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Vini al supermercato

Soave Doc Classico Terre del Vulcano, Corte Allodola Cantina Lidl

(4,5 / 5) Eccolo qui – ma non ditelo a Slow Food & Co. – un altro valido prodotto della cantina vini Lidl. Parliamo del Soave Doc Classico Terre del Vulcano, prodotto e imbottigliato all’origine dalla società agricola Corte Allodola di Monteforte d’Alpone, in provincia di Verona. La vendemmia sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it è la 2014.

LA DEGUSTAZIONE
Il Soave Doc Classico Terre del Vulcano Corte Allodola si presenta nel calice di un giallo paglierino con lievi riflessi verdognoli. Limpido, trasparente e intenso il colore che espirme. Come intenso risulta al naso: pulito, esente da anomalie, nonché elegante. La natura dei profumi va dal florale al fruttato.

Chiari i richiami a un delicato e fresco biancospino, ma anche alla margherita. Presenti anche note agrumate di limone, in uno sfondo minerale che sfocia – a vino ormai ben ‘aperto’ nel calice – in un punte speziate di zenzero che ci portano a definire l’olfatto complesso.

Ottime premesse, dunque, quelle che conducono all’esame gustativo. Al palato il corpo è buono, l’alcolicità calda. Il Soave Doc Classico Terre del Vulcano Corte Allodola risulta morbido, secco, leggermente più sapido che fresco: aspetto che ci porta a definire comunque la beva equilibrata, considerato che siamo di fronte a una tipologia di vino che fa della mineralità un’arma vincente.

In bocca troviamo mela, Pera Kaiser, mandorla. Ma a incuriosire è una curiosa nota di liquirizia dolce, che ci conduce verso un finale nuovamente fresco e sapido, di sufficiente persistenza. Fine e intenso anche il retro olfattivo. Maturo lo stato evolutivo per la vendemmia 2014. L’abbinamento in cucina? Ottimo come aperitivo, può essere servito in accompagnamento a piatti a base di pesce e verdura.

LA VINIFICAZIONE
La zona di origine di produzione del Soave Doc Classico Terre del Vulcano è quella del Comune di Monteforte D’Alpone e Soave, dove si trovano parte dei 40 ettari totali in conduzione dell’azienda agricola Corte Allodola.

Il suolo è di origine vulcanica, così come suggerisce lo stesso nome di fantasia assegnato a questo Soave Doc Classico realizzato in esclusiva per la catena di supermercati Lidl. La forma di allevamento prevalente è la tradizionale Pergoletta Veronese.

Le uve utilizzate, come da disciplinare, sono la Garganega e il Trebbiano di Soave, quest’ultimo addizionato con una percentuale del 15% rispetto all’uvaggio principe della zona. Corte Allodola, per i curiosi, è una società commerciale fondata nel 2013, cui rispondono due società agricole a conduzione famigliare, giunte alla quarta generazione.

Dai 40 ettari vitati, collocati interamente sul territorio del Veneto, provengono le uve che finiscono poi trasformate in un volume d’affari che si aggira sulle 600 mila bottiglie l’anno. Per Lidl, Corte Allodola non realizza solo il Soave ma anche il Pinot Grigio Veneto, il Rosso Veneto Igt, l’Amarone e il Ripasso.

Prezzo pieno: 3,99 euro
Acquistato presso: Lidl

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Vino italiano, dal metanolo al record delle esportazioni

Il vino ha fatto segnare nel 2015 il record storico nelle esportazioni che hanno raggiunto il valore di 5,4 miliardi con un aumento del 575% rispetto a 30 anni fa quando erano risultate pari ad appena 800 milioni di euro. E’ quanto affermano la Coldiretti e la Fondazione Symbola sulla base del Dossier ‘Accadde domani. A 30 anni dal metanolo il vino e il made in Italy verso la qualità’. Trenta anni fa, nel marzo 1986, in seguito
alle segnalazioni di alcuni casi di avvelenamento registrati a Milano, è dato l’incarico al sostituto procuratore della Repubblica Alberto Nobili di fare luce su quello che sarebbe stato un clamoroso scandalo del settore alimentare: il vino al metanolo. Vittime, decine di intossicati, inchieste giudiziarie e l’immagine del Made in Italy alimentare drammaticamente compromessa in tutto il mondo, ma anche un nuovo inizio con la rivoluzione che ha portato il vino italiano alla conquista di storici primati a livello nazionale, comunitario ed internazionale. Il risultato è che oggi nel mondo 1 bottiglia di vino esportata su 5 è fatta in Italia che si classifica come il maggior esportatore mondiale di vino. Il 66% delle bottiglie di vino esportate dall’Italia sono Dog/Doc o Igt. In termini di fatturato il primo mercato del vino Made in Italy con il valore record delle esportazioni di 1,3 miliardi di euro sono diventati gli Stati Uniti che hanno sorpassato la Germania che rimane sotto il miliardo davanti al Regno Unito con oltre 700 milioni di Euro. Ma negli ultimi anni si sono aperti nuovi mercati prima inesistenti come quello della Cina dove le esportazioni di vino hanno superato gli 80 milioni di euro nel 2015. Nel 2015 rispetto all’anno precedente le vendite hanno avuto un incremento in valore di oltre 13% negli Usa, mentre nel Regno Unito l’export cresce dell’11% e la Germania rimane sostanzialmente stabile. In Oriente le esportazioni sono cresciute sia in Giappone sia in Cina rispettivamente in valore del 2% e del 18%. Negli Stati Uniti – continuano Coldiretti e Symbola – sono particolarmente apprezzati il Chianti, il Brunello di Montalcino, il Pinot Grigio, il Barolo e il Prosecco che piace però molto anche in Germania insieme all’Amarone della Valpolicella ed al Collio.

Lo spumante è stato il prodotto che ha fatto registrare la migliore performante di crescita all’estero con le esportazioni che sfiorano per la prima volta il record storico del miliardo di euro nel 2015. Il risultato è che all’estero si sono stappate piu’ bottiglie di spumante italiano che di champagne francese, con uno storico sorpasso con il 2015 che si chiude con volumi esportati pari ad una volta e mezzo quelli degli spumanti transalpini (+50%). Nella classifica delle bollicine italiane piu’ consumate nel mondo ci sono nell’ordine il Prosecco, l’Asti, il Trento Doc e il Franciacorta che ormai sfidano alla pari il prestigioso Champagne francese. Per quanto riguarda le destinazioni, la classifica è guidata dal Regno Unito con circa 250 milioni di euro e un incremento del 44% nel 2015, ma rilevanti sono anche gli Stati Uniti con circa 200 milioni ed un aumento del 26% a valore.

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Svolta estera per la Strada del Vino Soave: il turismo agricolo è la nuova frontiera

L’Italia offre da nord a sud tanti itinerari artistici, storici ed enogastronomici che attirano da sempre numerosi visitatori. Il territorio di Soave, nella provincia di Verona, con le sue colline e la sua posizione strategica, facilmente raggiungibile grazie ai collegamenti autostradali e su rotaia è una destinazione sempre più ambita da turisti
italiani, ma soprattutto da tedeschi e nord europei. Ed è proprio nell’ottica di portare sul territorio più stranieri che Paolo Menapace, presidente dell’Associazione Strada del vino Soave, ha incaricato l’agenzia veneziana Acquaforte Travel di realizzare pacchetti turistici ad hoc nelle terre del Soave. La zona è conosciuta all’estero soprattutto per il vino, ma vanta anche produzioni agricole eccellenti e di nicchia che possono essere un importante strumento di promozione. ”Desideriamo rendere sempre più variegata e qualificata la nostra offerta turistica, aumentare la visibilità delle nostre aziende agricole nei mercati esteri, promuovere i nostri prodotti a denominazione, scambiare conoscenze e informazioni tra professionisti del settore” ha affermato Paolo MenapaceAcquaforte Travel è un’azienda giovane, ma con una pluriennale esperienza nel settore dell’incoming in Italia. ”Chi viene in Italia vuole conoscere la storia, l’arte e la cultura, ma anche entrare in contatto con il territorio e le tradizioni gastronomiche del nostro Paese” hanno dichiarato gli operatori dell’agenzia che sono già all’opera per realizzare proposte di soggiorno  sulla Strada del vino Soave per la visita alle aziende agricole del territorio.
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visite in cantina

I Vini delle Sabbie di Corte Madonnina: viaggio al delta del Po, nel cuore della Doc Bosco Eliceo

Forse non tutti sanno che nella zona di Ferrara si producono i Vini delle Sabbie. Che cosa sono? Che caratteristiche hanno? Per scoprirlo siamo andati a visitare Corte Madonnina, un produttore locale che ci ha accolto con stupore ed entusiasmo, perché il loro prodotto è davvero sconosciuto e la battaglia è farlo conoscere. Corte Madonnina si trova sulla statale che dai Lidi Ferraresi porta verso l’Abbazia di Pomposa, verso il bosco della Mesola e Goro, proprio all’interno del Parco Regionale del delta del Po. Luogo affascinante, che attira numerosi turisti in visita al punto d’incontro tra il grande fiume e il mare Adriatico. La Doc del Bosco Eliceo è nata nel 1989 e si sviluppa proprio su una striscia costiera di circa venti chilometri tra le bocche del Po di Goro e la foce del Reno, nel Ravennate. All’interno di questa Doc vengono prodotti quattro vini: due rossi, il Fortana e il Merlot e due vini bianchi, Sauvignon e Bianco del Bosco. Il nome Bosco Eliceo, racconta Vittorio Scalambra, socio dell’azienda vitivinicola Corte Madonnina, deriva dal vecchio bosco di lecci che esisteva prima di essere tagliato per volontà papale, quando lo Stato Pontificio subentrò agli Estensi. Il vitigno principe di questa Doc è il Fortana, o Uva d’oro, sulla quale ci sono diverse leggende anche di regale origine. Delle leggende ognuno sceglie quella che preferisce. Ma Vittorio Scalambra va ben oltre. Si è documentato e ha scoperto che in realtà non esistono fonti storiche che lo ricolleghino agli Estensi. Per le origini del Fortana bisogna andare ancora più indietro sulla linea del tempo. E approdare tra gli Etruschi e tra i Greci, ben prima della corte degli Estensi. La cosa importante che vuole sottolineare Vittorio Scalambra è che il Fortana è uno dei vitigni autoctoni più antichi e soprattutto a piede franco.

ALLE ORIGINI DEL MITO
Il nome “Vini delle Sabbie” invece è dettato dal terroir. I terreni su cui qui si coltiva qui la vite da secoli sono prettamente sabbiosi. La composizione del terreno va dal 50% sabbioso nelle località più interne fino ad oltre il 90%  più a ridosso del mare, dove troviamo i vigneti di Corte Madonnina. ”Ma dove sono le vigne?” chiediamo all’imprenditore. ”Sarebbe bello averle qui vicino alla cantina – scherza Vittorio – ma dovete sapere che qui non è come altre zone d’Italia! Siamo praticamente sotto il livello del mare, mica in collina, anzi praticamente questa è una collina rovesciata”. ”Se coltivassimo le viti a questo livello otterremmo uve annacquate. Le vigne sono a pochi km, allevate con il metodo Geneva Double Courtain (Gdc), su cordoni di dune che altro non sono che innalzamenti di terreno di un paio di metri: le radici delle viti scavano per meno di 80 centimetri, ma anche se il terreno è umido vanno bagnate lo stesso, se no qui muore tutto”. Quali sono i vantaggi della coltivazione sulla sabbia? Lo chiediamo a Vittorio Scalambra. ”La sabbia – spiega il viticoltore – ha permesso a questo vitigno di resistere alla piaga della filossera, che in questo tipo di terroir non sopravvive. Se l’insetto depositasse le uova, queste verrebbero trascinate giù nei tunnellini che si formano nella sabbia. Dal punto di vista del vino invece, il suolo conferisce una sapidità ed un carattere unico”. L’azienda Corte Madonnina nasce negli anni Sessanta per volontà del padre di Vittorio, Natale Scalambra, al quale sono succeduti i figli. Vittorio si è sempre dedicato alla vigna, ha avuto qualche anno di “pausa milanese” dopo la quale è tornato, nel 2013, per affiancare la sorella nella gestione aziendale. Si occupa ancora della vigna, della parte commerciale e del web. In cantina è supportato da un bravo enologo, del negozio si occupa sua sorella. Se dovessimo definire con una parola Vittorio Scalambra ne dovremmo usare tre: “Pim, pum, pam”. È un modo di dire che usa frequentemente, intercalare che delinea il suo essere una persona pratica, pragmatica e vivace. È un grande oratore, ma non vuole farsi fotografare. Per quanto riguarda il suo business racconta: ”Lavoro prettamente con il turismo, con le persone che passano da qui per andare a visitare l’abbazia o il delta del Po e si fermano quando vedono le botti”.  Gli chiediamo se possiamo trovare i suoi vini anche nel canale horeca e grande distribuzione.

CORTE MADONNINA
”Corte Madonnina produce al momento circa 50 mila bottiglie – evidenzia Vittorio Scalambra – solo 5000 vanno in grande distribuzione, ma con un’altra etichetta perché non voglio legarla troppo all’azienda, anzi spero di uscire presto da questo canale”.  Per quanto riguarda l’horeca, invece, il vignaiolo è ancora più deciso: ”Non tocchiamo questo tasto! Premesso che una piccola realtà come la mia, con un prodotto in vendita in cantina a 5 euro non può permettersi un rappresentante a cui versare provvigioni, sono io ad andare in giro, ma ogni volta mi arrabbio quindi lo faccio sempre meno”. Il motivo della rabbia di Vittorio è chiaro: i ristoratori locali “non vogliono prendersi la briga di veicolare i prodotti territoriali – spiega – e preferiscono prodotti più facili da comunicare, prodotti che parlano da soli”. In effetti, sulla carta dei vini dei ristoranti il Bosco Eliceo non si trova. A noi di vinialsupermercato.it hanno provato a spacciare il Pignoletto di Righi, Lambruschi vari, Sangiovese e addirittura il Malbec. La Doc del Bosco Eliceo si è fatta una brutta reputazione in passato a causa della scarsità qualitativa. “Ma ora la qualità è nettamente migliorata”, assicura l’imprenditore, che poi ci spiega la sua visione delle catena commerciale che passa dal ristorante. “I ristoratori – sostiene Scalambra – non hanno voglia di sperimentare ed impegnarsi. I camerieri, peraltro, nella maggior parte dei casi non hanno la formazione adeguata per veicolare prodotti di non semplice lettura.  Stessa storia in gdo, dove non sono capaci di comunicare il prodotto. Chissà dove me lo mettono e come lo percepisce il cliente!”. ”C’è una grande ignoranza nel mondo del vino – aggiunge il viticoltore – anche se ultimamente le cose vanno meglio, perché in fondo alla catena ci sono i consumatori consapevoli, gli enoturisti”. E’ questo il cliente “Doc” secondo il titolare di Corte Madonnina. Quello che vuole raggiungere per risalire il fiume al contrario: il consumatore che educa il ristoratore e detta le regole del mercato.

VINI SNOB(BATI)?
Eppure, prosegue, ”basterebbe così poco, ovvero chiedere al turista che ordina il vino se lo vuole territoriale o meno e sono certo che il turista sceglierebbe il territorio”. “Questo andrebbe a vantaggio del ristoratore stesso, che potrebbe incrementare le vendite, lavorando sulla quantità visto che i nostri prodotti hanno prezzi contenuti, sono leggeri non sono vini strutturati, si può bere qualche bicchiere in più senza problemi”. E’ una lotta, quella con la ristorazione, che Vittorio Scalambra è stannco di combattere, lasciando spazio ai suoi colleghi. Per fortuna con il turismo lavora bene, i clienti ritornano. Ma se ci fosse più collaborazione anche da parte degli altri operatori del territorio tutto il comparto ne trarrebbe beneficio, perché i turisti stanno al vino come il vino sta al turista. Sono direttamente proporzionali. Ma come mai così pochi i produttori? si contano su una mano. Ce lo spiega Vittorio Scalambra. ”Lavorare la vite ed il vino si fa fatica – spiega – e qui hanno estirpato tutte le vigne per dare spazio all’agricoltura, paradossalmente si guadagna più con le patate che con il vino e questa è una zona molto fertile, si possono fare più raccolti all’anno”. In questo contesto ci racconta quali sono i suoi progetti come imprenditore e come uomo. ”Da una parte mi piacerebbe piantare nuove vigne – ammette – quelle attuali hanno circa 20 anni, ma ci vorrebbero troppi anni per vederne i frutti, almeno una decina, ed io sono già vecchio. Per ora voglio puntare molto sui Vini delle Sabbie, che in termini di marketing hanno un nome più facile da ricordare rispetto al Bosco Eliceo. Ho rifatto il sito, a breve sarà presente anche l’e-commerce e spero di attirare sempre più turisti grazie ad Internet, abbiamo una posizione strategica e voglio spingere su questo”‘.

Vittorio Scalambra è alla vigilia dell’esame finale per diventare sommelier Ais. ”Ho scelto di studiare da sommelier proprio perché volevo capire, da sommelier e da consumatore cosa si poteva sentire nel mio vino e soprattutto se è buono”. I vini si dividono “solo in due categorie”, secondo Vittorio. Quelli fatti bene e quelli no. Poi arriva il gusto personale, che varia da persona a persona. ”Il mio obiettivo per il momento è continuare a fare vini qualitativi – spiega – l’annata 2015 è stata eccezionale e per noi rappresenta un punto di svolta, la vendemmia è tutta meccanica, ma sto cercando di fare una parte di raccolta manuale per migliorare alcune produzioni. Voglio dare soprattutto piacevolezza della bevuta con un prodotto di qualità. E’ un percorso partito tre anni fa, sto ancora imparando, ci vuole il suo tempo. Quando il mio vino avrà raggiunto standard qualitativi di eccellenza – continua il vulcanico vignaiolo – partirò con altri progetti, non escludo di associarmi al Movimento Turismo del Vino”. Gli chiediamo se vede anche un futuro bio per Corte Madonnina, visto che è un segmento in crescita e lui è molto attento ai trends.”. È un tema che mi interessa – ammette Vittorio Scalambra – la nostra coltivazione è quasi bio anche nel nostro interesse, perché i trattamenti costano, ma è un discorso, quello della certificazione, che voglio approfondire nel medio termine. Non tutti possono fare bio, c’è il risvolto della medaglia. Se è vero che in questa zona scampiamo la filossera è altrettanto vero che siamo a rischio di altri tipi di attacco e non voglio con il bio bloccarmi e non poter trattare la vigna in caso di parassiti come la Peronospora. Devo studiare bene la questione ed il disciplinare”. Il biodinamico lo fa sorridere invece, è un po’ scettico su teorie del cosmo e qui viene fuori tutto il suo pragmatismo.

I PRODOTTI DI CORTE MADONNINA
Ma andiamo finalmente a conoscere i suoi prodotti. La degustazione inizia dal Fortana rosso frizzante. ”Avete mangiato la salamina da sugo con il purè?”, ci chiede Vittorio. Spiega, da quasi sommelier, che si tratta di una specialità locale, è un piatto grasso e strutturato. Qualche giorno fa glielo hanno servito con un barolo. La teoria vuole piatto strutturato con vino strutturato, ma Vittorio lo avrebbe servito col suo Fortana, avrebbe fatto un abbinamento di valorizzazione che premia o il vino o il piatto. Ha studiato e vuole condividere la lezione. Col suo abbinamento avrebbe valorizzato il piatto tipico ferrarese, pietanza grassa, che il Fortana frizzante avrebbe “sgrassato”. ”Ho fatto bene il mio lavoro?” ci chiede mentre degustiamo. È una persona di spirito, da buon romagnolo, con lui si può scherzare e allora lo canzoniamo: non ha usato il cavatappi di ordinanza, ma il cavabuscion domestico! Confessa che lo preferisce e che lo porterebbe volentieri dietro come sommelier.  Il suo vino Fortana frizzante è leggero, solo 11,5% di alcol. Gradevole, dal sorso invitante, fresco e con una tannicità accennata. ”Quando uno beve il mio vino sorridendo e con piacere come state facendo voi, il mio lavoro è fatto, sono contento così”, conclude Vittorio. Il mondo del vino in Italia è variegato: non ci sono solo le grandi regioni, le grandi Docg con le loro politiche. Ci sono anche tanti piccoli produttori e realtà territoriali che vanno valorizzate. Ogni vino ha il suo perché, ha il suo contesto e merita una dignità. Quella per il quale ‘personaggi’ come Vittorio Scalambra sgomitano ogni giorno. A buona ragione.

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Vignaioli naturali, superato il regolamento Europeo 203/2012: ecco il protocollo dei vini “liberi e bio”

Il mercato dei vini naturali, biologici e biodinamici è in crescita e l’Italia è sempre più protagonista di questo trend. I vigneti biologici sono in aumento, gli ultimi dati parlano di circa l’11% della superficie vitata coltivata secondo queste metodologie con picchi fino al 25% in Sicilia. L’interesse dei consumatori è altrettanto alto in materia: la riprova sono i numerosi eventi a tema vini naturali da nord a sud che attirano sempre più visitatori. ”Tutte queste iniziative dimostrano che è stato finalmente accertato il valore del vino naturale, che non è solo una moda: è maturata in produttori e consumatori una nuova consapevolezza”, spiega Tiziana Gallo che distribuisce vini naturali e organizza ogni anno le rassegne Vignaioli naturali a Roma e Vignaioli delle Langhe. Ma cosa prevede la disciplina dei vini bio? Al momento esiste un regolamento Europeo, il 203/2012. Per poter essere riconosciuti e certificati come Bio i produttori devono seguire un disciplinare in vigna ed in cantina che prevede sostanzialmente una serie di restrizioni in termini di pratiche enologiche e coadiuvanti. Le uve devono essere coltivate senza concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi e pesticidi in genere e soprattutto senza impiego di ogm, in cantina la vinificazione deve essere eseguita con l’utilizzo di prodotti e modalità autorizzate e con limitazione dei contenuti di solfiti.

Ispirandosi alla francese organizzazione Association des vin naturel, qualche giorno fa circa 40 produttori provenienti da differenti regioni hanno sottoscritto una lettera di intenti, un protocollo anche per difendersi dai produttori Bio a livello industriale che rischiano, in nome del business di accettare qualsiasi compromesso che si discosterebbe dalla loro visione e dalla loro etica. Secondo i vignaioli naturali, oggi sempre più associati e consociati, il vino è una risorsa alimentare corroborante e salutare come è stata conosciuta nei secoli e non prodotto costruito ad hoc, alterato e corretto sistematicamente in virtù delle regole di mercato. L’agricoltura deve essere biologica o biodinamica e anche autocertificata: sono disponibili a qualsiasi tipo di analisi che accerti i contenuti di fitofarmaci e solforosa. Le fermentazioni devono essere spontanee senza aggiunte di lieviti e batteri, senza aggiunta di coadiuvanti in nessuna fase di vinificazione, maturazione e affinamento e senza ulteriori trattamenti invasivi come osmosi inverse, pastorizzazioni, criovinificazioni. Questo in sintesi il contenuto del protocollo. Il Bio libero: è stato Oscar Farinetti a coniare questa espressione. Il prodotto deve essere autodisciplinato dai produttori stessi, liberi dalle normative europee e soprattutto dei costi per sostenere gli enti certificatori.

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Cocktail, è il Negroni quello preferito dagli italiani. E al Dreamplanet Award Cocktail Team Toscana 2016 trionfa Giacomo Ferrari

Tra i circa cinquanta cocktail riconosciuti a livello internazionale, quello che gli italiani preferiscono, secondo la Federazione italiana Barman , è il Negroni. Il cocktail a base di Gin, Campari e Vermouth rosso è infatti quello più ordinato, soprattutto all’ora dell’aperitivo. Un orgoglio particolare visto che il Negroni è nato in Italia, a Firenze per la precisione, negli anni Venti del XX Secolo presso il Caffè Casoni, grazie alla fantasia del conte Camillo Negroni il quale decise di sostituire al Seltz del suo amato Americano (altro tra i preferiti) del Gin per riassaporare il ricordo dei suoi viaggi londinesi. A distanza di quasi un secolo il Negroni resta una degli aperitivi più amati. Tra quelli di nuova generazione invece da segnalare i vari Sour, apprezzati soprattutto in discoteca dai più giovani, ma anche Long Island, Moscow Mule e il Cosmopolitan. La categoria conta 149.885 strutture in attività per un volume di affari complessivo di oltre 18 miliardi di euro. Ed è un lavoro ‘al femminile’ (60%) visto che 6 addetti su 10 sono donne, per un totale di 360mila addetti. In media si pagano 0,94 euro per un caffè, 1,27 per un cappuccino, 3 euro per un panino. Sono Valle d’Aosta, Sardegna e Liguria le regioni con la maggiore concentrazione di bar, mentre la Sicilia è fanalino di coda. Nel corso degli anni la presenza degli stranieri è cresciuta significativamente, sia tra gli imprenditori che tra i lavoratori dipendenti, con 45.950 addetti di nazionalità straniera e una percentuale sul totale del 21,5%. Ben il 17,1% del totale dei bar si concentra in Lombardia con oltre 25mila esercizi, 15.187 sono i bar del Lazio (10,2% del totale) e 13.859 in Campania (9,3% del totale). Il primo gradino del podio per concentrazione di bar spetta alla Valle d’Aosta, che risulta l’unica regione con un saldo positivo tra aperture e chiusure (515 bar sul territorio con un indice di densità per mille abitanti del 4%). Seguono Sardegna (5.056 esercizi con un indice di densità del 3,1%) e Liguria (5.601 bar con un indice di densità del 3,5%). Fanalino di coda la Sicilia , con 8.153 bar e un indice di densità che si attesta solamente all’1,6.

BARMAN, ECCO LE NUOVE “LEVE”

E con il suo Gin Fusion è Giacomo Ferrari (nella foto), 22 anni di Viareggio, il vincitore del “Dreamplanet Award Cocktail Team Toscana 2016”. Dodici i partecipanti alla competizione, andata in scena proprio ieri a Carrara Fiere durante la “Tirreno CT” per scegliere il migliore barman della Toscana da far entrare nella rappresentativa regionale. E’ quindi Ferrari, proveniente dai corsi FIB della provincia di Lucca il primo componente del “Cocktail Team Toscana” che rappresenterà la toscana alle finali 2016 del Cocktail & Apetizer Show che si svolgerà ad ottobre. Tante novità nei cocktail ma ha spiccare è stato proprio Gin Fusion perché è il risultato di una infusione a freddo di alcune erbe aromatiche insieme al distillato di base e poi filtrato e successivamente miscelato. A comporre la giuria: Maria Teresa Poli dell’Academy Toscana e Enrico Rovella Presidente Academy Piemonte. Anche per la 36esima edizione di Tirreno C.T. la Federazione italiana barman, la Fib , ha scelto questa fiera per lanciare i propri master professionali pensati per la formazione dei più giovani. “Fondamentale per creare un professionista che possa soddisfare le esigenze del cliente di oggi – spiega Mario Caterino, responsabile eventi della Federazione italiana Barman – formazione che non deve essere solo di tipo tecnico e pratico, ma anche di educazione nei confronti di chi ordina il cocktail”. Tre sono gli ingredienti che deve usare un barman per arrivare al successo: onestà, simpatia e buongusto. Lo dice la stessa Fib presentando i corsi. “Sono sempre di più i giovani interessati a questo mestiere – conclude Caterino – serve però passione e devozione per poterlo fare con professionalità e cura”.

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Vini al supermercato

Ribolla Gialla Doc Collio, Cantina Produttori Cormòns

(3 / 5) Sono forse un po’ troppi 13 euro per le emozioni che è in grado di regalare la Ribolla Gialla Doc Collio Cantina Produttori Cormòns. La vendemmia sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it è la 2014. Non certo un’annata felicissima, ma non per questo il vino in questione ha subito un deprezzamento sugli scaffali dei supermercati italiani, che lo espongono in sell out tra i 12 e i 14 euro. Di colore giallo paglierino intenso, con riflessi verdognoli, la Ribolla Gialla Doc Collio Cantina Produttori Cormòns si presenta limpida e trasparente. All’esame olfattivo risulta intensa, di carica “normale”. E’ la complessità che lascia qualche perplessità, parendo pressoché monocorde sul tema floreale, con qualche vena di limone a far capolino sullo sfondo. Definire “elegante” tale percezione ci sembra fuorviante. Al palato prevale su tutto una buona sapidità, ben calibrata con le note agrumate. Di fresca acidità, si fa desiderare in quanto a corpo e alcolicità. Aspetti che ci condono a giudicare “debole”, complessivamente, la beva: sufficientemente equilibrata. Il retro olfattivo si conferma leggero, mediamente fine. Poco persistente, per una vendemmia 2014 che speriamo di poter definire pronta, anche se i margini di miglioramento non sembrano poi così evidenti, visti i presupposti. Un vino, la Ribolla Gialla Doc Collio 2014 della Cantina Produttori Cormòns, che suggeriamo di abbinare ad antipasti leggeri e delicati. Oppure a primi come la zuppa di pesce e a secondi semplici (filetto di salmone o di trota salmonata), nonché alle carni bianche. Va prestata particolare attenzione alla temperatura di servizio: in inverno tra i 12 e i 14 gradi, mentre in estate non deve superare gli 8-10 gradi.

LA VINIFICAZIONE
La Ribolla Gialla Doc della Cantina Produttori Cormòns è ottenuta mediante vinificazione in purezza delle uve Ribolla gialla, la cui vendemmia inizia nelle prime settimane di settembre. Le uve vengono diraspate e macerate a freddo, al fine di conservare gli aromi. Segue poi la fermentazione a una temperatura controllata di 16 gradi, della durata di 15-20 giorni. Il vino viene quindi lasciato riposare per alcuni mesi, microfiltrato e dunque imbottigliato. L’affinamento avviene in gradi botti di acciaio. Nata sul finire degli anni Settanta, la Cantina Produttori Cormons è oggi costituita da oltre centocinquanta viticoltori che operano in una delle zone vitivinicole più vocate al mondo, il Friuli Venezia Giulia dalle zone vitivinicole più pregiate del mondo.

Prezzo pieno: 13,49
Acquistato presso: Iper

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birra

Boom della birra artigianale. E il Mastro Birraio fa tendenza

Giovane, proveniente da altri settori professionali. E soprattutto consumatore. E’ il profilo del “Mastro Birraio” di oggi, professione negli ultimi anni tornata alla ribalta grazie a un boom di consumo di birra e birra artigianale (e naturale) in particolare. A Tirreno C.T., la fiera dedicata al mondo dell’ospitalità e della ristorazione a CarraraFiere fino al 2 marzo prossimo, la presenza di micro birrifici è in forte aumento. Dato questo che va ad aggiungersi anche alla crescita in fiera di fornitori per questo comparto, con la tecnologia che cresce.

Dal punto di vista produttivo, ma anche e soprattutto della tecnologia legata a questa produzione. “Impressionante come quest’anno si sia andati incontro a una tendenza di crescita del genere – spiega Paolo Caldana, organizzatore di Tirreno C.T. – e uno dei motivi è che questa fiera rappresenta l’incontro tra operatori, in questo caso abbiamo puntato molto sia sull’aspetto fornitori che produttori”.

Il settore della birra artigianale è in forte crescita tanto che Coldiretti parla addirittura di 1.900% di micro birrifici negli ultimi dieci anni. Secondo i dati di Assobirra tra il 2010 e il 2014 il dato è quasi raddoppiato, sono passati da da 186 a 443 e oggi sono oltre 600 i piccoli stabilimenti artigianali che hanno sede in Italia e rappresentano quasi il 3% della produzione nazionale.

Sono quindi una realtà importante che è stata in grado di garantire oltre mille e cinquecento nuovi posti di lavoro, soprattutto giovanile. In termini di fatturato, sottolinea Unionbirrai, oltre il 60% dei birrifici guadagna tra i 100mila e gli 800mila euro, e oltre il 51% si avvale di personale a tempo indeterminato. E a crescere sono anche i volumi prodotti, 445 mila ettolitri in media in un anno, +2,2% rispetto al 2011 e pari al 3,3% degli ettolitri totali di birra prodotti in Italia.

QUANTA BIRRA SI BEVE
Sempre secondo Assobirra, la birra si beve tutto l’anno e addirittura sono stati 2,4 milioni di ettolitri quelli bevuto durante le feste natalizie. I consumi sono pressoché raddoppiati da 16,7 a 29 litri procapite in pochi anni.

E la “bevanda rinfrescante” di allora è al centro della curiosità del pubblico femminile, dato che l’Italia è il Paese con il più alto numero di consumatrici di birra in Europa (6 su 10), pur mantenendo il minor consumo procapite e un approccio a questa bevanda nel segno della moderazione e del consumo a pasto.

La birra è la bevanda alcolica preferita dagli under 54 (secondo uno studio Ipsos-AssoBirra) e nell’80% dei casi viene bevuta “a pasto”, quindi in modo responsabile e secondo uno stile di consumo definito “Mediterraneo”, ossia senza eccessi e in maniera consapevole.

Sempre secondo Coldiretti sono oltre 30 milioni gli appassionati consumatori di birra per un consumo procapite annuo di 29 litri, molto poco rispetto a Paesi come la Repubblica Ceca con 144 litri pro capite, l’Austria 107,8, la Germania 105, l’Irlanda 85,6, il Lussemburgo 85 o la Spagna 82. La birra italiana vola però all’estero con le esportazioni praticamente triplicate negli ultimi dieci anni con un aumento record del 28% nel 2015.

Il nostro Paese resta il mercato con i maggiori volumi di import di birra (pari a 6 milioni e 175mila ettolitri nel 2013), complice anche una competizione fiscale sleale da parte di vari paesi europei, fondata su norme nazionali poco rigorose sulla denominazione del prodotto (gradi plato) che permettono di commercializzare a prezzi molto competitivi (e con una tassazione più bassa) birre di minor qualità, che rischiano di mettere fuori mercato gli operatori italiani.

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Vini al supermercato

Cerasuolo di Vittoria Docg 2014, Judeka

(4 / 5) Eccoci a recensire il secondo prodotto dell’Azienda vitivinicola Judeka, inserito di recente sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Dopo il Frappato Vittoria Doc, la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it si concentra sul Cerasuolo di Vittoria Docg 2014 Judeka. Un vino più austero del precedente, in grado di aggiudicarsi la medaglia d’argento al Decanter World Wine Awards 2014. Di fatto, le differenze sono tutte nell’utilizzo di differenti uvaggi: se il Frappato Vittoria Doc è ottenuto mediante vinificazione delle sole uve Frappato in purezza, il Cerasuolo di Vittoria, unica Docg siciliana, viene prodotto grazie al blend tra Nero D’Avola (60%) e lo stesso Frappato (40%). Nasce così un vino leggermente più alcolico, 13,5 gradi contro i 13% del Frappato, capace anche in questo caso – vera particolarità – di essere abbinato divinamente a piatti di pesce come il tonno al naturale, appena scottato, o all’aceto balsamico, oltre che a piatti della tradizione sicula e alla carne in generale. Nel calice, il Cerasuolo di Vittoria Docg Judeka si presenta di un rosso brillante. Al naso frutti a bacca rossa come lampone, amarena e melograno, su uno sfondo più austero e “legnoso” tipico del Nero D’Avola, con speziatura al pepe nero. Al palato è molto sapido, caldo, con i frutti rossi lunghi e carnosi che sembrano allungarsi direttamente dall’olfatto alle papille gustative. La freschezza della beva, assieme a un’alcolicità invitante, suggeriscono i sorsi verso un finale che richiama nuovamente amarena e lampone.

LA VINIFICAZIONE
La zona di produzione del Cerasuolo di Vittoria Docg Judeka è quella di Caltagirone, in provincia di Catania, dove ha sede la stessa cantina siciliana. L’impianto dei vitigni Frappato e Nero D’Avola è a controspalliera a cordone speronato, con una densità di 4.186 piante. La vinificazione avviene in maniera tradizionale, in rosso, con contatto con le bucce per 12-14 giorni a una temperatura controllata di 22-24 gradi, in vasche d’acciaio inox. Il vino, prima della commercializzazione, affina ulteriori 4 mesi in bottiglia. Il Cerasuolo di Vittoria Docg Judeka, vendemmia 2014, è un vino pronto, con ulteriore possibilità di migliorare dal punto di vista organolettico nei successivi 4 anni.

Prezzo pieno: 9,99 euro
Acquistato presso: Il Gigante

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visite in cantina

Barrique e bollicine. Viaggio all’Azienda vitivinicola Montesissa, fra tradizione e futuro

Il Gutturnio Riserva, vino fermo, di struttura, affinato in legno, è un prodotto difficile da reperire sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Siamo andati a trovare una famiglia di viticultori piacentini che produce vini dagli anni Venti, tra cui proprio un Gutturnio Riserva finito sotto la nostra lente di ingrandimento, nelle scorse settimane. Ci troviamo a Rezzano di Carpaneto Piacentino, in località Buffalora, nel pieno della Val Chero, sul territorio collinare che si apre a pochi chilometri dall’Autostrada A1, non lontano dal borgo medioevale di Castell’Arquato e da Velleja Romana.
Ad accoglierci c’è Ilaria Montesissa, 37enne cotitolare dell’azienda di famiglia, sorta su quello che all’inizio dello scorso secolo era un bosco. “Pian piano – spiega – la famiglia ha iniziato a impiantare vigneti e a vendere uva al mercato. Poi siamo passati alla vinificazione, con vendita di vino sfuso alle osterie di Piacenza.
In seguito, con l’avvento di mio nonno Francesco, di mia nonna Alma Franchini e dei loro figli Roberto e Gianluigi, mio padre e mio zio, l’azienda vitivinicola Montesissa ha iniziato ad abbandonare le damigiane e a dedicarsi all’imbottigliamento”. Una vera e propria rivoluzione quella apportata in cantina, ma che parte in realtà dalla vigna. Siamo a 200 metri sul livello del mare, in una zona collinare dal terreno limoso argilloso.
Ottima l’esposizione dei vigneti, su tutti e quattro i punti cardinali. Trenta ettari totali, di cui oltre venti vitati. La Montesissa coltiva le varietà principali del Piacentino. Dunque Malvasia, Ortrugo, Barbera e Bonarda, oltre agli internazionali Chardonnay, Merlot e Syrah.
La casa-cantina della vinicola Montesissa, con una superficie di 500 metri quadrati, si affaccia su un terrapieno vitato, alla base del quale scorre il torrente Chero. Il vento sferza la valle e regala a questa porzione di territorio del Comune di Carpaneto Piacentino l’inequivocabile nome: Buffalora.
“Tutte le uve vengono conferite qui durante la vendemmia – spiega Ilaria Montesissa – vinificate, imbottigliate e vendute. In base alle annate, produciamo tra le 180 e le 200 mila bottiglie. Solo una piccola parte, circa il 2%, finisce nella grande distribuzione organizzata. In particolare abbiamo raggiunto un accordo con la catena Il Gigante”.
IL RAPPORTO CON LA GDO
Ed è proprio sugli scaffali del gruppo milanese di Bresso che abbiamo pescato l’ottimo Gutturnio Riserva Costa Pancini, vendemmia 2010, prodotto dall’azienda vitivinicola Montesissa. Un rapporto piuttosto turbolento, tuttavia, quello con la catena di supermercati presieduta da Giancarlo Panizza.
“Per via di alcune incomprensioni – spiega Luca Montesissa, 34 anni, cugino di Ilaria e cotitolare dell’azienda – molto probabilmente si terminerà entro breve la nostra avventura in gdo, per lo meno con la catena attuale”. Problemi che riguarderebbero l’etichettatura delle bottiglie da un lato, “poco gradita al buyer, nonostante l’invio di numerose altre etichette differenti, con layout più moderni”.
Mentre dall’altro le “difficoltà nella gestione degli ordini e delle consegne”, che finiscono per appesantire il lavoro di quella che – tutto sommato – è una piccola azienda a conduzione famigliare, in cui il 60 % del fatturato è rappresentato dalle vendite nel canale Horeca (dunque enoteche e ristorazione) e il restante riguarda la vendita a privati e al dettaglio, soprattutto in provincia di Piacenza.
“Non avevamo mai lavorato prima con la Gdo – aggiunge Ilaria Montesissa – soprattutto perché abbiamo prezzi medi un po’ più alti degli altri produttori della zona, con un produzione più piccola e tesa verso la qualità. I supermercati chiedono prezzi più bassi. Abbiamo deciso comunque di provare, incanalando in gdo la vendita di alcuni nostri prodotti: Bonarda, Barbera, Gutturnio ‘base’ e Riserva, oltre all’Oltrugo.
In generale, non possiamo certo definire negativa questa esperienza, anche se ci spiace un po’ vedere il prodotto deprezzato, quando è posto in promozione!”. Nella zona, del resto, sono molti i produttori che hanno deciso di investire nella grande distribuzione.
“Il supermercato – commenta Ilaria Montesissa – non è più visto come luogo dove poter reperire solo vini di bassa qualità, con prezzi bassi. C’è molta scelta, dunque il cliente può trovare anche vini da 30 euro, di qualità buona. Vendere vino al supermercato, insomma, non è più penalizzante a livello d’immagine per le aziende vinicole”. Come si fa, allora, a contrastare chi accetta di vedere il proprio Bonarda o il proprio Ortrugo a 1,99 euro nei supermercati?
“Noi abbiamo sempre creduto nella qualità più che nella quantità – risponde piccata Ilaria Montesissa – e nonostante avessimo sin dagli anni passati prezzi più alti rispetto agli altri, i clienti ci hanno sempre dato costantemente la soddisfazione più grande: costa di più ma torno da voi, ci dicono in molti, perché il vostro vino è più buono, il mattino seguente non ho il mal di testa, non mi viene il mal di stomaco e posso berne un bicchiere in più senza star male! Negli anni la qualità non è cambiata, anzi è in costante miglioramento. E alla fine sono le persone che ti fanno capire che se lavori bene ne vale la pena, anche in periodi di crisi come questo”.
Un mercato in crescita, anche per la Montesissa, è quello dell’estero. “Abbiamo un commerciale in Cina – spiega Ilaria – e stiamo cominciando a stringere rapporti commerciali con il Paraguay, mercato che si sta aprendo e in cui riponiamo speranze.
In Cina abbiamo un collaboratore italiano che ha inserito i nostri vini in una sorta di catena di enoteche, il cui titolare era alla ricerca di prodotti italiani dal medio-basso livello fino all’alto livello. Dunque ha fatto un groupage in varie zone d’Italia, tra cui Piacenza, decidendo di inserire i nostri vini. Non sono quantità grandissime, ma siamo presenti con prodotti di qualità che ci assicurano un buon ritorno, anche a livello di immagine”.


L’UVA, LE VIGNE, LA VINIFICAZIONE

Un’azienda che sta cercando nuovi mercati nell’estero, dunque, la vitivinicola Montesissa. Ma che gioca in maniera consapevole il suo ruolo anche nel Piacentino, evitando di contribuire al declassamento di prodotti come il Bonarda o l’Oltrugo dei Colli Piacentini, divenuti ormai veri e propri concorrenti sulla tavola dei consumatori del Nord Italia, alla stregua del Bonarda o del Pinot dell’Oltrepò Pavese.

“Ed è un peccato – evidenzia Ilaria Montessissa – che in zona non si riesca a fare squadra, per far conoscere anche nel Sud Italia un vino di pregio come può essere il Gutturnio, che in meridione in pochissimi conoscono”. Negli anni, di fatto, la Montesissa, dopo aver tentato di cambiare “il verso delle cose” assieme ad altri produttori della zona, ha deciso di uscire dal Consorzio Vini Doc Piacentini.

“Non siamo più iscitti da due anni – spiega Ilaria Montesissa – in quanto riteniamo che non serva a nulla essere iscritti a un ente che negli anni non è riuscito a promuovere a dovere la cultura del vino piacentino, al di là dei confini della stessa provincia. Del resto è la burocrazia, più in generale, che sta ostacolando lo sviluppo di tante aziende vitivinicole serie”.

La produzione d’eccellenza della Montesissa è certificata del resto dalle tante botti presenti nell’area della cantina vecchia, la parte storica dell’azienda che risale agli anni Sessanta. “Il nonno Francesco – commenta Ilaria – è un amante dei vini fermi e affinati in botte, per cui non poteva dedicare parte della produzione al Gutturnio Riserva, ma anche a un Bonarda Riserva, non venduto in gdo, che molti apprezzano e che costituiscono assieme il vero fiore all’occhiello della nostra azienda”.

Il Bonarda, denominato “El Ladar è ottenuto mediante affinamento in barrique di quasi 12 mesi, per poi maturare ulteriormente in bottiglia per un anno, prima della commercializzazione. Dal 2003, nelle annate migliori, ne vengono prodotte circa 2 mila bottiglie l’anno e non mancheremo di fornire ai nostri lettori l’esito della degustazione di una bottiglia della vendemmia 2009.

“Raccogliamo l’uva dopo averla fatta sovramaturare sulla pianta – spiega Ilaria Montesissa – e poi la vinifichiamo. È l’esatto opposto del consueto Bonarda piacentino: un vino ‘gnucco’, di gran corpo, che raggiunge anche i 15,5 gradi di alcol in volume. Il 2003, peraltro, si sta ammorbidente adesso…”.

Del resto, tutti sanno ormai che l’ultima frontiera del vino sono le bollicine. E anche alla Montesissa non stanno a guardare.

I clienti moderni chiedono sempre più spesso vini facili da bere – ammette Ilaria – è dunque abbiamo cominciato sin dal 2003 a provare uno spumante metodo classico e, da ormai tre anni, produciamo anche un Pinot Nero vinificato in bianco col metodo Charmat“.

“Effettivamente un mercato in crescita, con la produzione praticamente duplicata nel giro degli ultimi due anni, riducendo la produzione dei fermi affinati in legno. Come del resto è in crescita la produzione di un Gutturnio Classico Superiore, vino fermo più facile da bere rispetto al Riserva, anche per la sua gradazione che non supera i 13,5 gradi”. Insomma, alla Montessissa si guarda al futuro con le bollicine. Tenendo sempre lo sguardo e la mente fissi alla tradizione piacentina Doc.

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Unione italiana vini a Poderi del Nespoli, Zonin: “La qualità non basta più per competere”

“Dobbiamo fare più sistema con tutti i soggetti del territorio: aziende, ristoranti, enoteche, sommelier, distribuzione organizzata, per condividere e promuovere un processo culturale univoco che premi sia il mondo del vino sia i consumatori. Il consumo di vino al ristorante nei prossimi due anni è stimato possa crescere di oltre 8% con una predilezione verso i vini locali o regionali (94,5% degli intervistati), a suffragare il concetto dell’importanza del territorio, e con una forte tendenza a consumare vini al bicchiere (94% degli intervistati), indice del fatto che la modalità di consumo è cambiata e che dobbiamo muoverci per trovare le formule opportune per essere al passo col tempo. La cultura della qualità e del territorio, anche per la distribuzione moderna, saranno il focus su cui concentrare gli sforzi nei prossimi anni”. Con queste parole Domenico Zonin, Presidente Unione Italiana Vini, ha chiuso oggi i lavori della Tavola Rotonda dal titolo “Mercato interno del vino: quali le prospettive del 2016?”, organizzata presso Poderi dal Nespoli (Nespoli, FC) da Unione Italiana Vini, in collaborazione con Foragri, con l’obiettivo di fornire una panoramica complessiva sullo status e sulle prospettive del comparto vitivinicolo per il 2016, dialogando con le istituzioni e con i più autorevoli esponenti del mondo vitivinicolo nazionale, i rappresentanti della Gdo, della ristorazione, delle enoteche, con il supporto dei dati forniti dall’Osservatorio del Vino. “La reputazione dei nostri prodotti – precisa Simona Caselli, assessore Agricoltura Regione Emilia Romagna – si fa qui, sul territorio. Sono la qualità prodotto, il luogo di produzione, la relazione con la gente, che ti fanno riconoscere. La nostra gastronomia sta ottenendo risultati straordinari, costruendo attenzione sui nostri prodotti e trainando il turismo. Però dovrà sempre più essere unita al mondo del vino, dovranno viaggiare insieme per portare soddisfazione maggiore per tutti. Il lavoro sulla qualità va spiegato e serve attenzione complessiva affinché non diventi fuori portata per i consumatori. Serve equilibrio e la ristorazione in questo è molto importante. Di deve ragionare, in sintesi, in termini di sistema”.

“LA QUALITA’ NON BASTA PER COMPETERE”
“La cosa certa, almeno così i dati di Fipe ci dicono – spiega Zonin – è che dobbiamo insistere sul tema della cultura perché, se ben l’85% dei consumatori intervistati ritiene di non conoscere il vino, significa che da qui dobbiamo partire per promuoverlo attraverso un marketing della conoscenza, per il quale siamo disposti ad investire”. “La qualità non basta più per essere competitivi – conclude il presidente Zonin – ma deve essere supportata da un processo di crescita culturale da parte sia delle aziende sia del consumatore. Il territorio e la tradizione sono fattori prioritari per raccontare il nostro vino e sempre più dobbiamo imparare ad insistervi per far capire la complessità e l’unicità che siamo capaci di esprimere attraverso i nostri prodotti. Aiuteremo così anche il consumatore a recepire il vino non come semplice bevanda ma come il prodotto finale di un sistema responsabile, appassionato e ricco di professionalità. Questo farà la differenza per crescere in primis sul mercato interno e poi sul mercato estero, grazie a una migliorata percezione che deriverà proprio da questa nuova cultura”.

PODERI DEL NESPOLI

L’importante conferenza si è tenuta ieri proprio a Poderi del Nespoli, cantina romagnola che dal 1929 produce vino di qualità, tra l’alto già finito anche sotto la lente di ingrandimento di vinialsupermercato.it: qui le nostre recensioni del Rosso Poderi del Nespoli e del Bianco Poderi del Nespoli, in vendita sugli scaffali della grande distribuzione organizzata. Una realtà di riferimento nel panorama enologico della Romagna, grazie all’impegno della famiglia Ravaioli, che piantò i filari del primo podere acquistato nel borgo di Nespoli, a cui negli anni si è affiancata la concezione imprenditoriale della famiglia Martini, che ha saputo guardare lontano e portare il nome di Poderi dal Nespoli e della Romagna nel mondo. Oggi, infatti, Poderi dal Nespoli unisce la storia e la tradizione con le tecnologie all’avanguardia, il rispetto per l’ambiente con la promozione dell’enoturismo come efficace modo di avvicinare il pubblico al vino. Sistemi di produzione moderna, sperimentazioni e ricerca, infatti, si accompagnano a un modello di imprenditorialità basato sull’esperienza diretta da parte del consumatore, che qui può scoprire e conoscere l’intera filiera produttiva, dal vigneto alla cantina, dall’imbottigliamento alla commercializzazione, fino al calice.

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Vini al supermercato

Aglianico Igp Salento Viticultori di San Giuseppe, Cantine San Marzano

(3 / 5) Con i suoi 4,59 euro, l’Aglianico Igp Salento Viticultori di San Giuseppe rappresenta uno dei vini rossi “top di gamma” della catena di supermercati Eurospin, che lo evidenzia a scaffale con la dicitura “Le nostre stelle”.

Un prezzo modesto, dunque, in linea con le politiche del gruppo veronese noto al grande pubblico per il claim “La spesa intelligente”. E interessante è anche questo vino, prodotto da una società cooperativa, le Cantine San Marzano di San Marzano di San Giuseppe, Taranto, capace di aggiudicarsi diversi premi e riconoscimenti a livello non solo italiano, ma anche internazionale. Interessante dunque constatare, ancora una volta, come l’attenzione per il buon vino stia facendo lievitare la qualità dei prodotti nella grande distribuzione organizzata, compresi i discount.

Passiamo dunque sotto la lente di ingrandimento l’Aglianico Igp Salento Viticultori di San Giuseppe, vendemmia 2015. Nel calice il vino si presenta di un rosso rubino intenso, con riflessi violacei. Un colore tipico del vitigno in questione. Al naso si scopre senza la minima timidezza, intenso, caldo, con note di frutti rossi maturi. Al palato la vena fruttata si conferma predominante, ma l’alcolicità contribuisce a regalare eleganza e struttura alla beva, piacevolmente fresca e sapida. Rendendo l’Aglianico Igp Salento Vitivultori di San Giuseppe il vino giusto per accompagnare antipasti a base di salumi, primi piatti con ragù di carne, nonché secondi leggeri, sempre a base di carne. Un vino giovane quello degustato, che si presta anche a un ulteriore affinamento in bottiglia.

LA VINIFICAZIONE
Stiamo dunque parlando di un vino abbastanza versatile, prodotto a San Marzano, nel Salento, in Puglia. Le vigne si trovano a un’altezza di circa 100 metri sul livello del mare, esposte a temperature medie molto alte e a una piovosità particolarmente bassa. I terreni sono a grana medio-argillosa, con profondità abbondantemente sotto il metro. La densità d’impianto è di 4.500 viti per ettaro. La vendemmia avviene nelle prime settimane di ottobre. Una volta raccolte, le uve vengono macerate a temperatura controllata per circa dieci giorni. Per la fermentazione alcolica dell’Aglianico Igp Salento, le Cantine San Marzano di San Marzano San Giuseppe utilizzano lieviti selezionati, procedendo poi ad un affinamento in acciaio.

Prezzo pieno: 4,59 euro
Acquistato presso: Eurospin

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Aglianico del Vulture Dop Baliaggio 2013, Cantina di Venosa

(4 / 5) Davvero sorprendente e con un rapporto qualità prezzo insuperabile l’Aglianico del Vulture Baliaggio Dop 2013 prodotto dalla Cantina di Venosa.

Si presenta nel calice rosso rubino intenso e con un bouquet complesso: fruttato, speziato con sentori di pepe nero, floreale con accenni di viola, ma anche sentori di tabacco e cenere. 14% di alcol in volume sopportabili: caldo, sapido, una glicerina che lo rende di una rotondità perfetta.

La vena acida è corretta e gradevole, il tannino morbido ed elegante ed il finale sufficientemente persistente. Un vino maturo, evolvono i sentori se si apre correttamente in anticipo come indicato peraltro nella contro etichetta, ma che come stato evolutivo è al top.

Un vino che a tavola fa discutere, di quelli che controlli più volte lo scontrino pensando se sia possibile averlo pagato così poco. Onestamente anche al doppio del prezzo avrebbe retto e stupito ed in effetti,  controllando un po’ in rete il suo prezzo medio è minimo il doppio. Chapeau alla catena Gdo e al buyer che ha spuntato questo prezzo regalandoci un Aglianico del Vulture Dop di tutto rispetto ad un prezzo sbalorditivo.

Un rosso assolutamente versatile a tutto pasto che si abbina a primi piatti della cucina mediterranea, carni arrosto e brasati, selvaggina e formaggi stagionati.

LA VINIFICAZIONE
Prodotto con uve 100% Aglianico in terreni di origine vulcanica da vigneti di 10-20 anni. Le uve sono vendemmiate a mano, trasportate in piccole cassette e vinificate in piccoli fermentini inizialmente, poi in acciao inox. Dopo la fermentazione malolattica, il vino viene affinato in botti di rovere per dieci mesi e ancora per un mese in bottiglia prima della messa in vendita.

L’Aglianico è un vitigno antichissimo, fortemente caratterizzante per l’area del Vulture e per la Basilicata in generale, noto anche come il barolo del sud. I Romani addirittura concessero alla colonia di Venosa di coniare una moneta in bronzo raffigurante Dioniso, divinità fortemente legata alla terra e alla vite, poi assorbita dal culto di Bacco.

La Cantina di Venosa è una delle realtà più importanti del mezzogiorno, si trova proprio nella celebre Venosa, nota per aver dato i natali ad Orazio. Nata nel 1957 per volontà di 27 soci oggi è una realtà di circa 400 soci conferitori per 800 ettari.

Prezzo pieno: 3,20 euro
Acquistato presso: Bennet

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Cannonau di Sardegna Doc Riserva 2011, Sella e Mosca

(3 / 5) La 2011 non è tra le annate pluripremiate, ma conserva comunque il fascino del vino da lungo affinamento il Cannonau di Sardegna Doc Riserva 2011 Sella e Mosca, imbottigliato all’origine dalla storica casa vitivinicola di Alghero, Sassari. Un vero affare trovarlo in promozione al supermercato. Si tratta di un prodotto differente dal Cannonau classico, a partire dallo stesso disciplinare di produzione che prevede un anno di affinamento in più di ottenere la qualifica “Riserva”. Nel calice si presenta di un rosso rubino carico, con unghia granata. Al naso è intenso, elegante, complesso. Note floreali di viola predominanti, cui fa eco una speziatura ben marcata che richiama liquirizia, tabacco e cuoio. Non mancano le note fruttate di piccoli frutti di bosco e di prugna, che ritroviamo poi anche al palato, dove eleganza e finezza la fanno da padrona grazie all’evidente apporto delle note speziate conferite dal legno. Il Cannonau di Sardegna Doc Riserva 2011 Sella e Mosca si conferma così vino strutturato, di alcolicità calda ma non fastidiosa, piacevolmente rotondo e secco, di fresca acidità, correttamente sapido. Il tannino, per l’annata 2011, è giunto a una perfetta maturazione, con margini di ulteriore miglioramento nel medio termine. Un vino, dunque, equilibrato, di buona intensità e finezza retro olfattiva, persistente. Ottimo l’abbinamento con la selvaggina e, in generale, con i piatti di carne. Anche alla griglia.

LA VINIFICAZIONE
Le uve Cannonau vengono pigiate e diraspate prima di procedere a una macerazione a freddo per almeno tre giorni. In questo periodo avviene l’estrazione dalle bucce della sostanza colorante e dei tannini favorevoli al processo di lungo invecchiamento in storici fusti di rovere, secolari. La fermentazione avviene alla temperatura di 25-28°, per circa 12 giorni. I vitigno Cannonau viene coltivato nelle Tenute Sella e Mosca situate nel quadrante di Sud-Est, esposto ai venti del Grecale. La raccolta avviene nel tardo autunno, quando alcuni acini cominciano ad evidenziare un leggero appassimento sulla pianta. Un altro prodotto, questo Cannonau Riserva, che dimostra l’ottimo lavoro in grande distribuzione della storica Sella e Mosca, fondata nel lontano 1899 dall’ingegnere Sella, nipote dello statista Quintino Sella, e dall’avvocato Mosca, due piemontesi che in Sardegna hanno trovato una nuova patria.

Prezzo pieno: 8,99 euro
Acquistato presso: Esselunga

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Live Wine 2016, il vino artigianale al Palazzo del Ghiaccio di Milano

Si preannuncia spumeggiante la prossima edizione di Live Wine, al Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi 14, a Milano. L’appuntamento è un must per gli amanti del buon vino: in degustazione i prodotti di 140 cantine italiane e internazionali, attentamente selezionate da Ais Lombardia e da “Vini di Vignaioli” Fornovo, realtà che ha come scopo “la tutela dei vini sani, che esprimono il loro territorio e la loro annata”. Vini “vivi e digeribili”, dunque, la cui produzione “non è soggetta alla moda del momento ma solo alla natura”. Si aprono le danze sabato 5 marzo, dalle 14 fino alle 20. Domenica 6 marzo l’appuntamento è dalle 12 alle 20, con area dedicata appositamente ai bambini. Lunedì 7 marzo, invece, porte aperte dalle 10 alle 17. Sono molte le attività collaterali che caratterizzeranno l’edizione 2016 di Live Wine. Quattro degustazioni uniche saranno condotte da Samuel Cogliati (iscrizioni al sito: http://www.livewine.it/it/incontri-e-degustazioni-guidate-2016/): “Loira: il territorio, i vignaioli, i vini” e “Jura: il territorio, i vignaioli, i vini”, con intervista e degustazione assieme a François Morel; “Laguna nel bicchiere”, alla scoperta dei rarissimi vini di Venezia; e infine “Champagne: Blanc de…quoi?”, un percorso alla cieca nel cuore della Francia.

Inoltre l’imperdibile occasione di conoscere le leggendarie birre Lambic del birrificio belga Cantillon, in un percorso curato dall’esperto Patrick Böttcher. Tra gli eventi del ‘fuori salone’ Live Wine Night segnaliamo il party dedicato al “buon bere” e alla musica dal vivo, organizzato con la collaborazione del ristorante Un Posto a Milano a Cascina Cuccagna, sabato 5 marzo, dalle 20.30 in via Cuccagna 2. Durante il salone sarà possibile acquistare i vini direttamente dagli espositori e degustare anche cibo artigianale di qualità. L’ingresso al pubblico costa 16 euro, che diventano 13 per i soci Ais. Per gli operatori Horeca 10 euro, previa iscrizione al link: http://www.livewine.it/it/operatori/.

LA DEGUSTAZIONE
I vini in degustazione avranno caratteristiche ben precise, legate alle tecniche di produzione dei vignaioli che aderiscono all’evento. Invalicabile, per esempio, il limite di 50 mg/l di solforosa totale per i vini rossi (la legge ne permette fino a 150 mg/l). Limite di 70 mg/l di solforosa totale per i vini bianchi e rosati (la legge ne permette fino a 200 mg/l). Limite di 100 mg/l di solforosa totale per i vini dolci (i limiti di legge vanno dai 200 ai 300 mg/l a seconda delle tipologie). Vini, inoltre, che presenteranno una varietà di colori differente da quelle canoniche, capaci di discostarsi dal classico “giallo paglierino” o dal “rosso granato”, ottenuti dalla vinificazione di vitigni autoctoni.

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Coldiretti, dietrofront dell’Europa: il vino Doc italiano è salvo

La Commissione europea fa dietrofront sulla proposta di liberalizzazione dei nomi dei vitigni fuori dai luoghi di produzione. Una decisione che scongiura una vera e propria sciagura per il vino italiano. Valgono infatti almeno 3 miliardi i vini Made in Italy identificati da denominazioni che rischiavano di essere di essere scippate all’Italia, se fosse stato consentito
anche ai vini stranieri di riportare in etichetta nomi quali Aglianico, Barbera, Brachetto, Cortese, Fiano, Lambrusco, Greco, Nebbiolo, Picolit, Primitivo, Rossese, Sangiovese, Teroldego, Verdicchio, Negroamaro,  Falanghina, Vermentino o Vernaccia, solo per fare alcuni esempi. A dare l’annuncio del passo indietro della Commissione europea è la Coldiretti, che esprime evidente apprezzamento. “Il rischio – commenta il presidente Roberto Moncalvo, presidente dell’organizzazione – era quello di una pericolosa banalizzazione di alcune tra le più note denominazioni nazionali, che si sono affermate sui mercati nazionale ed estero grazie al lavoro dei vitivinicoltori italiani. Il futuro dell’agricoltura italiana ed Europea dipende dalla capacità di promuovere e tutelare le distintività territoriali che sono state la chiave del successo nel settore del vino dove hanno trovato la massima esaltazione”. La notizia della possibile ‘estensione’ delle denominazioni era rimbalzata sul finire di gennaio dalla Commissione europea, scatenando le polemiche dell’intero comparto del vino Made in Italy.

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Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri, cantina Lidl

(4 / 5) Lidl conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno (e ce n’è), che nulla è casuale nelle scelte compiute per la cantina vini. Come? Affidando a un’azienda di tutto rispetto, la società agricola Catturich Ducco di Passirano, Brescia, la realizzazione in esclusiva di un Franciacorta “every day low price”.

Parliamo del Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri, finito sotto la nostra lente di ingrandimento con la dovuta curiosità del caso. Non aspettatevi troppo e riuscirete pure a farvi piacere questo prodotto, tenendo sempre a mente l’obiettivo della catena tedesca è quello di offrire prodotti qualitativamente buoni, a prezzo contenuto.

E non si può certo dire che 7,49 euro siano soldi spesi “male” per il Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri, sboccatura autunno 2015. Passiamo dunque questo prodotto sotto setaccio.

LA DEGUSTAZIONE
All’esame visivo, lo spumante prodotto in esclusiva dalla Catturich Ducco per Lidl si presenta vestito d’un giallo paglierino limpido, trasparente, piuttosto chiaro. La grana del perlage è mediamente fine, la persistenza così come discreta risulta l’effervescenza e la persistenza del perlage.

Un po’ disordinate, tuttavia, le “bolle”. All’olfatto, il Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri non risulta leggero, schietto e mediamente fine. Semplice la complessità olfattiva, con i classici richiami alla crosta di pane e al burro, con quest’ultimo predominante.

All’esame gustativo risulta di corpo e caldo, anche in virtù dei 13 gradi di alcol in volume che fa registrare la bottiglia. Rotondo, secco, fresco e sapido. Uno spumante sufficientemente equilibrato, insomma, che si rivela intenso, mediamente fine, ma poco persistente nel retro olfattivo.

Il Franciacorta Brut Brolo dei Cavalieri accompagna aperitivi, pizza, primi e secondi piatti di pesce o di carne bianca, non troppo elaborati.

LA VINIFICAZIONE
Per quanto riguarda la tecnica di vinificazione, Catturich Ducco precisa che si tratta di un Blanc de Blancs, ovvero Chardonnay in purezza, con affinamento in bottiglia per 24 mesi circa. Con i suoi 125 ettari, Catturich Ducco è una delle società agricola che posseggono maggiori terreni nella Docg Franciacorta, potendo così sviluppare al meglio le caratteristiche peculiari di un terroir dalle mille sfaccettature.

Prezzo pieno: 7,49 euro
Acquistato presso: Lidl

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Approfondimenti

Torino, delude “In vino veritas”: più food che wine. Bollicine calde, Brunello esaurito

C’eravamo anche noi alla manifestazione “In vino veritas”, andata in scena a Torino lo scorso weekend. Arriviamo a metà pomeriggio, l’ambiente è molto grande e c’è poca gente.

La prima cosa che notiamo è che effettivamente, come lamentano in molti commentando sul web le edizioni precedenti, il vino ha poco spazio, a dispetto della parte food truck che occupa quasi la totalità dell’area.

Alla cassa è possibile acquistare una “promo” di 6 ticket, che comprende calice e borsina per soli 10 euro, oppure singoli ticket a due euro con il vino servito in bicchieri di plastica.

Notiamo curiosamente molti avventori muniti di bicchiere in plastica, con le narici affondate all’interno, alla ricerca di chissà quale profumo: divertente risvolto, che forse la dice già lunga sul target della manifestazione torinese.

Più in là un bel tabellone in stile “Sagra di paese”, con l’elenco dei vini e il loro codice: sembrano 95, ma in realtà alcuni numeri non esistono. Probabilmente il foglio è un filtro maldestro dell’elenco totale dei vini gestiti dagli organizzatori, che variano a seconda della città ospitante.

I CONTI CHE NON TORNANO

Morale: i vini serviti sono 64, la metà di quelli indicati e pubblicizzati, non ultimo sulla pagina Facebook dell’evento. Le cantine sono solo 33 e non 45, le regioni rappresentate 13, più la Francia. Tra le regioni la padrona, giustamente, è il Piemonte con 19 etichette, seguita da Lombardia e Trentino con 8 etichette, 5 per la Toscana, 4 per il Veneto, 3 per Friuli, Marche, Campania e Sicilia, 2 etichette della Sardegna, Francia e Valle d’Aosta.

Un solo rappresentante per Emilia Romagna e Puglia. Chiediamo un po’ in giro alle persone cosa stanno bevendo. Una coppia ha scelto il Cannonau Sella & Mosca: sono piemontesi e le cantine presenti non sono le migliori per loro, per questo – dicono – si sono “buttati sul sicuro”. E come dargli torto? Incrociamo qualche Syrah.

Tanti Dolcetto e Nebbiolo. I rossi piemontesi vanno per la maggiore tra i nostri intervistati. Ci muniamo di ticket e andiamo a saggiare le doti dei sommelier. I vini in fila come soldatini, con il loro numerino sembrano un misto tra premi della pesca di beneficienza e bersagli da gioco delle giostre. Ma siamo qui per degustare.

Quattro ticket per provare una bollicina: scegliamo un metodo classico Pinot Nero Monsupello. Tragedia. Il vino è aperto da chissà quanto, caldo. E per il perlage bisogna rivolgersi a “Chi l’ha visto”. Insomma, tanto per cambiare l’Oltrepò Pavese massacrato, senza colpa (stavolta). Chiediamo al giovane dietro al bancone cosa va per la maggiore, tra le bollicine.

Ci risponde che Prosecco di Valdobbiadene e Chardonnay del Piemonte vanno alla grande, costano entrambi due ticket. A Milano, ci dice, “il Franciacorta era molto richiesto, qui non lo vuole nessuno, anche i rosè non vanno, ma nemmeno a Milano”. Aggiungiamo noi, a posteriori, che probabilmente non vuole nessuno nemmeno il Pinot dell’Oltrepò a giudicare dal suo stato decrepito. Ci buttiamo sui rossi.

DEGUSTAZIONI SHOCK

Quattro ticket per un Amarone “novello” del 2012 appena presentato: davvero uno spreco. Altri 4 ticket per un Taurasi che avrebbe avuto qualcosa da dire, servito meglio. Tre ticket per un rosso di Montepulciano senza infamia e senza lode.

Non ci siamo, nessun vino è servito a temperatura, nessun aroma, sensazioni tattili completamente stravolte. Chiediamo anche qui che aria tiri tra i rossi. Il Brunello è finito, era tra i più richiesti dopo i piemontesi. Mediamente vanno a ruba i vini serviti in cambio di due ticket. Effettivamente, usufruendo della “promo” era possibile bere tre calici con sei ticket e le proposte “economiche” sono la metà.

Continuiamo con le interviste, qualche anziano sta degustando un Sangue di Giuda, qualcuno una Malvasia. Ci dicono che nel pomeriggio preferiscono questo tipo di prodotto. Due ragazzi hanno provato il Pinot Nero, ma ne sono rimasti “un po’ delusi”.

Aggiungono che “nei paraggi ci sono eventi migliori dedicati al vino, ci invitano anzi provare una birra artigianale che merita”. Decidiamo di accettare l’invito, anche perché, forse, una birra ghiacciata è quello che ci vuole con lo street food che la fa da padrone, nel piatto. Si è fatto tardi, ci sediamo con la nostra birra e il nostro hamburger di cinta senese. Di fianco a noi una coppia non giovanissima, con due birre medie. “Niente vino?”, chiediamo loro. “No no”. Sono sommelier Ais.

“Nessun vino merita – ci dicono – siamo qui giusto per passare qualche ora diversa”. “Si salvano giusto due o tre vini – aggiungono – che non prendiamo perché li conosciamo già”. Non servono altre conferme. Effettivamente il vino sembra più uno specchietto per le allodole, ben presente nel nome stesso della manifestazione. Nessun produttore presente, poche informazioni. La festa è gradevole, i prezzi un po’ cari, ma in linea con eventi del genere. Diciamocelo, insomma: le degustazioni del vino sono tutt’altro.

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Vini al supermercato

Sudtirol Alto Adige Gewurztraminer Doc Cornaianum, Girlan

I[Usr 4] Immaginate una rosa gialla che sbocciando, oltre al profumo dei suoi petali, rilascia un bouquet di zenzero candito, litchis, melone, pesca matura e aromi di uve moscato. Sapori che esplodono al gusto come se avessimo mangiato una caramella ripiena di frutta. Aromi marcati, ma che non annoiano e che invogliano continuamente il sorso. Se completiamo il tutto con una bella acidità il binomio è perfetto. ”Tutti sanno dire ti amo, ma non tutti sanno dire Gewurztraminer”, un tormentone social degli ultimi tempi. La cantina Girlan, il Gewurztraminer lo sa dire e lo sa fare. La vendemmia finita sotto la nostra lente di ingrandimento è la neonata 2015. Per dovere di cronaca nel calice c’è rimasta ben poco, ma come diceva Moliere ”Beviamo amici miei, il tempo che fugge c’invita, godiamo della vita quanto per noi si può”. Che altro aggiungere di questo vino? Che è sostenuto da una bella acidità, data la sua giovinezza. Nei primi due anni, il Gewurztraminer riesce a conservare un’ottima acidità pur essendo un prodotto che ha una longevità di tre/cinque anni. E’ un vino di buon corpo , morbido, equilibrato e dotato di una buona persistenza retrolfattiva. L’annata 2015 è la prima che possiamo trovare al supermercato, una delle prime forniture di questa etichetta realizzata da Girlan per la gdo. Un vino prelibato che si abbina a crostacei, pesce, preparazioni a base di carne e paté de foie. La Cantina Girlan si conferma una cantina d’eccellenza. Nella nostra recensione del loro  Lagrein abbiamo cercato di sintetizzare il nostro giudizio positivo utilizzando un famoso claim pubblicitario ”un Lagrein Girlan è per sempre”, aggiungiamo che il Gewurztraminer Girlan lo è altrettanto. Segnatelo tra le cose da portare con voi su isola deserta. La cantina Girlan si trova a Cornaiano, borgo vinicolo ormai famoso. I vigneti si estendono ad un’altitudine fra i 250 e i 550 m sul livello del mare, su dei terreni diversi nella loro composizione che costituiscono un ambiente ideale per la coltivazione di numerose varietà autoctone ed internazionali. Dal 1923, la Cantina Girlan ha sede in questo maso tipico dell’Oltradige: accanto al terreno, un fattore molto importante è quello umano, quello del vignaiolo ed enologo Gerhard Kofler, che mantiene uno stretto rapporto con i soci conferitori, scambiando esperienze da cui nascono le basi per ambizioni di qualità.

Prezzo pieno: 6,99 euro
Acquistato presso: Famila

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Approfondimenti

Presa Diretta, La Fabbrica del vino: lo “splatter movie” Rai dipinge le vigne come industrie chimiche

Tra tutte le raccomandazioni possibili, forse è mancata proprio la più indispensabile: bevete con moderazione, soprattutto se poi dovete guidare. Il ritratto tratteggiato ieri sera su Rai 3 da Presa diretta, con l’inchiesta titolata “La fabbrica del vino”, sfiora la vena trash quando un padre di famiglia, intervistato dall’inviata di Viale Mazzini, dichiara di preferire che i figli giochino nell’area industriale del paese di residenza, piuttosto che a pochi metri dalle vigne che circondano la loro abitazione. Splatter movie made in Valdobbiadene, in pieno stile Quentin Tarantino. Pare che qui, “vere e proprie nuvole di pesticidi” invadano l’aria “quattro mesi l’anno”, prima della vendemmia. Scatenando il panico tra i residenti della zona, cui non è dato sapere esattamente cosa volteggi (loro malgrado) nell’aria che respirano, oltre l’ossigeno. I produttori di vino li chiamano “fitofarmaci”, non “pesticidi”. E confermano il totale rispetto delle normative di legge vigenti in materia. L’inviata Rai intervista anche un tossicologo dell’Istituto superiore di Sanità, che dal suo laboratorio conferma la pericolosità dei composti chimici utilizzati per diserbare le vigne venete. Per ammetere poi, tuttavia, che gli “studi riguardano solo certi tipi di sostanze, di cui si conosce già bene la problematicità sul sistema nervoso e su quello riproduttivo”. Dati che “sono pochi e derivanti da ricerche indipendenti”. Nulla di ufficiale, dunque? Allarmismo allo stato puro, allora, quello sollevato dal servizio Rai?

A CHI GIOVA?
Certamente non è un’immagine positiva quella che ne deriva del mondo del vino. Piccoli produttori strozzati dalle logiche dei grandi gruppi vitivinicoli, gettati tout court in un calderone che non fa bene né al servizio pubblico né al consumatore meno esperto del nettare di Bacco. Che, dal servizio Rai, rischia certamente di trarre conclusioni fuorvianti. Ovvero che, banalmente, il “vino si fabbrica”, non si produce. Che le grandi industrie acquistano (persino su Internet, male dei mali!) sostanze coloranti, profumanti, aromatizzanti, e chi più ne ha più ne metta, consegnando ai supermercati prodotti di scarso valore, “che contengono più di sessanta ingredienti, peraltro senza l’obbligo di precisare in etichetta quali siano esattamente”. Tutte cose vere, per carità. Ma con i giusti distinguo e, forse, andando a bussare alle porte dei Ministeri o dei Ministri, piuttosto che a quelle dei Consorzi vitivinicoli come quelli del Prosecco, del Brunello o del Pinot grigio dell’Oltrepò Pavese, Presa Diretta avrebbe certamente offerto – a nostro modesto avviso – un servizio migliore ai telespettatori. Giusto per non fare di tutto il mosto, un mostro.

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birra

Vino, birra e caviale: record di esportazioni per il Made in Italy

Con un aumento dell’80 per cento nel decennio, il vino traina il Made in Italy all’estero. Cifre da capogiro quelle raggiunte nel 2015 dai produttori di nettare di Bacco italiani. Il valore delle esportazioni raggiunge il record di 5,4 miliardi. In generale, è il valore dei cibi e dei vini italiani all’estero a raddoppiare negli ultimi dieci anni, facendo segnare un aumento da guinness del 79% nelle esportazioni, con il traguardo storico di 36,8 miliardi di euro raggiunto nel 2015.

E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti sul commercio estero sulla base dei dati Istat. Circa un prodotto alimentare italiano esportato su cinque è “Doc”, con il valore delle esportazioni realizzato grazie a specialità a denominazione di origine, dai vini ai formaggi, dalle conserve all’olio, fino ai salumi, che rappresenta il 20% del totale .

Ma, sottolinea Coldiretti, “si evidenzia anche che la crescita è spinta da nuove specialità del Made in Italy, dalla birra ala caviale”. New entry, dunque, che segnano la crescita in Italia di produzioni un tempo patrimonio esclusivo di altre nazioni. Il valore delle esportazioni di birra è triplicato (+206%) conquistando i mercati di Paesi tradizionalmente produttori come la Gran Bretagna o la Germania.

Lo stesso discorso vale per il caviale, che in un decennio è passato da zero a 11,2 milioni di euro, invadendo le tavole della Russia prima di essere bloccato dall’embargo legato alla crisi Ucraina. Ed è triplicata (+201 per cento) pure l’esportazione di funghi freschi o lavorati.

L’agroalimentare – evidenzia Roberto Moncalvo, presidente Coldiretti – è il secondo comparto manifatturiero Made in Italy che svolge però anche un effetto traino unico sull’intera economia per l’impatto positivo di immagine sui mercati esteri dove il cibo Made in Italy è sinonimo di qualità”.

“Non si è mai consumato così tanto Made in Italy alimentare nel mondo, certamente per le condizioni economiche positive dovute alla ripresa internazionale e ai tassi di cambio favorevoli su mercati importanti come quello statunitense, ma anche perché l’Italia ha saputo cogliere l’opportunità di Expo per raccontare al mondo il modello agroalimentare e i suoi valori unici”, conclude Moncalvo.

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news ed eventi

”In vino veritas” debutta a Torino, weekend all’insegna del vino

Al via da stasera 19 Febbraio fino alla mezzanotte di Domenica 21, presso l’area MRF Mirafiori di Corso Settembrini a Torino la manifestazione ”In Vino Veritas”.
Tre giorni all’insegna di vino, cibo e spettacolo faranno rivivere una delle area post industriali più grandi della città. Circa 40 aziende vinicole italiane per un totale di 120 etichette e 30 truck food per soddisfare qualsiasi voglia di dolce o salato: goloserie da nord a sud, dall’arancino al bretzel.
L’ingresso è gratuito, le degustazioni a pagamento con l’acquisto dei ticket. Squadre di sommelier guideranno gli eno appassionati tra vini di eccellenza italiana. Tra gli altri sarà possibile gustare i pregiati rossi piemontesi di Ca’ del Baio, Ceretto, Gianni Doglia, Pira Luigi e Rivetto, i rosè del Trentino di Kossler e Merotto, le bollicine lombarde di Betella e Monsupello e i bianchi del Veneto rappresentati da Ca’ Rugate. Inoltre sarà  possibile partecipare a corsi di degustazioni guidati dal sommelier Renato Stella. (Foto La Stampa)

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Approfondimenti

Barolo e Barbaresco conquistano Milano. A Claudio Sadler e Vittoria Della Cia i premi Go Wine

Evento record a Milano per l’associazione piemontese Go Wine. Ben 580 persone hanno partecipato ieri pomeriggio all’evento dedicato al Barolo e al Barbaresco, diventato ormai un punto di riferimento fisso a febbraio per il pubblico milanese. Una straordinaria attenzione del popolo meneghino nei confronti dei grandi Nebbioli di Langa, ma anche del Roero. Nel corso dell’evento, Go Wine ha assegnato uno speciale riconoscimento agli Amici dei Grandi Rossi di Langa e Roero. Nella quarta edizione del premio la scelta è stata riservata alla grande ristorazione e alla comunicazione. Il premio alla ristorazione è stato assegnato a Claudio Sadler, figura di assoluto riferimento della ristorazione di Milano (è anche il presidente dell’Associazione Le Soste dal 2012).

Il premio alla comunicazione è strato assegnato alla Rivista La Cucina Italiana, con in sala la direttrice Vittoria Dalla Cia, che ha portato con sé una copia anastatica del primo numero della Rivista uscito il 15 dicembre 1929. Se la direttrice Dalla Cia ha evidenziato “l’attenzione della sua rivista a comunicare con sempre più attenzione il vino e guardare ai tanti curiosi che a questo mondo si affacciano fra gusti e abbinamenti con i piatti”.

Sadler, sullo slancio degli ultimi mesi di Expo ha auspicato “un anno di successi per i grandi Rossi di Langa e Roero, vini che non tradiscono mai il consumatore che hanno nella ricerca costante della qualità uno dei segreti del loro piacere della loro affidabilità”.

Grande soddisfazione per l’associazione Go Wine con un ringraziamento ai molti produttori “per aver condiviso lo spirito della serata e al grande pubblico di Milano che rappresenta uno dei punti di forza dello sviluppo dell’associazione in Italia”.

IL BANCO D’ASSAGGIO

Un evento, quello che interessa i grandi vini Barolo e Barbaresco, che Go Wine propone da oltre 10 anni nel capoluogo lombardo. Milano da sempre è una piazza di riferimento per i grandi rossi di Langa e rappresenta uno delle aree su cui testare il mercato italiano all’inizio del nuovo anno.

Oltre 40 aziende presenti, a rispecchiare il mix che caratterizza l’enologia di Langa e Roero: aziende storiche, vigneron pluripremiati, realtà che si stanno gradualmente consolidando.

E’ stata l’occasione per la prima uscita ufficiale della nuova annata del Barolo 2012, con molte etichette presentate. Stili e interpretazioni si sono confrontate in sala e la degustazione comparata ha nuovamente esaltato una percezione di gioco di squadra in cui alla base vi è la valorizzazione del nebbiolo, con i suoi profumi, la finezza, ma anche forza e struttura.

Molte aziende hanno presentato riserve o annate anteriori. In qualche desk si è potuta addirittura confrontare una mini verticale su un singolo cru. Insomma, una degustazione di grande qualità che ha pienamente confermato le attese.

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Vini al supermercato

La Segreta Rosso Doc Sicilia, Aziende agricole Planeta

(4 / 5) Si dice che se le fondamenta sono solide, sarà solida tutta la casa. Un principio che vorremmo fare nostro nel raccontarvi un pezzo di Sicilia da versare nel bicchiere di tutti i giorni: La Segreta Rosso Doc Sicilia, della casa vitivinicola Planeta di Menfi. Un vino base, dunque, che nel suo “piccolo” racconta la qualità con cui questa famiglia siciliana produce ed esporta il nettare di Bacco in Italia e nel mondo. Planeta La Segreta Rosso Doc Sicilia è il riuscito blend tra Nero D’Avola (50%), Merlot (25%), Syrah (20%) e Cabernet
Franc (5%) che, nel calice, si presenta di un rosso rubino intenso. Il naso, non a caso, richiama il nome stesso del vino: quella “Segreta” che non è nient’altro che il bosco che circonda la vigna dell’Ulmo di proprietà di Planeta, situata vicino a Sambuca di Sicilia, paese di origine araba che si affaccia sulle sponde del Lago Arancio. Troviamo dunque sentori boisé, boscosi, che conferiscono al vino una fruttata eleganza, accostati a quelli speziati di cacao, liquirizia e tabacco. Una vena balsamica che si trasforma in grande freschezza al palato, dove Planeta La Segreta Rosso Doc Sicilia si scopre nuovamente fruttato, tannico al punto giusto, di corpo, caldo. Un vino che guadagna in morbidezza con l’ossigenazione, divenendo ancora più ruffiano e sapido. Perfetto compagno per piatti della tradizione culinaria mediterranea, si abbina ancor meglio alle carni e ai primi saporiti e ‘grassi’, molto conditi.

LA VINFICAZIONE
Prodotto per la prima volta nel 1995, anno di fondazione della casa vinicola Planeta, La Segreta Rosso Doc Sicilia è ottenuto dalla vinificazione delle uve provenienti dalle vigne Dispensa, Gurra e Buonivini. Tutte situate a un’altezza che varia tra i 100 e i 250 metri sul livello del mare. Merlot e Syrah vengono raccolti i primi di settembre, mentre il Nero d’Avola alla fine dello stesso mese. La vinificazione prevede una diraspapigiatura iniziale, seguita da un minimo di 10 e un massimo di 14 giorni di permanenza sulle bucce. L’affinamento avviene in acciaio inox. Viene infine imbottigliato nei primi giorni del mese di febbraio successivo all’anno di vendemmia e commercializzato.

Prezzo pieno: 7,49 euro
Acquistato presso: Carrefour

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Vini al supermercato

Maremma Toscana Rosso Doc Tesan, La Biagiola

(4 / 5) Un grande blend di Sangiovese, Alicante e Canaiolo il Maremma Toscana Doc Tesan vendemmia 2013 prodotto dall’azienda vitivinicola La Biagiola di Sovana di Sorano in provincia di Grosseto. Di colore rosso rubino profondo si presenta subito come un’esplosione vulcanica di profumi, d’altronde le sue uve provengono da terreni fatti di cenere e lapilli. Intensi sentori speziati di pepe, note balsamiche e di macchia mediterranea evolvono verso la frutta rossa matura, lasciando anche spazio alla foglia di tabacco.
Davvero complesso. E anche al gusto non delude: corposo, caldo, ben 14% di alcol in volume, rotondo, sapido e gradevole. Una vena acida viva accompagnata da un tannino elegante e da un finale persistente con note di liquirizia. Nessuna nota stonata: un’eleganza anticipata da un’etichetta distintiva, legata alla civiltà etrusca che si è affermata proprio in quei luoghi. Il nome Tesan deriva dall’etrusco e significa “aurora”, il motivo a scacchiera presente in etichetta è un disegno ricorrente di questa affascinante civiltà e sta a simboleggiare il rapporto tra terra e cielo. Si abbina  con primi piatti con salse a base di carne e secondi di carne rossa.

LA VINIFICAZIONE
Il Maremma Toscana Rosso Doc Tesan prodotto da La Biagiola è un blend di uve Sangiovese per il 70%, Alicante 25% e Canaiolo nero 5%. Tutte le operazioni, a partire dalla raccolta sono effettuate a mano. Dopo la fermentazione, il Maremma Toscana Rosso Doc Tesan viene affinato per otto mesi in acciaio. I vigneti si trovano in un’area deindustrializzata, priva di inquinamento e urbanizzazione massiva. I terreni sono di origine vulcanica: l’alta mineralità del terroir dona sapidità ai vini bianchi e complessità organolettica ai vini rossi. L’azienda vitivinicola la Biagiola è una realtà giovane, a conduzione familiare, nata proprio con l’intento di produrre vini di qualità, equilibrati ed armonici nei gusti e nei sapori. Le viti sono coltivate con grande rispetto, nel loro habitat, su un terreno generoso destinato sin dai tempi antichi ai vigneti. La Biagiola si trova su un giacimento archeologico di estrema rilevanza  con un archeoparco visitabile dal 2011. Quando entusiasmo, capacità, terroir e storia si combinano non possono che uscire prodotti di estrema qualità come il Maremma Toscana Rosso Doc Tesan. Potere della grande distribuzione organizzata,   possiamo portarci un pezzo di poesia e di Toscana nel nostro focolare: emozioni uniche che solo il vino sa trasmettere.

Prezzo pieno: 6,50 euro
Acquistato presso: Famila

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Approfondimenti

Wine e Food, l’Italia si conferma superpotenza Doc nel mondo

Una quantità certificata pari a 1,47 milioni di tonnellate di prodotti Food e 23 milioni di ettolitri per il comparto Wine. Con una produzione complessiva Food e Wine che raggiunge i 13,4 miliardi di euro, con una crescita del 4% su base annua e un peso del 10% sul fatturato totale dell’industria agroalimentare.

Questi i principali dati del tredicesimo rapporto Ismea – Qualivita sulle produzioni italiane agroalimentare e vitivinicole Dop, Igp e Stg (Specialità tradizionale garantita), presentato a Roma, presso l’Hotel Quirinale, alla presenza dei Presidenti delle Commissioni Agricole di Camera e Senato Luca Sani e Roberto Formigoni, del Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina e dell’europarlamentare Paolo De Castro.

Il valore delle esportazioni è di 7,1 miliardi di euro, con un incremento di oltre l’8% su base annua, per un peso del 21% sul totale dell’export agroalimentare italiano (anno produzione 2014). L’Italia rimane leader mondiale per numero certificazioni, con 805 prodotti iscritti nel registro Ue, di cui 282 Food e 523 Wine (dati al 10.02.2016). Un sistema che garantisce qualità, sicurezza e trasparenza anche attraverso i 219 Consorzi di tutela riconosciuti dal Ministero, 124 per i prodotti agroalimentari certificati e 95 per i vini Dop e Igp.

NUOVE REGISTRAZIONI ITALIA – EUROPA
Oltre a detenere il primato per numero di nuove registrazioni nel corso del 2015 con 9 prodotti, l’Italia si conferma il Paese con maggior numero di prodotti Dop, Igp, Stg al mondo: al 10 febbraio 2016 si contano nel nostro Paese 805 pro­dotti certificati, 282 Food e 523 Wine, suddivisi in 569 Dop, 234 Igp e 2 Stg. Dietro di noi seguono Francia (658), Spa­gna (318), Grecia (250) e Portogallo (173).

Approfondendo l’analisi a livello territoriale, le regioni con maggior numero di certificazioni sono il Veneto e la Toscana con 90 prodotti, il Piemonte con 81, la Lombardia con 77 e l’Emilia Romagna con 73. Continua a crescere anche il numero delle Indicazioni Geografiche nel mondo: nel corso del 2015 sono stati registrati 62 nuovi prodotti, di cui due Extra Europei, segnando un incremento per il comparto Food del 4,9% rispetto al 2014.

Sul podio per maggior numero di prodotti registrati, si trova l’Italia al primo posto (+ 9 Ig), seguita dalla “new entry” Croazia (+ 8 Ig) e dal Portogallo (+ 8 Ig). A questi dati si aggiungono le nuove registrazioni dal 1 gennaio al 10 febbraio 2016: una Dop e 7 Igp, per un totale di 1.319 IG Food nel mondo (1.300 Ue + 19 Extra Ue), che si affiancano alle 1.579 denominazioni Wine.

IMPATTO ECONOMICO TERRITORIALE

L’analisi della distribuzione dei prodotti Dop Igp sul territorio nazionale offre un’informazione preziosa: non esiste un solo comune italiano “senza prodotti certificati”. Per il comparto Food, la provincia di Parma risulta il distretto con il maggior ritorno in termini economici, grazie al discreto nu­mero di filiere Dop Igp (12) che insistono nei comuni del territorio, ma soprattutto all’entità del valore economico ad esse collegato (basti pensare a prodotti come il Parmigiano Reggiano Dop e Prosciutto di Parma Dop).

Per il comparto Wine la stessa operazione restituisce un’Italia con “gradazioni di impatto” diverse sui territori: la provincia con mag­gior ritorno economico è quella di Verona, in cui si contano 24 denominazioni Dop Igp, con la presenza di prodotti dal grande peso in valore (su tutte il Prosecco Dop e il Conegliano Valdobbiadene-Prosecco Dop). Sempre secondo al rapporto Ismea-Qualivita, la produzione di vini di qualità in Italia è strutturalmente in crescita. Nel 2014 hanno ottenuto la certificazione Dop 13,4 milioni di ettolitri (+7% su base annua). Una lieve battuta d’arresto si è avuta nel comparto delle Igp, attestate a 9,5 milioni di ettolitri di cui quasi 1 milione è stato esportato all’estero sfuso.

La quantità certificata complessiva di quasi 23 milioni di ettolitri, vale 7 miliardi di euro alla produzione, per un +5% su base annua. Le esportazioni di vino DOP IGP hanno raggiunto un valore complessivo di 4,3 miliardi di euro (+4%): negli ultimi cinque anni il valore all’export (nella tabella sopra) ha avuto incrementi complessivi di oltre il +30% sia nel segmento delle DOP che delle IGP.

Circa 30 i milioni di euro investiti in comunicazione, secondo quanto dichiarato dai Consorzi di tutela rispondenti all’indagine, destinati soprattutto a pubblicità in televisione (52%), partecipazione a fiere (11%) e carta stampata (11%). I Consorzi dei Formaggi sono quelli che investono di più in comunicazione.

Risorse a parte, l’attività di promozione più presidiata dai Consorzi è la partecipazione a fiere (70% a eventi nazionali, 30% a eventi internazionali). Circa 4 Consorzi su 10 utilizzano Social Network (38%), in oltre la metà dei casi ricorrendo a più di un canale, con Facebook che si conferma lo strumento nettamente più diffuso.

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news ed eventi

Bere sul posto di lavoro aumenta la produttività. Parola del Ceo della Napa Valley. E’ la “feet and wine” revolution

Divieto di bere alcolici durante l’orario di lavoro e rigoroso dress code sono alcune delle regole vigenti in diverse aziende italiane ed internazionali. Ci ha incuriosito, dunque, la notizia diffusa dal Ceo della società Fantasy, in Napa Valley, California. Da buon appassionato di vini rossi, ha deciso di mettere a disposizione dei dipendenti dell’azienda un angolo
“wine bar”, tra le mura stesse del posto di lavoro. I dipendenti sono liberi di aprire qualsiasi cosa durante la giornata, bollicine incluse. Possono degustare un calice di vino, ma anche portarsi a casa un bottiglia, per “fare serata” in famiglia, o con gli amici. Notizia davvero sorprendente, considerato il proibizionismo a stelle e strisce in materia di alcolici. Ma non poteva mancare la vena “trash“, in pieno stile americano. Oltre al vino, i dipendenti e i clienti sono liberi di togliersi le scarpe e girare scalzi per l’azienda, per “sentirsi a proprio agio”. Un po’ come a casa. Una sorta di “feet & wine”, che forse sarà preso in considerazione anche in altre parti del mondo. Chi vuole cominciare, in Italia? Fatecelo sapere. Anche perché la decisione del Ceo, seppur rivoluzionaria, affonda le radici in una ricerca scientifica. E’ stato infatti provato “l’aumento dell’efficienza dei dipendenti legato ad un piccolo consumo di alcol durante l’orario di lavoro”. Prosit!

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Approfondimenti

Leggi sulla viticoltura: presentato il Codice della Vite e del Vino 2016

La nuova normativa dell’Unione europea sul sistema autorizzativo degli impianti vitati, oltre a quella italiana, che sarà pienamente operativa dal 1° gennaio 2016; il decreto legislativo numero 61 dell’8 aprile 2010, relativo alla tutela delle Denominazioni di origine e Indicazione geografica; nonché tutti i decreti applicativi collegati, che completano il quadro delle norme nazionali sulle denominazioni di origine dei vini italiani.

Sono solo alcune delle preziose informazioni che si potranno consultare sulla nuova edizione del “Codice della Vite e del Vino”, una sorta di “opera omnia” in cui è stato rielaborato e aggiornato l’intero panorama normativo comunitario collegato all’Ocm vino, ovvero la regolamentazione unica dell’Unione Europea per il settore vitivinicolo, sia in termini di produzione che per i contributi a fondo perduto assegnati alle aziende del settore. Si tratta dunque di uno strumento utile per i produttori, di facile consultazione, che consente di restare aggiornati sulla normativa vitivinicola e muoversi con sicurezza nelle scelte aziendali.

La guida è stata presentata oggi da Domenico Zonin, presidente di Unione Italiana Vini, la principale organizzazione di settore del comparto, espressione della rappresentanza nazionale e unitaria di tutti i soggetti imprenditoriali e professionali della filiera vitivinicola, che assieme rappresentano oltre il 50% del fatturato nazionale nel settore del commercio vinicolo e l’85% dell’export.

“Il Codice della Vite e del Vino 2016 – spiega Zonin – è il frutto del notevole sforzo editoriale del Servizio giuridico normativo dell’Unione Italiana Vini, per raccogliere tutta la normativa dell’unione europea e nazionale italiana, comprese anche le circolari inedite e poco conosciute che, spesso, forniscono utili elementi interpretativi. Un volume – aggiunge Domenico Zonin, nella foto – che si propone quale innovativo servizio di consultazione e aggiornamento legislativo che può contare su continui aggiornamenti on line sul sito Uiv sul supporto di una newsletter che informa tempestivamente l’operatore professionale della pubblicazione di nuovi provvedimenti Ue e nazionali. Uno strumento moderno che si aggiunge all’Osservatorio del vino per fornire un quadro completo sotto tutti i punti di vista a chi opera in questo settore, quindi sotto i profili: tecnico, legislativo, economico”.

Accanto alla legislazione Ue e alle norme che da esse discendono direttamente, esistono anche disposizioni nazionali che disciplinano l’attività di produzione e commercializzazione delle bevande e che fanno parte anch’esse della realtà legislativa in cui si muovono gli operatori nella loro normale attività (legge 82/2006, accise, disciplina igienica degli alimenti, produzione con metodo biologico. codici doganali, preimballaggi, etc.).

DOVE ACQUISTARLO
“Con questa edizione del Codice – conclude Zonin – si inaugura una nuova stagione editoriale dell’Unione Italiana Vini che ha promosso una originale ‘collana’ di pubblicazioni dedicate alle tematiche di politica e normativa vitivinicola italiana ed europea. Un ambito culturale e tecnico in continua evoluzione che trova nell’Unione Italiana Vini un punto di riferimento ormai storico, forte di un’esperienza quarantennale, di editoria specializzata, che vedrà presto nuovi titoli arricchire la Collana dedicata a questi temi, al servizio del mondo vitivinicolo nazionale”.

Il volume può essere richiesto direttamente all’Unione Italiana Vini inviando una mail a: serviziogiuridico@uiv.it, oppure telefonando al numero: 06-44.23.58.18. Titolo: Codice della Vite e del Vino; Editore: Unione Italiana Vini – Confederazione Italiana della Vite e del Vino; Autore: Antonio Rossi; costo: 290,00 euro (Iva inclusa), comprensivo del volume cartaceo e della consultazione degli aggiornamenti on line.

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