A pochi giorni dalla presentazione dell’Amarone 2012 un nuovo appuntamento per conoscere e apprezzare questo grande vino della Valpolicella. La manifestazione, curata dal Consorzio di Tutela dei Vini di Valpolicella, Ais Emilia Romagna, Associazione Arte e Vino e You Wine ha lo scopo di far scoprire e approfondire le grandi emozioni che può regalare il “Re della Valpolicella” che a seconda della vinificazione, del terroir e dello stile delle diverse aziende colpisce tutti per la sua qualità unica. Unica data quella del 6 marzo, aperta sia agli operatori del settore che agli appassionati. Dalle 10.30 alle 19 al Palazzo Albergati di Zola Predosa, Bologna, saranno presenti cantine con banchi di assaggio di vino e prodotti tipici. In programmazione, previa prenotazione, anche due interessanti laboratori con degustazione. Alle 15 sarà la presidentessa dell’Ais Annalisa Barison a proporre una degustazione a tema “le declinazioni dell’Amarone”, mentre alle 17,30 sarà il maestro sommelier Roberto Gardini a guidare gli appassionati tra “Esuberanza, sensualità, personalità dell’Amarone”.
Viviana, la figlia ventenne di Roberto Costa, attuale “reggente” dell’Azienda Agricola Teo Costa assieme al fratello Marco, ci accoglie nella casa-cantina di via San Salvario 1, a Castellinaldo d’Alba, Cuneo, in un sabato mattina uggioso. Fuori la nebbia, ma dentro casa è subito chiara l’impressione di trovarsi al cospetto di persone profondamente legate al proprio lavoro e alla terra in cui sono nate.
“Nonno Antonio (nella foto, sotto) è la nostra guida e la nostra forza ancora oggi – ammette la giovane con gli occhi che sorridono, parlando del capostipite di una generazione di vignaioli – è del ’39 e si occupa ancora della parte agricola della nostra azienda, in vigna. Ora capirete perché è soprannominato Giobbe! Un nome che in paese hanno finito per accostare, poi, a tutta la nostra famiglia”.
Ci vuole testardaggine, pazienza e soprattutto passione per portare avanti generazione dopo generazione un’azienda vitivinicola fiorita grazie all’impegno di nonno Antonio “Giobbe”, e cresciuta negli anni grazie ai suoi figli.
Cinquecentomila bottiglie l’anno prodotte, di cui 180 mila circa finiscono sugli scaffali delle maggiori catene della grande distribuzione organizzata in Italia, ormai da una decina d’anni: da Coop a Esselunga, da Bennet a Carrefour, per citarne solo alcune. E una filosofia ben precisa, riscontrabile in ogni singola goccia a marchio Teo Costa: la centralità dell’uva.
IL PROTOCOLLO PRODUTTIVO
Vini in cui il frutto, pur affinando in legno come da disciplinare, è al centro del naso e del palato. E ci rimane, dal primo sorso all’ultimo. E’ il trionfo della morbidezza e di un bere capace di accontentare, trasversalmente, tanto gli amanti del nettare di Bacco più esigenti, quanto i neofiti.
“Partiamo con un’uva pulita in vigna – spiega Roberto Costa – perché l’abbiamo fortemente voluta produrre così, rispettandola per quello che è. E in cantina proseguiamo con questa filosofia. Pochi solfiti, nessuna chiarifica animale, nessuna concentrazione, nessuna pastorizzazione. Andiamo così a imbottigliare un prodotto che è il più vicino possibile alla natura. Un prodotto pulito, dunque, che consegniamo ai consumatori con la certificazione di Bureau Veritas, ente leader a livello mondiale nei servizi di controllo, verifica e certificazione per la Qualità, Salute e Sicurezza, Ambiente e Responsabilità Sociale”.
Una strada, quella che ha deciso di percorrere l’Azienda agricola Teo Costa, che vede protagoniste anche altre 21 realtà agricole di Castellinaldo d’Alba, pittoresco paesino che un tempo ospitava due castelli, uno dei quali fu distrutto dalla famiglia rivale.
“Come vignaioli di Castellinaldo – spiega Roberto Costa – abbiamo deciso di sottoscrivere un protocollo produttivo che ci permetta di produrre innanzitutto uve pulite e, in seguito, vini puliti. Come? No al diserbo, no al concime chimico, no ai prodotti di sintesi sulle viti che poi entrano in linfa, no ad antibotritico e dunque antimuffa che rallenta le fermentazioni”.
Si arriva così in cantina con un prodotto che ha una chimica bassissima (Rma), ridotta anche dell’80-90 per cento rispetto agli standard. E si completa il ciclo riducendo all’osso l’utilizzo di solfiti, grazie a una pratica ormai brevettata che ci consente, attraverso una selezione di un ceppo indigeno di lieviti capaci di dare luogo a una buona fermentazione, di produrre minime quantità di anidride solforosa naturale”. Un vino che, tuttavia, alla Teo Costa, non tengono affatto a definire “vegano”.
CONCRETEZZA VS MARKETING
“I vini sono quasi tutti vegani, ormai. Quando si danno messaggi veritieri – precisa Roberto Costa – si arricchisce il panorama dell’offerta alla clientela e si offrono prodotti innovativi e realmente differenti. Quando invece si cade nel banale, si finisce solo per creare confusione sul mercato”. E il mercato del vino, all’azienda agricola Teo Costa, lo conoscono bene.
“Abbiamo iniziato in Horeca – spiega Roberto Costa – per poi indirizzare una parte delle vendite alla grande distribuzione organizzata. Il concetto che non si possa trovare qualità tra i vini del supermercato è ormai ampiamente superato. Poteva andar bene fino a vent’anni fa. Oggi abbiamo catene che fanno tendenza e che hanno i sommelier in corsia, almeno nel fine settimana. Noi abbiamo creduto nella gdo più di dieci anni fa e siamo stati tra i primi che, pur avendo una grande presenza in Horeca, hanno accettato di servire anche l’altro canale. E’ stata un’intuizione fondamentale. Qualcuno rideva all’inizio, criticandoci. L’importante è differenziare”.
Come? “Lavorando sulle etichette – replica Roberto Costa – non sui prodotti, in modo da non andare ad accavallare due sistemi che hanno bisogno di marginalità differenti. I prodotti che offriamo alla gdo sono buoni come quelli che offriamo alla ristorazione: è un lavoro sulla qualità che ci sta portando a crescere sia nella gdo sia nella ristorazione. Questo significa che i due mercati possono certamente viaggiare assieme, ma non solo: si aiutano a vicenda, nel senso che la capillarità territoriale dei supermercati è tale da consentire al cliente di un ristorante di acquistare un nostro prodotto che gli è piaciuto aggiungendolo semplicemente al carrello della spesa”.
I due mercati convivono dunque alla Teo Costa, con un rapporto di 7 a 3 appannaggio dell’Horeca sulla gdo. “Lavoriamo in maniera straordinaria con la gdo – commenta Roberto Costa – sono stati tutti dei grandi signori con noi. D’altro canto per loro avere sullo scaffale, direttamente dal produttore, senza giri di distribuzione, un prodotto già affermato come il nostro, è anche un motivo di lustro”.
IL FUTURO E LE SPERIMENTAZIONI
“L’obiettivo – ammette – è quello di arrivare a un milione di bottiglie l’anno, nei prossimi 20 anni”. Un disegno che, probabilmente, passerà anche dal successo di alcune sperimentazioni in corso tra i vigneti della Selezione Teo Costa, che riguardano uve autoctone e non solo. Esperimenti per ora top-secret, che non mancheremo di svelare non appena possibile ai nostri lettori.
“Il sabato – sorride Roberto Costa – è il giorno che dedichiamo al giardinaggio, per così dire. Ci stiamo divertendo un po’ con alcune talee, per staccare la spina da quello che è il lavoro settimanale”. Del resto, dopo una vendemmia soddisfacente come quella dello scorso anno, è giusto cercare un po’ di relax, almeno un giorno a settimana.
“La vendemmia 2015 è stata straordinaria – ammette Roberto Costa -. Ho cinquant’anni e da trenta vendemmio. Di grandi come questa forse non è mai viste. Secondo me è quasi unica. Già in vigna ci siamo accorti che stavamo partendo con un cavallo di razza: quando pigi delle uve che fanno mediamente 21-22 di Babo, a volte anche a 23-23,5 per i nostri Barolo, Barbaresco e grandi Barbera, perfette, sane, di colore e di struttura…finisci con lo sperare che di vendemmie così ce ne siano almeno due ogni 10 anni!”.
“Vasche che hanno fermentato 40-45 giorni, perché c’erano concentrazioni zuccherine enormi… Questa non è una grande annata, questa è una grandissima annata! Chi sostiene altro vuole solo differenziarsi”, conclude Roberto Costa. Un’impresa che riesce comunque benissimo, quella di differenziarsi, anche alla Teo Costa di Castellinaldo d’Alba.
LA VINIFICAZIONE
Il vino Colline Novaresi Doc Spanna Santo Stefano è prodotto con uve Spanna per il 90% e per il restante 10% con Vespolina e Uva Rara. Le uve spanna altro non sono che uve nebbiolo. Il nome spanna, in questa zona, deriva dalla lunghezza della potatura che veniva effettuata nella zona, lunga appunto una spanna. Dopo una breve macerazione, per esaltare i profumi varietali dell’uva, il vino Colline Novaresi Doc Spanna Santo Stefano prodotto dall’azienda vinicola Zanetta viene affinato prima in grandi botti di rovere per circa un anno e quindi in bottiglia per nove mesi. L’azienda Zanetta nasce nel 1940 ed è attualmente gestita dalla seconda generazione. Si trova a Sizzano, nel cuore delle terre coltivate a Nebbiolo. Con un complesso produttivo di 4000 mq, è specializzata nella coltivazione e vinificazione di uve Nebbiolo, Vespolina, Croatina, Uva Rara.
Prezzo pieno: 5,95 euro
Acquistato presso: Famila
Christo divide la Franciacorta. Sarà aperta al pubblico il 18 giugno l’opera degli artisti statunitensi Christo Vladimirov Yavachev e Jeanne-Claude Denat de Guillebon, ma è già polemica nel bresciano. “The floating piers”, questo il nome dell’installazione, consisterà in una passerella galleggiante sul lago d’Iseo, che consentirà di passeggiare sull’acqua, sul tragitto che collega Sulzano a Peschiera Maraglio e Sensole all’isola di San Paolo. Un’occasione da non perdere per il Consorzio Franciacorta, che si strofina le mani in previsione dell’arrivo di migliaia di turisti, non solo dall’Italia. Ma c’è chi non vede di buon occhio l’opera d’arte del duo statunitense. Piovono infatti le critiche sul profilo Facebook del Consorzio Franciacorta, che ha dato risalto alla notizia della prossima apertura dell’installazione. Perplessi soprattutto i residenti della zona, preoccupati per il “caos” che sarà causato dall’afflusso di migliaia di persone lungo le sponde del lago d’Iseo. C’è poi chi critica l’opera d’arte in sé, giudicandola una “mera trovata pubblicitaria”. Chi, invece, se la prende con la politica, per aver concesso le autorizzazioni. I costi di “The floating piers” saranno comunque sostenuti dallo stesso artista e dagli sponsor. “Una installazione che non fa danni, non è permanente, non costa, porta tantissima gente: perché c’è sempre qualche fenomeno che deve criticare tutto a prescindere?”, si chiede un altro residente della zona, evidentemente a favore di Christo. Resta il fatto che per il Consorzio Franciacorta, questa sarà un’ottima occasione per mettere in mostra le tanto rinomate bollicine.
a Lamporecchio (Pistoia) sotto la nostra lente di ingrandimento. Un vino che ha già tanto da raccontare a partire dal suo involucro, incartato con la massima cura dei dettagli, come un dono prezioso destinato alle persone più care. Confessiamo che nello scartarlo siamo un po’ combattuti tra la curiosità del bambino di aprire subito il regalo e la voglia di rimandarne la sorpresa. Prevale però l’adulto, impaziente di gustare il nettare che si cela sotto questo accattivante packaging, che ben in vista comunica l’assenza di solfiti aggiunti.
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice il Sangiovese Igt di Toscana Ninfato, vendemmia 2014, si presenta di colore rosso rubino scuro, con riflessi violacei poco trasparente e denso. Al naso sentori di piccoli frutti di bosco, ciliegia, ma anche un profumo erbaceo di origano, foglia di pomodoro, un profumo di pizza marinara.
Al gusto caldo, rotondo, un corpo pieno, sapido e giustamente tannico. Un vino in perfetto equilibrio tra le sue componenti dure e morbide, elegante come il suo involucro, con un finale di buona persistenza ma anche con una tale alcolicità, 13,5% di alcol che fa prevalere nuovamente la razionalità dell’adulto a dire che non bisogna esagerare. Si abbina a salumi e piatti di carne.
LA VINIFICAZIONE
Il Sangiovese Igt di Toscana Ninfato prodotto da Sensi è prodotto con uve 100% Sangiovese. La diraspa pigiatura delle uve avviene senza aggiunta di solforosa, con trasferimento in vasche di acciaio per la fermentazione alcolica della durata di 8-10 giorni durante i quali vengono eseguiti rimontaggi e delestages per garantire l’estrazione delle sostanze nobili della buccia. Successivamente il vino viene affinato per 4 o 5 mesi in acciaio con batonnage trisettimanale attraverso l’uso di feccia fine. Questo, consente, senza ulteriore aggiunta di solforosa, di proteggere il vino da ossidazioni incontrollate e di stimolare, attraverso il potere riducente della feccia la longevità del prodotto che infine viene travasato, sfecciato ed imbottigliato.
Dal vino venduto nei mercati rionali del 1890 ai mercati internazionali: quattro generazioni per portare i vini Sensi ad essere apprezzati e premiati in tutto il mondo questa in sintesi la storia di Sensi. Il Sangiovese di Toscana Igt Ninfato è una produzione recente: presentato nel 2014 al Vinitaly è stato accolto positivamente in tutti i mercati mondiali, è piaciuto molto anche ad una nota rivista Olandese e ottiene anche il riconoscimento “Bere bene al supermercato” di vinialsupermercato.it, giudicate Voi se è poco.
Acquistato presso: Bennet
Prezzo: 6,90 euro
Un prodotto fresco e moderno, adatto a un utilizzo quotidiano, eppure allo stesso tempo tutt’altro che convenzionale. Vino da tavola sì, insomma, ma con una marcia (o due) in più. Ottimo anche nel rapporto qualità prezzo.
LA DEGUSTAZIONE
Il Lambrusco Rosè Lini910 sorprende, di fatto, non appena versato nel calice. Prima operazione: dimenticarsi la “spuma” corposa di certi conventional Lambrusco, per fare spazio a una più volatile ed evanescente, che sparisce in fretta.
Mentre sotto prende corpo quello che pare l’incrocio, sulla tavolozza di un pittore, tra un rosa cerasuolo e le tinte tipiche del sidro di mela. Ed è proprio alla mela il richiamo più marcato che giunge al naso. Polpa di mela matura, unita a sentori di amarena e fiori di rosa. Speculare la percezione al palato, che anticipa un finale acidulo e rinfrescante.
Il Lambrusco Rosè Lini 910 accompagna la tavola di tutti i giorni e, più pretenziosamente, piatti a base di pesce o carni bianche, nonché pietanze a base di verdure cotte. Da provare con i primi della tradizione emiliana, come le lasagne alla Bolognese.
LA VINIFICAZIONE
Si tratta del blend tra uve Salamino (80%) e Sorbara (20%), vinificate mediante breve contatto con le bucce, sino a ottenere la tonalità voluta. La rifermentazione avviene in autoclave, per un periodo di 3 mesi, a temperatura controllata. Un procedimento utile a ottenere una “bollicina fine, migliorandone la digeribilità”.
Un Lambrusco, insomma, trattato alla stregua del Prosecco da una cantina, la Lini Oreste e figli Srl, sorta a Correggio (Reggio Emilia) nel 1910 e ancora oggi sulla cresta dell’onda, grazie a un profondo percorso di restyling del marchio e delle caratteristiche di un Lambrusco alla portata del consumatore moderno. Un vero e proprio unconventional Lambrusco.
Prezzo: 3,95 euro
Acquistato presso: Conad
E’ notizia dei giorni scorsi la presentazione da parte di Colomba Mangiello, membro della Commissione Agricoltura della Camera, di un emendamento al patto di stabilità che vorrebbe obbligare i consorzi di tutela dei prodotti Dop e Igt a riservare una quota iniziale del 20% – che dovrà salire a regime al 30% – alle quote rosa nei loro consigli di amministrazione. Tale proposta riguarderebbe anche i Consorzi di tutela del vino. Secondo Giuseppe Liberatore, presidente Aicg si tratta di un provvedimento “astruso e incomprensibile e per giunta inapplicabile, mancando le persone che rappresentano in modo paritario i due generi”. Il presidente di Federdoc, Riccardo Ricci Curbastro, ha aggiunto che “pur rilevando nel mondo del vino una presenza femminile maggiore rispetto ad altri comparti, non è accettabile un’imposizione del genere dall’alto senza un confronto con i Consorzi rappresentativi della base”. “Non è imponendo percentuali di genere nei Cda dei Consorzi – ha precisato ancora Riccardo Ricci Curbastro – che si afferma la presenza delle donne nel mondo dell’agricoltura”, esprimendo altresì “vivamente dubbio e stupore in merito alla ragione di tale provvedimento”. Donatella Cinelli Colombini, presidentessa dell’Associazione le Donne del vino ha ammesso da un lato una certa soddisfazione per l’approvazione dell’emendamento, ma dall’altra ha auspicato “una concertazione di tutte le parti interessate per una riscrittura più aderente alla realtà dei consorzi stessi”.
Prezzo pieno: 6,49 euro
Acquistato presso: Esselunga
Nuovi scenari di mercato per vini e spumanti dell’Oltrepò Pavese, ma anche per la prima zona vitivinicola di Lombardia che rivendica “il proprio valore aggiunto, con 13500 ettari a vigneto e una produzione che rappresenta il 60% dell’intera regione”. Il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese lancia “GoWine Italian Tour”, per portare all’attenzione di professionisti, esercenti e appassionati al mondo del vino delle grandi città italiane le migliori etichette del territorio pavese. Si partirà da Genova, Milano,
Torino e Roma. Il primo evento della serie si svolgerà mercoledì 24 febbraio allo StarHotel President del capoluogo ligure. Sarà prevista un’apertura dei banchi d’assaggio ad accesso riservato agli operatori di settore, dopodiché le porte si apriranno a stampa e appassionati della rete GoWine. “Certi del fatto che alla nostra zona vitivinicola occorra rafforzare la rete vendita e la qualità percepita dei suoi vini e spumanti – spiega Emanuele Bottiroli, direttore del Consorzio Tutela vini Oltrepò pavese – abbiamo deciso di promuovere una serie di degustazioni soprattutto orientate al mondo del business”. In virtù di questa intesa, nel corso del 2016, il Consorzio darà alle aziende l’opportunità di essere protagoniste con i rispettivi marchi aziendali e le loro etichette in contesti importanti.
IL PROGRAMMA
“Gli appuntamenti – spiega Bottiroli – saranno promossi e divulgati capillarmente per favorire un miglior posizionamento delle referenze Oltrepò Pavese nel canale hotel, ristoranti e catering, oltre che sugli scaffali delle principali enoteche. Inoltre l’obiettivo è quello di raccontare a professionisti, ‘winelovers’ e agli opinion leader italiani un territorio, la sua identità e la sua storia”. Il partner sarà l’associazione Go Wine, nata nel 2001 da un’idea semplice, che prende ispirazione da come è cambiata, e velocemente, l’immagine del vino. Vino non solo inteso come prodotto di qualità ed espressione della cultura agroalimentare di un Paese, ma come prodotto che “mobilita e che fa viaggiare”.
Go Wine guarda “al consumatore di qualità che ama viaggiare per il vino, per conoscere i luoghi della produzione e si propone di costruire un progetto che gradualmente possa coinvolgerlo e stimolarlo”. “Il socio Go Wine – precisa Bottiroli – è sempre un professionista o un appassionato altamente preparato che promuove e pratica il turismo del vino ed è consapevole del particolare rapporto che lega ogni vino al suo territorio, con quei caratteri di tipicità ed unicità che sono alla base delle motivazioni del turismo del vino”.
LA RIBALTA NAZIONALE
Un Oltrepò che guarda dunque al futuro, cercando di levarsi di dosso l’etichetta di zona di produzione di vini di largo consumo. Un cammino lungo, che a Roma ha affondato nei giorni scorsi radici ben solide: il premio per il Miglior Spumante Metodo Charmat d’Italia nella guida “I Migliori vini italiani 2016” del noto critico, sommelier e giornalista Luca Maroni se l’è aggiudicato di fatto il Pinot Nero Spumante Extra Dry dell’azienda Vanzini di San Damiano al Colle. L’ennesima conferma del buon operato di un’azienda che opera dal 1890 nel territorio dell’Oltrepò Pavese, che per l’ottavo anno consecutivo si aggiudica il prestigioso riconoscimento.
Oggi vi racconto una storia, purtroppo vera. Stavo imboccando l’Autostrada, ieri mattina, dirigendomi da Milano verso il Piemonte. “Caro Bortone…”. E’ l’incipit, falsamente cordiale, di un messaggio ricevuto su Facebook da un operatore Horeca, conosciuto nei mesi scorsi in occasione di una manifestazione organizzata in un hotel milanese dall’associazione Go Wine.
“Quando pubblico (su Facebook, ndr) recensioni o fotografie di vini presso i miei clienti è pacifico che sono io che li propongo e loro ce l’hanno in carta. Ho clienti e produttori che, oltre al sottoscritto e al suo entourage, sono allergici alla Gdo. La tengo negli amici, ma cerchi di trattenersi dal proporre vini da Gdo e soprattutto in contesti legati a ristoranti citati in tag”.
Facciamo un passo indietro, sorvolando sulle infantili implicazioni del messaggio. Nei giorni scorsi, questo operatore Horeca (che, ricordiamo, è l’acronimo di Hotellerie-Restaurant-Café e riguarda la distribuzione diretta di prodotti in contesti alternativi alla grande distribuzione organizzata, come hotel, ristoranti, catering e bar-caffetterie) pubblica la foto di un vino dell’Oltrepò Pavese, in un ristorante.
Oltre al “like”, decido ci commentare, suggerendo al soggetto in questione di provare il Bonarda fermo dell’Oltrepò Pavese dell’azienda agricola vitivinicola Bagnoli, una perla in un territorio pressoché vocato ai grandi numeri. Tale produttore non opera nella Gdo, bensì in contesti di alta ristorazione e gastronomia.
Volevo suggerire, in sostanza, un assaggio di qualità. Vinialsupermercato.it, del resto, si occupa anche di questo, grazie alla sezione “Vigne d’Italia”: oltre alle recensioni dei vini “da supermercato”, nostro “core business“, siamo sempre a caccia di realtà che – a prescindere dalla distribuzione o meno nei canali gdo – offrano prodotti da non perdersi.
IL BONARDA DELLA DISCORDIA
Al di là della scarsa vena social, è la “violenza” del contenuto del messaggio ricevuto dall’operatore Horeca che mi ha lasciato di stucco. Portandomi oggi a questa riflessione: Gdo e Horeca sono davvero così lontane?
O, per lo meno: lo sono ancora? Si può davvero “essere allergici” alla Gdo, lavorando in Horeca? Il mondo del vino, fondato a nostro avviso sulla condivisione dei saperi e del gusto, può ammettere tali prese di posizione meramente fondate su un discorso commerciale e di business?
Personalmente ritengo di avere una risposta a queste domande. Se ancora oggi c’è gente “allergica” alla Gdo non è colpa degli antistaminici poco efficaci in commercio. E a proposito di farmacie, credo che certi operatori Horeca, se potessero, si batterebbero per l’eliminazione delle cantine della Gdo, un po’ come la lobby delle case farmaceutiche si sta battendo per i farmaci di fascia C nei supermercati.
Ma si tratta di una minoranza: perché chi ha polso e coscienza del proprio ruolo in Horeca sa benissimo – come ci ha confermato la totalità degli operatori sin ora intervistati – che i due “canali” operano in parallelo, come binari che non si incontrano mai, pur andando (per certi versi) nella stessa direzione: il vino. Insomma: se qualche operatore Horeca starnutisce ancora, nel 2016, al cospetto della Gdo, è un problema tutto suo. Sinceri auguri, di pronta guarigione.
La vinificazione avviene con il metodo Charmat in autoclave con una fase di maturazione sulle fecce fini di 30 giorni e ulteriori 60 giorni per accentuare le caratteristiche di finezza e aromaticità del vino, prima di essere imbottigliato. Righi appartiene al gruppo Cantine Riunite, Civ, nato nel 1950, che nel 2002 ha acquisito il gruppo Cantine Maschio arrivando ad essere il gruppo italiano leader nella produzione dei vini frizzanti.
Prezzo pieno: 5,39 euro
Acquistato presso: Bennet
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice scivola d’un giallo paglierino tendente al dorato. Al naso arriva travestito di pesca matura, pera, agrumi, con speziatura che ricorda la cannella e la liquirizia. Al palato è suadente, come chi ti racconta una storia antica di cui vorresti conoscere in fretta il finale. In un contorno minerale delizioso, giustamente sapido, parla nuovamente di pesche, pere e buccia d’agrumi. Si dilunga, quasi ammandorlandosi. Sarebbe un peccato “sprecarlo” con l’antipasto, a meno che questo non sia d’alto livello. Ottimo piuttosto con piatti di pesce e crostacei, sia primi che secondi importanti e gustosi, perché capace con la sua freschezza e il suo corpo di reggerli alla perfezione. A una temperatura che non dovrebbe superare i 13 gradi.
LA VINIFICAZIONE
Lacyma Christi del Vesuvio bianco Doc Mastroberardino è ottenuto mediante vinificazione di sole uve Coda di Volpe. I vigneti – di età media di 15 anni – sono esposti principalmente a Sud-Est, a un’altitudine di 170 metri sul livello del mare, con una densità d’impianto di 2.500 ceppi circa per ettaro, allevati a raggiera e spalliera con potatura guyot. La vinificazione è classica in bianco, in serbatoi di acciaio a temperatura controllata. Segue un periodo di affinamento in bottiglia per almeno un mese, prima della commercializzazione. Una storia di qualità, quella della famiglia Matroberardino, che affonda le sue radici oltre due secoli fa, in Irpinia, per la precisione nel Comune di Atripalda, Avellino.
Prezzo pieno: 12,49
Acquistato presso: Carrefour
Prezzo pieno: 6,99 euro
Acquistato presso: Il Gigante
LA VINIFICAZIONE
Prodotto con un’accurata selezione di uve Lagrein, vitigno autoctono altoatesino, per mescere le qualità di ciascun terroir e rafforzare l’unicità di un vino di qualità, Sudtirol Alto Adige Lagrein Doc di Girlan, pur essendo pronto, si presta ad un consumo anche nei 4 o 5 anni successivi. Si abbina a carni rosse, cacciagione e formaggi stagionati. Pur avendo una ridotta superficie vitata, l’Alto Adige si distingue sempre per l’ottima qualità dei vini prodotti, anche quelli destinati alla grande distribuzione, qualità che si ritrova tutta nell’Alto Adige Lagrein Doc di Girlan. La Cantina Girlan nasce nel 1923, per opera di 23 viticultori, nella località di Cornaiano in Alto Adige in un maso storico del Cinquecento. Attualmente conta 200 soci viticultori, dislocati in un’area di coltivazione dei vigneti di 220 ettari, nelle migliori zone produttive dell’Oltradige e della Bassa Atesina. Il Lagrein che, attenzione, si pronuncia “Lagrain” dal tedesco, è uno dei vini di punta del Sudtirol Alto Adige e negli ultimi anni sta riscuotendo enorme riscontro di critica e di pubblico. Un vino che degustato crea dipendenza, per parafrasare un famoso claim pubblicitario. E allora vogliamo concludere anche noi, romanticamente: “Un Alto Adige Lagrein Doc di Girlan è per sempre”.
Prezzo pieno: 7,99 euro
Acquistato presso: Famila
LA VINIFICAZIONE
L’Etna Bianco Doc Le Sabbie dell’Etna 2014 Firriato è il frutto della vinificazione delle uve Carricante e Cataratto prodotte nel Comune di Castiglione di Sicilia, in provincia di Catania. Il terreno è di tipo sabbioso, di matrice vulcanica, con elevata capacità di drenare le acque. L’esposizione dei vigneti è sul versante nord orientale dell’Etna, a un’altezza compresa tra i 500 e i 600 metri sul livello del mare, con allevamento a controspalliera. Poco più di quattromila piante per ettaro, per una resa di circa 7 mila kg. La vendemmia manuale ha inizio nella seconda decade del mese di ottobre. La pressatura delle uve è soffice e la fermentazione ha luogo a una temperatura controllata, tra i 16 i 18 gradi, per 15 giorni. Importanti per gli aromi e i profumi conferiti al vino i tre mesi di affinamento sulle fecce nobili, in serbatoi di acciaio inox con rimontaggi giornalieri. Segue una fase di affinamento in bottiglia, della durata di 2 mesi, prima della commercializzazione.
Prezzo pieno: 8,99 euro
Acquistato presso: Esselunga
LA DEGUSTAZIONE
Un vino corposo, di struttura, capace di esaltare piattianche elaborati. Nel calice, il Gutturnio Doc Classico Riserva 2010 Costa Pancini dell’agricola vitivinicola Montesissa si presenta di un rosso rubino con unghia granata, a dimostrazione di una perfetta conservazione.
Al naso frutti rossi, tra cui spicca il lampone, e frutti a bacca nera come le more. Ma anche richiami alla confettura degli stessi frutti, in un contorno evidente di vaniglia (e liquirizia) dovuto all’affinamento in legno. E sullo sfondo sentori di alloro e rosmarino, che caratterizzano ulteriormente un naso tutt’altro che banale.
In bocca il Gutturnio Doc Classico Riserva 2010 Costa Pancini è principalmente sapido in ingresso. Diviene poi fruttato (ecco ancora more e lamponi), morbido, giustamente tannico e asciutto, nonché caldo. Ed è il tannino a dimostrare che si tratti del momento giusto per stappare la bottiglia, per una vendemmia – la 2010 – che continuerà a conservare le proprie caratteristiche gusto-olfattive ancora per qualche mese, prima di iniziare un irrimediabile quanto fisiologico “declino”. Perfetto l’abbinamento di questo Gutturnio con piatti importanti di carne, dai primi ai secondi, compresa la selvaggina. Ottimo anche con formaggi stagionati: provatelo col Grana Padano, come suggerisce la stessa casa produttrice. Non fate però l’errore (imperdonabile) di servire questo Gutturnio Riserva alla stregua dei Gutturnio frizzanti: non va messo in frigorifero, per non compromettere la beva a causa dell’astringenza del tannino. Va piuttosto consumato a una temperatura di 18-20 gradi. Possibilmente stappandolo con almeno mezzora di anticipo.
LA VINIFICAZIONE
La tecnica di vinificazione del Gutturnio Doc Classico Riserva 2010 Costa Pancini prevede un utilizzo del 60% di uve Barbera e del 40% di uve Bonarda. La predominanza del primo è netta e serve a caratterizzare la beva, rendendola più austera ed elegante. La fermentazione delle uve avviene in acciaio, con macerazione sulle bucce della durata massima di 14 giorni. Seguono 9 mesi di maturazione e affinamento in barrique di rovere e altri 5 in bottiglia, prima della commercializzazione. Il Gutturnio Doc Classico Riserva è il prodotto “top” di gamma (almeno per la grande distribuzione organizzata) dell’azienda vitivinicola Montesissa, che da cinque generazioni opera nel mondo del vino commercializzando varietà autoctone.
Prezzo pieno: 8,49
Acquistato presso: Il Gigante
Secondo una recente ricerca di mercato Nielsen, gli italiani acquistano su Internet soprattutto “beni durevoli”. Più bassi i livelli raggiunti dai beni di consumo: cosmetici (25%), vino e alcolici (9%), cibo da asporto (6%), prodotti per l’infanzia (6%) e cibi freschi (2%). Non sorprendiamoci, allora, se un giorno Amazon vorrà fornire anche in Italia il servizio “Sommelier on line”, già attivo in Giappone. La compagnia di Jeff Bezos si dimostra ancora una volta all’avanguardia, mettendo a disposizione un professionista del vino che, telefonicamente, supporta i clienti nipponici nella scelta fra le 8 mila bottiglie dell’assortimento virtuale delle “cantine Amazon” in Giappone. Suggerisce abbinamenti col cibo, ma anche – per esempio – le bollicine migliori da apprezzare per brindare a un evento speciale. Insomma: il sommelier tascabile è ormai realtà. Viene allora da chiedersi come mai, in un Paese come l’Italia – che è sì di santi, poeti e navigatori, ma anche di enologi defunti compianti e giustamente celebrati addirittura da ministri – le catene della grande distribuzione organizzata investano così poco nel vino, preferendo settori come la profumeria e la cosmetica. Sono rare le eccezioni in cui è possibile incontrare un sommelier professionista tra le cantine della gdo.
CHIEDI ALLA CASSIERA
Presente in alcune catene della gdo solo in giorni e orari stabiliti (Esselunga, Carrefour) oppure sostituito da computer che suggeriscono il corretto abbinamento (Coop), una figura qualificata sul mondo del vino farebbe da traino alle vendite. E fornirebbe al Paese intero un’evoluzione della coscienza (e conoscenza) enogastronomica del cliente tipo del supermercato. Una coscienza che, certamente, non può essere retaggio di addetti generici (per non dire delle “cassiere”, pardon “hostess di cassa“) del reparto Scatolame – Grocery: quelli a cui, comunemente, si rivolge la clientela italiana della gdo per chiedere consigli sul vino, ricevendo informazioni sommarie che non invogliano certo all’acquisto. A quando, dunque, un investimento serio sul mondo del vino da parte dei grandi gruppi di supermercati che celebrano appena possibile la propria “italianità” e l’italianità dei prodotti venduti? Fa così paura alla gdo vendere qualche bottiglia in meno di Bonarda o Nero D’Avola a 1,99 euro, in favore d’un paio di bottiglie di vini di qualità? Gli americani, come quelli di Amazon, hanno già risposto. E allora “See you soon in Italy, sommelier online”. La gdo ti aspetta, al contrario.
LA DEGUSTAZIONE
Il Montepulciano D’Abruzzo Doc Riparosso prodotto da Illuminati nel calice si è mostrato subito di un bel rosso rubino con riflessi violacei e non è stato difficile per la platea indovinare che si trattasse di una vendemmia recente, la 2014. Al naso i profumi intensi soprattutto di frutti rossi, vinosi, ma anche speziati a rivelare che si trattava di un vino monocorde. All’assaggio caldo, corposo, di giusta acidità e con un tannino ben presente che ne fa un vino pronto, ma con ampi margini di miglioramento. Non è stato per nulla facile per il gruppo individuare il tipo di uvaggio, a dimostrazione di quanto siano poco conosciuti i vini abruzzesi. Il nostro gruppo di assaggio ha apprezzato molto il vino e lo stupore è aumentato quando finalmente abbiamo “svestito” la bottiglia, mostrando il prodotto e dichiarando il prezzo pagato. Il sommelier relatore che guidava la serata ci ha fatto i complimenti per la scelta e ha invitato tutti i partecipanti a tenere in mente il Montepulciano D’Abruzzo Doc Riparosso prodotto da Illuminati, in quanto “vino didattico”, che si presta a numerosi abbinamenti. Si accompagna infatti ad arrosti di carni rosse, brasati, selvaggina, pollame, formaggi semistagionati, ma anche con carni di agnello e capretto. Missione compiuta.
LA VINIFICAZIONE
Il Montepulciano D’Abruzzo Doc Riparosso è prodotto con il 100% di uve Montepulciano. La vendemmia viene effettuata nella prima decade di ottobre. Le uve dopo una accurata selezione, vengono diraspate, pigiate e vinificate secondo il metodo tradizionale in “rosso” con una lunga macerazione della buccia in vinificatori di acciaio inox ad una temperatura controllata di 28 gradi centigradi . Il vino ottenuto viene fatto invecchiare in botti di rovere di Slavonia da 25 ettolitri per circa 6 mesi e quindi sottoposto ad ulteriore affinamento in bottiglia di due o tre mesi prima di essere distribuito.
UN VINO PREMIATO
Il Montepulciano d’Abruzzo Doc Riparosso dalla Cantina Dino Illuminati di Controguerra, mostra in evidenza sul collo della bottiglia il bollino dei due bicchieri agli oscar regionali Gambero Rosso che si è aggiudicato nel 2012. Il meccanismo dell’attribuzione dei bicchieri peraltro è lo stesso della degustazione alla cieca: gli esperti Gambero Rosso valutano i campioni che ricevono senza conoscere la tipologia di vino e/o il produttore proprio per non essere influenzati nel loro giudizio. Le cantine Illuminati vantano una tradizione vinicola di ben 120 anni e dagli anni settanta hanno avviato l’attività di imbottigliamento che li ha portati ad una produzione di oltre il milione di bottiglie di cui il 60% per il mercato estero. Anche in Italia la qualità di Illuminati è da sempre riconosciuta dagli esperti di settore, Gambero Rosso, Veronelli, Bibenda, Slowine.
Prezzo pieno: 6,90 euro
Acquistato presso: Carrefour
Sarà presente anche il Consorzio Vini Cortona alla quarta edizione di Buy Wine, il workshop B2B, organizzato dall’Agenzia regionale Toscana Promozione per favorire l’incontro tra la Toscana del vino e il trade internazionale, che si tiene ogni anno a febbraio. Il 13 febbraio, presso lo Star Hotel Michelangelo di Firenze, undici aziende della Cortona Doc avranno modo di incontrare da vicino i 240 buyer stranieri tra importatori, distributori, Gdo e
HoReCa, provenienti da mercati storici, ma anche da piazze nuove, per un totale di 36 paesi rappresentati. Tra questi un ruolo importante è giocato da Stati Uniti (44), Canada (39), Cina (25), Brasile (12), Australia (12), Giappone (11), Danimarca (10), Germania (8), Corea del Sud (7) e Messico (7) che, complessivamente, rappresentano oltre il 72.9% dei buyer internazionali partecipanti. Oltre agli operatori saranno presenti anche circa 150 giornalisti della stampa di settore, anche in questo caso provenienti da tutto il mondo. “Un’occasione importante per una realtà come quella di Cortona – spiega Marco Giannoni, presidente del Consorzio (nella foto sopra) – perché ci permette in una sola occasione di poter presentare la nostra denominazione e il nostro territorio a centinaia di operatori di vari mercati internazionali e proprio promuovere l’internazionalizzazione è uno degli obiettivi di questo consorzio”. A presentare i vini sarà la miglior sommelier d’Italia della Fisar, Anna Cardin, per tutto il giorno di sabato impegnata presso il desk del Consorzio.
UN WORKSHOP NEL TERRITORIO
Dalla giornata di domenica 14 febbraio, 35 operatori in rappresentanza dei principali Paesi del mondo, saranno a Cortona partendo proprio da uno dei simboli della storia del borgo toscano in provincia di Arezzo, il Museo dell’accademia etrusca e della città (Maec). Proprio qui, dopo una visita del museo, potranno degustare i prodotti tipici accompagnati dai vini del territorio nella suggestiva Sala della Roccia. Nel pomeriggio la delegazione sarà divisa in piccoli gruppi che visiteranno alcune aziende vitivinicole. La giornata si concluderà con una cena tradizionale dopo la quale gli operatori avranno modo di soggiornare in alcuni agriturismi di Cortona. Il tour proseguirà il 15 febbraio con la visita ad altre aziende del territorio.
IL NUMERI DEL CORTONA DOC
Il vino a Cortona rappresenta sempre di più un importante indotto economico. Dalla creazione della Cortona Doc le aziende si sono moltiplicate di anno in anno e il settore ha richiamato numerosi investimenti. Attualmente vengono prodotte in media oltre un milione di bottiglie all’anno, mentre il valore economico, con un fatturato medio che supera i 3 milioni di euro. Oltre 500 sono gli addetti ai lavori coinvolti, senza contare l’indotto (tra turismo e aziende artigiane) che rappresenta per questo borgo
toscano. A livello di mercati nel 2015 la bilancia è protesa verso l’estero per il 60% circa. Usa, Nord Europa sono i principali mercati, ma sono in crescita il Canada, Brasile, Cina e Giappone. La restante fetta percentuale va in Italia, Toscana, Lombardia e Lazio in particolare.
IL CONSORZIO CORTONA DOC
Costituito nella primavera del 2000, è il Consorzio che svolge la funzione di controllo e tutela dei vini a Doc Cortona e ne diffonde la conoscenza con un’efficace attività culturale, divulgativa e promozionale. Protegge l’immagine ed il prestigio della denominazione con continui controlli di qualità e intraprende iniziative di carattere culturale tendenti a far conoscere nel mondo Cortona, il suo territorio ed i suoi vini. Attualmente le aziende consociate sono ventinove e rappresentano la quasi totalità dei produttori.
La degustazione convince anche il più ostico a ricredersi. Locorotondo Dop fa parte della linea Terrantica di Puglia dell’azienda San Martino Coluccivini. Il tappo risulta ben conservato e fa presagire, appena tolto, di essere al cospetto di un vino molto fruttato. La vendemmia sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it è la 2013, non la più fresca dunque. Ma comunque il prezioso nettare conserva le caratteristiche sperate, che richiamano i sentori tipici dei due uvaggi utilizzati per produrre Locorotondo: Verdeca (80%) e Bianco D’Alessano (20%).
LA DEGUSTAZIONE
Nel calice il vino si presenta di un giallo dorato scarico, con riflessi verdolini. Al naso si sprigionano piacevoli e intensi sentori di datteri, pesca sciroppata, amarena, litchi. Curiosissimo l’impatto con tutti questi profumi, in un contorno floreale fresco che invita all’assaggio. Al palato, Locorotondo Dop 2013 Terrantica di Puglia dell’azienda San Martino Coluccivini si presenta con la stella spavalderia con cui aveva incontrato, poco prima, il naso. Di nuovo sentori spiccatamente fruttati di dattero e pesca, che scendendo in gola si fa più amara, ricordando la percezione tipica del morso ai semi dell’uva: un mix tra l’amarognolo e l’acidulo piacevole, per i richiami erbacei che fanno capolino prima e durante un finale di sufficiente persistenza, decisamente sapido. Tanto da invitare subito al sorso successivo. Un vino leggero, di appena 11,5 gradi, ma capace di reggere il confronto con piatti pesce, crostacei e carni bianche, oltre a poter essere tipicamente utilizzato come aperitivo.
LA VINIFICAZIONE
Che dire? Locorotondo Dop Terrantica di Puglia dell’azienda San Martino Coluccivini non è certamente uno dei vini di tendenza nel nord Italia. Ma restare quasi dimenticato sugli scaffali del supermercato ha fatto certamente bene a una bottiglia che ha guadagnato in “esperienza” e complessità dalla vendemmia 2013. L’area di produzione di questo vino è la Valle d’Itria e i comuni limitrofi. La spremitura delle uve Verdeca e Bianco D’Alessano avviene in maniera soffice, con vinificazione in bianco e criomacerazione per conservarne al meglio gli aromi. La fermentazione avviene a temperatura controllata, tra i 18 e i 20 gradi. Prima dell’imbottigliamento, Locorotondo Dop matura in vasche d’acciaio. Guidata dall’enologo Francesco Colucci in collaborazione col figlio Piercesare, la cantina San Martino Coluccivini si è rinnovata tecnologicamente da oltre 20 anni, a distanza di quasi un secolo dalla sua fondazione in via Locorotondo, a Martina Franca.
Prezzo pieno: 2,74 euro
Acquistato presso: Iper la Grande I
Cos’è l’amore, se non una miscela di elementi che regalano un’unione, una fusione perfetta? Sappiate che anche le uve… s’innamorano. Creando quello che, in gergo tecnico, viene definito blend. Ovvero l’utilizzo di differenti uvaggi, per ottenere il taglio desiderato. E dare vita a un vino che non è nient’altro che la perfetta “fusione” tra uve differenti. Per il giorno di San Valentino, abbiamo deciso di suggerirvi dieci vini acquistabili al supermercato capaci di rendere ancora più speciale
la ricorrenza, anche a tavola. Per una scelta più ampia, potete invece fare riferimento alla lista dei migliori vini degustati da vinialsupermercato.it nel 2015.
VINO ROSSO:
1) Amarone 2012 Pagus Bisano
2) Villa Antinori Rosso Toscana Igt 2013, Antinori
3) AsiOtus, vino varietale Mgm Cuneo
Un Amarone, dunque: vino veneto per eccellenza, ottenuto mediante una vinificazione che lo rende di per sé uno dei vini più affascinanti al mondo. E’ il frutto dell’amore tra uve Corvina e Rondinella. Poi un rosso toscano d’eccellenza, prodotto da uno dei migliori marchi del vino made in Italy, Antinori: frutto dell’incontro tra Sangiovese, Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah. E, infine, quello che potremmo definire l’outsider, la sorpresa: AsiOtus, o Asio Otus, vino varietale prodotto nella zona di Cuneo, risultato accattivante dell’unione perfetta tra uvaggi Cabernet, Merlot e Syrah.
VINO BIANCO:
1) Langhe Bianco Divin Natura, Teo Costa
2) Gewurztraminer Leda, Aneri
3) Vignes de Nicole L’Assemblage Blanc, Paul Mas Domaines
Vogliamo suggerirvi un bianco “naturale”, capace di mostrare carattere, ma senza causare il mal di testa: Langhe Bianco Divin Natura di Teo Costa è il bianco che fa la caso degli intolleranti ai solfiti, prodotto in Piemonte senza aggiunta di solforosa durante la vinificazione. E’ il frutto dell’amore tra uve Sauvignon Blanc e Roero Arneis. Ecco poi l’immancabile Gewurztraminer, più difficile a dirsi che a bersi: vino di grande struttura, prodotto dall’ottima casa Aneri di Verona e imbottigliato nei pressi di Bolzano, in Alto Adige. Gradazione alcolica sostenuta, carattere e aromaticità da vendere, è il risultato dell’unione tra uve Gewurztraminer, Riesling, Sauvignon, con l’aggiunta di un 5% di un uvaggio che resta “segreto”. Ci spostiamo infine in Francia per il sorprendente Assemblage Blanc di Paul Mas Domaines: uve Sauvignon Blanc, Picpoul, Viognier e Chardonnay in perfetto equilibrio. Innamorate, insomma.
BOLLICINE:
1) Valdobbiadene Superiore Cartizze Docg, Col Del Sol, Drusian
2) Do Case Asolo Prosecco Docg, Ricci (magnum)
Immancabile lo spumante per San Valentino. E allora abbiamo scelto due bollicine venete, differenti Prosecco ottenuti dall’amore tra uve Glera e altre varietà autoctone locali. Cin Cin! Ma a tal proposito vogliamo anche segnalarvi due prodotti che abbiamo di recente toccato “con mano”, nel meraviglioso regno della Franciacorta. Al supermercato potete trovare la linea Cuvée imperiale di Berlucchi. Vi suggeriamo Vintage Millesimato e Max Rosè.
L’offerta giapponese per il marchio italiano Peroni è spinta dall’aumento delle esportazioni di birra italiana nel mondo, che crescono del 17% nel 2015 ma che sono praticamente triplicate nell’arco di un decennio.
E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti di fronte all’offerta di 400 miliardi di yen (poco più di 3 miliardi di euro) fatta dal produttore giapponese di birra Asahi per rilevare il marchio italiano Peroni dal gruppo SabMiller, sulla base dei dati Istat relativi ai primi dieci mesi dell’anno.
Anche grazie all’immagine conquistata nel mondo la birra italiana – sottolinea la Coldiretti – va forte nei paesi tradizionali consumatori, dalla Gran Bretagna (+2%) alla Germania (+10 per cento) fino alla Svezia (+24 per cento) ma anche negli Usa.
A tirare – continua la Coldiretti – è pero’ anche il mercato italiano che nel 2015 ha fattor registrare un aumento record delle vendite del 6%, in controtendenza alla crisi dei consumi.
Sono oltre 30 milioni gli appassionati consumatori di birra presenti in Italia dove – precisa la Coldiretti – con un consumo pro capite di 29 litri c’è spazio per crescere considerato che Paesi come la Repubblica Ceca ne bevono 144 litri pro capite, l’Austria 107,8, la Germania 105, l’Irlanda 85,6, il Lussemburgo 85 o la Spagna 82.
I RISCHI
Secondo Coldiretti, “nell’operazione internazionale c’è in gioco un indotto rilevante”. A garantire la produzione italiana di birra ci sono infatti le coltivazioni nazionali con una produzione di circa 860.000 tonnellate di orzo su una superficie complessiva investita di circa 226.000 ettari. Per quanto concerne la produzione di birra, la filiera cerealicola unitamente al Ministero delle Politiche Agricole ipotizzano un impegno annuo di granella di orzo pari a circa 90.000 tonnellate.
In questa situazione di grande dinamicità, a supporto della trasparenza dell’informazione dei consumatori, è pero’ necessario – conclude la Coldiretti – qualificare le produzioni nazionali con l’indicazione obbligatoria in etichetta dell’origine, per evitare che vengano spacciati come Made in Italy produzioni straniere.
L’operazione in corso non è in realtà l’ennesimo passaggio di marchi italiani storici in mani straniere poichè la Birra Peroni era già stata ceduta nel 2003 ed entrata a far parte del Gruppo sudafricano SabMiller plc al quale è stata ora fatta l’offerta del gruppo giapponese Asahi, la cui strategia di mercato si concentra sull’Asia e l’Oceania e intende espandersi su mercati dalla lunga tradizione che le consentirebbero anche una maggiore penetrazione della sua etichetta Super Dry.
ILGRUPPO PERONI
Il Gruppo Birra Peroni è oggi uno dei player principali nel settore dell’industria birraria ed è parte del Gruppo SabMiller plc che in Italia SabMiller è presente con tre stabilimenti produttivi (Roma, Padova e Bari), e la malteria Saplo. Birra Peroni opera da oltre 160 anni con impegno e passione, raggiungendo una produzione annua di birra che ammonta a 4,8 milioni di ettolitri.
I suoi marchi principali sono: Peroni, Nastro Azzurro e Pilsner Urquell. A questi si aggiungono altri marchi di prestigio sia nazionali che internazionali, come Miller Genuine Draft, Peroni Gran Riserva, Raffo e Wuhrer. L’azienda nasce nel 1846 a Vigevano, allora appartenente al Regno dei Savoia, quando Francesco Peroni avvia l’attività di una piccola fabbrica di birra.
IL RE DEI PROSECCO?
Ecco adesso una serie di considerazioni sul “Cartizze” che di certo non potranno mettere tutti d’accordo, perché c’è chi ritiene il Cartizze solo un Prosecco costoso. Da sempre, il Cartizze ha rappresentato un prodotto dalle misteriose origini ed elitario. Diciamolo che ancora oggi capita di sentire che qualcuno ritenga sia un prodotto “francese”, omettendo anche di pronunciare la “e” finale, come previsto dalla pronuncia in lingua francese per tutte le parole che finiscono con questa vocale. Quante volte abbiamo sentito richiedere un “Cartizz” o “Cartiss”? È vero di fatto è un Prosecco, le uve utilizzate per la sua produzione sono Glera 100% come per il cugino, ma non tutti sanno che viene prodotto in una collina “cru” di circa 110 ettari che gode di un microclima molto particolare, che ha sicuramente effetti sui vigneti e sull’uva. E allora paghiamo solo la provenienza? Certamente paghiamo la sottozona, dove peraltro i costi dei vigneti al metro quadro hanno delle cifre a sei zero. Paghiamo anche l’esclusività: il Cartizze non potrà mai raggiungere i quantitativi del Prosecco, la sua produzione si aggira intorno al milione e 400 mila bottiglie, ma non è un prodotto in crisi, anzi continua a mantenere la sua identità. Dal nostro punto di vista è comunque la fascia massima che si possa pagare per questo tipo di prodotto al supermercato, ma quasi anche in enoteca. Le qualità dei Prosecco di Valdobbiadene negli ultimi anni sono decisamente migliorate, anche se per “bere bene” bisogna spendere almeno otto o nove euro, oppure andare su un Prosecco di Asolo, che non tutti distribuiscono e che è in vendita (anche nei supermercati) a cifre che si aggirano intorno ai 10-12 euro. Tirando le somme, è corretto spendere anche qualche euro in più per questa esclusività, soprattutto se ha un riscontro qualitativo nel bicchiere. Ma quanto siamo disposti a spendere per questa tipologia di prodotto? Per tornare all’origine del discorso…non un centesimo di più!
Prezzo pieno: 13,99 euro
Acquistato presso: Bennet / Il Gigante
Francesco Paolo Valentini non è mai stato uno di quelli che, per dirla in gergo, la mandano a dire. Produttore di successo di vini e di olio nel suo Abruzzo, è stato ospite nei giorni scorsi della trasmissione Tg2 Insieme. Un’occasione imperdibile per cantarle manco fosse a San Remo. Nel mirino del vignaiolo, prima di tutto anche agricoltore, le pompose “dichiarazioni giornalistiche” in base alle quali, quella del 2015, è stata una vendemmia straordinaria.
“Bisogna sfatare il mito dell’annata siccitosa come garanzia di elevata gradazione alcolica del vino – ha dichiarato Valentini – perché non è vero: sussiste piuttosto una fittizia gradazione zuccherina, dovuta a disidratazione dell’acino, ma in realtà non c’è evoluzione, perché qualunque organismo vivente, vegetale e animale, per eccesso di caldo blocca la propria crescita”.
A tal proposito, Valentini ha eseguito uno studio delle vendemmie delle varietà Trebbiamo d’Abruzzo e Montepulciano della propria azienda, dal 1817 al 2007. “Fino agli anni Settanta del Novecento – ha spiegato Valentini – la vendemmia avveniva durante la prima metà del mese di ottobre. Poi un crollo, che corrisponde all’aumento dell’industrializzazione con ricadute dirette, evidentemente, sull’effetto serra”.
Nel 2007 abbiamo addirittura vendemmiato le nostre varietà il 31 agosto, perché a quella data avevano raggiunto la giusta maturazione zuccherina . Il problema è che la maturazione dell’uva non è solo quella zuccherina”.
C’è anche quella fenolica, importantissima, perché riguarda il corretto sviluppo nell’acino di aromi, colori e profumi che saranno poi trasferiti al vino. “Se noi andiamo ad analizzare i vinaccioli, cioè i semini dell’uva che ha la corretta maturazione zuccherina – ha evidenziato Valentini – vediamo che questi sono verdi, cioè non evidenziano più una corretta maturazione fenolica. Non hanno una colorazione marrone, cioè non c’è un processo di lignificazione. La stessa polpa, che aderisce ai vinaccioli, è aspra. E la materia colorante, le materie polifenoliche, sono instabili, cioè non mature”.
A RISCHIO LE PRODUZIONI ARTIGIANALI
Ma le anomalie non si fermerebbero qui. “Abbiamo assistito a un crollo di parametri come quello dell’acido malico – ha aggiunto il viticoltore – e i Ph tendono ad alzarsi. Durante la fermentazione tumultuosa, ovvero la fermentazione alcolica, chi non utilizza lieviti estranei come l’artigiano, nota che i lieviti hanno subito una trasformazione, ovvero hanno maggiore virulenza: le temperature di fermentazione spontanea, cioè non controllata, risultano particolarmente elevate. Noi artigiani siamo un avamposto e notiamo tutto”.
Per questo, secondo Francesco Paolo Valentini, “gli agricoltori dovrebbero avere il coraggio di raccontare le cose come stanno al posto di seguitare a raccontarci tutti gli anni la solita storiella dell’annata migliore di sempre“.
“Ci sono giornalisti con proprietà chiaroveggenti – ha denunciato Valentini – che sembrano predire l’esito di una vendemmia due o tre mesi prima che venga portata a termine. Nella vita ci sono priorità e l’utile non è solo quello economico. Abbiamo il dovere di informare l’opinione pubblica su quello che sta accadendo, in modo che si possano prendere provvedimenti“.
Sempre secondo Valentini, il danno riguarderebbe direttamente solo le piccole imprese vitivinicole. “Riuscire a gestire i cambiamenti climatici è difficile per noi, cerchiamo piuttosto di assecondare quello che accade, anche perché le nostre sono produzioni artigianali ed è fondamentale mantenere il pieno rispetto della materia prima, al contrario delle lavorazioni industriali che interferiscono con la materia prima. Riuscirci è sempre più difficile e sempre più improbabile e, alla lunga, non sappiamo come andrà a finire”.
“Nella lavorazione industriale – ha evidenziato Valentini – si riesce a sopperire a maturazioni che non sono complete, in un modo o nell’altro. Nella lavorazione artigianale questo non può avvenire”. Insomma, per Valentini la vendemmia 2015 sarà sì straordinaria. Ma solo per gli enologi delle grandi cantine.
La nostra visita alla Cantina Solive in Franciacorta parte da una terrazza con vista lago di Iseo. Ci troviamo su una collina morenica, nel territorio di Erbusco, luogo che la famiglia Bariselli ha scelto per la sua cantina.
Ci sono voluti ben otto anni di lavori prima di poterla inaugurare, nel 2010. Il protrarsi del cantiere è dovuto all’elaborata ricerca di materiali antichi, territoriali, particolari elementi architettonici imprescindibili, che andavano integrati in quella costruzione che “non voleva essere una cantina fredda e moderna, ma una cantina che richiamasse la tradizione rurale tipica dei luoghi circostanti e familiare”.
Purtroppo la giornata uggiosa non giova al panorama. La nostra guida, Paolo Turra, giovane enologo dell’azienda agricola Solive, spiega quali sono i vantaggi di questa posizione, a partire dal terroir.
“La Franciacorta – racconta – nasce dallo scioglimento di ghiacciai che hanno trasportato nella loro corsa a valle detriti di origine varia, che hanno creato lo scheletro di un terreno atto a produrre tanti vini di qualità con caratteristiche diverse. La Franciacorta, striscia di terra tra la Pianura Padana e le Prealpi, ha un alleato d’eccezione, il lago di Iseo, che mitiga le correnti fredde che arrivano dalle montagne portando grossi benefici sui vigneti che godono così di un clima asciutto”.
La vista, ci assicura Paolo Turra – e non abbiamo ragione di dubitarne – nella bella stagione è mozzafiato dalla terrazza Solive, teatro soprattutto in primavera e in estate di numerosi eventi.
LA STORIA
Scendiamo di un piano e Paolo Turra inizia a raccontare la storia della cantina, prendendo proprio spunto dal ritratto fotografico del Bariselli appeso lungo le scale.
“Solive è una delle più antiche realtà contadine della Franciacorta – spiega Turra (nella foto a sinistra) – la famiglia Bariselli sa cosa significa il sacrificio, l’impegno e la dedizione al lavoro. Tutto questo si è tramandato di generazione in generazione fino ad arrivare a Gian Mario, il quale conduce la cantina con gli stessi valori e la stessa etica dei suoi avi. Questo presuppone che Solive, a differenza delle cantine ormai industrializzate, abbia un amore immenso per il territorio franciacortino”.
La storia della Cantina Solive comincia nel 1898, data orgogliosamente espressa nel marchio. Ma, spiega Paolo Turra, che se parliamo di vini e cantina dobbiamo viaggiare avanti nel tempo: agli anni Settanta, data in cui sono stati acquisiti nuovi vigneti; al finire degli anni Novanta, con l’apertura dell’agriturismo con ristorazione; per poi giungere al 2010, anno dell’inaugurazione della cantina e della collezione Franciacorta Docg.
Raggiungiamo nel frattempo l’area fulcro della cantina, dove vengono accolte le uve per essere pressate. “La pressatura – spiega Turra – avviene direttamente con i raspi, è questo il motivo per il quale vengono utilizzate le presse a polmone negli spumanti e non dei torchi meccanici, per ottenere cioè una pressatura soffice che non vada a rompere i vinaccioli e i raspi, impedendo l’estrazione di polifenoli, tra cui i tannini, evitando di creare astringenza nella nostra base spumante”.
La vinificazione dello spumate rosé invece è leggermente diversa. “Effettuiamo due tipi di vinificazione per il Pinot nero, una vinificazione in bianco alla quale vengono tolte immediatamente le vinacce in maniera tale da non avere estrazione di colore, ottenendo così un mosto bianco, e una criomacerazione, macerazione a freddo a contatto con le bucce per 12-15 h a seconda della carica di antociani, ovvero di colore, all’interno della buccia, ottenendo una estrazione di colore fino ad arrivare a quello del rosé prestabilito. Quindi, per la formazione del nostro rosé effettuiamo tagli con i due tipi di vinificazione ottenendo sempre e comunque un 100% Pinot nero”.
LA FILOSOFIA DI SOLIVE
Dopo aver spiegato come si ottiene il vino base, successivamente imbottigliato per la presa di spuma e la seconda rifermentazione, Turra accompagna i visitatori al livello inferiore: migliaia di bottiglie riposano stipate in posizioni diverse a seconda dello stato di maturazione sulle fecce.
Qualcuna in posizione orizzontale, qualcuna in diagonale sulle pupitres e qualcuna in verticale, in ceste di acciaio, a testa in giù per altri 5/6 giorni, prima di essere condotte al macchinario che provvederà al congelamento dei lieviti esausti depositati nella bidulè e quindi proseguire il loro viaggio verso la linea di sboccatura, con aggiunta del liquer e imbottigliamento.
Oltre agli spumanti, la Cantina Solive produce due vini a denominazione di origine controllata Curtefranca, un bianco e un rosso, anche se la parte del leone spetta ovviamente al Franciacorta Docg, assestata sull’80% della produzione totale dell’azienda. “Solive produce solo vini millesimati – spiega l’enologo Turra – una scelta dettata dalla qualità che ne deriva. Penso sia giusto caratterizzare ogni anno la tipologia di vino senza ‘sistemarlo’ con vecchie annate, creando ogni anno un tipo di vino unico e
Ecco dunque come per Solive sia importante la “naturalità” dello spumante prodotto, che ne fa il tratto distintivo aziendale in tutta la Franciacorta e non solo. “Solive – continua l’enologo – è un prodotto vero e il suo punto di forza è la naturalità. Al nostro vino non facciamo aggiunte di nessun tipo, soprattutto con la liqueur d’expedition, per la quale usiamo sempre e solo il nostro vino, senza aggiunte di distillati aromatizzati. La freschezza e purezza non stanca mai, così come l’equilibrato”.
Tra il sacro e il profano, mentre passeggiamo per la cantina, Paolo Turra racconta episodi divertenti del suo lavoro. Il Franciacorta Docg è ritenuto talmente prezioso che spesso qualche ospite che non ha evidentemente capito come si produce un metodo classico pensa bene di appropriarsi in maniera indebita di qualche bottiglia che giace in rifermentazione. Non mancano quelli che vogliono degustare “il loro Prosecco”, presentandosi al cancello dell’azienda per chiederne “un paio di cartoni”.
A tal proposito gli chiediamo una sua opinione in merito alla confusione che regna in molti consumatori. “Tanta gente – evidenzia Turra – vuole bere del vino frizzante, magari spendendo poco, e si accontenta di questo, senza chiedersi cosa sta bevendo e se potrebbe bere di meglio, motivo per il quale la gente si dirotta sul Prosecco, che ha un costo inferiore”.
PROSECCO VS FRANCIACORTA
E i produttori cosa fanno per comunicare il loro prodotto efficacemente? “La Franciacorta – spiega l’enologo – è una realtà ormai da 40-50 anni e, nonostante i passi da gigante fatti siano molti, sono ancora relativamente pochi, soprattutto per l’estero. Sono fiducioso e credo che fra altrettanti anni Franciacorta sarà leader, non solo a confronto col Prosecco”.
Ritorniamo di sopra nel locale adibito a degustazione e vendita. Chiediamo espressamente di degustare il Pas Dosè, che ci è stato suggerito da un concorrente. Ci meraviglia all’assaggio l’effetto meno aggressivo, rispetto ad altri Franciacorta Docg degustati: le bollicine non sono invadenti e tendono a scivolare, ma soprattutto il gusto ‘amarognolo’ è ben equilibrato. La bottiglia, poi, è particolare: è trasparente, una scelta di immagine che, incalziamo l’enologo, rischia di esporre il prezioso contenuto all’effetto deleterio della luce.
“Il nostro prodotto di punta – spiega quindi Turra – è il Brut Docg Millesimato Giosèp, un 85% Chardonnay e 15% Pinot nero vinificato in bianco chiaramente, con 40 mesi minimo di affinamento sui lieviti, che quasi sempre supera i 50 mesi. Il dosaggio che va per la maggiore è quello del Saten, brut 5,5 g/l, anche se credo che il futuro del consumatore medio sarà il Dosaggio zero”.
NO ALLA GDO
“Vi sono cantine – dichiara Turra – che producono meno bottiglie e vendono tutto in grande distribuzione. Il motivo di questa scelta è che Solive è un prodotto di qualità, curato nei minimi dettagli, con cura e passione. Preferiamo che abbia un mercato più limitato ma costituito da consumatori che lo sappiano apprezzare appieno; gente che passi in cantina a conoscerci e a conoscere il nostro mondo, oltre al nostro modo di lavorare. Che ci apprezzi anche per questo e non solo per il prodotto”. Il cliente “tipo” di Solive ha un’età compresa tra i 25 e i 60 anni, con diverse disponibilità economiche.
“La nostra serietà e qualità – evidenzia Turra – è riconosciuta sia dall’operaio sia dall’imprenditore benestante”. Sul sito Internet della cantina è presente la sezione shop. Chiediamo a Paolo Turra come viene curato questo aspetto, se si tratta solo di fatturato incrementale che non richiede una particolare gestione, e in generale la sua opinione sull’e-commerce nel settore dei vini.
“Lo shop sul nostro sito è aperto da poco, nemmeno un anno – evidenzia l’enologo – devo dire che per adesso incide molto di più la mail spedita in cantina per prenotare l’ordine, ma credo che l’e-commerce sia il futuro, ormai tutto si guarda, si impara, e si compra con un click sul divano di casa. Questo aspetto lo reputo favorevole e triste allo stesso tempo”.
“Comodo, soprattutto per chi magari abita lontano esempio, sud-Italia e viene in vacanza in Franciacorta, apprezza il nostro prodotto e può rimanere sempre in contatto con la nostra realtà. Sfavorevole, purtroppo, poiché da un lato ha accentuato la pigrizia di alcune persone, le quali piuttosto che fare un giro in cantina per toccare con mano la realtà e il mondo del vino, preferiscono fare un click sul divano. Ma questo vale non solo per il mondo del vino, si sa le comodità rendono l’uomo pigro”. Un rischio che non ci sfiora neppure da lontano.
“IL VINO IN TAVOLA”
Le aziende aderenti promuoveranno nell’arco della giornata eventi di diversa natura. Si va dal corso di bon ton a tavola, all’abbinamento vino e cibo (rigorosamente fatto tra chef, produttrice e sommelier donna), passando per veri e propri corsi su come si comunica il vino alle donne e tanto altro ancora. Oltre venti cantine condotte da donne daranno vita a un evento primo in Italia che insieme vuol celebrare l’importanza della donna nella società, ma ancor più in un settore, quello del vino, che ancora oggi è visto dal punto di vista dell’uomo. “Un’iniziativa che vale anche una scommessa – dice la Presidente delle Donne del Vino, Donatella Cinelli Colombini – ma che potrà essere un punto di riferimento nel tempo per sviluppare un cambiamento di approccio delle consumatrici di vino che oggi sono sempre in numero maggiore e sempre più esigenti”. L’elenco delle cantine partecipanti e i relativi programmi sarà disponibile su www.festadonnedelvino.it
Ha chiuso con un grande successo di pubblico la prima edizione di Enovitis, l’evento organizzato da Unione Italiana Vini e Veronafiere presso la Fieragricola di Verona. Il programma di promozione delle tecnologie per la viticoltura ha infatti catalizzato l’attenzione degli operatori della filiera che in gran numero hanno partecipato ai diversi eventi in programma
dal 3 al 6 febbraio scorsi. “Innovazione” e “aggiornamento professionale” sono state le parole d’ordine dei workshop tecnico-scientifici e dei seminari Tergeo, che hanno puntato i riflettori su tematiche di grande attualità “con lo scopo di rispondere in modo concreto alle esigenze della viticoltura e olivicoltura moderna”. Grande affluenza anche al Sensory Bar curato Unione Italiana Vini dove, attraverso degustazioni guidate e sessioni formative di analisi sensoriali, è stata posta all’attenzione del pubblico un’ampia selezione di vini e olii italiani. All’appuntamento scaligero il Sensory Bar si è presentato con la nuova brand identity, volta a sottolineare il suo ruolo attivo quale attività originale di servizio nella promozione del food & beverage. “A Fieragricola, con Enovitis, è nato un nuovo ‘luogo’ – ha commentato Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere – dove l’esposizione della migliore tecnologia di settore ha trovato il suo naturale completamento. La partnership con Unione Italiana Vini per identificare nel brand Enovitis un punto di riferimento europeo per la promozione delle tecnologie per la viticoltura ha centrato l’obiettivo”.
PROSSIMA TAPPA: LA PUGLIA
Il prossimo appuntamento in questa direzione sarà la prossima edizione di “Enovitis in campo“, che si svolgerà in Puglia, a Corato, provincia di Bari, nella tenuta Torrevento. Il 17 e 18 giugno prossimi sarà dunque dato largo spazio alle sperimentazioni in campo delle diverse attrezzature per l’impianto e la gestione del vigneto e dell’oliveto, con un’attenzione sempre alta anche all’aspetto della formazione e aggiornamento degli operatori. “Il successo di Enovitis a Fieragricola – ha commentato Francesco Pavanello, direttore generale di Uiv – conferma come per gli operatori della filiera sia sempre più strategico e irrinunciabile poter accedere a contenuti qualificati di innovazione che possano favorire lo sviluppo e la crescita del settore in un’ottica di sostenibilità globale. Ma conferma anche come la vera innovazione nasce solo quando sono coinvolti, in un sistema di relazioni forte e sinergico, tutti i soggetti e i livelli della filiera. La ricerca teorica che accoglie e studia i bisogni delle aziende e la ricerca applicata, quella dei fornitori di servizi, prodotti e attrezzature, che li interpreta e li concretizza in soluzioni produttive”.
BOOM DI ISCRIZIONI ALLE “UNIVERSITA’ DELLA TERRA”
Un interesse, quello per la terra e per le tecnologie legate alla sua coltura, che viene confermato anche dai dati diramati in mattinata da Coldiretti, anche se riferiti alla sola Lombardia. E ‘ un vero e proprio boom, di fatto, quello che registrano le cosiddette “Università della terra”. Negli ultimi cinque anni gli iscritti alla facoltà di Scienze Agrarie Alimentari e Ambientali della Cattolica nei campus di Piacenza e Cremona sono aumentati di quasi il 60%, mentre alla Statale di Milano la crescita sfiora il 48%: si è passati da 2.712 a oltre quattromila studenti. E’ quanto emerge da una ricerca di Coldiretti Lombardia sul successo delle facoltà agricole, tanto che dal 2010 a oggi sono cresciute anche le nuove immatricolazioni: +86% per le Scienze agrarie in Cattolica, +47% per Veterinaria alla Statale di Milano e +13% per Scienze agrarie e alimentari sempre nell’ateneo meneghino.
Il nome peccaminoso ed allusivo folgora come un colpo di fulmine. Se parliamo di amante le allusioni fioccano, gli scheletri nell’armadio pure, in qualche caso. Avranno voluto essere allusivi anche quelli del marketing delle Cantine Ca’ del Sette? La prima allusione riguarda tuttavia l’etichetta, che tra l’altro ricorda quella di un Amarone.
Di colore rosso con riflessi violacei, il vino Amante Rosso Veronese Igt Ca’ del Sette si presenta al naso con una complessità interessante. Inizialmente un aroma intenso di ciliegia e frutti rossi maturi, poi sentori erbacei seguiti da note speziate, un mix davvero invitante e non banale. Nel calice è corposo, denso, 13,5% di alcol in volume che potrebbero dare alla testa, come un amante di tutto rispetto. Al gusto è caldo, il tannino è calibrato ed avvolgente, vellutato e con un finale persistente. Consigliamo di aprirlo almeno mezzora prima di consumarlo, perché in grado di evolversi in positivo. Il retrogusto di ciliegia e cioccolato indicato in etichetta è concreto, noi lo percepiamo come il sapore di ovetto al cioccolato con sorpresa, senza fare nomi. E sorpresa è stata con questo vino: sicuramente l’armonia, la dolcezza data dall’alcolicità, la morbidezza di questo vino che ricorda l’Amarone e anche un po’ il Ripasso. Si abbina a carni bianche e rosse, selvaggina e formaggi freschi e stagionati. Maliziosamente perfetto anche per il San Valentino in arrivo. Il tema della “tresca” curiosamente ritorna anche nel sistema di vinificazione. Abbiamo scoperto che è frutto di ben tre vinificazioni distinte.
LA VINIFICAZIONE
Il vino Amante Rosso Igt Veronese Ca’ del Sette è infatti prodotto con un blend di uve Merlot per il 60%, Cabernet Sauvignon 30% e Corvina 10 %, sottoposte prima ad appassimento in vigna. La prima vinificazione interessa il Merlot, la seconda il Cabernet Sauvignon e infine alla terza, che interessa il Corvina, viene aggiunto il vino ottenuto dalla prime due, in seguito sottoposto ad affinamento di quattro mesi in acciaio. La vinicola Ca’ del Sette si trova a Gambellara, in provincia di Vicenza. Oggi è gestita da Matteo Pontalto e da Elisa Dian, che ha ereditato dalla nonna l’amore per il vino. L’azienda, pur avendo radici nell’800, è nata negli anni 50 dalla passione di una donna, la nonna di Elisa Dian appunto. Una enologa donna in quegli anni, quando le donne avevano da poco ottenuto il diritto di voto, si può considerare una figura all’avanguardia. Questa avanguardia è portata avanti dalla nuova generazione, che oggi gestisce una cantina moderna attrezzata con le migliori tecnologie, un laboratorio chimico interno che segue tutte le fasi di produzione e anche un’azienda proiettata al futuro e a cogliere le nuove opportunità di mercati come quello asiatico, grazie all’apertura di un punto vendita a Hebei, in Cina. “Il piacere non si può spiegare a parole, noi ci siamo riusciti con il gusto”, cita il loro claim. E siamo concordi. Non ci resta che andare alla ricerca degli altri due prodotti attualmente in vendita in gdo, “Bacca del Merlo”, vino bianco, e “Stranero”, vino rosso prodotto col medesimo uvaggio dell’Amante. Sperando nel cosiddetto ritorno di fiamma.
Prezzo pieno: 5,99 euro
Acquistato presso: Famila