Fragolino Duchessa Lia distribuito, tra gli altri, nei supermercati Carrefour a 4,65 euro a bottiglia.Luca Maroni 92 punti al Fragolino di Aldi (che non è un vino)
Dalla Guida Top 100 Migliori Vini italiani 2025 di Winemag: Oltrepò pavese Docg Metodo classico Pinot Nero Brut 2013, Oltrenero (12%, 96 mesi sui lieviti).
Perlage: 10 Fiore: 9 Frutto: 9 Freschezza: 9 Sapidità: 6 Percezione alcolica: 5 Armonia complessiva: 9.5 Facilità di beva: 9.5 A tavola: 9.5 Quando lo bevo: subito / oltre 3 anni
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