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Berlucchi e la Franciacorta: tuffo nelle bollicine di Corte Franca

Ci sono parole che raccontano da sole più di un libro intero. E altre che è meglio non usare più. Negli ultimi vent’anni, la Franciacorta sta scrivendo pagine importanti dell’enologia italiana. Un successo tanto grande da permettere a qualcuno di spingersi anche un po’ più in là del proprio “naso”. Nel territorio del lessico e della grammatica.

Dei sinonimi e dei contrari. Giovanni Felini, sommelier Ais del servizio Accoglienza e Ospitalità di Berlucchi, riceve il gruppo di visitatori del sabato mattina con la scioltezza del Cicerone navigato. A nessuno verrebbe in mente di pensare che è reduce da un concerto heavy metal. Ma a 37 anni non si dicono più bugie ed è lui stesso ad ammetterlo, per rompere il ghiaccio. In azienda dal 2005, sa come tenere gli occhi incollati a sé.

Con la gestualità tipica di chi ama quello che racconta. Perché ce l’ha dentro. Bollicine miste a sangue, nelle vene. Attenti, però, a parlare con lui di “spumante” Berlucchi. Nella casa del fondatore Guido, la parola d’ordine – ed ecco la magia del vino che scrive vocaboli nuovi sui dizionari – è “Franciacorta”.

“Un territorio – spiega Giovanni Felini (nella foto a destra) – che si sta muovendo negli ultimi 55 anni con la sicurezza della qualità. Un prodotto che non vuole essere una succursale di qualche altra zona che produce Metodo Classico, bensì un’entità propria, a sé stante. E’ un’identità vera, che dev’essere assolutamente contraddistinta. La Franciacorta sta facendo passi da gigante, passi veri. Sta portando benefici a un territorio dalla vocazione agricola in maniera sostenibile. Presto arriveremo a percentuali di vigneti a conduzione sostenibile e biologica tra le più alte d’Europa. Una grande qualità che si sta concentrando attorno a una grande personalità: quando bevete un Franciacorta non bevete un Metodo Classico o uno spumante, o qualcosa che dev’essere necessariamente paragonato a produzioni simili. Bevete Franciacorta, punto. Un prodotto di qualità certa e comprovata, fiero della propria etichetta”.ù

Dire Franciacorta significa, insomma, raccontare la storia di un territorio unico al mondo, dotato di un “terroir magico”, per dirla con le parole di Felini. “Chardonnay e Pinot Nero – spiega al principio del tour alla Berlucchi – vengono prodotti in tutto il mondo. Come in tutto il mondo esistono ottimi enologi. La vera peculiarità della Franciacorta è il terroir, ovvero quel limbo di terra, ora coltivato a vite, tra il ‘nulla’ della Pianura Padana a sud e la zona montagnosa a nord, dove un tempo esisteva un enorme ghiacciaio, poi ritiratosi, lasciando al terreno caratteristiche uniche. L’ago della bilancia in questa zona è costituito dal lago d’Iseo, che grazie a particolari correnti ascensionali provenienti dalla Valcamonica soffia su questa zona aria che regala benefici unici alla vite”.

LA STORIA DI UN MITO
In Franciacorta, territorio che comprende 19 Comuni tra cui una fetta di territorio della città di Brescia, i vigneti hanno caratteristiche ben precise. La vite viene allevata a cordone speronato o guyot. Le piante sono una accanto all’altra, in modo da costringere le radici a spingersi verso il fondo del terreno, fino a 20-25 metri di profondità, alla ricerca di nutrimento. Si chiama “competizione radicale”.

Alla Berlucchi, in particolare, le uve vengono raccolte in cassette da 18 chilogrammi, per evitare che la pressione di un grappolo sull’altro crei fermentazioni spontanee. La resa per ettaro è di circa 9.500 chilogrammi, per un sesto d’impianto di 10 mila piante per ettaro. All’avanguardia la tecnologia nelle cantine Berlucchi. Il passaggio che fa la differenza è la pressatura, eseguita con moderne presse chiamate Coquard, simili ad un “torchio ribaltato”.

“La pressione avviene da destra verso sinistra – spiega Giovanni Felini – causando la caduta per gravità del mosto. Il 35% costituirà il mosto fiore A, che andrà a costituire la base per le nostre riserve e millesimati e a discendere fino alle basi. Nel secondo frazionamento avremo un massimo del 60% per il mosto fiore B, utilizzato per millesimati e basi. Segue la fase di fermentazione, prevalentemente in acciaio e soltanto un 3-4% del totale in legno vecchio, oltre al quarto passaggio. La scelta dell’acciaio è scontata, in quanto si tratta di un materiale che lascia intatte le proprietà organolettiche, esaltando in questo modo le differenze e le sfumature tra zone diverse appartenenti allo stesso terroir Franciacorta”.

Giovanni Felini guida poi il gruppo nella “cantina vecchia”, dove viene tracciata la storia della Berlucchi. Tutto comincia negli anni Cinquanta, quando Guido Berlucchi, proprietario di 9 ettari di terreni vitati a bacca bianca, decide di chiedere la collaborazione di un giovane enologo, Franco Ziliani, per offrire maggiore stabilità alla produzione.

Il maggiordomo mi scortò nel salotto di Palazzo Lana Berlucchi. Le note di “Georgia on my mind” vibravano nell’aria: Guido Berlucchi era al pianoforte. Rimasi incantato dall’eleganza della sua figura, dalla maestria con cui le sue mani accarezzavano i tasti. Volsi lo sguardo ai muri secolari, ai ritratti di famiglia; notai gli arredi preziosi. Tutto emanava raffinatezza non ostentata. Berlucchi richiuse il piano, mi salutò con calore e iniziò a interrogare me, giovane enologo, sugli accorgimenti per migliorare quel suo vino bianco poco stabile. Risposi senza esitazione alle sue domande, e nel salutarlo osai: “E se facessimo anche uno spumante alla maniera dei francesi?”. (Franco Ziliani)

Nasce così il Pinot del Castello, poi divenuto il Pinot di Franciacorta Guido Berlucchi. Nel 1968 il riconoscimento della Doc, sostenuta da numeri che testimoniano una crescita impressionante. Nel 1961 le bottiglie prodotte in Franciacorta non superavano le 3 mila unità.

Cifra oggi lievitata a 16 milioni, su un totale di 37-38 milioni di Metodo Classico in Italia. Un cammino che porta nel 1990 alla nascita del Consorzio, che cinque anni più tardi, nel 1995, battezza la neonata Docg Franciacorta. L’espressione di questo territorio a firma di Berlucchi è legato – oltre alla sottozona del terroir – soprattutto al grado zuccherino, volutamente dosato al minimo degli standard.

“Per il Brut, per esempio – spiega Giovanni Felini – sono consentiti da 6 a 15 grammi per litro di zuccheri. Berlucchi si attesta alla base, 5,5-6 g/l. Zero grammi per i Pas Dosè, 3 per l’Extra Brut, 12 per gli Extra Dry e 40 per i Demi Sec, nonostante il limite di 50 g/l. Accompagniamo questo sciroppo con pochissime dosi di vini maturati in barrique”.

BERLUCCHI IN GDO

Un tratto distintivo che caratterizza Berlucchi anche in grande distribuzione organizzata, ovvero nella linea di prodotti acquistabili al supermercato. Una gdo di cui il colosso di Corte Franca si ‘serve’, sfruttandola come “volano” per il top di gamma. “Il rischio di lavorare con la grande distribuzione – ammette Giovanni Felini – è quello di abbassare la percezione di qualità.

L’opposto, ovvero la grande qualità della gdo, è quella di essere capillare, arrivando direttamente all’interno di una famiglia. La nostra azienda si suddivide in quattro linee di produzione. Quella ‘base’ è destinata ai supermercati ed è denominata Cuvée Imperiale: troviamo Brut, Max Rosè, Demi Sec e Vintage millesimato. Ci presentiamo dunque alla gdo con una qualità vera”.

“Immaginiamo – continua il responsabile Accoglienza e Ospitalità di Berlucchi – di andare in una cantina e di scoprire la perla rara, la grande riserva, di cui si producono solamente cento bottiglie. Ovvio che quella bottiglia sarà perfetta, ma quello che dà veramente carattere e sicuramente dà importanza a un’azienda è la base. Se noi dovessimo sbagliare una produzione come la Cuvée Imperiale, sbaglieremmo il 60% di quello che produciamo, con ricadute certe sul 60% del fatturato dell’intera azienda”.

Dare dunque il meglio nella produzione del prodotto base, destinato ai supermercati, risulta per noi il primo incentivo per arrivare in modo credibile nelle case dei consumatori, invogliandoli al contempo ad avvicinarsi al resto della gamma, verso l’alto. Se la persona si lega al prodotto base, di per sé dall’ottimo rapporto qualità prezzo, si affeziona al brand e sarà in grado, una volta sperimentati gli altri nostri prodotti, di confermare certamente la grande validità della stessa Cuvée Imperiale”.

Riguardo al prezzo, Felini ammette che “il posizionamento si sta rivalutando negli ultimi anni”, per via del successo crescente della Docg. “Ad oggi – precisa – vendiamo il Metodo Classico di riferimento al prezzo più basso, che però stiamo cercando di aumentare dal momento che siamo nati in Franciacorta e abbiamo messo la Franciacorta in etichetta. Oggi il listino della Gdo corrisponde ai volumi delle singole catene, con relativa scontistica legata al giro d’affari”.

Sono 4 milioni e 200 mila le bottiglie Berlucchi che ogni anno finiscono nei calici dei consumatori. La parte del leone spetta ovviamente alla Cuvée Imperiale, con 2 milioni e mezzo di bottiglie. Le restanti sono suddivise tra le linee ’61, Cellarius e Palazzo Lana.

Quest’ultima definita in pochissime migliaia di bottiglie e solo nelle annate eccezionali. Un giro d’affari che per il 90% resta tra i confini italiani, considerato che fuori dall’Italia non viene spedita la Cuvée imperiale.

L’ERBA DEL VICINO
Da attento osservatore delle dinamiche italiane, Giovanni Felini si spinge a fornirci la propria visione sulle dinamiche di un territorio vicino, l’Oltrepò Pavese, che a differenza della Franciacorta fatica a trovare spazio e rilevanza nazionale.

“Da consumatore – spiega – ritengo che l’Oltrepò Pavese non riesca a emergere per una questione culturale. Sono sempre stati legati a un vino di massa, o comunque a un vino di consumo di massa e di basso profilo. Per loro emergere significa spolverarsi da dosso questo aspetto. Un po’ come fare la ristrutturazione di una casa: diventa più bella, ma perde il fascino antico. Ora: meglio la funzionalità o il fascino? Sarebbe perfetto ricostruirla rendendo questo fascino più funzionale. L’Oltrepò Pavese si contraddistingue tuttavia anche per grandi produzioni di Pinot Nero in purezza. Quello che dovrebbero fare è essere un po’ meno tosti, un po’ meno cocciuti e collaborativi. Tra di loro, innanzitutto”. Un consiglio che sarà considerato dalle parti di Pavia?

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Cecchi punta gli occhi sull’Alto Adige: Castelfeder entra in distribuzione

La distribuzione della Famiglia Cecchi si arricchisce e diversifica ulteriormente grazie all’inserimento dell’azienda Castelfeder di Egna (Bolzano) che va ad affiancare la maison di Champagne Collard Picard e Castiglion del Bosco di Montalcino. “Crediamo fondamentale intraprendere un percorso di lungo termine con la famiglia Giovanett – dichiara Luca Stortolani, direttore commerciale Italia della Famiglia Cecchi – che produce vini straordinari e con la quale condividiamo visione e filosofia. Allo stesso tempo siamo certi che mettere a disposizione della nostra ormai strutturata forza vendite un’azienda altoatesina con queste caratteristiche, possa essere un ulteriore motivo di crescita”.  “Per Castelfeder – aggiunge Ivan Giovanett – è stato fondamentale sapere che dietro a una distribuzione ci fosse non solo  un’azienda commerciale in grado di garantire certi risultati, ma anche una famiglia con cui condividere gli stessi valori umani e professionali”. La casa vinicola Luigi Cecchi e figli Srl è tra le aziende toscane maggiormente rappresentate nelle catene della grande distribuzione italiana. Al quartier generale di località Casina dei Ponti 56, a Castellina in Chianti, provincia di Siena, si affianca oggi una realtà altoatesina fondata nel 1970 da Alfons Giovanett.

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Ostuni e Milano, gemellaggio a “colpi” di vino pugliese per Carnevale

Imperdibile e soprattutto gratuito l’evento in programma per il 12 e il 13 febbraio al Siam di via Santa Marta 18, a Milano. Sarà sufficiente versare la cauzione per bicchiere e borsina per poter degustare vini rossi e rosati direttamente dalla Puglia, portati in degustazione dalla città bianca di Ostuni. Un’ottima opportunità per conoscere e apprezzare una realtà storicamente votata al vino da tavola, che negli ultimi anni ha saputo tuttavia
produrre “nettari” unici, per corpo e qualità: Castel del Monte e Primitivo per citarne solo alcuni. Una regione, la Puglia, attenta a cogliere le proprie potenzialità in ambito vinicolo e anche turistico: l’evento infatti è concepito come una sorta di fuori salone della Bit. Per chi non ha più l’età per festeggiare il carnevale ambrosiano, per chi vuole dare un contenuto diverso al consueto “giro in centro” e respirare un po’ di “mediterraneo2 a Milano, Wine at 5Vie sembra una buona occasione. Durante la manifestazione sarà possibile degustare, oltre a un’attenta selezione di prodotti pugliesi, anche vini di produttori provenienti da tutta Italia tra cui Bussi Piero, Tenuta Mazzolino, il Gruppo Vignaioli La Castellana (Tenuta Salvaterra e Villa Giona), Marchese Luca Spinola, Corte Fusia, Tenute Pacelli, Tenuta San Giaime, Torre degli Alberi, Tenuta Castello di Grumello, Marcato Vini. In programma, inoltre, showcooking di piatti tipici della cucina pugliese, musica e pizzica di artisti locali, oltre all’immancabile mozzarella che sarà preparata “live”.

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Vini al supermercato

Montefalco Sagrantino Docg 2009 Laurenzia, Vignaboldo Umbria Brogal Vini

(3 / 5)Vi siete mai sentiti spossati, giù di corda, fuori forma? Ecco come deve sentirsi il Montefalco Sagrantino Docg 2009 Laurenzia del Vignaboldo Umbria, imbottigliato da Brogal Vini Srl a Bastia Umbra. Un vino che non offre certamente al consumatore del supermercato la migliore espressione di un vitigno che fa del tono, della vigoria e dell’agonismo olfattivo e gustativo il suo tratto distintivo. Presentato giustamente come il vino top di gamma dell’azienda umbra di via degli Olmi 9, giudichiamo il prezzo (pieno) praticato da Esselunga un po’ esagerato al cospetto del riscontro degustativo ottenuto: corretto invece il posizionamento in fascia promozionale, in un’ottica prettamente legata al rapporto qualità prezzo. Montefalco Sagrantino Docg 2009 Laurenzia del Vignaboldo si presenta nel calice di un rosso granato con riflessi violacei. Al naso le percezioni derivanti dal lungo affinamento in legno sovrastano note fruttate di more selvatiche, appena percettibili: domina il cuoio, stretto a cintura attorno al collo della piccola bacca nera. In bocca risulta caldo, più fruttato che al naso, dotato di buona speziatura, asciutto. Il tannino risulta ancora troppo invadente, aspetto che ci porta a considerare la bottiglia pronta, ma con discreto margine di evoluzione futura. Fondamentale stappare un’ora prima della consumazione. L’abbinamento perfetto è quello con la selvaggina e la carne arrosto. Il Sagrantino Vignaboldo 2009 si attiene al disciplinare di produzione di una Docg che consente la produzione di questo vino solamente in quattro piccoli comuni della provincia di Perugia: Montefalco per intero, nonché in porzioni del territorio di Bevagna, Gualdo Cattaneo, Castel Ritaldi e Giano dell’Umbria, chi più chi meno vocati alla produzione di questa straordinaria espressione monovarietale italiana.

Prezzo pieno: 13,49 euro
Acquistato presso: Esselunga

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Il Moet & Chandon del finanziere era Prosecco. Scoperta maxi truffa a Padova

Succede che una bottiglia di Moet & Chandon finisca nelle mani di un finanziere “navigato”, che noti l’assenza della menzione obbligatoria del lotto di produzione e da lì faccia partire un’indagine che ha portato a Padova al sequestro di 9200 bottiglie di Champagne contraffatto, 40.000 etichette pronte per essere apposte, 4200 scatole taroccate per un servizio di tutto rispetto. E addirittura un macchinario per falsificare i tappi. Con tutta questa dovizia di particolari è il caso di dire che i truffatori si sono proprio persi in un bicchier d’acqua. Un dettaglio, quello del lotto di produzione, che è costato davvero caro a questo “genio” della truffa veneto che smerciava, un buon Prosecco, per “Champagne”. Per il momento otto persone indagate, ma non “ingabbiate” come il tappo dello spumante vorrebbe. E mentre la casa di produzione Moet & Chandon, molto attenta ad evitare falsificazioni, ha già intrapreso le vie legali, noi ci siamo chiesti ma che fine ha fatto poi questo vino? Se lo saranno portato a casa i finanzieri? No, è stato regalato ad associazioni venete che lo smerceranno per quello che è, un buon Prosecco per farci tanti spritz. Della serie lo Champagne è stato declassato a “Prosecchino” da circolino. Cronaca a parte, una riflessione. Quanti consumatori conoscono la differenza tra uno champagne e uno spumante? Sareste stati in grado di riconoscerlo una volta nella flûte. Abbiamo trovato in rete un curioso test per verificare le proprie competenze in materia di Champagne. Noi lo abbiamo fatto e purtroppo con le prestigiose “bolle”, anche contando sul fattore fortuna, ci è andata maluccio. Sapete quale politico inglese ha bevuto oltre 42.000 bottiglie di champagne? Quanti ettari di vigneti per la produzione dello champagne sono stati distrutti durante la seconda guerra mondiale? Conoscete i tempi di maturazione sulle fecce di uno champagne? Le uve impiegate? Quanti anni ha impiegato Moet & Chandon per realizzare il blend prestige di Champagne lanciato quest’anno? Dunque se anche per voi come per noi queste domande sono troppo difficili, le cose sono due: o saremmo caduti vittime della truffa oppure ci meritiamo “solo” Prosecco.

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Grillo Terre Siciliane Igt Bio Vento di Mare, Cantine Ermes

(4 / 5) La grande distribuzione organizzata ha sdoganato i prodotti Bio in vari reparti. Non ultimo quello del vino.

Oggi dunque degustiamo per voi il Grillo Terre Siciliane Igt Vento di Mare Bio imbottigliato dalla Cantine Ermes di Santa Ninfa, in provincia di Trapani, vendemmia 2014.

LA DEGUSTAZIONE
Nel calice presenta qualche leggera particella in sospensione, il colore è giallo paglierino con riflessi verdolini, non è particolarmente denso, va detto che è un vino di 12,5% alcol in volume.

Al naso sentori di agrumi ed erbacei davvero fini, ma in bocca è comunque fresco, fruttato, leggermente sapido e dotato di buona acidità.

L’equilibrio di tutte queste caratteristiche, pur non essendo Grillo Terre Siciliane Igt Vento di Mare Bio un vino pretenzioso, ne fa un vino genuino e beverino, ma soprattutto con un rapporto qualità prezzo più che interessante, abbinabile soprattutto a portate di pesce.

LA VINIFICAZIONE
E’ prodotto con uve Grillo, uve a bacca bianca coltivate soprattutto in Sicilia e nella zona di Marsala. Le Cantine Ermes con 5000 ettari vitati e circa 1200 soci.

Pur essendo relativamente giovani, in quanto nate solo nel 1998, hanno intrapreso con determinazione un progetto di rinascita grazie ad un gruppo di viticultori che dopo il terremoto che ha colpito la Valle del Belice ha voluto unire le forze per risollevarsi e dare anche nuova vita all’economia del territorio.

Nel giro di pochi anni sono riuscite a farsi notare anche da occhi e palati considerati eccellenti, come quelli del Gambero Rosso e dei Vini Veronelli, che hanno menzionato alcune loro produzioni nelle guide 2015.

Prezzo pieno: 3,95 euro
Acquistato presso: Famila, gruppo Selex

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Vini al supermercato

De Novo Calepino Igt Bergamasca: la triste storia del novello rimasto sugli scaffali del supermecato

Peggio del vino in brik. Peggio del vino “da discount”. Peggio che…peggio non si può. Non s’era mai visto un prezzo così, al supermercato, per un vino in bottiglia di vetro. Il “record” spetta (suo malgrado) al De Novo Calepino Igt della Bergamasca, vino novello dell’azienda vitivinicola Il Calepino di Marco Plebani. Certamente a insaputa della casa produttrice di Castelli Calepio, in provincia di Bergamo, il novello in questione è stato posto in promozione smaltimento dalla catena di supermercati Gigante al prezzo di 0,90 euro. Novanta centesimi. Il prezzo della bottiglia non varierà fino al 9 marzo 2016, quando le scorte di De Novo Calepino rimaste nei punti vendita dovrebbero essere ormai terminate, grazie alla spinta della super offerta shock. Si tratta dell’esempio lampante di come agisca la Gdo nei confronti del vino che intenda “smaltire”. Nelle scorse settimane, lo stesso novello bergamasco era in promozione al 50%, rispetto al prezzo pieno di 4,99 euro col quale è stato posizionato sugli scaffali a partire dal 30 ottobre scorso, come previsto per legge per i vini novelli 2015. Troppo poco, evidentemente, per “fare fuori” (è il caso di dirlo) il novello più costoso dell’intero assortimento.

E così, dagli uffici di Bresso dell’azienda milanese che dal 1972 opera nella grande distribuzione organizzata, si è deciso per una vera e propria “decapitazione”: 90 centesimi. L’iniezione letale, per dirla all’americana. Del resto, il novello (italiano) è un vino di pronta, prontissima beva. Da consumare in autunno. O, al massimo, nei successivi 6 mesi dall’inizio della commercializzazione. E possiamo assicurarvi che la regola vale anche per il Novo Calepio Igt Bergamasca dell’azienda vitivinicola Il Calepino, che non supera la nostra prova di degustazione per un letterale (nonché fisiologico) inasprirsi dei toni del blend tra Marzemino e Merlot, ricetta di successo che la casa di Castelli Calepio porta avanti da ormai trent’anni. Al di là dello shock emozionale, va detto che il prezzo praticato dalla catena Il Gigante per smaltire la scorta di novelli è in linea con l’andamento del mercato di questa tipologia di vini. Che nell’arco degli ultimi dieci anni risulta in vera e propria caduta libera. Così come la produzione.

Secondo i dati forniti da Assoenologi, fino al 2005 venivano prodotte in Italia 17 milioni di bottiglie di vino novello, contro i 3-4 milioni del 2015. Un dato che scende a 2 milioni, secondo il report di Coldiretti. Un vino, insomma, che non va più di moda, anche se segna tuttora un momento di festa per molte cantine, al termine della vendemmia. Ecco, dunque, perché il povero vino novello De Novo Calepino ha dovuto subito una tale onta. Lui che – siamo certi – sarebbe finito volentieri prima in un carrello della spesa. E poi sulla tavola di qualche cliente, già a ottobre dello scorso anno. Ad accompagnare, oh sì, un piatto fumante di caldarroste.

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Marsala, al vaglio il lancio della Docg. Proposta concreta o voli pindarici? Produttori divisi

Nel corso dell’ultimo incontro tra associati della Strada del vino e Consorzio Tutela del Marsala, l’assessore comunale all’agricoltura di Marsala, Antonino Barraco, ha lanciato una sua proposta per rilanciare l’economia cittadina e il suo prodotto. L’idea è l’istituzione di una Denominazione di origine controllata e garantita (Docg) Marsala. Tale vino sarebbe prodotto con uve di eccezionale qualità, con un titolo alcolometrico naturale minimo di 15 gradi escludendo aggiunte di alcol come avviene per il Marsala prodotto attualmente dal Consorzio e per i vini fortificati in genere. La prerogativa della gradazione comporterebbe anche la mancata produzione del prodotto in caso di annate sfavorevoli. Se da un lato la proposta ha accolto i pareri favorevoli di alcuni produttori presenti al tavolo di discussione, ha generato d’altro canto le perplessità di Diego Maggio, delegato del Consorzio, secondo il quale il nome potrebbe generare confusioni. Problema superabile quello del nome per l’assessore Barraco, che ha invitato le poche aziende attualmente produttrici del Marsala a lavorare in modo compatto e coeso per questa sfida. Il Marsala Doc ha attraversato momenti altalenanti nella sua lunga storia che risale ai primi dell’Ottocento, pagando in un passato relativamente recente lo scotto di produzioni più quantitative che qualitative.  La Docg è sicuramente un marchio di garanzia, ma la storia del vino insegna che la Denominazione di origine controllata e garantita non sempre sia garanzia di successi. Il “Marsala di Marsala” Docg, questo è uno dei possibili nomi lanciati all’incontro, diventerà davvero un prodotto di traino? Davvero tutti i produttori faranno a gara per produrlo? Per il momento fanno più riflettere le parole del direttore marketing delle Cantine Pellegrino, che su Facebook ha commentato la notizia con un genuino: “Ma quale Docg ….? Se la maggior parte dei produttori, alcuni dei quali promotori della Docg, vendono un litro di Marsala a 1,25 euro…???”.

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L’e-commerce al tempo dei vignaioli Fivi: il futuro è ancora da scrivere

“E-commerce? Una parola bellissima, che presuppone un concetto geniale: poter acquistare su Internet, comodamente seduti davanti al proprio pc, o attraverso smartphone. E ricevere la merce direttamente a casa, in un paio di clic”. Non ha dubbi Daniele Chiappone, produttore di ottimi vini piemontesi nell’Astigiano e membro della Federazione italiana vignaioli indipendenti, sull’utilità del commercio elettronico di beni di vario genere e utilità. Peccato che non possa parlare alla stessa maniera dell’e-commerce di vino. “Il problema – spiega – è che gli alcolici sono sottoposti ad accise che variano di Stato in Stato, come stabilito dall’Unione europea. Questo tipo di regolamentazione, tuttavia, danneggia soprattutto i piccoli produttori. Se da un lato produrre meno di mille ettolitri all’anno garantisce meno costi, per esempio non avendo sul groppone i costi di un magazzino fiscale e del reperimento di un importatore per l’estero, dall’altro essere piccoli produttori comporta percorsi accidentati dovuti alle pressioni delle lobbies della Cee”. Daniele Chiappone (nella foto, sotto) parla con i numeri alla mano. Riferisce, per esempio, che “spedire una bottiglia in Spagna o Portogallo, con consegna in 3-5 giorni lavorativi, costerebbe 57 euro”. Cifra che scende a 55 per la Francia. Sessanta euro per il Benelux. Cinquantanove euro per la Grecia e 71 euro per la Svezia. “Più bottiglie spedisci – spiega Chiappone – meno paghi le spese di spedizione. Ma le cifre restano altissime: per un collo di sei bottiglie spedito in Spagna o Portogallo, 135 euro. In Francia 135 euro. In Belgio, Olanda o Lussemburgo 130 euro. Per la Svezia ne occorrono 135”. Peggiora la situazione fuori dai confini dell’Europa. Alcuni esempi? Spese di spedizione di 86 euro per una singola bottiglia negli Usa o in Canada, che diventano 147 euro se si vuole spedire in Giappone. Eppure è un Paese europeo, moderno e spesso citato quale modello politico e sociale, a detenere il triste record: la Finlandia. “Come per altri Stati del Nord Europa – spiega il vignaiolo piemontese della Fivi – in Finlandia sussiste il monopolio dello Stato sugli alcolici. Qui è la macchina statale che rallenta il meccanismo di libero scambio delle merci, secondo il proprio interesse: il vino è sottoposto a una tassazione esagerata, mentre non vale lo stesso per la birra, che gode di accise più leggere. Tutto ciò genera distorsioni sul prezzo finale al consumatore che causano l’impossibilità stessa della vendita, con costi di spedizione che, per una singola bottiglia, arrivano a toccare i 200 euro”. A far lievitare i costi di spedizione, va detto, non sono solo le accise dei singoli Stati. Bensì la burocrazia.

IL “SISTEMA NIZZA” COME MODELLO
“Le compagnie che si occupano di trasporti – spiega Daniele Chiappone – sono chiare al momento del preventivo relativo a spedizioni in Europa o all’estero. Una parte consistente dei costi ricade sulla necessità di sbrigare un numero incredibile di procedure burocratiche e compilazione di documenti doganali di cui si occupano le stesse aziende che effettuano spedizioni, che hanno istituito uffici ad hoc per evitare di incorrere in sanzioni”. Ma allora che senso ha l’Unione europea? “In questo caso nessuna – risponde piccato Daniele Chiappone – e le cose non cambieranno finché le lobbies continueranno a farla da padrona. Quel che è grave è che si fa tanto, a livello territoriale, per favorire oggi fenomeni come l’enoturismo. E poi ci perdiamo nella burocrazia, aggravando produttori e consumatori di costi che, con una gestione migliore dell’intero apparato, si potrebbero evitare”. Il produttore cita per esempio il ‘Sistema Nizza’, “che funziona davvero, perché è tutto leale”. “I produttori – dichiara – ci sono e sono leali, i vigneti e le colline ci sono e sono leali, i ristoranti ci sono e sono leali. L’accoglienza c’è ed è leale. La passione dei produttori c’è ed è leale. Per forza funziona il Sistema Nizza. Se con la ‘scusa’ di far visitare le colline che producono vino ai turisti americani o giapponesi io li accolgo in modo tale da fargli vivere anche tutto il resto del territorio, facendoli sentire a casa o ospitati come dei re, questi vorranno tornare a Nizza e parleranno bene di questa zona, una volta tornati nei loro Paesi d’origine. Questo modello – continua Chiappone – è replicabile ovunque, in tutta Italia e anche in altri settori, al di là di quello vinicolo. Basta che ognuno faccia la sua parte per migliorare veramente le cose, ovviamente se si vuole migliorarle realmente…”.

FIVI INSISTE IN COMMISSIONE EUROPEA

Ed è una parte da leone quella che sta facendo la Federazione italiana vignaioli indipendenti in Commissione Europea. La presidente Matilde Poggi ha scritto ai ministri delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dello Sviluppo Economico Federica Guidi per sollecitare l’adozione di accordi bilaterali per la libera circolazione dei vini all’interno degli Stati membri. “Accogliamo evidentemente con favore – scrive oggi ai ministri Matilde Poggi, presidente Fivi – il fatto che la Commissione preveda la creazione di uno sportello unico. Tuttavia, se le tempistiche sono troppo lunghe, l’unica soluzione possibile nel breve termine rimane la conclusione di accordi bilaterali tra gli Stati membri. Abbiamo bisogno di soluzioni concrete e immediate per far si che le nostre aziende rimangano competitive. In attesa di una soluzione comune europea – conclude Matilde Poggi –  chiediamo al governo di mettere in atto al più presto gli accordi bilaterali per la vendita diretta dei nostri vini a destinazione degli altri paesi europei”.
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Vino, all’Oltrepò Pavese l’oscar della contraffazione

La Guardia Forestale ha stilato il bilancio delle sofisticazioni alimentari del 2015 recentemente concluso. In tema di vino, “l’oscar della contraffazione”, se così si può chiamare, è andato all’Oltrepò Pavese. E’ stato ricordato infatti il maxi sequestro avvenuto nel marzo del 2015 di ciirca 60.000 litri di Pinot “taroccato” prodotto nelle cantine sociali di Broni Stradella e gestito dalla società Terre d’Oltrepò. Lo scandalo aveva colpito circa 60 produttori: i vini erano annacquati, addizionati di zucchero di canna, frutto di vendemmie diverse da quelle dichiarate e soprattutto prodotti con uve acquistate in provincia di Brindisi e di Oristano e non con uve di vitigni pregiati del territorio come dichiarato. La truffa era destinata in parte ad una catena di supermercati danesi, una parte invece di vino rosso da tavola era finito in Veneto venduto come vino di qualità senza averne i titoli di legge. Nessuna conseguenza per la salute, ma una frode stimata in circa 20 milioni di euro le cui indagini erano partite addirittura nel 2014. L’augurio è che il Consorzio di Tutela dei Vini dell’Oltrepò, recentemente riunito per lanciare iniziative di promozione territoriale monitori queste situazioni nell’interesse dei consumatori, ma anche di tutti gli onesti produttori sulla quale ricade di riflesso l’onta di queste contraffazioni.

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La vite del futuro sopravvive alla Botrytis Cinerea. E migliora la complessità del vino

Venti nuove varietà di vite selezionate dai ricercatori della Fondazione Edmund Mach si presentano al mondo vitienologico trentino. Questa mattina ricercatori e produttori si sono dati appuntamento, a San Michele, per degustare e valutare insieme i vini prodotti da questi nuovi genotipi che provengono dalla selezione di oltre 30 mila semenzali
e sono il frutto di una paziente ed impegnata attività di miglioramento genetico tradizionale che dura da oltre 10 anni. Si tratta di 12 varietà rosse e otto varietà bianche, coltivate nei vigneti sperimentali di San Michele. Nel 2014 erano stati presentati i primi quattro vitigni selezionati dai ricercatori di San Michele tolleranti alla botrite (Iasma eco 1, Iasma Eco 2, Iasma Eco 3, Iasma Eco 4) . Oggi protagoniste sono varietà che presentano caratteristiche differenti: tolleranti alla botrite, che si adattano meglio al clima, che danno cioè la possibilità di raccogliere le uve in periodi più adatti, con timbri aromatici differenti e quelle che sono in grado di aumentare la complessità del vino. L’incontro di oggi ha visto partecipare molti rappresentanti del mondo viticolo ed enologico: dai produttori singoli agli associati, come il Consorzio vini e i Vignaioli, per arrivare ai rappresentanti del mondo vivaistico, incluso il Consorzio Innovazione Vite, accanto ai funzionari della Provincia autonoma di Trento. Erano presenti il direttore generale, Sergio Menapace, il vicepresidente Gabriele Calliari, alcuni consiglieri di amministrazione, la dirigenza e la squadra di ricercatori impegnata nell’attività di miglioramento genetico. “Ora stiamo raccogliendo i dati necessari alla predisposizione di un dossier che andrà a sua volta sottoposto al Ministero per l’iscrizione nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite – spiega Marco Stefanini, coordinatore della piattaforma miglioramento genetico della vite – un risultato che è stato possibile grazie al lavoro di diverse professionalità: da quelli che hanno permesso di realizzare l’incrocio, seguirlo e allevarlo, selezionarlo, fino ad arrivare a chi ha fornito i dati, lo ha microvinificato e infine degustato”.

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Vini al supermercato

Carignano del Sulcis Doc Le Bombarde, Cantina Santa Maria La Palma Alghero

(2 / 5) Carignano del Sulcis Doc Le Bombarde, distribuito dalla Cantina Santa Maria La Palma di Alghero ed imbottigliato nella zona di produzione. Effettivamente il Carignano del Sulcis Doc poco centra con Alghero e con le sue rinomate spiagge “le Bombarde” che danno anche il nome di fantasia a questo vino. Il territorio del Carignano del Sulcis, come previsto dal disciplinare, si trova infatti esattamente a sud di Alghero, verso Cagliari. La vendemmia sotto la nostra lente di ingrandimento è la 2012. Il Carignano del Sulcis Doc Le Bombarde si presenta nel calice di color rosso rubino, leggermente granato all’unghia. Ad un primo esame olfattivo presenta note fruttate a bacca nera con qualche leggero sentore erbaceo e speziato, ma il problema si presenta facendo roteare il calice. Con questa operazione arriva purtroppo un sentore di “muffa”. Questo difetto è un problema arginabile lasciando areare un po’ il vino e così facciamo. Al gusto non si percepisce più e forse un consumatore meno attento non se ne sarebbe accorto. Ma noi sì. E questo ha compromesso definitivamente la nostra degustazione. Una volta svuotata la bottiglia, anche da lì è arrivato lo stesso odore. Peccato davvero, anche perché abbiamo bevuto decisamente meglio spendendo la metà. Speriamo si tratti solo di un lotto di produzione, anche se, per dovere di cronaca, facciamo presente come il Carignano del Sulcis Doc Le Bombarde non sia presente sul sito Internet dalla Cantina Santa Maria La Palma di Alghero. Una scelta commerciale? La Cantina Santa Maria La Palma di Alghero è una realtà fatta da circa 300 viticultori per circa 700 ettari vitati nata negli anni Sessanta. Per la linea “Le Bombarde” attualmente figura sul sito aziendale solo un Cannonau Doc, prodotto da vitigni situati proprio “in prossimità di quella meravigliosa spiaggia”. Che la sparizione del Carignano del Sulcis Doc sia quindi dovuta alla scelta di produrre e imbottigliare direttamente? Il Carignano del Sulcis Doc deve essere prodotto con uve Carignano per minimo 85%. E’ consentito il blend per un massimo del 15% con altri vitigni a bacca rossa non aromatici idonei. Si abbina a primi piatti o carni.

Prezzo pieno: 5,98 euro
Acquistato presso: Bennet

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Vini al supermercato

Lago di Caldaro Kalterersee classico Doc 2013, Rametz

(3 / 5) Etichetta non particolarmente invitante quella dell’Alto Adige Lago di Caldaro Classico Doc Kalterersee 2013, prodotto dall’azienda agricola del Castello di Rametz a Merano, in provincia di Bolzano. Una bottiglia attorno alla quale sembra aleggiare del mistero, per via dei caratteri gotici della scritta “Rametz”. “Prodotto con uve schiava si presenta di colore granato luminoso e viene consumato anche fuori pasto. Servire a 14°”, cita l’etichetta. La descrizione in tedesco fa tornare vivide alcune reminiscenze scolastiche e chiarisce
gli abbinamenti consigliati. Una volta a temperatura, versiamo il vino nel calice.

LA DEGUSTAZIONE
L’Alto Adige Lago di Caldaro Classico Doc si presenta di un rosso chiarissimo, che ricorda quello il chiaretto, molto luminoso e molto trasparente. Al naso i sentori sono veramente delicati, leggermente floreali.

All’assaggio evidenzia poco corpo, moderata acidità, moderata tannicità e moderata sapidità. Insomma un vino leggero, ma non per questo sgradevole. Lo definiremmo “particolare”. Il finale è leggermente ammandorlato, non particolarmente persistente, ma comunque armonico tra le sue caratteristiche. A livello di analisi sensoriale poco da dire, ma ogni vino e ogni vitigno ha le sue caratteristiche e per quelle va valutato. Offre il meglio di sé servito come aperitivo leggero, per accompagnare un tagliere di salumi e prodotti altoatesini, del pesce e anche una pizza. L’Alto Adige Lago di Caldaro Classico Doc del Castello di Rametz è ottenuto con uve Schiava gentile. Il vitigno, nella fattispecie, non presenta alti valori di acidità e nemmeno un’elevata concentrazione di tannini. Per questo richiede la massima cura degli enologi per ottenere un vino di piacevole beva. Aspetto che si ritrova nell’Alto Adige Lago di Caldaro Classico Doc prodotto dall’azienda agricola del Castello di Rametz.

Il vino viene imbottigliato la primavera successiva l’anno di vendemmia e non è longevo, si consiglia di berlo entro 2-3 anni. Sugli scaffali della Gdo abbiamo notato sia l’annata 2012 che la 2013. La nostra scelta è ricaduta sulla 2013 e la maturità della beva è confermata. Richiudere un vino e conservarlo per il pasto successivo fa arricciare il naso – lo sappiamo – ma è una pratica diffusa che oggi si può fare egregiamente con i nuovi strumenti a disposizione del consumatore. Va detto in questo caso che una volta aperto va consumato tutto, in quanto per struttura non regge il giorno dopo. Per l’Alto Adige la Schiava ha una grossa rilevanza legata al territorio: vitigno autoctono con radici storiche, ma soprattutto un vino di beva della gente locale, un vino genuino. Un vino quotidiano. Per chi non lo conoscesse, invece, il posizionamento prezzo pare forse un po’ forzato. Il fatto che sia un po’ anonimo e sconosciuto, assieme a un posizionamento errato sullo scaffale del supermercato, spiega la presenza di bottiglie del 2012. Ma questo è un altro film.

Prezzo pieno: 5,98 euro
Acquistato presso: Bennet

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Divagazioni (semiserie) sul Morellino di Scansano Docg 2014 La Torre Frescobaldi

(2 / 5) L’Italia del vino al supermercato è di fronte a un paradosso. Una delle sue regioni simbolo, la Toscana, finisce sempre più spesso per deludere quei clienti alla ricerca di un prodotto non standardizzato, fuori dalle righe. Ma a un prezzo giusto, accessibile a tutti. Dal pensionato all’impiegato, per intenderci. Un prezzo che, comunemente, potremmo stabilire attorno alla cifra di 6-7 euro. E’ la riflessione che sorge spontanea dopo l’ennesima degustazione “flop” di un vino rosso che di Toscano ha tutto, a partire dalla Denominazione di Origine controllata
e Garantita, ma che tuttavia non riesce a lasciare il segno sperato. Parliamo del Morellino di Scansano La Torre della nota casa vitivinicola Marchesi de’ Frescobaldi. Un vino che in etichetta viene presentato come “potente” e “intenso”, che di potente e intenso ha tuttavia davvero ben poco. Nel calice si presenta d’un rubino acceso, dal quale provengono scarichi sentori “vinosi” tendenti all’etereo, cui fanno eco piccoli frutti rossi. Al palato, il Morellino di Scansano La Torre Frescobaldi è asciutto, moderatamente fruttato (di nuovo piccoli frutti a bacca rossa), dotato di un finale sufficientemente persistente e tendente all’amarognolo. Buono l’abbinamento con carni rosse e formaggi stagionati.

LA NOSTRA PROPOSTA
In definitiva, un vino che non lascia l’impronta auspicata per la fascia prezzo in cui è inserita. A parziale ‘discolpa’ dei produttori, un’annata, la 2014, che non è stata certo felice per la vendemmia. Ma non basta. E allora noi di vinialsupermercato.it lanciamo una provocazione: perché non introdurre in etichettatura obbligatoria un indice di valutazione relativo alle condizioni meteorologiche che hanno preceduto la vendemmia? In questo modo, il consumatore “medio” avrebbero un parametro in più per giudicare il vino che sta acquistando. E le case produttrici un po’ meno coraggio di immettere sul mercato prodotti sulla cui qualità non si discute, ma che non possono essere venduti allo stesso prezzo di vendemmie fortunate solo per il “nome”. Se è il “Dio Denaro” che deve vincere, insomma, almeno si avverta prima, e chiaramente, il consumatore.

Prezzo pieno: 7,99 euro
Acquistato presso: Il Gigante

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Sicilia Doc Syrah 2014, Cantine Settesoli

(3,5 / 5) “L’unione fa la forza”, proverbio che calza a pennello se parliamo delle Cantine Settesoli di Menfi e dei suoi 2000 viticultori. Ancora una volta, noi di vinialsupermercato.it ci troviamo a pescare tra i vini della sua linea Settesoli.

Dopo aver apprezzato Seligo 2013 questa volta la scelta è caduta su un rosso, Syrah Sicilia Doc Settesoli, vendemmia 2014.

LA DEGUSTAZIONE
Rosso rubino intenso con riflessi violacei, limpido e poco trasparente, al naso sprigiona sentori di frutta rossa matura e qualche nota speziata.

Di buon corpo, i 13% si fanno sentire, ma non sono invadenti. Il Syrah Sicilia Doc Settesoli è un vino rotondo, con tannini morbidi che lasciano al palato un finale persistente, piacevole e setoso.

Ottima scelta fatta quindi anche con il Syrah Sicilia Doc, che si abbina a primi piatti gustosi, formaggi semi stagionati e verdure grigliate.

LA VINIFICAZIONE
La Cantina Settesoli è presente in Gdo con una gamma di nove vitigni per soddisfare tutti i gusti e lo fa in una fascia prezzo ampiamente presidiata. Quando si sta nel mezzo le cose si possono fare mediamente male o mediamente bene, la Cantina Settesoli ha scelto di farlo mediamente “benissimo”.

Il Settesoli Syrah Sicilia Doc 2014, ha vinto la Medaglia di Bronzo all “International Wine Challenge” 2016, ennesimo riconoscimento per una realtà vincente in un territorio da sempre considerato difficile.

Uve 100% Syrah, provenienti da vitigni che godono per 200 giorni all’anno del sole della Sicilia, le uve vengono accuratamente raccolte tra fine agosto e i primi di settembre. La fermentazione avviene in silos di acciaio a temperatura controllata, l’affinamento in silos di acciaio e successivamente in bottiglia per almeno tre mesi.

Sul Syrah abbiamo già discusso in altri nostri post: noi siamo sempre alla ricerca di chicche. Lo sapevate che David Bowie ha disegnato per un progetto di beneficienza l’etichetta proprio di un Syrah, il Syrah 2012 di Vincente Gandia? Chissà se era tra i suoi vini preferiti, o se sia stato solo un caso. Dalla sua recente scomparsa le sue bottiglie sono introvabili, reliquie esaurite dai fan o investimenti per collezionisti. Il Syrah Sicilia Doc prodotto dalle cantine Settesoli, invece, lo potete trovare sempre disponibile su numerosi scaffali della grande distribuzione in Italia ad un ottimo rapporto qualità prezzo.

Prezzo pieno: 5,98 euro
Acquistato presso: Bennet

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Febbraio, dal Brunello al Sagrantino di Montefalco: un mese di eventi di vino. Winelovers avvertiti

Febbraio non è solo il mese di Carnevale e San Valentino, è un mese di-vino. È davvero imbarazzante la scelta di appuntamenti per gli appassionati di vini, noi di vinialsupermercato.it ve ne segnaliamo solo alcuni. Se siete a Roma il primo weekend di febbraio non potete mancare l’ottava edizione dei “Vignaioli naturali a Roma”. Il 6 e il 7 febbraio presso l’hotel Excelsior di via Vittorio Veneto oltre 100 produttori italiani e non e pure qualche birra artigianale sapranno stupirvi e accompagnarvi con passione alla ricerca di profumi, sentori, equilibri e sfumature eccellenti dei loro sogni racchiusi in bottiglia”, parola dell’organizzatrice Tiziana Gallo. Se invece preferite gustare vino fronte mare, 70 vignaioli naturali vi aspettano al palazzo della borsa valori di Genova per “Vinnatur Genova 2016” con produttori italiani, francesi, portoghesi e sloveni. La settimana successiva ci si può spostare in Toscana dove le ore della giornata dovrebbero essere il doppio considerati tutti gli eventi in programma. Il 12 e il 13 febbraio alla Fortezza da Basso di Firenze workshop con oltre 250 importatori internazionali che incontreranno oltre 200 aziende toscane per il consueto “Buy Wine” evento peraltro collegato alle numerose anteprime toscane che vi riassumiamo brevemente, si fa per dire. Il 13 febbraio presso l’hotel Star Michelangelo anteprime di toscana dei seguenti consorzi: Consorzio Morellino di Scansano, Consorzio Montecucco, Consorzio Vini Cortona, Consorzio Vini di Carmignano, Consorzio Valdarno di Sopra Doc, Consorzio Bianco di Pitigliano e Sovana, Consorzio Vino Colline Lucchesi, Consorzio Maremma Doc. Il 14 febbraio si degusta il Chianti Docg 2015 e la riserva 2013, il 15 e il 16 alla Leopolda è la volta del gallo nero, Chianti Classico.

LE ANTEPRIME
Il 17 febbraio in trasferta a San Gimignano, città delle torri per la sua Vernaccia e in serata si parte per Montepulciano per le anteprime Nobile di Montepulciano nella Fortezza di Montepulciano. A concludere la tuscany Wine week, al chiostro del Museo di Montalcino “Benvenuto Brunello”. Tra il 19 e il 22 febbraio i produttori presenteranno il Brunello 2011, la riserva 2010, il Rosso di Montalcino 2010, il Moscadello di Montalcino e il Sant’Antimo. Se la Toscana vi ha stancato, potete optare per l’Umbria che, a Perugia, con la seconda edizione Anteprima Sagrantino prova a valorizzare i suoi prodotti: il 22 e il 23 febbraio il consorzio Montefalco presenterà il Sagrantino di Montefalco 2011 secco e passito, ma anche il Montefalco Rosso Doc 2014, Riserva 2013 e la versione Montefalco Bianco. Luca Maroni è il vostro idolo? Allora non potete mancare alla presentazione del suo nuovo libro. A Roma dall’ 11 al 14 febbraio imperdibile presentazione della guida “I migliori vini” con premiazioni, degustazioni e tanto altro. Gli eventi di vini naturali si “sprecano” a febbraio. Perché non visitare a Piacenza, dal 20 al 22 febbraio, l’ottava edizione di “Sorgentedelvinolive2016”: tre giorni dedicati al vino, ma anche ad altri prodotti coltivati nel rispetto della natura e delle persone. Il Piemonte e i suoi vini a febbraio sono in trasferta negli States con Slow Wine e addirittura sui fiordi norvegesi per degustazioni dei loro prodotti con operatori locali. Se non vi potete permettere di seguire i vini all’estero, vi consigliamo un evento più economico firmato Gowine. Il 18 febbraio, a Milano potrete degustare Barolo, Barbaresco e Roero.

ANCHE ALL’UNIVERSITA’
Se siete studenti universitari, ma si accettano pure fuori corso appassionati di vino, allo Iulm a Milano, il 27 febbraio l’università ospiterà i “Tre Bicchieri Gambero Rosso”. L’anno è bisesto e allora quale miglior modo per passare il 29 febbraio e annaffiare nel vino le superstizioni. Tutti a Bologna per “Bologna Super Wines”, banco d’assaggio per intenditori ed enoappassionati sempre a cura dell’associazione Go Wine. E della birra, importante realtà con i suoi 800 micro birrifici non vogliamo parlare? Rimini Fiera dal 20 al 23 Febbraio vi aspetta con Beer Attraction,, l’International craft breweries show propone degustazioni, corsi, laboratori e la premiazione del birraio dell’anno. Davvero tante proposte insomma. Tra una fiera, una presentazione di un libro ed un corso per la birra, non dimenticatevi di continuare a seguirci: ci trovate su Facebook, su Twitter, ma soprattutto nelle corsie del supermercato. In cerca di vini buoni. O “cattivi” da sconsigliarvi.

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Approfondimenti

Strada del vino e dei Sapori dell’Oltrepò Pavese: una guida per incoraggiare l’enoturismo

Al via il progetto per realizzare una guida territoriale ragionata, suddivisa per itinerari, per mettere in luce la dimensione del gusto, dell’accoglienza, della natura, delle termalismo e della cultura che le colline a mezzora da Milano sanno offrire, nella loro unicità.

Così, l’Oltrepò Pavese getta le basi del futuro, in occasione di un incontro tra Regione, Provincia, Comunità Montana, Camera di Commercio, Gal, comuni, Consorzio Tutela Vini, Consorzio Tutela del Varzi, Distretto del Vino, Aci e imprenditori privati. Nuove parole d’ordine sono “squadra” e “concretezza”.

Il presidente della Strada, Roberto Lechiancole, ha affidato lo studio di fattibilità della guida al tour operator Gianni Maccagni, all’esperto di eventi e promozione Patrizio Chiesa e al giornalista sportivo Massimo Tamburelli.

“Siamo pronti a condividere con il territorio una svolta importante – dichiara Lechiancole – ma abbiamo bisogno che le imprese credano al fare. Basta aspettare, dobbiamo agire e passare dalla diagnosi alla terapia per un territorio che vale. Se andremo avanti uniti ce la faremo”.

Un appello condiviso dalle istituzioni, a ogni livello, e dall’assessore regionale all’Agricoltura, Gianni Fava: “È bello essere in Oltrepò di fronte non a un problema ma a una proposta – evidenzia l’esponente del Pirellone – che parte dai privati e alla quale non possiamo che guardare con favore e attenzione. E’ l’unica Strada, tra le 12 della Lombardia, che ha presentato un progetto per la ‘promozione territoriale’, come da me più volte sollecitato”.

A fargli eco è stato l’assessore provinciale al Turismo, Emanuela Marchiafava: “La Provincia ha creduto per prima alla logica degli itinerari e i risultati ci stanno dando ragione”. In partita anche il Gal: “Il nuovo piano di sviluppo locale – dichiara il presidente, Alberto Vercesi – dà molto spazio alla valorizzazione turistica del territorio e alla sua capillare promozione”.

Ci crede anche la Camera di Commercio: “Il nuovo Autunno Pavese al Castello Visconteo di Pavia è stato da parte nostra un segno tangibile di quanto ci stia a cuore mettere in vetrina l’agroalimentare di qualità – sottolinea il presidente Franco Bosi – e ci fa piacere constatare che la nuova Strada del Vino voglia operare in questa direzione”.

Entusiasmo anche da parte degli operatori. Il presidente del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese, Michele Rossetti concorda: “Vino e territorio – sostiene –  vanno promossi a sistema, per dare identità nell’immaginario comune a una zona che deve ottenere adeguato valore aggiunto. La nuova guida della Strada sarà un segnale importante”.

Il presidente del Distretto del Vino, Fabiano Giorgi, ha esortato all’unità: “Ci sono sfide che devono vedere il territorio più unito che mai – dichiara – e quella di Roberto Lechiancole è una chance da non lasciarsi sfuggire”.

L’assessore Ivan Elfi della Comunità Montana ha allargato il campo: “Ci sono vino e prodotti tipici – evidenzia – ma anche piccoli borghi da far riscoprire. Il nostro Appennino ha bisogno di una guida così”.

A fargli eco,  il direttore del Consorzio di Tutela del Salame di Varzi, Annibale Bigoni: “Non potranno che beneficiare tutti di una promozione corale territoriale, perché è quello che manca per fare il salto di qualità. I nostri salumifici storici collaboreranno”.

Il presidente provinciale di Aci, Marino Scabini, fa notare invece che “il club vanta oltre 10 mila associati ed è a disposizione per collaborare alla divulgazione della nuova guida”. Il mondo delle quattro ruote guarda “da sempre con favore a vino, gusto e benessere”.

“Mi complimento con la Strada – aggiunge Scalini – per aver pensato a un prodotto capace di raccontare il nostro Oltrepò in modo organico a una vasta platea spesso a caccia d’idee per il weekend o per momenti di relax”. Il presidente della Strada del Vino e dei Sapori dell’Oltrepò Pavese, Roberto Lechiancole, esorta dunque le imprese del territorio a prendere contatto con l’associazione per entrare nella nuova guida.

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Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico 2014 Barò, Terre Cortesi Moncaro

(4 / 5) Peschiamo tra gli scaffali di Conad questo Verdicchio dei Castelli di Jesi decisamente a buon prezzo. La casa vinicola produttrice è Terre Cortesi Moncaro Soc. Coop Agricola di Montecarotto, provincia di Ancona. Vendemmia 2014.

Il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Barò Moncaro si presenta nel calice di un giallo paglierino con riflessi verdolini. Scorre nel calice lasciando presagire una certa morbidezza.

Al naso, Barò è floreale, di biancospino e acacia, ma anche di agrumi (pompelmi ben evidenti) mandorla e pera.

Al palato è di fatto sorprendentemente morbido, beverino, invitante: ecco nuovamente le note agrumate e quelle di frutta a polpa bianca ad anticipare un finale che tende all’amarognolo. Sufficiente la persistenza.

Buon vino, in definitiva, per qualità prezzo, il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Barò di Terre Cortesi Moncaro si abbina alla perfezione con le portate di pesce, in particolare di pesce azzurro, ma anche con la carne bianca.

LA VINIFICAZIONE
La regione di provenienza di questo nobile vitigno, il Verdicchio, utilizzato per Barò in purezza, sono le Marche. In particolare, la provincia di Ancona, nell’area classica di produzione. L’età dei vigneti varia da 8 a 30 anni, in un suolo di origine sedimentario marino alluvionale, con prevalenza di argilla e sabbia del plio-pleistocene e miocene.

Le altitudini variano dai 220 ai 380 metri sul livello del mare, in un’area collinare. L’allevamento del Verdicchio da parte di Moncaro viene effettuato a guyot e capovolto, con una densità d’impianto di 1700-3000 ceppi per ettaro, con una resa di 110-120 quintali d’uva. La raccolta viene effettuata sia a mano sia meccanicamente.

Per la vinificazione del Verdicchio Castelli di Jesi Barò di Terre Cortesi Moncaro è prevista una pressatura soffice, con decantazione statica e fermentazione a temperatura controllata, mediante l’apporto di lieviti selezionati, con successiva breve sosta sulle fecce. La maturazione del vino avviene in bottiglia, con affinamento in magazzini termocondizionati.

Prezzo: 4,48 euro
Acquistato presso: Conad

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Amarone 2012, l’anteprima è al supermercato. A 13,99 euro. Ecco perché

Penny Market brucia tutti sul tempo. E sul prezzo. E’ già in vendita sugli scaffali del soft discount del gruppo tedesco Rewe l’Amarone 2012 a marchio Montigoli. Il prezzo? Eccezionale: 13,99 euro. In linea con quello praticato da Lidl e da altri discount che operano sul suolo italico. Ma l’Anteprima Amarone 2012 non sarà questo weekend, a Verona? Se lo chiedono in molti e la risposta è “sì”. In realtà, la nuova annata di uno dei vini che contribuiscono a rendere grande l’Italia nel mondo, è già in vendita nei supermercati. Per una questione puramente commerciale. Ma nel pieno rispetto del disciplinare di produzione. Che prevede, per l’Amarone della Valpolicella 2012, la possibilità di immissione in commercio già dal gennaio 2015. Ovvero, dopo “un periodo di invecchiamento di almeno due anni con decorrenza dal 1° gennaio successivo all’annata di produzione delle uve”. “L’Amarone Montigoli – spiega Luca Bissoli, direttore commerciale della Cantina di Negrar – è un nostro prodotto che otteniamo nell’omonima zona della Valpolicella. E’ un prodotto fresco, ma pronto. In questo Amarone si cerca di dare più risalto al frutto, alla rotondità, alla piacevolezza della beva, piuttosto che ad altre caratteristiche come la complessità e la struttura”. L’Amarone Montigoli 2012 in vendita da Penny Market è il classico vino di qualità trasversale, capace di soddisfare l’ampia platea di pubblico della grande distribuzione organizzata. Non un vino “da discount”, bensì un Amarone piacevole, destinato certo più al “bevitore medio” che all’intenditore vero e proprio. “Montigoli è un Amarone di grande qualità – continua Bissoli – e di assoluto rispetto del disciplinare di produzione, ottenuto in conformità delle caratteristiche del pubblico a cui è destinato, ovvero quello dei supermercati”.

LA STRATEGIA DEL CONSORZIO?
Si tratta, peraltro, di una scelta precisa del Consorzio Tutela Vini Valpolicella. “All’Anteprima Amarone 2012 che andrà in scena nel weekend a Verona – spiega ancora il direttore commerciale di Cantina Negrar, Luca Bissoli – saranno presenti molte aziende agricole, tra loro diverse per filosofia di produzione e offerta dell’Amarone. Aziende di grandi dimensioni come la nostra hanno la necessità finanziaria di porre un prodotto sul mercato nei termini stabiliti dal disciplinare, ma in tempi più brevi, per far rendere l’investimento finanziario: tenere l’Amarone fermo in cantina per 3 anni vorrebbe dire utilizzare valore e quindi posticipare la disponibilità del ritorno dell’investimento stesso”. Diverso il discorso per un’azienda di piccole dimensioni. Che, facendo affinare il prodotto per un periodo più lungo, fa guadagnare complessità alla beva. “Inutile sottolineare che nel canale ho.re.ca – evidenzia Bissoli – l’Amarone 2012, venduto nel 2015, ha poco appeal e non incontra l’interesse degli operatori, alla ricerca di annate più strutturate. Per questo il Consorzio ha deciso di presentare con un anno di ‘ritardo’ un Amarone già commercializzato dal 2015: per offrire una proposta complessiva dei vari produttori, molti dei quali sono piccoli”. Il vero Amarone sarà dunque quello che scorrerà a fiumi a Verona, nel weekend? “No – chiosa Bissoli -. Quello sarà un Amarone più complesso, con maggiore affinamento rispetto a quello già in vendita per esempio nei supermercati”. Una questione di stile, insomma. Certo è che l’Amarone 2012 mette d’accordo tutti: chi vuole la botte piena. E chi preferisce la moglie ubriaca.

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Orzalume Umbria Igt 2013, Castello di Corbara

(5 / 5) Novità sugli scaffali del Penny Market, ben tre etichette dell’azienda agricola Castello di Corbara di Orvieto in Umbria. Il posizionamento prezzo non è proprio da discount, anche se il Penny Market si definisce da sempre discount di qualità.

Con l’entusiasmo che contraddistingue la nostra “mission”, “bere bene al supermercato”, scegliamo un bianco ed andiamo virtualmente in provincia di Terni, con l’Orzalume Grechetto Sauvignon Igt prodotto dall’azienda agricola Castello di Corbara di Orvieto. Si tratta di un vino fermo, gradazione 13%, vendemmia 2013.

LA DEGUSTAZIONE
Il vino Orzalume Igt Castello di Corbara si presenta nel calice di colore giallo paglierino, leggermente tendente al dorato. Quello che stupisce da subito è il bouquet, davvero intrigante ed aromatico: frutta matura a polpa gialla, pera, albicocca, banana, vaniglia e note minerali. Complesso ed intenso.

Il vino Orzalume Igt del Castello di Corbara è gradevole. Lo troviamo solo un po’ debole di corpo, nonostante la sua gradazione. Il finale è piacevole, leggermente sapido, l’acidità un po’ mitigata dal passaggio in legno, sufficientemente equilibrato. Si abbina a piatti della cucina asiatica, speziata, carni bianche e formaggi poco stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Orzalume Igt dell’azienda agricola Castello di Corbara è un blend di uve Grechetto e Sauvignon. Il Grechetto è un vitigno autoctono molto diffuso nell’Italia centrale, soprattutto in Umbria. Normalmente dà vita a vini di moderata acidità.

Il Sauvignon, spesso utilizzato per tagli, ha la struttura per garantire nel tempo bouquet intensi e complessi. Insomma, un matrimonio particolare tra i due uvaggi. Per Orzalume Igt, la vendemmia viene fatta a mano tra metà e fine settembre. Viene affinato 5 mesi in barrique e altri 4 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato.

LA CANTINA
Simbolo della casa vinicola che lo produce è il Castello di Corbara (premiata “Miglior cantina 2017” da vinialsuper), cantina che ha come simbolo un edificio storico che risale al 1200. Dal 1997 è di proprietà di un gruppo imprenditoriale che si è posto come obiettivo il rilancio del brand e del territorio, con particolare attenzione alla valorizzazione dei vitigni autoctoni, come il Grechetto.

La cantina, di elevata tecnologia, è stata progettata nel 2002 al centro di un’azienda che conta 100 ettari vitati, per garantire che le uve, raccolte a mano, vengano conferite in meno di trenta minuti. L’azienda agricola Castello di Corbara sarà presente al prossimo ProWein di Dusseldorf e al Vinitaly 2016.

Molto attenta ai mercati esteri, curiosamente il loro sito parla solo inglese, con la possibilità di scaricare due presentazioni pdf solo in cinese e russo. In italiano solo le indicazioni stradali. Quindi, se volete approfondire la storia dell’azienda agricola Castello di Corbara, la domanda che dovrete porvi è la seguente: “Do you speak english?”.

Prezzo pieno: 6,99 euro
Acquistato presso: Penny Market

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Vermentino di Sardegna Dop 2014, Monte Janu Cantina Lidl

(3,5 / 5)A volte la vita ti regala sorprese, giusto un centimetro più in là di dove le stavi cercando. Succede di passare al setaccio la “Selezione Gambero Rosso” della Cantina vini Lidl senza trovare un’etichetta che convinca per davvero. Senza se e senza ma. E poi, un giorno, l’occhio cade su un’altra bottiglia. In vendita a 2,29 euro. Pochi facing più in là di quelle consigliate dagli esperti del Gambero romano. Decidi di acquistare, quasi per scommessa, il Vermentino di Sardegna Dop 2014 della casa Monte Janu. Giusto il tempo che giunga a temperatura, in frigorifero. E’ l’ora di cena. E tua moglie – casualmente – prepara pesce. Il gioco di coincidenze comincia a farsi intrigante. Sliding doors. Ti guardi attorno e manca solo Gwyneth Paltrow. Nel calice il Vermentino di Sardegna Dop 2014 Monte Janu si tinge d’un giallo accesso, che ricorda vagamente la sua chioma. Quella di Gwyneth, s’intende. Mentre tua moglie impiatta gamberi, al naso il vino comincia a dare i primi segnali. Di fumo? Tutt’altro, siate clementi con Lidl. Sono fiori di campo e frutta, pesca per l’esattezza. In un contorno d’erbe di macchia mediterranea. Un tuffo nel blu dei mari di Sardegna. Il film è iniziato e anche il palato vuole la sua parte. In bocca il Vermentino Dop 2014 Monte Janu è morbido, rotondo. Molto aggraziato. Piacevole. Parla di frutta piuttosto matura, a bacca gialla: di nuovo quella pesca avvertita al naso, vera guest star del bicchiere. Nel finale, quasi a rompere l’idillio, una punta d’amaro. E’ la caratteristica classica dei Vermentini, che rende questo di cantina Lidl ancora più apprezzabile. Con o senza Gwyneth Paltrow. Per 2,29, bottiglia che lascia pienamente soddisfatti. Adatta ad accompagnare con la propria freschezza primi e secondi di pesce, ma anche carni bianche. Due parole sulla casa vinicola produttrice. Giusto due: nel senso che non v’è notizia. Pecca che riscontriamo spesso nei vini Lidl, la carenza di informazioni in etichetta. L’imbottigliatore, invece, è più noto: Enoitalia di Calmasino, Bardolino, di cui abbiamo già ampiamente dibattuto.

Prezzo pieno: 2,29 euro
Acquistato presso: Lidl

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Ciak, si beve. Il documentario “F for Franciacorta” in anteprima web

Ci sono voluti ben 12 mesi. Come per il susseguirsi delle quattro stagioni. Dal “pianto” che annuncia la ripresa del ciclo vitale della vite, attraversando fioritura, maturazione del grappolo, vendemmia e vinificazione. Ma ora è pronto: tutti a tavola. Pardon, davanti agli schermi: ecco la meraviglia del vino, rappresentata nel film documentario “F for Franciacorta”. La regia è ad opera di Massimo Zanichelli, esperto ed appassionato di vini, curatore della guida dei vini d’Italia dell’Espresso, gli attori i produttori, i vini, le tecnologie, la natura, la Franciacorta. Il soggetto non solo la tecnica del metodo di produzione del Franciacorta, ma il vino in come mezzo per raccontare, attraverso tutti i protagonisti e lo scorrere delle stagioni quello che è un patrimonio vitivinicolo e culturale di eccellenza targato made in Italy. “Ho cercato di riprodurre nel film – spiega Massimo Zanichelli – attraverso particolari scelte registiche (dal campo lungo al macro, dal montaggio alle musiche) l’essenza del Franciacorta: il fascino, il mistero, la magia del suo mondo e della sua effervescenza”.

F per Franciacorta si presenta quindi come un film evocativo che promette di emozionare lo spettatore in soli venti minuti. Gli attenti produttori del Consorzio Franciacorta, che dal 1995 con l’ottenimento della Docg hanno portato il metodo classico a standard qualitativi eccellenti, con il film F for Franciacorta, non solo hanno voluto omaggiare la loro terra e i loro prodotti, ma hanno anche voluto investire in un progetto che sicuramente darà visibilità e curiosità per la loro terra anche oltre confine, parola di Maurizio Zanella, presidente del Consorzio Franciacorta. La produzione è stata affidata a Next Evolving Communication, azienda bergamasca che si occupa di strategie di marketing, pubblicità, branding, applicazioni web e mobile attraverso anche il loro istituto di ricerca i cui valori sono “rigore metodologico, approccio integrato, soluzioni di ricerca e competenze multidisciplinari”. Valori che sembrano davvero in sintonia con quelli del metodo Franciacorta. Il film è stato presentato a novembre del 2015 e sta per essere “stappato” nel 2016. Per vederlo in anteprima bisogna iscriversi su http://film.franciacorta.net/it/. E attendere “il botto”.

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Barbera d’Asti Superiore Docg Raggi di Bosco 2012, Terre da Vino Spa

(3,5 / 5) Si dice la Barbera o il Barbera? Fonti storiche sembrano propendere più sul genere femminile, chi dice che l’uva sia la Barbera e il vino il Barbera; oppure che la Barbera sia solo quella dell’Oltrepò Pavese. Ai posteri l’ardua sentenza.

Sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it il Barbera d’Asti Superiore Docg Raggi di Bosco prodotto da Terre da Vino Spa a Barolo (Cuneo), vendemmia 2012. Trattandosi di un vino solitamente robusto e strutturato, per il momento lo identifichiamo come “maschile”. Il Barbera d’Asti Superiore Docg Raggi di Bosco fa parte della linea “Grandi vini affinati in legno” prodotti da Terre Da Vino Spa e il passaggio in barrique è evidente al palato.

LA DEGUSTAZIONE
Versato nel bicchiere si presenta di un rosso rubino molto intenso, gli “archetti” sul bicchiere testimoniano il titolo superiore e i suoi 13,5% di alcol in volume. I sentori al naso sono dolci note di frutta a bacca nera, addolcite ulteriormente dalla vaniglia, che si percepisce ancora di più una volta deglutito. Il Barbera d’Asti Superiore Docg Terre da Vino si abbina a primi piatti, carni rosse o brasati e formaggi stagionati. E’ un vino Barbera fermo: rotondo, con l’acidità ben bilanciata, leggermente sapido e con un tannino ammorbidito dai 12 mesi in botte. Nonostante ciò, nel finale, fa capolino anche il gusto forte e aspro dell’uva Barbera. La persistenza è buona. Ma sono soprattutto l’eleganza e l’armonia del gusto pieno a farci cambiare idea sulla considerazione iniziale: da “maschile”, la beva diventa “femminile”. Aggraziata. Discussioni di genere a parte, molto attuali, ma che lasciamo a ben altre sedi, concludiamo che la qualità di questo vino Barbera d’Asti Superiore Docg Raggi di Bosco prodotto da Terre da Vino, ci ha meravigliato a partire dal buon rapporto qualità prezzo.

Migliore cantina qualità prezzo segnalata anche sulla guida Berebene 2013 del Gambero Rosso, nonché una costante presenza sulle migliori guide dei vini italiane ed estere, Terre da Vino, con i suoi 5000 ettari di vigneti e i suoi 2500 viticultori ha scelto la missione di produrre solo vini piemontesi e solo vini Doc e Docg direttamente dal cuore delle Langhe, a Barolo. Per il Barbera d’Asti Superiore Docg Raggi di Bosco la vendemmia viene eseguita a metà ottobre con uve selezionate, prerogativa fondamentale di tutti vini che devono affrontare un periodo di affinamento in legno. Fiore all’occhiello della cantina di Terre da Vino di Barolo è proprio la Sala Barbera, atta all’affinamento dei vini Barbera, capace di contenere 2000 botti in rovere.

Prezzo pieno: 6,59 euro
Acquistato presso: Bennet

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Cinquant’anni di Vinitaly: programma e novità dell’edizione 2016

Il conto alla rovescia è iniziato. Si terrà a Verona, dal 10 al 13 aprile, la cinquantesima edizione di Vinitaly, la più ampia rassegna internazionale di vini e distillati che ogni anno va in scena nella città simbolo del Veneto, Verona. La 50a edizione, assicurano gli organizzatori, “segnerà il punto di partenza per un nuovo futuro”. Con una certezza che è ormai tradizione: la presenza di oltre 4 mila aziende che esporranno i loro prodotti
(clicca qui per vedere l’elenco completo). Tra le novità, una riguarda il premio Vinitaly 2016. Le sorti del vincitore saranno nelle mani di “giudici specializzati per aree produttive, in grado di comprendere la qualità sulla base delle specifiche peculiarità del luogo di origine dei vini, esprimendo il loro valore in centesimi”. Con 5 Star Wines, Vinitaly offrirà così ai vini che supereranno i 90 punti “uno strumento di marketing estremamente moderno ed efficace, perché comprensibile e riconoscibile dai consumatori di tutto il mondo”. Le imprese interessate a partecipare potranno iscriversi dall’1 febbraio al 18 marzo. I “vini a cinque stelle” saranno contrassegnati “da un logo geometrico, moderno, che ricorda stilizzata l’Arena di Verona, contenente il punteggio ottenuto espresso in centesimi, studiato per essere applicato alla bottiglia ed essere ben visibile da diverse angolazioni”. “Il Premio 5 Star Wines, che rappresenta l’evoluzione, dopo 22 edizioni, del Concorso Enologico Internazionale – spiega in un comunicato Veronafiere – si presenta nuovo esteriormente e nella sostanza. Con il nuovo premio non ci saranno più primi, secondi e terzi posti con medaglie d’oro, d’argento e di bronzo, e nemmeno gran menzioni, ma solo la dichiarazione del punteggio ottenuto, a patto che sia uguale o superiore a 90 centesimi”. “Questo – prosegue il omunicato – renderà più trasparente il rapporto con il mercato, dove a un premio corrisponde un valore reale, immediatamente codificabile dal consumatore e dai buyer. Per rendere ancora più qualitativa e oggettiva la valutazione, le commissioni, formate da esperti internazionali coordinati da Ian D’Agata (Direttore Scientifico di Vinitaly International Academy con 15 anni di esperienza nei più importanti concorsi enologici, tra cui l’International Wine Challenge e il Decanter World Wine Awards, anche come panel chairman) saranno divise per macro aree: ad esempio Stati Uniti/Canada, Sud America, Francia, Germania/Austria, Italia (quest’ultima articolata per zone di produzione) e Cina. Ciò significa che ogni campione, qualsiasi sia la sua origine, potrà contare su un giudizio basato sull’effettiva conoscenza degli specifici vini e delle area geografica di provenienza”. Già definito l’elenco dei general chairmen e dei panel chairmen, composto da Master of Wine, Master of Sommelier, sommelier pluripremiati e giornalisti esperti.

I PREMI SPECIALI
Sono confermati, invece, i Premi Speciali pensati per dare un riconoscimento alle aziende che maggiormente si distingueranno: oltre al Premio Gran Vinitaly (assegnato alle due aziende, una italiana e una estera, che conquisteranno i punteggi più alti), si aggiungono il Trofeo Vino Bianco, il Trofeo Vino Rosso, il Trofeo Vino Rosato, il Trofeo Vino Frizzante, il Trofeo Vino Dolce e il Trofeo Vino Spumante. “Il Premio 5 Star Wines – evidenzia Veronafiere – diventa così per i vini premiati una garanzia di qualità riconoscibile in tutto il mondo, spendibile dalle cantine per il proprio marketing. I vini vincitori del Premio Internazionale Vinitaly – 5 Star Wines, inoltre, saranno presentati durante apposite degustazioni inserite nell’ambito di eventi organizzati nel corso di Vinitaly e Vinitaly International”. Anche la scelta delle data, dall’1 al 3 aprile 2016, a pochi giorni dell’apertura di Vinitaly, permette alle aziende vincitrici di presentare i propri prodotti comunicando i premi ottenuti ai buyer, che possono così avere uno strumento immediato per scegliere tra le nuove produzioni. L’apertura delle iscrizioni e il ricevimento campioni deve avvenire tra l’1 febbraio e il 18 marzo 2016. Ci saremo anche noi di vinialsupermercato.it. Come sempre a caccia dell’eccellenza, tra le aziende partecipanti che operano anche nella grande distribuzione organizzata.

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Anteprima Amarone 2012, appello di Cantina Negrar ai sindaci della Valpolicella

È un invito a gettare lo sguardo (e il cuore) oltre l’ostacolo e a pensare alla gestione del territorio confrontandosi con il carattere internazionale che contraddistingue i migliori territori vitivinicoli al mondo, quale è la Valpolicella, quello che Renzo Bighignoli, presidente di Cantina Valpolicella Negrar (230 soci, oltre 700 ettari di vigneto) rivolge ai sindaci di Negrar, San Pietro in Cariano, Marano, Fumane e Sant’Ambrogio, i cinque comuni della ValpolicellaClassica. “Una grande denominazione come la Valpolicella, che ha nell’Amarone il vino simbolo a livello mondiale, avrebbe bisogno di una gestione del territorio e del paesaggio più coordinata, con regole condivise da tutte le amministrazioni comunali che la governano”, afferma Bighignoli (nella foto). Cinque Comuni, ma per i produttori, un unico territorio. “Quando vendiamo all’estero i nostri vini, noi produttori vendiamo il brand Valpolicella, non certo l’appartenenza a una singola vallata, che rimane un’importante peculiarità da raccontare ai consumatori per far apprezzare ancor più i nostri vini”, aggiunge Daniele Accordini, direttore della Cantina. “A nostro avviso, anche le 5 amministrazioni della Valpolicella Classica dovrebbero riuscire a pensare come fossero un unico ente territoriale in grado di mediare tra i vari portatori d’interesse: i viticoltori, gli ambientalisti, e gli enti istituzionali extraterritoriali che vengono di volta in volta coinvolti nella progettualità di un’area vitivinicola. Per continuare a competere nello scenario mondiale, sarebbe importante per i produttori poter contare su una politica unica di gestione che abbia a cuore l’interesse del territorio nella sua interezza. Comprendiamo la difficoltà, ma è uno sforzo che una grande denominazione come la Valpolicella dovrebbe saper fare”, conclude Bighignoli. L’invito della Cantina rivolto ai Sindaci della Valpolicella Classica ad un’unitarietà vitivinicola di intenti arriva a pochi giorni da Anteprima Amarone, evento di interesse mondiale organizzato dal Consorzio Valpolicella (30-31/1/16, Verona, Palazzo della Gran Guardia), ed a cui la cantina Cooperativa negrarese parteciperà servendo in degustazione l’annata protagonista dell’evento, il 2012, e come annata storica, l’Amarone Vigneti di Jago 2008. “Il 2012 è stata un’annata molto calda, l’Amarone che ne è uscito è molto concentrato e con note marmellatose. Perde un po’ di territorialità, qualità che si esprime nelle annate più fresche, ma rimane una delle migliori annate degli ultimi 10 anni”, dichiara Accordini, enologo della Cantina. Che però, è completamente conquistato dall’andamento della vendemmia 2015. “Rischio di apparire banale nel definirla eccezionale, ma è quanto penso. La ritengo più equilibrata della vendemmia 2011, fino ad oggi l’annata che ritenevo qualitativamente migliore, perché era stato un anno in cui aveva piovuto con regolarità, senza lasciare la vite in stress idrico, ma nel 2015, più siccitoso, abbiamo potuto contare sulla scorta d’acqua del piovoso 2014, e dunque il caldo notevole ha sviluppato notevolmente la fotosintesi, per cui c’è stata più concentrazione di zuccheri e coloranti. L’annata 2015 sarà quindi di grande equilibrio e longevità, con tannini molto morbidi e dolci”.
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Decanta rosso Emilia Igt, Cantine Ceci

(4 / 5) Prendi un vino tradizionale, “svecchialo”, mettilo in una bottiglia innovativa e ottieni un altro capolavoro dei geni del vino e del marketing che rispondono al nome di Cantine Ceci di Torrile, provincia di Parma. Vinialsupermercato.it degusta per voi il Decanta Rosso Emilia Igt delle Cantine Ceci di Torrile. Impossibile non cadere vittime del fascino della bottiglia decanter. Decanta Rosso delle Cantine Ceci è un Emilia Rosso Igt prodotto con un blend di uve Lambrusco e Cabernet Sauvignon vinificate in acciaio. È un vino fermo e secco, che però una volta versato nel calice si è mostrato, a suo modo, effervescente! Il colore già mette allegria, un bel rosso rubino intenso poco trasparente. Le note olfattive prevalenti sono fruttate, fragole e lampone su tutte, ma anche prugna, mora, ciliegia sotto spirito che ci ha riportato un po’ a ricordi dell’infanzia, agli spensierati pranzi familiari da bambini, quando il vino potevamo solo annusarlo. Oltre la frutta arrivano anche delle note erbacee, conferite dalle uve di Cabernet Sauvignon. La frutta si fa sentire anche al palato: il Decanta Rosso Emilia Igt delle Cantine Ceci non è un vino strutturato, ma ha una tale morbidezza, una perfetta rotondità che riempie la bocca con un equilibrio fine ed elegante che gli danno consistenza. La vendemmia non è indicata sulla bottiglia del Decanta Rosso Emilia IGT delle Cantine Ceci, che nonostante l’eccentrica forma troviamo essenziale ed elegante come il suo contenuto. È comunque evidente che si tratta di un vino giovane e di pronta beva, trasversale a tutti i piatti della cucina mediterranea, da primi saporiti, carni, affettati e salumi e perché no anche da portare in una gita fuori porta per dare un tocco chic alla tovaglia a quadrettoni da pic-nic.

Le Cantine Ceci di Torrile, per il Decanta Rosso Emilia Igt hanno creato questa particolare bottiglia decanter inclinata a 68.2 gradi che oltre a permettere una buona ossigenazione del vino, rende la tavola allegra e fa chiacchierare. Ma attenzione: mentre siete tutti piegati a osservare se il vino da quella strana bottiglia può fuoriuscire e verificare se davvero sta anche in piedi, i vostri commensali lo staranno finendo lasciandovi in dote l’oggetto di design vuoto! Cantine Ceci di Torrile sono già finite altre volte sotto la nostra lente di ingrandimento regalandoci sempre emozioni che anche con il Decanta Rosso Emilia Igt non tradiscono. Le Cantine Ceci di Torrile, con il Decanta riescono ad esprimere la giovialità, la genuinità e l’inventiva tipica dell’Emilia e degli Emiliani, rendendo un vino semplice un prodotto raffinato ed elegante. La storia della loro azienda comincia negli anni 40 con Otello Ceci. Da allora i suoi figli e nipoti hanno ben saputo interpretare e rinnovare la passione dell’antenato oste, portando il nome dei Ceci da osteria locale di riferimento, ad azienda leader nel panorama italiano enologico della quale in gdo possiamo apprezzare i prodotti.

Prezzo pieno: 7,85 euro
Acquistato presso: Iper

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Vino, Coldiretti: “Scippo alle Doc italiane”. Commissione europea sotto accusa

Valgono almeno 3 miliardi i vini Made in Italy identificati da denominazioni che rischiano ora di essere di essere scippate all’Italia se la Commissione Europea consentirà anche ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali Aglianico, Barbera, Brachetto, Cortese, Fiano, Lambrusco, Greco, Nebbiolo, Picolit, Primitivo, Rossese, Sangiovese, Teroldego, Verdicchio, Negroamaro Falanghina, Vermentino o Vernaccia, solo per fare alcuni esempi. E’ l’allarme lanciato dalla Coldiretti in riferimento all’avvio del processo di revisione delle norme che disciplinano l’etichettatura dei vini previste dal regolamento CE n. 607/2009, da parte delle competenti Istituzioni dell’Unione europea. Nella fase di preparazione della proposta di modifica del regolamento la Direzione generale Agricoltura e Sviluppo Rurale della Commissione europea ha ipotizzato infatti – sottolinea la Coldiretti – di liberalizzare l’uso nell’etichettatura di tutti i vini, compresi quelli senza indicazione geografica, di quei nomi di varietà che oggi sono riservati in virtù delle norme comunitarie vigenti.

In pratica si tratta di consentire l’uso di denominazioni senza un riferimento geografico ma con solo il nome del vitigno, senza curarsi del fatto che la storia e la tradizione le abbiano legate ad un determinato territorio. Il risultato – denuncia la Coldiretti – sarebbe una pericolosa banalizzazione di alcune tra le più note denominazioni nazionali che si sono affermate sui mercati nazionale ed estero grazie al lavoro dei vitivinicoltori italiani. Una concorrenza sleale che – riferisce la Coldiretti – fa gola a competitor tradizionali come la Spagna ma anche a Paesi emergenti nel panorama viticolo comunitario che vorrebbe equiparare l’uso di vitigni internazionali come Chardonnay e Merlot con gli autoctoni che caratterizzano il Vigneto Italia che puo’ contare su ben 500 varietà di uve da vino.

“Il futuro dell’agricoltura italiana ed Europea dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività territoriali che sono state la chiave del successo nel settore del vino dove hanno trovato la massima esaltazione” ha affermato Roberto Moncalvo presidente della Coldiretti e vicepresidente degli agricoltori europei del Copa nel sottolineare che “difendere la normativa comunitaria è la premessa per essere piu’ forti nei difficili negoziati internazionali che ci attendono a partire dall’accordo di libero scambio con gli Usa”. L’Italia nel 2015 ha sorpassato la Francia ed è diventata il primo produttore mondiale di vino con un quantitativo di produzione stimato a 48,9 milioni di ettolitri secondo l’analisi della Coldiretti sulla base dei dati della Commissione Europea che attesta un calo dell’uno per cento dei raccolti in Francia dove la produzione si dovrebbe essere fermata a 46,6 milioni di ettolitri mentre al terzo posto disi trova la Spagna con 36,6 milioni di ettolitri in calo del 5 per cento. La produzione Made in Italy è destinata per oltre il 45 per cento – continua la Coldiretti – ai 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc) e ai 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), quasi il 30 per cento ai 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante a vini da tavola. 

L’andamento della vendemmia è stato accompagnato da un risultato storico sul lato delle esportazioni che hanno raggiunto il record di 5,4 miliardi con un incremento del 6 per cento in valore, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat relative ai primi dieci mesi del 2015. In Italia – conclude la Coldiretti – il vino genera quasi 9,5 miliardi di fatturato solo dalla vendita del vino e che dà occupazione a 1,25 milioni di persone. 
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Governo di Castellare Toscana Igt, Domini di Castellare

(3,5 / 5) Certi vini hanno una storia da raccontare. Questa è la storia del Governo di Castellare: no, non si tratta né di un regno né di un castello, ma di un tipo di vinificazione storica che viene riproposta oggi dalla cantina Domini di Castellare di Castellina in Chianti, per il loro Governo di Castellare Igt. Si tratta di un vino rosso base al quale, come previsto dalla pratica di rigoverno alla toscana, dopo la prima fermentazione viene aggiunto un mosto di uve appassite. Sia per conferire grado zuccherino, sia per avviare anticipatamente la fermentazione malolattica rendendolo quindi un vino pronto prima. Tant’è che il Governo di Castellare Igt prodotto dalla cantina Domini di Castellare di Castellina in Chianti si definisce “vino di primavera”: una sorta di vino “novello” prodotto però con tutt’altra pratica, che non ha nulla a che fare con la macerazione carbonica. La vendemmia sotto la nostra lente di ingrandimento è la 2013, scelta con curiosità, volutamente, per una degustazione non proprio convenzionale data la tipologia di vino. Il Governo di Castellare Igt dei Domini di Castellare di Castellina in Chianti si presenta di un colore rosso rubino piuttosto scarico, ma con una bella luminosità. Anche facendolo roteare, nonostante i 13% di alcol in volume appare un vino leggero, poco denso. Il profumo è semplice, con prevalenza di note floreali quali la viola e la rosa appassita. Forse non è un caso che per il Governo di Castellare Igt, la cantina Domini di Castellare in Chianti abbia scelto come immagine un fiore: il fiore simbolo del Chianti, l’iris, il giaggiolo. La semplicità del Governo di Castellare Igt si riversa anche nell’assaggio, dove ritroviamo un tannino decisamente morbido, ma una freschezza ed un’acidità che gli donano una vivacità tale da farlo quasi sembrare frizzantino. Il finale è leggermente amarognolo e corto, quel corto e quell’acidità che invogliano il sorso. Un vino che, dunque, possiamo definire maturo. Se freschezza ed acidità sono l’obiettivo del Governo di Castellare Igt prodotto dai Domini di Castellare di Castellina in Chianti, vino beverino e gradevole che è possibile gustare anche freddo e in abbinamento al pesce, quasi fosse un vino bianco, la missione può dirsi raggiunta. Anche maturo resta un vino a tutto pasto, abbinabile a primi piatti, zuppe, carni bianche, piatti tradizionali. come un sangiovese. Mettiamo quindi da parte preconcetti di vini invecchiati, di sentori eterei, di note boisè e chi più ne ha più ne metta. Il Governo di Castellare IGT prodotto dalla cantina di Castellare in Chianti non è questo, è un vino semplice, il vino che nel passato veniva imbottigliato nella classica fiaschetta impagliata e bevuto all’ombra di un cipresso dai contadini toscani.

Un vino il cui concetto negli anni si è evoluto al discendente diretto Chianti, oggi conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo: anche nel 2016 è un Chianti Classico ad essere stato eletto come il vino migliore da “Wine Enthusiast” a significare, tornando al nostro Governo di Castellare Igt che dalla tradizione si prendono le idee buone. Il Governo di Castellare Igt viene prodotto con uve Sangiovese (90%), Malvasia Nera (5%), Canaiolo (5%). La vendemmia viene portata a termine in ottobre, la vinificazione termocontrollata avviene in acciaio con affinamento di 4 mesi in vasca e di 2 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato. La cantina Domini di Castellare di Castellina in Chianti è un’azienda di circa 80 ettari nata nel 1968 per fusione di cinque poderi, i suoi vigneti hanno volutamente una resa molto bassa per favorire la qualità dei loro prodotti. Del Governo di Castellare Igt vengono prodotte 50 mila bottiglie all’anno. La cantina Domini di Castellare ha realizzato una cantina teatro nella quale vengono organizzati spettacoli e concerti in modo che assaggiare i loro vini diventi ancor più un modo conviviale per vivere l’esperienza del vino e della degustazione.

Permetteteci una critica però perché imbottigliare il vino con un imbottigliato da ICRF SI 4278 Siena Italia? Pratica consentita dalla normativa vigente, ma che un po’ ci lascia perplessi. Siamo certi non aiuti nel diffondere, in un’epoca dove si parla di ritorni a vini naturali, di tradizioni, di passato da riscoprire la commercializzazione di questo vino sconosciuto ai più. Il Governo di Castellare dei Domini di Castellare in Castellina in Chianti, unico nel suo genere, ha comunque una storia da raccontare. Una rondine non fa primavera, ma mettiamoci l’autore a questa storia, che parla di un vino che non ha nulla da invidiare ai vini novello e ai loro produttori, capaci di raggiungere risultati spesso poco elogiabili.

Prezzo pieno : 6,59 euro
Acquistato presso: Iper

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Rosso di Valbissera San Colombano Doc 2013, Poderi di San Pietro Neuroni Agrari

(3,5 / 5) Anche Milano ha la sua Denominazione di origine controllata. La Doc meneghina è quella che risponde al nome di San Colombano al Lambro, piccolo Comune alle porte del capoluogo lombardo, a cavallo tra le province di Lodi e Pavia. Proprio qui viene prodotto il Rosso di Valbissera San Colombano Doc 2013 Poderi di San Pietro della Neuroni Agrari Società Agricola Srl. Un vino ottenuto dal blend tra Croatina (45%), Barbera (45%) e Uva Rara (10%), che nel calice si presenta di un rosso rubino intenso, con riflessi violaceo. Il profumo è prettamente
fruttato. Frutti rossi, in particolare maturi: lampone, ribes. Sullo sfondo una vena speziata di liquirizia. In bocca, Rosso di Valbissera San Colombano Doc Poderi di San Pietro presenta una buona struttura generale, di corpo. Alcolicità calda, piacevole avvolgenza. Più fresco che sapido, per un residuo zuccherino che torna a farsi sentire nella parte finale della beva, iniziata con toni decisamente più caldi, vicini alla spaziatura. Il tannino è giunto a una maturazione ottimale e l’equilibrio generale, seppur vagamente ‘infastidito’ da una leggera predominanza della Croatina sul Barbera, è sufficiente. È da evidenziare che annate precedenti, come per esempio la 2011, non presentassero questa caratteristica all’esame gustativo. L’intensità retro olfattiva è normale, mediamente fine la qualità. La persistenza sufficiente, per una bottiglia che definiremmo matura, pronta quindi per essere servita al meglio in abbinamento a salumi, carni e formaggi stagionati. La tecnica di vinificazione del Rosso di Valbissera San Colombano Doc Poderi di San Pietro prevede, dopo la raccolta manuale delle uve tra la terza settimana di settembre e la prima settimana di ottobre mediante l’ausilio di carri frigoriferi, una fermentazione in vasche in acciaio inox con meccanismo di rimontaggio automatizzato, controllo della temperatura e scarico delle vinacce. La fermentazione alcolica avviene sempre in inox, mentre la malolattica viene svolta in barrique, dove il vino matura poi per altri 18 mesi. La Neuroni Agrari Srl è un’azienda agricola nata nel 1998, che può contare oggi su una superficie vitata di 65 ettari e una cantina di 4 mila metri quadrati dotata tra l’altro di pannelli solari.

Prezzo pieno: 6,49 euro
Acquistato presso: Il Gigante

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Vini autoctoni si nasce. E al supermercato si cresce. Parola di Cascina Gilli e Luca Ferraris Agricola

MILANO – Piccoli produttori, ma anche realtà più strutturate, in grado di raccogliere la sfida della grande distribuzione organizzata. Questi i protagonisti di Autoctono si nasce, l’evento con cui l’associazione Go Wine ha inaugurato il 2016 a Milano, ieri pomeriggio nella sala convegni dell’Hotel Michelangelo di piazza Luigi di Savoia, 6. Buona la risposta in termini di pubblico, giunto dal capoluogo lombardo e non solo. C’eravamo anche noi. Ovviamente a caccia di quelle aziende che, per superficie vitata e per una precisa scelta imprenditoriale, sono in grado di sostenere i numeri richiesti dal mercato “pigliatutto” dei supermercati operanti sul suolo del Belpaese. Missione compiuta, anche se
 non con qualche difficoltà. Il banco d’assaggio organizzato da Go Wine ha visto l’intervento pressoché esclusivo di piccoli produttori di “vino autoctono”. E così, come mosche bianche, per una volta i “big” si sono trovati in netta minoranza. Parliamo di due aziende piemontesi, entrambe operanti in provincia di Asti: Cascina Gilli, di Castelnuovo Don Bosco, e la Ferraris Luca (nota anche come Ferraris Agricola) di Castagnole Monferrato. Il quadro che emerge è chiaro. Operare in grande distribuzione, per i produttori di vino, è come osservare le due facce della stessa medaglia. Da una parte i vantaggi della pubblicità “indiretta, offerta dalla presenza stessa dei propri vini sugli scaffali del supermercato; dall’altra le difficoltà nel digerire campagne promozionali sempre più aggressive, che rischiano di distogliere l’attenzione del consumatore dal reale valore del prodotto stesso. Abituandolo a una ricerca che mira sempre più verso il basso. Verso l’affare del secolo. Che in gergo potrebbe tradursi con una parola sola: il “sottocosto”.

“Operiamo nella grande distribuzione da circa tre anni – spiega Francesca Schiavo (nella foto sopra) di Cascina Gilli – in particolare con la catena Carrefour. Ci siamo entrati quasi per caso, dopo una degustazione dei nostri vini che ha avuto particolare successo. Siamo molto competitivi dal punto di vista qualità prezzo, una caratteristica sempre apprezzata dai clienti dei supermercati”. Sugli scaffali della catena francese, col marchio di Cascina Gilli possiamo trovare una Barbera d’Asti Docg vinificata in acciaio, denominata “Le more”, e due Freisa, “Luna di Maggio”, frizzante, e “Al Forno”, ferma. Un vino da vitigno autoctono, la Freisa, che Francesca Schiavo ammette di “vendere molto bene al supermercato, nonostante sia poco conosciuta”. La produzione di Cascina Gilli nel Basso Monferrato si assesta sulle 120 mila bottiglie all’anno, frutto della vinificazione pressoché totale di vitigni autoctoni, ad accezione dell’internazionale Cardonnay, su una superficie totale di 18 ettari. Di queste, circa 9-10 mila bottiglie finiscono complessivamente in grande distribuzione. “Dal mio punto di vista – evidenzia ancora Francesca Schiavo – la Gdo rischia di svalutare il prodotto esposto, soprattutto quando è in offerta. Bottiglie di annate non recenti finiscono in promozione a prezzi stracciati, che non rispecchiano il reale valore del prodotto, pur essendo questo ancora stabile, conservando tutte le caratteristiche iniziali. Io stessa considero vino di qualità quello che si assesta sui 9-10 euro. Quindi diventa un problema vedere i propri prodotti sugli scaffali a 6-7 euro. Con Carrefour, del resto, noi concordiamo solo il prezzo pieno”. Ma la rappresentante di Cascina Gilli riconosce d’altro canto anche i vantaggi della Gdo. “Essendo noi una piccola realtà – ammette Francesca Schiavo – non sempre risulta facile pubblicizzarsi facendo leva esclusivamente sulle proprie forze”. Ecco dunque che il supermercato diventa una vetrina importante, “per l’ampio pubblico che lo frequenta, sempre molto variegato in termini d’età, di professione, di estrazione sociale”.

I SEGRETI DEL RUCHE
Pare invece più ‘confortevole’ la convivenza con la Gdo tratteggiata da Emiliano Morando (nella foto sotto) della Ferraris Agricola, azienda giunta alla terza generazione di produttori di Ruchè a Castagnole Monferrato. Ruchè, ovvero la più piccola Docg in Piemonte, neppure 1 milione di bottiglie totali, spalmate su 40 produttori di cui forse solo una decina pronti a portare questo vino nel mondo. La Luca Ferraris, da ormai 15 anni, è una di queste. Esportando in 23 Paesi parte delle 180 mila bottiglie prodotte annualmente. Trenta ettari vitati a conduzione famigliare, di cui il 70% a Ruchè Docg, di cui vengono prodotte tre versioni. Quella “base” è destinata a finire sugli scaffali della catena francese Carrefour e del gruppo padovano – ma veneziano d’azione – Pam. Generando un giro d’affari che interessa il 50% della produzione totale dell’azienda. “Ferraris – spiega Emiliano Morando – a differenza di tante altre aziende divenute ‘popolari’ grazie al canale ho.re.ca. e solo in seguito sbarcate in Gdo, ha deciso di percorrere la strada inversa. Infatti, con una grande distribuzione controllata, siamo riusciti a introdurre il nostro Ruchè ‘Bric d’Bianc’, entrando in una nicchia delle loro selezioni, riuscendo così a promuovere una Denominazione nata come Doc nell’87 e divenuta molto velocemente Docg, nel 2010. Il nostro è uno di quei casi in cui il supermercato, abile a servire il cliente in modalità ‘one stop, one shop’, ha conferito valore aggiunto alla produzione. Oggi – continua Morando – questa scelta controcorrente ci permette di avere richieste da svariati ristoratori, proprio perché siamo presenti e dunque riconoscibili in grande distribuzione. Abbiamo usato la recettività della Gdo per promuovere l’intera Docg”.

In questo momento il Ruchè Bric d’Bianc della Luca Ferraris Agricola è in vendita a un prezzo di rotazione di 10,99 euro, con picchi promozionali che, per contratto, non scendono mai sotto i 7,99 euro. “In tante altre realtà piemontesi, come per esempio quella della Barbera d’Asti – spiega Emiliano Morando – l’alto numero di produttori ha fatto sì che la produzione fosse di conseguenza tra le più svariate: andiamo dal mediocre alla vera eccellenza. La fortuna del Ruchè è che siamo in pochi a produrlo e il prezzo viene del tutto controllato dai produttori. Per questo non si troveranno mai dei Ruchè con dei prezzi assurdamente bassi per necessità di svuotare delle cantine”. La stessa Cantina Sociale che opera a Castagnole Monferrato, per ammissione di Morando, “non pratica questa politica”. “Oggi i vini al supermercato stanno prendendo molto piede in tutta Europa – continua il rappresentante della Ferraris – e credo che gruppi come Coop, come Aldi, come Rewe stanno oggi promuovendo i più grandi nomi del vino Made in Italy. Da un certo punto di vista dico ‘purtroppo’, perché muore tutto l’aspetto romantico legato al vino e al piccolo retailer. Io spero che non accada quello che è successo in America, col fallimento delle politiche dei grandi centri commerciali. Ad oggi la Gdo di qualità è comunque in grado di offrire prodotti validissimi a prezzi sicuramente più vantaggiosi rispetto a canali di vendita di struttura più modesta. Al momento, dunque, non demonizzerei la grande distribuzione organizzata”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, insomma. Finché dura.

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